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Archive for febbraio 2014

Leggo su Panorama del 26 febbraio 2014 – strano, dato che non lo sfoglio quasi mai. Evidentemente era un segno del destino – e faccio mio l’incipit di questo articolo di Claudio Cerasa (“Il mondo secondo Matteo”):

Per capire la natura del peccato originale che si porta con sé il governo guidato da Matteo Renzi in fondo potremmo cavarcela mettendo insieme alcuni puntini: fare la rivoluzione governando con le idee di Walter Veltroni, i voti di Mario Monti, i seggi di Angelino Alfano, dopo aver fatto fare a Enrico Letta la fine di Romano Prodi e arrivando a Palazzo Chigi con le stesse tecniche di Massimo D’Alema e la stessa fragile maggioranza di Letta, per portare l’Italia dalla Seconda alla Terza repubblica con i metodi della Prima.

Bene, sono soddisfatto, posso chiudere Panorama e constatare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che se va avanti così morirò democristiano.

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Se n’è andato un altro dei cantori del mio tempo. Il progressive rock italiano perde la sua voce più famosa e caratteristica. Presumibilmente a causa di un malore, ha perso il controllo dell’auto su cui viaggiava, finendo per schiantarsi contro un mezzo proveniente dalla direzione opposta. Vani i soccorsi e la corsa in ospedale.

Classe 1947, per il fisico imponente e la voce potente e carica di sfumature, non passava certo inosservato. Nel 1971, insieme a i fratelli Nocenzi, i tastieristi Gianni e Vittorio, al chitarrista Marcello Todaro, al bassista Renato D’Angelo e al batterista Pierluigi Calderoni, fondò il Banco del Mutuo Soccorso, che da subito si impose sulla scena della musica italiana, in una stagione particolarmente fortunata per le rock band di casa nostra: il magico quartetto formato dalla Pfm, dagli Area, dalle Orme e, appunto dal Banco. Gruppi che seppero farsi apprezzare anche all’estero, nonostante la scena mondiale fosse dominata dalle band anglosassoni.

R.I.P., Francesco, che la terra ti sia lieve.

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Il 18 febbraio 1940 nasceva Fabrizio De André. Oggi compirebbe 74 anni.

E stasera inizia anche il Festival di Sanremo, che pomposamente continua a chiamarsi Festival della Canzone Italiana. Mi auguro che Fabio Fazio, che di De André è un estimatore, non perda l’occasione di ricordare questa coincidenza di date.

Fabrizio al Festival non andò mai, ma ci andò purtroppo un suo amico, Luigi Tenco, che si suicidò pare per la depressione causata dal vedere canzoni come Io tu e le rose preferite alla sua Ciao amore ciao.

Il suicidio di Tenco ispirò a Fabrizio la delicatissima e tristissima Preghiera in gennaio.

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Il 15 febbraio di 450 anni fa (sembra ieri!) nasceva a Pisa uno dei più grandi geni della storia, colui che universalmente viene ricordato come l’inventore del metodo scientifico sperimentale. Fra l’altro, sull’argomento ho già scritto qualcosa a proposito del bellissimo spettacolo di Marco Paolini “ITIS Galileo”.

Galileo fu uno sperimentatore in molti ambiti della scienza e dicono facesse lezioni di matematica bellissime, anche se cercava di farne il meno possibile perché non si sentiva portato all’insegnamento. La leggenda dice che preferisse frequentare osterie e passare il tempo in dolce compagnia.

Teoria dell’isocronismo del pendolo

Uno degli oggetti che più lo affascinavano era il pendolo, strano strumento che si comportava in modo anomalo rispetto a quelle che erano le teorie comunemente accettate all’epoca, a partire dalla riscoperta di Aristotele. Il filosofo greco, infatti, aveva ipotizzato che gli oggetti cadessero a terra perché desiderosi di recuperare la loro posizione iniziale. Ma il pendolo smentiva questa ipotesi. Infatti, se lo si lasciava oscillare, tutto faceva tranne fermarsi sulla perpendicolare. Ai tempi non esistevano strumenti di misurazione di precisione (per la loro realizzazione in parte contribuirono anche le scoperte del nostro, vedi l’orologio a pendolo che si basa sul principio che sto per enunciare) e fu così che Galileo ebbe l’intuizione di far mettere spalla contro spalla due suoi studenti, entrambi muniti ciascuno di un pendolo. I due attrezzi vennero fatti oscillare con diverse ampiezze, mentre i due tapini dovevano contare mentalmente i loro passaggi sulla perpendicolare. Una volta arrivati a cento avrebbero dovuto pronunciare quel numero ad alta voce. Entrambi lo pronunciarono contemporaneamente ed ecco come venne scoperto che il pendolo, indipendentemente dall’oscillazione, impiega sempre lo stesso tempo a fare una oscillazione completa. Se vogliamo farla difficile, si chiama “teoria dell’isocronismo del pendolo”. Su questo principio si basano orologi e, sempre sulla base di questo principio, Foucault poté dimostrare la rotazione della terra.

