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Archive for gennaio 2014

Sogno (maggio 1919)

Il mio cuore riposa vicino alla fonte fredda.

(Riempila dei tuoi fili,
ragno dell’oblio)

L’acqua della fonte gli diceva la sua canzone.

(Riempila dei tuoi fili,
ragno dell’oblio)

 Il mio cuore sveglio diceva i suoi amori.

(Ragno dell’oblio,
tessi il tuo mistero.)

L’acqua della fonte lo ascoltava cupa.

(Ragno del silenzio,
tessi il tuo mistero.)

Il mio cuore scivola sulla fonte fredda.

(Mani bianche, lontane,
trattenete l’acqua.)

E l’acqua lo porta via cantando d’allegria.

(Mani bianche, lontane,
non resta nulla nell’acqua.I

 

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Il “pas de poisson”

Nella danza esistono innumerevoli passi che prevedono il sollevamento della ballerina da parte del partner maschile, chiamato quindi per l’occasione “porteur”. Uno di questi passi è visibile, in forma statica, nella immagine qui a destra.

Nel sottostante filmato (rugbystico) assistiamo alla nascita di un altro “passo” che, se verrà codificato, entrerà nel repertorio tersicoreo. Chiaramente l’espressione artistica è ancora da migliorare, così come la coreografia complessiva, ancora un po’ disordinata, ma siamo ancora in fase embrionale. Inoltre, fra la ballerina effigiata a destra e il figurante scelto nel filmato appaiono evidenti differenze fisiche, in particolare alla voce peso: la ballerina arriverà forse a cinquanta chili, l’omone che salta supera abbondantemente i cento.

Dal filmato si può notare anche come il passo sia piaciuto, visto che è stato ritentato una seconda volta.

Propongo di chiamare questa figura artistica “pas de pilon”, pur essendo consapevole che pilone in francese si dice “pillé”. Ma “pas de pilon” è più chiaro e suona meglio.

Il protagonista della vicenda è Tendai Mtawaira (quello sotto, il porteur), pilone sudafricano della squadra degli Sharks. Chissà come mai i suoi tifosi lo hanno soprannominato affettuosamente “the Beast”, la bestia… Di sicuro, possiamo augurargli, a conclusione della carriera rugbystica, una seconda giovinezza sui palcoscenici di tutto il mondo.

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Un altro grande della musica che se ne va. A 94 anni si è spento Pete Seeger, grande folk singer americano.

Ha ispirato, fra gli altri Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen (e scusate se è poco…).

Voglio ricordarlo con un brano recente, dal concerto tenuto alla presenza di Barack Obama nel 2009 con Bruce Springsteen e moltissimi altri musicisti. Il brano è This Land is My Land. Nel seguito l’articolo uscito oggi su La Repubblica.

Addio a Pete Seeger, l’uomo che ha spinto il folk nel cuore dell’America (e di Springsteen)

È morto a New York a 94 anni. Era stato uno dei principali autori della riscoperta del blues e della musica popolare americana. Attivista politico ed ecologista, negli anni Cinquanta era finito nelle liste del maccartismo

Andrea Silenzi, La Repubblica, 28 gennaio 2014

Pete Seeger, l’autore di “Turn, turn, turn” e “If I had a hammer” è morto all’età di 94 anni. Il cantautore americano, assieme a Woody Guthrie uno dei maggiori esponenti del folk americano, è deceduto in un ospedale di New York dopo una breve malattia.

Attivista politico, sostenitore dell’area più radicale della sinistra americana, era uno dei massimi autori della canzone di protesta degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopo aver conquistato la fama assieme al gruppo The Weavers, fondato nel 1948, continuò come solista nel corso di una carriera lunga sei decenni. Ecologista, fu anche un paladino inarrestabile di tante battaglie in difesa dell’ambiente.

Pete (vero nome Peter) Seeger era nato a New York il 3 maggio del 1919, figlio del musicologo Charles Seeger, uno dei primi ricercatori nel campo della musica orientale. Cresciuto in una famiglia di artisti (anche i suoi fratelli Mike e Peggy erano musicisti e cantanti), nella seconda metà degli anni Trenta lascia l’università (aveva iniziato a studiare a Harvard) e inizia a suonare in maniera professionale abbracciando la strada del folk singer, influenzato sopratutto dal pioniere della riscoperta del blues e della musica popolare americana, Alan Lomax. Ma soprattutto, alla fine degli anni Trenta, incontra Woody Guthrie, con il quale intraprende un lungo viaggio attraverso l’America e durante il quale si confronta con l’anima più popolare della musica americana.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Seeger partecipa alla nascita di un’organizzazione chiamata People’s Song Inc. (PSI), nata con lo scopo di diffondere le canzoni dei propri associati. Per trovare fondi, il PSI organizza spettacoli folk chiamati “hootenanny”, che diventano poi molto celebri nei primi anni 60, in coincidenza con il grande revival del folk. La costante attività politica e la sua dichiarata fede comunista causano a Seeger numerosi problemi nell’epoca del maccartismo (viene anche condannato a un anno di prigione, ma trascorre solo pochi giorni in galera) senza peraltro frenarne l’attività.

Il successo arriva con il debutto dei Weavers, nel 1949, che diventano un elemento decisivo per il fenomeno del folk revival. Le sue canzoni si trasfromano in autentici inni pacifisti, spesso ripresi da altri artisti: a parte “We shall overcome”, la vera colonna sonora delle marce per la pace per tutti gli anni 60, vanno ricordate “Where have all the flowers gone?”, portata al successo nel 1962 dal Kingston Trio, e “Turn turn turn”, che alla fine del 1965 trascina i Byrds ai primi posti delle classifiche. Rimane celebre il suo attacco al presidente Lyndon Johnson e alla sua politica militare durante il programma tv “Smothers Brothers Show” dove Seeger canta anche quella che è una delle prime canzoni contro la guerra nel Vietnam, “Waist deep in the big muddy“ (“Giù fino al collo nel grande pantano”).

Le canzoni e l’impegno di Seeger hanno esercitato una grande influenza su molti artisti, da Bob Dylan e Joan Baez fina Bruce Springsteen. Proprio il Boss, nel 2006, ha inciso l’album “We shall overcome. The Seeger sessions”, interamente dedicato alle canzoni del grande folksinger. Nel 1996, Seeger era stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, mentre nel 1997 si era aggiudicato un Grammy. Nel 2009, in occasione del suo novantesimo compleanno, il Madison Square Garden ospitò un grande concerto in suo onore cui presero parte, tra gli altri, Eddie Vedder, Dave Matthews, Ani DiFranco e Bruce Springsteen. Sempre nel 2009, Seeger partecipò al Lincoln Memorial Obama Inaugural Celebration Concert, ancora una volta insieme a Bruce Springsteen.

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MONI OVADIA RACCONTA…

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Fra le tante domande che l’umanità si pone (Siamo soli nell’universo? Perché esisto? C’è vita dopo la morte?) ve n’è una particolarmente importante che sarà destinata a rimanere senza una risposta definitiva: perché Togliatti scriveva con l’inchiostro verde?

Dice infatti l’iconografia del leader comunista, che Togliatti scriveva con una penna stilografica caricata rigorosamente con inchiostro verde. Un vezzo curioso per un leader tutto d’un pezzo, completamente dedito alle cause del suo partito e dell’Italia, da alcuni considerato una forma di snobismo. Ma era solo snobismo o c’era qualche ragione più profonda e ancora oscura, sulla quale mi riprometto di fare luce in questo post?

Innanzitutto, anche qualora si fosse trattato banalmente di un vezzo, non ci sarebbe nulla di male. Un uomo può avere delle debolezze e dei vizi, specie se innocui come questo. Non dovremmo stupircene, soprattutto dopo che, da parte di esponenti anche illustri della classe politica, specie nel recente passato, ne abbiamo viste di tutti i colori, in particolare da sedicenti statisti. E a Togliatti, che invece statista lo era veramente, possiamo perdonare qualche estrosità.

All’argomento Massimo Caprara, uno che lo conosceva bene per esserne stato stretto collaboratore per una ventina d’anni, ha dedicato persino il titolo di un libro, L’inchiostro verde di Togliatti, nel quale ci informa che “Il Migliore” utilizzava questo solo per gli scritti di argomento culturale, Ma, al di là del titolo, il libro narra le vicende di un leader politico attento ai temi dello sviluppo intellettuale e non scioglie l’annoso quesito. E quindi, quali potrebbero essere le ragioni di fondo che spinsero Togliatti a optare per l’inchiostro verde, indipendentemente dall’utilizzo limitato o meno alle sole pagine di argomento culturale? A mio avviso possono essere sostanzialmente due:

  1. Togliatti, è noto, soffriva di miopia fino dalla giovinezza. All’inizio della Prima guerra mondiale venne riformato dall’esercito proprio a causa della vista. Da interventista coerente qual era, si offrì volontario per la Croce Rossa Italiana, in modo da poter essere il più vicino possibile al fronte. Nel 1916, quando la carenza di carne da cannone iniziava a farsi sentire e, di conseguenza, vennero rivisti verso il basso i criteri di idoneità al servizio militare, il nostro venne arruolato nell’esercito, in fanteria prima, nel 2° reggimento alpini poi, Fece domanda per la Scuola allievi ufficiali di Caserta, ma non poté concludere il suo iter a causa del riacutizzarsi di una malattia ai polmoni. Lo scrivere in verde poteva rappresentare, quindi, un mezzo per stancare meno la vista, in un’epoca in cui si scriveva ancora prevalentemente a mano, specie trattando argomenti lunghi e complessi, che richiedevano continue riletture e riscritture. E Togliatti scriveva molto, oltre alle comunicazioni interne, articoli per Rinascita, per l’Unità, lettere, appunti, ecc. Anche oggi, nell’era dei computer vi sono persone che preferiscono configurare il monitor con il colore di sfondo verde.
  2. Immagino che il segretario di un grande partito come era quello comunista abbia sulla sua scrivania pile e pile di comunicati, di note, tanta carta da smaltire quotidianamente, Ecco allora che un sistema per poter selezionare, a prima vista, i propri lavori da quelli degli altri, diventa essenziale. Chiunque abbia visto un legal thriller americano al cinema o in televisione ha potuto notare che gli avvocati spesso usano, per prendere appunti, blocchi note di colore giallo. In questo caso, il colore serve per distinguere gli appunti e le considerazioni dalle fotocopie (che invece sono su normali fogli bianchi). E ancora, in molti uffici si usa scrivere con un carattere e con dimensioni del carattere ben precise, proprio per poter riconoscere immediatamente la documentazione interna da quella proveniente da altre fonti. Questa malizia fa parte di quella tecnica che si chiama lettering.

Ed ecco quindi la risposta al vitale quesito: Togliatti, per necessità fu uno degli antesignani del lettering. Se successivamente questa pratica divenne un vezzo è, francamente, totalmente irrilevante.

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Il 27 gennaio 1945, l’Armata Rossa – più precisamente la 60ª armata del Primo fronte ucraino – arriva nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco: Aushwitz). Le avanguardie più veloci, al comando del maresciallo Konev, raggiungono il complesso di Aushwitz-Birkenau-Monowitz. Verso le ore 15.00 i soldati sovietici abbattono i cancelli del campo di sterminio e liberano circa 7.650 prigionieri.

Elenco parziale delle vittime dei campi di concentramento nazisti:

  • 5.6-6.1 milioni di ebrei;
  • 3,5-6 milioni di civili slavi;
  • 2.5-4 milioni di prigionieri di guerra;
  • 1-1,5 milioni di dissidenti politici;
  • 200-800 mila tra Rom e Sinti;
  • 200-300 mila portatori di handicap;
  • 10-250 mila omosessuali;
  • 2 mila testimoni di Geova.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

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Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli,
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

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Chi, a parte i troppo giovani, non ricorda il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ai mondiali di calcio vinti dall’Italia nel 1982? E il servizio della Rai sul viaggio di ritorno con la mitica partita a carte fra Pertini e Zoff da un lato e Bearzot e Causio dall’altra?

Vinsero Bearzot e Causio.

Pertini era infatti un grande appassionato del gioco dello scopone, che giocava nella versione con quattro carte scoperte ed eventuale scopa finale. Ma che tipo di giocatore era? La domanda – che entra sicuramente nel novero di quelle escatologiche – vale una ricerca bibliografica e su Internet.

