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Archive for aprile 2014

Non importa quale ritratto. Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere. Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo…

Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità. Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze. È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui si avrebbe brindato allo splendore della vita. E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.

Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole. E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.

Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere. Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata. Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri. I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.

Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato. Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato. Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano. Quello che spesso vive addormentato dentro di noi. Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.

José Saramago (1922 – 2010), Premio Nobel per la Letteratura 1998

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Se Dio, per un istante, dimenticasse che sono un pupazzetto di stoffa e mi donasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in fin dei conti, penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose non per quanto valgono, ma per quello che esprimono .

Dormirei poco, sognerei di più, capendo che per ogni minuto in cui chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei quando gli altri si fermano, mi risveglierei quando gli altri si coricano.
Ascolterei quando gli altri parlano e… come saprei godermi un buon gelato al cioccolato!

Se Dio mi facesse dono di un ritaglio di vita vestirei senza fronzoli, mi butterei di pancia al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo, ma pure la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e attenderei così l’arrivo del sole.
Dipingerei con un sogno di Van Gogh, sulle stelle, una poesia di Benedetti; e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Annaffierei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine, e l’incarnato bacio di quei petali…

Dio mio, se io avessi uno scampolo di vita…
Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo che la amo. Ad ogni donna e ad ogni uomo farei capire che sono loro i miei prescelti e vivrei innamorato dell’amore.

Agli uomini dimostrerei che sbagliano quando pensano che uno smette di innamorarsi perché invecchia, ignorando che uno invecchia proprio perché ha smesso di innamorarsi!
A un bambino darei le ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare.
Ai vecchi insegnerei che la morte non è fatta di vecchiaia, ma di oblio.

Tante cose ho imparato, da voi uomini…
Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza capire che la vera felicità sta nel modo di salire quel pendio.
Ho imparato che quando un neonato afferra col suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo fa per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto in basso soltanto quando si appresta ad aiutarlo a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma in verità di poco mi serviranno, perché quando mi metteranno dentro quella valigia starò, infelicemente, già morendo.

Dì sempre quel che senti e fa quello che pensi.
Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e chiederei al Signore di poter essere il guardiano della tua anima.
Se sapessi che è questa l’ultima volta che ti vedrò uscire da quella porta, ti darei un abbraccio, un bacio e ti chiamerei poi indietro per continuare a darteli.
Se sapessi che questa è l’ultima volta che sentirò la tua voce, registrerei ognuna delle tue parole per poter ascoltarle una e un’altra volta, all’infinito.
Se sapessi che sono questi gli ultimi minuti che mi restano per guardarti, ti direi “ti amo”, senza pensare, scioccamente, che tu lo sai da sempre.

C’è sempre un domani e la vita di solito ci offre la possibilità di rifare ogni cosa per bene, ma se mi sbagliassi e l’oggi fosse tutto quanto ci rimane, mi piacerebbe dirti questo, che ti amo, e che non mi riuscirà di dimenticarti.

Nessuno, vecchio o giovane, ha il domani assicurato. Oggi potrebbe essere l’ultima volta che vedi coloro che contano per te.
Per questo non aspettare, fallo ora , perchè se quel domani infine non arriva, rimpiangerai il giorno in cui non trovasti il tempo di un sorriso, un abbraccio, un bacio; troppo occupato per concedere alla vita la sua ultima grazia.
Tieni coloro che ami vicino al cuore, sussurragli all’orecchio che hai bisogno di loro, amali, trattali bene, e trova del tempo per dire “mi dispiace”, “scusami”, “ per favore”, “grazie” , voglio dire, tutte quelle parole d’amore che hai in grembo.

Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici quanto tieni a loro.

Gabriel García Márquez
(Traduzione di Milton Fernandez)

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Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”.

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E – quel che è di più – sei un Uomo, figlio mio!

(Rudyard Kipling, Lettera al figlio, 1910)

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Nikola Vaptzarov nacque a Bansiko (Bulgaria) il 7 dicembre 1909. Il 23 luglio 1942, a neanche 33 anni, cadde sotto il piombo del plotone di esecuzione nazista presso il campo di tiro della Scuola ufficiali di Sofia.

Ebbe una vita breve, ma ricca di esperienze: studente di liceo, allievo della Scuola Nautica di Varna, operaio, macchinista di locomotive, fabbricatore di ordigni esplosivi per la lotta contro i nazisti che avevano invaso il suo paese, dirigente politico del Partito operaio bulgaro.

Come poeta – la prima e unica raccolta di versi a suo nome risale al 1940 e si intitolava “Motorni Pesni” (I canti del motore) – era già noto a partire dal 1935 con lo pseudonimo di Nicola Ioncov.

All’inizio della guerra prese parte all’azione per la pace e venne arrestato una prima volta nel 1941. Rilasciato per mancanza di prove, riprende l’attività di cospiratore e artificiere al fianco del colonnello Zvetan Radoinov, uno dei capi della Resistenza Bulgara. Al principio dell’anno seguente avvenne il secondo e definitivo arresto. Lo torturarono per quattro mesi perché denunciasse i compagni, ma Vaptzarov parlò solo per attribuirsi ogni responsabilità.

“Sono un antifascista, un figlio della mia Patria e odio gli invasori hitleriani: per questo faccio parte della Resistenza”.

La lotta

La lotta è implacabile, feroce.
La lotta, come dicono, è epica.
Io sono caduto. Altri prenderà il mio posto… ecco tutto.
Cosa conta qui la sorte di un uomo?

Fucilazione, e poi … la fossa.
Tutto ciò è tanto semplice e logico.
Ma nelle future tempeste saremo ancora insieme,
popolo mio, perché ci siamo amati.