Galileo, inoltre, scriveva molto bene. Era un divulgatore scientifico ante litteram. Illustrò il moto relativo con la famosa metafora della nave. Se poniamo degli uomini nella cabina di una nave e insieme a loro liberiamo alcuni insetti e dei pesci dentro a una vasca, oltre a un catino per raccogliere l’acqua gocciolante, notiamo che il movimento della nave, se costante e privo di scossoni, non influenzerà in alcun modo l’ambiente della cabina. Gli insetti continueranno a volare allo stesso modo, l’acqua a sgocciolare verticalmente dentro il catino e i pesci a nuotare indisturbati nella loro vasca. In sostanza, tutto ciò che è contenuto in un sistema inerziale chiuso e autonomo (ovvero in un luogo in cui tutto si muove alla stessa velocità, indipendentemente dalla velocità degli altri sistemi inerziali) è soggetto alle stesse leggi fisiche. Se volete fare una prova – ma non dite che ve l’ho suggerito io – salite sull’ultimo vagone di un treno (almeno non rischiate di far male a qualcuno) con un sasso, mettetevi nel corridoio e lasciate cadere il sasso. Vi cadrà in mezzo ai piedi. Poi provate ad aprire il finestrino e a lasciar cadere il sasso fuori dal treno, ovvero in un altro sistema inerziale e, se avrete fatto come ho detto io, ovvero vi sarete posizionati in fondo al treno, potrete dire addio al vostro sasso-

Galileo di fronte al Sant’Uffizio

E veniamo al punto della famosa abiura di Galileo. A parte il fatto che se non avesse abiurato la scienza ne avrebbe ricevuto un gravissimo danno, Galileo fu fortemente aiutato a prendere la decisione di smentire le proprie teorie. Il processo ebbe luogo dal 12 aprile 1633 e le udienze si tennero fino al 22 giugno dello stesso anno. L’accusa era di quelle pesanti (eresia) e il tribunale non brillava certo per il suo rispetto dei diritti dell’imputato, visto che si trattava del famigerato Tribunale della Santa Inquisizione. Fu così che Galileo venne condannato e costretto ad abiurare, per aver salva la vita. Ancora oggi, alcuni duri e puri, di quelli che lo sono tendenzialmente quando c’è in ballo la pelle di qualcun altro (e avrei potuto dirlo in altro modo, ma mi sono ripromesso di non scrivere parolacce…) sostengono che, se Galileo fosse stato realmente coerente con i suoi principi, avrebbe dovuto accettare la condanna e farsi bruciare vivo. Dimenticano un piccolo particolare: quando Galileo venne “invitato” a Roma a partecipare al suo processo (e abbiamo visto che è durato più di due mesi) venne “ospitato” nella stessa stanza in cui era stato ospitato precedentemente tale Giordano Bruno.

Credo che in questo modo diedero al buon Galileo parecchi spunti su cui meditare.

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Pierluigi Casalino, Sanremo News, 13 febbraio 2014

Per questioni legate alla concessione a Genova dell’isola greca di Tenedo da parte dell’imperatore bizantino Andronico Paleologo, che ribaltò in tal modo la politica del padre Giovanni V, filoveneziano, nel 1378 esplose un nuovo conflitto globale tra la Serenissima e la Superba. Il 30 maggio di quell’anno appunto, dopo l’azione sobillatrice di Barnabò Visconti, alleato di Venezia, sulle città della Riviera di Ponente, con la battaglia di Capo d’Anzio, nella quale la flotta genovese di Luigi Fieschi fu sconfitta da quella veneziana di Vettor Pisani, attiva nel Mar Tirreno.

La rivincita genovese non tardò e si ebbe nelle acque di Pola al largo di Capo Promontore, esattamente un anno dopo, con la vittoria riportata da Luciano Doria sullo stesso Pisani, che era passato in Adriatico, dove le operazioni belliche si erano spostate. Il Doria perse la vita nella battaglia, ma i genovesi occuparono Chioggia, bloccandola per mare e minacciando direttamente la stessa Venezia. La controffensiva veneta si sviluppò fino alla resa di Pietro Doria, parente di Luciano, nonostante l’occupazione di Trieste da parte ligure. La pace di Torino sancì una pace senza vinti, né vincitori e che ebbe il solo effetto di avvantaggiare i Turchi a spese delle due repubbliche marinare. A Genova, a seguito di gravi tumulti, assunse il potere il doge Antoniotto Adorno, il quale fece liberare Papa Urbano VI dalla prigionia di Nucera dove l’aveva relegato il re di Napoli, Carlo Durazzo: fu così che Genova divenne sede provvisoria della Chiesa di Roma per circa quindici mesi. Per la concessa ospitalità, il Pontefice, Genova ottenne piccoli fondi ecclesiastici della Riviera di Ponente, sottratti ai vescovi di Albenga, Noli e Savona. Attraverso una saggi politica territoriale, ‘Adorno si assicurò il possesso, non con le armi, ma con il denaro, di terre e castelli, tra cui Pieve di Teco.

Genova in una xilografia di Hermann Schedel (1493)

Genova in una xilografia di Hermann Schedel (1493)

In politica estera l’Adorno si assicurò nel 1388 Djerba e la Sirte tunisina, partecipando l’anno successivo ad una spedizione franco-genovese, che pose sotto assedio al-Mehedia per poi concludere un favorevole trattato di commercio con il Sultano di Tunisi: in quell’epoca, si dice, olivicoltori liguri di Ponente trapiantarono ulivi originari del Ponente nell’isola davanti a Sfax. L’Adorno, per motivi tuttora non chiari, si dimise dalla carica, dopo anni di governo, per ritirarsi a

Finale. Nel 1391, tuttavia, l’Adorno rientrò a Genova con ottocento armati; poco più tardi, le grandi inimicizie lo costrinsero nuovamente ad abbandonare il potere. Il 3 settembre 1394, Adorno, tuttavia, per la terza volta, tornò ad essere Doge di Genova. La Francia, sia su richiesta di avversari politici di Adorno, che per mire politico-territoriali sulla città, investì Savona, che, ostile da sempre a Genova, si diede ai Francesi. Adorno perfezionò un accordo segreto tra  la Francia e l’Adorno.

Non ebbe altra scelta che entrare in trattativa diretta con i francesi di Carlo VI, che già stavano estendendo la loro egemonia in Italia. l’Adorno promosse un’intesa con i francesi per inserire la Liguria nel sistema francese, anticipando una mossa che puntava a destinare Genova e il resto della regione alla Francia. Non molto dopo il dominio francese di Carlo VIII si abbatté su Genova e la Liguria a partire dalle piazzeforti di Ventimiglia, Sanremo e sempre più verso Levante. Anche i tradizionali e  cospicui interessi liguri in Provenza furono inglobati dai francesi.

