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Archive for dicembre 2013

La locandina dello spettacolo

Un personaggio storico immortale, un tema difficile, quello del rapporto fra scienza e religione ai tempi dell’Inquisizione.

Nel monologo da lui scritto e interpretato, Marco Paolini riesce a far ridere il pubblico, a farlo pensare, gioire per le vittorie e le scoperte di Galileo, commuoversi per le sue debolezze umane, arrabbiarsi per la becera ottusità dei potenti dell’epoca. D’altra parte, lo stesso Galileo, dopo aver saputo di trovarsi nella stessa cella che precedentemente aveva “ospitato” Giordano Bruno, non credo fosse particolarmente tranquillo…

Insomma, una vicenda narrata a tutto tondo, un racconto della vicenda umana dell’inventore del metodo scientifico, del pensatore che abiurò per salvarsi la pelle e per poter continuare a ricercare e scrivere. Un uomo a cui venne concessa la “cristiana sepoltura” solo parecchi anni dopo la sua morte, ammettendolo nel Pantheon di Firenze, proprio davanti al monumento funebre di Michelangelo Buonarroti.

Quando morì, Galileo era in odore di eresia, e si pose il problema di dove e come seppellirlo. Preti e vescovi si rifiutarono di collocarlo in un cimitero, suggerendo ai suoi allievi di “scavare una buca sul ciglio della strada”. Intervenne il granduca di Toscane e si trovò il solito compromesso “all’italiana”: sarebbe stato sepolto in un normale cimitero, senza particolari menzioni sulla lapide, a una profondità di 5 palmi, dato che soltanto i primi 4 potevano essere considerati terra consacrata.

Il libro riporta, oltre al DVD con la ripresa delle prove generali dello spettacolo tenutosi nei laboratori del CNR sotto il Gran Sasso, la trascrizione dello spettacolo, molto fresca e briosa, e alcuni saggi di approfondimento. Ne rimane la voglia di approfondire l’argomento e di leggere gli scritti originali di Galileo.

Per una recensione approfondita e pienamente condivisibile dello spettacolo, http://www.dirittodicritica.com/2013/03/13/itis-galileo-il-nuovo-spettacolo-di-marco-paolini/.

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Mario Rigoni Stern

«MIRA (Venezia) 20 gennaio 2007

Cari Compagni, sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.

È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagnid’arme.

Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.

All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza.

Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite.

Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre.

Vostro

Mario Rigoni Stern»

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Don Andrea Gallo in una immagine dell’Archivio fotografico del Comune di Genova

Navigando, navigando, mi sono imbattuto in questo intervento scritto in occasione della morte di don Gallo. Anche se so di affrontare un tema estremamente delicato, lo trascrivo qui per alcune ragioni:

  1. tutte quelle che l’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) cita come caratteristiche negative di don Gallo sono quelle che me lo hanno fatto apprezzare. Il suo modo originale di porsi e proporsi, le sue sintesi fra valori laici e valori cristiani, se vogliamo le sue contraddizioni, sono proprio quello che ammiravo in lui. Di sicuro stava fra la gente, amava la gente, amava essere circondato. E questo per volontà di testimonianza, non per vanità. Di certo era differente da quegli algidi personaggi che, dall’alto del loro pulpito, arringano le folle spiegando cosa è giusto e cosa è sbagliato, senza aver mai vissuto;
  2. ho sempre considerato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI due papi reazionari, specialmente il primo. Due papi che hanno portato la Chiesa indietro di almeno cento anni, rendendo impossibile l’applicazione di quel tentativo di modernizzazione iniziato da Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II. Non parliamo poi dei vescovi di Genova, a partire da Giuseppe Siri fino ad Angelo Bagnasco (unica eccezione, forse, Dionigi Tettamanzi, ma c’è stato poco). Don Gallo era un prete scomodissimo, destabilizzante per l’istituzione. Se avessero potuto limitarne l’azione lo avrebbero fatto (e ci hanno provato, ai tempi del Carmine); ma non ci sono riusciti, perché non hanno trovato nulla da imputargli, nulla che non potesse essere ricondotto alla dottrina cristiana. Piuttosto, chi di dovere riflettesse su come si è ridotta la Chiesa, di come è stato svilito il messaggio rivoluzionario (sì, proprio rivoluzionario) del Gesù personaggio storico;
  3. don Gallo portava la Chiesa in mezzo al popolo. Non basta tenere una porta aperta, bisogna anche fare in modo che le persone varchino la soglia. Tutto il resto è mantenimento dello status quo, mantenimento dei privilegi e, alla fine, mantenimento delle distanze. A qualcuno potrà anche andare bene così, a me no;
  4. non so se una maggior frequentazione di don Gallo avrebbe portato a un mio avvicinamento al cattolicesimo. So, però, che probabilmente mi avrebbe indotto a una profonda riflessione.

Tutto il resto dell’articolo sono soltanto estrapolazioni strumentali di alcune frasi di don Gallo (il solito artifizio dialettico di decontestualizzare alcune affermazioni. In questo blog ho spesso citato L’arte di ottenere ragione di Schopenhauer, Lì trovate questo concetto espresso molto meglio di come posso fare io). In sostanza, il succo della questione, secondo me, cioè secondo uno che si guarda bene dall’affermare di essere portatore di verità assolute, è che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di nascondere dietro una cortina intellettualoide e buonista il solito discorso ultraconservatore. Poi, il continuo richiamo ai COMUNISTI! mi ricorda il peggior Berlusconi (e il miglior Cornacchione…). Qualcuno forse dimentica le tante comunità cristiane delle origini, fonte di ispirazione per più d’uno dei pensatori socialisti francesi dell’Ottocento e la rivolta di San Francesco d’Assisi contro la Chiesa dell’epoca, ricca, potente, molto poco cristiana. Sarà questa la ragione per la quale Bergoglio ha voluto prendere il nome di Francesco?

In conclusione, vorrei invitare gli esponenti dell’UCCR ad andare a vedere l’etimologia delle due parole “comunista” e “compagno”. Non troveranno nulla di cui scandalizzarsi.

Don Gallo, il prete che negava il papa e la laicità

Si è spento nella sua Genova e a 84 anni, dopo una lunga malattia, don Andrea Gallo. Era stato dimesso dall’ospedale e ha vissuto gli ultimi momenti nella comunità di San Benedetto al Porto che lui stesso aveva fondato alla metà degli anni’70 ospitando poveri ed emarginati. Ci uniamo al cordoglio dei suoi cari e delle persone che si sono sentite da lui volute bene.

Non possiamo tuttavia evitare di tratteggiare quello che ha rappresentato pubblicamente questo sacerdote dal nostro punto di vista. Non ne emerge un profilo positivo e siamo consapevoli di non essere in linea con la fiera dei media e dei vip che in queste ore sta sprecando elogi, ma ci interessa ovviamente molto poco. Don Gallo ha certamente aiutato tante persone come ogni giorno fanno tantissimi sacerdoti nell’ombra e nel nascondimento. Ma lo ha fatto davanti alle telecamere costruendosi un personaggio, mediatico, mentre il ruolo del sacerdote è quello di portare a Cristo e alla Chiesa, e non a sé.

Ancor meno positiva è la sua costante denigrazione della Chiesa, condanna pronunciata dall’alto della sua celebrata e riconosciuta attenzione ai poveri. Un ricatto emotivo che ha condizionato molti, purtroppo. Anche Giuda, nei Vangeli, sgridava chi lavava i piedi di Gesù con un olio costoso, invitando ad usare quei soldi per aiutare i poveri. Papa Francesco ha commentato: «Questo è il primo riferimento che ho trovato io, nel Vangelo, della povertà come ideologia». Esaltato dal “Fatto Quotidiano” e dalla cultura anticattolica di cui è portavoce il quotidiano di Padellaro, è stato da loro miseramente sfruttato (e lo è anche in queste ore) per chiari interessi antipapisti e anticlericali. Purtroppo ha voluto lasciarsi usare, questa è la differenza tra lui e don Lorenzo Milani, che invece rispondeva così al laicismo che lo portava in trionfo: «Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta! In che cosa la penso come voi? Questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica “L’Espresso”. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono». Don Gallo ha invece sempre cercato l’applauso del mondo, mai prendendo le distanze da chi lo usava come clava contro Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Favorevole a tutto ciò a cui papa Francesco è contrario, dall’aborto all’eutanasia. Favorevole al Papa gay e alla farfallina di Belen, perché «il Paese vuole vedere le gambe e il sedere», favorevole al matrimonio omosessuale salvo poi legare l’omosessualità alla pedofilia: «Il prete omosessuale deve poter essere libero di esprimere la sua identità e la sua sessualità, altrimenti si reprime e arriva alla pedofilia». Una frase omofoba e violenta, questa sì, che però non ha provocato alcun scandalo, nessuna protesta da parte omosessuale, nessun anatema sui media. Si provi a pensare cosa sarebbe successo se a pronunciarla fosse stato un qualsiasi altro sacerdote.

Orgoglioso comunista e partigiano, la società secolarizzata lo ha incredibilmente sempre sostenuto nella sua continua violazione della laicità: da sempre immanicato con il potere politico genovese e non solo, sosteneva platealmente la rappresentanza che più si avvicinava alla sua ideologia politica tanto da essere definito dai quotidiani della destra il «king maker del centrosinistra». Benediceva l’assalto violento alla Mondadori del 2010, cantava “Bella ciao” al termine della S. Messa, sprecava consigli politici ai politici («avevo incontrato Marta Vincenzi in dicembre e le avevo consigliato di non candidarsi alle primarie», diceva), ma mai nessun giornalista del “Fatto”, nessun Marco Politi ebbe mai nulla da ridire per questa pesante e continua ingerenza, mentre gli ipocriti si stracciano le vesti se il card. Bagnasco consiglia semplicemente di votare tenendo presente «i valori che saranno a fondamento della vita». La laicità evidentemente possono violarla soltanto i sacerdoti antipapisti.