(altro…)

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Al summit di Rio +20, il presidente dell’Uruguay Mujica, tenne questo storico discorso, ovviamente snobbato dai nostri media.

Tanto per ricordare chi è Mujica, basti dire che dei suoi emolumenti trattiene solo l’equivalente di 485 dollari americani, devolvendone 7500 in beneficenza ogni mese, continuando a vivere in una vecchia fattoria senza nemmeno l’acqua corrente. Si è fatto quattordici anni di carcere per aver fatto parte dei Tupamaros, gruppo combattente per la liberazione del suo paese.

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Don Andrea GalloL’ultimo libro di don Gallo, da molti definito – secondo me, giustamente – il suo testamento, ripercorre tutto il pensiero e l’opera di questo “prete di strada”, amato e odiato, ma mai indifferente.

Una storia – quella di don Gallo e quella di Fabrizio De André – che non poteva nascere che a Genova, fra i suoi caruggi, rappresentazione di un microcosmo che in pochi isolati racchiude tutte le contraddizioni del mondo, dalla magnificenza degli antichi palazzi al ghetto per i travestiti, dai negozi luminescenti al degrado della prostituzione, dai centri nevralgici del potere cittadino allo spaccio di stupefacenti, dalle banche ai “barboni”. Ma si sa: “Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior”…

Intanto, già il sottotitolo è di per sé una provocazione: Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta. Ma si tratta di una provocazione intelligente, quella di un prete che ha fatto della strada la sua università e dell’accoglienza agli ultimi la sua missione. Un prete che spesso ha pestato i piedi ai benpensanti e allo stesso conformismo della Chiesa, pur obbedendo ai precetti cristiani, o forse proprio per l’obbedienza ai precetti cristiani. (Su questo argomento ho già scritto, per cui non voglio dilungarmi oltre). Un prete che ha come bussole i Vangeli e la Costituzione. Un prete che legge Gramsci più che San Tommaso, forse.

La copertina del libro
Edizioni Piemme, € 15,00

Don Gallo parte da dodici canzoni di De André (Crêuza de mä, Smisurata preghiera, Bocca di rosa, Prinçesa, Andrea, Anime salve, Il testamento di Tito, Amico fragile, La guerra di Piero, Don Raffaè, La canzone del maggio, Il pescatore, ognuna contrappuntata da una illustrazione di Vauro Senesi), ascoltando le quali dipana le sue meditazioni notturne. E ce lo immaginiamo, di notte, seduto davanti al computer a rispondere alle mail o ai post su FaceBook, mentre canta a squarciagola, le cuffiette dell’MP3 nelle orecchie,

Canzoni scritte in periodi diversissimi della vita del cantautore genovese, quasi a testimoniare una coerenza di pensiero e una sensibilità che si dipanano nel corso di tutta una vita. Ne risulta una narrazione rapida, un discorso diretto al lettore, quasi come l’autore fosse presente a raccontare. Attraverso la narrazione dell’uomo Fabrizio, impariamo a conoscere il poeta Fabrizio, e viceversa; attraverso le riflessioni del prete don Gallo scopriamo Andrea, l’uomo che indossa la tonaca come un’arma per smuovere le coscienze pigre, per trasmettere la sua visione del mondo, vicina al cristianesimo delle origini.

Su una parola insiste molto don Gallo: amore; amore per l’uomo individuo e membro di una comunità, per l’uomo abbandonato e derelitto, per l’uomo che ha una sessualità o anche un corpo che lo imprigiona, per l’uomo che non trovando sfogo alla sua rabbia fa del male a se stesso.

Ma non solo, dalla lettura viene fuori un quadro della politica, sia locale che nazionale, quantomeno sconfortante. Vedere come, dall’entusiasmo costruttivo dei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, da quel capolavoro di sintesi costruttiva che è la Costituzione Italiana, espressione di valori di libertà, uguaglianza e giustizia solidale, si sia passati al più gretto egoismo e menefreghismo di oggi, dovrebbe scatenare la volontà rivoluzionaria – una rivoluzione pacifica, senza armi – in coloro che ancora non si sono arresi. Ecco, don Gallo è un prete “militante”, se diamo alla parola militante il significato di “colui che da della contraddizione tra fatti e valori una questione personale” (partendo da una felice sintesi di Mario Albertini).

Non mi resta che concludere con un’ampio estratto dal primo capitolo: “Caro Faber. la speranza non molla. Ascoltando Crêuza de mä”. Anzi, già che ci siamo, ascoltiamolo anche noi.

La rabbia del giovane Fabrizio

Fabrizio de André negli anni Sessanta

Negli anni Sessanta ero viceparroco alla Madonna del Carmine, a ridosso di via del Campo e a cinquanta metri dal Liceo Colombo, il secondo della città. Era scritto che i nostri destini dovessero incrociarsi. In quel periodo, mio cugino Giacomino Piana, anch’egli prete, insegnava religione. Fabrizio era suo allievo, in terza liceo. Un giorno mio cugino mi fece leggere uno scritto furente proprio di Fabrizio De André, allora diciassettenne.

La settimana prima, uno studente si era suicidato e la parrocchia, ahimè, aveva rifiutato i funerali religiosi. Il fatto scatenò l’esigenza di verità del giovane che prese carta e penna dando forma ai suoi dubbi, alle sue perplessità. Perché la chiesa, annunciatrice del vangelo, madre dell’umanità, rifiutava i funerali? Non avrebbe dovuto essere, lei per prima, maestra dell’accoglienza e dell’abbraccio misericordioso a ogni essere vivente?

Lessi quella lettera di protesta e non potei che stare da quella parte. perché quella parte mi diceva in modo assai severo che colui che si suicida scommette su di sé un costo troppo alto per poter essere giudicato da chi resta. Il suo dolore è talmente grande che semmai va compreso, non certo condannato.

Chi siamo noi per giudicare le motivazioni intime e nascoste che stanno dietro un atto così brutale e personale come il suicidio? E perché la chiesa si prende, a volte, il diritto di esercitare una potestà giudicante sulle vicende nascoste e segrete dell’animo umano? Nel dicembre del 2006, ricordo con tristezza quando il cardinale Camillo Ruini, allora vicario di Roma, presa la sofferta decisione personale di non autorizzare i funerali religiosi per Piergiorgio Welby. Mi chiedo, oggi, se si sia mai pentito. Se si sia accorto di quante forzature ideologiche, non solo ai fedeli di matrice cattolica, abbia procurato con una decisione molto discutibile sul piano umano e teologico, perché lontana dalla misericordia annunciata nel Vangelo.

Il suicidio come ultima arma dei sofferenti d’animo.Accadde allo stesso Tenco: non ce la fece a reggere il peso del suo sogno stroncato. Fu durante un Festival di Sanremo, tristemente macchiato dal sangue. Nel 1963, qualche anno prima, anche Gino Paoli aveva tentato il suicidio che, per fortuna, non ebbe esiti letali.

L’incessante ricerca di quei ragazzi per il bene comune (allora si diceva lotta politica) nascondeva una spiritualità viva, diversa, forse ansiosa, ma liberante. Che nulla ha da spartire con la religiosità, ma che attraverso la creazione di un testo o di una musica riusciva a tramutarsi in un impegno etico forse potenzialmente superiore alla religione stessa.

Sono i cammini personali che m’interessano come pastore d’anime. E se i preti ancora non hanno capito questa lezione così disarmante e semplice, è meglio che cambino subito mestiere. Gesù è venuto sulla Terra per salvare l’uomo, non per giudicarlo e metterlo in castigo. E, credo, anche per cantare una canzone di De André.

Il vangelo di Faber

I lontani, gli esclusi. i reietti del pianeta. L’immaginario di De André era questo. E come potevo io, prete di strada, non esserne coinvolto? Ricordo quel che Fabrizio disse una volta in un’intervista: «ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».

Le due direzioni che docilmente proponeva Fabrizio sono per me, da sempre, le vie del Vangelo. Il libro sacro dei dimenticati. La sua chitarra rappresenta, ancora oggi, la cetra di Davide e il flauto dei Salmi. Una dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana.

Anzi, non credo di essere irriverente se dico ad alta voce che, insieme ai vangeli canonici, il mio quinto vangelo è quello laico di De André. Il quale amava ripetermi ogni volta che mi incontrava: «caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuol mandare in paradiso per forza».

Con Faber ho accolto a braccia aperte la mia Genova. Quella dei carruggi, di via del Campo, del porto vecchio. Quella bellissima di Crêuza de mä. Crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare in salita delimitata da mura, spesso di due confinanti, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’immediato entroterra, in realtà è diventata davvero la mulattiera di mare dove il vento ha adagiato il mio sale di uomo e prete. L’antico genovese, la lingua della Repubblica di Genova con la quale è stata costruita l’intelaiatura letterale di uno dei più grandi dischi di musica mediterranea degli anni Ottanta, non solo è il condensato della mia vita di genovese convinto, ma è anche un esperanto dove le marginalità e le diversità si scambiano idiomi e tradizioni nella convinzione che nulla dell’altro è da buttar via.

Crêuza de mä, con le sue combinazioni fonetiche di parole provenienti dall’arabo, dal greco, dallo spagnolo, dal francese, è la prova vivente che l’alterità è un valore aggiunto.

Genova, capitale del mare e dei migranti, dei viandanti e dei marinai.

Genova, capitale della frittura di pesciolini bianchi di Portofino e di pasticcio in agrodolce di lepre di tegole, dove le ragazze odorano di buono e puoi guardarle senza preservativo.

Genova capitale di un Mediterraneo che attraverso la primavera araba sembra aver trovato la chiave di volta per immaginare di nuovo il suo futuro, tra cooperazione, nuove libertà politiche e religiose, e un’economia che all’altalena della borsa preferisce il pane fatto in casa e le litanie laiche e civili dell’amore e della democrazia.

Crêuza de mä mi fece di nuovo innamorare della mia città come poche volte. Provengo dal mare, lo conosco e mi ci adatto a ogni stagione della mia vita, ma questo bel Mediterraneo mi sbuffa in faccia le sue onde cariche di storie di uomini veri ogni giorno di buon maestrale. Pescatori e marinai, viaggiatori di mille leghe sotto i mari, immigrati e clandestini. Credo a un’Europa fatta da colori e tradizioni diverse. Credo in un’Europa plurale!

Lo dissi anche a Umberto Bossi due anni fa, ex leader della Lega Nord, quando, per risolvere i problemi legati all’ondata di migrazioni che stavano interessando in quei giorni l’Europa a seguito dei disordini in Libia, Egitto e Tunisia, propose di mandare i profughi in nord Europa. Magari a calci nel sedere.

È tutto inutile, caro Bossi. nessuno può fermare i migranti. Essi peregrinano per le terre del sole e del mare perché hanno fame. È come un fenomeno sismico, non possiamo fermarli. L’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere, in particolare per l’Italia, che per la sua posizione è come un ponte sul Mediterraneo, un mare chiuso eppure, da sempre, aperto a tutti i viaggiatori e a tutte le culture.

Lo dico senza peli sulla lingua a tutti i razzisti di ogni mondo e ogni latitudine: andate a riascoltare Crêuza de mä. Una canzone che parla in ogni nota dell’eterno viaggio che accomuna tutta l’umanità. E oggi, che siamo più abituati a sentire lingue diverse nelle nostre città multiculturali, provate a capire, senza l’aiuto di nessun dizionario antico, cosa canta De André in un dialetto, meglio, in una lingua, che sul momento appare incomprensibile, ma che poi vi farà sentire a casa. non vi sentite a casa vostra ascoltando Crêuza de mä?

C’è la vita di tutti i giorni. Ci sono le carezze, i baci, persino i tradimenti. Insieme all’esaltazione del luogo principe dell’animus mediterraneo: la cucina. Con i suoi intingoli, le ricette, gli odori e sapori, le mani impastate con la farina e l’olio dei migliori ulivi a picco sul mare. Non ha forse detto il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che fare da mangiare è come dire all’ospite atteso, semplicemente «ti amo, ti voglio bene»? Anche la Comunità di San Benedetto ha nella cucina il suo centro d’elezione. Lì facciamo festa, lì, in cucina, la domenica prepariamo il pranzo per chi vuole mangiare con noi. Non chiediamo le generalità degli ospiti. Sono tutti attesi e benvenuti. Qualche volta non ne conosciamo nemmeno i volti. Qualcuno mi ha visto per strada, in giro per i corridoi stretti della vita che non fa sconti, e torna al desco con noi.

