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Archive for maggio 2014

Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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Nei giorni scorsi, diversi enti e istituti di ricerca hanno pubblicato i dati relativi all’andamento dell’economia italiana (aggiornamento nella maggior parte dei casi 2013).

Dato che è impensabile ragionare di economia senza conoscere almeno i principali valori che vengono riscontrati – valori che ci servono per comparare il risultato di un anno rispetto a quelli precedenti, il risultato di un paese rispetto agli altri, e così via – ho iniziato a raccoglierli, in modo da averli sempre sotto mano.

Li trovate cliccando qui.

Man mano che ne troverò altri aggiornerò la pagina.

Naturalmente non si tratta di una lettura semplice. Anzi, forse non è nemmeno indispensabile scorrere le relazioni nella loro completezza. Penso siano soprattutto strumenti di consultazione quando si vuole analizzare in maniera oggettiva qualche problema.

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Giulio Cavalli, Blogautore dell’Espresso, 30 maggio 2014

Gennaro Migliore aspetta la chiusura delle urne delle ultime elezioni europee (con SEL confluita nella lista Altra Europa con Tsipras che supera la soglia di sbarramento) e subito rilancia la sua (e non solo sua) vecchia ossessione di entrare nel PD. Certo, l’ha detto in modo più articolato e forbito ma il succo è questo: fare i “sinistri” nel PD meno sinistro degli ultimi anni. E non importa se alle ultime politiche l’alleanza con i democratici sia durata il tempo di mettere il piede in Parlamento e non importa (a Migliore e altri) che l’alleanza civica e politica per le europee sia una proposta profondamente diversa dall’idea di Europa e di Italia di Matteo Renzi: l’importante è collocarsi. Da fuori sembra proprio così.

Sono anni ormai che a sinistra del PD coesistono due posizioni sclerotizzate che stanno agendo per usura: chi aspetta che la sinistra del PD si spacchi (Pippo Civati, per fare un nome) e chi aspetta di avere la giusta merce di scambio per entrarci, nel PD. Intorno coloro che ogni volta si mettono pancia a terra a raccogliere firme, montare banchetti, scrivere manifesti e costruire una forza autonoma sono semplicemente la “passeggera utilità” per raggiungere obbiettivi ovviamente a brevissimo termine e così si incensa Tsipras dimenticando il suo lavoro di collazione e unificazione di una sinistra greca che è diventata adulta solo quando ha avuto il coraggio di unirsi. Unità significa rinuncia della sicurezza delle proprie posizioni, non è difficile capirlo e non è difficile riconoscere chi, miope, crede che l’autopreservazione passi per forza solo dal conservatorismo. La Sinistra è un’altra cosa. Il progetto è un’altra cosa e, se non sbaglio, Sel era un’altra cosa. Ricorda Gennaro Migliore che Sel e Nichi Vendola sono nati da una candidatura alla Regione Puglia contro gli stati generali del Partito Democratico? Ricorda Gennaro le parole di Vendola (e tutta SEL) su Matteo Renzi alle primarie vinte da Bersani? Ricorda Gennaro quando Sel parlava di “coraggio”, “cambiamento”, “andare in mare aperto”?

Ecco, sarebbe il caso di chiedere agli “storici” dirigenti della sinistra se hanno coscienza che lì in fondo, alla base, hanno cominciato a stancarsi di sentire parlare di coraggio senza praticarlo, hanno capito tutti che le scorie di beghe personali di un’era geologica fa stanno rallentando un processo che non si può e non si deve arrestare e hanno tutti sensazione che questa classe dirigente ha quasi esaurito il suo tempo.

La proposta di Migliore è una truffa: uno spostamento di posizioni che include un tradimento dell’idea di fondo. Siete nel posto sbagliato e, attenzione, viene il dubbio che siate in minoranza e non ve ne siete ancora accorti.

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Lelio De Michelis, Alfabeta 2, 20 aprile 2014

Un po’ di filosofia e di psicanalisi; spunti dalla riflessione di Hannah Arendt sul totalitarismo, ma applicandola al capitalismo; e Michel Foucault. Sono alcuni degli strumenti utili per capire la crisi di questa Europa.

Dal 2008 gli europei vivono un incubo che coniuga ideologia (il neoliberismo), autoritarismo (lo stato d’eccezione, i governi di larghe intese, il non poter votare e decidere), volontà di potenza (il capitalismo totalitario), moralismo religioso (protestante), inquisizione (cattolica), nichilismo (ancora il capitalismo), pulsioni libidiche e aggressive (l’austerità e il pareggio di bilancio). Secondo una colossale menzogna (sempre l’ideologia neoliberista), che ha prodotto (come ogni ideologia) altrettanto colossali meccanismi di falsificazione della verità e della stessa razionalità economica (l’austerità come via virtuosa per la crescita, mentre è una politica pro-ciclica che peggiora la crisi, non correggendone le cause). Il tutto emarginando ogni tentativo di fare parresia. Di dire il vero contro la menzogna.

L’Europa (gli europei): in questo incubo l’hanno portata le sue classi dirigenti (sic!) e le oligarchie economico-finanziarie. Non per un incidente della storia, ma perché la loro azione era ieri ed è ancora oggi finalizzata ad una trasformazione politica in senso antidemocratico e totalitario del potere; ed economica in senso definitivamente neoliberista. Suda, soffre, si impoverisce ma l’Europa subisce in silenzio questa ideologia neoliberista e questo collegato sadismo economico del capitalismo.

Capitalismo che prima ha mescolato abilmente il piacere al consumare (secondo il principio sadiano per cui il vizio è superiore alla virtù, e bastava indebitarsi) – producendo il discorso capitalista secondo Lacan; e poi la colpa al debito. Conseguentemente, tutti coloro che non appartengono all’oligarchia del capitale (e i super-ricchi sempre più ricchi) sono stati obbligati a soggiacere ad un gioco sado-masochistico, tra dominio-sottomissione da un lato e autopunizione dall’altro. Perché si compisse e fosse accettata e condivisa (perché questo doveva accadere) la liquefazione della società voluta con determinazione e consenso crescente (da destra e da sinistra) dal neoliberismo in questi ultimi maledetti trent’anni.

Ciascuno dovendo accettare anche le pratiche sadiche dei mercati e della finanza (i delitti gratuiti, progettati a tavolino dagli egoismi del capitale che ovviamente escludono ogni interesse collettivo) – e i governi lasciando fare o facendosi promotori essi stessi della perversione – così come le donne del marchese de Sade dovevano subire il piacere dei loro padroni. Un’Europa dove appunto il piacere (sadismo – azione attiva) di chi produce sofferenza (banche, borse, agenzie di rating, governi, troike), si è combinata con la perversione opposta (masochismo – reazione passiva) degli europei che devono provare piacere (infatti non reagiscono) alle sofferenze inflitte loro dal neoliberismo.

Un incubo, il neoliberismo. Eppure questo incubo è ancora saldamente al potere. Perché il neoliberismo (meglio: il capitalismo) è un’ideologia (la più nichilistica ma l’unica che è riuscita a diventare globale, internazionalista). Perché il neoliberismo aveva promesso la libertà dell’individuo e ha invece prodotto (inevitabilmente, date le premesse che negavano ab initio la promessa), l’assoggettamento di tutti al mercato, la mobilitazione di tutti al lavoro via rete, l’indebitamento come legame proprietario tra debitore e creditore. Dalla soggettivazione promessa all’assoggettamento realizzato.

Per capire cosa sia una ideologia vale la definizione di Hannah Arendt: è «la logica di un’idea». Ma integrandola così: è la logica di un’idea chiusa in se stessa. Perché se è vero che l’idea è ciò che fa guardare avanti, l’ideologia, pur promettendo il futuro chiude nella propria autoreferenzialità che uccide il futuro. La sua materia è la storia, scrive Hannah Arendt. E le ideologie sono «ismi che possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento, facendoli derivare da una singola premessa». Per l’Europa la premessa è appunto il neoliberismo. E sono le Tavole dei numeri (il rapporto pil/debito-deficit pubblico, il pareggio di bilancio), diventate le Tavole della Legge.

E ancora: l’ideologia diviene indipendente da ogni esperienza, che non può comunicare nulla di nuovo al potere ideologico, per il quale sbagliata non è l’ideologia – l’austerità europea, i tagli alla spesa pubblica, l’impoverimento e la disoccupazione di massa, la precarizzazione di lavoro e di vita – ma la realtà che con vuole corrispondere, come invece dovrebbe, alla verità ideologica. L’ideologia nega la realtà, insediando sulla realtà «una realtà più vera», che sarebbe nascosta dietro alle cose percepibili; una realtà più vera che si avverte (ma solo pochi eletti la possono avvertire: oggi i tecnici), disponendo di una sorta di «sesto senso».

Che «è fornito appunto dall’ideologia, da quel particolare indottrinamento che viene impartito negli istituti appositamente creati per l’educazione di ‘soldati politici’. (…) Una volta giunto al potere, il movimento procede a mutare la realtà secondo i suoi postulati ideologici». Scuole e università hanno così indottrinato generazioni di studenti al capitalismo e al neoliberismo; i mass media hanno amplificato e validato l’ideologia; mentre Fmi e Bce, ma soprattutto borse e agenzie di rating hanno modificato l’immaginario collettivo: alla fine, ecco prodotta l’educazione dei soldati economici (di tutti e di ciascuno). Perché obiettivo del capitalismo – e del suo estremismo neoliberista – non era tanto quello di produrre beni o denaro, ma soggetti-solo-economici e relazioni-solo-di-mercato.

Ideologia. E totalitarismo. Oggi appunto quello del capitalismo (e della rete) globale. Che mira cioè (Foucault parlerebbe di biopolitica e di governamentalità) alla «trasformazione della natura umana che, così com’è, si oppone invece al processo totalitario» (Arendt). Natura che doveva diventare capitalistica, per cui «al di sopra dell’insensatezza della società totalitaria è insediato, come su un trono, il ridicolo supersenso della sua superstizione ideologica». Ovvero (andando oltre Foucault), il potere pastorale del mercato e della rete e i suoi meccanismi di sapere e di potere e di connessione/legame che hanno ormai trasformato ogni individuo in lavoratore o imprenditore o merce, la cultura in bene culturale o in evento, la società in capitale sociale, gli stati in impresa, gli individui in capitale umano, la propaganda in pubblicità, Dio nella mano invisibile – con contorno di controllo capillare per il governo eteronomo (la governamentalità) della vita di tutti e di ciascuno.

Meccanismi di produzione di una verità (i foucaultiani meccanismi di veridizione) non vera ma utile (perché fatta credere come vera) al potere. Reiterata inducendo in ciascuno reazioni pavloviane (Arendt) ai segnali (Foucault) che il potere diffonde perché sia obbedito da ciascuno anche senza minacciare e senza obbligare. Il totalitarismo capitalistico non si è negato neppure il potere/diritto di usare il terrore politico (impedendo ai greci un referendum sulle misure di austerità); e di attuare laboratori dove sperimentare la sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo (come in Grecia dove, a causa della malnutrizione e della riduzione dei redditi le morti bianche dei lattanti sono aumentate del 43% tra il 2008 e il 2010 e quello dei nati morti del 20%; dove il 30% dei greci deve ricorrere agli ospedali di strada, mentre i suicidi sono saliti del 45% (Barbara Spinelli, citando la rivista Lancet).

Urge allora che il demos si riprenda il potere. Che esca dall’incubo in cui si è lasciato ingabbiare dalla biopolitica/tanatopolitica neoliberale. Cercando, fuori dall’ideologia, un’idea virtuosa di Europa.

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Un’ulteriore stretta di vite del Finanzcapitalismo contro gli abitanti del pianeta Terra. Il TTIP (Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship), l’accordo intercommerciale, in discussione tra Usa e Ue, comporterà l’istituzione di un tribunale che tutela solo i privati nelle dispute tra investitore estero e Stato.

di Andrea Baranes, da Il manifesto, 16 Maggio 2014

Dopo il disa­stro di Fuku­shima, la Ger­ma­nia decide di uscire dal nucleare. Pochi mesi dopo, basan­dosi su un accordo inter­na­zio­nale sugli inve­sti­menti in ambito ener­ge­tico, il colosso dell’energia Vat­ten­fall chiede allo stato tede­sco una com­pen­sa­zione di 3,5 miliardi di euro. L’anno prima la Phi­lip Mor­ris cita l’Australia, soste­nendo che la nuova legge pen­sata per limi­tare il con­sumo di siga­rette deprime il valore dei suoi inve­sti­menti nel Paese e ne “com­pro­mette irra­gio­ne­vol­mente il pieno uso e godimento”.

Ben­ve­nuti nel mondo delle dispute tra inve­sti­tore e Stato, o Investor-State Dispute Set­tle­ment (Isds). Sem­pli­fi­cando, una sorta di tri­bu­nale in cui le imprese pri­vate pos­sono diret­ta­mente citare in giu­di­zio gli Stati, quando que­sti doves­sero intro­durre delle legi­sla­zioni con impatti nega­tivi sugli inve­sti­menti rea­liz­zati e per­sino sui poten­ziali pro­fitti futuri. Legi­sla­zioni in ambito ambien­tale, del diritto del lavoro, della tutela dei con­su­ma­tori, sulla sicu­rezza e chi più ne ha più ne metta.