Fanatico di Che Guevara più che di Gesù Cristo, il suo motto è racchiuso in questa frase: «La Chiesa si dovrebbe invece convincere che viviamo in un villaggio post cristiano. Spero che abbia il coraggio di cambiare qualcosa», ovvero la Chiesa deve abbandonare le sue posizioni e farsi dettare l’agenda dagli uomini, come se Gesù avesse detto: “Ah, la maggioranza degli ebrei non mi riconosce come Messia? Allora cambio e dico qualcosa di diverso». Ma questa è una posizione atea che non riconosce nella Chiesa un’autorità al di sopra del contingente scorrere del tempo, significa negare l’autorità del Pontefice, del tutto legittimo ma non per un prete cattolico. Per questo sono nel giusto coloro che lo accusano così: i suoi contenuti “non sono religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”.

Questo è il nostro giudizio sul personaggio pubblico don Andrea Gallo, In ogni caso rimane comunque ben presente un riconoscimento di stima per tutte le persone che ha cristianamente aiutato. Arrivederci don Andrea!

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Slavoj Zizek

Il giorno di Natale, sul sito di MicroMega è stata pubblicata la versione integrale di questa intervista, precedentemente anticipata su Repubblica il 1 novembre. Slavoj Žižek, sloveno, molto discusso per le sue visioni radicali, è brillante conferenziere oltre che prolifico scrittore. Viene considerato una vera e propria star internazionale della filosofia. Fra le sue ultime opere La visione di parallasse, edito a Genova dal Melangolo, che sto per accingermi a leggere…

Nella versione integrale dell’intervista pubblicata il 1 novembre 2013 su la Repubblica, il ritratto di uno tra i più originali e controversi intellettuali contemporanei, Slavoj Žižek. Nella prima parte del dialogo, dopo essersi smarcato dal postmodernismo e aver riconosciuto il proprio debito nei confronti dello strutturalismo, il filosofo sloveno racconta il “suoˮ Hegel. Nella seconda parte, il discorso cade sulla congiuntura attuale e Žižek spazia col solito acume dalla politica all’economia alla religione. Nella terza parte, infine, l’“Elvis della filosofiaˮ racconta la sua vita, le sue passioni, le sue idiosincrasie.

Di Giulio Azzolini per MicroMega, 25 dicembre 2013

«Scusi, ho parlato troppo». All’improvviso Slavoj Žižek tace. Aveva rotto il ghiaccio con una storiella sulle sottili differenze che tormentano la sinistra. Il suo inglese prorompe scandito da un’inconfondibile esse blesa, il tono è grave, il volume alto. È appena tornato dalla Corea, ma rimarrà nella sua Lubiana solo qualche giorno. «Ora mi toccano gli Stati Uniti, poi la Bolivia. Adoro viaggiare e tutto ciò che mi serve sta nel mio computer. Per divertirmi inoltre guardo un sacco di film, anche se oggi sono stanchissimo per il trasloco…». I libri ingombrano. «No, è che un mesetto fa mi sono sposato». Il primo matrimonio? «Il quarto. Lei è più giovane di me, fa la giornalista culturale». Bene. «Con le mogli precedenti, però, conservo un ottimo rapporto». Žižek è «misantropo», dice. E pure «un vecchio stalinista», aggiunge scherzando a metà. Detesta le filosofie del dialogo, ma chiacchiera con entusiasmo e garbo impeccabile.

Esce in Italia la prima parte di Meno di niente (ed. Ponte alle Grazie, pagg. 496, euro 29), il suo monumentale saggio dedicato a Hegel. «La più grande impresa della mia vita», ha dichiarato. Perché?

«Oddio, in effetti messa così suona abbastanza grottesco. Volevo soltanto dire che ricapitola, in qualche modo, tutto il mio lavoro. Forse non è il mio libro migliore, ma di certo provo a chiarire le mie posizioni filosofiche e ontologiche fondamentali, anche se qui e là non manca qualche barzelletta sporca. Non riesco a sopravvivere senza».

È strano perché i suoi libri sono talmente divertenti e ricchi di aneddoti da averle assicurato l’epiteto di “Elvis della filosofiaˮ, ma il suo pensiero affonda le radici nei classici: la dialettica di Hegel, la critica dell’economia politica di Marx, le categorie psicoanalitiche di Lacan…

«Assolutamente. Mi fa piacere lo abbia notato. La gente crede che io mi diverta a giocare al postmoderno. Nulla di più falso. Il relativismo storicista postmoderno mi annoia parecchio e, anzi, è il mio nemico numero uno. Il mio amico Gianni Vattimo, per esempio, è troppo postmoderno per me, non mi convince. Oggi tutto è diventato analisi del discorso e quasi nessuno si azzarda più a porre i grandi interrogativi, metafisici se vuole. Tanto che, ai miei occhi, la miglior filosofia del dopoguerra rimane lo strutturalismo di Althusser, Deleuze, Lacan… Non parliamo dell’arte, dove le vere conquiste dell’Europa risalgono a un secolo fa, o più: Mallarmé nella poesia, Stravinskij e Schönberg nella musica, Kandinskij e Malevič nella pittura. Penso che il modernismo sia stato il vero grande momento. Sì, esistono opere interessanti qui e là nell’arte postmoderna, ma non sono equiparabili. E la stessa nostalgia la provo nella musica rock, sono un reazionario dei primi anni Settanta. Per la precisione, penso che tutto ciò che di importante è successo nella musica rock sia accaduto tra il 1965 e il 1975 (Beatles, Rolling Stones…) e che dopo sia stata soltanto una ripetizione. Quando mi capita di ascoltare uno come Michael Jackson, basta un attimo e mi trasformo in Joseph Goebbels. Mi viene da pensare che Goebbels sbagliava quando si mise in testa di bruciare i libri, ma non per il fatto in sé: il punto è che voleva bruciare i libri sbagliati. Magari fosse sparita la musica di Michael Jackson!» (ride).

Nel 1975 lei completa la sua tesi in filosofia sullo strutturalismo francese. Sei anni dopo arriva a Parigi, dove studia psicoanalisi con Jacques-Alain Miller…

«Sì sì. Come le dicevo, penso ancor oggi che i migliori risultati raggiunti dalla filosofia nel dopoguerra provengano da quella corrente che ai tempi chiamavamo strutturalismo. La maggior parte di ciò che è venuto dopo è stato un gioco, un passo indietro, una sorta di relativismo storicista che lascia svanire le grandi questioni ontologiche. Oggi che tutto si è ridotto ad analisi del discorso, se uno chiede: “l’uomo ha un’anima?ˮ, la tipica risposta postmoderna sarà: “Si può affermare soltanto in quale regime di discorso è legittimo porre una domanda del genereˮ. Come se non restasse altro da fare che portare alla luce l’orizzonte di significato entro cui certe affermazioni sono comprensibili… E se poi si insiste: “Ok, ma è vero o no che l’uomo ha un’anima?ˮ, il postmodernista replicherà: “È una domanda metafisica priva di significatoˮ. Ecco la ragione per cui oggi la filosofia ha perso così tanto credito popolare, lo stesso che ha guadagnato la scienza. La gente si rivolge ai darwinisti o al biologo Richard Dawkins, al cosmologo Stephen Hawking o al neuroscienziato Steven Pinker, proprio per rispondere alle grandi domande metafisiche, come: l’uomo è libero? l’universo ha un inizio e una fine? la storia è casuale o nasconde un destino?».

Sì, gli scienziati assumono sempre più la veste dei guru. Ma i postmodernisti non sono tutti relativisti e storicisti: Fredric Jameson, per esempio…

«Fredric Jameson è troppo postmoderno per me. È un buon amico, è marxista, ma penso che anche lui sbagli quando lascia cadere la distinzione tra ideologia e scienza. Sa qual è il dogma del postmoderno? Che il mondo sarebbe il prodotto dell’auto-narrazione di chi vi appartiene. Non mi convince. Io credo nella verità, ma non in una verità naïf. In un certo senso accetto la premessa della filosofia del linguaggio, ossia che i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, ma qui c’è un paradosso piuttosto raffinato. Sì, la verità si esprime attraverso il linguaggio, ma solo se questo arriva a combattere contro se stesso. Nel libro cito una frase di quella scrittrice austriaca, Elfriede Jelinek, che mi sembra bellissima. Lei è folle, non mi piace per niente, ma questo pensiero sì: “Bisogna torturare il linguaggio affinché esprima la veritàˮ. Di per sé, il linguaggio è una macchina naturale che produce stupidità a valanga. Il linguaggio va torturato, bisogna snaturarlo, estenderlo e condensarlo, tagliarlo, riassemblarlo. Ecco perché tutti i grandi filosofi, come gli scienziati, sono in qualche modo dei poeti: perché per esprimere ciò che vogliono distorcono il linguaggio ordinario».

Gilles Deleuze ripeteva spesso un’idea simile. Gli piaceva citare il Mandel’štam del «balbettio della lingua», ma anche Proust che invece suggeriva di «abitare la propria lingua come uno straniero»…

«Mi piace Deleuze. Non è affatto un postmodernista. Deleuze è anzi il vero genio della filosofia francese, più di Derrida. Comunque, dicevo, bisogna lottare dentro il linguaggio contro il linguaggio. Da questo punto di vista, non sono per niente postmodernista. Sì, viviamo dentro il linguaggio, ma questo non ci obbliga a lasciare che esso parli al posto nostro. Come spiegare? Mi ha sempre appassionato la rivalità del Rinascimento italiano tra Raffaello e Michelangelo. Raffaello, come Mozart, era un genio naturale. Gli bastava mettere il pennello sulla tela, e via, andava da solo. Michelangelo, invece, combatte contro la pietra, soffre nella creazione. Penso che la verità sia questo, resistenza. La verità dell’arte non è la realtà dell’immagine da osservare, ma l’antagonismo che produce la trasformazione dei materiali. Per questo chi dice la verità non viene capito subito, perché lotta per trovare il linguaggio appropriato per articolarla».

