Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2014

Sandro Pertini in piazza della Vittoria a Genova il 30 giugno 1960

Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.

(altro…)

Read Full Post »

30 giugno

I manifestanti rovesciano una camionetta delle forze dell’ordine. Piazza de Ferrari, 30 giugno 1960

Testo di ANONIMO

Fascisti e missini
con a capo Michelini
appoggiati da Tambroni
facevan da padroni.

E poi poi poi
ci chiamavano teddy boy
e poi poi poi
ci chiamavano teddy boy.

Teatro Margherita
volean fare il congressone
ma c’erano i genovesi
armati di bastone.

E poi poi poi…

Marescialli e tenentini
coi loro galoppini
volevano proteggere
gli eredi di Mussolini.

E poi poi poi…

Le strade e le traverse
tutte erano sbarrate
per proteggere i fascisti
e le loro buffonate.

E poi poi poi…

Con estrema decisione
entravano in azione
credevano di darci
una salutar lezione.

E poi poi poi
gliel’abbiamo data noi
e poi poi poi
gliel’abbiamo data noi.

Facevan caroselli
lanciando candelotti
ma noi a pietronate
li abbiamo mal ridotti.

E poi poi poi…

E piazza De Ferrari
in un attimo fu, presa
fascisti e celerini
ci chiesero la resa.

E poi poi poi…

Il trenta giugno è un giorno
che passerà alla storia
perché la Resistenza
coperta s’è di gloria.

E poi poi poi…

Guardatevi o padroni
dal premere i talloni
che torneremo un giorno
a prendere i bastoni.

E poi poi poi
ci direte teddy boy
e poi poi poi
ci direte teddy boy.

Read Full Post »

Read Full Post »

Di Marino Niola, La Repubblica, 19 marzo 2012

«La crisi provocata dalla finanza ci ha rubato il futuro. Lo ha letteralmente seppellito sotto le paure del presente. Tocca a noi riprendercelo». A dirlo è Marc Augé, uno dei più celebri antropologi del mondo, nel suo ultimo libro, “Futuro”, (Bollati Boringhieri). Misura accuratamente le parole l’autore di “Non luoghi”. Non ha la veemenza né l’irruenza del tribuno, eppure dietro la sua riflessione pacata si avverte il rigore inflessibile dell’illuminista. Che lascia al mondo una speranza: quella di essere salvati dalle donne.

Perché per la maggior parte delle persone l’avvenire è diventato un incubo più che una speranza?
«Le cause sono molte, ma due mi sembrano decisive. L’accelerazione impressa alle nostre esistenze dalle nuove tecnologie e la crisi della finanza. Una miscela esplosiva che ha cambiato l’esperienza individuale e collettiva del tempo. Facendo dilagare l’incertezza, rendendo epidemico il timore di ciò che ci aspetta».

Trasformando insomma il futuro in un frutto avvelenato.
«Intossicato da un’incertezza che accomuna tutti. I giovani temono di non trovare un lavoro, di non poter progettare il loro avvenire e si sentono bloccati in un eterno presente fatto di precarietà. I loro padri invece hanno paura di perdere la pensione, l’assistenza sociale, di finire in miseria».

Il risultato è che la vita sembra impallata in un immobilismo senza uscita. Senza progresso.
«Senza più alcuna speranza di mobilità sociale. È questa la differenza con il passato. Mio nonno non aveva potuto studiare, ma era un uomo intelligente e ha investito sulla formazione dei suoi figli. Mio padre era un funzionario statale e ha voluto che io diventassi un intellettuale, realizzando in me i suoi sogni. Questo è stato possibile grazie alla scuola pubblica e all’istruzione di massa. Oggi non è più così».

Anche perché ormai la scuola riproduce le ineguaglianze, le conferma, non mira più a colmarle, a stemperarle.
«Questo è vero per la scuola come per tutti gli altri dispositivi di formazione pubblica. È il caso dell’abolizione del servizio militare che ha ridotto le occasioni di incontro, di rimescolamento e di livellamento delle diverse classi, appartenenze, culture, ceti. Così il corpo sociale è sempre più immobile, ciascuno chiuso nei propri quartieri, nelle proprie scuole, nelle proprie famiglie, con una tendenza quasi castale, premoderna».

Tipica di una civiltà che ha abolito i riti di passaggio, le tappe iniziatiche della vita, rendendo difficile costruirsi un avvenire. Così di fatto stazioniamo tutti in un perpetuo hic et nunc.
«Effettivamente noi viviamo in una sorta d’ipertrofia del presente. Che è amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un certo senso il nostro tempo non è più lineare ma circolare. Come quello delle società primitive, come quello del mondo contadino. Fondati sull’alternanza delle stagioni. E anche noi del resto viviamo di stagioni: sportive, scolastiche, politiche».

Un’esistenza ridotta a calendario. L’opposto del tempo storico, del progresso, del sol dell’avvenire.
«È il contrario di quello che si pensa comunemente della civiltà tecnologica che sarebbe perennemente protesa verso l’innovazione. Invece siamo prigionieri di una sorta di eterno ritorno scandito non più dai rintocchi delle campane, ma dai palinsesti televisivi e dai ritmi della finanza globale. Viviamo più a lungo, ma iniziamo a vivere più tardi. Pensi alla rivoluzione francese. È stata fatta da persone che avevano poco più di vent’anni. Erano dei ragazzi ma cambiarono il corso della storia. Paradossalmente la vita più breve costringeva tutti a maturare più rapidamente».

Quindi la globalizzazione ha globalizzato anche il tempo?
«Proprio così, oggi il tempo è diventato l’unità di misura di tutto, anche dello spazio. Non parliamo più in termini di distanza chilometrica ma di tempo di percorrenza. Tre ore di volo. Due di alta velocità. Quattro di autostrada. E i nostri riferimenti sono globali, non più nazionali. Città e non paesi. Si parla di New York, Mumbai, San Paolo, Parigi. L’insieme forma una nuova geografia, un’inedita territorialità virtuale. In questo senso la tecnologia e l’economia sono più veloci e potenti della politica. E la mettono nell’angolo».

Dai non luoghi ai non tempi. È il capitalismo finanziario globale che riscrive le coordinate della realtà.
«Il capitalismo finanziario di fatto ha realizzato a suo modo l’ideale universalista del proletariato di una volta, il cosiddetto internazionalismo socialista».

Come dire, proprietari di tutto il mondo unitevi.
«Ovviamente la finanza ha trasformato l’universalismo in globalismo, in economia multinazionale. Ecco perché le ineguaglianze sono aumentate nonostante l’ingresso di nuovi protagonisti sulla scena della storia».

È anche per questo che la politica è ormai ridotta a governance, a semplice gestione di consumi e servizi?
«Sì e per giunta si tratta di cattiva gestione. È un’idea della politica da fine della storia. Con un certo modello di libero mercato e di democrazia che si mondializzano e diventano pensiero unico, non resta altro che assicurare il buon funzionamento del mercato. Così il mondo viene ridotto a un’unica immensa provincia. È l’ultimo atto di quel tramonto delle grandi narrazioni, filosofiche, politiche, nazionali, in cui Jean-François Lyotard identifica lo spirito della postmodernità».

