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Archive for ottobre 2014

Sono molto lieto di riportare il testo di questa intervista a Maurizio Landini perché, nel mio piccolo, vado dicendo cose analoghe da qualche tempo a questa parte. L’ultima non più tardi di ieri sera a una riunione sul tema “Lavoro e Welfare” della Rete a Sinistra di Genova.

Se l’acciaio è strategico, e probabilmente sarà così ancora per qualche anno, la produzione deve rimanere sotto il controllo italiano. Ma deve completamente cambiare l’approccio di gestione della produzione. A Taranto, l’ILVA, gestita da privati, ha causato danni incalcolabili alla salute dei cittadini. I privati perseguono la logica della massimizzazione del profitto e, come può confermare chiunque abbia una minima esperienza in campo aziendale, la via più facile per ottenere quel risultato è quella di ridurre all’osso i costi. Poiché determinati costi (materie prime, energia, ecc.) non possono scendere oltre un certo limite, ecco che si “risparmia” su sicurezza e numero dei lavoratori.

Tempo fa avevo letto delle stime che valutavano in 8 miliardi di euro i costi per la bonifica delle aree inquinate. Otto miliardi che usciranno, prima o poi, dalle casse dello Stato, quindi dalle tasche dei cittadini. Anche volendo, la famiglia Riva non sarebbe in grado di pagare una simile cifra, pur essendo la responsabile del disastro ambientale e delle conseguenti vittime per tumori e malattie varie. Mettere in vendita la fabbrica significherebbe mettere nelle mani di altri che ragionano allo stesso modo di come ragionava vecchia proprietà e in ogni caso il ricavo non coprirebbe se non in minima parte la cifra da stanziare, sempre che i soldi della cessione andassero nelle casse pubbliche e non nelle tasche degli attuali proprietari.

Gli imprenditori, salvo rarissime eccezioni, negano di avere una qualche responsabilità sociale. Non ritengono che sia loro compito occuparsene, ma che altri, non meglio precisati (quindi il governo della cosa pubblica) debba farsi carico di sopportare e gestire le esternalizzazioni (inquinamento ambientale, salute, vari disagi sociali connessi alla presenza della grande industria). Questo è il modo di pensare, il sistema di corporate governance tipicamente anglosassone, in cui il capitale la fa da padrone, decide per tutto e tutti. Eppure, anche nei manuali di tecnica del primo anno delle superiori la definizione di azienda riporta che essa è l’insieme di capitale e lavoro. E allora, perché il lavoro non può concorrere alle decisioni strategiche?

Quindi? Se lo Stato, cioè noi, dovrà spendere 8 miliardi, questi soldi potranno in qualche modo essere restituiti alla collettività? Esistono diversi modi, fra cui il più semplice e sicuro è quello di nazionalizzare la produzione. Questa soluzione permetterebbe, se la produzione dell’acciaio producesse utili, di rientrare poco per volta di quanto investito nella bonifica. Se, invece, non si dovessero produrre utili, ma produrre in perdita, in ogni caso un asset strategico rimarrebbe in mani italiane. Sono convinto che la seconda ipotesi sia quella più attinente alla realtà, perché la concorrenza internazionale dei paesi emergenti, in un settore maturo come quello siderurgico, permette di mettere in vendita il prodotto finito a prezzi assai inferiori di quelli che la vecchia Europa potrebbe praticare, rispettando i vincoli di legge e garantendo quel minimo di tutela dell’occupazione che oggi, dopo la mannaia degli ultimi governi, rimane.

Naturalmente, questa soluzione non risolverebbe tutti i problemi, ma darebbe un po’ di respiro al mondo del lavoro e contribuirebbe a sollevare, almeno in parte, l’economia italiana, poiché la garanzia del mantenimento di alcune migliaia di posti di lavoro nelle imprese che operano nei settori ritenuti strategici avrebbe un certo impatto sui consumi, almeno nelle città in cui si trovano fisicamente le fabbriche. Bisogna comunque, e bisogna farlo subito, iniziare a pensare a soluzioni che, in prospettiva, consentano di superare un sistema produttivo basato sulla grande industria pesante, la quale, da un lato, come già ho detto, non è più in grado di sostenere la concorrenza dei paesi emergenti, dall’altro, a causa del grave impatto sul territorio e sulla vita collettiva, è sempre meno accettata dai cittadini e sempre meno produttrice di ricchezza.

Occorre però non ripetere certi errori del passato, con aziende gestite male, con logiche diverse da quelle economiche, ad esempio come serbatoi di voti clientelari, di aree di parcheggio per politici rampanti o trombati. Uno strumento potentissimo per evitare questa minaccia potrebbe essere quelle mitbestimmung della quale ho già parlato, ovvero il controllo dei dipendenti sulla gestione delle imprese. Se alla Thyssen Krupp tedesca è possibile, la logica suggerisce che dovrebbe essere possibile anche alla Thyssen Krupp italiana. O no? Se una cosa è possibile in Germania, e in Germania funziona, perché non dovrebbe essere possibile e funzionare anche in Italia? Fra l’altro, i tedeschi, pragmaticamente, suggeriscono di adottarla; i nostri, invece, sembra non ne vogliano neanche parlare.