Si può essere fratelli con poche cose a disposizione e con l’ottimismo della speranza.

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Le strade di Bruce Springsteen e Neil Young si sono incrociate molte volte, anche perché i due, se c’è da suonare, non si negano. In casa mia, a turno, i due hanno rappresentato una vera e propria colonna sonora, grazie (o a causa? dipende dai punti di vista) all’infatuazione musicale che mia sorella ebbe prima per Neil Young e poi per Bruce Springsteen.

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Augusto Graziani, da I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, pp. 235-240

Augusto Graziani

Non poco dell’insegnamento economico di Marx è stato assorbito silenziosamente da economisti di tradizione estranea al marxismo. Non è difficile scoprire, all’interno della tradizione economica borghese, l’esistenza di una vasta corrente sotterranea di origine marxiana, a volte sepolta nel profondo, a volte affiorante in superficie, comunque sempre presente e vitale.

L’analisi di Marx, per chi volesse utilizzare un termine moderno, può dirsi impostata in termini macroscopici. La definizione marxiana del capitalismo come sistema basato sulla separazione fra lavoro e mezzi di produzione, e sulla conseguente contrapposizione tra una classe di capitalisti proprietari e una classe di lavoratori nullatenenti, è espressa direttamente in termini di struttura sociale. Questa definizione del capitalismo, come sistema costituito da classi in conflitto, è quasi superfluo ricordarlo, viene fermamente respinta dalla teoria economica borghese, la quale resta saldamente affezionata all’idea del mercato come libera palestra di contrattazione, nella quale i singoli affermano le proprie preferenze e difendono i propri interessi.

L’imposizione individualistica, com’è noto, prende come punto di partenza l’agire del singolo individuo e, dall’analisi del comportamento del singolo, desume l’assetto globale del sistema economico. A questa procedura, Marx, con la sua impostazione macroeconomica, contrappone una procedura inversa, di contenuto storico e concreto. Ridotta all’essenziale, la sua logica può essere espressa così: poiché l’esperienza storica mostra che un sistema sociale quale il capitalismo, basato sulla separazione tra lavoro e mezzi di produzione, si è affermato e perdura, ciò significa che i soggetti che lo compongono si comportano in modo da garantire la sopravvivenza. Compito dell’analisi economica è proprio quello di scoprire tali regole di sopravvivenza. Per spingersi nel profondo, occorre scoprire le vere condizioni di equilibrio del sistema economico, che sono le condizioni della sua riproduzione. Questo è il compito che Marx assegna alla scienza economica. Per un economista, questa regola di metodo significa riconoscere priorità e autonomia all’analisi macroeconomica, lasciando all’analisi microeconomica (e cioè allo studio del comportamento individuale) il carattere di residuo derivato.

L’analisi di classe della società capitalistica conduce immediatamente Marx a una descrizione del processo economico inteso come circuito monetario. I lavoratori, privi per definizione di mezzi di produzione, non possono avviare alcuna attività produttiva. Le imprese, a loro volta, possono farlo soltanto dopo aver acquistato forza-lavoro. Il processo economico si mette dunque in moto soltanto nel momento in cui le imprese, ottenuto un finanziamento monetario dal settore delle banche, acquistano forza-lavoro e realizzano il processo produttivo. Lo stesso processo si conclude allorché le imprese, avendo vendute le merci prodotte, rientrano in possesso della moneta erogata e rimborsano alle banche il credito inizialmente ricevuto.

L’idea del processo economico come circuito monetario, più volte scoperta e più volte dimenticata, è alla base di numerose acquisizioni teoriche. Ne citeremo soltanto tre. Nell’analisi del processo economico come circuito monetario, la moneta compare come credito iniziale concesso alle imprese per l’erogazione dei salari e l’acquisto di forza-lavoro. Allorché la moneta entra nel circuito, essa rappresenta quindi il capitale investito dall’imprenditore e impegnato nel processo produttivo a scopo di profitto. La moneta non è quindi, così come vorrebbe la teoria individualistica, un semplice intermediario dello scambio, introdotto a guisa di perfezionamento tecnico allo scopo di superare gli inconvenienti del baratto. Nell’assetto capitalistico, la moneta è il capitale iniziale di cui si avvale l’imprenditore per l’acquisto di forza lavoro. La circolazione monetaria, quindi, non svolge unicamente la funzione di consentire più agili rapporti commerciali, ma anche quella assai più rilevante di mettere in rapporto la classe dei capitalisti con quella dei lavoratori.

Ritratto di Karl Marx

È sempre la definizione del processo economico come circuito monetario che consente di analizzare il fenomeno della crisi. Tale fenomeno si presenta come un arresto del circuito. Nulla garantisce infatti che, nel corso del processo economico, i redditi monetari percepiti vengano spesi per intero. Fintantoché ciò avviene, la continuità del processo economico è assicurata. Ma se, per ragioni connesse alle prospettive più o meno pessimistiche degli imprenditori o degli speculatori, risulta conveniente trattenere ricchezza in forma liquida, il circuito si arresta e subentra la fase di crisi.

A sua volta, il problema della crisi è strettamente legato a quello della disoccupazione e del funzionamento del mercato del lavoro. Nell’immediato, la crisi si manifesta attraverso la presenza di merci prodotte e non vendute; ma, se la crisi si protrae, il volume di produzione finisce con l’adattarsi al livello della domanda e il fenomeno delle merci non vendute scompare. A questo punto, la crisi si manifesta soltanto nel mercato del lavoro, sotto la forma di disoccupazione. Secondo la teoria tradizionale, anche in questo mercato, grazie al gioco della domanda e dell’offerta, si dovrebbe giungere prima o poi a un assetto di equilibrio. La teoria del processo economico come circuito monetario aiuta a comprendere perché invece ciò non accada, e come la disoccupazione scompaia soltanto quando gli imprenditori, in base alle loro previsioni e secondo strategie proprie, decidono di porvi fine, rimettendo in moto il processo produttivo.

Da questa analisi della disoccupazione discende infine un ultimo insegnamento, anche questo più o meno tacitamente assorbito da vasti settori dell’economia non marxiana. È noto che, secondo la teoria tradizionale della domanda e dell’offerta, il lavoratore per il fatto stesso di possedere una capacità lavorativa e di poter offrire il proprio lavoro, sarebbe titolare di una ricchezza immediatamente convertibile in altri beni. La teoria del processo economico come circuito insegna invece che l’offerta di lavoro in sé non conferisce al lavoratore alcun comando diretto sui beni, se non dopo che il lavoro sia stato convertito in moneta, il che avviene soltanto nei limiti in cui gli imprenditori-capitalisti in base a propri calcoli personali, decidono che ciò debba avvenire. Il lavoro in sé non è quindi ricchezza; lo diventa subordinatamente a una decisione dell’imprenditore. Il capitalista, nel mettere in moto il circuito monetario, è spinto dall’intento di conseguire un profitto o, nella terminologia marxiana, di accrescere il valore del capitale investito.

Sul problema del valore e della sua misurazione, lo scontro fra teoria marxiana e teoria borghese é stato il più lungo e accanito. È opinione comune, condivisa al giorno d’oggi sia a destra sia a sinistra, che su questo terreno Marx sia rimasto soccombente. Senza pronunciarsi su questo verdetto, cerchiamo di individuare gli insegnamenti che anche per questo aspetto la teoria marxiana è in grado di dare. Nell’affrontare il tema del valore, il primo punto da stabilire è che l’intero problema va studiato nell’ottica che abbiamo detto macroeconomica: non già quindi dal punto di vista del capitalista singolo, in lotta con i suoi concorrenti, bensì nella prospettiva generale che contrappone l’intera classe dei capitalisti a quella dei lavoratori. In questa ottica, di classe, valorizzazione significa non già produzione di profitto individuale per il singolo capitalista, e tanto meno creazione di valore per la collettività, bensì accrescimento di ricchezza per la classe dei capitalisti.

Se ci poniamo in questa prospettiva, emerge un primo risultato significativo: nessuno scambio che rimanga puramente all’interno del sistema delle imprese può contribuire alla valorizzazione del capitale investito; infatti, ogni vantaggio che un singolo capitalista dovesse eventualmente trarre dallo scambio con altri capitalisti sarebbe compensato da una perdita identica a carico della sua controparte, e le sue partite si annullerebbero a vicenda. La trasmissione di materie prime, di macchinari, o di beni intermedi da un capitalista all’altro, non può quindi produrre alcun valore aggiuntivo per la classe dei capitalisti nel suo insieme. I beni strumentali possono tutt’al più trasmettere immutato il proprio valore, passando da un capitalista all’altro (di qui la denominazione di capitale costante che Marx assegna ai mezzi di produzione materiali). La valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuino al di fuori della propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto ( di qui l’insistenza di Marx sul fatto che sovrappiù e profitto nascono esclusivamente nella fase della produzione).

Giungiamo così ad una ulteriore conclusione, frutto anch’essa dell’impostazione stessa del ragionamento: che il profitto dei capitalisti come classe nasce unicamente dal rapporto che si instaura fra capitalisti e lavoratori e che di conseguenza esso può nascere soltanto dalla differenza fra quantità di lavoro totale impiegato e quantità di lavoro che torna al lavoratore sotto forma di salario reale.

Resta un punto da esaminare. Se, come abbiamo visto, soltanto l’impiego di lavoro produce una valorizzazione del capitale investito, sembrerebbe potersene dedurre che soltanto il lavoro attribuisca valore alle merci e che di conseguenza le merci debbano anche scambiarsi sul mercato secondo prezzi relativi proporzionali al lavoro contenuto in ciascuna di esse. Questa è la versione volgare della teoria del valore-lavoro, versione che peraltro lo stesso Marx non ha mai sostenuto, e che si può dire sia servita principalmente agli avversari della dottrina marxiana come pretesto per confutarne la fondatezza. Marx non sostenne mai che le merci si dovessero scambiare secondo il valore contenuto in ciascuna di esse, per il semplice fatto che questa proposizione non discende in alcun modo dalle premesse del suo ragionamento. Abbiamo detto che il problema della valorizzazione investe la classe dei capitalisti nei suoi rapporti con i lavoratori; lo scambio di merci, in quanto fenomeno interno alla classe dei capitalisti, costituisce invece un problema del tutto diverso. Plusvalore e profitto possono trarre origine soltanto da un rapporto fra le due classi; ma lo scambio di merci e tutt’altra cosa, in quanto fenomeno interno alla classe dei capitalisti. I prezzi relativi delle merci si formano infatti negli scambi fra capitalisti, sotto il dominio della regola della concorrenza, fenomeno questo che riguarda esclusivamente i capitalisti nei loro rapporti reciproci.

In questo campo, valgono le regole dell’equilibrio concorrenziale (mille volte esposto in forma analitica’, dall’equilibrio generale di Walras alla teoria dei prezzi di Sraffa), regole che spiegano appunto la determinazione dei prezzi relativi nello scambio fra merci. Tale scambio non dà luogo a rapporti fra classi e non configura alcun fenomeno di valorizzazione. È quindi erroneo affermare, come peraltro sovente viene fatto, che nella spiegazione dei prezzi, la teoria marxiana del valore fallisca. Si tratta infatti di un fenomeno nel quale, non essendovi un problema di valorizzazione da analizzare, la teoria marxiana del valore non entra in modo diretto. La teoria del valore spiega che il plusvalore ottenuto dall’utilizzazione della forza- lavoro è l’unica ricchezza che i capitalisti nel loro complesso possano spartirsi e convertire in profitto; per cui, nel suo complesso, l’elemento di profitto contenuto nei prezzi di mercato discende dal modo in cui si è realizzato il rapporto tra classi. Ma, al di là di questo collegamento, resta il fatto che analisi dei rapporti tra classi, o analisi sociale macroeconomica da un lato, e analisi dei rapporti interni a una singola classe, o analisi microeconomica concorrenziale dall’altro, sono fenomeni diversi, che rispondono necessariamente a logiche distinte.

 

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I politici di oggi usano, forse inconsciamente, questi due stratagemmi molto spessi.