Ma allora è tutto perduto o possiamo fare qualcosa per riprenderci il futuro?
«A dispetto delle apparenze non tutto è perduto. Intanto dei varchi importantissimi li stanno aprendo passo dopo passo la scienza e la tecnologia. Noi siamo abituati a pensare che per creare un mondo nuovo si debba prima immaginarlo. Invece le grandi invenzioni che stanno rivoluzionando le nostre vite, dalla pillola a internet, non sono nate da un’immaginazione politica o da chissà quale utopia. Non da una grande narrazione, insomma, ma semplicemente dalle ricadute concrete delle scoperte scientifiche. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo. Stiamo diventando degli esistenzialisti pragmatici. E da questo potrebbe nascere la nuova sfida per il futuro».

Quindi grazie alla scienza e alla tecnologia il futuro lo stiamo già vivendo senza saperlo?
«Sì, ma resta da fare il passo essenziale per diventare titolari del nostro avvenire».

Cioè?
«Raccogliere fino in fondo la sfida della conoscenza. È solo il sapere che può schiuderci le porte di un domani migliore. Forse il segreto della felicità degli individui e delle società sta nel cuore delle ambizioni più vertiginose della scienza. E per realizzarle le due priorità assolute sono il potenziamento immediato dell’istruzione pubblica e il raggiungimento effettivo dell’eguaglianza fra i sessi. Detto in altre parole: la scuola e la donna».

È per questo che lei fa l’elogio del peccato originale?
«Sì e non è solo un paradosso. È grazie a Eva che l’uomo ha mangiato il frutto dell’albero della conoscenza ed è diventato uomo. Così è iniziata la nostra storia e se vogliamo che ci sia un futuro dobbiamo continuare a mangiare quel frutto. Dividendo la mela in parti uguali».

Read Full Post »

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perchè, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi

Read Full Post »

Sembra che Mick Jagger così si sia espresso al suo arrivo a Roma. In effetti, il Circo Massimo qualche annetto in più di lui ce l’ha…

Ed ecco gli Stones in una versione live di Let’s spend the night together, registrata qualche giorno fa a Zurigo.

Read Full Post »

di Antonio Gramsci, non firmato, Il Grido del Popolo, 4 maggio 1918

Siamo noi marxisti? Esistono marxisti? Buaggine, tu sola sei immortale. La questione sarà probabilmente ripresa in questi giorni, per la ricorrenza del centenario, e farà versare fiumi d’inchiostro e di stoltezze. Il vaniloquio e il bizantinismo sono retaggio immarcescibile degli uomini. Marx non ha scritto una dottrinetta, non è un messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori delle categorie di tempo e di spazio. Unico imperativo categorico, unica norma: «Proletari di tutto il mondo unitevi». Il dovere dell’organizzazione, la propaganda del dovere di organizzarsi e associarsi, dovrebbe dunque essere discriminante tra marxisti e non marxisti. Troppo poco e troppo: chi non sarebbe marxista?

Eppure così è: tutti sono marxisti, un po’, inconsapevolmente. Marx è stato grande, la sua azione è stata feconda, non perché abbia inventato dal nulla, non perché abbia estratto dalla sua fantasia una visione originale della storia, ma, perché il frammentario, l’incompiuto l’immaturo è in lui diventato maturità, sistema, consapevolezza. La consapevolezza sua personale può diventare di tutti, è già diventata di molti: per questo fatto egli non è solo uno studioso, è un uomo d’azione; è grande e fecondo nell’azione come nel pensiero, i suoi libri hanno trasformato il mondo, così come hanno trasformato il pensiero.

Marx significa ingresso dell’intelligenza nella storia dell’umanità, regno della consapevolezza.

La sua opera cade proprio nello stesso periodo in cui si svolge la grande battaglia tra Tommaso Carlyle ed Erberto Spencer sulla funzione dell’uomo nella storia.

Carlyle: l’eroe, la grande individualità, mistica sintesi di una comunione spirituale, che conduce i destini dell’umanità verso un approdo sconosciuto, evanescente nel chimerico paese della perfezione e della santità.

Spencer: la natura, l’evoluzione, astrazione meccanica e inanimata. L’uomo: atomo di un organismo naturale, che obbedisce a una legge astratta come tale, ma che diventa concreta, storicamente, negli individui: l’utile immediato.

Marx si pianta nella storia con la solida quadratura di un gigante: non è un mistico né un metafisico positivista; è uno storico, è un interprete dei documenti del passato, di tutti i documenti, non solo di una parte di essi.

Era questo il difetto intrinseco delle storie, delle ricerche sugli avvenimenti umani: esaminare e tener conto solo di una parte dei documenti. E questa parte veniva scelta non dalla volontà storica, ma dal pregiudizio partigiano, tale anche se inconsapevole e in buona fede. Le ricerche avevano come fine non la verità, l’esattezza, la ricreazione integrale della vita del passato, ma il rilievo di una particolare attività, il mettere in valore una tesi aprioristica. La storia era solo dominio delle idee. L’uomo era considerato come spirito, come coscienza pura. Due conseguenze erronee derivavano da questa concezione: le idee messe in valore erano spesso solamente arbitrarie, fittizie. I fatti cui si dava importanza erano aneddotica, non storia. Se storia fu scritta, nel senso reale della parola, si dovette ad intuizione geniale di singoli individui, non ad attività scientifica sistematica e consapevole.

Con Marx la storia continua ad essere dominio delle idee, dello spirito, dell’attività cosciente degli individui singoli od associati. Ma le idee, lo spirito, si sustanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nell’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio. La storia come avvenimento è pura attività pratica (economica e morale). Un’idea si realizza non in quanto logicamente coerente alla verità pura, all’umanità pura (che esiste solo come programma, come fine etico generale degli uomini), ma in quanto trova nella realtà economica la sua giustificazione, lo strumento per affermarsi. Per conoscere con esattezza quali sono i fini storici di un paese, di una società, di un aggruppamento importa prima di tutto conoscere quali sono i sistemi e i rapporti di produzione e di scambio di quel paese, di quella società. Senza questa conoscenza si potranno compilare monografie parziali, dissertazioni utili per la storia della cultura, si coglieranno riflessi secondari, conseguenze lontane, non si farà però storia, l’attività pratica non sarà enucleata in tutta la sua solida compattezza.

Gli idoli crollano dal loro altare, le divinità vedono dileguarsi le nubi d’incenso odoroso. L’uomo acquista coscienza della realtà obiettiva, si impadronisce del segreto che fa giocare il succedersi reale degli avvenimenti. L’uomo conosce se stesso, sa quanto può valere la sua individuale volontà, e come essa possa essere resa potente in quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità, finisce col dominare la necessità stessa, identificandola col proprio fine. Chi conosce se stesso? Non l’uomo in genere, ma quello che subisce il giogo della necessità. La ricerca della sostanza storica, il fissarla nel sistema e nei rapporti di produzione e di scambio, fa scoprire come la società degli uomini sia scissa in due classi. La classe che detiene lo strumento di produzione conosce già necessariamente se stessa, ha la coscienza, sia pur confusa e frammentaria, della sua potenza e della sua missione. Ha dei fini individuali e li realizza attraverso la sua organizzazione, freddamente, obiettivamente, senza preoccuparsi se la sua strada è lastricata di corpi estenuati dalla fame, o dei cadaveri dei campi di battaglia.