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Esattamente trent’anni fa, era il 14 febbraio 1984, Altiero Spinelli prendeva la parola per presentare all’assemblea le conclusioni del lavoro della commissione incaricata di elaborare le riforme istituzionali, da lui presieduta. Nel discorso che riporto, Spinelli presenta il progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea (v. scheda del Parlamento Europeo). Di sicuro possiamo oggi dire che l’Europa attuale assomiglia ben poco a quella per la quale Spinelli lottò tutta la vita. Ma – se lo vorremo – possiamo ancora cambiare la situazione

Discorso pronunciato al Parlamento europeo nella seduta plenaria del 14 febbraio 1984

Altiero Spinelli al Parlamento Europeo

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari istituzionali ha portato a termine il mandato che quest’Assemblea gli aveva conferito. Oggi ho l’onore di chiedervi, in suo nome, di approvare la risoluzione che contiene il progetto di trattato che istituisce l’Unione.

Prima di cominciare la mia esposizione, mi si permetta di richiamare l’attenzione sul fatto che nella motivazione è stata tolta una linea. Essa ricordava il primo testo che sollevava il problema della riforma istituzionale e che è la proposta di risoluzione Van Aerssen del mese di settembre 1979. La linea soppressa verrà ristabilita.

Mi sia permesso fare un’osservazione preliminare concernente gli emendamenti, sui quali siete chiamati a pronunciarvi. Una prima categoria di emendamenti è costituita da modifiche stilistiche, che la commissione per gli affari istituzionali non ha avuto il tempo di incorporare nel testo e delle quali essa chiede l’adozione. Una seconda categoria è quella degli emendamenti che sottopongono di nuovo all’Assemblea soluzioni di ricambio che la commissione aveva già esaminato e rifiutato. La commissione non può che chiedere di respingerli, perché modificano testi che sono il frutto di compromessi talvolta complessi e delicati, che non è opportuno voler sconvolgere. Dal momento che dovremmo essere tutti consapevoli che questo progetto nasce dalla convergenza necessaria tra le idee di famiglie politiche differenti, chiederò piuttosto spesso agli autori degli emendamenti di volerli ritirare.

Un’ultima categoria concerne emendamenti che contengono alcune idee o sfumature nuove. La commissione propone che vengano adottati, o che venga adottato un emendamento di compromesso da lei stesso accettato, tutte le volte che gli emendamenti non modificano il significato globale degli articoli. Tra questi emendamenti, ce ne sono che riguardano l’articolo 82 del trattato e i paragrafi 2 e 3 della risoluzione, il cui accoglimento o il cui rifiuto ha conseguenze su tutto il significato politico del progetto. Ne parlerò fra poco.

Vengo così al tema centrale del nostro dibattito, che, essendo il quarto che l’Assemblea dedica a questo argomento, si concentrerà probabilmente sull’essenziale, che vorrei formulare in questo modo: qui, oggi, il Parlamento europeo deve spiegare con chiarezza e con fermezza le ragioni politiche della nostra iniziativa. Esso deve spiegarle a se stesso, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai partiti, alle forza sociali e soprattutto ai cittadini, nelle mani dei quali, fra quattro mesi, rimetteremo il mandato che avevamo sollecitato cinque anni fa. Con la mia introduzione al dibattito, intendo contribuire alla chiarezza e alla fermezza di questa spiegazione.

La nostra iniziativa istituzionale e il piano Genscher-Colombo sono nati quasi contemporaneamente un po’ più di due anni fa e hanno molte cose in comune. Le due iniziative partono dalla stessa percezione della contraddizione esistente tra il bisogno crescente di unità europea e il pericolo evidente che essa corre non solo di non avanzare, ma anche di indietreggiare. Tali iniziative vedono la ragione fondamentale di questa crisi in una definizione troppo ristretta degli scopi da raggiungere e in un metodo di lavoro poco efficace. Esse sono, conseguentemente, basate tutte e due su una riforma istituzionale. Esse hanno in comune anche l’acuta consapevolezza dell’impossibilità di pervenire ad un risultato senza un compromesso tra i partecipanti alla ricerca della soluzione.

I metodi seguiti nelle due ricerche sono stati, invece, molto differenti. I negoziatori del piano Genscher-Colombo, ministri e diplomatici, derivavano la loro legittimità dalla loro qualità di rappresentanti di Stati in quanto tali. Benché consapevoli di affrontare problemi di dimensione e di significato europei, essi erano tenuti tutti, per vocazione istituzionale, a vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva nazionale. Nella nostra iniziativa, noi derivavamo la nostra legittimità dalla nostra qualità di rappresentanti eletti dei cittadini della Comunità, di responsabili più autentici della democrazia europea nascente. Venuti dalla vita politica e sociale dei nostri paesi, siamo tutti consapevoli della necessità di farci carico dei problemi propri dei nostri rispettivi paesi. Ma la nostra vocazione istituzionale è vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva europea. Conosciamo ormai i risultati di questi due modi di procedere differenti. Nel corso della negoziazione del piano Genscher-Colombo, la prospettiva nazionale ha preso irresistibilmente il sopravvento. La europea si è progressivamente fatta da parte e la dichiarazione finale propone, praticamente, che venga rafforzata l’azione intergovernativa a scapito dell’azione soprannazionale. Nell’elaborazione dl progetto che voteremo questa sera, la prospettiva europea non solo non si è mai attenuata, ma è diventata più chiara, più sicura di sé, via via che il lavoro progrediva.