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Articolo pubblicato sul numero 13 de “La voce della democrazia”, uscito a Sanremo martedì 1 maggio 1945. (altro…)

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Il 21 dicembre 1952 viene murata nel Municipio di Cuneo la lapide scritta da Piero Calamandrei ad ignominia di Albert Kesselring responsabile di numerosi eccidi tra cui quello delle Fosse Ardeatine e Marzabotto.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

(Pietro Calamandrei)

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Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere.

Credo che in questa frase ci sia tutta l’essenza della letteratura e della filosofia di vita di Gabriel Garcia Marquez, uno dei grandi scrittori del Novecento.

Come tutti gli intellettuali sudamericani della sua epoca, ebbe una vita piuttosto movimentata. Ma lasciamo che sia lui a raccontarla con questa intervista.

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Riporto questo interessante contributo di Olivier Zajec (ricercatore presso l’Institut de strategie comparée), da Le Monde Diplomatique di aprile 2014.

L’ossessione antirussa
di Olivier Zajec
(traduzione di M.C.)

Con l’annessione della Crimea al territorio russo, approvata il 18 marzo da Vladimir Putin, e le sanzioni decise contro il Cremlino, la crisi ucraina ha assunto le dimensioni di un terremoto geopolitico. Capire questo conflitto implica prendere in considerazione i punti di vista concorrenti di tutti gli attori. Ma, nelle cancellerie occidentali, sovente i proclami morali soppiantano l’analisi politica.

In queste ultime settimane, il modo di trattare le vicende ucraine da parte dei media lo ha confermato: per una parte della diplomazia occidentale, le crisi non tradiscono più un’asimmetria fra interessi e percezioni da parte di attori dotati di ragione, ma sono scontri finali tra il bene e il Male, nei quali si gioca il senso della storia.

la Russia si presta a meraviglia a questa rappresentazione, che ha il merito della semplicità. Per molti commentatori, quello Stato barbaro governato dai cosacchi ha le sembianze di un altrove semi-mongolo retto dagli epigoni del Kgb, che ordiscono oscuri complotti al servizio di zar nevrotici i quali sguazzano nelle gelide acque del calcolo egoista [Bernard-Henri Lévy, «L’honneur des Ukrainiens», Le Point, Parigi, 27 febbraio 2014]. Reclusi, tagliati fuori dalla loro epoca, questi autocrati spostano lentamente i pedoni sulle scacchiere d’avorio invece di leggere The Economist. Di tanto in tanto, affondano un sottomarino nucleare per il piacere di inquinare il mar di Barents, in attesa di provocare un referendum illegale nel loro «straniero vicino» per ricostruire l’Urss.

A tentare una sintesi dei luoghi comuni apparsi sui giornali occidentali – non solo dall’inizio della crisi ucraina ma da 15 anni a questa parte -, questa Chromo folcloristica è più o meno quello che ricava il lettore normale a proposito della politica dell’attuale Federazione russa. Questa percezione globalmente negativa, che degenera in caricatura, risale a una tradizione ben radicata.

Essa si fonda su analisi che sottolineano la compulsione totalitaria e «menzogniera» della cultura russa [Alain Besançon, Sainte Russie, Editions de Fallois, Parigi, 2014], e sulla presunta continuità tra Joseph Stalin e Vladimir Putin – tema prediletto dagli editorialisti francesi e dai think-tank conservatori statunitensi [Steven P. Bucci, Nile Gardiner, Luke Coffey, «Russia, the West, and Ucraine: Time for a strategy – not hope», Issue brief, no° 4159, The Heritage Foundation, Washington DC, 4 marzo 2014]. Le sue origini risalgono ai racconti dei viaggiatori europei del Rinascimento, che facevano già un accostamento fra i russi “barbari” e i feroci Sciti dell’antichità [Cfr. Stephane Mund, Orbis Russiarum, Droz, Ginevra, 2003].

Gli avvenimenti di piazza Maidan a Kiev sono un esempio degli inconvenienti analitici prodotti da questa demonologia persistente. Divisa dal punto di vista linguistico e culturale fra Est e Ovest, l’Ucraina può garantire le sue attuali frontiere soltanto mantenendo un eterno equilibrio fra Lviv e Donetsk, simboli rispettivamente del suo polo europeo e del suo polo russo.

Sposare l’uno o l’altro equivarrebbe a negare quel che la fonda, e dunque a sancire il meccanismo senza ritorno di una partizione alla cecoslovacca [La «rivoluzione di velluto» del 1989 portò nel 1992 alla scissione dello Stato in due entità, su base etnolinguistica]. Kiev è un’eterna fidanzata geopolitica.

L’Ucraina non può «scegliere». Così, si limita a farsi regalare costosi anelli: 15 miliardi di dollari promessi dalla Russia nel dicembre 2013, e contemporaneamente 3 miliardi dall’Unione europea per accompagnare l’accordo di associazione abortito. A ogni pretendente, dà assicurazioni revocabili: gli accordi di Kharkhov che, nel 2010, prolungavano fino al 2042 l’affitto della base navale di Sebastopoli alla Russia, e la concessione di terre coltivabili ai magnati dell’agricoltura europea. Riducendo questo Mènage a trois geo-culturale a un matrimonio forzato con Mosca, gli esperti vittime di quella che bisogna pur chiamare ossessione antirussa rivelano una grave insufficienza analitica. Mentre rimproverano a Putin di limitarsi al campo ristretto della politica di potenza, danno prova di un’emiplegia non meno condannabile, limitando il proprio orizzonte narrativo all’assorbimento liberatore dell’Ucraina nella comunità euro-atlanitica.