La sistemazione della reale causalità storica acquista valore di rivelazione per l’altra classe, diventa principio d’ordine per lo sterminato gregge senza pastore. Il gregge acquista consapevolezza di sé, del compito che attualmente deve svolgere perché l’altra classe si affermi, acquista coscienza che i suoi fini individuali rimarranno puro arbitrio, pura parola, velleità vuota ed enfatica finché non avrà gli strumenti, finché velleità non sarà diventata volontà.

Volontarismo? La parola non significa nulla, o viene usata nel significato di arbitrio. Volontà, marxisticamente, significa consapevolezza del fine, che a sua volta significa nozione esatta della propria potenza e dei mezzi per esprimerla nell’azione. Significa pertanto in primo luogo distinzione, individuazione della classe, vita politica indipendente da quella dell’altra classe, organizzazione compatta e disciplinata ai fini propri specifici, senza deviazioni e tentennamenti. Significa impulso rettilineo verso il fine massimo, senza scampagnate sui verdi prati della cordiale fratellanza, inteneriti dalle verdi erbette e dalle morbide dichiarazioni di stima e d’amore.

Ma è inutile l’avverbio «marxisticamente», e anzi esso può dare luogo ad equivoci e ad inondazioni fatue e parolaie. Marxisti, marxisticamente… aggettivo e avverbio logori come monete passate per troppe mani.

Carlo Marx è per noi maestro di vita spirituale e morale, non pastore armato di vincastro. È lo stimolatore delle pigrizie mentali, è il risvegliatore delle energie buone che dormicchiano e devono destarsi per la buona battaglia. È un esempio di lavoro intenso e tenace per raggiungere la chiara onestà delle idee, la solida cultura necessaria per non parlare a vuoto, di astrattezze. È blocco monolitico di umanità sapiente e pensante, che non si guarda la lingua per parlare, non si mette la mano sul cuore per sentire, ma costruisce sillogismi ferrati che avvolgono la realtà nella sua essenza, e la dominano, che penetrano nei cervelli, fanno crollare le sedimentazioni di pregiudizio e di idea fissa, irrobustiscono il carattere morale.

Carlo Marx non è per noi il fantolino che vagisce in culla o l’uomo barbuto che spaventa i sacrestani. Non è nessuno degli episodi aneddotici della sua biografia, nessun gesto brillante o grossolano della sua esteriore animalità umana. È un vasto e sereno cervello pensante, è un momento individuale della ricerca affannosa secolare che l’umanità compie per acquistare coscienza del suo essere e del suo divenire, per cogliere il ritmo misterioso della storia e far dileguare il mistero, per essere piú forte nel pensare e operare. È una parte necessaria ed integrante del nostro spirito, che non sarebbe quello che è se egli non avesse vissuto, non avesse pensato, non avesse fatto scoccare scintille di luce dall’urto delle sue passioni e delle sue idee, delle sue miserie e dei suoi ideali.

Glorificando Carlo Marx nel centenario della sua nascita, il proletariato internazionale glorifica se stesso, la sua forza cosciente, il dinamismo della sua aggressività conquistatrice che va scalzando il dominio del privilegio, e si prepara alla lotta finale che coronerà tutti gli sforzi e tutti i sacrifizi.

Read Full Post »

L’ultimo numero di Lavoro & Politica, il settimanale del gruppo politico “per il Partito del Lavoro” che, come è noto, fa riferimento a Cesare Salvi e Gianpaolo Patta, (sito Internet www.partito-lavoro.it, dal quale si può scaricare la rivista) è introdotto da un editoriale di Cesare Salvi (già ministro del Lavoro in uno dei governi Prodi), nel quale si fa il punto sui quattro quesiti abrogativi di norme della legge numero 243 del 2012.

In sostanza, si tratta di una battaglia contro l’inserimento della norma del pareggio di bilancio in Costituzione, norma secondo molti contraria non solo allo spirito della nostra Carta, ma anche ai principi base dell’economia. Un tentativo di correggere alcuni degli innumerevoli disastri causati all’Italia dal governo di Mario Monti che lasceranno uno strascico per molti anni a venire.

Ecco il testo.

Nei giorni scorso sono stati depositati in Cassazione quattro referendum abrogativi di norme della legge 243 del 2012. Si tratta della legge che dà attuazione alla riforma costituzionale che ha introdotto il principio di pareggio del bilancio

Cesare Salvi

È noto che con zelo di miglior causa la maggioranza che sosteneva il governo Monti ha cambiato la Costituzione, rendendo obbligatorie le politiche di austerità, senza nemmeno che ciò fosse imposto dal fiscal compact (altri paesi che pure hanno sottoscritto quel trattato non hanno cambiato la loro Costituzione).

Meno noto è che la legge ordinaria applicativa (n. 243) è andata oltre quanto previsto dalle nuove norme costituzionali, rendendo ancora più rigida la riduzione forzosa e ravvicinata del debito pubblico.

Non è possibile proporre referendum abrogativi dei trattati internazionali o delle norme costituzionali; è possibile però farlo con le leggi ordinarie. L’obiettivo delle richieste referendarie è l’abrogazione di alcune norme della legge 243, che, non imposte né da princìpi costituzionali né da obblighi europei o internazionali, prevedono un’applicazione del principio di equilibrio di bilancio secondo modalità eccessivamente rigorose, imponendo e anzi aggravando quelle politiche di austerità che già tanti danni economici e sociali hanno procurato. Basti ricordare che dal 2007 al 2013 la disoccupazione è aumentata dal 6,1% al 12,7%; quella giovanile dal 20,3% al 43,3%; il pil è diminuito del 8,5%, il rapporto debito-pil è salito dal 103,3% al 132,7%.

È stato avanzato qualche dubbio sull’ammissibilità dei quesiti. I promotori ritengono invece che la giurisprudenza della Corte costituzionale ne consente l’ammissibilità; né può trascurarsi che l’esame dei quesiti potrebbe consentire alla Consulta di esprimere una valutazione sul rapporto tra le nuove normative europee e i nostri principi costituzionali, come hanno già avuto modo di fare la Corte costituzionale tedesca e quelle di altri paesi.

L’Italia è uno dei pochi tra i grandi paesi dell’Unione nel quale né il popolo attraverso referendum, né i giudici costituzionali hanno potuto esprimersi sulle nuove normative europee. Il parlamento italiano ha votato in pochi giorni e senza dibattito pubblico prima il fiscal compact, poi la nuova normativa costituzionale sul pareggio di bilancio, approvandola con la maggioranza dei due terzi. Il referendum ora proposto consente di colmare almeno in parte questo deficit di democrazia.

Il comitato promotore comprende studiosi di diverso orientamento, ma accomunati dalla richiesta di porre fine alla politica di austerità; tra loro figura Danilo Barbi della Cgil.

Naturalmente il problema è riuscire a raccogliere le cinquecentomila firme necessarie entro settembre, come prevede la legge sul referendum. C’è da auspicare che l’iniziativa abbia visibilità e che ad essa concorrano cittadini e movimenti. Presto saranno disponibili tutti i riferimenti organizzativi che consentiranno di aderire e concorrere al successo dell’iniziativa.