Il nostro progetto fa della Commissione un vero esecutivo politico, mantiene un ruolo legislativo e di bilancio per il Consiglio dell’Unione, ma lo definisce e lo limita, dà al Parlamento un vero potere legislativo e di bilancio, che esso divide con il Consiglio dell’Unione. Il nostro progetto riconosce l’esistenza di una sfera di problemi che saranno trattati dal Consiglio europeo con il metodo della cooperazione. Ma, da un lato, esso vieta al metodo intergovernativo di invadere il campo dell’azione comune e, da un altro lato, apre una porta che rende possibile il passaggio dalla cooperazione all’azione comune. In un certo senso è stato provvidenziale che tra Stoccarda, dove è stato votato il piano Genscher-Colombo, e Strasburgo, dove si vota oggi il progetto di trattato, si situi il Consiglio di Atene. Per il piano Genscher-Colombo, Atene è stata un vero e proprio “hic Rhodus, hic salta!”, e non ha saputo saltare. Esso aveva proposto di rafforzare il metodo intergovernativo, e Atene ha dimostrato l’impossibilità logica, oltre che politica, di concepire e di realizzare secondo questo metodo politiche di ampio respiri, che hanno bisogno di prolungarsi nel tempo, di fondarsi su larghi consensi, di spezzare certe rigidità nazionali. Ma il disastro di Atene ha mostrato anche, inaspettatamente, quel che i Consigli precedenti, sebbene sempre più paralitici, erano riusciti a velare pudicamente.

Per la prima volta, il Consiglio di Atene ha mostrato la possibilità della fine dell’unione realizzata nella Comunità e del ritorno ai sacrosanti egoismi nazionali. Tutti hanno avuto paura delle conseguenze di una scissione del genere e si sono messi alla ricerca dei mezzi per impedire l’affondamento della barca europea.

Il nostro progetto di trattato non sarebbe potuto apparire sulla scena politica in un momento più appropriato, visto che è la sola risposta politicamente e intellettualmente valida al fallimento di Atene. La nostra risposta è, come tutte le cose vere e autentiche, al tempo stesso semplice e difficile da digerirsi. Può essere riassunta in pochissime parole: gli affari di interesse comune possono essere gestiti validamente solo da un potere veramente comune. Chi cerca seriamente di uscire dal vicolo cieco di Atene deve aderire al nostro progetto, ma quanti tabù bisogna superare per vedere le cose evidenti!

Una volta approvato, il nostro progetto non dovrà andare al Consiglio, che lo trasmetterebbe ai rappresentanti diplomatici, i quali lo sezionerebbero e lo seppellirebbero. Noi lo faremo pervenire ai governi e ai parlamentari nazionali, chiedendo loro di avviare le procedure di ratifica.

La commissione per gli affari istituzionali vi propone di seguire questa via sostanzialmente per due ragioni, complementari tra loro. Da un lato, questo Parlamento eletto deve avere la consapevolezza chiara, precisa e fiera di essere la sola istanza europea in cui sono legittimamente rappresentati i cittadini d’Europa in quanto tali, secondo raggruppamenti politici che sono gli stessi di quelli che esistono nell’ambito nazionale. E’, conseguentemente, la sola istanza europea capace di elaborare un progetto costituzionale senza perdere di vista la prospettiva europea e con la partecipazione delle forze politiche di tutti i paesi membri. D’altra parte, i governi e i parlamenti nazionali sono evidentemente consapevoli della necessità di fare avanzare la costruzione europea, e dunque dire sì o no a un progetto europeo. Ma, se si mettono intorno ad un tavolo come ministri nazionali o delegazioni parlamentari nazionali per redigere un testo, essi possono solo provocare i riflessi nazionale di ogni ministro o di ogni delegazione parlamentare e riaprire automaticamente la discussione sulle rivendicazioni nazionali necessariamente divergenti. Il metodo della trattativa diplomatica farebbe rapidamente riprendere il sopravvento all’interesse nazionale e il progetto del Parlamento europeo verrebbe rapidamente ridotto a un documento di lavoro, per essere poi messo da parte.

Certo, non si può escludere che l’accoglimento del nostro progetto cozzi contro ostacoli del genere, che convenga al Parlamento riprenderlo, rimetterlo, per così dire, in cantiere, rimodellarlo. Ma aspettiamo di vedere, prima di decidere di farlo. Guardiamoci bene dal far discendere fin d’ora il nostro progetto, dal livello di progetto formale della sola Assemblea politica abilitata a proporre un testo istituzionale europeo, al livello di un documento di lavoro umilmente presentato da un’Assemblea poco sicura del suo diritto di redigerlo.

Mi sono soffermato su questo aspetto della nostra iniziativa, contenuto nei paragrafi 2 e 3 della risoluzione e nell’emendamento di compromesso che la nostra commissione raccomanda di approvare, perché l’emendamento Haagerup-Nord chiede esattamente quello di cui ho cercato di dimostrare l’incoerenza. Se questo emendamento dovesse essere approvato, dichiareremmo noi stessi che siamo incapaci di presentare un progetto valido. Probabilmente alcuni di noi, ed io in ogni caso, proveremmo una certa vergogna a mettere ancora i piedi in un parlamento capace di un simile atto di automutilazione e di autoderisione. Decideremo dunque, lo spero, di rivolgerci ai governi e ai parlamenti degli Stati membri per chiedere loro di assumere e di approvare il progetto.

La vera battaglia per l’Unione comincerà in quel momento, e il ruolo del Parlamento europeo continuerà a essere essenziale, visto che dovrà guidare e animare un’azione dura ed esigente, che potrà riuscire solo se sapremo essere tenaci.