Contrariamente a quanto è stato scritto, la rottura degli equilibri interni di questa nazione fragile non si è verificata il 27 febbraio 2014, quando uomini armati hanno assunto il controllo del Parlamento e del governo della Crimea – un colpo di scena che sarebbe la risposta di Putin alla fuga del presidente ucraino Viktor Yanikovich il 22 febbraio. In realtà il cambiamento si è verificato fra l’uno e l’altro di questi due eventi, e precisamente il 23 febbraio, con l’assurda decisione dei nuovi dirigenti ucraini di abolire lo status del russo come seconda lingua ufficiale nelle regioni dell’est del paese – un atto che il presidente a interim ha finora rifiutato di firmare. Si è mai visto un condannato allo squartamento frustare i cavalli per incitarli?

Putin non poteva sognare di meglio che questa sciocchezza per avviare la sua manovra in Crimea. La rivoluzione che ha portato alla caduta di Yanukovich (eletto nel 2010), e poi all’uscita della Crimea russofona dall’orbita di Kiev è dunque solo l’ultima manifestazione in ordine di tempo della tragedia culturale consustanziale a questo Belgio d’oriente chiamato Ucraina.

Fantasmi bipolari e romanzi di spionaggio

A Donetsk come a Sinferopoli, gli ucraini russofoni sono generalmente meno sensibili di quanto non si creda alla propaganda del grande fratello russo: decifrare con ironia fatalista è ormai quasi una seconda natura. La loro aspirazione a un vero Stato di diritto e alla fine della corruzione è la stessa di quella dei loro concittadini di Galizia. Putin lo sa. Ma sa anche che quelle popolazioni, che tengono alla propria lingua, non baratteranno Pushkin e i ricordi della «grande guerra patriottica» – il nome sovietico della seconda guerra mondiale – con un abbonamento alla La Règle du Jeu, la rivista di Bernard-Henri Lévy. Nel 2011, il 38% degli ucraini parlava russo in famiglia. La decisione azzardata e vendicativa del 23 febbraio ha di colpo reso veritiero il discorso di Mosca: per l’Est ucraino, il problema non è che il nuovo governo del paese sia arrivato al potere rovesciando un presidente eletto, ma che la sua prima decisione sia stata quella di far chinare la testa a quasi la metà dei suoi cittadini.

È allora che Maidan ha perduto la Crimea: nessuno dimentica che essa fu «offerta» da Nikita Kruscev all’Ucraina nel 1954. Per questo, il 17 marzo, dopo il plebiscito con il quale la popolazione della Crimea ha deciso per la riunificazione con la Russia, Mikhail Gorbacev ha affermato: «Allora la Crimea fu unita all’Ucraina sulla base delle leggi sovietiche (…), senza chiedere il consenso del popolo, oggi quel popolo ha deciso di correggere l’errore. Bisogna approvare, non annunciare sanzioni[Dichiarazione all’agenzia Interfax, 17 marzo 2014]». Queste affermazioni sono arrivate come una doccia fredda a Bruxelles, dove si stavano preparando, in coordinamento con Washington, una serie di misure di ritorsione contro Mosca (restrizione del diritto di viaggiare e congelamento dei beni per responsabili ucraini e russi).

Se quel che vuole la Russia è ingiustificabile, sarebbe interessante capirne le ragioni, prima di eventualmente condannare. Tanto più che l’Ucraina potrebbe perdere altro oltre alla Crimea, se la frequentazione prolungata con la cortesissima Victoria Nuland [Durante una conversazione telefonica con l’ambasciatore statunitense in Ucraina resa pubblica in febbraio, la sottosegretaria al dipartmento di Stato incaricato dell’Europa ha esclamato: «L’Unione europea vada a farsi f…»] la spingesse ad aderire all’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato). Alcuni uomini forti del nuovo governo, che registra quattro ministri del partito nazionalista Svoboda [Si legga Emmanuel Dreyfus, «In Ucraina, gli ultrà del nazionalismo», Le monde diplomatique/il manifesto, marzo 2014], condividono il progetto.

Sarebbe forse il caso di bandire l’espressione «guerra fredda» dagli articoli dedicati alla Russia. Storicamente inoperante, questa scorciatoia serve soprattutto a giustificare l’espressione pavloviana di fantasmi bipolari triti e ritriti. John MaCain, ex candidato repubblicano alla Casa Bianca e noto esperto internazionale dell’Arizona, ne ha dato un esempio significativo fustigando dalle colonne del New York Times Putin, «imperialista russo e apparatčik del Kgb» ringalluzzito dalla «debolezza» di Barack Obama. Il quale, senza dubbio troppo occupato dalla riforma della sanità in patria, non realizza che «l’aggressione in Crimea (…) rende più audaci altri aggressori, dai nazionalisti cinesi ai terroristi di Al Quaeda, ai teocrati iraniani [John McCain, «Obama has made America look weak», The New York Times, 14 marzo 2014]». Che fare? «Dobbiamo riarmarci moralmente e intellettualmente, risponde l’ex avversario di Sarah Palin, per impedire che le tenebre del mondo di Putin si abbattano ancor di più sull’umanità». Un discorso che, per denunciare dei teocrati, si avvale di un registro teologico.

A Washington e a Bruxelles, con uno stile analogo, sembra che ci si sia messi d’accordo per soffiare continuamente sul fuoco della crisi ucraina invece di spegnerlo. Lontano da questi eccessi, l’impavida Angela Merkel telefona (in russo) a Putin. Quei due non si ascoltano soltanto: si capiscono. Le loro posizioni sono su linee opposte? Lo vedono come l’occasione non per insultarsi, ma per dialogare e negoziare, su un piede di parità.

A Londra, Parigi o Washington, rileggono i romanzi di spionaggio di Tom Clancy. A Berlino e Mosca, capitali «fredde» legate dall’economia, dall’energia (il 40% del gas tedesco è di origine russa) e dal ricordo dell’ordalia militare del fronte orientale, i rispettivi governi consultano le carte di una Mitteleuropa della quale solo loro, oggi, padroneggiano davvero le linee di forza. Le parole dure della cancelliera verso Mosca non le impediscono di percepire da una parte le ragioni obiettive del nervosismo di Putin e dall’altra la realtà delle sue capacità di manovra.