Non dimentichiamo che l’anno prossimo probabilmente si voterà sui referendum promossi dalla Lega, tra i quali quello abrogativo della riforma Fornero. Che vi sia anche un referendum nel quale gli italiani possano finalmente esprimersi sulle politiche di austerità sarebbe a mio avviso un fatto positivo.

Nel mio piccolo, ho accolto l’appello e, con questo post, inizio a divulgare l’iniziativa. Naturalmente si tratterà poi di essere presenti sul “campo di battaglia” della raccolta delle firme e lì dovremo organizzarci per agevolare il successo dell’iniziativa. Ci sarà bisogno del contributo di tutti.

Naturalmente, l’articolo di Salvi, essendo introduttivo, è piuttosto sintetico. Per un quadro informativo completo consiglio di visitare i seguenti link:

Read Full Post »

Siamo tutti politici (e animali):
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio anche soltanto un parco abbozzo di catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare, ti aggiungo che, se è vero che,
per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane
(come ciao, pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi,
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi, lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi e uomini e animali)

Read Full Post »

Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto di un bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

Da Ossi di seppia

Read Full Post »

Di Lelio Demichelis, Alfabeta2, 15 giugno 2014

Michel Foucault

Cos’è la verità? Dove si trova e soprattutto, come cercarla e poi trovarla se la verità spesso si nasconde e se poi, dopo averla magari trovata fatichiamo ad accettarla, soprattutto se mette in discussione la falsa verità in cui credevamo prima di sapere la vera verità? E ancora: a quale verità credere, a quella del potere, dei sistemi organizzativi autopoietici e autoreferenziali, a quella religiosa, alla falsa verità dell’ideologia, a quella di noi stessi su noi stessi, a quella della psicanalisi su di noi, a quella da portare in tribunale con la testimonianza?

Ma soprattutto: abbiamo ancora davvero la voglia (il bisogno personale, intellettuale, da cittadini liberi e autonomi) di sapere la verità (in particolare nell’Italia dei misteri e dei comportamenti omertosi del potere), oppure nella società dello spettacolo in cui tutto è immagine e immaginario precostruito e niente sembra più reale e quindi vero, la verità ha perso di significato e non è più un valore, tutti preferendo la finzione? E quale verità è possibile in un mondo in cui il selfie è l’unico modo per dimostrare di esistere e di essere (o di sentirsi) veri; in cui la realtà virtuale (il falso vero) ci attrae più della realtà reale (il vero vero, o almeno un vero più verosimile); in cui il mantra esistenziale di molti è quello di negare, negare sempre; in cui anche l’Europa come potere ha prodotto una falsa verità (un falso sapere) – l’austerità e il pareggio di bilancio come via virtuosa per rilanciare la crescita economica – una verità falsa fatta diventare vera sotto il dogma (e i dogmi di fede o economici devono essere creduti come veri senza se e senza ma) del neoliberismo e del mercato; quale verità in un mondo dove Assange e Snowden, portatori di verità e dissidenti del potere, sono già stati dimenticati?

Ogni libro di Michel Foucault è una autentica avventura intellettuale per il lettore. Per i contenuti, sempre in movimento, mai sistema chiuso. Per il modo di ragionare e di portare il lettore a ragionare. E lo sono soprattutto i Corsi tenuti da Foucault al Collège de France e che Feltrinelli – con un’opera meritoria – sta pubblicando nella collana Campi del sapere.Come quest’ultimo, Del governo dei viventi, trascrizione del Corso tenuto agli inizi del 1980. Partendo dal concetto di ‘governo’ sviluppato nei Corsi precedenti – ‘governo’, ovvero le tecniche e le procedure destinate a ‘dirigere le condotte’ degli uomini, sia esso il governo dei figli, della casa, delle anime e delle coscienze o di uno stato e infine (nei Corsisuccessivi a questo) soprattutto il governo di se stessi – in realtà qui Foucault abbandona, come altre volte, l’obiettivo dichiarato per portare il lettore (allora, l’ascoltatore delle sue lezioni) su strade diverse ma altrettanto affascinanti.

Analizzando appunto il rapporto degli uomini con la verità, senza dimenticare l’obiettivo di immaginare “la non-necessità del potere, qualunque esso sia”. Perché l’occidente – e questa Europa terra del tramonto – un occidente dalla potentissima volontà di potenza e ostinato nella sua concezione di verità (ieri cristiana e oggi razionale/economica e tecnica) è anche il luogo – ha dovuto essere il luogo – dove è nata quella modalità di esercizio del potere dove il ‘governo’ degli uomini impone a coloro che sono governati non solo atti di obbedienza e di sottomissione, ma appunto anche ‘atti di verità’, per cui a ciascuno si chiede non solo di dire il vero, ma di dire il vero riguardo a se stessi (la confessione, appunto; oggi forse la psicanalisi; oppure e in altro modo l’es-porsi incessante di tutti in rete). Mentre un ‘regime di verità’ è l’intreccio di ciò che obbliga gli individui ad alcuni ‘atti di verità’ dicendo come questi ‘atti’ devono essere compiuti.

Foucault richiama concetti antichi e poco usati, come quello di aleturgia, cioè l’insieme delle procedure con cui si porta alla luce ciò che deve essere inteso come vero in opposizione al falso – e Foucault ricorda che non vi è esercizio del potere senza aleturgia, ovvero il potere produce la propria verità e quella è la verità. Dunque, se il titolo del Corso richiama ancora un concetto legato alla biopolitica, nella realtà queste lezioni parlano non di un governo delle popolazioni, ma del ‘governo degli uomini attraverso la verità’. Partendo dall’imperatore romano Settimio Severo e dal suo bisogno di costruire una verità che legittimasse il suo potere, passando per l’Edipo Re di Sofocle (la ricerca della verità, per Edipo) e arrivando all’analisi delle tre grandi pratiche di potere con cui il cristianesimo ha stretto il suo legame pastorale con gli uomini come singoli e come gregge: il battesimo, la confessione e la direzione di coscienza.

In realtà, così dice Foucault, questo Corso produce un nuovo spostamento nel suo pensiero (anche se “è evidente che non ci si sbarazza facilmente di ciò che si è pensato”). Il primo era stato quello dal concetto di ‘potere’ (dove “la verità è legata strettamente a sistemi di potere che la producono e la sostengono e a effetti di potere che essa induce e che la riproducono”; e dove ‘sapere’ e ‘potere’ si rafforzano e si accrescono reciprocamente) a quello appunto di ‘governo’. Foucault dichiara di volersi ‘sbarazzare’ della sua precedente chiave interpretativa giocata su ‘sapere’ e ‘potere’. Per passare a quella – appunto – di ‘governo attraverso la verità’.

Se di ‘verità’ e di meccanismi di veridizione si era già occupato in altri Corsi o in Sorvegliare e punire, qui Foucault analizza non tanto come il potere produce verità e crea un sistema di veridizione e di costrizioni più o meno evidenti sui soggetti che devono accettare e introiettare quella verità, ma studia la verità come insieme di obblighi a cui un soggetto si sottomette nel momento in cui diventa agente, replicatore di una certa verità. Per cui la confessione è certo ‘atto di verità’ per eccellenza, ma il ‘regime di verità’ cristiano è in realtà prodotto dall’intreccio tra ‘obbligo di credere’ e obbligo di ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’ e vedere e dire la propria verità.