Nel 1945 Karl Popper presentava Hegel come il profeta del totalitarismo. Lei, invece, riabilita l’idea di totalità. Perché?

«Che la nozione filosofica di totalità sia il germe del totalitarismo politico è un’idiozia che ha contagiato anche Levinas e Adorno. Io penso il contrario. Se si esamina scrupolosamente ciò che Hegel intende per totalità, si capisce che non indica affatto un ordine ideale dove ogni cosa è in pace con se stessa. Osservare un fenomeno nella sua totalità significa, all’opposto, abbracciare nel suo concetto tutte le lacerazioni, i fallimenti, i conflitti. E totalità significa anche che non ha senso giocare a quel vecchio gioco che ancora si applica al marxismo quando si dice: l’idea era buona, ma in Russia lo stalinismo l’ha applicata male. No. Quando un’idea viene applicata nel modo sbagliato, la possibilità del “tradimentoˮ va rintracciata nell’idea in quanto tale. Non si può risolvere ogni problema tirando sempre in ballo le circostanze. Gli eventi sono contingenti, ma una volta accaduti diventano necessari. La necessità, hegelianamente, è retroattiva. E sia chiaro, non è che sto celebrando lo stalinismo, penso solo che ancora non disponiamo di una buona teoria dello stalinismo. Le critiche del liberalismo conservatore (Robert Conquest, Simon Montefiore…) contengono parecchio materiale, ma non riescono a svelare l’enigma dello stalinismo. Com’è stato possibile l’arcipelago Gulag? Il liberalismo standard ragiona così: la gente era indiavolata, spietata, assatanata di potere. Ma, semplificando, l’orrore dello stalinismo non consiste nel fatto che persone cattive fecero azioni cattive: il punto è che anche gente sostanzialmente perbene finì per compiere gesti orribili. Sa, io adoro il fisico quantistico Steven Weinberg – sì, è troppo ostile alla religione e, sebbene io sia ateo, riconosco che c’è qualcosa di buono nella cristianità –, ad ogni modo lui un giorno disse: “se non ci fosse la religione, la gente perbene si comporterebbe bene e la gente cattiva male, ma abbiamo bisogno della religione affinché la gente perbene si comporti maleˮ. Per convincere la gente comune che si può uccidere o compiere le peggiori nefandezze, infatti, serve una motivazione molto forte, come la seduzione religiosa. Ora, da dove trae questo fondamentalismo lo stalinismo? Il fascismo è più facile da spiegare, è la semplice conservazione della modernità a cui si aggiunge l’antisemitismo, lo conosciamo tutti. Infine, mi lasci aggiungere un punto cruciale. Non conosco la situazione italiana, ma so che in tutta l’Europa – in Inghilterra, in Francia e specialmente nei Paesi postcomunisti – le convinzioni stanno cambiando, non sono più le stesse del dopoguerra. Oggi c’è la tendenza a equiparare fascismo e comunismo sotto l’insegna unica del totalitarismo. Per Ernst Nolte, siccome i campi di concentramento dall’Unione Sovietica precedevano quelli di Hitler, il comunismo è anche peggio. No, io penso che questo sia un grande travisamento della storia del ventesimo secolo. E non che lo stalinismo fosse buono, ma la mistificazione di oggi è terribile».

Il suo libro si intitola Meno di niente. Perché?

«Avrà notato l’ironia… Beh, a giudicare dal peso, “meno di nienteˮ di certo non si riferisce al libro! Eppure il titolo è tornato inaspettatamente attuale negli ultimi tempi, perché, come sa, Peter Higgs ha vinto da poco il premio Nobel per la fisica. E io nel libro dedico un lungo capitolo alla fisica quantistica, dove assumo proprio la particella di Higgs come esempio di “meno di nienteˮ. Dal punto di vista ontologico, essa è letteralmente meno di niente. Per la verità, l’origine di quest’idea di un “menoˮ che tuttavia non è “nullaˮ ho provato a rintracciarla in Democrito. Questo è il cuore del progetto: voglio mostrare come sia antica la genesi della negatività hegeliana, che poi rimane nella fisica quantistica e nella psicoanalisi. È un po’ difficile, mi rendo conto».

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Ma lei decostruisce anche un altro concetto che a Hegel, filosofo della fine della storia, è costato innumerevoli critiche, quello di riconciliazione.

«Assolutamente. Anche questo è un punto cruciale. Riconciliazione non è sinonimo di armonia globale. Io penso che la riconciliazione hegeliana non significhi affatto la pacificazione della lotta. Ogni lettore attento sa che la riconciliazione hegeliana non cancella il caos e non annulla la dialetticità del mondo ma sancisce piuttosto il suo costitutivo antagonismo. Non è un caso se nella Filosofia del diritto Hegel sostiene la necessità della guerra. Hegel non è un razionalista da quattro soldi, non è uno stupido idealista, è al contrario il grande filosofo della contingenza. Per lui la stessa necessità emerge sempre dalla contingenza».

Nel 1906 Benedetto Croce distingueva “ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegelˮ, lei invece si domanda come si possa essere ancora hegeliani oggi. Perché?

«Essere hegeliani oggi significa includere nell’analisi del capitalismo contemporaneo le crisi, gli orrori, le guerre. Fa tutto parte della stessa totalità di cui parlavamo prima. Ma vede, la più grande novità degli ultimi decenni è una sorta di versione liberale di Hegel. Quand’ero giovane, a parte rare eccezioni, le interpretazioni di Hegel si riducevano a due, una di destra e una di sinistra: o il teorico dello Stato assoluto o il filosofo della negatività e della rivoluzione. Negli ultimi trent’anni, invece, con Pippin (che è un ottimo filosofo), McDowell, Brandom e altri, è esplosa l’immagine di un Hegel centrista, liberale. Penso sia questo il cuore dell’hegelismo anglosassone, che legge Hegel come il filosofo del mutuo riconoscimento. E lo spazio per eccellenza dove ciascuno ha diritto di essere riconosciuto come individuo è la società liberale».

Però anche Axel Honneth, l’attuale Direttore della Scuola di Francoforte, presenta Hegel come filosofo del riconoscimento…

«Sì, ma non i vecchi francofortesi. L’Adorno della Dialettica negativa non avrebbe mai detto una cosa del genere. È stato Habermas, che mi sembra molto più kantiano che hegeliano, a imprimere una svolta liberale alla Scuola di Francoforte. Habermas fa una lettura kantiana di Hegel».

Ma qual è, in poche parole, il cuore della sua critica all’hegelismo liberale?

«Il fatto è che tende a cancellare un aspetto fondamentale di Hegel: la sua grande logica metafisica. Assume Hegel come un semplice pensatore sociale. Un filosofo rarefatto, ingentilito, deflazionato. Io sono per un Hegel forte».

A proposito di letture forti di Hegel, non abbiamo ancora parlato di Marx…

«Ho grande rispetto per lui e, in un certo senso, sono marxista. Ma, come emerge dal libro, propongo in qualche modo di tornare da Marx a Hegel. Prima di tutto, perché penso che Marx – ed è il paradosso che provo a sviluppare – sia troppo idealista. In fondo Marx crede ancora in un’evoluzione storica che l’avanguardia del proletariato, che è il suo agente storico, conosce e realizza. Un discorso del genere, la marcia necessaria della storia verso il comunismo, sarebbe sembrato troppo astratto a Hegel».

La storia non è finita, non è stata riconciliata.

«No no. E, paradossalmente, Hegel è anche più concreto di Marx, proprio perché, a differenza di quanto fa costui col proletariato, non attribuisce ad alcun soggetto sociale il potere di conoscere la direzione della storia e agire come suo strumento. Hegel lo dice chiaro e tondo: “la nottola di Minerva spicca il volo al tramontoˮ. Ovvero, la filosofia può solo interpretare il passato, non giustificare o legittimare il futuro. E oggi ci troviamo esattamente in questa condizione: radicalmente aperta, impenetrabile alla teleologia, insomma, molto più hegeliana che marxiana. Per questo mi piace Walter Benjamin».

* * *

La storia non ha placato l’antagonismo, d’accordo, ma come interpreta la diffusione dei governi di larga coalizione in Europa?

«È l’esito prevedibile del vecchio bipolarismo. Qual è stata la tipica geografia politica del dopoguerra? Il dominio di due grandi partiti, uno di centrosinistra e uno di centrodestra: in pratica, socialdemocratici e cristianodemocratici, socialisti e liberal-conservatori».

I governi di larga coalizione sarebbero, dunque, l’epitome di una lunga traiettoria?

«Sì. E poi ci sono piccoli partiti, piccole frange agli estremi. Oggi tutti i grandi partiti, di destra e di sinistra, sono le due facce di un unico centro. E così i partiti populistici anti-immigrazione stanno diventando la seconda forza ovunque. Guardi la Germania, ad esempio. Il programma economico dei socialdemocratici è sostanzialmente indistinguibile da quello di Angela Merkel, ma lo stesso succede nella Francia di François Hollande. La distinzione politica tra centrodestra e centrosinistra fatica a tenere. Soprattutto perché è sempre più evidente che il capitalismo liberaldemocratico sta raggiungendo i suoi limiti. La politica continua a concepire se stessa secondo gli schemi mainstream, ma non penso che andrà avanti all’infinito. Su questo sono pessimista: non penso che possiamo andare avanti solo con piccoli miglioramenti. No. E credo inoltre che la vera tragedia sia questa: si protesta in tutta l’Europa, non solo in Grecia, ma in Francia, in Inghilterra, in Spagna, per una crisi dovuta alle grandi banche private, eppure la sinistra è ancora impotente».