Tali «tri­bu­nali» sono parte inte­grante di diversi accordi com­mer­ciali o sugli inve­sti­menti, come nel caso del Nafta, siglato tra Canada, Usa e Mes­sico. È così che la sta­tu­ni­tense Metal­clad si è vista rico­no­scere un rim­borso di oltre 15 milioni di dol­lari quando un Comune mes­si­cano ha revo­cato l’autorizzazione a costruire una disca­rica di rifiuti peri­co­losi sul pro­prio ter­ri­to­rio; o ancora che la Lone Pine Resour­ces ha chie­sto 250 milioni di dol­lari al Canada a causa della mora­to­ria appro­vata dal Que­bec sulle atti­vità di frac­king — una pra­tica di estra­zione di petro­lio dalle rocce con enormi rischi ambientali.

Tutto que­sto potrebbe diven­tare la norma nei pros­simi anni anche in Ita­lia e in tutta Europa, se pas­sasse il Ttip o Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship in discus­sione tra Ue e Usa. Se da una parte già si mol­ti­pli­cano studi e ricer­che che magni­fi­cano i pre­sunti van­taggi di una com­pleta libe­ra­liz­za­zione di com­mer­cio e inve­sti­menti, dall’altra fino a oggi i con­te­nuti dell’accordo fil­trano dalla Com­mis­sione euro­pea e dai governi con il con­ta­gocce. Quello che sem­bra però con­fer­mato è che uno dei pila­stri del Ttip dovrebbe essere pro­prio l’istituzione di un mec­ca­ni­smo di riso­lu­zione delle dispute tra inve­sti­tori e Stati.

Tra­la­sciando i pur enormi poten­ziali impatti di tale accordo in ogni atti­vità imma­gi­na­bile, per quale motivo gli inve­sti­tori esteri che si sen­tis­sero pena­liz­zati non dovreb­bero rivol­gersi ai tri­bu­nali esi­stenti tanto in Usa quanto in Ue, come un qual­siasi cit­ta­dino o impresa locale? Secondo la Com­mis­sione «alcuni inve­sti­tori potreb­bero pen­sare che i tri­bu­nali nazio­nali sono pre­ve­nuti». Fa pia­cere sapere che la Com­mis­sione si pre­oc­cupa per quello che alcuni inve­sti­tori esteri potreb­bero pen­sare più che dei cit­ta­dini che dovrebbe rap­pre­sen­tare. Tenendo poi conto che un sin­golo non può rivol­gersi a tali tri­bu­nali nel caso in cui fosse dan­neg­giato dal com­por­ta­mento di un inve­sti­tore estero, che giu­sti­zia è quella in cui uni­ca­mente una delle due parti può inten­tare causa all’altra? Ancora prima, nel momento in cui si san­ci­sce un diverso trat­ta­mento tra imprese locali e inve­sti­tori esteri, ha ancora senso affer­mare che «la legge è uguale per tutti»?

Con tali mec­ca­ni­smi si rischia di minare le stesse fon­da­menta della sovra­nità demo­cra­tica. Non vi è appello pos­si­bile, così come non c’è nes­suna tra­spa­renza sulle deci­sioni di tre «esperti» che si riu­ni­scono e deci­dono a porte chiuse, nel nome della «con­fi­den­zia­lità com­mer­ciale», ma che di fatto pos­sono influen­zare, pesan­te­mente, le legi­sla­zioni di Stati sovrani.

Spesso non è nem­meno neces­sa­rio arri­vare a giu­di­zio: la sem­plice minac­cia di una disputa basta a bloc­care o inde­bo­lire una nuova legi­sla­zione. In parte per il costo di tali pro­ce­di­menti, in parte per il rischio di dovere poi pagare multe che pos­sono arri­vare a miliardi di euro, ma anche per un altro aspetto: un governo che dovesse incor­rere in diverse dispute dimo­stre­rebbe di essere poco incline agli inve­sti­menti inter­na­zio­nali. In un mondo che ha fatto della com­pe­ti­ti­vità il pro­prio faro e che si è lan­ciato in una corsa verso il fondo in mate­ria ambien­tale, sociale, fiscale, sui diritti del lavoro pur di attrarre i capi­tali esteri, l’introduzione di leggi «ecces­sive» e l’essere citato in giu­di­zio in un Investor-State Dispute Set­tle­ment diven­tano mac­chie inaccettabili.

O forse, al con­tra­rio, è sem­pli­ce­mente inac­cet­ta­bile un mondo in cui la tutela dei pro­fitti delle imprese ha defi­ni­ti­va­mente il soprav­vento sui diritti delle per­sone. Come sostiene la cam­pa­gna pro­mossa anche in Ita­lia da decine di orga­niz­za­zioni – http://stop-ttip-italia.net -, a essere inac­cet­ta­bile è il Ttip nel suo insieme. E non è pro­ba­bil­mente neces­sa­rio il giu­di­zio di un tri­bu­nale inter­na­zio­nale per capire da che parte stare.

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Di Alberto Papuzzi, La Stampa, 23 maggio 2012
“Messianesimo politico, ultra-liberismo, populismo xenofobo: sono perversioni dei suoi stessi principi, nemici intimi, oggi più pericolosi del fascismo e del comunismo”

«I nemici più pericolosi della democrazia, al giorno d’oggi, non sono più quelli che ne minacciavano l’esistenza una volta, il fascismo e il comunismo, né i diversi gruppi estremisti e terroristici del nostro tempo, che possono ferirla ma non farla morire», dice il professor Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro, ma francese di elezione, che a gennaio ha pubblicato il saggio Les ennemis intimes de la démocratie (Editions Robert Laffont) e che domani terrà una lezione alla Scuola di studi superiori di Torino.

Chi sono allora, professore, i nuovi nemici della democrazia nel mondo?
«I nuovi nemici sono piuttosto figli della democrazia stessa, perversioni dei suoi principi. Nel mio libro ne considero tre: il messianesimo politico, l’ultra-liberismo e il populismo xenofobo. Li definisco “intimi” nel senso della prossimità che hanno con la democrazia. Avanzano sotto apparenze democratiche, ma ogni volta spingono un’idea democratica fino al parossismo».

Come possiamo affrontarli e combatterli?
«In quanto figli della democrazia sono difficili da combattere; spesso non sono nemmeno percepiti come nemici. Si deve prendere coscienza del pericolo che rappresentano e cercare di ridurre la loro influenza. Non sono invincibili».

Ma la democrazia che cos’è: un modello ideale di organizzazione della società o il livello minimo di regole e garanzie che rendono possibile la convivenza umana?
«La democrazia non è la sola forma di governo legittimo, altri regimi hanno anch’essi regole e garanzie. D’altra parte la democrazia non ci promette il paradiso in terra: d’emblée si presenta come un regime imperfetto fatto per esseri imperfetti, e non per degli angeli o degli eroi, che però si è dato i mezzi legali per correggere i propri errori e debolezze, cambiando i governi o modificando le leggi, e riconoscendo la libertà di criticare i potenti».

A proposito di democrazia, lei pensa che sia possibile esportarla? O invece pensa che dovremmo diffidare dalla «tentazione del Bene», come suona il titolo di uno dei suoi libri?
«L’esportazione del Bene con la forza è proprio ciò che io chiamo “messianesimo politico”. Gli esempi di Iraq, Afghanistan e Libia mostrano che non è stato coronato dal successo. Perché la violenza di cui ci serviamo per promuovere il Bene, e all’occorrenza la democrazia, lo corrompe dall’interno. Si pretende di difendere i diritti dell’uomo, ma si finisce per praticare la tortura e sbeffeggiare la legalità, come illustrano Abu Ghraib e Guantanamo».

In Francia, Italia, Germania, Inghilterra e altri Paesi, c’è una tendenza a considerare barbari gli immigrati dalle aree povere del mondo. Questo sentimento sta crescendo o lei vede anche emergere un movimento di ospitalità?
«Il mondo d’oggi conosce movimenti di popolazioni senza precedenti e nel futuro questi movimenti non potranno che accelerare. Se l’assenza di discriminazioni verso gli stranieri e gli immigrati deve venire solo dalla nostra virtù morale e da un moto di generosità, c’è da temere che non si imporrà mai: la buona volontà non è sufficiente per superare i nostri egoismi. Ma l’apertura agli altri può essere nel nostro interesse, spirituale e materiale. La ricchezza d’un Paese è creata dalla gente che lo abita e vi lavora, non è una torta di dimensioni stabilite in anticipo che bisogna ripartire tra un minimo di convitati».

Cosa pensa, lei, dell’Europa in questa fase piuttosto critica? È come un gigante dai piedi d’argilla?
«L’Unione Europea soffre del fatto che l’integrazione tra le nazioni che la compongono non procede allo stesso ritmo nei vari dominî. All’unificazione commerciale e monetaria non corrisponde una sufficiente unità sul piano economico né su quello politico. Certi pensano che si debba smantellare la Ue, io sono invece persuaso del contrario: abbiamo bisogno di più Europa, non di meno Europa. Ma deve essere rinforzata la sua funzione democratica, si deve permettere alle popolazioni di esprimere la propria volontà. L’Unione Europea non deve essere comandata dai dirigenti dei Paesi più potenti, per esempio Germania e Francia. Il suo organismo più democratico è il parlamento, ma non ha sufficiente potere. Bisognerebbe eleggere nel suo seno il presidente d’Europa, una funzione che rimpiazzerebbe il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio».

Lei ha definito il Novecento il secolo delle tenebre. Dopo i Lager, i gulag e altri orrori alle nostre spalle, è ancora possibile creare un sistema di valori morali?
«Le manifestazioni estreme del Male, come i campi di concentramento, non impediscono di pensare ai valori morali. Di fronte all’estremo, certi esseri umani hanno coltivato ciò che io chiamo le “virtù quotidiane”, di cui noi abbiamo sempre bisogno: la dignità, la cura dell’altro, la protezione delle attività spirituali. Primo Levi, Etty Hillesum, Germaine Tillion, Vasilij Grossman sono luminosi esempi di comportamento morale in condizioni estreme».

I suoi scritti coprono un largo spettro di argomenti, dai formalisti russi alla conquista dell’America alla memoria del Male: quale forza li tiene insieme?
«È vero che mi sono interessato a molteplici argomenti, ma il tema al quale ho consacrato il mio lavoro ritorna costantemente: si tratta dei rapporti tra individuo e società, tra etica e estetica, tra politica e morale. Ho l’impressione di essere impegnato, attraverso differenti esempi, nello stesso combattimento per un po’ più d’umanità».

Tzvetan TOdorov
Filosofo, storico, antropologo, letterato, autore di una trentina di libri, dagli Anni 60 in poi, Tzvetan Todorov  è un caso quasi unico nella storia della cultura europea, per la ricchezza di orizzonti del suo eclettismo. Nato a Sofia 73 anni fa, residente a Parigi (dove dirige il Centro di ricerche su arti e linguaggio), si è occupato, fra l’altro, di Michail Bachtin, della conquista dell’America, di Lager e gulag, dei movimenti di migrazione, del nuovo disordine morale mondiale. 

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Riccardo Staglianò, La Repubblica, 17 luglio 2013

Da che parte, a chi guardare per ritrovare la strada della Sinistra, variamente smarrita un po’ in tutto il mondo? Ulrich Beck, il sociologo della “società del rischio”, è da tempo convinto che ogni risposta nazionale ai problemi globali sia destinata a fallire. Vale anche in questo caso. 

Più che una cassetta degli attrezzi per riparare i partiti progressisti offre un campionario di pratiche, una serie di istantanee da una realtà che sta cambiando più in fretta delle imbolsite élite politiche. Dalla Primavera araba a quella che ha battezzato la Generazione dei Nuovi Colombo, dall’uso strategico delle catastrofi alle “New York svizzere”, scorge embrioni di una nuova Sinistra post-ideologica, giovane, ambientalista, altamente connessa. Ultima speranza per rivitalizzare quella perdente dei padri.

Ulrich Beck

Ulrich Beck

Professore, cosa significa “sinistra” nell’estate del 2013?
“Dieci anni fa le avrei risposto che eravamo oltre destra e sinistra. Oggi non ne sono più così sicuro. Nel mondo sono successe così tante cose che credevamo inimmaginabili. Credo che ci sia bisogno di reimparare, reinventare la metafora della sinistra. Abbiamo anche bisogno di un nuovo linguaggio, una nuova fenomenologia di cosa sono oggi destra e sinistra”.

Quali valori ha in mente?
“Purtroppo è più facile definirli in negativo che in positivo. Ma proverò. Per cominciare, al posto della solidarietà di classe è subentrato un “individualismo morale”, ovvero un individualismo che, grazie al senso di connessione che ci danno le nuove tecnologie, si sente responsabile per gli altri, una volta percepiti come distanti. Un nuovo individualismo che presuppone una dimensione cosmopolita. 

Poi un’attenzione ai problemi globali, ma in un modo molto locale e personale, ben diverso dall’agenda degli stati-nazione. Un esempio lampante è quello dell’ambiente, in cima alle preoccupazioni dei giovani di ogni paese. E infine la reinvenzione dello stato sociale su una base transnazionale, nel nostro caso europea. Solo così si possono dare risposte all’insicurezza economica, equindi esistenziale, delle nuove generazioni. Nessuna sinistra può dirsi tale senza farsi carico di questi punti”.