Se dunque nel precedente schema fondato sul rapporto tra ‘potere’ e ‘sapere’ ogni soggetto si trovava assoggettato passivamente ad un ‘regime di verità’ prodotto esternamente da sé, in questo ‘governo attraverso la verità’, il soggetto sarebbe parte anche attiva. In realtà, questo spostamento concettuale di Foucault sembra più formale che sostanziale (ma proprio questo ci impone, grazie a Foucault, un ulteriore approfondimento del tema della verità) e il gioco tra ‘sapere’ e ‘potere’ e ‘verità’ è ancora ben presente. Perché la distinzione tra meccanismi di verità prodotti dal rapporto tra ‘sapere’ e ‘potere’ e quelli prodotti dal ‘governo attraverso la verità’ sembra sottile e quasi inesistente (i secondi discendendo comunque dai primi).

Il soggetto/individuo resta passivo (è sempre oggetto di ‘sapere’ e di una verità eteronoma, anche se la fa diventare propria e personale), pure nella confessione, anche nel ‘regime di verità’ del cristianesimo. E il potere produce ancora e sempre più intensamente la verità utile solo al proprio potenziamento e alla propria infinita riproducibilità, facendola introiettare a ciascuno – e oggi il ‘regime di verità’ del capitalismo impone un ‘obbligo di credere’ (nel mercato, nella mano invisibile) e poi chiede a ciascuno di ‘guardare dentro se stesso’, riproducendo e convalidando quella verità comunque eteronoma e prodotta dal sapere-potere capitalista, ciascuno infine dovendosi giudicare o meno come ‘peccatore’, cioè domandandosi: sono un buon capitalista? sono abbastanza imprenditore di me stesso? so vendermi bene sul mercato? ho un buon ‘capitale’ umano?

Nel 1983 e nel 1984, Foucault tornerà sul tema della verità – ma in un modo ancora diverso, nel suo lavoro di ulteriore scavo sotto l’apparenza – nei due Corsi sul Governo di sé e degli altri e su Il coraggio della verità. Riprendendo e rilanciando il concetto di parresia, di ‘dire il vero’, di ‘parlare franco’: pratica virtuosa di libertà (ma oggi dimenticata, per le ragioni dette all’inizio) posta, come deve essere fuori dalle e contro le istanze del potere. Ricordando come il ‘coraggio della verità’ sia il fondamento della democrazia (e della libertà).

Read Full Post »

È «profondamente sbagliato» pensare che l’attuale crisi irachena sia il risultato della guerra del 2003 voluta da George W. Bush e Tony Blair. A sostenerlo è l’ex primo ministro britannico, che nega ogni responsabilità e rilancia, chiedendo all’Occidente un intervento nella regione.

«Dobbiamo liberarci dall’idea che siamo noi la causa di questo. Non siamo stati noi«, dice Blair, sostenendo che le ragioni della crisi vanno cercate altrove: nei limiti del governo del primo ministro Al-Maliki e nel mancato intervento occidentale in Siria, che ha dato modo agli estremisti islamici di riorganizzarsi.

In un lungo articolo sul suo sito e varie interviste alla televisione inglese, Blair difende la decisione di appoggiare Bush e rovesciare Saddam…

Ricapitoliamo, perché c’è qualcosa che non mi quadra.

Nel brano di articolo che ho prima riportato (La Stampa, 16 giugno 2014, Alessandra Rizzo da Londra) si parla di “guerra” (per correttezza va detto che nel suo articolo Blair parla di challenge, sfida) per la rimozione di Saddam Hussein; ma non ci hanno sempre cercato di spacciare l’intervento militare come una “missione di pace”? In secondo luogo, l’intervento militare venne deciso sulla base di “sicure informazioni” relativamente all’utilizzo e al possesso di armi chimiche da parte degli iracheni. Armi chimiche a oggi non ancora trovate.

Ma quel che è peggio è che Blair insiste sulla necessità di un’assunzione di responsabilità da parte dell’Occidente nello scenario mediorientale, a partire da un “mancato” intervento occidentale in Siria, che avrebbe consentito ad Al Quaeda di riorganizzarsi.

Mah! La mia personale e umilissima lettura della vicenda è lievemente diversa. L’intervento militare nel 2003 era sbagliato – e lascio fuori altre centomila ragioni – perché non è possibile esportare la democrazia. Si può esportare, imponendolo, solo un sistema elettorale, ma non le ragioni profonde che portano un popolo a essere democratico: rispetto per le minoranze, tolleranza, apertura al dialogo, confronto dialettico e non basato su rapporti di forza fisica.

Quindi, in conclusione, la mia sensazione è che Blair voglia tornare sull’argomento per non ammettere i propri errori come governante. Chiedere un po’ di autocritica è forse chiedere troppo? O vogliamo continuare a sommare disastro a disastro, in quello che sembra diventato lo sport nazionale dell’Europa “millenaria e cristiana”?

Read Full Post »

Un libro non è un oggetto qualunque. Va trattato con rispetto, perché riflette la personalità di chi lo ha scritto, ma anche quella di chi lo ha letto. Sì, avete capito bene, anche quella del lettore e cercherò, per quanto mi è possibile, di spiegarlo.

Naturalmente parlo del libro cartaceo, perché a quello digitale sto facendo solo ora l’abitudine.

Leggere è una esperienza avvolgente (non a caso si dice “tuffarsi in libro”) e sensorialmente completa: coinvolge infatti, oltre che la vista, anche l’udito, per il fruscio della carta, il tatto, per la consistenza, lo spessore, la morbidezza della medesima, l’olfatto, per quel particolare odore che promana dalle pagine (inchiostro, carta, patina del tempo). Ciò porta a dire “ho gustato un buon libro”.

Vi è poi chi i libri li tratta bene, girando piano le pagine, evitando accuratamente che si formino orecchie, e chi i libri li vive con annotazioni, rimandi, chiose. Basta prendere un vecchio libro del liceo. Ogni pagina racconta chi eravamo in quel momento. Annotazioni frenetiche vicino alle formule di matematica che trovavamo ostico capire, sottolineature più spesse laddove trovavamo l’argomento meno piacevole, e così via. E quella dell’analisi delle chiose è disciplina antica, che va dagli antichi incunaboli medioevali fino a Fabrizio De André, come ci spiega Gino Castaldo nell’articolo “Le parole segrete di De André. Viaggio fra le carte del cantante-poeta“.

È per questo che sono rimasto scandalizzato nel leggere, sul blog La poesia e lo spirito. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?, questa invettiva – ironica, gentile e calibrata, ma pur sempre invettiva – di Nicola Vacca (in calce al testo ho riportato le note biografiche così come le ho trovate) che ha trasformato la sua passione per i libri in qualcosa di più.