Come mai nemmeno una fase di spaventose disuguaglianze procura consenso alla sinistra?

«La sinistra manca di visione globale e, se non bastasse, non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica. La gente protesta ovunque e l’unica risposta è la promessa di un revival neo-keynesiano. Franco Berardi (non sempre sono d’accordo con lui) ha scritto belle cose su questa condizione di impotenza della sinistra, che non riesce a comprendere l’attuale “universalità concretaˮ».

Nessuna fiducia nella micropolitica incoraggiata da Negri e Hardt?

«No no. Assolutamente no. Oddio, è meglio di niente, è una buona cosa che la micropolitica proliferi qui e là, ma penso che non basti. D’altronde, il paradosso è che i caratteri molecolari, moltitudinari e biopolitici sono stati già incorporati dal capitalismo postmoderno. Ecco il problema. Inoltre Negri continua a parlare di classe lavoratrice. Ma, lo sa, in molti Paesi oggi i capitalisti sono molto più rivoluzionari della classe lavoratrice tradizionale. È la dinamica autopropulsiva del capitale a mandare avanti la baracca».

E l’unica resistenza, diceva, è rappresentata dai partiti xenofobi.

«Sì. Questa è la tragedia, che l’unica opposizione all’ideologia liberaldemocratica è incarnata dai partiti populistici di una destra nazionalista. E sa dove sono più lampanti le peggiori conseguenze di tutto ciò? Nei Paesi arabi. Perché la “primavera arabaˮ è andata storta? Perché, in definitiva, la sinistra laica è scomparsa. Così, l’unica alternativa praticabile oggi sembra quella tra regimi corrotti pro-occidentali e regimi islamisti radicali. Io non dico che la questione sia facile da risolvere, ma penso un paio di cose. Primo: sarebbe proprio questa l’occasione di reinventare una politica di larga scala. Abbiamo disperato bisogno di re-inventare la politica per confrontarci sui nuovi grandi temi che trascendono gli Stati: l’ecologia, la regolazione della finanza, la biogenetica. Secondo: è chiaro che non possiamo più fare riferimento alla vecchia classe lavoratrice. Se oggi uno appartiene alla classe lavoratrice tradizionale, se cioè ha un posto fisso, si trova in una condizione quasi privilegiata. Ormai dobbiamo fare i conti con una disoccupazione permanente, con lavoratori immigrati, lavoro nero, sans papiersworking poors… Non c’è più una classe lavoratrice coesa e perciò centrale. C’è una pluralità di agenti e il problema, del tutto nuovo, è come tenerli insieme».

E allora qual è la sua opinione su un’istituzione transnazionale come l’Unione europea? Pensa che entro tale cornice i partiti di sinistra potrebbero trovare una nuova egemonia?

«La sinistra non può che lottare per una diversa integrazione politica europea. So che in molti sostengono che l’Unione europea sia solo uno strumento al servizio del capitalismo finanziario internazionale, per cui la soluzione per la sinistra sarebbe conservare il welfare ritornando a uno Stato nazionale più forte. Ma questo è empiricamente falso. Per esempio, molti Paesi volevano abolire il loro welfare state, ma non hanno potuto smantellarlo del tutto perché l’Unione insiste sulla cura della salute, dell’istruzione… Punto secondo: se l’Unione si disgregasse in un manipolo di Stati nazionali, ciascuno di loro sarebbe subito spazzato via dal mercato mondiale, perché stanno emergendo nuovi grandi gruppi in Sud America, in Nord America, nell’Est asiatico. Se andiamo da soli, siamo persi. So che adesso è difficile, ma se l’Europa non cerca una diversa integrazione politica, allora sono molto pessimista».

Insomma, lei spera nella formazione di élite autenticamente di sinistra.

«Assolutamente».

Obama ne sarebbe un esempio?

«Un momento. So che oggi va molto di moda criticare Obama, ma io continuo a sostenerlo un pochino. Primo: nonostante gli strattoni della destra, sulla guerra alla Siria è stato molto attento. Secondo: guardi alla situazione degli Stati Uniti a un passo dal default. Anche lo shutdown è il prodotto delle forze materiali dell’ideologia, e tutto sommato Obama l’ha gestito bene. Sa, quando sento ripetere la favola che le ideologie sono scomparse, di solito rispondo: siete matti? Guardate al più potente Stato al mondo, gli Stati Uniti. Sulla riforma sanitaria Obama ha dovuto combattere il cuore dell’ideologia americana, un individualismo sregolato. Noi in Europa sappiamo che c’è bisogno di una regolazione statale molto forte, perché questa crea le condizioni per poter essere liberi. “Sai chi è Obama?ˮ, mi ha chiesto il mio amico Fredric Jameson. E io ho risposto: “Noi diciamo sempre che si è compromesso e così via, ma Obama è il primo presidente americano veramente socialdemocratico. Lui sta introducendo la socialdemocrazia europea negli Stati Unitiˮ. Ecco perché lo avversano così fanaticamente. Per questo mi trovo in difficoltà quando gli uomini di sinistra contestano Obama: cosa vuoi più del socialismo negli Stati Uniti? Lo trattano peggio di un nemico politico, come un traditore. Si comportano come quei pazzi dei repubblicani. Lo sa che il sessanta per cento degli elettori repubblicani crede ancora che Obama sia musulmano? Una follia. Per non dire della crisi: sulle sue cause l’imbroglio è continuo».

Anche in questo caso c’è di mezzo l’ideologia?

«Certo. Lo si vede bene quando si incolpa di questa crisi finanziaria la sinistra, rea di aver speso troppo denaro pubblico. No, scusate, la crisi è il risultato dell’insufficiente regolazione dei mercati. È incredibile. Proprio ora che abbiamo bisogno di regole più stringenti. Ma guardi la Cina, pensi a Singapore. Perché fino ad oggi loro hanno retto molto bene alla crisi? Perché lì il capitale privato è costantemente controllato e collabora con lo Stato. Io conosco la situazione, so che Singapore somiglia a uno Stato neofascista: c’è il capitalismo, eppure è estremamente regolato dallo Stato. Ma voglio solo dire che non è vero che abbiamo bisogno di meno regolazione».

Una domanda su Berlusconi. Come uomo di governo è finito, ma il berlusconismo?

«Sì, ha impostato la domanda nel modo giusto. Lei sa, prima di tutto, che c’è una curiosa dialettica che Hegel ha già sviluppato. Hegel dice che un movimento può diventare un’ideologia universale precisamente quando il suo fondatore muore. Hegel ha in mente Giulio Cesare: dopo la sua morte, la nozione di cesarismo è diventata universale. È sempre così. La stessa cosa con Margaret Thatcher. Quando le chiesero: “Qual è il suo più grande successo?ˮ, lei rispose: “il New Labourˮ. In altre parole, il suo vero successo è consistito nel fatto che quando i laburisti salirono al potere accettarono sostanzialmente la sua impostazione economica. Per cui mentre Berlusconi esce di scena, la sua eredità di base rischia di essere silenziosamente accettata. Ma c’è un’altra ragione per cui Berlusconi è importante. Ho sempre enfatizzato il fatto che noi ci stiamo avvicinando lentamente a nuovo ordine capitalistico, che è sì autoritario ma non come il vecchio autoritarismo fascista. Il nuovo ordine somiglierà piuttosto all’Italia di Berlusconi: c’è un potere autoritario, ma sembra solo spettacolare, giocoso, ridicolo. Un potere senza dignità. Io penso che tutto ciò sia cominciato con Ronald Reagan. Mi ricordo, quand’ero piccolo, che il presidente Reagan rispondeva con autoironia se un giornalista gli poneva una domanda difficile. Lui reagiva spesso dicendo: “Senta, sono troppo stupido per rispondere a una domanda del genereˮ. Il potere non appare più incarnato da leader autoritari, ma fa finta di essere stupido come ciascuno di noi. Eppure resta sempre un potere molto forte».

Pensa che il potere contemporaneo sia esercitato in modo sempre più nascosto?

«Questo è un grande problema. Ecco perché, sebbene non nutra grandi illusioni, ho supportato persone come Manning, Snowden, Assange. La gente mi dice “Gli Stati Uniti sono clementi. Immagina un fatto come quello di Manning in Cina: probabilmente per punirlo gli avrebbero distrutto l’intera famiglia!ˮ. Ma vede qual è il punto? In Cina nessuno ha l’illusione di vivere in un Paese libero. Snowden e Manning hanno mostrato fino a che punto siamo controllati, mentre tutti pensiamo di essere liberi».

Qualche anno fa David Harvey intitolò un suo libro Spazi di speranza. Papa Francesco può aprirne uno?

«Ottima domanda, ma è troppo presto per giudicare. In realtà dipenderà da lui. Il punto è se sarà capace di imporre vere riforme alla Chiesa».

Non so se ha avuto modo di leggere il dialogo del Papa con Eugenio Scalfari…

«Sfortunatamente no. Qual era il punto cruciale»?

Il riconoscimento del primato della coscienza come peculiarità della religione cristiana.

«Sì, ho letto varie cose a riguardo. Anche se fosse un segnale retorico, mi piace comunque. E, praticamente, apprezzo anche il fatto che rifiuti lo sfarzo, che cerchi di vivere con modestia».

Se pensa che il suo primo viaggio è stato a Lampedusa… Un viaggio simbolico.

«Dà i segnali giusti. Sì, ha una forte abilità simbolica. E dovremmo averlo imparato dalla storia: i simboli contano eccome. È troppo facile dire: “Oh, ma è solo demagogiaˮ. Beh, a forza di buona demagogia, vedrai che qualcosa di positivo viene fuori».

E lei ritiene che sia soltanto buona demagogia?