In questo Merkel è diversa da Yanukovich, il quale non ha capito granché della psicologia del suo «protettore»: «La Russia deve agire, tuonava il 28 febbraio dal suo esilio. E, conoscendo il carattere di Vladimir Putin, mi chiedo perché egli sia così riservato e stia in silenzio». Ecco il fondo del problema: il deposto presidente ucraino agisce e parla senza troppo informarsi, senza tener conto del lungo periodo né chiedersi che cosa pensino i cittadini del suo paese. Così arriva a tirare in ballo Putin, il cui carattere distintivo, sotto apparenze rudi, è essere capace di non spingersi troppo in là – al contrario di Yanukovich, ma anche dei sostenitori dell’espansione infinita della Nato e dell’Unione europea.

Il presidente russo ha giocato la carta militare solo indirettamente, infiltrando in Crimea truppe russe senza uniforme a scopo di dissuasione, insieme alle manovre lungo la frontiera, per poi meglio spostare la controffensiva sul terreno della controversia giuridica. Con il referendum del 16 marzo, la questione del separatismo della penisola è ormai una faccenda di diritto internazionale sulla quale pesa l’ombra giurisprudenziale del Kosovo, peccato originale che pone gli occidentali di fronte alle proprie contraddizioni [Si legga Jean-Arnault Dèrens, «Indipendenza del Kosovo, una bomba a scoppio ritardato», Le monde diplomatique/il manifesto, marzo 2007].

Due pesi, due misure

È urgente calcolare gli equilibri geopolitici di lungo periodo per gestire gli «effetti di cambiamento». Detto in altro modo, si tratta di accettare di pensare alla nozione di interazione (wechselwirkung) che, secondo l’esperto di strategia Carl von Clausewitz, era alla base di tutti i duelli logici che si regolano con la forza o la minaccia del ricorso alla forza. Nella logomachia occidentale c’è un rifiuto panico delle «variabili instabili» [Cfr. i lavori di Robert Kehoane sull’importanza delle percezioni nella teoria delle relazioni internazionali] che denota una pratica della diplomazia oggi ridotta allo stato di riflesso spasmodico. La Russia giudica che nelle relazioni internazionali si stiano usando due pesi due misure. La Cina fa un’analisi simile e il 16 marzo si è astenuta, in occasione del voto al Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) di una risoluzione che condannava la politica russa in Crimea.

L’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011 sarebbero l’opera altruista di potenze visionarie nelle quali si potrebbe al massimo rimproverare una foga liberatrice un po’ maldestra. Al contrario, gli altri attori difenderebbero solo i propri interessi a prezzo di aggressioni riprovevoli. Per François Hollande, il referendum del 16 marzo è una «pseudo-consultazione, perché non conforme al diritto interno ucraino e al diritto internazionale» (dichiarazione del 17 marzo). Il 17 febbraio 2008, nove anni dopo un’operazione militare decisa senza l’avallo dell’Onu, il Parlamento kosovaro albanese votava l’indipendenza della provincia autonoma serba del Kosovo, contro la volontà di Belgrado, con il sostegno della Francia e degli Stati Uniti. La Russia, ma anche la Spagna, hanno rifiutato – e tuttora rifiutano – di riconoscere questa struttura rispetto al diritto internazionale. Proprio come… l’Ucraina.

Tre sfide prioritarie attendono gli ucraini: l’equilibrio geopolitico fra Russia ed Europa; l’eguaglianza culturale e linguistica fra cittadini dell’Est e dell’Ovest; la fine della corruzione delle élites. Che fossero «democratiche» o «pro-russe», esse hanno attinto dalle stesse casse, rivolgendosi perfino agli stessi consiglieri della comunicazione [Lo statunitense Paul Manafort è stato consigliere di Yanukovich dal 2004 al 2013. In precedenza aveva lavorato con Ronald Reagan, George W. Bush e… McCain. Cfr. Alexander Burns, Maggie Haberman, «Mistery Man: Ukrain’s Us political fixer», Politico, 5 marzo 2014]. Solo a questo patto diventerà «intangibile» un’integrità territoriale che, malgrado le affermazioni dei diplomatici dalla memoria corta, non lo è oggi più di quella della Serbia del 1999, della Cecoslovacchia nel 1992 e del Sudan nel 2011.

La sfida ucraina non è esterna ma interna. Come ha fatto notare il sociologo Georg Simmel, «la frontiera non è un fatto spaziale che implica conseguenze sociologiche, ma un fatto sociologico che si esprime sotto forma spaziale [Cfr. Georg Simmel, «Soziologie des Raumes», in Jahrbuch für Gesetzbung, Verwaltung und Volkswirtschaff, XXVII, Lipsia 1903]». La questione non è sapere se Putin sia la reincarnazione di Ivan il Terribile, ma se le «élite» ucraine si mostreranno all’altezza del loro compito e saranno in grado di compiere un’opera di ingegneria sociale per ristabilire l’unità in un paese plurale. Quel giorno, auspicabile, l’Ucraina meriterà davvero le sue frontiere.

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Articolo molto interessante pubblicato sull’Huffington Post il 18 ottobre 2013.

Credo che tutti noi utenti di Facebook, ma in particolare qualche mio amico di cui non faccio il nome, avremmo bisogno di leggerlo e rileggerlo più volte prima di postare qualsiasi cosa. In fin dei conti uno dei punti cardine nelle tecniche di comunicazione è che la comunicazione la fa il ricevente, ovvero se ha voglia di ascoltare il nostro messaggio ed è recettivo nel comprenderlo.