Se anche gli editori e i distributori – ovvero coloro che vivono, dal punto di vista economico, di carta stampata campano – non hanno rispetto per i libri, allora siamo messi veramente male. D’altra parte sono io l’ingenuo, perché credo ancora nella cultura, nel rispetto e nella circolazione delle idee, mentre tutto è ormai una merce e ha valore solo per la sua tangibilità. Sono un ingenuo, lo ribadisco, perché avrei dovuto accorgermene tempo fa in edicola, comprando Il Manifesto: la nuova edicolante, soppesandolo come si potrebbe fare con un pezzo di pane o un frutto, mi disse: “Strano, è così leggero e costa più degli altri”…

In questa bassa Italietta letteraria il libro è finito anche perché gli editori scelgono i corrieri sbagliati.
Quella che vi racconterò è la storia di un omicidio libresco: un tipografo che si crede editore e manda i libri in giro con un corriere sbarazzino che li consegna al destinatario già pronti per il macero.
Ma la cosa bella è che questo tipografo travestito da editore è talmente presuntuoso che non ha nemmeno rimediato al disservizio con la persona interessata. Sì, cari lettori, è capitato a me che faccio di mestiere il critico letterario e a volte amo i libri più della stessa mia vita e li leggo e ne scrivo con il massimo e sacro rispetto.
Tutto è iniziato in una tarda mattinata di fine primavera. Ero alla mia scrivania già al lavoro, quando bussano alla porta. Eccolo il corriere che come sempre e quasi ogni giorno mi consegna i plichi libreschi. E devo dire che è continuamente una festa quando nella mia casa arrivano libri nuovi. Lo ammetto sono davvero malato e sempre avido di pagine da sfogliare e da leggere. E soprattutto mi piace avere cura dei libri.
Ero pronto a tuffarmi nella nuova avventura quotidiana con il libro. Con stupore bambino mi avvicino al nuovo arrivo ben sigillato. Sì ero pronto già a togliere l’involucro. Procedo avido e curioso.
Quando ho aperto il plico non pensavo di trovare un libro in agonia, stuprato e torturato. Ho rivolto lo sguardo alla mia libreria e mi si è stretto il cuore. In quel momento ho lamentato la mancanza di una specie di telefono azzurro per i libri. Il corriere e l’editore meritavano certo una lezione.
Davanti a questo scempio mi sono davvero sentito male. Ho pensato che qualcuno aveva da dato l’ordine di costruire un tempo di uccidere per i libri. E il primo omicidio si era appena consumato sotto i miei occhi.
Non potevo restare impotente davanti a questa barbarie: il corriere e l’editore certo non ne escono bene da questa storia che vede il libro ferito a morte sotto i tiri mancini di una mancanza totale di professionalità.
Ho preso subito le difese del libro maltrattato e ho scritto all’editore ( che poi in effetti si è comportato come un tipografo). “Ovviamente cercheremo rimedio”, questa è stata la risposta sibillina. Ovviamente da parte loro nemmeno un pallido tentativo di scusarsi perché hanno la presunzione di avere cura e di amare i libri che stampano.
A oggi il rimedio non è arrivato. Mi sono ritrovato in casa un libro cadavere e ho dovuto pure organizzare a mie spese il suo funerale. Sto pensando seriamente di mandare la fattura al corriere e all’editore.
Il minimo che potevo fare è dare una degna sepoltura a questo povero libro che è giunto morto sulla mia scrivania.
Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato in una situazione del genere. Organizzare le esequie di un libro. Accompagnare nell’eternità un corpo e un’anima fatti di pagine.
I libri si stampano per essere letti. È la prima volta che ho a che fare con un libro nato già morto.
E un libro morto non si può leggere, nemmeno sfogliare. In questo caso il corriere e l’editore gli hanno violentato l’anima, lo hanno ucciso prima ancora che le sue pagine arrivassero al cuore e alla mente del lettore che le aspettava per sfogliarle con cura e rispetto.
Adesso non voglio più annoiarvi. La storia del corriere e l’editore che hanno assassinato un libro finisce qui. Non è il caso di aggiungere altro. Mi auguro per il grande amore che nutro per i libri che questo crimine non resti impunito. Non pensavo nella mia vita che un giorno avrei fatto il funerale a un libro.
Kafkianamente è accaduto. A differenza del corriere e dell’editore continuerò ad amare i libri e a coccolarli con tutto l’amore che posso. Anche se penso che assisterò ancora a molti funerali.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction
Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni,2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio, 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio, 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio, 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio, 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (Marco Saya edizioni, 2013).

Read Full Post »

Che GuevaraPossono tre grandi personaggi incontrarsi in una canzone?

Se sono Manuel Vázquez Montalbán, Francesco Guccini ed Ernesto Guevara (senza peraltro dimenticare il grande Juan Carlos “Flaco” Biondini, autore delle musiche), la risposta è decisamente sì.

Dei tre il più famoso è senz’altro “Che” Guevara (provate a chiedere a un giapponese se conosce Guccini…) e infatti la canzone è a lui dedicata.

Qualche anno fa Montalbán, basandosi su testi scritti dallo stesso Guevara, compose il Poema al Che:

Un pueblo puede liberarse a sí mismo
pese a su jaulas de animales electrodomésticos
en la vanguardia de América
debemos hacer sacrificios
por el camino lento de la plena libertad

Y si el revolucionario
non tiene otro descanso que su muerte
que renuncie al descanso y sobreviva
que nada o nadie lo detenga
siquiera por un istante de beso o por algún calor de piel o prebenda.

Los hechos de la conciencia interesan tanto como la perfección de un resultado
luchamos contra la miseria
pero al mismo tiempo contra la enajenación.

Dejenme decirlo
el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor
tiene hijos que non aprenden a llamarlo
mujeres que hacen parte de su sacrificio
sus amigos son sus compañeros de la revolución.

Adiós viejos
ésta es la definitiva
no lo busco pero está dentro del cálculo
adiós Fidel,
ésta es la definitiva
bajo los cielo de la gran patria del Bolívar
la luna de Higueras es la luna de Playa Girón.

Soy un revolucionario cubano
Soy un revolucionario de América
Señor coronel
soy Ernesto, el Che Guevara
dispare
seré tan útil muerto como vivo.

Flaco Biondini, musicista argentino, decise di mettere in musica il testo di Montalbán e lo fece sentire a Guccini, il quale, a sua volta, volle tradurlo e inserirlo nel suo album “Ritratti” del 2004:

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo

Lo stesso Guccini, nel 2000, aveva pubblicato l’album “Stagioni” con il brano omonimo, anch’esso dedicato a Ernesto Guevara. La canzone Stagioni ha una genesi particolare. Una parte venne infatti scritta di getto subito dopo la morte del rivoluzionario argentino nell’ottobre del 1967 e lasciata in un cassetto, Trent’anni dopo, Guccini, vedendo ai suoi concerti moltissimi giovani che indossavano la maglietta con la famosa effige, provò a far ascoltare le poche strofe fino ad allora scritte e, vedendo l’accoglienza entusiastica da parte del pubblico, decise di completarla. Eccola:

Infine una curiosità. Ernesto Guevara era nato a Rosario il 14 giugno del 1928, mentre Guccini è nato a Modena il 14 giugno 1940, anni diversi ma lo stesso giorno. Per gli appassionati di numerologia – materia della quale non so assolutamente nulla, ma mi ha stupito la ricorrenza – va segnalato che anche Montalbán era nato il 14, ma questa volta di luglio, esattamente il 14 luglio 1939. Non so se questo significhi qualcosa,.. se sì, fatemelo sapere.