Di recente si è occupato molto dei movimenti di protesta globali: è lì che bisogna cercare le tracce della nuova sinistra?
“Di certo si può dire che molte persone sono sempre più deluse dalla politica degli stati-nazione, quella che si preoccupa delle élite economiche. Ed è da questa delusione che sta nascendo una reinvenzione dei valori di sinistra. Dalla Primavera araba a Istanbul e a Rio, e ora di nuovo al Cairo, la vera posta in gioco è ripensare la natura stessa dello Stato. Un paragone è impossibile, tuttavia vedo caratteristiche comuni. Intanto, ognuna di queste ribellioni non sarebbe stata possibile senza i social media. E poi sembra più importante il dissenso in sé e l’esperienza di essere coinvolti nella protesta rispetto a richiestespecifiche. Infine ritorna il tema della disfunzionalità della politica e delle sue élite “.

Lei sta parlando di movimenti che potremmo definire in senso lato di sinistra. I partiti però non sono un’altra cosa?
“Certo. È nella natura della protesta che la gente voglia soprattutto il cambiamento. Ma le cose da cambiare sono così tante che serviranno decenni. Nel frattempo sia i partiti di destra che di sinistra si trasformeranno o scompariranno. In sempre più paesi le proteste potranno divampare e poi spegnersi. Il peggior populismo e la destra più estrema potranno prosperare. E la socialdemocrazia potrà passare un lungo periodo in ritirata”.
Non esattamente un scenario tranquillizzante.

Ma torniamo a movimenti e partiti…
“Una delle differenze principali è che i partiti sono creature dello stato-nazione.
Mentre la “generazione globale”, quella dei social media, si trova in una situazione simile a quella di Colombo, quando il suo viaggio gli fece incontrare un continente nuovo e imprevisto. Questi Nuovi Colombo stanno esplorando un mondo nuovo, per il quale ancora non esistono né nomi né mappe. È una nuova era di scoperta. E le proteste potrebbero continuare fino a quando la politica stessa non sarà rifondata”.

Nell’attesa però i temi classici della “vecchia” sinistra, tipo diseguaglianza economica e lavoro, sono più attuali che mai. Interessano anche ai movimenti della nuova sinistra?
“Certo. Ma hanno scarsissima fiducia nel fatto che i partiti possano prendersi cura deiloro problemi esistenziali e rappresentare i loro legittimi interessi. Lo si vede bene in Brasile, un paese trasformato in meglio dal partito al potere, dove la disoccupazione è scesa ai minimi storici. Dal quale, ciononostante, si sta alzando un forte grido di dolore dal basso contro uno stato distante e un’élite corrotta”.

Il catalogo dei leader progressisti recenti a grandi speranze ha fatto seguire anche delusioni: Blair, Zapatero, per certi versi Obama, ora Hollande. Perché è tanto difficile mantenere promesse di sinistra?
“Tutte queste persone hanno usato mantra simili: più mercato, più tecnologia, più crescita, più flessibilità. Parole d’ordine che non forniscono alcuna rassicurazione nei tempi in cui viviamo. Piuttosto il contrario. Hanno usato mezzi e risposte della politica degli stati-nazione, spesso in una versione neoliberale. Perciò hanno deluso”.

E invece i giovani, la sua Generazione dei Nuovi Colombo, quali parole chiave hanno a cuore?
“Un sondaggio svolto dal centro di ricerca che dirigo mostra che i giovani sono incerti su quasi tutto. Tranne che sulla questione ambientale, che ha per loro un’alta priorità. E qui si realizza un nuovo paradosso della società del rischio che i vecchi partiti sembrano non afferrare, e che chiamerò “catastrofismo illuminante”. 
Ovvero, drammatizzare il cambiamento climatico e la crisi ambientale non ha altro scopo che evitare la catastrofe. Chi mette in guardia contro di essa lo fa solo per essere smentito. Quest’uso profilattico delle catastrofi future ha creato un nuovo tipo di movimento di protesta, auto-mobilitante, che va oltre le frontiere”.

Vede un partito o un leader al quale la sinistra europea dovrebbe guardare perispirarsi e tornare a vincere?
“Più che a livello nazionale o globale si possono trovare modelli vincenti al livello di comunità, più precisamente delle città globalizzate. Ero a Basilea di recente e lì è in atto un dibattito eccitante sulle “piccole New York” svizzere. Specialmente Zurigo si è trasformata negli ultimi vent’anni in un posto che detta le tendenze metropolitane. La sua caratteristica è essere un collage di diversi milieu globalizzati.

Come a New York queste comunità si sono reinventate in diverse parti della città, con un viavai continuo di nuove facce, storie, tendenze, tipo il giardinaggio urbano o le biciclette a scatto fisso. Sorprendentemente questo ambiente cosmopolita di minoranze ha conquistato una chiara maggioranza nella politica cittadina. Succede lo stesso a Basilea, Berna ma anche a Monaco e Berlino e forse in altre città nel mondo. Qui i problemi sono spesso identificati come globali.

Gli abitanti hanno un orientamento cosmopolita. Usano mezzi di comunicazione globali e sono altamente connessi. Da non sottovalutare è che queste piccole New York svizzere hanno un gran successo anche in termini di occupazione. A confronto con realtà del genere le politiche tradizionali sembrano davvero molto passate di moda”.

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Quando questo post verrà pubblicato, probabilmente la giornata elettorale non sarà ancora completata. Infatti dopo l’apertura fiume dei seggi dalle 7 alle 23, complessivamente sedici ore, si dovrà effettuare lo scrutinio, non so, a quel punto, in quali condizioni di lucidità.

E qui a Genova va ancora bene. Altrove si vota anche per il rinnovo dell’amministrazione comunale e per le regionali, con tre diverse tipologie elettorali e in tutti e tre i casi con le preferenze.

Dedico a tutti i presidenti di seggio, ai segretari e agli scrutatori (quindi anche a me stesso) l’Inno alla Gioia di Ludwig van Beethoven – che, guarda caso, è anche l’inno dell’Unione Europea – in una versione un po’ particolare, con coro di mille persone.

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Mi sembra che questo descriva perfettamente la realtà dei dibattiti televisivi odierni. Tutti alzano la voce, specie quando non hanno validi argomenti di discussione.

Stratagemma n.38

Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona. Lo si potrebbe chiamare argumentum ad personam, e va distinto dall’argumentum ad hominem che si allontana dal puro oggetto in discussione per attaccarsi a ciò che l’avversario ha detto o ha ammesso. Con questo ultimo stratagemma, invece, si abbandona del tutto l’oggetto e si dirige il proprio attacco contro la persona dell’avversario: si diventa dunque insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani. Si tratta di un appello delle forze dello spirito a quelle del corpo o all’animalità. Questa regola è molto popolare poiché chiunque è in grado di metterla in pratica, e viene quindi impiegata spesso. Ci si chiede ora quale controregola valga in questo caso per l’altra parte. Perché, se questa farà uso della stessa regola, si arriverà a una rissa, a un duello o a un processo per ingiuria.

Ci si sbaglierebbe di grosso se si pensasse che basti non solo non diventare offensivi. Infatti, mostrando a uno, in tutta pacatezza, che ha torto e che dunque giudica e pensa in maniera sbagliata, come accade in ogni vittoria dialettica, lo si amareggia più che con qualsiasi espressione grossolana e oltraggiosa. Perché? Perché, come dice Hobbes nel De cive, capitolo I [par.5]: Omnis animi voluptas, omnisque alacritas in eo sita est, quod quid habeat, quibuscum conferens se, possit magnifice sentire de seipso [Ogni piacere dell’animo e ogni ardore risiedono nell’avere qualcuno, dal confronto con il quale si possa trarre un altro sentimento di sé]. Nulla supera per l’uomo la soddisfazione della sua vanità, e nessuna ferita duole più di quella in cui viene colpita la vanità. (Da ciò derivano modi di dire come «l’onore vale più della vita» e così via). Questa soddisfazione della vanità nasce principalmente dal confronto di se stessi con altri, sotto ogni aspetto, ma principalmente in relazione all’intelligenza. Questa soddisfazione si verifica effective e molto intensamente nel disputare. Di qui l’amarezza dello sconfitto senza che gli si commetta torto, e di cui il suo ricorso, come extrema ratio, a quest’ultimo stratagemma: ad esso non si può sfuggire con la semplice gentilezza da parte nostra. Avere un gran sangue freddo può tuttavia essere utile anche in questa occasione, se cioè, non appena l’avversario diventa offensivo, si risponde con calma che ciò non pertiene alla cosa in questione e si ritorna subito su questa, continuando a dimostrargli il suo torto senza badare alle offese – dunque più o meno come dice Temistocle ad Euribiade:[…] [bastonami ma ascoltami. Plutarco, Temistocle, II, 20]. Ma questo non è da tutti.

L’unica controregola sicura è perciò quella che già Aristotele indica nell’ultimo capitolo dei Topici: non disputare con il primo arrivato, ma solo con coloro che si conosce e di cui si sa che hanno intelletto sufficiente da non proporre cose tanto assurde da esporli all’umiliazione; e che hanno abbastanza intelletto per disputare con ragioni, e non con decisioni perentorie, e per ascoltare ragioni e acconsentirvi; e, infine, che apprezzano la verità, ascoltano volentieri buone ragioni, anche quando provengono dalla bocca dell’avversario, e siano abbastanza equi da saper sopportare di ottenere torto quando la verità sta dall’altra parte. Da ciò segue che, fra cento persone, ce n’è forse una degna che si disputi con lei. Agli altri si lasci dire quello che vogliono, perché desipere est juris gentium [essere irragionevoli è un diritto umano], e si rifletta su ciò che dice Voltaire: La paix vaut encore mieux que la verité [La pave è preferibile alla verità]; e un detto arabo recita: «Il frutto della pace è appeso all’albero del silenzio».

In ogni caso, la disputa, come attrito di teste, è spesso di reciproca utilità per rettificare i propri pensieri e anche per produrre nuovi punti di vista. Ma i due contendenti devono essere pressoché pari fra loro per erudizione e intelligenza. Se uno è privo della prima, allora non capisce tutto, non è au niveau. Se gli manca la seconda, allora il rancore che ne sorge lo istigherà a cose sleali e ad astuzie, o alla villania.

Tra la disputa in colloquio privato sive familiari e la disputatio solemnis, pro gradu non v’è alcuna differenza essenziale. La differenza è solo che in quest’ultima si richiede che il respondens debba sempre ottenere ragione contro l’opponens e quindi che all’occorrenza chi presiede, il praeses, lo soccorra; o anche che in essa si argomenta in modo più ufficiale e si rivestono volentieri i propri argomenti di una forma sillogistica rigorosa.

Come ottenere ragione in 38 mosse – 1-3
Come ottenere ragione in 38 mosse – 4-5
Come ottenere ragione in 38 mosse – 6-8
Come ottenere ragione in 38 mosse – 9-12
Come ottenere ragione in 38 mosse – 13-15
Come ottenere ragione in 38 mosse – 16-20
Come ottenere ragione in 38 mosse – 21-23
Come ottenere ragione in 38 mosse – 24-27
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Come ottenere ragione in 38 mosse – 30
Come ottenere ragione in 38 mosse – 31-34
Come ottenere ragione in 38 mosse – 35-37
Come ottenere ragione in 38 mosse – 38

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Intervista a cura di Fabio Gambaro, La Repubblica, 25 aprile 2008

LA LEZIONE DI MORIN
La sfida della complessità

Se c’è un intellettuale francese per cui l’espressione maître à penser abbia oggi ancora un senso, questi è Edgar Morin. Un maestro del pensiero rispettato e studiato, che da oltre mezzo secolo affronta con le armi della riflessione la complessità del mondo e le sue contraddizioni. A ottantasei anni, il sociologo approdato alla filosofia è oggi più che mai al centro del dibattito intellettuale: i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e le sue tesi discusse con grande attenzione in occasione di affollati convegni. L’ultimo qualche giorno fa a Parigi, dove, per due intere giornate, Morin si è confrontato pubblicamente con specialisti di varie discipline.

Non è un caso, dunque, che la casa editrice Seuil abbia deciso di ripubblicare nella sua integralità La Méthode, vale a dire i sei volumi scritti dallo studioso tra il 1977 e il 2004 (in Italia sono stati tradotti da Feltrinelli e Raffaello Cortina), affrontando, grazie al dialogo continuo tra scienze umane e scienze naturali, le molte forme della complessità. Una riflessione che, partendo dalla «conoscenza della natura», si allargata alla «natura della conoscenza», investendo poi il mondo delle idee, i territori dell’antropologia e il continente dell’etica. «Come tutti i pionieri, anch’io all’inizio sono stato incompreso, oggi però l’importanza del concetto di complessità è riconosciuta da tutti», ricorda Morin, al cui pensiero volontariamente aperto la rivista Communications ha appena dedicato un ricco numero monografico. «Quando ho iniziato a scrivere il primo volume del Metodo, non ero certo un profeta. Cercavo solo di capire la realtà che mi stava davanti, confrontandomi con le idee che iniziavano a circolare in certi ambiti di ricerca. In seguito, alcune delle mie intuizioni sono state recepite dal mondo della cultura, altre invece suscitano ancora molte resistenze».