Il vero problema, però è che chi realmente rompe le scatole su Facebook è talmente convinto di essere dalla parte della ragione (intelligente, spiritoso, colto) da non aver bisogno di suggerimenti. Ma tant’è. Gutta cavat lapidem, come dicevano i saggi latini, e magari qualche piccolo risultato si riuscirà a ottenere.

Il testo originale (con qualche immagine in più) dell’articolo lo trovate cliccando qui.

Il ricordo è vivido.

Capodanno 2013. Mi sto godendo il pomeriggio quando apro la posta elettronica e vedo che un’amica mi ha inoltrato dal suo Newsfeed uno status di Facebook che lei definisce particolarmente odioso, scritto da un tizio che chiameremo Daniel.

Recita: il 2012 è stato un anno grandioooso per me. Ho lasciato un lavoro fantastico alla NBC per tornare a Chicago. Ho iniziato a frequentare il mio angelo, Jamie Holland. Ho cominciato a praticare yoga (grazie Jake Fisher & Jonah Perlstein!). Ho scritto un album con Matthew Johannson. Ho scritto un altro album di cui sono orgoglioso. Ho collaborato con Owen Wilson e ho lavorato con Will Ferrell a un progetto straordinario. Ho discusso di Barack Obama con David Gregory. Ho ballato.

Sono entrato in una squadra di kickball. Ho vinto un paio di premi. Ho aiutato mia sorella a pianificare le sue vacanze estive. Ho nuotato parecchio. Ho giocato un po’ a golf. Ho pianto più di quanto crediate.

Ho letto “Il mondo second Garp”. Ho visto “Apocolypse Now”. Sono andato a Miami per le finali dell’NBA. Ho bevuto insieme a Davey Welch il miglior succo d’arancia che abbia mai assaggiato. Ho twittato. Ho riso per ore con Jaime. Mi sono innamorato della famiglia di Jamie. Ho lavorato a una commedia. Ho giocato a World of Warcraft. Ho fatto un po’ di improvvisazione. Ho suonato un sacco la chitarra. Insomma, ho avuto un anno veramente pazzesco, favoloso. Che meraviglia!

Quando finisco di leggere, mi accorgo che la mia mano sinistra, quella che non tiene il telefono, è pressata contro la mia fronte e ne accartoccia vigorosamente la pelle. Ho la stessa espressione che avrei se mi avessero costretto ad assistere dal vivo a uno spettacolo in cui la gente si spella davanti a tutti.

Improvvisamente tutto mi sembra orribile.

Ma invece di prendere le distanze dall’orrore, mi ci tuffo. Leggo e rileggo, affascinato dal modo in cui qualcuno riesce a essere così aggressivamente tedioso.

La cosa mi induce a riflettere su cosa rende terribili i comportamenti terribili in Facebook, e sul perché altri comportamenti in Facebook non sono affatto molesti.

Tutto si riduce a una regola alquanto semplice:
Uno status di Facebook è molesto se gratifica principalmente l’autore e non offre nulla di positivo a chi lo legge.

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Per esaminare un po’ più a fondo il concetto, cominciamo ad analizzare le caratteristiche distintive degli status che non sono molesti.


Per non essere molesto, uno status di Facebook deve essere una di queste due cose:

1) Interessante / Informativo

2) Divertente / Spiritoso / Piacevole

Sapete perché in questi casi non è molesto? Perché le cose che rientrano in queste due categorie offrono qualcosa a me, il lettore. Migliorano un po’ la mia giornata.

A livello ottimale, gli status interessanti dovrebbero essere stimolanti e originali (o offrire un rimando a qualcosa che lo è) e quelli divertenti dovrebbero essere spassosi. Ma mi accontenterei di qualcosa che sia mediamente spiritoso; almeno sarebbe innocuo.

Sull’altro versante, uno status molesto normalmente è viziato da una o più di queste cinque motivazioni:

1) Costruzione dell’immagine. L’autore vuole plasmare l’idea che le persone hanno di lui.

2) Narcisismo. Tutto ciò che conta sono i pensieri, le opinioni e la filosofia di vita dell’autore. L’autore ritiene che la sua persona e la sua vita siano interessanti di per sé.

3) Bisogno d’attenzione. L’autore vuole attenzione.

4) Induzione all’invidia. L’autore vuole che gli altri siano invidiosi di lui o della sua vita.

5) Solitudine. L’autore si sente solo e cerca conforto in Facebook. Questa è la meno odiosa delle cinque motivazioni, ma vedere una persona che riversa la sua solitudine in Facebook mi rattrista, come rattrista chiunque. Sostanzialmente quella persona non fa altro che diffondere la sua tristezza, il che è decisamente sgradevole, perciò la motivazione rientra nella lista.

Facebook è infestato da queste cinque motivazioni: a parte qualche santo individuo, la maggior parte delle persone che conosco, incluso me, si macchiano saltuariamente di questi assurdi comportamenti. È un’epidemia. Per chiarire quali sono i tipi di molestie più comuni:

7 modi per rendersi insopportabili su Facebook:

1) Vanteria

La vanteria è l’ingrediente principale dei comportamenti inopportuni in Facebook, tanto che dev’essere suddiviso in tre sottosezioni:

1a) La vanteria del tipo “Ho una vita meravigliosa”

Descrizione: Un post che fa sembrare favolosa la tua vita, sia a un macrolivello (hai ottenuto il lavoro dei tuoi sogni, ti sei laureato, adori il tuo nuovo appartamento) o a un microlivello (stai partendo per un viaggio da sogno, ti si prospetta un fine settimana fantastico, hai in programma una bella serata con gli amici, sei reduce da una giornata grandiosa).

Esempi:

Indovinate chi ha appena ottenuto la borsa di studio!!! Hawaii!