Read Full Post »

Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e i miserabili
dalle assenze transitorie
e le definitive
difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo stupore e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi
difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e la malinconia
dagli ingenui e le canaglie
dalla retorica e gli arresti cardiaci
e dalle endemie e dalle accademie

difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicida
dalle vacanze e dall’oppressione
dall’obbligo di essere allegri

difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dalla rogna
dalla famosa patina del tempo
dalla trascuratezza e dall’opportunismo
dai ruffiani della risata

difendere l’allegria come un diritto
difenderla da dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle compassioni
dall’azzardo
e anche dall’allegria.

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Di chiara origine italiana, Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009) è stato un poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano.

Fu assai attivo politicamente. Nel 1968 fu fondatore e direttore del Centro di Investigazione letteraria della Casa delle Americhe. Nel 1971, insieme ai membri del Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros fondò il Movimento delle Indipendenze “26 marzo”, raggruppamento che passò a formare la coalizione delle sinistre Frente Amplio. Fu dirigente del movimento. Fra le sue opere di quel periodo, Los poemas comunicantes (I poemi comunicanti) con interviste a vari poeti sudamericani.

Nel 1973, in seguito al colpo di Stato militare, a causa del suo attivo favoreggiamento per i movimenti marxisti, deve abbandonare l’Uruguay. Lascia il suo incarico all’Università e si rifugia in esilio a Buenos Aires. Viaggi per l’Argentina, il Perù, la Spagna. Per una biografia completa e l’elenco delle opere vedi Wikipedia.

Per comprendere un po’ meglio la poetica di Mario Benedetti, segnalo questo bell’articolo di Claudia Crocco, Scrittura del limite. Su Tersa morte di Mario Benedetti.

Read Full Post »

Di Pietro Folena dal suo blog personale, 12 giugno 2014

Fermatevi!

Prima che sia tardi Matteo Renzi e i suoi consiglieri, con l’appoggio di larga parte dell’ex-minoranza, dovrebbero evitare un cortocircuito traumatico nella coscienza del Paese. Non basta evocare i “voti”, come si è fatto in queste ore: non c’è voto, né “plebiscito” che giustifichi atti di prepotenza e di intolleranza come quello che ha visto il PD cacciare Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali perché non “allineati”. Non ho memoria, in epoche recenti, di un atto di questa brutalità. Il tema va al di là del merito della riforma: viene messo in discussione un principio costituzionale sacro, e cioè la non esistenza di un vincolo di mandato del parlamentare, il quale non deve rispondere al Partito, ma alla Sua coscienza, interpretando lì il senso del mandato ricevuto.

Ricordo le sacrosante polemiche bersanian-renziane contro Beppe Grillo quando a più riprese è intervenuto per imporre un vincolo agli eletti del M5S. Oggi Anna Finocchiaro, che presiede la Commissione, giustifica questa sostituzione affermando che il problema della libertà di coscienza esiste solo per l’Aula!

Non si sta discutendo della fiducia al Governo, né della legge di stabilità; né di temi come quelli del lavoro, su cui le sensibilità nel PD sono molto differenti, e acute; e neppure della pace – chi scrive, nei DS, in Commissione e in Aula, votò a più riprese in dissenso all’epoca di controverse decisioni sulle missioni militari, senza mai subire atti di imperio paragonabili a questo.

Qui si discute di Costituzione, di una materia di per sé al riparo, più di ogni altra, da diktat delle nomenklature di Partito. Il PCI, nell’era del Cominform, affrontò la formulazione della Costituzione con un’apertura e una disponibilità ben superiori rispetto a quelle dimostrate ora.

I tredici senatori del PD hanno fatto bene a autosospendersi. Bisogna chiamare i vertici del Partito a riflettere, e a tornare indietro, sperando che sia solo l’inesperienza ad aver provocato questo autogol. Bisogna invitare i circoli e gli iscritti a esprimersi sulla questione.

Matteo Renzi ha vinto largamente. Ma farebbe un errore a voler stravincere. Non c’è 41%, e neppure 50,1% che giustifichi sulla questione delle regole un’intolleranza per chi la pensa diversamente.

Ora questo giovane leader deve dimostrare di non essere un altro capo populista, come altri che abbiamo conosciuto in questi anni, ma uno statista, e un leader che vuole promuovere una nuova stagione “democratica”. Avere la forza di fermarsi non è un atto di debolezza, ma una dimostrazione di forza: la forza della ragione, contro la ragione della forza.

Read Full Post »

La Repubblica, 8 agosto 2013

La mancanza di eredi e di alternative, le nuove oligarchie, l'”apocalisse culturale”: intervista allo storico del potere che racconta “Già alle elementari avvertivo il disagio rispetto all’esistenza di ceti diversi”.

“Cosa vuol dire essere di sinistra? È un impulso prepolitico, una radice antropologica che viene prima di una scelta di campo consapevole. Davanti alle disparità di classe o di censo o di condizione sociale, c’è chi si compiace, traendone la certificazione del proprio essere superiore. E c’è chi si scandalizza, come capitò a Norberto Bobbio quando scoprì da bambino la miseria dei contadini che morivano di fame.

Lo “scandalo della diseguaglianza”, lo chiamò proprio così. Un’indignazione naturale, che non è comune a tutti”. Nella casa dove visse Gobetti, tra i libri di Antonicelli e i grandi faldoni dell’azionismo, Marco Revelli ci fa strada lungo i segreti cunicoli di un palazzo ottocentesco, da cui forse ha inizio parte della storia. Una storia di sinistra che nel caso di Revelli  –  classe 1947 e una nutrita bibliografia tra storia, economia e sociologia  –  s’incarna anche nella figura del padre Nuto, cantore del “mondo dei vinti” e mitico comandante di Giustizia e Libertà. “Una montagna troppo alta da scalare”, dice il figlio con la mitezza di chi se lo può permettere.

Lo “scandalo della diseguaglianza”. Lei quando cominciò ad avvertirlo?
“Da bambino, quando facevo le scuole elementari a Cuneo. Negli anni Cinquanta la frattura sociale era molto visibile, e nella mia classe convivevano ceti molto diversi. Una mattina venne chiamata la madre di due miei compagni, a quel tempo alloggiati in una caserma abbandonata. Davanti a tutta la scolaresca fu severamente rimproverata perché i suoi bambini non si lavavano. Io provai un grande disagio. Non dissi nulla a casa”.

E anche oggi, in una realtà nazionale radicalmente mutata, lo scandalo si ripete.
“Quello nato dopo la morte del Novecento è un mondo infinitamente più diseguale. Ed è un mondo che non offre alternative a se stesso. Sono queste le grandi sconfitte storiche della sinistra, ossia di una forza politica e culturale che possiede nel Dna il valore dell’eguaglianza e la capacità di immaginare un’alternativa allo stato di cose presente”.