I nostri gruppi politici saranno inviatati ad esercitare tutta la loro influenza sui loro partiti e, conseguentemente, sui gruppi politici omologhi nei parlamenti nazionali. Noi difenderemo e faremo conoscere il nostro progetto nella prossima campagna elettorale. Chiediamo, fin d’ora, che il futuro Parlamento prenda tutte le iniziative necessarie per superare gli ostacoli e ottenere le ratifiche. Richiamo la vostra attenzione anche sull’articolo 82 e sull’emendamento di compromesso che lo precisa e che la commissione per gli affari istituzionali vi chiede di approvare. Vi si dice che, per l’entrata in vigore del trattato tra i paesi che l’avranno ratificato, non è necessaria l’unanimità degli Stati membri attuali. Spetterà agli Stati che avranno ratificato il trattato fissare la data e la procedura dell’entrata in vigore di questo testo e negoziare nuovi rapporti con gli Stati che non avranno aderito. Richiamo la vostra attenzione sul fatto che questo quorum implica che gli Stati aderenti siano per lo meno sei, e sette in un’Europa a dodici, e quindi gli Stati più piccoli avranno la loro parola da dire in modo determinante.

Se lasciassimo sussistere un dubbio sulla possibilità di cominciare, anche se non si è al completo, metteremmo il successo dell’operazione non nelle mani dei più decisi, ma in quelle dei più esitanti, anzi dei possibili avversari, destinando così tutta l’impresa a un fallimento quasi certo.

Tra i paesi che esitano, penso – e non sono solo a pensarlo -, con un’attenzione, una tensione e un’angoscia particolari, alla Francia, a causa dell’importanza probabilmente decisiva che il suo comportamento avrà per tutti gli altri paesi della Comunità. Le esitazioni di molti nostri colleghi francesi in quest’Assemblea sono un segno evidente di esitazioni profonde tra i dirigenti del paese.

Ancora una volta, è quasi provvidenziale che la Francia eserciti la presidenza del Consilio in questo primo semestre del 1984, che comincia con la votazione di oggi sul progetto di trattato dell’Unione, si concluderà con le elezioni europee, e nel corso del quale nessuno può certo pretendere che vengano riparati tutti i danni accumulati ad Atene, e ben prima di Atene, ma si ha il diritto di aspettarsi che venga individuata ed indicata la strada da seguire per ripararli.

Il governo francese è dunque impegnato, in questi sei mesi, a meditare, con intensità ed immaginazione più grandi che negli anni scorsi, sulla crisi europea e sui mezzi per venire fuori. E’ opportuno, mi sembra, consigliargli di non aspettarsi granché dagli incontri bilaterali che persegue con tanta alacrità.

Certo, è possibile, anzi probabile, che, nel corso di questi incontri, vengano trovati un certo numero di compromessi a breve scadenza, ma si può essere sicuri che si tratterebbe di cattivi compromessi, perché rinvierebbero la crisi istituzionale di uno o due anni, il che la farà scoppiare in modo ancora più pericoloso.

Utili per gli accordi specifici limitati, le trattative intergovernative possono sfociare solo in cattivi compromessi, non appena si tratti di costruire una politica di ampio respiro e duratura.

A tutti i Francesi, ma soprattutto al Presidente della Repubblica che ha recentemente auspicato un ritorno allo spirito del Congresso dell’Aia e ha parlato della necessità di giungere a un’unità politica, il nostro Parlamento deve dire, con il voto di questa sera, che dalla presidenza francese del Consiglio ci aspettiamo che non si limiti a venirci a parlare ritualmente, alla fine del suo semestre, delle quisquilie che il consiglio avrà realizzato, ma che essa scopre che il nostro progetto è la risposta, la sola risposta seria, alla sfida esistenziale di fronte alla quale l’Europa, e la Francia con essa, si trovano, e ci aspettiamo che il governo francese – dico bene: il governo francese, non il Consiglio europeo – faccia proprio il progetto ed annunci che è pronto ad avviare la procedura di ratifica, non appena il minimo di paesi previsto nel trattato per la sua entrata in vigore avranno assunto lo stesso impegno.

In tal modo, il semestre di presidenza francese passerebbe alla storia.

Per finire, chiedo a quest’Assemblea, a nome della commissione per gli affari istituzionali, di votare in massa la risoluzione che la commissione ha presentato e gli emendamenti che raccomanda.

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Prima dell’articolo, una piccola nota personale. Anni fa, sarà stato l’87 o l’88, ero a dare una mano alla festa dell’Unità. Lo stand era quello del piano bar e venne a suonare un gruppo di Bologna, Ovviamente loro nel primo pomeriggio facevano le prove, mentre noi si preparava il tutto. Nel gruppo c’era un chitarrista, che non era Jimi Hendrix, ma nemmeno uno scarsissimo. Parlando, venne fuori che era il chitarrista degli Skiantos e mi raccontò di aver fatto il primo album sapendo suonare solo l’accordo di MI. Poi gli dissero che di accordi ce n’erano anche altri e allora decise di andare a scuola di chitarra. Ovviamente non è vero (chi sa fare il MI sa fare almeno anche il LAm…). Però rende bene l’idea del tipo di personaggi che erano.

*****

Massimo Del Papa, Lettera 43, 12 febbraio 2014

Artista di grandi insuccessi. Che hanno segnato un’era

Andrea Pazienza

È morto un freak. Uno dei pochi veri, uno degli ultimi in giro. È morto un freak, un “demente”, un fumetto. Ed era comparso sul serio nei comics, disegnato sulle tavole del suo amico Andrea Pazienza, e poi gliel’avevano anche dedicata, nel 2007, a Lucca Comics, una strip a Freak Antoni, al secolo Roberto, morto come solo lui poteva morire: lì lì per compiere sessant’anni e non arrivarci.

Nemesi della sfiga, ma quasi beffarda, quasi situazionista. Sarebbero stati sessant’anni di grandi insuccessi, una vita intera, e questo è stato l’insuccesso più grande di tutti.
TRAPEZISTA DELLA LOGICA. È morto un freak, un sotterraneo, uno libero, che faceva tutto e gli stava stretto tutto, cantante, cabarettista, scrittore, attore sempre in quel modo lì, terribilmente serio nel non prendersi sul serio e se qualcuno pensa che sia un’arte facile quella del trapezista della logica, dell’ironia, del surreale, ebbene non ha idea di cosa significhi davvero.