Panino nel parcheggio, partita dei Giants, serata con Dave, Matt, Paul e Andy. Adoro il sabato!

Motivazioni principali del post: Costruzione dell’immagine (Ho successo; sono felice; ho una vita sociale molto intensa); Induzione all’invidia.

Quindi, nel migliore dei casi, sei semplicemente entusiasta della tua vita e hai bisogno di dirlo a tutti; nel peggiore dei casi speri di indurre gli altri a deprecare la propria vita e invidiare la tua. Nella via di mezzo, la formulazione delle tue parole è studiata e rientra in una smaccata campagna egotistica per indurre gli altri a vederti in un certo modo.

Concedendoti il beneficio del dubbio, ammettiamo che tu sia semplicemente entusiasta e abbia bisogno di sbandierarlo. Anche in questo caso, le uniche persone a cui potresti esprimere la tua soddisfazione in modo inoffensivo sono gli amici intimi, i familiari e altre figure importanti; e per questo esistono le e-mail, i messaggi, le telefonate e le conversazioni dal vivo.

Il tuo minuto di autocompiacimento è profondamente molesto per le persone che non ti sono poi così vicine, che sono la stragrande maggioranza di quelle che hanno accesso al tuo status.

1b) La vanteria dissimulata

Descrizione: È simile alla vanteria smaccata di cui sopra ma è leggermente più sottile. Include manifestazioni di falsa modestia, vanteria indiretta, vanteria mascherata da lamentela, eccetera.

Esempi:

A quanto pare ora danno il PhD a ciarlatani e alcolizzati. In che tempi viviamo!
Quest’estate starò un po’ in giro; se qualcuno cerca un appartamento in subaffitto a Soho per luglio e agosto…

Mentre camminavo per tornare a casa, mi hanno fischiato dietro due volte, due macchine mi hanno suonato il clacson e un automobilista ha quasi causato un incidente perché ha rallentato per guardarmi. A volte arrivo proprio a detestarli, gli uomini.

Motivazioni principali del post: Costruzione dell’immagine; Induzione all’invidia.

Da un lato queste persone hanno un livello di consapevolezza che li induce perlomeno a camuffare la vanteria dietro qualcosa. Dall’altro, hanno esattamente le stesse motivazioni dei vanagloriosi più sfacciati, e leggendo questi esempi il primo gruppo risulta quasi simpatico al confronto.

1c) La vanteria del tipo “Ho una relazione fantastica”

Descrizione: Una declamazione pubblica dei sentimenti estremamente positivi che provi per la persona in questione o un aneddoto che esprime la perfezione del vostro rapporto.

Esempi:
Un viaggio a sorpresa nel Vermont per due notti in baita. Posso dire solo caspita, che fidanzato meraviglioso!

Grazie, Rachel, per avermi regalato l’anno più bello della mia vita.
Entusiasta della domenica di pioggia a base di pizza, giochi e film con mia moglie.
Motivazioni principali del post: Costruzione dell’immagine (Per vostra informazione, ho un fidanzato; ho una relazione fantastica); Induzione all’invidia.

In questo caso, la costruzione dell’immagine e l’induzione all’invidia sono motivazioni evidenti. L’unico intento meno deprecabile potrebbe essere la volontà di rafforzare la relazione mostrando l’intensità dei tuoi sentimenti in modo più eloquente, invece di limitarti a comunicarli in privato. Ma davvero? Vuoi trascinare ottocento persone in queste smancerie perché non trovi un modo più creativo per superare i tuoi limiti nell’esprimerti?

L’unica alternativa divertente si verifica quando a postare è un tizio che deve farsi perdonare per qualcosa, oppure se il fidanzato dell’amica della sua fidanzata a un certo punto se n’è uscito con qualche smanceria del genere, e da quando è successo la sua fidanzata è pazza di quel tipo al 10 per cento, così lui deve ingoiare il boccone amaro e fare altrettanto.

La verità è che non ci sono scusanti per questo comportamento, perché se senti il bisogno di tappezzare Facebook con la tua relazione, hai a disposizione un sacco di modi socialmente accettabili per farlo: puoi sbizzarrirti con le fotografie di coppia sul vostro profilo, puoi goderti tre diversi momenti di espressione di gradimento e tripudio quando cambi il tuo status indicando “in una relazione”, poi “fidanzato” e poi “sposato”.

2) La rivelazione criptica

Cos’è che ha dieci dita delle mani, dieci dita dei piedi, e ama l’attenzione
Descrizione: Un post che rivela che nella tua vita sta accadendo qualcosa di positivo o negativo senza chiarire alcun dettaglio.

Esempi:

Basta. Ho CHIUSO con i ragazzi. Oggi potrebbe essere una giornata grandiosaaaa…
Momenti come questo danno un senso a tutti gli sforzi e a tutta la sofferenzai. Uhhhhhhhhh

Motivazioni principali del post: Bisogno d’attenzione.

La cosa divertente in questi casi è leggere gli inevitabili commenti e poi osservare il modo in cui l’autore risponde, sempre che risponda. Questo processo inserisce l’autore in una di queste quattro sottocategorie:

• La celebrità: L’autore rimane in silenzio, trattando i commentatori come fossero fans scalmanati.

• La fidanzata isterica di ottocento persone: Nei suoi commenti l’autore spiega tutto per filo e per segno, il che significa che voleva parlarne pubblicamente, ma non voleva solo parlarne: voleva che gli altri gli chiedessero di farlo.

• Il protagonista tormentato: È qualcosa di terribile. L’autore risponde ma mantiene il mistero; è una cosa che lo rende infelice ma “non se la sente di parlarne”.