L’alternativa è consegnare un patrimonio che potrebbe essere collettivo nelle mani del solito sedicente imprenditore che utilizzerà l’impresa come un bancomat e poi, dopo averlo svuotato, lasciare per l’ennesima volta la patata bollente sulle mani della collettività. Oppure prendiamo esempio dai francesi, che le loro aziende strategiche le difendono dagli assalti del capitale privato, non solo straniero, magari anche a costo di incorrere in sanzioni della Commissione europea. O dal nostro passato, quando nel 1963, Fanfani nazionalizzò l’energia elettrica. O ancora, dalla cronaca più recente, quando in piena crisi finanziaria, la Federal Reserve e il Tesoro americano sono intervenuti per salvare il sistema finanziario dal crollo. Ebbene, sono intervenuti ma hanno preteso il controllo del pacchetto azionario delle società, ceduto alla quotazione del momento, con i valori azionari crollati e tendenti allo zero, per poter garantire i cittadini contribuenti e, in futuro, godere degli eventuali utili, e delle plusvalenze derivanti dalla cessione dei pacchetti azionari detenuti. In Italia, la figura del capitalista sembra essere, invece, sacra e inviolabile, una casta di privilegiati detentori di un sapere economico unico, irripetibile, inimitabile. Per capire quanto questa visione sia distorta basta guardare i risultati, sono sotto gli occhi di tutti.

Ma, soprattutto, basta di parlare di economia con frasi fatte e vuoti slogan, quali bisogna rilanciare gli investimenti, bisogna dare fiato ai mercati, occorre rilanciare la produttività, è l’Europa che ce lo chiede, sono gli italiani che me lo chiedono…

E poi, smettiamola di dire che gli imprenditori devono essere aiutati. In Italia hanno sempre succhiato dalla mammella dello Stato e più erano grandi più tettavano. Ma dove sta scritto che sono gli imprenditori a creare i posti di lavoro? Il lavoro di crea se ci sono determinate condizioni che fanno sì che determinati prodotti possono essere venduti. In quel caso, e solo in quel caso, hanno senso investimenti in nuove imprese o il rilancio di attività già in essere. In assenza di quelle condizioni i capitali non verranno investiti in attività produttive, ma verranno utilizzati in altro modo. I posti di lavoro si distruggono se chi decide, sia che faccia parte del mondo economico che di quello politico, non riesce a interpretare l’andamento della domanda, prende decisioni sbagliate, calcola male i tempi, risparmia sulla qualità costruttiva, fa leggi e regolamenti a senso unico e ispirato da ideologie decotte e masticate in maniera superficiale.

Roberto Mania, La Repubblica, 31 ottobre 2014

Il leader della Fiom: “Basta Leopolde vuol dire basta saltare mediazioni, in questo modo si riducono gli spazi della democrazia”

Tornare all’acciaio di Stato. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, non ha dubbi: senza intervento pubblico non si uscirà dalla crisi della siderurgia, che riguarda la ThysssenKrupp di Terni, l’Ilva di Taranto, l’ex Lucchini di Piombino. “Se non vogliamo svendere o regalare la siderurgia agli stranieri è indispensabile che lo Stato faccia la sua parte “.

Ne avete parlato con Renzi durante l’incontro dopo le manganellate agli operai di Terni?
“Sì, abbiamo posto questo problema che è il perno di qualunque strategia di politica industriale “.

E cosa vi ha risposto il presidente del Consiglio?
“Che è disponibile a un confronto”.

Tornare ai tempi dell’Iri?
“Io penso che non si possa più rinunciare a un intervento pubblico nei settori strategici, com’è quello della siderurgia, finalizzato anche a definire nuovi assetti proprietari”.

Vuol dire che l’Ilva, per esempio, dovrebbe essere acquistata dallo Stato?
“Per l’Ilva questo passaggio è necessario. L’Ilva deve cambiare proprietà. Per fare questo c’è bisogno della forza dello Stato”.

E per l’Ast di Terni?
“Non escludo nulla. Certo a Terni è necessario innanzitutto verificare se l’azienda è disposta a rivedere il piano industriale”.

Pensa di salvare l’occupazione con l’aiuto dello Stato?
“Penso di salvare l’industria italiana dove c’è un problema, oltreché di dimensioni aziendali, anche di qualità degli imprenditori. Quanto all’occupazione mi limito a far presente che nei prossimi mesi rischiano di saltare migliaia di posti di lavoro. Siamo di fronte a un’ondata di licenziamenti collettivi. Mercoledì in piazza c’erano pure gli operai della Jabil, 400 licenziamenti a Caserta, e quelli della Trw di Livorno, altri 500. Questo è quello che sta succedendo”.

Anche per questo Renzi ha chiesto di abbassare i toni. La Fiom ha risposto con otto ore di sciopero a novembre. Non c’era un’altra strada?
“Lo sciopero generale non è altro che la continuazione della manifestazione di sabato. Per abbassare i toni bisognerebbe avere la possibilità di confrontarsi. Con lo sciopero chiediamo al governo di cambiare le sue politiche economiche e sociali. Ciò che ha fatto finora non è adeguato alla situazione”.

Per affrontare la crisi dell’acciaieria di Terni vi ha convocati a Palazzo Chigi. Questo non era previsto. Non le pare un gesto di disponibilità al confronto? Renzi vi ha chiesto scusa per gli incidenti di mercoledì?
“No, le scuse non ci sono state. Ma non c’è dubbio che sia stato un atto importante, di rispetto nei confronti delle organizzazioni sindacali. Resta il fatto che senza un’iniziativa di politica industriale le soluzioni delle singole crisi non sono affatto semplici”.

Ci aiuti a risolvere il “giallo” della telefonata tra lei e Renzi: c’è stata?
“La telefonata c’è stata”.

E perché non l’ha detto subito?
“Ho detto che io avevo chiamato Delrio mentre è stato Renzi a chiamarmi”.

Va bene. Senta, lei è d’accordo con la Camusso quando dice a Renzi che prima di abbassare i toni vanno abbassati a manganelli?
“Certo che sono d’accordo: quello che è successo è di una gravità senza precedenti. Le risposte che sono arrivate dal governo fanno pensare che episodi di quel genere non si ripeteranno più”.