Bisogna essere troppo scemo ma forse troppo intelligente, patendo il gusto del non trovarci gusto.

Roberto Antoni era uno che si portava addosso il meglio e il peggio del post 77, di quella Bologna là: il Dams e i portici, gli esperimenti culturali e lo scrigno della Dotta, la contestazione e l’ironia, l’eroina e il cazzeggio, ‘l’impegno’ smitizzato dal disimpegno (o il contrario?), l’etichetta Cramps e il punk alla bolognese, la voglia estrema di giostrare in scioltezza, da freak, salvo poi piazzare qualche colpo maligno, tipo il non-concerto al Palasport del 79, dove si cuocevano gli spaghetti anziché suonare e la gente s’incazzava e lui impavido a ringhiarle contro: «Questa è avanguardia, pubblico di merda!».

Tutta una vita così, a lasciar chiedere se fosse lui sballato rispetto al mondo, o il mondo sbagliato rispetto a lui.

«Mi piaccion le sbarbine, lo so che non conviene», e giù tutti a ridere, ah il solito Freak Antoni; ma intanto lui aveva intuito con trent’anni d’anticipo dove sarebbe andata a parare l’etica politica occidentale, mondiale, mica solo italiana.

ANTESIGNANI DI UN GENERE. Bizzarrie lessicali, invenzioni linguistiche cavate dal dialetto, che diventano modi di dire, paradigmi: «Pesissimo» (anche se quella volta il Freak non c’era, schifato dal compromesso sanremese), «storie pese», e nasceranno gli epigoni Elio e le Storie Tese, che però sono milanesi, sono più furbi degli Skiantos, non ci stanno a lasciarsi relegare nell’insuccesso di lusso, loro vogliono la fama, la ribalta mediatica e la ottengono. Ma senza Skiantos non sarebbero esistiti. Senza quei paradossi, quei colpi di genio e di scemenza, quanti non sarebbero esistiti?

LA RIVALITÀ CON GLI SQUALLOR. Skiantos contro Squallor, i primi intellettuali, sofisticati sotto l’apparenza demenziale, gli altri, arrivati prima, più grevi, non meno teppistici, non meno mercuriali ma più dritti al punto, più sanguigni, più mediterranei.

Roberto “Freak” Antoni

Freak Antoni e Dandy Bestia da una parte, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti dall’altra. E in mezzo qualcosa che voleva, poteva somigliare alle provocazioni, agli eccessi colti di Zappa, sia pure in salsa tricolore.

Ma non erano degli sprovveduti neppure gli Skiantos: sapevano forgiare un sound all’accorrenza incandescente, il riff ferocemente western delle «Sbarbine», ed è solo un esempio, è qualcosa di ipnotico, di violentemente divertente, alla Sergio Leone, era spaghetti rock, demenziale ma fino a un certo punto.

E Roberto Freak Antoni era tutt’altro che uno sprovveduto, anzi quello che sconcertava, che forse faceva anche un po’ paura di lui, era quella lucidità ostinata dentro la vita buttata via, da punk autentico, le sue contorsioni, le sue consunzioni.

UNA FAME DI VITA CHE MANGIA LA VITA. Una fame di vita che mangiava la vita. Antoni aveva deciso di vivere, di suonare, di fare arte a modo suo, pagando i prezzi che c’erano da pagare, il primo dei quali il restare ai margini, perdente di successo, carriera di grandi insuccessi, a vedere altri riprendere i suoi modi di dire, i suoi sberleffi, le sue intuizioni (ultimo dei quali il corregionale Dente, col suo Almanacco del giorno prima, che non può non riecheggiare l’Almanacco del giorno che fu, la rubrica che Antoni teneva su Radio RockFM).

Ma il 77 con i suoi eccessi e le sue ferocie era passato subito, bruciato per autocombustione come un gigantesco bonzo mentre lui si sforzava di tenere la barra anche nostalgica di un gruppo che tutti citavano, ma pochissimi valorizzavano.

IRRIMEDIABILMENTE UNDEGROUND. Irriverentemente, irrimediabilmente underground, ma non c’è ragazzo, non c’è liceale dal 1978 in poi che non gli debba qualcosa. Fino alla decisione estrema, amarissima: gli Skiantos non hanno spazio e io li sciolgo, li tolgo dai coglioni. Poi volevano continuare senza di lui, ma sarebbe stato troppo anche per un gruppo di dadaisti come quello, per gli Skiantos passarono più di 20 musicisti ma erano prima di tutto e soprattutto Roberto, senza di lui non c’era gusto né senso.

Ma il vero Freak non torna indietro. Antoni stava già male eppure continuava ad agire, a sabotare, aveva fondato la sua Freak Antoni Band, aveva collaborato con J-Ax, altro epigono, alla cover di se stesso de I gelati sono buoni (non vengono in mente le Fragole buone buone del bolognese Luca Carboni?). Poi, una mattina di febbraio, a un passo dai sessant’anni, la sfiga di spegnersi come una candela, nello stupore generale. E pare l’ultima provocazione, come a dire: dopo tutto ‘sto casino vado via in silenzio, ma mi rimpiangerete.

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Da qualche mese a oggi, stanno scomparendo un sacco di musicisti, di genere diverso, ma comunque importanti. Oggi se n’è andato Roberto (Freak) Antoni, fondatore e fino a due anni fa front man e anima degli Skiantos, il gruppo punk rock italiano per eccellenza.