Stratagemma n.28

Questo stratagemma lo si può adoperare principalmente quando persone colte disputano davanti ad ascoltatori incolti, Quando non si dispone di alcun argumentum ad rem e nemmeno di uno ad hominem, allora se ne fa uno ad auditores, cioè si avanza un’obiezione non valida, di cui però solo un esperto vede l’inconsistenza: ma, mentre l’avversario è un esperto, tali non sono gli ascoltatori. Ai loro occhi egli viene dunque battuto, tanto più se la nostra obiezione riesce a porre in una luce ridicola la sua affermazione. A ridere la gente è subito pronta, e quelli che ridono li si ha dalla propria parte. Per mostrare che l’obiezione è nulla, l’avversario dovrebbe inoltrarsi in una lunga discussione e risalire ai principi della scienza, o cose del genere: ma se lo fa, non trova facilmente ascolto.

Esempio

L’avversario dice: nella formazione della crosta rocciosa archeana, la massa dalla quale si cristallizzò il granito e tutta la roccia restante era liquida a causa del calore, cioè fusa: il calore doveva essere di circa 200° R: la massa si cristallizzò sotto la superficie del mare che la copriva. Noi avanziamo l’argomentum ad auditores che a quella temperatura, anzi, assai prima, a 80° R, il mare si sarebbe volatilizzato da un bel pezzo e aleggerebbe sotto forma di vapore. Gli ascoltatori ridono. Per batterci egli dovrebbe mostrare che il punto di ebollizione non dipende solo dal grado di calore, ma altresì dalla pressione atmosferica, e questa, non appena circa la metà dell’acqua del mare è evaporata, è cresciuta al punto che neppure a 200° R ha luogo l’ebollizione. Ma egli non riesce a dimostrarlo giacché per chi non sa nulla di fisica sarebbe necessario un intero trattato.

Stratagemma n. 29

Se ci si accorge di venire battuti (vedere lo stratagemma n. 18), allora si fa una diversione, cioè si comincia d’un tratto con qualcosa di totalmente diverso, come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro l’avversario. Questo avviene con un certo ritegno se la diversione riguarda ancora in generale il thema questionis; sfacciatamente se riguarda solo l’avversario e non parla affatto della cosa in questione.
Per esempio, io lodavo il fatto che in Cina non esiste nobiltà ereditaria e gli uffici vengono assegnati solo in seguito a examina. Il mio avversario affermò che il sapere non prepara a esercitare uffici più dei privilegi di nascita (che egli teneva in qualche considerazione). Ma gli andò storta. Subito fece una diversione, dicendo che in Cina tutti i ceti vengono castigati con la punizione corporale, e mise questo in relazione con il molto bere tè, rimproverando ai Cinesi l’una e l’altra cosa. Ora, chi s’impelagasse senz’altro in tutto questo, si sarebbe lasciato sviare e quindi si sarebbe lasciato sfuggire di mano la vittoria già raggiunta.
La diversione è sfacciata quando abbandona completamente la cosa in questione e attacca circa così: «Sì, e del resto anche lei affermava di recente ecc.». Rientra infatti in una certa misura, nel «diventare offensivi», di cui si parlerà nell’ultimo stratagemma. Considerata in senso stretto, la diversione è un grado intermedio fra l’argumentum ad personam, di cui si discuterà appunto nell’ultimo stratagemma, e l’argumentum ad hominem.
Quanto questo stratagemma sia per così dire innato, lo mostra ogni lite fra gente comune: infatti, se uno avanza all’altro rimproveri personali, questi risponde non già confutandoli, ma muovendo lui rimproveri personali al al primo, lasciando sussistere e quindi quasi ammettendo, quelli rivolti a lui stesso. Si comporta come Scipione che affrontò i Cartaginesi non in Italia, ma in Africa. In guerra tale diversione a volte può anche dimostrarsi utile. Nel contendere non va bene, perché non si fa nulla contro i rimproveri ricevuti e che ascolta viene a sapere le magagne di entrambe le parti. Nel disputare è in genere usata solo la faute de mieux.

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Non è facile prevedere quali saranno i prodotti tecnologici che ci faranno compagnia nei prossimi cinque anni ma, al contrario, è semplice individuare quelli che spariranno dal nostro quotidiano. Questo almeno secondo Micah Singleton, il cui elenco è stato riportato dal Time proprio nei primi giorni dell’anno nuovo.

Il settore tecnologico si sviluppa a una velocita esponenziale, che aumenta sempre di più con il passare degli anni. Così oggetti che ci sembravano fondamentali vengono surclassati da nuovi gioielli tecnologici, migliori in prestazioni e in funzionalità. Singleton ha individuato cinque tra questi articoli destinati a scomparire nel prossimo futuro.

Il primo dell’elenco è il lettore Blu-ray e DVD. L’avvento dello streaming e la possibilità di affittare o scaricare film da internet ha rivoluzionato nel giro di pochi anni questo mercato, il cui declino viene attribuito principalmente a Netflix. Il sito internet permette di guardare film, programmi e telefilm quando si preferisce, pagando solo un canone mensile. Come lui ne esistono tanti altri che aumentano la qualità e il numero delle pellicole e degli show televisivi a disposizione rendendo l’appeal di DVD e Blu-ray quasi nullo.

Il navigatore GPS, come il celebre “Tom Tom”, che tanto successo ha avuto nei primi anni del 2000, è uno degli articoli tecnologici che soffre l’avanzata degli smartphone. Dal 2008 i cellulari di ultima generazione hanno infatti accesso alla rete GPS e sono dotati a tutti gli effetti delle funzionalità di un vero e proprio navigatore satellitare. Data la diffusione capillare di dispositivi iPhone e Android, la vendita dei singoli navigatori scende di anno in anno del 15-20 per cento.

Il progresso inarrestabile degli smartphone ha colpito anche la fascia più a buon mercato delle macchine fotografiche digitali. Negli ultimi anni, il netto miglioramento di pixel, zoom ed effetti delle macchine fotografiche integrate ai cellulari ha fatto preferire questi alle macchine fotografiche più a buon mercato. La comodità di girare con un solo dispositivo piuttosto che due con quasi le stesse caratteristiche sembra esserne la causa principale. Anche se il passaggio non è ancora definitivo, Singleton prevede che fra pochi anni marchi come Nikon, Sony e Canon dovranno abbandonare la produzione della linea più economica per concentrarsi sui dispositivi di fascia medio-alta.

Ancora molto diffusa, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, la connessione internet dial-up, ovvero quella attraverso i vecchi modem, sembra tuttavia destinata a scomparire. La connessione a banda larga, più veloce e più potente, ne prenderà il posto. Negli Stati Uniti il 65 per cento della popolazione ha a disposizione la connessione broadband, ma la domanda di copertura delle aree ancora sprovviste è molto alta e le compagnie che offrono questo servizio si espandono velocemente. Insieme alla diffusione dell’accesso internet via cavo, collegato alla tv, e allo sviluppo di nuove possibili modalità di connessione come quella satellitare, nel giro di qualche anno la connessione a banda larga farà sparire il modem dalle nostre case e dai nostri uffici.

Negli ultimi anni molte case automobilistiche hanno sostituito le classiche chiavi della macchina con nuove chiavi “smart”. I consumatori sembrano apprezzare il cambiamento che permette di aprire la macchina autonomamente tramite un sistema di riconoscimento, di far partire la macchina solo con un pulsante e di preriscaldare o raffreddare la temperatura interna del veicolo tramite un sistema radio. Questa nuova tipologia di chiavi potrebbe però ben presto essere rimpiazzata dagli smartphone. Difatti, già esistono applicazioni che permettono di accendere o spegnere il veicolo, abbassare o alzare i finestrini e aprire il bagagliaio, il tutto a distanza e con un semplice click. Una di queste è Viper Smart Start, un’app gratuita per il momento disponibile solo negli Stati Uniti.

Fonte: The Post Internazionale, Inside Foreign Affairs, Paola Sangregorio

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Lo spunto per questo post nasce da FaceBook, da un breve dialogo intercorso sulla figura di Oriana Fallaci, grande reporter e bellissima penna, che, specialmente negli ultimi anni di vita, prese posizioni molto faziose. D’altra parte, la faziosità, se dichiarata e manifestata con coerenza, non deve spaventare. Molto peggio è la faziosità occultata dietro un linguaggio e un comportamento che Gramsci avrebbe definito gesuitico.

Una breve postilla: l’Abu Ammar di cui si parla è Yasser Arafat. Abu Ammar era infatti uno dei suoi pseudonimi, usato durante il periodo della clandestinità.

Vedi anche l’intervista di Oriana Fallaci a Sandro Pertini del 1973.

Da Intervista con la storia, 1974

Amman, marzo 1972

Oriana Fallaci

Quando arrivò, puntualissimo, rimasi un attimo incerta a dirmi che no, non poteva essere lui. Sembrava troppo giovane, troppo innocuo. Almeno al primo sguardo, non avvertivi niente in lui che denunciasse autorità, o quel fluido misterioso che emana sempre da un capo investendoti come un profumo o uno schiaffo. Di impressionante non aveva che i baffi, folti e identici ai baffi che quasi ciascun arabo porta, e il fucile mitragliatore che teneva in spalla con la disinvoltura di chi non se ne stacca mai. Certo lo amava tanto, quel fucile, da averlo fasciato all’impugnatura con nastro adesivo color verde ramarro: divertente e grazioso. Di statura era piccolo, un metro e sessanta direi. E anche le mani eran piccole, anche i piedi. Troppo, pensavi, per sostenere due gambe così grasse e un tronco così massiccio, dai fianchi immensi e il ventre gonfio di obesità. Su tutto ciò si rizzava una testaccia minuscola, col volto incorniciato dal kassiah, e solo osservando quel volto ti convincevi che sì: era lui Yassir Arafat, il guerrigliero più famoso del Medio Oriente, l’uomo di cui si parlava tanto, fino alla noia. Uno stranissimo, inconfondibile volto che avresti riconosciuto tra mille: nel buio. Il volto di un divo. Non solo per gli occhiali neri che ormai lo distinguevano quanto la benda del suo acerrimo nemico Moshe Dayan, ma per la sua maschera che non assomiglia a nessuno e ricorda il profilo di un uccello rapace o di un ariete arrabbiato. Infatti non ha quasi guance, né mento. Si riassume tutta in una gran bocca dalle labbra rosse e cicciute, poi in un naso aggressivo e due occhi che se non sono nascosti dietro lo schermo di vetro ti ipnotizzano: grandi, lucidi, sporgenti. Due macchie d’inchiostro. Con simili occhi ora mi guardava, educato e distratto. Poi con vocina gentile, quasi affettuosa, mormorò in inglese: «Buonasera, due minuti e sono da lei». La voce aveva una specie di fischio buffo. E un che di femminile.
Chi lo aveva incontrato di giorno, quando la sede giordana di Al Fatah era affollata di guerriglieri e di gente, giurava di aver visto intorno a lui un’eccitazione commossa: la stessa che egli solleva ogni volta che appare in pubblico. Ma il mio appuntamento era notturno e, a quell’ora, le dieci, non c’era quasi nessuno. Ciò contribuì a togliere al suo arrivo ogni atmosfera drammatica. Ignorando la sua identità, avresti concluso che l’uomo era importante solo perché accompagnato da una guardia del corpo. Ma quale guardia del corpo! Il bellone più bellone che avessi mai visto. Alto, snello, elegante, sai il tipo che indossa la tuta mimetizzata come se fosse un frac, e con un viso scavato: da rubacuori occidentale. Forse perché era biondo, con gli occhi azzurri, mi venne spontaneo pensare che il bellone fosse occidentale anzi tedesco. E, forse perché Arafat se lo portava dietro con tanto orgoglio, mi venne ancor più spontaneo pensare che il bellone fosse qualcosa di più che una guardia del corpo. Un amico molto affezionato, diciamo. Oltre a costui, che presto girò sui tacchi e scomparve, c’era un tipaccio in borghese che ti sbirciava brutto e col tono di dire: tocca-il-mio-capo-e-ti-uccido-a-mo’-di-un-colabrodo. Infine c’erano l’accompagnatore che avrebbe fatto da interprete e Abu George: incaricato di scrivere domande e risposte onde controllarle poi col mio testo. Questi ultimi due ci seguirono nella stanza scelta per l’intervista. Nella stanza c’erano alcune sedie e una scrivania. Arafat posò sulla scrivania il fucile mitragliatore e si sedette con un sorriso di denti bianchi, aguzzi come i denti di un lupo. Sulla sua giacca a vento, in tela grigioverde, spiccava un distintivo con due Marine del Vietnam e la scritta «Black Panthers against American Fascism. Pantere Nere contro il fascismo americano». Glielo avevano dato due ragazzuoli della California che si definivano americano-marxisti e che eran venuti col pretesto di offrirgli l’alleanza di Rap Brown, in realtà per fare un filmetto e ricavarci quattrini. Glielo dissi. Il mio giudizio lo toccò senza offenderlo. L’atmosfera era rilassata, cordiale, ma priva di promesse. Un’intervista con Arafat non serve mai, lo sapevo, ad ottenere risposte memorabili. Tantomeno a strappare informazioni su lui.
L’uomo più celebre della resistenza palestinese è infatti anche il più misterioso: la cortina di silenzio che circonda la sua vita privata è così fitta da farci chiedere se non costituisca un’astuzia per incrementarne la pubblicità, una civetteria per renderlo più prezioso. Perfino ottenere un colloquio con lui è difficilissimo. Col pretesto che egli si trova sempre in viaggio, ora al Cairo e ora a Rabat, ora al Libano e ora in Arabia Saudita, ora a Mosca e ora a Damasco, te lo fanno sospirare per giorni, per settimane, e se poi te lo danno è con l’aria di regalarti un privilegio speciale o un’esclusiva di cui non sei degno. Nel frattempo tu cerchi, ovvio, di raccoglier notizie sul suo carattere, sul suo passato. Ma, a chiunque tu ti rivolga, trovi un imbarazzato mutismo: solo in parte giustificato dal fatto che Al Fatah mantiene sui suoi capi il più fitto segreto e non ne fornisce mai la biografia. Confidenze sottobanco ti sussurreranno che non è comunista, che non lo sarebbe mai neanche se a indottrinarlo fosse