Il ministro dell’Interno Alfano ha detto che non c’è stato alcun ordine ai poliziotti di caricare i manifestanti. Lei continua a pensare il contrario?
“Io continuo a pensare che un poliziotto che va in piazza quando c’è una pacifica manifestazione di operai non si armi di scudi e manganelli se non ha avuto un ordine di quel tipo. E se esegue una carica a freddo, come è successo, vuol dire che qualcuno quell’ordine gliel’ha dato”.

Sta dicendo che Alfano ha mentito?
“No, dico quello che è accaduto. Ma prendo atto degli impegni che ha preso il governo”.

Lei pensa che ci sia un collegamento tra le affermazioni del finanziere Davide Serra alla Leopolda contro lo sciopero e l’aggressione agli operai?
“No, non penso a queste cose. Di certo c’è un attacco al diritto di sciopero in Italia come in Spagna, in Inghilterra e in altri paesi europei. È in atto una pressione per mettere in discussione la contrattazione collettiva. E il governo Renzi sbaglia a ispirarsi al modello Fiat o a quello degli Stati Uniti?”

Dunque condivide la tesi della Camusso secondo cui il governo Renzi è stato voluto dai “poteri forti”?
“Sul piano delle politiche sociali e sindacali questo governo ha assunto il programma di Confindustria. Non c’è solo la cancellazione dell’articolo 18, c’è il demansionamento che detto in inglese vuol dire mobbing, c’è il controllo a distanza dei lavoratori, c’è l’abolizione del reintegro anche nei licenziamenti collettivi con procedure sbagliate. C’è l’obiettivo di far saltare il contratto nazionale. Questo non è accettabile”.

Cosa intendeva dire mercoledì quando ha gridato: “Basta Leopolde”?
“Vuol dire basta discussioni tra chi la pensa allo stesso modo. Vuol dire basta a un modello che salta ogni mediazione e dove chi comanda parla direttamente con il popolo senza intermediazione. Questo processo porta a una riduzione degli spazi democratici”.

Renzi mette a rischio la democrazia? Non è un po’ forte?
“Non dico che è a rischio la democrazia. Penso che si in questo modo si riducono gli spazi della democrazia”.

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Il Buonsenso, che già fu capo-scuola,
Ora in parecchie scuole è morto affatto
La Scienza sua figliuola,
L’uccise, per veder com’era fatto.

***

Gino mio, l’ingegno umano
Partorì cose stupende
Quando l’uomo ebbe tra mano
Meno libri e più faccende.

***

Il fare un libro è meno che niente,
Se il libro fatto non rifà la gente.

***

Chi fe’ calare i Barbari fra noi?
Sempre gli Eunuchi da Narsete in poi.

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Leopolda e KievNon basta vedere quanto accade, Il mondo non è una app.

Simone Pieranni, Il Manifesto, 27 ottobre 2014

Domenica scorsa, nel corso del suo inter­vento alla Leo­polda, Mat­teo Renzi ha par­lato per alcuni minuti del mondo. Il cam­bia­mento con­tem­po­ra­neo è avve­nuto — sin­te­tiz­zando le parole del pre­mier — per­ché gli smart­phone hanno cam­biato tutto, con­sen­tendo, con­tra­ria­mente a prima, «di vedere tutto quanto accade, ovunque».

Vero, ma «vedere» quanto suc­cede non basta per sapere per­ché o come avviene. Non signi­fica saper inter­pre­tare, cri­ti­care, dare un con­te­sto, ana­liz­zarne la com­ples­sità. In un suc­ces­sivo pas­sag­gio, un altro minuto, Renzi ha par­lato di Ucraina. Poro­shenko, ha detto, «è un uomo corag­gioso e saggio».

Gli smart­phone con­sen­tono di vedere Poro­shenko al Par­la­mento, a Minsk, quando si pre­senta come uomo di pace. Ma gli smart­phone non bastano per deli­neare quanto l’attuale pre­si­dente ucraino fa da mesi.

Ovvero: bom­barda la pro­pria popo­la­zione orien­tale con le clu­ster bombs (denun­cia di Human Rights Watch), ha riva­lu­tato la mili­zia ucraina col­la­bo­ra­zio­ni­sta con i nazi­sti, ha oscu­rato alcune inda­gini per le stragi di Odessa e i colpi di mor­taio che hanno ucciso anche l’italiano Andrea Roc­chelli. È un oli­garca e ancora ad urne aperte ha già «aperto» ai neo­na­zi­sti di Svoboda.

Il mondo non è, ancora, una «app». Per fortuna.

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Carlo Formenti, MicroMega, 28 ottobre 2014

Il capitalismo? Finito, almeno nella forma che aveva assunto nell’era industriale. A emettere la sentenza non è un neo marxista radicale che, con la crisi, vede finalmente approssimarsi il “crollo” dell’odiato nemico, né un economista che annuncia l’irreversibile transizione dall’era del capitale industriale a quella del capitale finanziario. L’autore del vaticinio, pubblicizzato da un articolo dell’Huffington Post  è Don Tapscott, noto tecnoentusiasta e apologeta della rivoluzione digitale, nonché coinventore di concetti come intelligenza collettiva, innovazione collaborativa, crowd sourcing (la potenza produttiva delle folle interconnesse via internet), ecc.

Di questo signore, come di altri profeti del paradiso digitale a venire, mi sono occupato in un libro di tre anni fa (“Felici e sfruttati”, Egea Editore) nel quale dimostravo come dietro le loro tesi sulla “socializzazione” di massa di produzione e consumo, si nasconda la realtà di un capitalismo di nuovo tipo, fondato sullo sfruttamento del lavoro gratuito di milioni di prosumer; e come la rapida crescita del settore in cui questa nuova forma di sfruttamento è più radicata (cioè la cosiddetta economia digitale), sia uno dei più potenti propulsori della finanziarizzazione dell’economia, dell’economia del debito, dell’aumento della disuguaglianza e del super sfruttamento della forza lavoro.