Però ogni volta che ha promesso un mondo più felice ha prodotto grande infelicità.
“La catastrofe del socialismo reale è parte della scomparsa della sinistra, che ne è stata paralizzata. Ma una sinistra che rinuncia a proporre un altrove cessa di essere sinistra. È nata proprio per quello. Accadde nel 1789 a Versailles, quando alla sinistra della presidenza dell’assemblea si schierarono coloro i quali erano contro il potere di veto del Re. Così cadde l’ultimo pilastro dell’Ancien Régime. Non c’è bisogno di alzare la ghigliottina. Basta un voto per sancire la fine di un ordine. E l’inizio di un altro”.

La sinistra come il Candide di Voltaire, che gioisce del mondo in cui vive ritenendolo il migliore possibile.
“Sì, un Candide un po’ tardivo, con un risvolto beffardo. La sinistra ha rinunciato a immaginare un’alternativa proprio nel momento in cui il mondo in cui aveva deciso di identificarsi stava entrando in crisi. Mi riferisco all’ultima reincarnazione del capitalismo  –  il “finanzcapitalismo” secondo la felice definizione di Luciano Gallino  –  cioè un’economia già provata, che per tenersi in piedi ha bisogno del doping della finanza. Bene, quando la casa cominciava a manifestare le prime crepe, la sinistra s’è seduta alla tavola apparecchiata, contenta di esserci: finalmente siamo comegli altri”.

Finalmente siamo uomini di mondo: le scarpe di buona fattura, le belle case, gli agi borghesi un tempo contestati…
“Una sorta di apocalisse culturale, sia sul piano delle filosofie  –  la fine della ricerca di senso  –  sia su quello sociale. Più che combattere il privilegio, l’impressione è che si sia cercato di entrare nella sua cerchia. Ma le radici cattive affondano nel Pci, di cui forse andrebbe riscritta la storia”.

Dalla sua ricostruzione, però, i padri sembrano migliori dei figli.
“Gli eredi delle sinistre novecentesche non sono stati all’altezza del compito. È un universo popolato di figure fragili. O perché continuano a proporre categorie che sono morte con il Novecento, con effetti patetici. O perché dalla Bolognina in poi  – più che interpretare e governare i processi storici  –  hanno scelto di galleggiare su un senso comune condiviso”.

Vuole dire che la sinistra è rimasta senza eredi?
“C’è una sinistra radicale che muore volontariamente intestata, ossia senza testamento, ed è quella espressa da Rossana Rossanda. E la sinistra più istituzionale ha seguito altre rotte. La mia generazione  –  in questo senso  –  ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero. E il fallimento s’acuisce nei confronti delle nuove generazioni, che hanno tutte le ragioni per metterci sotto processo. Abbiamo monopolizzato l’idea della trasgressione senza riuscire a costruire un mondo vivibile e alternativo”.

Sta parlando della generazione sessantottina.
“Sì, le nostre idee non sono state utilizzate dai poveri del mondo, ma dai supermercati. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. Però ci sono state anchecose buone”.

Come reagì suo padre Nuto alla scelta del figlio di militare in Lotta Continua?
“Lo spaventava il nostro estremismo, ma era affascinato dalla diversità rispetto al mondo politico ufficiale. Però vedendomi troppo impegnato al ciclostile una volta mi disse: scegli la professione che vuoi, ma fai in modo di non dover dipendere dalla politica. Non saresti un uomo libero”.

Cosa significò per lei crescere in una famiglia di sinistra?
“Mio padre rappresentava il peso della storia. Una volta il maestro disse in classe che i partigiani rubavano le mucche. Tornai a casa un po’ turbato e gli raccontai tutto. La sera mi diede un pacchetto con Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, e una dedica per il mio insegnante: “Perché sappia come sanno morire i partigiani”. Passai una notte insonne, stretto tra due autorità. L’indomani consegnai il libro al maestro, che restò in silenzio”.

Una guida preziosa.
“Anche faticosa. Una montagna troppo alta da scalare, come dice Venditti. Era impegnativo nell’adesione ai suoi valori perché ne avvertivo una responsabilità famigliare. Ma era impegnativo anche nel necessario conflitto. Con i padri è un passaggio obbligatorio, se no ti porti dietro il complesso di Telemaco”.

Entrambi dalla parte dei vinti. Però ai contadini di Nuto Revelli lei ha sostituito gli operai.
“Un’altra cosa che gli devo: mi ha insegnato ad ascoltare. Da giovane arrogante, che distribuiva i volantini davanti ai cancelli della Michelin, io allora lo contestavo: ma cosa vai ad occuparti di un mondo che è già morto? È una fortuna che, da egoisti coltivatori anche reazionari, siano diventati classe operaia, dunque rivoluzionaria, eredi della filosofia classica tedesca… “.

E lui?
“Sorrideva, ma non cambiava idea. E aveva ragione lui. Quelli che sono andati in fabbrica non sono diventati gli eredi della filosofia classica tedesca. E dall’altra parte è finita una civiltà che aveva certo elementi di ferocia, ma era provvista di un esemplare equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, quello stesso che oggi dovremmo avere l’umiltà di ripristinare. Lui diceva sempre: abbiamo trasformato decine di migliaia di specialisti della montagna in operai di fabbrica dequalificati, e poi le montagne ci cadono in testa. Sì, aveva ragione lui. Per fortuna sono riuscito a dirglielo”.

E ora, a sinistra, da cosa si riparte?
“Intanto bisogna uscire dall’involucro. Rompere la bolla in cui si è cacciata la politica. Una costellazione di oligarchie, in cui si diventa oligarchi alla velocità della luce. Nel momento in cui vieni eletto in Parlamento diventi altro da te. Ho visto persone cambiare, nello sguardo, nel linguaggio, nel modo di vestire. L’ho visto in tutti, quasi senza eccezioni. Se vuole ripartire, la sinistra deve spezzare quell’involucro”.

Read Full Post »

La distinzione con la destra, la difesa dei beni comuni, il welfare e al Costituzione. Ecco la carta dei nuovi diritti “indivisibili e non sovversivi” secondo il giurista

La Repubblica, 23 luglio 2013

“Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande Silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo”.

Il nuovo papa della sinistra “altra”  –  quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete  –  ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
“È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica”.

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona ahomo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
“In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratoree alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo”.

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
“Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso “.

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
“Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?”.

No, molto chiaro.
“È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra”.

Lei cominciò nelle file radicali.
“No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore delMondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti”.

La “storiella da cane sciolto” ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
“Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale”.

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
“Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta”.

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
“Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo”.

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
“Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo “.

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
“È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento”.

Nessun risentimento?
“No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso”.

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
“Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire”.

Read Full Post »

Quando l’altro giorno ho scritto quelle poche righe sulla poetica di Francesco Guccini, avevo intenzione di concludere indicando il link a un saggetto, intitolato semplicemente Francesco Guccini, che, a quanto pare, è stato scritto da Roberto Vecchioni, o meglio, dal professor Vecchioni. Infatti, è pubblicato sul sito dell’Università di Pavia, dove il noto cantautore milanese insegna Forme di poesia per musica nei corsi di laurea interdipartimentali Comunicazione, Innovazione, Multimedialità e Comunicazione Professionale e Multimediale.

Read Full Post »

Read Full Post »

Older Posts »