Simbolo di Al Fatah

Mao Tse-tung in persona: si tratta di un militare, ripetono, di un patriota, e non di un ideologo. Indiscrezioni ormai diffuse ti confermeranno che nacque a Gerusalemme, forse trentasei o forse quaranta o forse quarantacinque anni fa, che la sua famiglia era nobile e che la sua giovinezza fu agiata: suo padre possedeva un’antica ricchezza che le confische non avevano troppo intaccato. Tali confische, avvenute nel corso di un secolo e mezzo, erano state imposte dagli egiziani su certi latifondi e su certi immobili al centro del Cairo. E poi? Vediamo: poi, nel 1947, Yassir aveva combattuto contro gli ebrei che davano vita a Israele e s’era iscritto all’università del Cairo per studiare ingegneria. In quegli anni aveva anche fondato l’Associazione studenti palestinesi, la stessa da cui sarebbe fiorito il nucleo di Al Fatah. Ottenuta la laurea, era andato a lavorare nel Kuwait e qui aveva fondato un giornale che incitava alla lotta nazionalista, era entrato a far parte di un gruppo detto Fratelli Musulmani. Nel 1955 era rientrato in Egitto per frequentare un corso di ufficiali e specializzarsi in esplosivi, nel 1965 aveva contribuito in modo speciale alla nascita di Al Fatah assumendo il nome di Abu Ammar. Cioè Colui che Costruisce, Padre Costruttore. Nel 1967 era stato eletto presidente dell’OLP, Organizzazione di Liberazione Palestinese, movimento di cui fanno ormai parte i membri di Al Fatah, del Fronte Popolare, di Al Saiqa, eccetera: solo recentemente era stato scelto come portavoce di Al Fatah, suo messaggero. Ma a questo punto, se chiedevi perché, allargavano le braccia e rispondevano: «Boh, qualcuno doveva pur farlo, uno o l’altro non fa differenza». Della sua vita quotidiana non ti dicevano nulla fuorché il particolare che non ha nemmeno una casa. Ed era vero: quando non abitava in quella del fratello, ad Amman, dormiva nelle basi o dove capitava. Era anche vero che non fosse sposato. Non gli si conoscevano donne e, malgrado il pettegolezzo di un platonico flirt con una scrittrice ebrea che aveva abbracciato la causa araba, sembrava proprio che ne potesse fare a meno: come avevo sospettato vedendolo arrivare col bellone.
Guarda, il mio sospetto è che, salvo particolari utili a correggere le inesattezze, non vi sia altro da dire su Arafat. Quando un uomo ha un passato clamoroso lo senti anche se lo nasconde: perché il passato resta scritto sul volto, negli occhi. Sul volto di Arafat, invece, non trovi che quella strana maschera impostagli da madre natura: non da esperienze pagate. V’è qualcosa di insoddisfacente in lui, di non ancora fatto. Se ci pensi bene, del resto, ti accorgi che la sua fama esplose più per la stampa che per le sue gesta: dall’ombra lo tirarono fuori i giornalisti occidentali e in particolare americani, sempre bravissimi nell’inventar personaggi o montarli. Basti pensare ai bonzi del Vietnam, al venerabile Tri Quang. D’accordo: Arafat non può essere paragonato a Tri Quang. Della resistenza palestinese è davvero un artefice, o uno degli artefici, e uno stratega. O uno degli strateghi. Il portavoce di Al Fatah lo fa per davvero a Mosca. A Rabat e al Cairo ci va per davvero. Ma ciò non significa, tantomeno significava, che egli fosse il leader dei palestinesi in guerra. E, comunque, fra tutti i palestinesi che incontrai, Arafat resta quello che mi impressionò meno di tutti.

Stemma dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina

O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti? Una cosa è certa: egli non è un uomo nato per piacere. È un uomo nato per irritare. Avvertire simpatia per lui è difficile. Anzitutto per il silenzioso rifiuto che oppone a chi tenti un approccio umano: la sua cordialità è superficiale, la sua gentilezza è formale, e un nulla basta a renderlo ostile, freddo, arrogante. Si scalda solo quando si arrabbia. E allora la sua vocina diventa un vocione, i suoi occhi diventano polle di odio, e sembra che voglia sbranarti insieme a tutti i suoi nemici. Poi per la mancanza di originalità e di seduzione che caratterizza tutte le sue risposte. A mio parere, in un’intervista, non sono le domande che contano ma le risposte. Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante o profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre. Se poi tale legge la applichi a un uomo combattuto tra il calcolo e la passione, guarda: dopo averlo ascoltato, non ti resta in mano che un pugno di mosche. Con Arafat mi trovai proprio con un pugno di mosche. Egli reagì quasi sempre con discorsi allusivi o evasivi, giri di frase che non contenevano nulla fuorché la sua intransigenza retorica, il suo costante timore di non persuadermi. E nessuna volontà di considerare, sia pure in un gioco dialettico, il punto di vista altrui. Né basta osservare come l’incontro tra un arabo che crede alla guerra e un’europea che non ci crede più sia un incontro immensamente difficile. Anche perché quest’ultima resta imbevuta del suo cristianesimo, del suo odio per l’odio, e l’altro invece resta infagottato dentro la sua legge dell’occhio-per-occhio-dente-per-dente: epitome di ogni orgoglio. Ma v’è un punto in cui tale orgoglio fa difetto, ed è laddove Yassir Arafat invoca la comprensione altrui o pretende di trascinare dentro la sua barricata chi è sconvolto dai dubbi. Interessarsi alla sua causa, ammetterne la fondamentale giustizia, criticarne i punti deboli e rischiare quindi la propria incolumità fisica e morale, non è cosa che a lui basti. A ciò reagisce anzi con l’arroganza che ho detto, l’alterigia più ingiustificata, e quell’inclinazione assurda ad attaccar lite su ogni parola, suppongo. E ciascuno di quei novanta minuti mi lasciò insoddisfatta sia sul piano umano che intellettuale o politico. Mi divertì però scoprire che gli occhiali neri non li porta anche di sera perché sono occhiali da vista. Li porta per farsi notare. Infatti, sia di giorno che di notte, ci vede benissimo. Coi paraocchi ma benissimo. Non ha fatto anche carriera negli ultimi anni? Non s’è fatto eleggere capo di tutta la resistenza palestinese e non se ne va in giro come un capo di Stato? Non pretende nemmeno più d’esser chiamato Abu Ammar.

ORIANA FALLACI. Abu Ammar, si parla tanto di lei ma non si sa quasi nulla di lei e…
YASSIR ARAFAT. Di me c’è solo da dire che sono un umile combattente palestinese. Da molto tempo. Lo divenni nel 1947, insieme a tutta la mia famiglia. Sì, fu quell’anno che la mia coscienza si svegliò e compresi quale barbara invasione fosse avvenuta nel mio paese. Mai una simile nella storia del mondo.

Quanti anni aveva, Abu Ammar? Glielo chiedo perché la sua età è controversa.
Niente domande personali.

Abu Ammar, le sto chiedendo esclusivamente quanti anni ha. Lei non è una donna. Può dirmelo.
Ho detto: niente domande personali.

Abu Ammar, se non vuole nemmeno dire l’età, perché si espone sempre all’attenzione del mondo e permette che il mondo guardi a lei come al capo della resistenza palestinese?
Ma io non ne sono il capo! Non voglio esserlo! Veramente, lo giuro. Io sono appena un membro del comitato centrale, uno dei tanti, e per precisione quello cui è stato ordinato di fare il portavoce. Cioè di riferire cosa decidono altri. È un grosso equivoco considerarmi il capo: la resistenza palestinese non ha un capo. Noi tentiamo infatti di applicare il concetto della guida collettiva e la cosa presenta difficoltà, ovvio, ma noi insistiamo poiché riteniamo indispensabile non affidare a uno solo la responsabilità e il prestigio. È un concetto moderno e serve a non recar torto alle masse che combattono, ai fratelli che muoiono. Se muoio, le sue curiosità saranno esaudite: lei saprà tutto di me. Fino a quel momento, no.

Non direi che i suoi compagni vogliano permettersi il lusso di lasciarla morire, Abu Ammar. E, a giudicare dalla sua guardia del corpo, direi che la ritengano molto più utile se resta vivo.
No. È probabile invece che io sia molto più utile da morto che da vivo. Eh, sì: la mia morte servirebbe molto alla causa, come incentivo. Aggiungerò anzi che io ho molte probabilità di morire: potrebbe accadere stanotte, domani. Se muoio, non è una tragedia: un altro andrà in giro pel mondo a rappresentare Al Fatah, un altro dirigerà le battaglie… Sono più che pronto a morire. Per la mia sicurezza non ho la cura che lei crede.

Capisco. D’altra parte, le linee per recarsi in Israele ogni tanto le passa anche lei: vero, Abu Ammar? Gli israeliani danno per certo che lei sia entrato in Israele due volte, sfuggendo alle loro imboscate. Ed aggiungono: chi riesce a far questo dev’essere assai furbo.
Ciò che lei chiama Israele è casa mia. Quindi non ero in Israele ma a casa mia: con tutto il diritto di andare a casa mia. Sì, ci sono stato, ma molto più spesso che due volte sole. Ci vado continuamente, ci vado quando voglio. Certo, esercitare questo diritto è abbastanza difficile: le loro mitraglie sono sempre pronte. Però è meno difficile di quanto essi credano: dipende dalle circostanze, dai punti che si scelgono. È necessaria scaltrezza, in ciò hanno ragione. Non a caso quei viaggi noi li chiamiamo «viaggi della volpe». Però li informi pure che quei viaggi i nostri ragazzi, i fedayn, li compiono quotidianamente. E non sempre per attaccare il nemico. Li abituiamo a passare le linee per conoscere la loro terra, per muovercisi dentro con disinvoltura. Spesso arriviamo, perché ciò l’ho fatto, fino alla striscia di Gaza e fino al deserto del Sinai. Portiamo anche le armi fin là. I combattenti di Gaza non ricevono mica le armi dal mare: le ricevono da noi, da qui.

Abu Ammar, quanto durerà tutto questo? Quanto a lungo potrete resistere?
Simili calcoli noi non ce li poniamo nemmeno. Siamo soltanto all’inizio di questa guerra. Incominciamo solo ora a prepararci per quella che sarà una lunga, lunghissima guerra. Certo una guerra destinata a prolungarsi per generazioni. Né siamo la prima generazione che combatte: il mondo non sa o dimentica che negli anni Venti i nostri padri combattevano già l’invasore sionista. Erano deboli, allora, perché troppo soli contro avversari troppo forti e sostenuti dagli inglesi, dagli americani, dagli imperialisti della terra. Ma noi siamo forti: dal gennaio 1965, cioè dal giorno in cui nacque Al Fatah, siamo un avversario pericolosissimo per Israele. I fedayn stanno acquistando esperienza, stanno moltiplicando i loro attacchi e migliorando la loro guerriglia: il loro numero aumenta precipitosamente. Lei chiede quanto potremo resistere: la domanda è sbagliata. Lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacché non ci fermeremo mai fino a quando non saremo tornati a casa nostra e avremo distrutto Israele. L’unità del mondo arabo renderà questo possibile.