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Giulia D’Agnolo Vallan, Il Manifesto, 11 febbraio 2014

Spe­ri­co­la­ta­mente in bilico tra il docu­men­ta­rio e il car­toon Is the Man Who Is Tall Happy?, uscito il novem­bre scorso in Usa e in pro­gramma a Ber­lino nella sezione Pano­rama, è l’incontro ina­spet­tato tre due menti diver­sis­sime tra loro che in que­sto film risul­tano sor­pren­den­te­mente com­pa­ti­bili. La non fic­tion e l’animazione erano stati lin­guaggi in cui Michel Gon­dry (Se mi lasci ti cancello,The Green Hor­net) aveva già lavo­rato in pas­sato. La spina nel cuore, per esem­pio, è il titolo di un docu­men­ta­rio che il regi­sta fran­cese aveva dedi­cato nel 2009 a sua zia Suzette. L’oggetto del suo nuovo film non potrebbe essere più lon­tano dalla sfera famigliare.

Noam Chomsky (di fronte) e Michel Gondry (di spalle)

Si tratta infatti del lin­gui­sta e filo­sofo ame­ri­cano Noam Chom­sky, che fino al 2010, Gon­dry aveva incon­trato solo in dvd, guar­dando film come Mani­fac­tu­ring Con­sent: Noam Chom­sky and the Media, e che defi­ni­sce «il mag­gior pen­sa­tore vivente».. Is the Man Who Is Tall Happy? è il risul­tato di due lun­ghe con­ver­sa­zioni tra Gon­dry e Chom­sky, avve­nute quell’anno, tra le mura sghembe del Ray and Maria Stata Cen­ter, dise­gnato da Frank Gehry per il Mas­sa­chu­setts Insti­tute of Tech­no­logy dove Chom­sky è pro­fes­sore eme­ri­tus.

Sce­no­gra­fia con­cet­tual­mente per­fetta per un incon­tro come que­sto, l’architettura di Ghery è citata bre­ve­mente nella con­ver­sa­zione ma in realtà non si vede nem­meno, in que­sto film in cui lo stesso Chom­sky appare pochis­simo, e quasi sem­pre in qua­dra­tini che occu­pano una pic­cola por­zione dello schermo. È la sua voce che ci guida, alter­nando memo­rie auto­bio­gra­fi­che a ela­bo­ra­zioni del suo pen­siero teo­rico, sullo sfondo di una fit­tis­sima, colo­ra­tis­sima, selva di dise­gni ani­mati a pen­na­rello dal regi­sta. Tra Coc­teau, Keith Haring e un bam­bino di 7 anni, i car­toon – spiega Gon­dry nel suo inglese pesan­te­mente accen­tato — sono un modo per sve­lare a chi guarda che quello che scorre davanti agli occhi non è ogget­tivo. Ma il disclai­mer è quasi super­fluo, soprat­tutto per un film­ma­ker che ha sem­pre fatto del denoue­ment dell’artificio parte inte­grante del suo modo di comu­ni­care. La scienza moderna è nata nel momento in cui abbiamo accet­tato di lasciarci sor­pren­dere da ciò che era ovvio, è un’affermazione su cui Chom­sky almeno un paio di volte nelle sue rispo­ste. E la dimen­sione di mera­vi­glia in cui si entra alla soglia di quella sor­presa sem­bra uno dei sog­getti forti del cinema di Gondry.

Nei dise­gni è la sua inter­pre­ta­zione delle parole del suo inter­lo­cu­tore. In alcuni casi le imma­gini hanno una qua­lità let­te­rale – Chom­sky bam­bino in cucina con le zie che cer­cando di obbli­garlo a man­giare gli odiati fioc­chi d’avena, con suo padre che gli fa leg­gere già pic­co­lis­simo i testi sacri ebraici, per mano con la moglie (scom­parsa recen­te­mente, e di cui non vuole par­lare)… In altri visua­lizza delle affer­ma­zioni (non credo in dio, non ascolto il rock ‘n roll…) o un rac­conto fan­ta­stico, come la fiaba in cui un asino si tra­sforma in un sasso ma con­ti­nua ad essere se stesso. In altri ancora, rigo­glio­sis­sime giun­gle astratte di pen­siero sgor­gano dalla testa e dalla bocca di un Chom­sky in ver­sione car­toon. Il pen­siero filo­so­fico di Chom­sky è qui pri­vi­le­giato rispetto a quello poli­tico. Per­sino l’occasionale inceppo comu­ni­ca­tivo tra l’inglese pre­ci­sis­simo di uno e quello molto più gros­so­lano dell’altro è dram­ma­tiz­zata a pen­na­rello. L’effetto molto bello (ricorda un po’ la grande intui­zione ani­mata di Richard Lin­kla­ter, Waking Life), la visione un po’ intri­cata anche lei.

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Violeta Parra, cantautrice ed esponente del movimento conosciuto come Nueva Canción Chilena, nella sua canzone forse più conosciuta.

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Marco Dotti, Il Manifesto, 11 febbraio 2014

Come è stato pos­si­bile che, fra tanti, sul trono di Pie­tro si sia infine seduto pro­prio un cri­stiano? Han­nah Arendt si sentì porre que­sta domanda, in forma sem­plice e diretta, da una came­riera romana. La donna – sem­plice e schietta come le sue parole, che d’altronde inter­pre­ta­vano un sen­ti­mento dif­fuso — subito aggiunse: «non ha forse dovuto essere nomi­nato vescovo, arci­ve­scovo e car­di­nale, prima di essere infine eletto papa? Nes­suno si era accorto di chi fosse real­mente?». La rispo­sta, ovvia­mente, ten­deva al «no, non si erano accorti» e Arendt ricor­derà, ripro­po­nen­dole, domanda e rispo­sta in un arti­colo del 1965, tito­lato The Chri­stian Pope, ori­gi­na­ria­mente apparso sulla New York Review of Books, suc­ces­si­va­mente con­fluito nel volume Men in Dark Times e ora ripre­sen­tato, per la cura di Paolo Costa, al let­tore ita­liano (Il papa cri­stiano. Umiltà e fede in Gio­vanni XXIII, EDB, pp. 46, euro 5).