Ora Tapscott torna alla carica affermando che, se il termine non fosse stato “bruciato” dal marxismo, la parola socialismo sarebbe la sola adatta a descrivere il Capitalismo 2.0 che sta crescendo sotto i nostri occhi. Citando le preoccupazioni crescenti per i devastanti effetti economici, politici e sociali per la crescita della disuguaglianza espresse da economisti come Piketty, dalla nuova presidentessa della Federal Reserve americana, nonché da molti capitalisti “illuminati” e da testate al di sopra di ogni sospetto come l’Economist e il Financial Time, Tapscott sostiene che causa di tutto ciò sono i “vecchi” capitalisti che si ostinano a condurre i loro affari inseguendo i profitti immediati e ignorando i vantaggi che un’economia più “verde”, immateriale e “social” potrebbe arrecare al mondo intero e a loro stessi.

Non si tratta – Dio non voglia! – di ripudiare il mercato, la proprietà privata o di abbandonare il “sano” principio di uno Stato sempre più “minimo” e lontano dal perseguire velleitari progetti “dirigisti”. Basterebbe semplicemente assecondare l’onda spontanea dell’innovazione che monta irreversibile dalle nuove generazioni impegnate a cambiare il mondo attraverso social networking, social business, social government, social entertainment e “social tutto”.

Smontare queste tesi è fin troppo facile (l’ho già fatto in varie occasioni). Qui mi limito a osservare quale splendida accoglienza avrebbe ricevuto Dan Tapscott se avesse partecipato a quell’orgia di peana all’innovazione che si è alzata nei giorni scorsi alla Leopolda. Da quando è andato in pellegrinaggio a Silicon Valley, Matteo Renzi non ha smesso un solo minuto di celebrare le magnifiche sorti e progressive che attenderebbero un’Italia finalmente capace di incamminarsi a sua volta sulla strada della rivoluzione digitale.

I giovani che ha chiamato a raccolta con lo slogan “qui ci sono le persone che creano lavoro”, e che ha illuso sulla possibilità di costruire dal basso un’economia sociale e cooperativa in cui diventerebbero tutti “imprenditori di se stessi”, vengono così mobilitati contro la resistenza dei “nostalgici” che ostacolano l’innovazione; con la differenza che il bersaglio indicato da Renzi – che rivela così il suo cuore di destra – non sono i vecchi capitalisti bensì i vecchi operai, i milioni di persone che mentre lui raccoglieva gli applausi del ceto medio emergente alla Leopolda, marciavano a Roma contro precarietà, flessibilità, salari da fame, disoccupazione, sotto occupazione. Manifestavano perché sanno che l’innovazione renziana, esattamente come quella celebrata da Tapscott, peggiorerà ulteriormente le loro condizioni, senza regalare il roseo futuro che viene promesso alle giovani generazioni.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 16 ottobre 2014

Dal ‘patto degli apostoli’ in poi, anche a dispetto delle reali intenzioni dei promotori, si è aperta una nuova discussione pubblica a sinistra sul chi siamo e sul che fare. Si potrebbe dire: ancora? Ma la sinistra è anche questo: pensiero, riflessione, spirito critico, “analisi reale della situazione reale” avremmo detto un tempo. E menomale, aggiungerei. Sull’argomento è intervenuto, tra gli altri, anche Tonino Perna con un editoriale su Il Manifesto, che, dal mio punto di vista, ha posto una questione seria, dirimente, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere: l’uso distorto che oggi si fa della parola ‘sinistra‘ (vale anche per le parole ‘riforma’, ‘cambiamento’) impone una grande opera di “tessitura culturale”, uno sforzo immane non soltanto per redimere il significato di parole fraudolentemente usurpate in questi anni, ma anche per darsene di altre che, inequivocabilmente, siano in grado di “costruire la visione del futuro desiderabile e credibile”, alternativo alla (falsa) ineluttabilità del modello sociale ed economico neoliberista oggi dominate.

C’è una parola, non nuova, abusata nella sua versione aggettivale e accantonata, perfino esecrata, nella sua variante sostantivale, quale orizzonte storico da perseguire ed ambizione collettiva, che immediatamente dà il senso dell’alterità rispetto allo stato di cose presenti. È la parola ‘socialismo‘, nel suo significato oserei dire ontologico, che rimanda ad una visione della società fondata sul principio di uguaglianza sostanziale, nettamente in antitesi alla concezione individualistica della vita umana addirittura sublimata in questa nuova stagione del capitalismo. Socialismo è sottrazione di beni comuni fondamentali alla logica del mercato, è redistribuzione della ricchezza, è socializzazione dei mezzi di produzione, è limitazione all’iniziativa economica privata in nome dell’utilità sociale, è piena occupazione e dignità del lavoro, è riportare la finanza al servizio dell’economia reale, è programmazione economica ed intervento pubblico in economia, è welfare universalistico, è primato dell’uomo sul profitto economico, sul cui altare sono sacrificati anche l’ambiente e la cultura, il diritto delle future generazioni a vivere in un mondo non compromesso dall’opera scellerata di sfruttamento indiscriminato della natura.