Edgar Morin

Edgar Morin

Il Metodo è un lavoro in divenire che si è riorganizzato nel corso del tempo…
«Scrivere per me non è semplicemente redigere un testo a partire da un pensiero già cristallizzato. Al contrario, il momento della scrittura è quello in cui le riflessioni si formano e si trasformano, perché nuove idee modificano continuamente l’economia del lavoro già svolto. Senza dimenticare le letture di alcuni amici che, con le loro critiche, mi hanno mostrato nuovi orizzonti di ricerca, spingendomi a riprendere il lavoro. È un modo di lavorare difficile, ma appassionante, che trasforma di continuo il mio pensiero. Un pensiero, quindi, che non è mai immobile né definito una volta per sempre. Come diceva Nietzsche, il metodo arriva solo alla fine».

Perché il concetto di complessità le è sembrato da subito decisivo?
«I problemi importanti sono sempre complessi e vanno affrontati globalmente. Se voglio comprendere la personalità di un individuo, non posso ridurla a pochi tratti schematici. Devo necessariamente tenere conto di molte sfumature, spesso contraddittorie. Lo stesso vale per la situazione del pianeta, per comprendere la quale si devono tener presenti molti parametri. Insomma, la realtà è complessa e piena di contraddizioni che sono una vera sfida alla conoscenza. Per affrontare tale complessità, non basta semplicemente giustapporre frammenti di saperi diversi. Occorre trovare il modo per farli interagire all’interno di una nuova prospettiva».

È ciò che ha fatto lei nel Metodo?
«In effetti, ho cercato di elaborare alcuni principi in grado di mettere in relazione quelle conoscenze che gli strumenti tradizionali della conoscenza di solito non riescono a collegare. Per questo ho utilizzato l’insegnamento di quei filosofi che non hanno avuto paura di affrontare le contraddizioni, da Eraclito a Marx. Senza dimenticare Pascal, per il quale l’uomo era l’essere più miserabile e grottesco, ma anche il più nobile».

Il terzo volume del Metodo è dedicato alla «conoscenza della conoscenza». Perché?
«Questo è certamente il cuore del problema, giacché dobbiamo conoscere i meccanismi della conoscenza, se vogliamo comprendere i nostri errori. Se le mie idee hanno incontrato il favore di molte persone in ambiti diversi – dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla pedagogia – è perché costoro erano profondamente insoddisfatti di una cultura dominata dal pensiero binario, fatta di opposizioni manichee che rimuovono ogni contraddizione. Nel mio lavoro hanno trovato una prima risposta ai loro dubbi. Io però ho solo rivelato intuizioni che, sebbene non formulate, erano probabilmente già presenti in molti studiosi. Esiste un’aspirazione diffusa ad un altro modo d’intendere la conoscenza. Per questo, le mie riflessioni hanno potuto diffondersi in molti paesi, tra cui anche l’Italia, dove il mio lavoro è seguito ancor più che in Francia. Di ciò naturalmente sono molto soddisfatto, anche se molto resta ancora da fare».

In quale direzione?
«Occorre occuparsi dell’insegnamento. La riforma della conoscenza e del pensiero potrà concretizzarsi solo attraverso una riforma dell’insegnamento, una problematica a cui ho dedicato La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Il nostro sistema d’insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo e impedendoci di cogliere quei problemi fondamentali che sono sempre globali. L’eccesso di specializzazione è diventato un problema. Esperti molto competenti nel loro settore, non appena il loro ambito specifico è traversato da altre problematiche, non sanno più come reagire. Avrebbero bisogno di affrontare globalmente i problemi, ma non ne sono capaci».

Occorre un’ottica interdisciplinare?
«Certo, purtroppo però l’interdisciplinarietà avanza molto lentamente. Nel mondo della ricerca francese i baroni delle singole discipline non sono assolutamente sensibili a tale prospettiva. C’è però un movimento in corso, che io cerco d’incoraggiare.
L’interdisciplinarietà è positiva perché permette a persone che lavorano in campi diversi di dialogare, ma occorrerebbe fare un ulteriore passo in avanti in direzione della transdisciplinarietà, la sola capace di costruire un pensiero globale in grado di articolare i diversi saperi. In fondo, esiste già una scienza che si muove in questo modo e che ci può servire da modello».

Quale sarebbe?
«L’ecologia, che poggia sull’idea di ecosistema. Vale a dire, un’organizzazione complessa, fondata al contempo sul conflitto e la cooperazione, che nasce dalla eco-organizzazione e dall’implicazione reciproca delle diverse componenti del sistema. Facendo interagire molti parametri diversi, l’ecologia è un esempio molto utile, anche se resta una scienza con una dimensione aleatoria, dato che non siamo ancora capaci di rispondere a tutti i grandi interrogativi che essa solleva. Tuttavia, anche le cosiddette scienze esatte sono sempre più spesso costrette ad integrare la dimensione del dubbio e dell’incertezza. Nessuna scienza può vantare esclusivamente certezze. Si pensi alle difficoltà dell’economia di fronte al marasma dei mercati. Insomma, non bisogna mai eliminare il dubbio».

L’ecologia è un modello anche per il sistema della cultura? È per questo che ha parlato di ecologia delle idee?
«È uno dei modelli, dato che anche in ambito culturale agiscono contemporaneamente i principi di conflitto e di cooperazione. Partendo da questo punto di vista, è possibile pensare in termini diversi anche la relazione tra autonomia e indipendenza. In natura non si può essere indipendenti che dipendendo dal proprio ambiente. Ciò che vale per l’ambiente biologico, vale anche per l’ambiente sociale, urbano, culturale, religioso. Comprendere l’interdipendenza dei sistemi culturali e delle idee è oggi più che mai necessario. Ciò contribuirà a cambiare il nostro modo di pensare, dandoci uno strumento in più per sfuggire all’abisso verso cui il pianeta sembra essere destinato».

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IL 23 maggio 1915 l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria ed entrava come paese combattente in quello che fino ad allora era stato un conflitto su scala continentale, ma che presto avrebbe coinvolto paesi di tutto il mondo: la Prima guerra mondiale o Grande guerra. Il 24 maggio avrebbero avuto inizio i combattimenti sul fronte italiano orientale e si sarebbe annoverato il primo caduto, l’alpino Riccardo Di Giusto, diciannove anni e mezzo.

Prima guerra mondiale trincea

Un soldato in trincea nel corso della Prima guerra mondiale

Inizialmente, l’Italia si limitò a rompere le relazioni diplomatiche con la Germania, alleata dell’Austria-Ungheria, ma non dichiarò guerra al Kaiser. Vi era infatti la convinzione, almeno da parte di qualcuno, che le ambizioni espansionistiche dell’Italia verso l’Adriatico fossero compatibili con l’egemonia tedesca sull’Europa continentale. Alla prova dei fatti, questa convinzione si sarebbe dimostrata errata.

Da tempo gli italiani si dividevano fra interventisti e non interventisti. Fra i primi, uno dei più accesi fu Gabriele D’Annunzio, che non perdeva occasione, con scritti e discorsi, per tentare di infiammare le folle. Per alcuni, la guerra in corso in Europa rappresentava un’estensione del Risorgimento, una sorta di Quarta guerra d’indipendenza. Per altri, rappresentava l’opportunità di una sorta di purificazione per i popoli europei. Molti, specialmente fra i socialisti, i cattolici e alcuni liberali la consideravano una sciagura.

La maggior parte della popolazione vedeva la guerra come un qualcosa di distante, qualcosa che venne imposto, più che accettato. Il contadino semianalfabeta che presto sarebbe stato chiamato alle armi, avrebbe preferito potersi dedicare alla coltivazione del proprio campo piuttosto che all’addestramento militare. Per una disamina più approfondita delle condizioni delle classi subalterne in Italia durante la Grande Guerra, rimando a:

Le classi subalterne in Italia durante La Grande Guerra

di Gianluca Seramondi (dal notevole sito InStoria – Rivista online di Storia & Infomazione).

E vi lascio con una poesia di Giuseppe Ungaretti, uno che la guerra la combatté sul serio e che la racconta con particolare intensità.

Giuseppe Ungaretti – VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Giuseppe Ungaretti soldato

Un’intera nottata
Buttato vicino

A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

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Strage d Capaci

L’autostrada subito dopo l’esplosione

Come molti della mia generazione ho un ricordo vivissimo di quel sabato 23 maggio 1992. All’ora dell’aperitivo, quando gli amici si incontrano, più di cinquecento chili di tritolo facevano esplodere un tratto dell’autostrada che collega Palermo, con l’aeroporto d Punta Raisi, proprio nel momento in cui – ma fu una scelta deliberata, non certo una casualità – passavano tre auto: quella su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e le due della scorta. Le prime due non ebbero scampo.

L’attentato avvenne alle ore 17, 56 minuti e 48 secondi. Subito prima dell’edizione delle 18 del telegiornale. Un TG confuso, che smentiva le informazioni date un istante prima, come sempre succede in momenti come quello. Sussisteva ancora, però, una flebile speranza che Falcone, che non era morto sul colpo, potesse farcela.

Dal sito 19 luglio 1992 (altra data funesta, quella dell’attentato all’altro giudice antimafia per eccellenza, Paolo Borsellino) riporto un ampio stralcio della lettera scritta da Una cittadina che crede nella giustizia, che, aldilà di quelle che possono essere le reazioni individuali, rende bene l’idea dello choc che ci pervase. A me sembrò che un’idea di Stato, la mia idea di Stato, fosse saltata in aria con Falcone, sua moglie e la scorta.

Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato,ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena  trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi  diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.
Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perchè, un pò come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi  che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di  Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i  suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti,
erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la  memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal  codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

Di questa strage mafiosa, come purtroppo da usanza italiana, vi sono ancora molti aspetti oscuri, zone d’ombra sulle quali non si sa o non si vuole fare luce. Di certo, sappiamo che dopo il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino venne messa in discussione l’impunità dei boss, giudicata essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale. Nel libro-intervista Io so (dicembre 2012) Antonio Ingroia – che nella sua carriera di magistrato ha collaborato con i giudici del pool antimafia di Palermo, raccogliendone l’eredità -, rispondendo alle domande di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, traccia un quadro inquietante della situazione di quegli anni:

Sono passati vent’anni dall’orrore delle stragi del ’92. A un ragazzo nato in quell’anno, come spiegherebbe quello che è successo allora e che ha condizionato questo ventennio? Perché, come lei ama spesso dire, «la Seconda Repubblica fonda i suoi pilastri nel sangue dei servitori dello Stato»?
Partirei dal significato che ha assunto negli anni l’espressione «lotta alla mafia» inserita in un contesto culturale di riferimento. La cultura istituzionale italiana è stata per secoli di tolleranza e legittimazione della mafia, sia a livello periferico che centrale. Non è un caso che la storia del confronto mafia-Stato sia stata ipocritamente raccontata come una storia di guerra, mentre in realtà dietro le quinte è sempre stata una storia di connivenza. È stata una cultura per decenni largamente dominante e supinamente accettata all’interno di varie articolazioni istituzionali: politica, magistratura, chiesa, forze di polizia, apparati burocratico-statali.

La connivenza con Cosa nostra, insomma, l’abbiamo nel nostro Dna culturale e sociale. Qualche esempio?
Possiamo dire, facendo un passo indietro nella storia, che veniamo da una realtà nella quale in Sicilia i capimafia erano le autorità riconosciute. In ogni piccolo centro siciliano c’era il sindaco, il pretore, il parroco, il comandante dei carabinieri e poi c’era l’autorità extraistituzionale, il capomafia. L’anomalia del piccolo centro rappresentava il microcosmo di una realtà molto più estesa. Questo ha avuto un riflesso nella cultura del paese. I testi di diritto sui quali ho studiato dibattevano se la mafia era un’associazione criminale o tutt’al più un’associazione immorale. Questo tipo di cultura giuridica ha svolto un ruolo egemonico nel panorama nazionale. Pian piano è cresciuta nel paese una consapevolezza collettiva, anche se per un certo periodo il cambiamento ha giustificato la tolleranza del passato, raccontando di una vecchia mafia buona e di una nuova mafia cattiva. Anche all’interno delle élite politico-istituzionali del paese si è registrato un processo evolutivo. In questo processo un settore della magistratura di Palermo è stato un passo avanti, e perciò ha pagato duramente. Falcone e Borsellino, non lo dobbiamo mai dimenticare, erano isolati dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo. Solo recentemente quella cultura ha contagiato le parti più sensibili della società siciliana e nazionale. Tuttavia, non è mai stato cancellato quell’altro tipo di atteggiamento inclusivo di uno spirito di convivenza con la mafia. Diciamo che le istituzioni spesso hanno fatto antimafia sostenendo una frazione della mafia contro un’altra. È il principio della trattativa. Ma è solo negli ultimi tempi che alcune sorprendenti novità investigative hanno messo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un tema rimasto per anni colpevolmente sfocato. È bene essere consapevoli, infatti, che non si tratta di una novità dell’ultima ora. Che dire, ad esempio, dell’uso massiccio della trattativa in passato? Che dire della strumentalizzazione che il neonato Stato unitario fece del potere mafioso per frenare le spinte filoborboniche e antiunitarie? E non fu forse frutto di trattative il patto di non belligeranza, reciproco sostegno e copertura, in virtù del quale i gabellotti mafiosi mantennero il loro potere sul territorio?