Arafat da giovane, ai tempi della fondazione della Lega degli Studenti Palestinesi

Abu Ammar, voi invocate sempre l’unità del mondo arabo. Ma sapete benissimo che non tutti gli Stati arabi sono disposti a entrare in guerra per la Palestina e che, per quelli già in guerra, un accordo pacifico è possibile, anzi augurabile. Lo ha detto perfino Nasser. Se tale accordo avverrà, come auspica anche la Russia, voi cosa farete?
Non lo accetteremo. Mai! Continueremo a far guerra a Israele da soli, finché non riavremo la Palestina. La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni. I punti di questa lotta, che piacciano o non piacciano ai nostri amici, resteranno sempre fissati nei princìpi che enumerammo nel 1965 con la creazione di Al Fatah. Primo: la violenza rivoluzionaria è il solo sistema per liberare la terra dei nostri padri; secondo: lo scopo di questa violenza è di liquidare il sionismo in tutte le sue forme politiche, economiche, militari, e cacciarlo per sempre dalla Palestina; terzo: la nostra azione rivoluzionaria dev’essere indipendente da qualsiasi controllo di partito o di Stato; quarto: questa azione sarà di lunga durata. Conosciamo le intenzioni di alcuni capi arabi: risolvere il conflitto con un accordo pacifico. Quando questo accadrà, ci opporremo.

Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano.
No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient’altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni.

Siamo pratici, Abu Ammar: quasi tutte le basi dei fedayn sono in Giordania, altre sono in Libano. Il Libano non ha molta voglia di fare la guerra e la Giordania ha una gran voglia di uscirne. Ammettiamo che questi due paesi, decisi a un accordo pacifico, decidano di impedirvi gli attacchi a Israele. In altre parole, impediscano ai guerriglieri di fare i guerriglieri. È già successo e succederà di nuovo. Di fronte a ciò cosa fate? Dichiarate guerra anche alla Giordania e al Libano?
Noi non possiamo combattere sulla base dei “se”. È diritto di ogni Stato arabo decidere ciò che vuole, compreso un accordo pacifico con Israele; è nostro diritto voler tornare a casa senza compromessi. Tra gli Stati arabi, alcuni sono incondizionatamente con noi. Altri no. Ma il rischio di restare soli a combattere Israele è un rischio che avevamo previsto. Basti pensare agli insulti che ci hanno buttato addosso all’inizio: siamo stati così maltrattati che ormai ai maltrattamenti non ci facciamo più caso. La nostra stessa formazione, voglio dire, è un miracolo: la candela che si accese nel 1965 brillò nel buio più nero. Ma ora siamo molte candele, e illuminiamo l’intera nazione araba. E al di là della nazione araba.

Questa è una risposta molto poetica e molto diplomatica, ma non è la risposta a ciò che le ho chiesto, Abu Ammar. Io ho chiesto: se la Giordania non vi vuole davvero più, dichiarate guerra alla Giordania?
Io sono un militare, e un capo militare. Come tale devo tenere i miei segreti: non sarò io a rivelarle i nostri futuri campi di battaglia. Se lo facessi, Al Fatah mi manderebbe alla corte marziale. Perciò tragga le sue conclusioni da ciò che ho detto prima. Io le ho detto che continueremo fino in fondo la marcia per la liberazione della Palestina, che ciò piaccia o non piaccia ai paesi in cui ci troviamo. Ci troviamo in Palestina anche ora.

Ci troviamo in Giordania, Abu Ammar. E le domando: ma cosa significa Palestina? La stessa identità nazionale della Palestina s’è persa col tempo, e anche i suoi confini geografici si sono persi. C’erano i turchi, qui, prima del mandato britannico e di Israele. Quali sono dunque i confini geografici della Palestina?
Noi non ci poniamo il problema dei confini. Nella nostra costituzione non si parla dei confini perché a porre i confini furono i colonialisti occidentali che ci invasero dopo i turchi. Da un punto di vista arabo, non si può parlare di confini: la Palestina è un piccolo punto nel grande oceano arabo. E la nostra nazione è quella araba, è una nazione che va dall’Atlantico al Mar Rosso e oltre. Ciò che vogliamo da quando la catastrofe esplose nel 1947 è liberare la nostra terra e ricostruire lo Stato democratico palestinese.

Ma quando si parla di uno Stato bisogna pur dire entro quali limiti geografici si forma o si formerà questo Stato! Abu Ammar, le chiedo di nuovo: quali sono i confini geografici della Palestina?
Come fatto indicativo possiamo decidere che i confini della Palestina siano quelli stabiliti al tempo del mandato britannico. Se prendiamo l’accordo franco-inglese del 1918, Palestina significa il territorio che va da Naqurah, al nord, fino ad Akaba al sud e, poi, dalla costa del Mediterraneo che include la striscia di Gaza fino al fiume Giordano e al deserto del Negev.

Ho capito. Ma questo include anche un bel pezzo di terra che oggi fa parte della Giordania: cioè tutta la regione a est del Giordano. La Cisgiordania.
Sì. Ma i confini non hanno importanza, ripeto. Ha importanza l’unità araba e basta.

I confini hanno importanza se toccano od oltrepassano il territorio di un paese che esiste già, come la Giordania.
Ciò che lei chiama Cisgiordania è Palestina.

Yasser Arafat ai tempi dell’intervista

Abu Ammar, come è possibile parlare di unità araba se fin da ora si pongono simili problemi con alcuni paesi arabi? Non solo, quando neanche tra voi palestinesi andate d’accordo? Esiste una gran divisione perfino tra voi di Al Fatah e gli altri movimenti. Ad esempio col Fronte Popolare.
Ogni rivoluzione ha i suoi problemi privati. Anche nella rivoluzione algerina c’era più di un movimento e, ch’io sappia, anche in Europa durante la resistenza ai nazisti. Nello stesso Vietnam esistono più movimenti, i vietcong non sono che la stragrande maggioranza come noi di Al Fatah. Ma noi di Al Fatah raccogliamo il 97 per cento dei combattenti e siamo quelli che conducono la lotta all’interno del territorio occupato. Non a caso, quando decise la distruzione del villaggio di El Heul, e minò duecentodiciotto case a scopo punitivo, Moshe Dayan disse: «Bisogna chiarire chi controlla questo villaggio, se noi o Al Fatah». Citò Al Fatah, non il Fronte Popolare. Il Fronte Popolare… Nel febbraio del 1969 il Fronte Popolare si è scisso in cinque parti e quattro di esse sono già entrate a far parte di Al Fatah: lentamente, quindi, ci stiamo unendo. E se George Habash, il capo del Fronte Popolare, non è oggi con noi, si unirà presto a noi. Glielo abbiamo già chiesto: in fondo non c’è differenza di obiettivi tra noi e il Fronte Popolare.

Il Fronte Popolare è comunista. Voi dite di non esserlo per costituzione.
Tra noi vi sono combattenti di tutte le idee: li avrà incontrati. Quindi tra noi c’è posto anche per il Fronte Popolare. Dal Fronte Popolare ci distinguono solo alcuni sistemi di lotta. Infatti noi di Al Fatah non abbiamo mai dirottato un aereo e non abbiamo mai fatto esplodere bombe o causato sparatorie in altri paesi. Preferiamo condurre una lotta puramente militare. Ciò non significa, tuttavia, che al sistema dei sabotaggi non si ricorra anche noi: dentro la Palestina che lei chiama Israele. Ad esempio siamo quasi sempre noi che facciamo scoppiare le bombe a Tel Aviv, a Gerusalemme, a Eilat.

Ciò coinvolge i civili, però. Non è una lotta puramente militare.
Lo è! Perché, civili o militari, sono tutti ugualmente colpevoli di voler distruggere il nostro popolo. Sedicimila palestinesi sono stati arrestati perché aiutavano i nostri commandos, ottomila case di palestinesi sono state distrutte, senza contare le torture cui vengono sottoposti i nostri fratelli nelle loro prigioni, e i bombardamenti al napalm sulla popolazione inerme. Noi facciamo certe operazioni, chiamate sabotaggi, per dimostrargli che siamo capaci di tenerli in mano con gli stessi sistemi. Ciò colpisce inevitabilmente i civili, ma i civili sono i primi complici della banda che governa Israele. Perché se i civili non approvano i sistemi della banda al potere, non hanno che dimostrarlo. Lo sappiamo benissimo che molti non approvano. Quelli ad esempio che abitavano in Palestina prima dell’emigrazione ebrea, e anche alcuni tra quelli che emigrarono con la precisa intenzione di rubarci le terre. Perché ci vennero da innocenti, con la speranza di scordare le antiche sofferenze. Gli avevano promesso il Paradiso, qui nella nostra terra, e loro vennero a pigliarsi il Paradiso. Troppo tardi si accorsero che era invece l’inferno: sapesse quanti di loro ora voglion fuggire da Israele. Dovrebbe vedere le domande di espatrio che giacciono presso l’ambasciata del Canada a Tel Aviv, o presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Migliaia.

Abu Ammar, lei non mi risponde mai direttamente. Ma stavolta deve farlo: cosa pensa di Moshe Dayan?
È una domanda molto imbarazzante. Come rispondervi? Diciamo così: io spero che un giorno egli sia giudicato come criminale di guerra: sia che si tratti di un leader geniale sia che la patente di leader geniale se la sia attribuita da sé.

Abu Ammar, mi par d’aver letto che gli israeliani la rispettino più di quanto lei li rispetti. Domanda: è capace di rispettare i suoi nemici?
Come combattenti, anzi come strateghi… qualche volta sì. Bisogna ammettere che alcune delle loro tattiche di guerra sono rispettabili, intelligenti. Ma come persone, no: perché si comportano sempre da barbari, in essi non c’è mai un goccio di umanità. Si parla spesso delle loro vittorie, io ho le mie idee sulla loro vittoria del 1967 e su quella del 1956. Quella del 1956 non dovrebbe neanche esser chiamata vittoria, quell’anno essi fecero solo da coda agli aggressori francesi e inglesi. E vinsero con l’aiuto degli americani. Quanto alla vittoria del 1967, essa si deve all’aiuto degli americani. Il denaro viene elargito senza controllo dagli americani a Israele. E oltre al denaro vengono loro elargite le armi più potenti, la tecnologia più avanzata. Il meglio che gli israeliani posseggono viene da fuori: questa storia delle meraviglie che essi avrebbero compiuto nel nostro paese va ridimensionata con più senso della realtà. Noi conosciamo bene quale sia e quale non sia la ricchezza della Palestina: più di tanto non si ricava dalla nostra terra, dal deserto non si fanno i giardini. Quindi la maggior parte di ciò che posseggono viene da fuori. E dalla tecnologia che viene loro fornita dagli imperialisti.

Siamo onesti, Abu Ammar: della tecnologia essi hanno fatto e fanno buon uso. E, come militari, se la cavano bene.
Non hanno mai vinto pei loro lati positivi, hanno sempre vinto pei lati negativi degli arabi.

Anche questo rientra nel gioco della guerra, Abu Ammar. Del resto hanno vinto anche perché sono bravi soldati.
No! No! No! Non lo sono, no! Corpo a corpo, faccia a faccia, non sono neanche soldati. Hanno troppa paura di morire, non dimostrano alcun coraggio. Così accadde nella battaglia di Karameh e così accadde l’altro giorno nella battaglia di El Safin. Passate le linee, piombarono con quaranta carri armati su Wadi Fifa, con dieci carri armati su Wadi Abata, con dieci carri armati e venti jeep con mitraglie da 106 su Khirbet el Disseh. Fecero precedere l’avanzata da un pesante bombardamento di artiglieria e dopo dieci ore fecero intervenire gli aerei che bombardarono indiscriminatamente tutta la zona, poi gli elicotteri che lanciarono missili sulle nostre postazioni. Il loro obiettivo era raggiungere la vallata di El Nmeiri. Non la raggiunsero mai, dopo una battaglia di venticinque ore li ricacciammo al di là delle linee. Sa perché? Perché usammo più coraggio di loro. Li circondammo, li prendemmo alle spalle coi nostri fucili, coi nostri bazooka: faccia a faccia, senza paura di morire. È sempre la solita storia con gli israeliani: attaccano bene con gli aerei perché sanno che non abbiamo aerei, coi carri armati perché sanno che non abbiamo carri armati, ma quando trovano una resistenza faccia a faccia non rischiano più. Scappano. E cosa vale un soldato che non rischia, che scappa?