Niente di nuovo, insomma. Ma tutto più che mai attuale, stringente, necessario. Più di ieri, quando la parola socialismo era molto in voga, ma il capitalismo, nondimeno, aveva ancora qualcosa da dire e da ‘dare’, la grande produzione di massa faceva fabbriche di massa, occupazione e consumi di massa, speranze di massa in una società migliore. Parliamo di un mondo che non c’è più e di un tempo presente dove, per paradosso, ha senso più di ieri parlare di ‘socialismo’, atteso che il capitalismo è ormai incapace di una ‘funzione sociale’ come quella svolta in passato. Tutti quelli che oggi si dicono ‘socialisti’, dagli epigoni del craxismo fino aRenzi, si guardano bene dal dichiarare che il loro obiettivo è una società ‘socialista’. Il motivo sta nel fatto che storicamente per ‘società socialiste’ si intendono quelle plasmate sull’esempio sovietico, ormai archiviato come modello insostenibile di organizzazione socio-economica e statuale? No, la ragione è insita nell’inconciliabilità degli obiettivi delle attuali élite capitalistiche, e dei governi ad esse assoggettate, con le finalità del socialismo. D’altronde, come nel caso della parola ‘sinistra’, si potrebbero sempre obiettare cose del tipo “non è il socialismo cui alludete voi”, “stiamo parlando di un’altra cosa”, “in fondo anche il compromesso socialdemocratico era socialista”, e via distinguendo.

Meglio dire che “licenziare è di sinistra”, or dunque, che dichiarare di voler costruire una società socialista (Oddio!). È chiaro: si può etichettare come ‘di sinistra’ un provvedimento volto a destrutturare, ‘flessibilizzare’ (liberalizzare, dicono) il mercato del lavoro o quello dei capitali (la libertà non è di sinistra?), mentre è impensabile che lo stesso provvedimento possa essere presentato come un passo in avanti nella direzione della costruzione di una società ispirata ai valori del socialismo. Ci sarebbe da ridere, cosa che oggi non succede quando Renzi dice che togliere tutele a chi ce l’ha è ‘di sinistra’. Dunque sarebbe il caso di archiviare la parola ‘sinistra’, lasciarla definitivamente nelle mani di chi ne fa un uso distorto? Nemmeno. Il tema è che la ‘sinistra’ dovrebbe ricominciare a familiarizzare con parole che, storicamente, ne hanno sostanziato il carattere, il linguaggio, la sua vocazione programmatica, il profilo identitario, l’essenza stessa. È impossibile oggi per la sinistra dichiarare che il proprio obiettivo è una società ispirata ai valori storici del socialismo, indicando così un obiettivo da perseguire, un diverso modello di società, solidale ed inclusivo, anziché continuare declinare la propria soggettività in termini negativi (antiliberisti, antimilitaristi, contro il capitalismo finanziarizzato, contro la precarietà, contro l’austerità, ecc.)?

Socialismo vs neoliberismo. Questo è il punto. Qui sta la differenza tra una sinistra che si riappropria della sua funzione storica e chi ha usurpato la parola ‘sinistra’, piegandola all’esigenza del capitale di smantellare ciò che rimane del modello sociale europeo e delle conquiste del mondo del lavoro. Lo so, mutatis mutandis, a sinistra, dietro le nuove forme di rappresentazione di sé, c’è quella idea di società. È perfino ovvio. Solamente che non abbiamo più il coraggio di chiamarla col suo nome.