Questa è la premessa. Da dove partiamo per raccontare la stagione stragista?
Da una considerazione certa: le stragi siciliane sono la risposta di Cosa nostra allo Stato che, dopo la sentenza di Cassazione del maxiprocesso, ha messo in crisi l’impunità dei boss, condizione essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale mafiosa. Il programma stagista nasce dalla necessità per i boss di ristrutturare totalmente il rapporto con la politica. Questo scontro ha portato il paese a un capovolgimento politico e istituzionale. Due sono le frasi chiave che ci fanno capire cosa i capi di Cosa nostra avrebbero voluto che accadesse (e in buona parte accadde). Una è quella di Totò Riina, che spiega ai suoi soldati: «Dobbiamo fare la guerra per poi fare la pace». L’altra è del boss Leoluca Bagarella: «In futuro non dobbiamo più correre il rischio che i politici possano voltarci le spalle». Le stragi sono la premessa necessaria, il secondo passo è la ristrutturazione del rapporto dialettico con la politica. […]

Al ’93 arriveremo dopo. Qual è, secondo lei, l’effetto più dirompente nella vita democratica italiana del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica a suon di bombe?
Salta in generale il ruolo di mediazione della politica. Gli interessi privati irrompono irrompono e strumentalizzano la politica. Scompare il politico di professione. I nuovi volti che affollano il parlamento sono professionisti prestati alla politica, uomini d’affari che portano nel mondo della politica i loro interessi personali e quelli dei loro clienti, e infine politici di seconda o terza fila, sorta di prestanome nell’interesse altrui. Mentre nella Prima Repubblica nella relazione tra mafia e politica prevaleva il «modello Lima», nella Seconda Repubblica il «modello Ciancimino» diventa vincente. È il modello del mafioso direttamente protagonista della politica. In questo senso, don Vito è stato l’assoluto precursore di una sorta di modernità politico-criminale. Quello che credo sia avvenuto è che gli interessi mafiosi si sono realizzati per l’intrusione diretta nel mondo della politica. […]

Oggi, sull’Espresso online Lirio Abbate riporta le testimonianze dei sopravvissuti alla strage, che riporto integralmente anche per il dovuto omaggio alle vittime dal nome meno altisonante, gli uomini della scorta:

Strage di Capaci, il racconto dei sopravvissuti

Giovanni Falcone

Il 23 maggio 1992 i sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) registravano una fortissima esplosione alle ore 17 e 56 minuti e 32 secondi. Una carica di 572 chili di esplosivo veniva fatta saltare sotto l’autostrada in direzione di Palermo, nei pressi dello svincolo di Capaci. L’esplosione investiva la prima delle tre auto blindate che formavano il corteo su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Nella prima auto c’erano gli agenti della Polizia di Stato Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e quella che seguiva immediatamente dopo, cioè quella nella quale si trovavano i giudici Falcone e Morvillo con l’autista Costanza Giuseppe. La deflagrazione aveva causato un gigantesco cratere sul bordo del quale stava l’auto del magistrato e dietro la terza blindata del corteo in cui c’erano gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, sopravvissuti all’esplosione.

I tre poliziotti nei momenti immediatamente successivi allo scoppio si sono subito impegnati, nonostante le le ferite riportate, ad aiutare i due magistrati e l’autista, i quali, con l’ausilio dei primi soccorritori, venivano estratti dall’auto, ad eccezione del dottor Falcone, per il quale era necessario attendere l’intervento dei Vigili del Fuoco perché rimasto incastrato fra le lamiere della Fiat Croma blindata. Corbo, Capuzza e Cervello hanno avuto modo di constatare che Falcone, Morvillo e Costanza erano vivi: hanno verificato che la giudice Morvillo respirava ancora, ma era priva di conoscenza, mentre invece il dottor Falcone mostrava di recepire con gli occhi le sollecitazioni che gli venivano dai soccorritori.

Dal luogo dell’attentato dunque, Giovanni Falcone e la moglie erano usciti vivi, ma la corsa in ospedale in ambulanza e poi gli sforzi dei medici non sono riusciti a salvarli. Entrambi moriranno in serata per le emorragie causate dalle lesioni interne determinate dall’onda d’urto provocata dall’esplosione, mentre Costanza ricoverato con la prognosi riservata, ce la farà.

Nell’immediatezza dell’esplosione non c’era nessuna traccia dell’auto blindata che era in testa al corteo, tanto che i primi soccorritori pensavano in un primo momento che fosse riuscita a sfuggire alla deflagrazione e che sarebbe corsa avanti a chiedere soccorsi. Solo dopo alcune ore la Fiat Croma veniva ritrovata a un centinaio di metri completamente distrutta, in un terreno adiacente il tratto autostradale, con i corpi dei tre occupanti privi di vita. I tre agenti erano morti sul colpo. I momenti immediatamente successivi e quelli precedenti lo scoppio vengono così ricostruiti dai tre poliziotti che sono sopravvissuti alla strage di Capaci.

Angelo Corbo:
«Ho sentito solamente un grosso botto, uno spostamento d’aria, una deflagrazione e mi sono sentito solamente catapultare in avanti. Dopo l’esplosione con grossa difficoltà si è cercato di uscire dalla macchina, perché purtroppo eravamo anche pieni di detriti, di massi. Quindi con difficoltà ho cercato di uscire dalla macchina. Niente, già uscendo si era capito della gravità della situazione perché la voragine purtroppo era ben visibile. Ci siamo avvicinati e mi sono avvicinato con gli altri alla macchina del dottor Falcone mettendoci intorno per non fare avvicinare o per controllare la situazione, e anche per non far si’ che c’era magari qualche altra persona che si stava avvicinando all’autovettura sulla quale viaggiava il dott. Falcone, che era praticamente in bilico a quel cratere con la parte anteriore che sembrava mancante o potrebbe essere stata coperta da detriti. Dopodiché visto che non che non riuscivano ad uscire la persona del dottor Falcone e della dottoressa Morvillo, abbiamo cercato insieme a delle persone che poi sono sopraggiunte di estrarre, appunto, il dottor Falcone e la dottoressa Morvillo. Mi ricordo che non si riusciva ad aprire gli sportelli, specialmente quello del dottor Falcone che era bloccato. Dalla parte della dottoressa Morvillo invece c’era questo vetro che si era riuscito a sradicare, infatti insieme ad altre persone si era proprio presa la dottoressa Morvillo e uscita dall’abitacolo della macchina. Invece il dottor Falcone purtroppo non si riusciva ad aprire questo sportello. Fra l’altro poi la macchina stava anche prendendo fuoco, quindi c’era stato anche un cercare di spegnere questo principio d’incendio. Il dottor Falcone era in vita, ecco non so dire se era cosciente, chiaramente, perché purtroppo con il vetro blindato non si sentiva neanche un gemito, un qualche cosa, comunque era in vita. Addirittura si era pure rivolto verso di noi guardandoci, però, ecco, purtroppo noi eravamo impossibilitati ad un immediato soccorso. L’autista Costanza era messo nel sedile posteriore, se mi ricordo bene era coricato di lato nell’abitacolo della macchina».

Gaspare Cervello:
«Dopo il rettilineo, diciamo, all’inserimento del bivio di Capaci, ho visto dopo una deflagrazione proprio gigantesca, un’esplosione che neanche il tempo di finire un’espressione tipica che non ho visto più niente, non so che fine ha fatto la macchina, cosa ha fatto in quel momento la macchina; non so il tempo che ho trascorso svenuto dopo quella deflagrazione. Dopo che ho ripreso i sensi dentro la macchina stesso, vedevo che non potevo aprire lo sportello; con forza riesco ad aprirlo. Non faccio caso neanche ai colleghi se stavano bene, cioé se erano vivi; l’unica cosa del mio istinto era quello di uscire dalla macchina e recarmi direttamente nella macchina del giudice Falcone. Mentre mi avvicinavo alla macchina ho visto quella scena proprio straziante, di cui mi avvicino un poco sopra, perché poi c’era il terriccio dell’asfalto che proprio copriva la macchina; c’era soltanto il vetro, quindi anche se volevamo dare aiuto non potevamo. Niente, l’unica cosa che ho fatto è di chiamare il giudice Falcone: “Giovanni, Giovanni”, però lui si è voltato, però era uno sguardo ormai chiuso, abbandonato, perché aveva tutto il blocco della macchina davanti, aveva soltanto la testa diciamo libera; no libera, che muoveva, diciamo, per quegli attimi che io l’ho chiamato. La dottoressa era chinata verso avanti come l’autista Giuseppe Costanza, di cui la prima sensazione, quella mia: “Ormai tutti e tre non ce l’hanno fatta”, mentre la macchina davanti, non l’ho vista… Ho pensato che ce l’avevano fatta, ce l’avevano fatta, che erano andati via… ho pensato sono andati via per chiamare i soccorsi, perché noi via radio non potevamo dare più niente perché la macchina nostra era anche distruttissima».

Giuseppe Costanza:
«Io l’ultima cosa che ricordo del dottor Falcone è, appunto, nel chiedergli quando dovevo venire a riprenderlo; mi ha detto: “Lunedì mattina”, io gli dissi: “Allora, arrivato a casa cortesemente mi da’ le mie chiavi in modo che io lunedì mattina posso prendere la macchina, ma probabilmente era soprappensiero perché una cosa del genere non riesco a giustificarla soprattutto da lui. Sfilò le chiavi che erano inserite al quadro dandomele dietro e io a quel punto lo richiamai dicendoci: “Cosa fa? Così ci andiamo a ammazzare”. Questo è l’ultimo ricordo che lui girandosi verso la moglie e incrociandosi lo sguardo e girandosi ancora verso di me fa: “Scusi, scusi”. Ecco, queste sono le ultime parole che io ricordo perché poi non c’è più nulla. Potevamo andare a una media di 120, 120-130, non più di tanto. Nel momento in cui sfilò le chiavi ci fu una diminuzione di velocità perché la marcia era rimasta inserita era la quarta».

Paolo Capuzza:
«Io ero rivolto, diciamo, un po’ nella sedia della parte destra e guardavo un po’ sulla destra ed il davanti, ed ho sentito un’esplosione ed un’ondata di caldo è arrivata, ed in quell’attimo mi sono girato nella parte anteriore dell’autovettura, per guardare cosa accadeva, ed ho visto l’asfalto che si alzava nel cielo. Poi mi sembra che l’autista abbia sterzato l’autovettura sul guardrail destro per evitare di andare addosso all’autovettura del dottor Falcone; poi, quando siamo scesi ci siamo accorti che ci siamo ritrovati dietro proprio l’autovettura del magistrato. Mentre eravamo all’interno dell’autovettura, si sentivano ricadere sull’auto tutti i massi ed una nube nera, cioé non si vedeva niente, polvere e nube nera che non riuscivamo a vedere niente. Dopodiché siamo usciti dall’autovettura con le armi in pugno, io ho cercato di prendere l’M12 in dotazione, oltre che le pistole che avevo addosso, ma non sono riuscito a prenderlo, perché appunto la mano non riusciva a tenerlo in mano, non lo riuscivo a prendere, insomma; e, quindi, ho preso la mia pistola di ordinanza. Siamo usciti dall’autovettura e per guardarci intorno, perché ci aspettavamo, come si dice, qualche colpo di grazia. Poi abbiamo visto la voragine che c’era davanti all’autovettura del dottor Falcone, alla quale mancava il vano motore completamente; poi c’erano delle fiamme ed abbiamo preso l’estintore che era sulla nostra autovettura e le abbiamo spente. Le fiamme erano proprio davanti l’autovettura del dottor Falcone, che era proprio sul limite del precipizio, diciamo, dove si era creata la voragine, perché non c’era più il vano motore e… ci siamo guardati intorno per proteggere, appunto, ancora la personalità, perché mi sembra che il Cervello Gaspare, sì Cervello, abbia chiamato per nome il dottor Falcone, il quale non ha risposto però si è girato con la testa come… poi abbiamo aspettato i soccorsi e non abbiamo fatto avvicinare nessuno».

Queste dunque le prime immagini della strage tratte dal racconto dei sopravvissuti.

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Di Alfonso Gianni, MicroMega online, 21 maggio 2014

L’idillio fra Renzi e i mercati finanziari internazionali è durato davvero poco. Non sappiamo ancora se è vera rottura, ma certamente, dopo la stima negativa della crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno in corso, le passioni si sono raggelate. Non c’è da stupirsi. Nulla è stato fatto per invertire le cause profonde della crisi italiana, che si sommano a quelle della crisi economica internazionale ed europea.

L’inconsistenza delle promesse di Renzi è stata messa a nudo. Gli atti rilevanti dal punto di vista normativo in campo economico si riducono solo a due, anche se di notevole peso e significato: il Documento di economia e finanza (Def) e il decreto 34/2014 presentato dal ministro del lavoro Poletti. 

Guardando soprattutto al secondo, che cronologicamente è giunto prima, si ha una buona visione del cambio di passo che contraddistingue il governo Renzi da quelli postberlusconiani che l’hanno preceduto. E si comprende anche la ragione per cui quel provvedimento è stato bene accolto dalle cancellerie dei maggiori paesi europei visitati da Matteo Renzi.