«Papa cri­stiano» diventa quasi un ossi­moro se letto attra­verso la lente offerta dalla came­riera romana. Reli­gio­sità popo­lare e tiara sem­bra­vano diver­gere radi­cal­mente, fino all’eccezione di Gio­vanni XXIII. Soprat­tutto per­ché sul pon­ti­fi­cato di Gio­vanni XXIII (dal 28 otto­bre 1958 al 3 giu­gno 1963), al secolo Angelo Giu­seppe Ron­calli, le testi­mo­nianze e gli aned­doti di vita quo­ti­diana con­cor­dano pro­prio sul punto: fu un uomo sem­plice e di vera fede, pra­tico e deciso, ma anche ricco di scal­trezza con­ta­dina – tutto il con­tra­rio di un papa intel­let­tuale, insomma. È pro­prio su quella che a molti parve roz­zezza masche­rata da bontà che si con­densa la rifles­sione – breve, ma inci­siva – che Arendt dedica al pro­filo sin­go­lare di un uomo che alla bana­lità del male oppose la quo­ti­dia­nità pra­tica del bene. Lo stesso Ron­calli anno­tava che molti lo con­si­de­ra­vano un «papa di tran­si­zione». A sor­pren­dere non è tanto il fatto che non fosse nella lista dei papa­bili ma, com­menta Arendt, che «nes­suno si fosse accorto di chi egli real­mente fosse, e che venne eletto pro­prio per­ché tutti lo con­si­de­ra­vano una figura di scarso peso».

Rileg­gendo Il gior­nale dell’anima (a cura di Loris Fran­ce­sco Capo­villa, edi­zioni di Sto­ria e Let­te­ra­tura, Roma 1964), il dia­rio spi­ri­tuale di Ron­calli uscito in tra­du­zione inglese nel 1965, Arendt parla di un libro «stra­na­mente delu­dente e stra­na­mente affa­sci­nante». E cerca pro­prio in quella serie di anno­ta­zioni la rispo­sta alla domanda che cir­co­lava sulla bocca di molti e che la came­riera romana non faceva che con­den­sare in forma diretta: chi era l’uomo che, tra la fine di mag­gio e l’inizio di giu­gno del 1963 gia­ceva sul letto di morte in Vati­cano? Che molti lo con­si­de­ras­sero un «min­chione» (l’espressione è di Ron­calli) non era un mistero, ma che quell’uomo si inscri­vesse nella linea di coloro che spesso in silen­zio e umiltà hanno pra­ti­cato, e non solo pre­di­cato, l’imi­ta­tio Chri­sti è un pro­blema ben più ampio che attiene pro­prio la quo­ti­dia­nità del bene e il suo «movi­mento», rispetto alle dina­mi­che della Chiesa-istituzione. «Dicono e cre­dono che io sia un min­chione. Lo sarò anche, ma il mio amor pro­prio non lo vor­rebbe cre­dere. È qui il bello del gioco», scri­veva Ron­calli. Eppure, alla fine, il suo «gioco» con­qui­stò e la Chiesa e il mondo. Ma non fu sem­plice, come ricorda Arendt, per­ché «nel bel mezzo del nostro secolo quest’uomo ha deciso di pren­dere alla let­tera ogni arti­colo di fede che gli era stato inse­gnato». Eppure, que­sto pren­dere alla let­tera, non fu sem­plice e tanto gli anni tra­scorsi in Bul­ga­ria, quanto quelli pas­sati a Istan­bul furono «una vera croce» a causa delle dina­mi­che della diplo­ma­zia vaticana.

C’è però un pas­sag­gio, inte­res­sante, nella let­tura di Arendt. È il richiamo alla «resi­stenza» rispetto alla sedu­zione intel­let­tuale che molti cre­denti hanno eser­ci­tato su pen­sa­tori atei e cri­tici laici. Le sue pagine risul­tano dure e per­sino ste­rili, se lette con la lente dell’appassionato di teo­lo­gia. «Gene­ra­zioni di intel­let­tuali moderni, quando non erano atei – cioè scioc­chi che fin­ge­vano di sapere ciò che nes­sun uomo può sapere – hanno impa­rato da Kier­ke­gaard, Dostoe­v­skij, Nie­tzsche e dai loro nume­ro­sis­simi seguaci, den­tro e fuori il movi­mento esi­sten­zia­li­sta, a con­si­de­rare ’inte­res­santi’ le que­stioni teo­lo­gi­che. Senza dub­bio per tutti costoro sarà dif­fi­cile com­pren­dere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva ’fatto voto di fedeltà’ non solo alla ’povertà mate­riale’, ma a quella di ’spirito’».

In fondo, pre­scin­dendo dalla domanda su chi dav­vero fosse Gio­vanni XXIII è in que­sto suo non essere mai stato intel­let­tuale in senso lata­mente bor­ghese. Fu sem­pre un pes­simo stu­dente, non leg­geva molti libri, amava solo i quo­ti­diani. Sciocco? Scal­tro? O solo un uomo real­mente povero di spi­rito? La domanda rimane, eppure è pro­prio sul fon­da­mento di que­sta domanda – la sua povertà di spi­rito — che risiede la capa­cità di inci­dere sull’attimo, sul pre­sente, sulle dina­mi­che pro­fonde del quo­ti­diano di un uomo mai privo di visione come fu Ron­calli. Fino alle sue ultime parole, pro­nun­ciate in fin di vita, che rilan­ciano a noi la que­stione: «ogni giorno è buono per nascere, ogni giorno è buono per morire». Tutti, però — e qui sta la chiave — sono «buoni» per agire.

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