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Questo saggio di Manlio Dinucci ha fatto da base documentale per il suo intervento al convegno “Come uscire dal Patto Atlantico” (Roma, 11 ottobre 2014)
Manlio Dinucci, MegaChip Globalist, 17 ottobre 2014
La Nato, fondata il 4 aprile 1949, comprende durante la guerra fredda sedici paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica federale tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Attraverso questa alleanza, gli Stati Uniti mantengono il loro dominio sugli alleati europei, usando l’Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia. Questo, fondato il 14 maggio 1955 (sei anni dopo la Nato), comprende Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Ungheria, Albania (dal 1955 al 1968).
Dalla guerra fredda al dopo guerra fredda
Il 9 novembre 1989 avviene il «crollo del Muro di Berlino»: è l’inizio della riunificazione tedesca che si realizza quando, il 3 ottobre 1990, la Repubblica Democratica si dissolve aderendo alla Repubblica Federale di Germania. Il 1° luglio 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i paesi dell’Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell’Urss. Il 26 dicembre 1991, si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.
La scomparsa dell’Urss e del suo blocco di alleanze crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. Contemporaneamente, la disgregazione dell’Urss e la profonda crisi politica ed economica che investe la Russia segnano la fine della superpotenza in grado di rivaleggiare con quella statunitense.
La guerra del Golfo del 1991 è la prima guerra che, nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, Washington non motiva con la necessità di arginare la minacciosa avanzata del comunismo, giustificazione alla base di tutti i precedenti interventi militari statunitensi nel «terzo mondo», dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dall’invasione di Grenada all’operazione contro il Nicaragua. Con questa guerra gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo, dove si concentra gran parte delle riserve petrolifere mondiali, e allo stesso tempo lanciano ad avversari, ex-avversari e alleati un inequivocabile messaggio. Esso è contenuto nella National Security Strategy of the United States(Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti), il documento con cui la Casa Bianca enuncia, nell’agosto 1991, la nuova strategia.
«Nonostante l’emergere di nuovi centri di potere – sottolinea il documento a firma del presidente – gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Nel Golfo abbiamo dimostrato che la leadership americana deve includere la mobilitazione della comunità mondiale per condividere il pericolo e il rischio. Ma la mancanza di altri nell’assumersi il proprio onere non ci scuserebbe. In ultima analisi, siamo responsabili verso i nostri stessi interessi e la nostra stessa coscienza, verso i nostri ideali e la nostra storia, per ciò che facciamo con la potenza in nostro possesso. Negli anni Novanta, così come per gran parte di questo secolo, non esiste alcun sostituto alla leadership americana».
Il nuovo concetto strategico della Nato
Mentre riorientano la propria strategia, gli Stati Uniti premono sulla Nato perché faccia altrettanto. Per loro è della massima urgenza ridefinire non solo la strategia, ma il ruolo stesso dell’Alleanza atlantica. Con la fine della guerra fredda e il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, viene infatti meno la motivazione della «minaccia sovietica» che ha tenuto finora coesa la Nato sotto l’indiscussa leadership statunitense: vi è quindi il pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti o addirittura ritengano inutile la Nato nella nuova situazione geopolitica creatasi nella regione europea.
Il 7 novembre 1991 (dopo la prima guerra del Golfo, a cui la Nato ha partecipato non ufficialmente in quanto tale, ma con sue forze e strutture), i capi di stato e di governo dei sedici paesi della Nato, riuniti a Roma nel Consiglio atlantico, varano «Il nuovo concetto strategico dell’Alleanza». «Contrariamente alla predominante minaccia del passato – afferma il documento – i rischi che permangono per la sicurezza dell’Alleanza sono di natura multiforme e multidirezionali, cosa che li rende difficili da prevedere e valutare. Le tensioni potrebbero portare a crisi dannose per la stabilità europea e perfino a conflitti armati, che potrebbero coinvolgere potenze esterne o espandersi sin dentro i paesi della Nato». Di fronte a questi e altri rischi, «la dimensione militare della nostra Alleanza resta un fattore essenziale, ma il fatto nuovo è che sarà più che mai al servizio di un concetto ampio di sicurezza». Definendo il concetto di sicurezza come qualcosa che non è circoscritto all’area nord-atlantica, si comincia a delineare la «Grande Nato».
Il «nuovo modello di difesa» dell’Italia
Tale strategia è fatta propria anche dall’Italia quando, sotto il sesto governo Andreotti, essa partecipa alla guerra del Golfo: i Tornado dell’aeronautica italiana effettuano 226 sortite per complessive 589 ore di volo, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense. E’ la prima guerra a cui partecipa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione.
Subito dopo la guerra del Golfo, durante il settimo governo Andreotti, il ministero della difesa italiano pubblica, nell’ottobre 1991, il rapporto Modello di Difesa / Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ’90. Il documento riconfigura la collocazione geostrategica dell’Italia, definendola «elemento centrale dell’area geostrategica che si estende unitariamente dallo Stretto di Gibilterra fino al Mar Nero, collegandosi, attraverso Suez, col Mar Rosso, il Corno d’Africa e il Golfo Persico». Considerata la «significativa vulnerabilità strategica dell’Italia» soprattutto per l’approvvigionamento petrolifero, «gli obiettivi permanenti della politica di sicurezza italiana si configurano nella tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tali termini, ovunque sia necessario», in particolare di quegli interessi che «direttamente incidono sul sistema economico e sullo sviluppo del sistema produttivo, in quanto condizione indispensabile per la conservazione e il progresso dell’attuale assetto politico e sociale della nazione».
Nel 1993 – mentre l’Italia sta partecipando all’operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentra quello Ciampi – lo Stato maggiore della difesa dichiara che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» per difendere ovunque gli «interessi vitali», al fine di «garantire il progresso e il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici».
Nel 1995, durante il governo Dini, lo stato maggiore della difesa fa un ulteriore passo avanti, affermando che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale».
Nel 1996, durante il governo Prodi, tale concetto viene ulteriormente sviluppato nella 47a sessione del Centro alti studi della difesa. «La politica della difesa – afferma il generale Angioni – diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera».