«No, non lo penso. Ma il problema non è il Papa. Il problema è quanto è forte la gerarchia vaticana. Lo sa, le grandi istituzioni come la Chiesa cattolica hanno un potere tremendo. Per esempio, qui in Slovenia il Papa ha certamente giocato un buon ruolo. Lo sa che vari membri di spicco della gerarchia ecclesiastica slovena lo hanno attaccato apertamente?».

Non lo sapevo.

«Sì. Voglio dire, bisogna stare molto attenti a quello che succede nella Chiesa».

E qual era la ragione dell’attacco?

«Il Papa ha combattuto la corruzione della Chiesa slovena, rimuovendo quattro personaggi chiave della gerarchia locale. Una giornalista ha chiesto loro: “Come potete criticare il Papa? Non è forse infallibile?ˮ. Al che hanno risposto: “No, solo in questioni teologiche, ma in questioni sociali può sbagliare e qui ha sbagliatoˮ».

Estremizzando, Papa Francesco ha detto il contrario. Che quello che conta non sono tanto le ragioni della teologia, ma la carità cristiana.

«Lo vede? È una bellissima affermazione. Un momento però: io sono ateo, ma penso che la Chiesa possa giocare un ruolo davvero progressista».

Lei un anno fa ha scritto e recitato nel film Guida perversa allideologia: ritiene che esista una “questione culturaleˮ?

«L’ideologia dell’edonismo liberale non ha rivali, bilanciata solo leggermente da un ridicolo buddhismo new age… E così, tra il “goditelaˮ e lo “scopri te stessoˮ, uno dei pochi spazi di emancipazione sembra, lo dico da ateo, la Chiesa di Papa Francesco. D’altronde, ogni esperienza di collettività emancipative va celebrata».

E quali altri soggetti possono esercitare una funzione liberatrice?

«No, si tratta semplicemente diffondere questo spirito. La Chiesa, ecco il motivo per cui può giocare un ruolo positivo in Sud America, è nonostante tutto un modello, un grande collettivo estraneo – ovviamente non sempre – al controllo dello Stato e del capitale. La Chiesa può lavorare come contropotere a un certo livello. Perché è un ampio corpo collettivo, con un supporto popolare tremendo, e può alzare la voce non solo su problemi morali, ma anche su questioni politiche, come la giustizia e l’economia. Può essere estremamente importante».

* * *

Ora veniamo alle domande un po’ più personali. Come fa a scrivere così tanti libri?

«Ah, ma sa qual è il trucco? Sono totalmente libero. Tranne le lezioni in giro per il mondo (sempre meno all’università, non le sopporto), passo tutto il giorno a leggere e scrivere. Se pensa che mi pagano pure per farlo, beh, sono molto fortunato. Do alle case editrici il nome dell’istituto dove lavoro per la quarta di copertina, così sono loro stessi a spronarmi a pubblicare. Tutto qui».

La sua giornata tipica, quindi, è fatta di scrittura e lettura…

«Assolutamente. Solo questo».

Dove abita?

«A Lubiana, ma giro come un matto. Ora ho finalmente il tempo di viaggiare».

E i libri porta li con sé o tiene tutto nel tablet?

«No no no. A volte sono costretto a usare il Kindle, per i manoscritti, quando gli amici mi mandano delle bozze che ancora non sono state pubblicate. Ma sono molto tradizionale su questo, preferisco di gran lunga i libri stampati».

Glielo chiedo perché è interessante sapere come riesce a conciliare i viaggi e la scrittura.

«La cosa più preziosa che ho è il mio piccolo computer. Lo porto sempre con me, anche per i film».

A proposito, qual è l’ultimo film italiano che ha visto?

«L’ho dimenticato».

La grande bellezza di Paolo Sorrentino?

«No, ma mi hanno detto che è un grande film. Mi ricordo che un paio d’anni fa, per esempio, ho visto come tutti Gomorra di Garrone. Mi piacque vedere una mafia raccontata senza romanticismo, demistificata. Abituati poi alla “celebrazioneˮ della mafia de Il Padrino. Può darsi che la sorprenda, ma mi è piaciuto molto anche Buongiorno Notte. Un po’ semplicistico forse, ma ho apprezzato l’ambiguità che quel film cercava di trasmettere. Ma spesso quando i giornalisti mi chiedono del cinema italiano, la mia battuta collaudata – anche se c’è un fondo di serietà – è questa: dimenticate i grandi artisti degli anni Cinquanta come Antonioni, Visconti… Mi piace, come lo chiamate?».

Il neorealismo?

«No no no, cioè sì, ma non troppo. Mi piacciono i peplum, ecco. Ha presenteErcole contro…? Poi mi piacciono ovviamente gli spaghetti western e poi mi piacciono, alcune sono davvero divertenti, le commedie erotiche, quelle con Laura Antonelli o altre. In particolare, Conviene far bene l’amore di Campanile. È un film geniale. Davvero. Sa, racconta di un mondo in cui le risorse energetiche si producono in un solo modo, con l’atto sessuale, per cui la gente va a fare l’amore in laboratorio. Mi sembra un ritratto perfetto di quello che siamo diventati. È la condizione di oggi. L’amore passionale non è più proibito e ciò che ci si aspetta è divertirsi e fare sesso. Può apparire ridicolo, ma quel film è profondamente vero».

Che libri sta leggendo in questo momento?

«Forse è il momento di deluderla. A parte le nuove uscite su Hegel, sulla psicoanalisi e un po’ di teoria cinematografica, leggo molti romanzi polizieschi, anche italiani ovviamente».

Camilleri?

«Sì, ho comprato anche una serie di dvd de Il commissario Montalbano. Ma, per esempio, mi piace anche Carofiglio. Amo il fatto che i gialli possano ambientarsi ovunque. Sa, questo è uno dei migliori aspetti della globalizzazione. Un racconto poliziesco oggi può svolgersi nell’antico Egitto come nell’antica Grecia, nell’antica Roma come nella Cina di ieri o di oggi, o in Russia, ovunque. Ma, ovviamente, mi piacciono anche i romanzi scandinavi. Non solo Björn Larsson, ma anche Lars Kepler e Jo Nesbø. Quest’esplosione di gialli ovunque è un fenomeno fantastico».

E i filosofi italiani?

«Conosco Agamben, Negri, ovviamente Vattimo, Rovatti l’ho incontrato un paio di volte perché vive vicino a casa mia, a Trieste. E poi conosco, ma non di persona, Cacciari».

Per le sue letture da sinistra del pensiero negativo?

«Sì sì. Mi affascina l’appropriazione dei grandi classici del pensiero di destra da parte della sinistra. È davvero ironico. Gli unici che oggi prendono sul serio Carl Schmitt sono di sinistra».

Come se lo spiega?

«Credo che il motivo sia che lui è un pensatore dell’antagonismo radicale. Oggi la destra è sempre più un centrodestra liberale, una parte integrata nell’ordine costituito, e non accetta l’antagonismo violento».

Ma resta solo un fenomeno intellettuale…

«Certo, certo. Ecco perché non condivido la posizione di Habermas & Co. Si figuri se la sinistra flirta col fascismo solo perché legge Schmitt! Non penso ci sia nulla di pericoloso in questo».

Viene poco in Italia?

«No, lo faccio spesso. Potrebbe sorprenderla, ma mi piace di più l’Italia settentrionale. Forse sono un conservatore, ma mi piace molto il lago di Como, anche se, ok, ora è per ultraricchi. La Toscana è troppo modaiola per me».

E il Sud?

«Mi piace soprattutto la Sicilia orientale, da Taormina a Siracusa. Ma sono molto affascinato dall’entroterra. Della Sicilia mi piace questo mix pazzo di architettura normanna, islamica… E poi chi non ha letto Il Gattopardo»?

Le sarà piaciuto anche il film…

«Certo, ma mi piace di più un altro Visconti. Uno dei più bei film italiani è un vecchio melodramma con Claudia Cardinale: Vaghe stelle dell’Orsa, ma amo tutti i suoi primi film… Voglio dire che spesso mi succede di preferire i film che non sono classici: per esempio, il mio Fellini preferito è quello di Roma. Ah, ecco, ora mi sono ricordato l’ultimo film italiano che ho visto, il dvd di un vecchio film che si chiama Noi vivi, un film del ’42 tratto da un romanzo anticomunista. È un film politicamente scorretto, il primo grande ruolo di Alida Valli, un grande film. È incredibile, perché uno mentre lo vede pensa: forse dovremmo riabilitare l’Italia del ’42. Mi hanno detto che Mussolini amava molto il cinema, forse per questo il settore era relativamente aperto».

La travagliata relazione tra potere e cultura. Legge Roberto Bolaño?

«Conosco il nome, ma non so nient’altro, mi dispiace».

I suoi gusti cinematografici – Hitchcock su tutti – sono noti. Quelli letterari?

«Sono molto tradizionali. Come le dicevo, mi piace il grande modernismo».

Joyce?

«No, Joyce è troppo artificioso. Per me gli scrittori del Novecento sono tre: Kafka, Beckett e Andrej Platonov. Lo scrittore italiano che amo di più, invece, è Italo Svevo. La coscienza di Zeno dovrebbe essere obbligatorio a scuola, specie oggi che qualunque idiota apra bocca se la prende contro il fumo. È un romanzo di valore assoluto. Sa chi mi piace moltissimo anche?».

Mi dica…

«L’avanguardista, l’allievo di Schönberg, Luigi Nono… Lo sa che ho incontrato la figlia di Schönberg, la vedova di Luigi Nono, e mi ha raccontato una storia bellissima? Quando Schönberg morì nel 1951, lei e la madre si trasferirono in Europa, e Luigi Nono, allora molto giovane, si precipitò ad Amsterdam perché voleva sedurre e sposare la vedova. Questa non volle, così alla fine sposò la figlia. Il punto è che Luigi Nono voleva a tutti i costi piazzarsi sulla linea reale dei seguaci ufficiali di Schönberg. Adoro questa storia».

* * *

Per concludere, vuole aggiungere qualcosa sul libro o su qualcos’altro?