• La principessina adorata da tutti: È qualcosa di inebriante. L’autore risponde ma mantiene il mistero; è una cosa meravigliosa, non può “dire nulla adesso ma lo scoprirete presto!”. Ora sì che sarete galvanizzati mentre aspettate la grande notizia con il fiato sospeso! L’autore è un caso speciale perché amalgama Narcisismo, Induzione alla gelosia e Costruzione dell’immagine. Bella persona da avere come amico!

3) L’aggiornamento letterale

Devo ricordarmi di dire a tutti di questa banana. Descrizione: Il letterale aggiornamento su ogni banale attività.

Esempi:

Vado in palestra, poi al corso. Torta di mele! Finalmente ho finito la presentazione!

Motivazioni principali del post: Solitudine; Narcisismo; Convinzione che aggiornare lo status significhi letteralmente aggiornare tutti sulle proprie attività.

Vorrei presentare questo grafico:

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Finalmente ho finito la presentazione! Bene… e quindi? Cosa ti aspetti in questa sede? Sterili congratulazioni da un gruppo di persone che non sono emotivamente coinvolte nella tua impresa? Aver finito la presentazione rientra nella zona verde del grafico qui sopra, oppure, se ci hai lavorato per due mesi, potrebbe spostarsi verso i margini della zona arancione. Per più del 90 per cento delle persone che leggeranno il tuo status, non si avvicina neanche alla zona rossa, che è l’unica parte verso cui nutrono qualche interesse.

Vado in palestra, poi al corso. Ah, davvero passi così la serata? Ma a chi lo stai dicendo esattamente? Voglio approfondire la questione. A un certo punto, tra l’uscita dal lavoro e l’arrivo in palestra, hai avvertito l’impulso di tirare fuori il telefono e digitare questo status. Dopodiché hai messo via il telefono. Dimmi che beneficio ne hai tratto.

Stiamo parlando di una zona assolutamente blu, il che significa che persino tua madre se ne infischia. Parecchi status molesti sono lontani anni luce dalla zona rossa; sono utili solo all’autore, ed è questo il motivo per cui vengono scritti.

Eppure, informare tutti delle tue attività quotidiane non aiuta granché a plasmare la tua immagine e non suscita alcuna invidia, perciò sembra proprio che la motivazione sia la cugina triste del Bisogno di attenzione: la Solitudine. Suppongo sia apprezzabile che Facebook dia a una persona sola la possibilità di raccontare la sua giornata a qualcuno, e questi status non sarebbero nella lista delle molestie se non avessero l’effetto collaterale di ricordare a tutti che la vita è priva di senso e che tutti, prima o poi, dovremo morire.

L’altra motivazione possibile è una grave forma di narcisismo, come se in qualche modo, solo perché sei tu, anche i minimi dettagli della tua vita fossero interessanti per gli altri. Un aspetto particolare della vita delle grandi celebrità è che gli altri sono ossessionati da tutto ciò che fanno, persino da ciò che rientra nella zona blu. Tu non sei una grande celebrità e dunque non hai questo problema, te lo garantisco.

4) Il messaggio privato inspiegabilmente espresso in pubblico

Descrizione: Il post pubblico di un messaggio privato che non c’è motivo di rendere pubblico. Esempi:

Mi manchi! Quando ci vediamo? Che bel fine settimana con Julie Epstein e Emily Rothchild. Adoro le mie ragazze!Ti ricordi quella volta che…?

Motivazioni principali del post: Costruzione dell’immagine; Induzione all’invidia; Narcisismo; Hai più di ottant’anni e non capisci la differenza tra un post pubblico e un messaggio privato.

Lasciando stare la nonna, non c’è mai un motivo valido per farlo. “Valido” è la parola chiave. I motivi deprecabili sono parecchi. Eccoli:

– Per farti bello agli occhi degli altri e dare l’impressione di avere una vita sociale intensa e inebriante

– Per mostrare a tutti che tu e il tuo destinatario siete amiconi

– Per suscitare invidia negli altri o farli sentire degli sfigati

– Perché ti comporti come se fossi al liceo e pensi di essere uno dei ganzi della scuola, quindi ogni aspetto della tua vita sociale è importante per tutti

– L’unica possibilità che mi piace è se il messaggio mira a suscitare invidia o gelosia in una persona specifica che probabilmente lo leggerà, e che può essere una vecchia fiamma o un contatto che i due interlocutori detestano. Questo tipo di malizia è così estremo che supera ogni confine e diventa sbalorditivo.

5) Il discorso per la premiazione agli Oscar che salta fuori dal nulla

Descrizione: Un’effusione d’amore per nessun motivo evidente, diretta a nessuna persona in particolare.

Esempio: Volevo solo dire quanto sono grata per avere tutti voi nella mia vita. Il vostro sostegno è tutto per me e senza di voi non sarei riuscita a fare quasi nulla di tutto quel che ho fatto quest’anno.

Motivazioni principali del post: Bisogno d’attenzione.

Mi rifiuto di credere che senti veramente un’esplosione d’amore per tutti i tuoi 800 contatti in Facebook. E se all’improvviso avvertissi un’ondata d’affetto per i tuoi migliori amici e la tua famiglia, davvero lo esprimeresti con uno status pubblico? Non contatteresti quelle poche persone via mail, o con un messaggio molto più personale e sincero? Non è rilevante, perché non è questo il caso che ci riguarda.

Il caso che ci riguarda si riduce sostanzialmente a questo: “Ehi, voi tutti! Sono qui! Abbracciatemi!”. Sai che l’inevitabile risposta a questi status, chiunque tu sia, saranno decine e decine di abbracci e strizzate di braccia virtuali. E questo non rivela forse un tuo bisogno? Non stai esprimendo amore quando scrivi questo post: stai esprimendo il bisogno di sentirti amato.