Viene in tal modo istituita una nuova politica militare e, contestualmente, una nuova politica estera la quale, usando come strumento la forza militare, viola il principio costituzionale, affermato dall’Articolo 11, che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Questa politica, introdotta attraverso decisioni apparentemente tecniche, viene di fatto istituzionalizzata passando sulla testa di un parlamento che, in stragrande maggioranza, se ne disinteressa o non sa neppure che cosa precisamente stia avvenendo.
La guerra contro la Iugoslavia
Poco tempo dopo essere stato enunciato, il «nuovo concetto strategico» viene messo in pratica nei Balcani. Nel luglio 1992 la Nato lancia la sua prima operazione di «risposta alle crisi», la Maritime Monitor, per imporre l’embargo alla Jugoslavia. Nei Balcani, tra l’ottobre ’92 e il marzo ’99, conduce undici operazioni: Deny Flight, Sharp Guard, Eagle Eye e altre. Il 28 febbraio 1994, durante la Deny Flight in Bosnia, la Nato effettua la prima azione di guerra nella sua storia. Viola così l’art. 5 della sua stessa carta costitutiva, poiché l’azione bellica non è motivata dall’attacco a un membro dell’Alleanza ed è effettuata fuori dalla sua area geografica.
Spento l’incendio in Bosnia (dove il fuoco resta sotto la cenere della divisione in stati etnici), i pompieri di Washington corrono a gettare benzina sul focolaio del Kosovo, dove è in corso da anni una rivendicazione di indipendenza da parte della maggioranza albanese (un milione e 800 mila persone, in confronto a 200 mila serbi, oltre 100 mila rom e goranci). Attraverso canali sotterranei in gran parte gestiti dalla Cia, un fiume di armi e finanziamenti, tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999, va ad alimentare l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), braccio armato del movimento separatista kosovaro-albanese. Eppure, ancora nei primi mesi del 1998, il Dipartimento di stato Usa, per bocca dell’inviato Gelbart, definisce l’Uck una organizzazione terroristica. Agenti della Cia dichiareranno successivamente di «essere entrati in Kosovo nel 1998 e 1999, in veste di osservatori dell’Osce incaricati di verificare il cessate il fuoco, stabilendo collegamenti con l’Uck e dandogli manuali statunitensi di addestramento militare e consigli su come combattere l’esercito iugoslavo e la polizia serba, telefoni satellitari e apparecchi Gps, così che i comandanti della guerriglia potessero stare in contatto con la Nato e Washington». L’Uck può così scatenare un’offensiva contro le truppe federali e i civili serbi, con centinaia di attentati e rapimenti.
Mentre gli scontri tra le forze iugoslave e quelle dell’Uck provocano vittime da ambo le parti, una potente campagna politico-mediatica prepara l’opinione pubblica internazionale all’intervento della Nato, presentato come l’unico modo per fermare la «pulizia etnica» serba in Kosovo. A tale scopo viene fatta fallire l’opera di mediazione della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che, nell’autunno 1998, invia una sua missione in Kosovo con il compito di vagliare le possibilità di pace e fermare la guerra denunciando le violazioni. E’ a questo punto che, alla metà di gennaio 1999, viene fuori a Racak, zona controllata dall’Uck, l’«eccidio» di 45 «civili albanesi»: sono, dimostreranno in seguito i medici legali di una commissione indipendente finlandese, combattenti albanesi vittime negli scontri, non civili indifesi. Dando immediatamente per buona la versione dell’eccidio di civili, il capo della missione Osce, lo statunitense William Walzer (già agente della Cia in Salvador negli anni Ottanta), ritira la missione internazionale. I serbi vengono accusati di «pulizia etnica», nonostante che un rapporto Onu del gennaio 1999 valuti il numero di sfollati, sia albanesi che serbi e rom, in circa 60 mila, e la stessa missione Osce non abbia parlato sino a quel momento, nei suoi rapporti, di pulizia etnica. Vi sono evidentemente degli eccidi, commessi dall’una e dall’altra parte, non però la «pulizia etnica» che serve a motivare l’intervento armato degli Stati Uniti e dei loro alleati.
La guerra, denominata «Operazione forza alleata», inizia il 24 marzo 1999. Mentre gli aerei di Stati Uniti e altri paesi della Nato sganciano le prime bombe sulla Serbia e il Kosovo, il presidente democratico Clinton annuncia: «Alla fine del XX secolo, dopo due guerre mondiali e una guerra fredda, noi e i nostri alleati abbiamo la possibilità di lasciare ai nostri figli un’Europa libera, pacifica e stabile». Determinante, nella guerra, è il ruolo dell’Italia: il governo D’Alema mette il territorio italiano, in particolare gli aeroporti, a completa disposizione delle forze armate degli Stati Uniti e altri paesi, per attuare quello che il presidente del consiglio definisce «il diritto d’ingerenza umanitaria».
Per 78 giorni, decollando soprattutto dalle basi italiane, 1.100 aerei effettuano 38mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili. Il 75 per cento degli aerei e il 90 per cento delle bombe e dei missili vengono forniti dagli Stati Uniti. Statunitense è anche la rete di comunicazione, comando, controllo e intelligence (C3I) attraverso cui vengono condotte le operazioni: «Dei 2.000 obiettivi colpiti in Serbia dagli aerei della Nato – documenta successivamente il Pentagono – 1.999 vengono scelti dall’intelligence statunitense e solo uno dagli europei».
Sistematicamente, i bombardamenti smantellano le strutture e infrastrutture della Serbia e del Kosovo, provocando vittime soprattutto tra i civili. I danni che ne derivano per la salute e l’ambiente sono inquantificabili. Solo dalla raffineria di Pancevo fuoriescono, a causa dei bombardamenti, migliaia di tonnellate di sostanze chimiche altamente tossiche (compresi diossina e mercurio). Altri danni vengono provocati dal massiccio impiego da parte della Nato di proiettili a uranio impoverito, già usati nella guerra del Golfo.
Ai bombardamenti partecipano anche 54 aerei italiani, che compiono 1.378 sortite, attaccando gli obiettivi indicati dal comando statunitense. «Per numero di aerei siamo stati secondi solo agli Usa. … L’Italia è un grande paese e non ci si deve stupire dell’impegno dimostrato in questa guerra», dichiara il presidente del consiglio D’Alema durante la visita compiuta il 10 giugno 1999 alla base di Amendola, sottolineando che, per i piloti che vi hanno partecipato, è stata «una grande esperienza umana e professionale».
Il 10 giugno 1999, le truppe della Federazione iugoslava cominciano a ritirarsi dal Kosovo e la Nato mette fine ai bombardamenti. La risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che assume i contenuti della pace firmata a Kumanovo in Macedonia, «autorizza stati membri e rilevanti organizzazioni internazionali a stabilire la presenza internazionale di sicurezza in Kosovo, come disposto nell’annesso 2.4». L’annesso 2.4 dispone che la presenza internazionale deve avere una «sostanziale partecipazione della Nato» ed essere dispiegata «sotto controllo e comando unificati». A chi spetti il comando lo ha già chiarito il giorno prima il presidente Clinton, sottolineando che l’accordo sul Kosovo prevede «lo spiegamento di una forza internazionale di sicurezza con la Nato come nucleo, il che significa una catena di comando unificata della Nato». «Oggi la Nato affronta la sua nuova missione: quella di governare», commenta The Washington Post.