«No, solo che in questo libro ho tentato di essere un po’ più sistematico, ma tuttavia avrà notato che ho mischiato il tutto con un po’ di oscenità qui e là».

È impossibile riassumere Meno di niente, come gli altri suoi volumi d’altronde…

«Lo sa che il mio prossimo libro, da Mit Press, si chiamerà Žižek’s Jokes? Hanno collezionato tutte le barzellette e le battute dei miei libri».

Pensa che scriverà un altro libro impegnativo come l’ultimo su Hegel?

«Non così grosso, ma leggere e scrivere libri di filosofia è tutto quello che faccio adesso».

Nel 1990 si candidò alle presidenziali in Slovenia. Ha chiuso con la politica attiva?

«Sono troppo stanco. Partecipo ancora alla vita pubblica, ma adesso il mio interesse fondamentale è la filosofia».

Insomma, appassionato di fiction, ma politicamente realista.

«Sì sì sì. Assolutamente. In politica non sono né un idealista né un costruttivista postmoderno. La gente è così stupida che a volte mi prende sul serio per uno stalinista ortodosso. In realtà, odio lo pseudo-radicalismo e sono, semplicemente, un pessimista pragmatico. I miei scrittori preferiti oggi sono i conservatori intelligenti. I reazionari sono stupidi, pensano che si debba e si possa tornare indietro. Io invece credo che il compito di un intellettuale sia cogliere un problema e descriverlo radicalmente, senza offrire soluzioni a buon mercato».

“Seminare dubbi, non raccogliere certezzeˮ, diceva Norberto Bobbio.

«Bisogna fare le domande giuste. Spesso discutiamo di problemi reali, ma il modo stesso in cui li formuliamo è mistificato. Oggi più che mai è importante fare le domande giuste. Se pensa che siamo immersi in un certo tipo di crisi, ma percepiamo l’austerity come la soluzione e non come la causa della crisi… È una vera e propria mistificazione. È molto importante, oggi più che mai, fare le domande giuste».

Le interessa la teoria dei sistemi-mondo?

«Per quello che ne so, sì, certo. Sa l’unica cosa che non mi convince? Mi sembra che propongano una visione quasi divinatoria, del tipo: nei prossimi cinquant’anni la storia andrà in questa direzione, succederà questo, quest’altro e bla bla bla… Io sono troppo pessimista per ragionare su tempi così lunghi. Cioè, in un certo senso sono ammirato dal fatto che loro riescano ancora ad adottare questa visione, ma a parte gli scherzi mi piace la loro attenzione alla totalità e il fatto che non offrano soluzioni facili».

L’ultima domanda. Che cosa pensa di Twitter e di Facebook? Li usa?

«Di certo non potrei sopravvivere senza Internet. Ma non uso Twitter o Facebook, perché è una perdita di tempo. Non ho tempo per queste cose. Una volta ho pure fatto una proposta un po’ autoritaria: se qualcuno spende molto tempo sui social network significa che ha troppo tempo libero e allora lo Stato lo deve obbligare a svolgere lavori socialmente utili, tipo pulire le strade o cose del genere. Se uno sta parecchio su Twitter o Facebook, significa che ha troppo tempo libero».

È interessante come Internet per un verso permetta ai grandi capitali di muoversi a una rapidità inedita e per l’altro illuda la gente di partecipare, di contare qualcosa.

«Sì, questo è un problema gravissimo. Io però non sarei così pessimista, non penso che sia solo un’illusione. Ed è la ragione per cui le grandi compagnie e gli Stati tentano di controllare la rete in modo così pervasivo. Penso che Internet sarà uno dei grandi campi di battaglia in futuro».

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La biblioteca più antica della Liguria (del 1648) fu quella di Padre Angelico Aprosio, che, a Ventimiglia, venne chiamata Aprosiana. Successivamente, alla fine del secolo XVIII e inizio XIX, furono fondate quella di Genova (Berio, 1791) e di Chiavari (inaugurata l’8 maggio 1796, in pieno clima rivoluzionario).

Anche la biblioteca Berio di Genova nacque su ispirazione del un rampollo di una grande e nobile famiglia originaria di Porto Maurizio, trapiantata a Genova, che possedeva tuttavia nel Ponente ligure vaste proprietà olivicole: l’abate Berio fu personaggio celebre per la sua formazione culturale e soprattutto scientifica, anche nel settore delle tecniche della coltivazione agricola. Berio e i suoi eredi allargarono la consultazione al mondo dello studio. L’istituzione genovese mantenne, quindi, legami assai stretti con gli intellettuali e i ricercatori di tutta la Liguria e ancora oggi rappresenta un punto di riferimento di eccezionale valore. Famosa e importante è anche la biblioteca di Santa Margherita Ligure.

Le altre biblioteche sorsero via via nel tempo, anche se gran parte dei libri relativi alla storia ligure vi furono accolti in seguito, dal momento che le stamperie di molti testi erano localizzate a Marsiglia fin dal XVIII secolo: tra questi si ricorda una Histoire de Laigueglia di un certo Antoine Stalla, originario di Alassio e altri lavori di autori liguri di discipline diverse che venivano pubblicati e conservati anche nella Nizza sabauda sia prima che durante e dopo la fase napoleonica.

Fonte: http://www.sanremonews.it/2013/12/25/leggi-notizia/argomenti/al-direttore-1/articolo/questoggi-il-nostro-lettore-pierluigi-casalino-ci-parla-delle-piu-antiche-biblioteche-della-region.html

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Enrico Berlinguer

Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità invece, deve avere come scopo — ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio — quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova. Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

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Berlinguer con la scorta dei lavoratoriQuando Berlinguer scendeva per le strade, a fargli scorta erano i lavoratori festanti. Qualcun altro, di cui non faccio né il nome, se proprio deve scendere in strada per fare il bagno di folla (almeno in parte foraggiata con la paghetta), indossa il giubbotto antiproiettile e si fa circondare da una quarantina di guardaspalle, anche adesso che – secondo la Corte di Cassazione – avrebbe diritto al trattamento riservato ai criminali comuni.

Poi ci domandiamo il perché del distacco dalla politica. Se hai paura del popolo, prima o poi il popolo avrà paura di te (pillola di saggezza natalizia notturna).

PS: Quando gli storici dovranno decidere i nomi degli statisti del dopoguerra in Italia, il nome di Berlinguer ci sarà di sicuro, quello di Berlusconi …

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Da almeno trentacinque anni (dal liceo, purtroppo; non per il liceo, ma per i trentacinque anni) mi interesso di politica, leggo giornali, libri di storia, saggi di politica, partecipo a convegni e dibattiti, milito in associazioni e partiti politici. Da quando c’è Internet, poi, i miei orizzonti dovrebbero essersi allargati. Posso quindi affermare di essermi applicato; certo con qualche pausa, ma credo sia umano.

Eppure più vado avanti, meno capisco. Sono troppe le cose che non non mi tornano.

Ad esempio l’ostinazione nel voler proporre sistemi elettorali bipolari e maggioritari invece che proporzionali in Italia. Il bipolarismo funziona, ma solo in Gran Bretagna (a quanto pare sempre peggio perché anche loro talvolta dicono di volerlo cambiare introducendo elementi di proporzionale) e negli Stati Uniti. Quasi tutti gli altri paesi hanno dei sistemi proporzionali, più o meno corretti, e questi sistemi funzionano.

Non sarà forse che la storia di questi paesi è diversa e che la diversità dei sistemi elettorali è giustificata da un’evoluzione, da uno sviluppo sociale differente?

Gli Stati Uniti non hanno storia. O almeno non l’avevano fino a pochi secoli fa le popolazioni di origine europea che li colonizzarono. Fin dal loro inizio scelsero un sistema politico ed economico unico, il liberalismo allora nella sua fase di teorizzazione e sviluppo e coerentemente sono andati avanti per quella strada, con tutti i benefici e i costi che questo ha comportato (non è questa la sede per calcolare se i benefici siano stati maggiori dei costi o viceversa). Dato questo punto fermo, sancito nella Costituzione, questo patto sociale, con una forma repubblicana federale a partire quasi dalle origini, ecco che si può applicare un sistema elettorale maggioritario e bipolare. Nessuno dei due partiti, infatti, mette minimamente in discussione l’assetto fondamentale dello Stato. Al più, discutono di sfumature fra chi è più radicale nell’applicare rigidamente le regole del libero mercato e chi è più possibilista nel consentire, saltuariamente e in caso di estrema necessità, un intervento diretto dello Stato in economia. La differenza la fa la politica estera, la politica dei diritti umani e poche altre cose. Ogni tanto, qualche grande movimento di protesta fa cambiare leggermente la rotta e impone l’inserimento di qualche novità, ma in sostanza la minestra è sempre la stessa.

È anche curioso come il partito considerato più a sinistra, quello democratico, abbia il suo radicamento storico negli Stati del Sud, razzisti e ad economia agricola, quindi tendenzialmente più conservatori.

Incunabolo della Magna Charta

In Gran Bretagna l’evoluzione è stata lentissima, ma non dimentichiamo che la Magna Charta è del tredicesimo secolo e a grandi linee, se vogliamo, esistono ancora dei retaggi del sistema sociale feudale. Lo sviluppo del conflitto di classe portò dapprima alla contrapposizione fra nobiltà e clero, poi alla contrapposizione fra nobiltà e borghesia artigiana, infine all’alleanza fra nobiltà e borghesia industriale e finanziaria contro il partito dei lavoratori. Anche qui è stata la storia a determinare il bipolarismo, visto che le divergenze si sono appianate nel corso dei decenni.