L’unica circostanza in cui una cosa del genere è accettabile è quando rientra in un grande abbraccio collettivo, come a Natale o nel giorno del Ringraziamento. Se apri Facebook a Natale, sarai sommerso da una valanga di Discorsi per la premiazione agli Oscar che saltano fuori dal nulla. (Io li eviterei anche in queste circostanze, nel caso in cui te lo stia chiedendo).

6) L’opinione incredibilmente ovvia

Il sole splende

Descrizione: Un post che, in occasione di un grande evento, riecheggia l’opinione che abbiamo già sentito un migliaio di volte.

Esempi:

Sono solidale con gli egiziani che lottano per il loro diritto alla libertà. Tutti hanno diritto alla libertà e prego che riescano a ottenerla.

I miei pensieri e le mie preghiere vanno alle famiglie di Newtown colpite da questa indicibile tragedia. Non ho parole per esprimere il mio dolore per chi ha perso un figlio.

Obama mi ha un po’ deluso nel primo mandato, ma sono contento che sia stato rieletto e nutro molte speranze su ciò che potrò fare nel secondo mandato.

Motivazioni principali del post: Narcisismo; Costruzione dell’immagine (sono il tipo di persona che ha questa particolare opinione o reazione; sono in gamba e riesco a dire cose da adulto).

Questi post sono molesti perché A) non stai dicendo niente che sia minimamente originale o interessante su un evento che ha già inondato l’etere attraverso i media, dov’è stato analizzato da ogni angolazione possibile; e B) stai trasformando un evento immane, e spesso tragico, in qualcosa che ti assegna una parte da protagonista.

La tristezza che avverti per il massacro di quei bambini non è una tessera fondamentale in questo mosaico, e non c’è bisogno di descrivere a tutti come appaiono i fatti attraverso le tue lenti, specialmente se le tue lenti sono semplici pezzi di vetro trasparente; se volessi avere un contorno di narcisismo alla tragedia, mi basterebbe leggere i tweet delle celebrità riguardo all’evento.

7) Il passo verso l’illuminazione

Descrizione: Una perla di saggezza non richiesta.

Esempi:

“La pace viene da dentro. Non cercarla fuori.” ~Buddha

“Confida nell’Eterno con tutto il tuo cuore e non appoggiarti al tuo intendimento; riconoscilo in tutte le tue vie, ed Egli raddrizzerà i tuoi sentieri.” ~Proverbi 3:5-6

Non capisco tutto questo parlare dell’anno nuovo e le persone che affermano di voler cambiare nell’anno nuovo. Se vuoi migliorarti non importa che giorno dell’anno sia. Io? Domani sarò la stessa persona che sono oggi.

Motivazioni principali del post: Costruzione dell’immagine; Narcisismo.

Da dove cominciamo?

Prima di tutto, chiariamo che i post della categoria Il passo verso l’illuminazione non si tingono di umiltà per il solo fatto che citano le parole di qualcun altro; il messaggio chiaramente paternalistico è sempre “Ah, salve a tutti amici di Facebook. Io sono uno che conosce i segreti della vita. Lasciate che ve li insegni così anche voi potrete raggiungere l’illuminazione.”

In secondo luogo, sai come potresti davvero ispirare le persone? Realizzando qualcosa di incredibile e lasciando che la tua impresa sia un esempio e una fonte di ispirazione per gli altri. Per infondere ispirazione solo a parole dovresti essere un grande oratore che ha qualcosa di veramente originale da dire; ed entrambi sappiamo che non è questo il tuo caso. Perciò, considerarti un ispiratore per il solo fatto che posti citazioni trite e ritrite, beh, è smaccatamente narcisistico. Presumi di essere fonte di ispirazione solo perché sei tu.

Terzo, analizziamo il vero motivo che ti spinge a scrivere questi status: la Costruzione dell’immagine. Vuoi che gli altri vedano quanto sei illuminato e ammirino il tuo percorso spirituale.

* * *

Il post del nostro amico Daniel è una vera prodezza: con un unico paragrafo è riuscito a sconvolgermi e a fondere le caratteristiche di quasi tutte le categorie moleste e le motivazioni analizzate qui sopra. Ma il fatto è che, se andavi a guardare sotto il suo post, trovavi solo un paio di mi piace e qualche commento amichevole.

Ed è per questo che i comportamenti insopportabili non spariranno mai da Facebook: non esiste un comando “non mi piace” o “occhi al cielo” o “dito medio alzato” su facebook, e non sta bene mettersi lì a questionare sotto uno status. Perciò gli status molesti ricevono soltanto incoraggiamenti, e gli autori restano ignari del fatto che stanno danneggiando la qualità della vita di tutti.

Il punto principale è che le caratteristiche degli status molesti sono normalissime qualità umane; tutti hanno bisogno di vantarsi ogni tanto, tutti hanno momenti di debolezza in cui hanno un particolare bisogno d’attenzione e si sentono soli, e tutti hanno tratti caratteriali decisamente sgradevoli che prima o poi affiorano.

Ed è qui che intervengono le persone che ti vogliono bene.

Il fatto è che Daniel, come la maggior parte degli altri, non ha capito che, tra i suoi 800 amici in Facebook, solo dieci o quindici gli vogliono bene. Per una persona particolarmente amabile, magari saranno trenta. Tra l’1 e il 4 per cento. Ciò significa che il 96-99 per cento dei tuoi amici in Facebook NON TI VUOLE BENE.

Alle persone che non ti vogliono bene non interessa granché della tua giornata o della tua vita, probabilmente non visitano spesso la tua pagina e di certo non vogliono avere nulla a che fare con gli aspetti peggiori del tuo carattere. E lo spettacolo di te che agisci in base ai tuoi bisogni emotivi o egotistici non dovrebbe apparire sullo schermo del loro computer: dovresti assolutamente evitare di farglielo vedere.

Bene, adesso devo andare. Palestra, poi cena, poi casa, poi letto.

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