Le elites dominanti nella Ue, delle quali Renzi aspira con buone possibilità fare parte, si sono infatti accorte da tempo che la finzione della “austerità espansiva” era diventata uno slogan molto logoro e niente affatto convincente. Ci hanno pensato le varie statistiche ufficiali a seppellirlo. Sono cresciute disoccupazione, precarietà e diseguaglianze e contemporaneamente il debito pubblico. Per questo dal cilindro hanno estratto una nuova illusionistica parola d’ordine, quella della “precarietà espansiva”. Si tratterebbe di dare un colpo definitivo a ciò che resta dei diritti e dei vincoli – a seconda del punto di vista dal quale li si guarda – esistenti e resistenti sul mercato del lavoro e questo darebbe per incanto forza a quei borbottii di fondo che alcuni economisti compiacenti scambiano per segnali di un’imminente ripresa. Gli “spiriti animali” del capitalismo imprenditoriale tornerebbero ad animarsi e una nuova “distruzione creatrice” sarebbe alle porte. Questa sarebbe la riforma strutturale che più o meno direttamente ci chiede l’Europa e su cui indubbiamente il governo Renzi ha mostrato di porsi con spavalderia alla avanguardia.

Il decreto Poletti interviene sia sui contratti a termine sia su quelli di apprendistato. In entrambi i casi in modo devastante. Nella sostanza, nel primo caso viene fatta sparire ogni causale per l’assunzione a tempo determinato, malgrado quest’ultima fosse già alquanto generica. Si permette invece “l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe”, cinque per l’esattezza, norma che viene estesa anche ai contratti interinali. 

Ma i trentasei mesi qui previsti sono piuttosto il limite minimo anziché quello massimo, dal momento che tale limite è superabile per alcune categorie di lavoratori e per tutti qualora intervengano esplicite deroghe all’interno di “contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale”. La famosa contrattazione in peius. Ma non è finita. Il testo del decreto stabilisce che si possono assumere lavoratori con contratto a termine solo entro un tetto del 20% sul complesso dei lavoratori occupati in azienda. La norma in questo caso interviene peggiorando l’esito della contrattazione che già prevedeva un tetto ma in misura inferiore (in media il 10-15% dell’organico) e che peraltro non ha funzionato per la mancanza assoluta di trasparenza sui dati e quindi per l’assenza di controlli. Siamo fuori dalla stessa normativa europea. Da qui la giusta denuncia per inadempienza e violazione di quelle norme lanciata da diversi giuristi.

Il governo finge di non rendersi conto che in Italia da diversi anni la crescita del Pil è assai più bassa della media europea, mentre le ore lavorate per ogni singolo lavoratore sono altissime. Ad esempio in Germania sono 1400 all’anno, in Italia 1800. L’intensificazione dello sfruttamento di pochi e la disoccupazione e la precarizzazione di molti non fa ripartire l’economia. Il tasso di variazione del lavoro temporaneo in Italia, tra il 1990 e il 2012, è del 164%, contro una media europea del 34,5%. La stessa Irlanda, un altro dei paesi Piigs, ha avuto un tasso di crescita del 19.7%. Si può e si deve osservare che in Italia nel 1990 la presenza di lavoro temporaneo era inferiore che in altri paesi – anche se eravamo nel momento del boom dei contratti di formazione-lavoro – e quindi il tasso di variazione è più alto perché parte da livelli inferiori, ma ciò non toglie che ha fatto balzi da gigante, mentre la nostra economia ha continuato a deperire, non malgrado, ma anche grazie, seppure non esclusivamente, alla liberalizzazione e alla precarizzazione nel mercato del lavoro.

La stessa logica distruttiva di ogni garanzia pervade anche la parte del decreto dedicata all’apprendistato. In sostanza il contenuto specifico del rapporto di lavoro di apprendistato viene svuotato. Il datore di lavoro vede invece accresciute le sue convenienze, dal momento che può retribuire il lavoratore con solo il 65% dello stipendio dovuto e nello stesso tempo continua a scaricare quasi l’intero peso della contribuzione previdenziale ed assicurativa sulle spalle dello Stato. Anche questa nuova norma è del tutto al di fuori della normativa comunitaria, poiché non si presenta come finalizzata alla creazione netta di nuovi posti di lavoro, ma casomai allo scambio tra occupazione stabile e occupazione precaria.

Ma la linea di Renzi non si rifà al semplice neoliberismo, ma piuttosto andrebbe definita come social-liberista, ovvero più liberista del liberismo per quanto riguarda il mito della concorrenza e delle privatizzazioni, ma con una certa sensibilità sociale, per evitare ribellioni popolari. Così, mentre si calca la mano sulle controriforme strutturali, si cerca di recuperare consenso giocando la carta della redistribuzione. Ecco quindi comparire la mossa degli 80 euro in busta paga. Una “quattordicesima preelettorale” si è giustamente detto, dal momento che questa non è ancora – né si sa se mai lo sarà – una misura strutturale, ma pur sempre una cifra che nemmeno un rinnovo contrattuale è riuscito a dare da tempo immemorabile.

Sarebbe del tutto sbagliato però limitare la critica al provvedimento renziano – al fatto che esso lascia scoperti i precari, i disoccupati che non ricevono indennità, gli anziani, gli incapienti. Tutte cose indubbiamente vere. Ma c’è dell’altro. Da dove vengono le risorse per garantire questi 80 euro in busta paga? Ed è qui che l’“anima sociale” del social-liberismo renziano torna ad essere più evanescente che reale. 

Già a un primo esame del Documento di economia e finanza (Def) la propaganda renziana risulta assai vacillante. Il costo dell’operazione degli 80 euro è per ora stimato in 6,6 miliardi. Se calcolati lungo un intero anno si tratta di 10 miliardi. Le coperture sono previste solo per la parte dell’anno che manca. Si conta di ricavare dalla spending review del commissario Cottarelli 4,5 miliardi, in base a tagli presentati come definitivi; un altro miliardo dovrebbe giungere dall’incremento dell’aliquota al 26% sulle plusvalenze che le banche realizzeranno a seguito della rivalutazione delle loro quote gentilmente concessa in Bankitalia dal precedente governo Letta; il resto è legato ai maggiori introiti dell’Iva generati dal pagamento di circa 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione. 

Il punto dolente in questo questo quadro è ovviamente rappresentato dalla spending review. Come verrà fatta? Come e da dove verranno estratti i 4,5 miliardi previsti? Qui spesso Renzi è intervenuto per tacitare le imprudenti dichiarazioni di Cottarelli sul taglio di ben 85mila posti di lavoro nella Pubblica amministrazione nel giro di tre anni. “Decido io!” ha ripetuto Renzi, ma simile esternazione di decisionismo, pur coerente con il profilo del personaggio, non ha tranquillizzato proprio nessuno, neppure i troppo placidi sindacati. In ogni caso, per l’immediato, saranno il pubblico impiego e la sanità ad offrire il maggiore contributo. Il Servizio sanitario nazionale verrà taglieggiato per cifre che oscillano fra uno o due miliardi. Il pubblico impiego, oltre alla misura del tetto dei manager (che riproduce in modo più generoso quella già decisa dal secondo governo Prodi, con eccezione delle società quotate in Borsa, e che venne elusa dai governi successivi), subirà tagli negli stipendi per almeno un altro miliardo. Va ricordato che in questo settore i contratti non vengono rinnovati dal 2010 e che il numero dei dipendenti, come dice il Def, è già in sensibile diminuzione negli ultimi anni; altri 800 milioni deriveranno da tagli lineari di acquisti in tutte le amministrazioni; infine 600 milioni di risparmi dovrebbero giungere dalla Difesa, ma più in termini di riduzione di nuovi arruolamenti che non di acquisti di sistemi d’arma. 

Conviene ora guardare anche alla questione Irap, punto nodale della strategia renziana volta ad accontentare tutti, padroni e operai, in modo da fare sparire nei fatti ogni discriminante fra destra e sinistra. Il Presidente del Consiglio conferma un taglio del 10% dell’Irap, probabilmente finanziata con l’aumento dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, esclusi i titoli di Stato. Ma qui i conti davvero non tornano: la previsione governativa del costo del taglio della tassa si aggira sui 2,4 miliardi, ma la Ragioneria stima che il gettito della prevista copertura non supererà 1,4 miliardi. Un miliardo che balla dunque e che si aggiunge ad altri che muovono la stampa più informata a prevedere una nuova manovra correttiva del governo nei prossimi mesi attorno ai 4-5 miliardi.

Certo, il governo rilancia alla grande la politica delle privatizzazioni, quindi della vendita delle partecipazioni del Tesoro nelle società che contano, come Fincantieri o Eni, con la conseguenza prevedibile che ciò che si incassa oggi, lo si perde moltiplicato per molte volte poi, in termini di diversi milioni di euro all’anno di mancati o minori dividendi. La classica operazione a perdere della vendita dei gioielli di famiglia. Intanto nel Def viene scritto che queste frutteranno 12 miliardi di euro l’anno dal 2014 al 2018, previsione del tutto opinabile poiché non si fonda su alcuna base neppure probabilistica dotata di un minimo di attendibilità.

Del resto, per tornare sulla questione degli 80 euro, non bisogna dimenticare gli effetti prodotti dalle nuove forme di tassazione introdotte dal passato governo Letta. Queste probabilmente si mangeranno nei prossimi otto mesi oltre il 40 per cento del bonus degli 80 euro previsti dal governo Renzi. Se con una mano il contribuente beneficerà dell’aumento mensile con l’altra dovrà tirare fuori 35 euro in più al mese rispetto allo scorso anno, tra l’introduzione della Tasi e le addizionali Irpef regionali.

Circola uno studio della Uil – malgrado l’entusiasmo filogovernativo del suo segretario generale – che prende in esame il lavoratore medio dipendente, quello insomma che beneficerà del bonus, che guadagna 18 mila euro lordi l’anno e ha una casa di proprietà in una zona semiperiferica. Una condizione modesta e alquanto diffusa, che gli consente di entrare in pieno nel target del governo e di beneficiare del bonus, che con ogni probabilità verrà esposto alle voracità dei Comuni, molti dei quali stanno mettendo in atto aumenti della Tasi e addizionali e delle Regioni che sono costrette a ricorrere al rincaro delle aliquote. Calcolando la spesa sull’intero anno si scopre che il lavoratore dipendente medio si troverà in tasca 640 euro in più ai quali però dovrà sottrarre 278 euro (Tasi più addizionali comunali Irpef) per un totale di 362 euro. Ciò significa la riduzione al 56% dei benefici. Il guadagno in busta paga, dunque, in realtà si dimezzerebbe.

Insomma effetti espansivi non se ne vedono dalla manovra del governo. Anzi. Non c’è da stupirsi, poiché la buona teoria economica ci insegna che le riduzioni della pressione fiscale finanziate da tagli di pari importo della spesa pubblica hanno di norma effetti recessivi. Del resto vi è uno studio del Fmi risalente al luglio 2012 che dice, facendo riferimento esplicito al caso italiano, che un taglio ipotetico della spesa pubblica per 10 miliardi di euro determinerebbe una contrazione del Pil di ben 15 miliardi, mentre una riduzione della pressione fiscale di 10 miliardi non porterebbe ad un aumento del Pil superiore ai 2 miliardi. In altre parole gli effetti espansivi dell’aumento della spesa pubblica, ovviamente fatta con criteri mirati ed innovativi, sono comunque sensibilmente superiori dal punto di vista degli stimoli all’economia di quanto non lo siano le riduzioni della pressione fiscale, che non si traduce mai interamente in nuovi consumi, e viceversa. 

Quindi il governo avrebbe dovuto finanziare la misura degli 80 euro in deficit, se avesse voluto compiere una vera manovra anticiclica e dare un autentico sollievo sociale ai redditi più bassi. Ma così non può avvenire per mancanza di cultura economica e per i vincoli imposti dalla Ue e pedissequamente accettati.

Ma tutto ciò non significa ancora che lo stellone di Renzi ne esca del tutto sfocato. Il suo consenso permane se perdura l’insipienza e la debolezza della sinistra d’opposizione. Quella che oggi si raccoglie attorno alla lista L’altra Europa con Tsipra potrebbe diventare finalmente un punto di ricostruzione di una sinistra degna di questo nome nel nostro paese, oltre che portare il suo contributo in Europa. La condizione è che comprenda fino in fondo che la partita non si gioca solo sul terreno della redistribuzione per via fiscale della ricchezza prodotta – sul quale il governo Renzi comanda il gioco e distribuisce le carte – quanto su quello dei rapporti fra capitale e lavoro, ovvero di quanto va al profitto e quanto al salario. 

E’ evidente che un simile compito non può essere assunto solo da una forza politica, anche se fosse consistente, estesa e ramificata. Ci vuole un sindacato che riacquisti autorità e potere sulla questione salariale, su quelle della prestazione lavorativa, sulle normative in termini di assunzioni e di mercato del lavoro. L’investimento di speranza fatto sulla Fiom è esattamente questo. Infatti il ruolo politico del sindacato – di cui si è tanto parlato negli anni settanta e che è stato tanta parte del “caso italiano” – privato di questa forza contrattuale si rovescia nel suo contrario. Da elemento di contestazione delle politiche economiche dominanti a elemento subordinato nel governo allargato dell’economia. Paradossalmente il decisionismo renziano che scavalca da destra ogni pratica concertativa, potrebbe essere l’occasione affinché il sindacato ricostruisca le sue ragioni d’essere, la sua mission, e rilanci una propria capacità di conflittualità, sul terreno europeo e non solo nazionale.