Altrove, ad esempio da noi, la situazione storica è lievemente diversa. Soltanto centocinquant’anni fa la nostra penisola era divisa in staterelli più o meno grandi e più o meno importanti, e l’Italia era soltanto un concetto geografico o il sogno di pochi. Alcune parti del paese avevano subito la dominazione – e quindi la contaminazione culturale, contemporanea o in ondate successive – spagnola, altre quella francese, quella araba, quella austriaca (se uno dei più famosi detti della saggezza popolare è “Francia o Spagna purché se magna” una qualche ragione ci sarà…), ma contemporaneamente eravamo la patria del diritto, retaggio dell’antica Roma, la sede della religione dominante in occidente, un territorio prevalentemente montuoso che certo non favoriva gli interscambi fra le diverse popolazioni, il paese – almeno per un certo periodo di tempo, della sperimentazione artistica e scientifica -, ecc. Tutto ciò non può non aver lasciato un segno, un’impronta culturale profonda, una diversificazione nel modo di pensare fino al livello individuale. Ne è testimonianza anche lo stesso modo di produrre: da noi è prevalente la piccola e media impresa, il design, la personalizzazione; la grande impresa è una eccezione (e dobbiamo anche considerare che sia la media che la grande impresa sono nate piccole, sono cresciute per circostanze particolarmente favorevoli. Negli Stati Uniti, la grande impresa nasceva già nell’ottica di essere una grande impresa, saltando i passaggi intermedi). Aggiungiamoci che siamo arrivati a una vera e propria lingua nazionale popolare solo dopo l’avvento della televisione negli anni Cinquanta del secolo scorso, che lo sviluppo industriale non è omogeneo territorialmente, che alcune parti del paese guardano al mare e hanno vocazione commerciale, altre invece sono a economica montanara chiusa, ed ecco che ci sono gli elementi per dire che è legittimo aspettarsi una certa varietà di opinioni, aspirazioni ed interessi.

Palmiro Togliatti

Inoltre, la dittatura mussoliniana e la guerra di liberazione nazionale dal nazi-fascismo hanno creato ulteriori aggregazioni, nuovi sentimenti di appartenenza ideologica (in un discorso tenuto a Firenze nel 1944, Togliatti informava che il numero di iscritti al Partito nella federazione di Roma in quell’anno era pressoché pari a quello complessivo di tutta Italia di prima della guerra; ed eravamo solo all’inizio dell’ascesa del PCI).

A mio modesto parere, i padri Costituenti (la maggior parte dei quali la storia italiana recente aveva contribuito a farla in prima persona, non l’aveva solo sfogliata sui libri come ho fatto io), presero attentamente in considerazione la questione elettorale. Se scelsero un sistema proporzionale assegnando grande importanza al Parlamento come luogo di confronto e di scontro ci sarà stata una qualche ragione, magari anche qualcuna di quelle che ho esposto io. Confronto e scontro fra le forze della conservazione e del progresso, fra gli interessi dei lavoratori e quelli dei detentori di capitali. Confronto e scontro all’interno dei partiti rappresentati in quelle aule e nel paese. Confronto e scontro che non poteva non portare a delle sintesi, a dei compromessi di alta politica. E non a caso, sempre a mio modesto parere, la scelta del confronto e scontro nelle aule parlamentari avrebbe impedito, e ha impedito, per molti anni la personalizzazione della politica. I governi cambiavano spesso composizione e leader, ma la linea politica – giusta o sbagliata che fosse –  era stabile e duratura; guarda caso il paese è cresciuto, si è sviluppato economicamente e socialmente, sono stati riconosciuti diritti individuali e sociali fino ad allora inimmaginabili, gli italiani hanno goduto di un livello di benessere che rischia di diventare un lontano ricordo.

Si andava a votare spesso, è vero. Ma non ci vedo nulla di scandaloso. contarsi è il sale della democrazia. Il voto popolare era un indicatore puntuale dell’apprezzamento o meno delle politiche attuate, un sostegno alle decisioni, un segnale delle paure, delle speranze degli elettori, di cui tutti dovevano tenere conto. E anche il voto di opinione era rappresentato e contribuiva alla formazione del pensiero collettivo, dell’identità del paese.

Da vent’anni tutto questo è stato messo in discussione. Abbiamo provato, abbiamo visto che non funziona, allora perché vogliamo continuare su quella strada? Non mi si venga a dire che la ragione è quella della volontà popolare espressa dal referendum, dato che il risultato dei referendum viene accettato solo quando fa comodo (vedi acqua pubblica e nucleare), ma datemi degli strumenti per capire, in linguaggio semplice e chiaro. Anzi dateci degli strumenti per capire, visto che il sondaggio di opinione presentato qualche giorno fa su RAI 3 dice che il 31% degli italiani non vedrebbe male un ritorno al proporzionale. Dateci una ragione per andare a votare.

Altrimenti continuerò a perseverare nel mio errore, capace solo di ragionamenti poco sofisticati e lineari, forse ingenui.

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Auguri di buone feste!!!

Grazie all’ANPI di Grosseto, Comitato provinciale “Norma Parenti” che ha pubblicato questa vignetta.

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Una veduta di Palazzo Ducale da piazza Matteotti

Il 23 dicembre del 1339, Simone Boccanegra fu proclamato primo Doge della Repubblica di Genova.

(altro…)

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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Articolo di Gramsci, non firmato, Avanti!, ediz. piemontese, rubrica Sotto la Mole, 21 gennaio 1918

Oggi vi voglio raccontare la storia di Diamantino, come io stesso la udii, molti anni or sono, intercalata in una lunga e noiosa conferenza pacifista del professor Mario Falchi. Diamantino era un piccolo cavallo nato in una miniera carbonifera di un bacino inglese. Sua madre – povera cavalla! – dopo aver trascorso i primi e più begli anni della sua vita sulla superficie della terra, soleggiata e allietata dal sorriso dei fiori, tra i quali, garrulo e lascivetto scherza lo zeffiro – era stata adibita al traino dei vagoncini di minerale, a qualche centinaio di metri sotto terra. Diamantino fu generato così, tra la fuliggine, nel nerore dell’aspra fatica, e non vide mai, l’infelice, i fiorellini dei prati e non annitrì mai, nell’esuberanza dei succhi giovanili, ai zeffiretti profumati di primavera. E non volle neppur mai prestar fede alle descrizioni che la mamma sua gli andava, di volta in volta, facendo delle bellezze, della luminosità, dei freschi e grassi pascoli che allietano il genere equino sulla superficie sublunare del mondo. Diamantino, credette sempre di essere bellamente preso in giro dalla rispettabile sua genitrice, e morì fra la fuliggine e la polvere di carbone, convinto che le stelle, il sole, la luna fossero fantasmi nati nel cervello un po’ tocco della stanca e affaticata trainatrice di vagoncini.

Ebbene, sì, noi siamo tanti Diamantini, ma non «noi uomini» per rispetto alla pace perpetua, come voleva nella sua conferenza il professor Mario Falchi; ma «noi italiani» per rispetto a una ben più umile e modesta forma di convivenza civile: la libertà individuale, la sicurezza personale, che dovrebbe essere assicurata a tutti i cittadini dal regime individualista borghese.

Ci agitano davanti agli occhi lo spettacolo pauroso dello sfacelo sociale in Russia, dei liberi cittadini russi in balia a tutte le aggressioni, non sicuri dei loro averi, vaganti nelle boscaglie, ricoperti i corpi scheletriti di cenciame, strappantisi vicendevolmente le radici per potersi sfamare. E vi contrappongono la nostra libertà, la nostra sicurezza.

Ma noi siamo come Diamantino. La nostra sicurezza, la nostra libertà, non l’abbiamo mai viste. Ci parlano di un mondo che non abbiamo mai visto, dove non abbiamo mai vissuto.

[quarantadue righe censurate]

Abbiamo sentito dire che questa libertà, questa sicurezza sono in altri paesi garantite ai cittadini: ne abbiamo notizia dai libri e dai giornali, persone di assoluta fiducia ce l’hanno confermato, alcuni di noi lo hanno potuto constatare durante i loro pellegrinaggi forzati all’estero. Ma nel nostro paese? Per il nostro paese noi rimaniamo nello stato d’animo di Diamantino: ci pare sentire descrivere un paese incantato, di sogno, abitato da chissà quali miracolose creature della fantasia. La libertà, la sicurezza? Non riusciamo, sperimentalmente, a rappresentarcele: sono il mito, la favola, l’Eden cui tendiamo quando, in una delle poche notti dell’anno, dopo non aver avuto nella giornata e nella sera alcuna seccatura, dormiamo tranquilli e il magico sogno ci fa vivere in mondi ultraterreni.

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Emiliano Deiana
cagliari.globalist.it

Non è semplice fare una valutazione serena ed equilibrata sul Movimento dei Forconi.

È una cosa molto variegata che non si rassomiglia in nessuna parte d’Italia. In alcuni casi pacifica e colorata, in altri casi tetramente violenta ed minacciosa.