Abu Ammar, che ne dice delle operazioni effettuate dai loro commandos? Ad esempio quando i loro commandos vanno in Egitto a smontarsi un radar per portarselo via? Un po’ di coraggio ci vuole per simili imprese.
No, non ci vuole. Perché cercano sempre obiettivi molto deboli, molto facili. È la loro tattica che, ripeto, è sempre intelligente però mai coraggiosa in quanto consiste nell’impiegare forze enormi in un’impresa della cui riuscita sono sicuri al cento per cento. Non si muovono mai se non sono certi che andrà tutto benissimo e, se li cogli di sorpresa, non s’impegnano mai fino in fondo. Tutte le volte che hanno attaccato in forze i fedayn, gli israeliani sono stati sconfitti. Con noi i loro commandos non passano.

Con voi forse no, ma con gli egiziani sì.
Ciò che fanno in Egitto non è un’azione militare, è una guerra psicologica. L’Egitto resta il loro nemico più forte, quindi essi cercano di demoralizzarlo e di svalutarlo attraverso una guerra psicologica messa su dalla stampa sionista con l’aiuto della stampa internazionale. Il loro gioco consiste nel propagandare un’azione esagerandola. Ci cadono tutti perché posseggono un ufficio-stampa poderoso. Noi non abbiamo alcun ufficio-stampa, nessuno sa cosa fanno i nostri commandos, le nostre vittorie passano inosservate perché ci mancano i telex per trasmettere la notizia ai giornali che del resto non la pubblicherebbero. Così nessuno sa, ad esempio, che lo stesso giorno in cui gli israeliani rubarono il radar agli egiziani noi entrammo in una base israeliana e gli portammo via cinque grossi razzi.

Io non parlavo di voi, parlavo degli egiziani.
Non c’è differenza fra palestinesi ed egiziani. Entrambi facciamo parte della nazione araba.

Questa è una battuta molto generosa da parte sua, Abu Ammar. Soprattutto considerando che la sua famiglia fu espropriata proprio dagli egiziani.
La mia famiglia fu espropriata da Faruk, non da Nasser. Conosco bene gli egiziani perché in Egitto ho fatto l’università e con l’esercito egiziano ho combattuto nel 1951, nel 1952, nel 1956. Sono bravi soldati e sono miei fratelli.

Torniamo agli israeliani, Abu Ammar. Lei dice che con voi subiscono sempre immense perdite. Quanti israeliani pensa che siano stati uccisi, a tutt’oggi, da voi?
Una cifra esatta io non posso dargliela ma gli israeliani hanno confessato d’aver perso, nella guerra contro i fedayn, una percentuale di uomini che è superiore a quella degli americani in Vietnam: in rapporto, s’intende, alla popolazione dei due paesi. Ed è indicativo che, dopo la guerra del 1967, i loro morti in incidenti automobilistici si siano decuplicati. Insomma, dopo una battaglia o uno scontro con noi, si viene a sapere che un mucchio di israeliani sono morti in automobile. Tale osservazione è stata fatta dagli stessi giornali israeliani perché è noto che i generali israeliani non ammettono mai di perdere uomini al fronte. Però posso dirle che, stando alle statistiche americane, nella battaglia di Karameh essi persero 1.247 uomini tra morti e feriti.

Anche il prezzo che pagate voi è altrettanto pesante?
Le perdite per noi non contano, a noi non importa di morire. Comunque, dal 1965 a oggi, abbiamo avuto un po’ più di novecento morti. Però bisogna considerare anche i seimila civili morti nelle incursioni aeree e i nostri fratelli morti in prigione sotto le torture.

Novecento morti possono essere molti e pochi: dipende dal numero dei combattenti. Quanti sono i fedayn in tutto?
Per dirle questa cifra io dovrei chiedere il permesso del Consiglio militare, e non credo che tal permesso lo avrei. Però posso dirle che a Karameh noi eravamo solo 392 contro 15.000 israeliani.

Quindicimila? Abu Ammar, lei vuol dire forse millecinquecento.
No! No! No! Ho detto quindicimila, quindicimila! Inclusi, s’intende, i soldati impegnati con l’artiglieria pesante, i carri armati, gli aerei, gli elicotteri, e i paracadutisti. Solo come truppa essi avevano quattro compagnie e due brigate. Ciò che diciamo noi non viene mai creduto da voi occidentali, voi ascoltate loro e basta, credete a loro e basta, riferite ciò che dicono loro e basta!

Abu Ammar, lei non è un uomo giusto. Io sono qui e sto ascoltando lei. E dopo questa intervista riferirò parola per parola ciò che mi ha detto lei.
Voi europei siete sempre per loro. Forse qualcuno di voi incomincia a capirci: è nell’aria, si annusa. Ma in sostanza restate per loro.

Questa è la vostra guerra, Abu Ammar, non è la nostra. E in questa vostra guerra noi non siamo che spettatori. Ma anche come spettatori lei non può chiederci d’essere contro gli ebrei e non deve stupirsi se in Europa, spesso, si vuol bene agli ebrei. Li abbiamo visti perseguitare, li abbiamo perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta.
Già, voi dovete pagare i vostri conti con loro. E volete pagarli col nostro sangue, con la nostra terra, anziché col vostro sangue, con la vostra terra. Continuate a ignorare perfino che noi non abbiamo nulla contro gli ebrei, noi ce l’abbiamo con gli israeliani. Gli ebrei saranno i benvenuti nello Stato democratico palestinese: gli offriremo la scelta di restare in Palestina, quando il momento verrà.

Abu Ammar, ma gli israeliani sono ebrei. Non tutti gli ebrei si possono identificare con Israele ma Israele non si può non identificare con gli ebrei. E non si può pretendere che gli ebrei di Israele vadano un’altra volta a zonzo per il mondo onde finire nei campi di sterminio. È irragionevole.
Così, a zonzo per il mondo volete mandarci noi.

No. Non vogliamo mandarci nessuno. Tanto meno voi.
Però a zonzo ci siamo noi, ora. E se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti. State commettendo uno sbaglio anche da un punto di vista umano. Com’è possibile che gli europei non se ne rendano conto pur essendo gente così civilizzata, così progredita, e più progredita forse che in qualsiasi altro continente? Eppure anche voi avete combattuto guerre di liberazione, basta pensare al vostro Risorgimento. Il vostro errore perciò è volontario. L’ignoranza sulla Palestina non è ammessa perché la Palestina la conoscete bene: ci avete mandato i vostri Crociati ed è un paese sotto i vostri occhi. Non è l’Amazzonia. Io credo che un giorno la vostra coscienza si sveglierà. Ma fino a quel giorno è meglio non vederci.

Per questo, Abu Ammar, lei porta sempre gli occhiali neri?
No. Li porto per non far capire se dormo o son sveglio. Ma, detto fra noi, io sono sempre sveglio dietro i miei occhiali. Dormo solo quando me li tolgo, e dormo pochissimo. Niente domande personali, avevo detto.

Solo una, Abu Ammar. Lei non è sposato e non si conoscono donne nella sua vita. Vuol fare come Ho Ci-min o l’idea di vivere accanto a una donna le ripugna?
Ho Ci-min… No, diciamo che non ho mai trovato la donna giusta. E ora non c’è più tempo. Ho sposato una donna che si chiama Palestina.

Come si è trasformata la Palestina

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Vincent van Gogh, Uomo che legge seduto (1872)

Qualche anno fa, in treno, stavo andando da Genova a Catania. Ovviamente mi ero portato dietro un libro, ma più o meno all’altezza di Orte lo avevo finito. Approfittando dell’oretta di tempo di attesa per il cambio di treno, mi recai alla libreria nell’atrio della Stazione Termini, dove vendevano volumi nelle edizioni supereconomiche. Ne uscii con un Mammuth gigante della Newton & Compton e con un paio di altri libretti.

Dopo aver trovato uno scompartimento, sistemai i bagagli, mi sedetti e cominciai a sfogliare i volumi. Dopo aver preso una decisione, mi tuffai nella lettura, compiacendomi di aver trovato qualcosa di interessante. A un certo punto un’altra persona, un giovane, entrò nello scompartimento e si sistemò quasi di fronte a me. Chiaramente, con il passare delle ore, le pagine scorrevano e a un certo punto, finito uno dei romanzi del Mammuth mi venne voglia di cambiare genere. Passai quindi a un altro volume: era breve e lo terminai nel giro di un paio d’ore. Verso Lamezia Terme, mentre stavo decidendo cos’altro iniziare, il giovane nello scompartimento mi disse: “Mi scusi, posso farle una domanda?”. “Mi dica”. “Ma lei per caso fa il rappresentante di libri, visto che legge così tanto?”.

A prescindere dal fatto che non necessariamente esiste un nesso fra la vendita di un prodotto e l’uso dello stesso – altrimenti un rappresentante di farmaci cosa dovrebbe fare? intossicarsi? -, mi ha colpito il collegamento fra lettura e attività lavorativa, con la totale esclusione della possibilità di leggere per proprio piacere personale. Solo a quel punto ho realizzato che quel personaggio se ne era rimasto pressoché immobile, seduto con le mani incrociate sopra le cosce, per non so quante ore. Una cosa per me inconcepibile: cos’avrà fatto per tutto quel tempo? A cosa avrà pensato? E come lui ce ne sono tanti, lo ho notato in seguito.

Altre volte mi è toccato sentire: “Io non ho mai letto un libro in vita mia!”, fra l’altro detto con spocchia, come se questo fosse un titolo di merito; “Ho letto un solo libro in vita mia; in quinta elementare, poi ho smesso!” (di leggere o di andare a scuola? o tutte e due?). Sono anche arrivato al punto di dover sentire un ragazzino di dodici anni correggere il padre dicendogli (e trascrivo solo per amor di chiarezza…): “Papà non si dice se io sapevo”. “Hai ragione caro, se io saprei”. Oppure ancora: “Che fai sempre con un libro in mano. Hai proprio del tempo da perdere!”.

Che fare con questi elementi, questi casi umani?

“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, diceva il Vate nel canto III dell’Inferno, e così avrei fatto non fosse stato per la loro insistenza. Avevo anche pensato di nascondere il libro fra le pagine della “Gazzetta dello Sport”, ma non ho avuto il coraggio…

Fino ad oggi, però, mi facevo forza pensando che fossero una sparuta minoranza, un fatto di costume, uno scherzo del destino.

Invece no: leggo su Repubblica che da una indagine Istat “loro” sono il 57% della popolazione, denominati Lettori Zero, o meglio sono l’avanguardia di un 57% che negli ultimi dodici mesi (inizialmente avevo letto male, un più rassicurante dodici giorni) non ha neanche aperto un libro. Del rimanente 43% (circa 24 milioni di persone) solo la metà legge tre libri all’anno. I cosiddetti lettori forti (quelli che leggono almeno un libro al mese) sono il 13,9% solamente. E io che ne leggo almeno tre a settimana, dove mi colloco? Sarò un lettore erculeo…

Che cosa dire? Niente. Solo che da questi dati si capiscono molte cose sull’Italia e su dove sta andando. Come si può pensare di formarsi un’opinione senza avere gli strumenti critici per valutare cosa è giusto e cosa è sbagliato? Come si può vivere pienamente il presente e pianificare il futuro se non si conosce il passato=? Come si può dare il giusto peso ai sentimenti, alla vita, se non ci si è confrontati – almeno una volta, non chiedo di più – con uno dei grandi classici del passato? Come si fa a capire che quello che si guarda in televisione non è la realtà ma, quando va bene, una sua rappresentazione, se non una mistificazione?

Certo, ci sono dei vantaggi: alla cassa, in libreria, non ci sono code… Ma non lo trovo per niente incoraggiante.

PS: Dovstojevski non era l’allenatore della Dinamo di Kiev, quello era Dobrovolski,..

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Dopo moltissimo tempo – dai tempi della mia collaborazione con InformaDanza, che prima o poi ricomincerà – riprendo a parlare di danza, traendo spunto da questo articolo apparso sul Manifesto di oggi.