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Don Gallo con il suo immancabile “toscano”

Il 22 maggio 2013 ci lasciava don Gallo, il prete partigiano che aveva tre punti fermi: il Vangelo, la Costituzione e Gramsci. Una storia, quella del “prete degli ultimi”, in prima linea nelle battaglie per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dell’intero dopoguerra genovese e non solo; una missione che ha travalicato i confini – lo dimostrano le infinite attestazioni di affetto ricevute da laici, da fedeli di altre religioni – della chiesa cattolica. Un prete – scomodo, scomodissimo per i tradizionalisti cattolici – che ha rappresentato un punto di riferimento per un enorme popolo di donne e uomini alla ricerca di se stessi.

In questo blog ho già avuto modo di parlare del “don”, in particolare del suo suo testamento ideale, il libro Sopra ogni cosa, sul quale mi sono permesso alcune brevi considerazioni.

Proprio per riaffermare il forte legame del Gallo con la Costituzione, voglio ricordarlo con le parole che l’ANPI provinciale gli ha voluto dedicare al momento della scomparsa.

L’ANPI SALUTA DON GALLO

L’Anpi di Genova abbraccia con affetto al Comunità di San Benedetto per il grave lutto che la colpisce con la scomparsa di Don Gallo.

E’ una ferita non solo per loro, ma di tutta la città, di tutta la nostra comunità che ha trovato in Don Gallo non solo il Prete degli ultimi, dei diseredati, ma l’espressione più profonda della Chiesa come Comunità dell’Incontro e del Dialogo, dell’Accoglienza.

La Chiesa che si apre al mondo costruendo con la sua tenacia la speranza e la necessità del riscatto, del valore della dignità dell’uomo sugli egoismi.

Con Don Gallo scompare un uomo che è stato una stupenda sintesi del Sacerdote portatore della parola di Dio, ma nel contempo dell’uomo difensore dei valori della Resistenza contenuti e affermati nella Costituzione della Repubblica Italiana.

Lui, iscritto alla nostra Associazione non ha mai rinunciato a legare il messaggio del Vangelo con gli articoli espressi nella Carta fondamentale della Repubblica, una bussola laica per tutta la nostra comunità nazionale.

Lo vogliamo ricordare in quei tanti momenti in cui, tra i nostri monti, nelle fabbriche o in città, celebrava una S. Messa o recitava una preghiera nei luoghi in cui molti, giovani e ragazze, hanno dato la vita per la nostra libertà, rimarcando con noi il valore e il significato profondo di quel sacrificio.

Subito dopo, però, ci spronava Lui stesso, partigiano della Costituzione, a viverla, ora e sempre, non solo come un documento legato alla storia, ma come uno straordinario programma per costruire un mondo migliore, ricordando a tutti noi che nelle radici della Libertà sta il futuro della democrazia.

Ciao Don Gallo.

Ti salutano i partigiani, gli antifascisti e i democratici genovesi, molti nel piangere la Tua scomparsa diranno una preghiera, altri Ti penseranno, ma certamente tutti Ti porteranno nel cuore.

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

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Stratagemma n.35

il quale, non appena sia praticabile, rende superflui tutti gli altri: anziché agire sull’intelletto con ragionamenti, si agisca sulla volontà con motivazioni, e l’avversario, come pure gli uditori se hanno gli stessi suoi interessi, sono subito conquistati alla nostra opinione, fosse anche presa a prestito dal manicomio: per lo più, infatti, una briciola di volontà pesa più di un quintale di giudizio e di persuasione. Naturalmente funziona solo in circostanze particolari. Se si riesce a far avvertire all’avversario che la sua opinione, se fosse valida, arrecherebbe un notevole danno al suo stesso interesse, egli la lascerà cadere con la stessa rapidità con cui si molla un ferro bollente incautamente afferrato. Per esempio: un religioso difende un dogma filosofico: gli si faccia osservare che esso è indirettamente in contraddizione con un dogma fondamentale della sua chiesa, ed egli lo lascerà cadere.

Un possidente terriero afferma l’eccellenza della meccanica in Inghilterra, dove una macchina a vapore compie il lavoro di molti uomini: gli si lasci intendere che presto anche i veicoli saranno tirati da macchine a vapore, sicché i prezzi dei cavalli delle sue numerose scuderie dovranno subire un crollo – e si vedrà. In questi casi il sentimento di ognuno è di regola: quam temere in nosmet legem sancimus iniquam [con quanta leggerezza enunciamo una legge iniqua contro noi stessi, Orazio, Satire, I, 3, 67].

Si agisca così quando gli uditori, ma non l’avversario, fanno parte della nostra stessa setta, corporazione, sindacato, club, e così via. La sua tesi può anche essere giusta, ma è sufficiente alludere al fatto che essa è in contrasto con l’interesse comune della suddetta corporazione, ecc., che tutti gli uditori troveranno gli argomenti dell’avversario deboli e miserabili anche se sono ottimi, e i nostri giusti e centrati anche se fossero campati per aria; il coro si proclamerà a gran voce in nostro favore e l’avversario dovrà sgombrare il campo umiliato. Anzi, gli uditori per lo più crederanno di avere dato la loro approvazione per puro convincimento. Infatti, ciò che va a nostro danno, appare per lo più assurdo all’intelletto. Intellectus homini sicci non est recipit infusionem a voluntate et affectibus [l’intelletto non è una luce che arde senza olio, ma viene alimentato dalla volontà e dalle passioni, Francis Bacon, Novum Organom, I, 49]. Di questo stratagemma si potrebbe dire «prendere l’albero per le radici»: di solito viene chiamato argomentum ab utili.

Stratagemma n.36

Sconcertare, sbigottire l’avversario con sproloqui privi di senso. Ciò riposa sul fatto che:

Gewöhnlich glaubt der Mensch, wenn er nur Wortz hört,
Es müsse sich dabei doch auch was denken lassen
[«L’uomo crede abitualmente, anche se solo parole sente, / che vi si debba poter trovare pur qualcosa da pensare (Johann Wolfgang Goethe, Faust, I, vv. 2565-66].

Se ora, in cuor suo, egli è consapevole della propria debolezza, se è abituato a sentire cose che non capisce, e tuttavia a fare come se le capisse, si può impressionarlo propinandogli con aria seria una scemenza che suona dotta o profonda, di fronte alla quale gli vengono meno udito, vista e pensiero [Schopenhauer pensa qui probabilmente di nuovo al Faust goethiano, alla scena di cui riprende le parole: «Und in den Sälen, auf dem Bänken, / Vergeht mir Hören, Sehen und Denken» (I, 1886-87)], e spacciarla come la prova più incontestabile della propria tesi. Come è noto, recentemente alcuni filosofi hanno adoperato questo stratagemma, con esiti brillantissimi, addirittura di fronte all’intero pubblico tedesco. Poiché però si tratta di exempla odiosa, ricorreremo a un esempio più antico tratto da Oliver Goldsmith, The Vicar of Wakefield [cap. VII].

Stratagemma n.37

(che dovrebbe essere uno dei primi). Quando l’avversario, pur avendo nei fatti ragione, per fortuna sceglie una cattiva prova; non abbiamo allora difficoltà a confutarla, e poi spacciamo questa per una confutazione della cosa. In fondo, qui tutto si basa sul fatto che spacciamo un argomentum ad hominem per uno ad rem. Se a lui, o agli astanti, non viene in mente alcuna prova migliore, abbiamo vinto noi. Per esempio quando uno, per dimostrare l’esistenza di Dio, presenta la prova ontologica, assai facile da confutare Questo è il modo in cui i cattivi avvocati perdono una buona causa: vogliono difenderla con una legge che non vi si presta, e quella che si presta non viene loro in mente.

Come ottenere ragione in 38 mosse – 1-3
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Esisterebbero 7 Premi Nobel per l’economia che spingono per l’uscita dall’Euro. O almeno così sembrerebbe da quello che si legge in rete e dagli inviti di Matteo Salvini a cercare su Google “Nobel euro patacca”. Ed invece…

Guido Iodice, Lavoro & Politica, anno 4 n. 6 – 14 febbraio 2014

«Prima se ne esce e meglio è. Oramai sono diventati 5 i premi Nobel che lo sostengono insieme a noi». Così si è espresso recentemente, riferendosi all’euro, il segretario della Lega Matteo Salvini, aggiornando successivamente il numero di Nobel che, stando alle ultime ricerche, ammonterebbero ora a sette. Ma come stanno precisamente le cose? La fonte di Salvini è molto probabilmente il sito web scenarieconomici.it che, in questo articolo, riassume le posizioni critiche sull’euro di sette Nobel per l’economia. A parte un caso (molto particolare, come vedremo), nessuno di questi pronuncia le fatidiche parole «uscire dall’euro ora», come piacerebbe ai più decisi noeuro padani. Gli economisti in questione criticano apertamente la moneta unica, tuttavia ben si guardano dal suggerire esplicitamente l’uscita di un grande paese dall’eurozona. Ma procediamo con ordine.

(altro…)

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Nel suo ultimo lavoro, L’ultima Thüle (2012), Francesco Guccini dedica una canzone ai partigiani dell’Appennino emiliano. Il brano è la trascrizione in italiano e in musica di una poesia di Gastone Vandelli, uno di massimi esponenti della poesia dialettale bolognese, vincitore di svariati premi.

Si dice che la poesia di Vamdelli sia stata mostrata a Guccini da Loriano Machiavelli, il coautore di molte opere letterarie del “maestrone”, nel corso di uno dei loro periodici incontri. Commosso, Guccini avrebbe deciso di trasformarla in canzone. Un parto lungo, iniziato nel 2001 e terminato, sembra, nel 2009.

Su in collina
Francesco Guccini
Môrt in culéṅna
Gastone Vandelli
Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
sotto una neve che imbiancava tutto
dovevamo incontrare su in collina
l’altro compagno, Figl’ del Biondo, il Brutto
Mé, Cassio, Pêdro al Mòro, cla matéṅna,
såtta una naiv ch’la s inbianchèva tótt,
avêven da incuntrèr só la culéṅna
al fiôl dal Biånnd, ciamè da tótt “al Brótt”.
Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
c’era un freddo compagni su in collina
che non riuscivi neanche a respirare
Al vänt l êra giazè e par la schéṅna
a sintêven di brévvid da tarmèr,
ai êra un fradd cunpâgn, só la culéṅna,
ch’as tulêva la fôrza ed respirèr.
Andavamo via piano, “E te cammina!”
perché veloci non potevamo andare
ma in mano tenevam la carabina
ci fossero dei Crucchi a cui sparare
E caméṅna pian pian, che té caméṅna,
parché andèr fôrt an s psêva par cal żêl,
con nó avêven tôlt la carabéṅna
ch’l’êra cåntr ai tudéssc al nòster fêl.
Era della brigata Il Brutto su in collina
ad un incrocio forse c’era già
e insieme all’altra stampa clandestina
doveva consegnarci “l’Unità”
Arivénn al incråuṡ d una stradléṅna
pr incuntrères con quall ed la Brighè
che insàmm a cl’ètra stanpa clandestéṅna
l avêva da cunsgnères l’Unitè.
Ma Pedro si è fermato e stralunato
gridò “compagni mi si gela il cuore
legato a tutto quel filo spinato
guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”
Quand Pêdro as farmé ed bòt, tótt agitè
«Cunpâgn – al déss – a m sént giazèr al côr,
a n vdî là in fånnd, lighè a cla ramè?
Par Dío, l é ló, l é al Brótt ch’l é là ch’al môr!».
Non capimmo più niente e di volata
tutti corremmo su per la stradina
là c’era il Brutto tutto sfigurato
dai pugni e i calci di quegl’assassini
Nó a n capénn pió gnént e żå, d vulè,
tótt quant fén a cal pónt, in cal stradlén
dóvv ai êra al Brótt che l êra sfigurè
dal bòt ch’i i avêven dè chi asasén.
Era scalzo, né giacca né camicia
lungo un filo alla vita e tra le mani
teneva un’asse di legno e con la scritta
“questa è la fine di tutti i partigiani”
L êra dschèlz, sänza giâca, ne capèl,
nûd fén ala zintûra e lighè al man
l avêva un’âsa ed laggn fâta a cartèl
con scrétt “Quassta l’é la fén pr i partigiàn!”.
Dopo avere maledetto e avere pianto
l’abbiamo tolto dal filo spinato
sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
che avrebbero pagato tutto quanto.
Dîr quall che nó a pruvénn in cal mumänt
an s pôl, cunpâgn, an s pôl, cardîm a mé;
ai êren tótt quant fòra ed sentimänt
davanti a cal cunpâgn ardótt acsé.
L’abbiam sepolto là sulla collina
e sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
un saluto da tutto il battaglione
Dåpp avair maledàtt e avair zighè,
a stachénn cal dṡgraziè dala ramè
e só la naiv, cunpâgn, avän żurè
ch’i arénn paghè cla môrt, ch’i arénn paghè!
Col cuore stretto siam tornati indietro
sotto la neve andando, piano piano
piano sul ghiaccio che sembrava vetro
piano tenendo stretta l’asse in mano
E pò a suplénn al Brótt só la culéṅna
e só la bûṡa mé a i mité un bastån.
Cassio al tiré dû cûlp ed carabéṅna,
ûltum salût ed tótt al batagliån.
Quando siamo arrivati su al comando
ci hanno chiesto: “la stampa clandestina!”
Cassio mostra il cartello in una mano
e Pedro indica un punto su in collina
Col côr asrè a s aviénn par cla stradléṅna
che la purtèva al cmand dal batagliån,
pian pian, såtta ala naiv, in cla matéṅna,
turnànd só i nûster pâs con cl’âsa in man.
Il cartello passò di mano in mano
sotto la neve che cadeva fina
in gran silenzio ogni partigiano
guardava quel bastone su in collina
Quand a fónn arivè ala puṡiziån
i se dmandénn la stanpa clandestéṅna;
Cassio al mustré al cartèl con una man
e Pêdro al sgné cal pónt só la culéṅna.
Al cartèl al pasé da man a man,
la naiv la caschèva féṅna féṅna,
in gran silänzi, tótti i partigiàn
i guardénn cal bastån só la culéṅna.