(altro…)

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Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 9 dicembre 2013

A meno di sei mesi dalle ele­zioni euro­pee, torna l’incubo dell’ “idrau­lico polacco”, sotto le spo­glie del “lavo­ra­tore distac­cato low cost”, una forma di dum­ping sociale che rischia di favo­rire l’estrema destra e l’anti-europeismo nei paesi ric­chi, men­tre diventa “una forma di schia­vitù moderna” secondo i sin­da­cati per i paesi più poveri della Ue. Ieri a Bru­xel­les i mini­stri del lavoro dei 28 paesi Ue hanno tro­vato un com­pro­messo per modi­fi­care la diret­tiva che dal ’96 regola la situa­zione dei lavo­ra­tori distac­cati (che non vanno con­fusi con gli immi­grati), anche se la pre­si­denza lituana del Con­si­glio euro­peo ieri sera non ne aveva ancora pre­ci­sato i con­torni (sette paesi hanno votato con­tro). La diret­tiva era stata appro­vata in seguito all’entrata di Spa­gna e Por­to­gallo, ma prima dell’allargamento a est: nata cioè per evi­tare il dum­ping sociale dei due paesi con salari più bassi della media euro­pea, si è para­dos­sal­mente tra­sfor­mata in un’arma che ha favo­rito il lavoro low cost, con l’allargamento a est del 2004 e del 2007, e a causa della crisi eco­no­mica. Negli ultimi anni, il numero dei lavo­ra­tori distac­cati è esploso (uffi­cial­mente sono 1,5 milioni nella Ue, ma il loro numero è sot­to­va­lu­tato) e soprat­tutto gli abusi si sono mol­ti­pli­cati, al punto che la Ces (Con­fe­de­ra­zione euro­pea dei sin­da­cati) ha denun­ciato “un’Europa sociale a due velo­cità”. Ogni paese ha cer­cato di espor­tare la pro­pria disoc­cu­pa­zione, in una rin­corsa al low cost sala­riale. In nome della libertà di cir­co­la­zione delle per­sone, Gran Bre­ta­gna, Irlanda e un fronte dei paesi dell’est (che espor­tano lavo­ra­tori low cost) non vogliono modi­fi­che alla diret­tiva (ma la Polo­nia alla fine ha votato a favore del com­prom­sesso), men­tre Fran­cia, Ger­ma­nia, Ita­lia, Dani­marca chie­dono più regole, mag­giori con­trolli e la pos­si­bi­lità di ren­dere penal­mente respon­sa­bile chi affida atti­vità lavo­ra­tive a società che impor­tano forza lavoro. Nel 2005, con la “diret­tiva Bol­ke­stein”, che avrebbe per­messo di assu­mere a livelli sala­riali del paese d’origine, c’era stato un ten­ta­tivo di “alleg­ge­rire” la diret­tiva del ’96: la Bol­ken­stein non era pas­sata, ma nei fatti è una sua ver­sione sel­vag­gia che è all’opera oggi, attra­verso i nume­rosi abusi.

La diret­tiva del ’96 mirava a rego­la­men­tare la situa­zione dei lavo­ra­tori tem­po­ra­nea­mente distac­cati, che devono otte­nere delle con­di­zioni di lavoro eguali a quelle del paese dove sono inviati (in ter­mini di sala­rio minimo quando esi­ste, di pro­te­zione con­tro gli infor­tuni ecc.), men­tre i con­tri­buti con­ti­nuano ad essere pagati nel paese d’origine. Ma gli abusi si sono mol­ti­pli­cati: cit­ta­dini assunti da una società stra­niera per essere pagati meno, finte buste-paga per stra­nieri che rice­vono il sala­rio minimo solo sulla carta, men­tre sono obbli­gati a pagare vitto e allog­gio a prezzi esor­bi­tanti, lavoro nel fine set­ti­mana e straor­di­nari mai pagati, frodi invi­si­bili rea­liz­zate attra­verso la catena dei subap­palti, ecc. In Ger­ma­nia, per esem­pio, dove finora non c’è un sala­rio minimo, dei lavo­ra­toti dell’est sono assunti a salari strac­ciati nei macelli, cosa che ha finito per distrug­gere la con­cor­renza fran­cese (di qui una delle ragioni delle pro­te­ste dei “ber­retti rossi” della Bre­ta­gna). Il primo mini­stro belga, Elio Di Rupo, di recente ha denun­ciato il caso di “un impren­di­tore, che è stato preso per­ché faceva lavo­rare 60 por­to­ghesi per un sala­rio di 2,06 l’ora, una cosa asso­lu­ta­mente inac­cet­ta­bile”. I set­tori dove il lavoro low cost è più pre­sente sono l’edilizia, l’agricoltura e la ristorazione.

Finora, la Corte di giu­sti­zia euro­pea ha sem­pre favo­rito la “libera cir­co­la­zione”, nella ver­sione della “libera pre­sta­zione di ser­vizi”: nel 2007, dei mari­nai fin­lan­desi, che con­te­sta­vano l’immatricolazione dei ferry in Esto­nia, ave­vano perso la causa; i sin­da­cati sve­desi erano stati con­dan­nati per aver cer­cato di bloc­care l’attività in Sve­zia di una ditta let­tone di lavori pub­blici, che assu­meva a con­di­zioni lavo­ra­tive bal­ti­che; il Lus­sem­burgo, addi­rit­tura, è stato con­dan­nato nel 2008, per essere stato troppo gene­roso nella tra­spo­si­zione della diret­tiva del ’96, per­met­tendo di pagare ai lavo­ra­tori stra­nieri distac­cati sti­pendi oltre il sala­rio minimo. In Fran­cia, c’è stata una denun­cia nel 2011, da parte di lavo­ra­tori polac­chi del can­tiere di costru­zione del reat­tore nucleare di Fla­man­ville, che ave­vano un con­tratto scritto in inglese, assunti in subap­palto da una società irlan­dese scelta dal gigante Bouy­gues, pagati via Cipro.

José Manuel Bar­roso aveva pro­messo di affron­tare il pro­blema durante il suo secondo man­dato. La Com­mis­sione ha chie­sto pero’ alla Fran­cia, che è il paese più deter­mi­nato sulla que­stione, di essere “ragio­ne­vole” e di accet­tare un com­pro­messo. Per il com­mis­sa­rio al lavoro, Laszlo Andor, “uno dei pro­blemi della Fran­cia è il livello dei con­tri­buti, che è il più alto d’Europa”.

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La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.

Enrico Berlinguer

Questa frase fu pronunciata da Enrico Berlinguer oltre trent’anni fa. A posteriori è facile dire che aveva ragione e che aveva visto lontano e che l’attuale situazione della politica riflette lo sfascio di un sistema che – forse -, se si fossero presi adeguati provvedimenti per tempo, avrebbe potuto essere salvato.

Ma la visione di Berlinguer fu presa alla leggera e il problema si è incancrenito. La commistione fra politica e poteri forti, economici e non, è sotto gli occhi di tutti. E rende facile il ricorso ai populismi di diverso genere, dall’iniziale “Roma ladrona” della Lega (e abbiamo visto come è andata a finire) a quello attualissimo dei pentastellati con la caccia agli scontrini, passando per la “discesa in campo” dell'”unto dal Signore”.

Che si sia abusato di alcune prerogative e di privilegi, è vero; nessuno lo vuole e lo può nascondere. Ma è altrettanto vero come ben altro sia il problema reale. Ai tempi di Berlinguer si cominciavano a vedere i “ras” di quartiere circondati dal loro stuolo di adulatori e di questuanti, e la classe politica iniziava a trasformarsi: da uomini se non altro di pensiero o di azione politica, sindacale, sociale, si passava a vere e proprie macchine elettorali, a procacciatori di voti, non importa a quali condizioni. I partiti cessavano la loro funzione di organismi di selezione della classe dirigente per trasformarsi in dispensatori di favori. È ovvio che questo processo è stato lungo e non ha avuto per tutti la stessa tempistica: qualcuno vi si è adattato prima e meglio. Anni fa, avendo rincontrato per caso un vecchio compagno di scuola, decidemmo di andare a mangiare un boccone assieme. Vi erano appena state le elezioni per il rinnovo di tutte le componenti del Comune e lui, da ex democristiano, passò tutto il tempo della pausa al telefonino a dare istruzioni per gli spostamenti e gli incarichi dei consiglieri di circoscrizione (allora erano, se non ricordo male, tredici) in tutta la città. Tutto a memoria e tutto senza sbagliare un nome, un consiglio, un risultato in termini di voti presi. Per me una noia mortale, ma anche una lezione su come si fa politica in un modo molto diverso dal mio.

Tornando al discorso centrale, non fu a caso che proprio in quegli anni iniziarono i percorsi di “modernizzazione” della politica, con progetti di trasformazione in senso maggioritario della legge elettorale, con l’inizio dell’abbandono dei grandi quadri di riferimento ideale basati su valori universali e il passaggio a tematiche più spicciole quali la governace e la governability. Ora, lasciando stare il fatto che la modernizzazione di per sé non necessariamente ha valenza positiva, occorre domandarsi il perché di questa volontà quasi unanime di cambiamento e contemporaneamente perché proprio in quegli anni e tutte assieme iniziarono le campagne di limitazione e annullamento delle conquiste dei lavoratori. 

Per ora voglio lasciare questi interrogativi senza un tentativo di risposta da parte mia, in attesa dell’esito delle primarie del PD, partito che dovrebbe essere chiamato ad affrontare – pena ulteriore perdita di credibilità – al più presto la questione. Credo, inoltre, che una risposta implicita a questi quesiti possa essere trovata in un’altra frase “inascoltata” di Berlinguer, pronunciata diversi anni prima di Tangentopoli, durante l’ascesa di Craxi:

La cosa che mi preoccupa in Bettino Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al potere per il potere.

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Dalla trasmissione RAI La storia siamo noi dell’8 febbraio 2011.

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Presidio di Libertà e Giustizia a sostegno della magistratura e della costituzioneOccorre oggi la più forte mobilitazione unitaria per rilanciare la legge elettorale proporzionale costituzionale

di Andrea Catone

La sentenza della Corte costituzionale in merito alla legge elettorale – soprattutto se nelle sue motivazioni mette in discussione il principio del premio di maggioranza e non solo l’assenza di una soglia-limite perché esso scatti (cioè se mette in discussione il sistema della legge-truffa e non solo l’entità abnorme della stessa) – apre nuovi spazi all’iniziativa politica per la difesa e il rilancio della Costituzione repubblicana, che, lungi dall’essere “vecchia” e “superata”, costituisce la base per il programma di un fronte democratico-popolare fondato sulla riappropriazione della sovranità nazionale, l’intervento pubblico con forti elementi di programmazione/piano in economia sotto controllo popolare, con la creazione o riattivazione di istituti di nuova democrazia quali i consigli di fabbrica e di zona, i comitati e la rete di comitati per i “beni comuni”…

La riconquista della legge…

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