Amaramente, devo dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. La situazione della danza è sempre la stessa, con tendenza al peggioramento, e non si capisce perché non si voglia valorizzare una forma di espressione artistica che ha, fra l’altro, avuto le sue origini e la sua prima codifica proprio in Italia. Eppure, quando si esibiscono compagnie di valore, con programmi interessanti, i teatri sono pieni, con tutti gli annessi e connessi dell’indotto (alberghi, ristoranti, bar, ecc.). Sì, perché il “popolo della danza”, forse più di ogni altro, è un popolo nomade, che segue i suoi beniamini, spostandosi alla ricerca del bello. E a Firenze per vedere Sylvie Guillem andarono in molti, rimanendo a bocca asciutta. E ciò nonostante il Maggio Fiorentino, nel desolante panorama italiano, abbia sempre rappresentato, insieme ad altre poche eccezioni, un’isola felice.

La danza richiede delle doti fisiche che vengono sviluppate con anni e anni di allenamento, perché, sebbene manchi l’aspetto agonistico, richiede doti atletiche (tonicità ed elasticità muscolari) fuori del comune. Non comprendere ciò e porre, come adesso, dei vincoli al ricambio generazionale significa mettere le premesse per la morte definitiva di questa forma d’arte in Italia. A un giornalista che lo intervistava all’uscita dello spettacolo che Maja Plisetskaia (una delle grandi étoile della storia) diede danzando in occasione dei suoi sessant’anni, domandandogli: “Maestro, come è possibile danzare a sessant’anni?”, Gregorovich, storico direttore del corpo di ballo del Bolshoi di Mosca, rispose: “Danzare è possibile. È guardare che non è possibile!”. Lungi da me negare dei diritti a degli onesti lavoratori dello spettacolo, ma nell’interesse generale del settore occorre fare delle scelte, ponendo dei limiti che non devono essere uguali per tutti, ma valutati serenamente caso per caso. Sarebbe come se a un calciatore professionista, fra l’altro fino a qualche anno fa assimilato dal punto di vista previdenziale ai lavoratori dello spettacolo, una volta diventato professionista, si dovesse garantire il lavoro fino a una certa età sempre nella stessa squadra (so che questo paragone farà accapponare la pelle ai puristi, ma è per spiegarlo ai neofiti…).

In tempi di crisi economica, la cultura è un lusso? Secondo alcuni sì, e infatti sempre più spesso si sente dire che i teatri (anche quelli dell’opera) devono essere in grado di avere una gestione in economia (tanto entra, tanto esce). Questa logica è la morte dell’arte, è la morte della cultura, ma un paese colto è un paese migliore.

Francesco Ventriglia

Cro­naca di sette mesi fa. 14 giu­gno 2013: ter­mi­nate le repli­che di Grandi coreo­grafi al Mag­gio, uno dei pro­grammi più pre­sti­giosi pre­sen­tati negli ultimi anni al Comu­nale di Firenze dalla com­pa­gnia Mag­gio­Danza, con titoli a firma Wil­liam For­sy­the, George Balan­chine, Ando­nis Fonia­da­kis, Jirí Kylián, e la pre­senza ecce­zio­nale dell’ospite Syl­vie Guil­lem, un comu­ni­cato stampa annun­cia le dimis­sioni improv­vise dell’allora diret­tore del Ballo, Fran­ce­sco Ventriglia.

Clima rovente, legato a dop­pio filo alla situa­zione gra­vis­sima della Fon­da­zione del Mag­gio com­mis­sa­riato e ai tempi a rischio chiu­sura, ma anche a pro­blemi spe­ci­fici della com­pa­gnia di danza for­mata in quel momento da 17 sta­bili e da più di 20 bal­le­rini aggiunti con con­tratti a tempo deter­mi­nato. La prima dello spet­ta­colo Grandi coreo­grafi al Mag­gio salta per uno scio­pero sin­da­cale con focosi con­tra­sti interni tra i sin­da­cati e la dire­zione del Ballo, con­tra­rio ad annul­lare il debutto di una serata di per sé por­ta­voce della leva­tura qua­li­ta­tiva di una com­pa­gnia rin­no­vata nell’età e nell’organico.

Nelle sere suc­ces­sive lo spet­ta­colo con­ferma la forza di una for­ma­zione che avrebbe potuto dare ancora molto a Firenze, com­plice l’investimento, oltre che sui più meri­te­voli dan­za­tori sta­bili della com­pa­gnia, come le prime bal­le­rine Leti­zia Giu­liani e Gisela Car­mona Gál­vez, su gio­vani leve: uno per tutti Ales­san­dro Riga, étoile resi­dente di Mag­gio­Danza, scelto da Guil­lem per dan­zare For­sy­the insieme ai talen­tuosi ven­tenni Mas­simo Mar­ga­ria e Michele Satriano, por­tati a Firenze da Ven­tri­glia e appar­te­nenti come tanti altri al gruppo degli «aggiunti». Chiuse le repli­che, in attesa di capire se Mag­gio­Danza ce l’avrebbe fatta o no a soprav­vi­vere dopo la minac­cia dello scio­gli­mento, le dimis­sioni di Ven­tri­glia inne­scano sul web una bat­ta­glia di pro e con­tro diret­tore, lasciando di stucco.

Spa­rito Ven­tri­glia, allo scopo di garan­tire il rego­lare svol­gi­mento della annun­ciata sta­gione estiva del ballo, fu richia­mato alla dire­zione Gior­gio Man­cini, ma ahi­noi, dall’estate a ora l’organico di suc­cesso del giu­gno 2013 è morto: via gli aggiunti, tenuti solo gli sta­bili, diven­tati 18. La sto­ria non fini­sce qui.

Prima dei botti di fine 2013, Ven­tri­glia decide di par­lare. Manda di suo pugno alla stampa un comu­ni­cato in cui rac­conta di essere stato richia­mato a fine novem­bre dal Com­mis­sa­rio Straor­di­na­rio Fran­ce­sco Bian­chi e dal diret­tore Gene­rale Alberto Triola. Nel qua­dro di risa­na­mento eco­no­mico e strut­tu­rale della Fon­da­zione, gli pro­pon­gono di accet­tare nuo­va­mente l’incarico di diret­tore attra­verso una forma gestio­nale diversa dalla pre­ce­dente. Ma a un passo dall’accordo le trat­ta­tive si chiu­dono. Ven­tri­glia riceve da Bian­chi uno scritto, che manda insieme al suo comu­ni­cato, nella quale si legge che, durante la trat­ta­tiva sin­da­cale del 28 dicem­bre, «ci è stato detto uni­ta­mente dalle 4 sigle sin­da­cali (Fials, Cgil, Cisl e Uil) che un accordo che vedesse lei o una società a lei ricon­du­ci­bile come con­tro­parte della Fon­da­zione del ’Pro­getto ballo’ non tro­ve­rebbe né l’accordo delle OOSS né la firma dei sin­goli lavo­ra­tori, entrambi con­di­zioni indi­spen­sa­bili di effi­ca­cia di tale accordo».

I sin­da­cati sulla fac­cenda rispon­dono «nes­sun dik­tat nei con­fronti di Ven­tri­glia, nes­suno ci ha mai fatto nomi e cognomi». Ma Ven­tri­glia dichiara: «Per sal­vare il Nuovo Con­tratto Inte­gra­tivo posto come con­di­zione per l’attuazione del Piano Trien­nale del risa­na­mento del Mag­gio Fio­ren­tino, il Com­mis­sa­rio è stato costretto a fare un passo indie­tro. Dopo la mia man­cata nomina a diret­tore del Ballo del Tea­tro San Carlo di Napoli e gli ultimi fatti di Firenze mi è chiaro che subi­sco un ‘ostra­ci­smo’ da alcuni Tea­tri d’opera ita­liani, che si lasciano ricat­tare dalle sigle sin­da­cali, che non vogliono per­dere il loro potere». Syl­vie Guil­lem dall’estero non ha esi­tato a soste­nere Ventriglia.

«Voglio chia­rire – pro­se­gue Ven­tri­glia — che non sono con­tro il sin­da­cato in sé, il diritto dei lavo­ra­tori è sacro­santo. Sono stato un bal­le­rino alla Scala, prima che diret­tore. Sono con­tro chi usa il sin­da­cato per sal­va­guar­dare i pri­vi­legi dei sin­goli a dispetto della qua­lità arti­stica, che nel tea­tro deve restare pri­ma­ria. Mi sono dimesso in giu­gno per­ché non avevo più armi per com­bat­tere per la com­pa­gnia. Volevo man­te­nere tutti i dan­za­tori, non potevo accet­tare di tenere solo gli sta­bili, lasciando fuori i 22 gio­vani. E chi tra loro ha cre­duto ai sin­da­cati ha perso, per­ché sono stati man­dati via. Avrei voluto che il sin­da­cato difen­desse anche loro. Tute­lare i diritti di una com­pa­gnia di valore signi­fica difen­derne la qua­lità, l’eccellenza, per­ché non pos­siamo dimen­ti­care che stiamo par­lando del tea­tro e di arte. I sin­da­cati inter­ven­gono sui cast, ma non si può pen­sare che un capo­la­voro come Quat­tro tem­pe­ra­menti di Balan­chine non abbia nelle parti prin­ci­pali talenti gio­vani in piena forma fisica».

Sylvie Guillem

Il pro­blema della forma dei bal­le­rini, legata pur­troppo all’età, è tutt’altro che mar­gi­nale alla que­stione e apre sce­nari ben più arti­co­lati. «Il mio è un grido d’allarme – pro­se­gue Ven­tri­glia — Il mestiere del bal­le­rino è alta­mente usu­rante. A 40 anni non siamo tutti come Roberto Bolle o Syl­vie Guil­lem, manca una legge per tutti. La pen­sione dei bal­le­rini è fis­sata a 46 anni, a un’età in cui tanti ruoli sono pre­clusi. Biso­gne­rebbe avere un sistema per con­ver­tire le pro­fes­sioni, per uti­liz­zare i dan­za­tori, che fisi­ca­mente non pos­sono più dan­zare, negli uffici, come maï­tre, libe­rando con­tem­po­ra­nea­mente posti per i gio­vani. È una car­riera breve, e nel rispetto del tea­tro, dell’arte, del pub­blico, deve dan­zare chi lo può fare. La qua­lità dello spet­ta­colo, della com­pa­gnia si ottiene con la meri­to­cra­zia, a fianco ci vuole una solu­zione per chi non può più bal­lare. Mi appello al mini­stro Bray, a Renzi, serve una nuova legge per la danza, che rimetta in discus­sione i pen­sio­na­menti, i cri­teri distri­bu­tivi del Fus, il con­trollo su come ven­gono uti­liz­zati i soldi. Non è pos­si­bile che ci siano così tanti arti­sti che se ne vanno dall’Italia, dispe­rati, alla ricerca di un lavoro all’estero e che sia lì che otten­gono i mag­giori successi».

Intanto a Firenze Bian­chi ha pre­sen­tato il piano di sal­va­tag­gio della Fon­da­zione del Mag­gio, la com­pa­gnia di ballo verrà gestita da una società esterna, gui­data non si sa ancora da chi, anche se sono girati uffi­cio­sa­mente alcuni nomi tra cui Carla Fracci, Cri­stina Boz­zo­lini, Gior­gio Man­cini. «Il pro­getto sulla com­pa­gnia – chiude con ama­rezza Ven­tri­glia – è ciò per cui mi hanno chia­mato a novem­bre al Mag­gio e su cui ho lavo­rato in que­sti mesi: un piano quin­quen­nale per dare 30 spet­ta­coli all’anno al Mag­gio. Degli attuali 18 bal­le­rini sta­bili, 6 sareb­bero stati invi­tati al pre­pen­sio­na­mento, 6 assor­biti dagli uffici, 6 rima­sti a dan­zare. Mi sarei occu­pato con una società esterna degli altri 35 dan­za­tori. Il Mag­gio mi avrebbe dato la resi­denza, l’uso degli spazi. Un modello di gestione tra il tede­sco e l’americano per cui avevo già tro­vato la soste­ni­bi­lità. Avevo già sen­tito coreo­grafi, per avere titoli di Davide Bom­bana, Wil­liam For­sy­the, Ange­lin Pre­l­jo­caj e altri. Ora alla testa di quel pro­getto ci sarà qual­cun altro?»

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«Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione: dentro ci siamo tutti, è il potere che offende!»

(Roberto Roversi, da Le parole incrociate di Lucio Dalla)

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