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Stratagemma n.31

Qualora non si sappia opporre nulla alle ragioni esposte dall’avversario ci si dichiari, con fine ironia, incompetenti: «Quello che lei dice supera la mia debole comprensione: sarà senz’altro giustissimo, ma io non riesco a capirlo e rinuncio a ogni giudizio». Con ciò, negli uditori presso i quali si è tenuti in considerazione, si insinua che si tratta di una cosa insensata. Molti professori della vecchia scuola eclettica all’apparire della Critica della ragione pura o, meglio, quando essa iniziò a suscitare scalpore, dichiararono: «Noi non la capiamo!», e con ciò pensarono di essersene disfatti. Quando però alcuni adepti della nuova scuola mostrarono loro che avevano proprio ragione e che davvero non la capivano, il loro umore ebbe un brusco cambiamento.

Questo stratagemma si può adoperare solo laddove si sia sicuri di essere decisamente più stimati dell’avversario presso l’uditorio. Per esempio: un professore contro uno studente. In realtà rientra nello stratagemma precedente ed è un modo particolarmente malizioso di far valere la propria autorità in luogo delle ragioni. Il tiro contrario è: «Mi permetta, con il Suo acume dev’essere un’inezia capirlo, e può solo esser colpa della mia cattiva esposizione» – poi sbattergli la cosa sul muso in modo che, nolens volens, egli debba capirla, e risulti chiaro che prima, effettivamente, era lui a non averla capita. Così l’argomento è ritorto: lui voleva insinuare nei nostri confronti un non-senso, noi gli abbiamo dimostrato che era lui a non aver capito. Entrambi con squisita gentilezza.

Stratagenna n.32

Un modo spiccio per accantonare, o almeno rendere sospetta, una affermazione a noi contraria dell’avversario, è quello di ricondurla a una categoria odiata, anche se la relazione è solo di vaga somiglianza o è tirata per i capelli; per esempio: «Questo è manicheismo; questo è arianesimo; questo è pelagianesimo; questo è idealismo; questo è spinozismo; questo è panteismo; questo è brownianismo; questo è naturalismo; questo è ateismo; questo è spiritualismo; questo è misticismo; e così via». Con ciò supponiamo due cose:

  1. che quella affermazione è effettivamente identica a quella categoria, o che almeno è contenuta in essa, ed esclamiamo dunque: «Oh! Questa non è affatto nuova!»;
  2. che questa categoria è già stata del tutto confutata e non può contenere una sola parola di vero.

Stratagemma n.33

«Ciò sarà anche vero in teoria; in pratica però è falso». Con questo sofisma si ammettono le ragioni e tuttavia si negano le conseguenze; in contraddizione con la regola a ratione ad rationatum valet consequentia [da una ragione al suo effetto vige la consequenzialità]. L’affermazione pone una cosa impossibile: ciò che è giusto in teoria deve valere anche in pratica: se ciò non si verifica, allora c’è un errore nella teoria, qualche cosa è stato trascurato e non è stato calcolato e, di conseguenza, è falso anche nella teoria.

Stratagemma n.34

Se a una domanda o a un argomento l’avversario non dà una risposta diretta o non prende una posizione precisa, ma evade con una controdomanda, una risposta indiretta o addirittura con qualcosa che non è pertinente all’oggetto in discussione, e vuole andare a parare da tutt’altra parte, questo è un segno sicuro che abbiamo toccato (magari senza saperlo) un punto marcio: si tratta, da parte sua, di un ammutolimento relativo. È necessario dunque incalzare sul punto che abbiamo toccato e non mollare, anche quando non vediamo ancora in che cosa consista la debolezza che abbiamo colpito.

Come ottenere ragione in 38 mosse – 1-3
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Nel settimo volumetto della collezione iLibra, edita da Laterza e La Repubblica – Gustavo Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini – trovo questo estratto da Luciano Canfora, «Intervista sul potere», a cura di Antonio Carioti, Laterza, Bari 20013.

Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano. È considerato un profondo conoscitore della cultura classica, al cui studio applica un approccio multidisciplinare. Tra i suoi campi di indagine, un posto assai significativo occupa lo studio del pensiero di Antonio Gramsci.

Luciano Canfora – La deriva oligarchica della postdemocrazia

Luciano Canfora

Luciano Canfora

La “democrazia” si è venuta profondamente trasformando. Al suo sorgere è un fatto elementare: nella città antica significa immediato potere popolare. Qualcosa che non ha quasi nulla a che vedere con i sistemi rappresentativi parlamentari, che si fondano invece sulla delega, sulla mediazione e per lungo tempo hanno previsto anche la limitazione del suffragio. Oggi del resto siamo entrati in una fase in cui la democrazia politica è quasi completamente archiviata. I parlamenti continuano ad essere eletti a suffragio universale, a volte attraverso leggi elettorali assurde come quella attualmente in vigore in Italia, ma sono sempre meno incisivi, decidono sempre meno. In realtà eseguono direttive provenienti da organismi di altro tipo. Secondo me, ormai siamo entrati in qualcosa che, in mancanza di termini appropriati, chiamiamo postdemocrazia.

Professor Canfora, quali sono gli aspetti salienti di questo nuovo assetto?
Credo che la caratteristica più visibile sia la crescente autorità di organismi non elettivi e non soggetti a forme di controllo democratico, ma squisitamente tecnici e strettamente legati al grande potere finanziario sovranazionale, che travalica i confini degli Stati. Direi che nell’ultima fase della storia occidentale questo è un tratto dominante. Che i grandi manager delle istituzioni bancarie siano diventati decisivi è forse una deriva inarrestabile, una spinta intrinseca allo sviluppo stesso delle nostre economie. Ma ci mette di fronte a una realtà sgradevole: l’equilibrio delle forze si è spostato nettamente a favore di questi ceti tecnocratici ristretti, che non intendono farsi governare dal potere politico. Al contrario, sono essi che non solo lo influenzano, lo rimbrottano e lo limitano, ma addirittura talvolta lo contrastano apertamente e lo soverchiano. Mi viene in mente un articolo di Mario Monti, intitolato Il podestà forestiero e apparso sul “Corriere della Sera” il 7 agosto 2011. L’autore, che allora era un privato cittadino, persona di grande competenza, ma senza responsabilità politiche dirette, metteva in luce proprio questo fenomeno: la perdita di sovranità degli Stati nazionali, in particolare dell’Italia, rispetto all’influenza dei mercati finanziari. La domanda da porsi, di fronte a questa evoluzione, è la seguente: bisogna prendere semplicemente atto che il modello democratico, nato grosso modo con la Rivoluzione francese e le lotte sociali dell’Ottocento, è finito, oppure sforzarsi di individuare forme diverse di contrasto e di conflitto rispetto allo squilibrio che si è creato? Io penso che la seconda soluzione sia la più saggia, ma formulata in questi termini è molto generica. Temo inoltre che non basti l’iniziativa intellettuale di un singolo o di un gruppo di studiosi a cambiare l’orientamento dominante. Ritengo però che le forze sociali stesse, se non subiranno derive drammatiche, sapranno crearsi un cammino che faccia da contraltare allo squilibrio oligarchico che è sotto gli occhi di tutti.

In Occidente la democrazia non gode di buona salute. Ma il mondo è più vasto. I giganti asiatici Cina e India (quest’ultima retta da un regime parlamentare) acquistano maggiore influenza e in molte zone del pianeta, dopo la fine della guerra fredda, la democrazia ha fatto dei passi avanti; in America Latina non ci sono più dittature militari; in Sudafrica è finito il regime razzista dell’apartheid; sono fiorite, sia pure tra molte contraddizioni, le primavere arabe. Sono forse queste le nuove frontiere della democrazia?
Parecchi anni fa mi accadde di scrivere un libro, intitolato La democrazia [scheda], da cui derivarono alcune polemiche. Esso terminava esattamente con questa constatazione, che era al tempo stesso anche un auspicio: in Occidente – scrivevo – è prevalso nell’equilibrio dei valori il motivo della libertà egoistica, dei più ricchi e dei più forti, per cui da noi la democrazia è stata sconfitta, ma sarà forse reinventata in altri modi. Molti mi chiesero che cosa intendevo dire. Si trattava appunto della questione posta nella sua domanda. Per lunghi decenni i tre quarti dell’umanità sono stati soggetto del grande scontro tra le superpotenze e ne venivano duramente penalizzati. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui le dinamiche democratiche e oligarchiche convivono, ma nel complesso il senso dei diritti individuali è molto sviluppato. E nondimeno il governo di Washington appoggiava le dittature militari del Sudamerica: se un Paese di quel continente sgarrava, come avvenne per il Cile di Allende, succedeva quello che sappiamo. Ora la cappa di piombo è saltata. Quei tre quarti del mondo non sono più meramente oggetto, ma hanno conquistato una forte soggettività. E forse percorreranno lo stesso cammino che noi abbiamo alle spalle. Oppure, siccome la storia non si ripete mai, troveranno punti di equilibrio, tra elementi democratici e oligarchici che noi non abbiamo saputo inventare. Questa conclusione potrebbe essere tacciata di eccessivo ottimismo, che peraltro non è un pregio né un difetto, può essere al massimo un errore di calcolo. Se osserviamo tuttavia un’area molto importante e vicina a noi, l’arco della crisi arabo-islamica che va dall’Afghanistan al Marocco, bisogna formulare considerazioni che tanto ottimistiche non sono. Quando era in piedi il blocco sovietico, si sviluppò in quella zona l’ambiguo fenomeno del “socialismo arabo”, di cui il partito Baath era un’importante incarnazione. Quell’esperimento ha deluso ed è crollato, anche perché l’Urss non c’era più. Al suo posto è venuta una spinta popolare che si esprime in una forma arretrata, quella del richiamo religioso: assistiamo quasi ovunque all’avanzata di partiti che, per connotarsi, si dicono islamici. Naturalmente l’Islam è un grande fenomeno storico, ma probabilmente non è il veicolo della democrazia nel XXI secolo o comunque, per diventarlo, si dovrà trasformare. Di conseguenza, almeno sullo scenario mediorientale, credo che le ombre prevalgano sulle luci.

Allora che prospettive ci sono per gli ideali di libertà? Abbiamo visto che tutti i regimi, sia pure in misura molto diversa, hanno un carattere oligarchico, ma dobbiamo proprio rassegnarci, nella fase storica attuale, a un’accentuazione di questa tendenza? Oppure ci può essere il modo d’invertire la rotta?
È una domanda a cui è molto difficile rispondere. Pensare di avere un quadro chiaro degli sviluppi in corso, o addirittura una ricetta per uscire dalle attuali difficoltà, sarebbe ingenuo e arrogante. L’antica prevalenza delle oligarchie era fondata su elementi di carattere primordiale, innanzitutto la ricchezza e la discendenza aristocratica, e poi nel tempo ha avuto le declinazioni più variabili, senza mai scomparire. Che oggi riappaia dopo due secoli di lotte democratiche memorabili, come quelle che abbiamo alle spalle dalla Rivoluzione francese in avanti, e che non solo abbia ripreso quota, ma tenga le redini del mondo più avanzato, pone problemi molto gravi. Ed è ingenuo pensare di poter trovare facilmente un rimedio, anche perché molte soluzioni sono state messe alla prova e hanno rivelato limiti insuperabili. Faccio solo un esempio: alla fine della Prima guerra mondiale l’ipotesi consiliare o sovietista, fondata sul primato delle assemblee operaie, ha esercitato un fascino straordinario, da Torino a Düsseldorf fino a Budapest, ma è poi rapidamente appassita, perché ha dato luogo ad altre forme di oligarchia. Vedere storicamente come siano finiti su un binario morto tentativi del genere, che volevano esattamente contrastare la deriva oligarchica, dissuaderebbe anche il più ostinato ottimista dal proporre rimedi. Io mi limito ad avanzare un’ideuzza, che spesso ripeto. A mio parere, il luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della scuola. Per quanto ammaccato in mille modi, nei nostri Paesi avanzati resta una struttura che tocca e pervade l’intera società. È lì che l’educazione antioligarchica, su base critica, può farsi strada. Ecco perché, facendo un bilancio di quanto mi è accaduto di pensare nel corso di questi anni, ritengo che deprezzare e dequalificare il mondo dell’insegnamento, tanto nella scuola quanto nell’università, sia un gesto suicida.

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