Finita la guerra, vengono inviati in Kosovo dal «Tribunale per i crimini nella ex Iugoslavia» oltre 60 agenti dell’Fbi statunitense, ma non vengono trovate tracce di eccidi tali da giustificare l’accusa di «pulizia etnica». Il Kosovo, divenuto una sorta di protettorato della Nato, viene di fatto distaccato dalla Federazione Iugoslava. Gli Usa, in aperto disprezzo degli accordi di Kumanovo, costruiscono presso Urosevac, Camp Bondsteel, la più grande base militare statunitense di tutta l’area, destinata a rimanervi per sempre. Contemporaneamente, sotto la copertura della «Forza di pace», l’ex Uck terrorizza ed espelle dal Kosovo oltre 260mila serbi, rom, albanesi «collaborazionisti» ed ebrei.
Il superamento dell’articolo 5 e la conferma della leadership Usa
Mentre è in corso la guerra contro la Iugoslavia, viene convocato a Washington, il 23-25 aprile 1999, il vertice della Nato che ufficializza il «nuovo concetto strategico»: nasce «una nuova Alleanza più grande, più capace e più flessibile, impegnata nella difesa collettiva e capace di intraprendere nuove missioni, tra cui l’attivo impegno nella gestione delle crisi, incluse le operazioni di risposta alle crisi». Da alleanza che, in base all’articolo 5 del trattato del 4 aprile 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, essa viene trasformata in alleanza che, in base al nuovo «concetto strategico», impegna i paesi membri anche a «condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza».
A scanso di equivoci, il presidente democratico Clinton chiarisce che gli alleati nord-atlantici «riaffermano la loro prontezza ad affrontare, in appropriate circostanze, conflitti regionali al di là del territorio dei membri della Nato». Alla domanda di quale sia l’area geografica in cui la Nato è pronta a intervenire, «il Presidente si rifiuta di specificare a quale distanza la Nato intende proiettare la propria forza, dicendo che non è questione di geografia». In altre parole, la Nato intende proiettare la propria forza militare al di fuori dei propri confini non solo in Europa, ma anche in altre regioni.
Ciò che non cambia, nella mutazione genetica della Nato, è la gerarchia all’interno dell’Alleanza. La Casa Bianca dice a chiare lettere che «la Nato, come garante della sicurezza europea, deve svolgere un ruolo dirigente nel promuovere un’Europa più integrata e sicura» e che «noi manterremo in Europa circa 100 mila militari per contribuire alla stabilità regionale, sostenere i nostri vitali legami transatlantici e conservare la leadership degli Stati uniti nella Nato». Dunque, un’Europa stabile sotto la Nato e una Nato stabilmente sotto gli Stati Uniti.
La Nato alla conquista dell’Est
Inizia contemporaneamente l’espansione della Nato nel territorio dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex Unione Sovietica. Nel 1999 essa ingloba i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004, si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Repubblica iugoslava). Al vertice di Bucarest, nell’aprile 2008, viene deciso l’ingresso di Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e Croazia (già parte della Repubblica iugoslava). Viene inoltre preparato l’ingresso nell’Alleanza dell’ex repubblica iugoslava di Macedonia e di Ucraina e Georgia, già parte dell’Urss. Si afferma infine che continuerà la «politica della porta aperta» per permettere ad altri paesi ancora di entrare un giorno nella Nato.
Gli Stati Uniti riescono così nel loro intento: sovrapporre a un’Europa basata sull’allargamento della Ue un’Europa basata sull’allargamento della Nato. Entrando nella Nato, i paesi dell’Europa orientale, comprese alcune repubbliche dell’ex Urss, vengono a essere più direttamente sotto il controllo degli Stati Uniti che mantengono nell’Alleanza una posizione predominante. Basti pensare che il Comandante supremo alleato in Europa è, per una sorta di diritto ereditario, un generale statunitense nominato dal presidente, e che tutti gli altri comandi chiave sono controllati direttamente dal Pentagono.
Per di più, i nuovi paesi membri devono riconvertire gli armamenti e le infrastrutture militari secondo gli standard Nato: ciò avvantaggia l’industria bellica statunitense, dato che l’acquisto di armi statunitensi viene posto da Washington quale condizione per l’ammissione alla Nato. In tal modo gli Stati uniti si assicurano una serie di strumenti militari ed economici, e quindi politici, per tenere questi paesi in posizione gregaria all’interno della Nato alle dirette dipendenze di Washington. Non solo: poiché Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania e Bulgaria entrano nella Ue tra il 2004 e il 2007, Washington si assicura notevoli strumenti di pressione all’interno della stessa Unione europea per orientare le sue scelte politiche e strategiche.
La Nato in Afghanistan
La costituzione dell’Isaf (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza) viene autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu con la risoluzione 1386 del 20 dicembre 2001. Suo compito è quello di assistere l’autorità ad interim afghana a Kabul e dintorni. Secondo l’art. VII della Carta delle Nazioni unite, l’impiego delle forze armate messe a disposizione da membri dell’Onu per tali missioni deve essere stabilito dal Consiglio di sicurezza coadiuvato dal Comitato di stato maggiore, composto dai capi di stato maggiore dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Anche se tale comitato non esiste, l’Isaf resta fino all’agosto 2003 una missione Onu, la cui direzione viene affidata in successione a Gran Bretagna, Turchia, Germania e Olanda.
Ma improvvisamente, l’11 agosto 2003, la Nato annuncia di aver «assunto il ruolo di leadership dell’Isaf, forza con mandato Onu». E’ un vero e proprio colpo di mano: nessuna risoluzione del Consiglio di sicurezza autorizza la Nato ad assumere la leadership, ossia il comando, dell’Isaf. Solo a cose fatte, nella risoluzione 1659 del 15 febbraio 2006, il Consiglio di sicurezza «riconosce il continuo impegno della Nato nel dirigere l’Isaf».
A guidare la missione, dall’11 agosto 2003, non è più l’Onu ma la Nato: il quartier generale Isaf viene infatti inserito nella catena di comando della Nato, che sceglie di volta in volta i generali da mettere a capo dell’Isaf. Come sottolinea un comunicato del giugno 2006, «la Nato ha assunto il comando e il coordinamento dell’Isaf nell’agosto 2003: questa è la prima missione al di fuori dell’area euro-atlantica nella storia della Nato». E poiché il «comandante supremo alleato» è sempre un generale statunitense, la missione Isaf viene di fatto inserita nella catena di comando del Pentagono. Nella stessa catena di comando sono inseriti i militari italiani assegnati all’Isaf, insieme a elicotteri e aerei, compresi i Tornado.
Il «disegno di ordine e pace» della Nato in Afghanistan ha ben altri scopi di quelli dichiarati: non la liberazione dell’Afghanistan dai talebani, che erano stati addestrati e armati in Pakistan in una operazione concordata con la Cia per conquistare il potere a Kabul, ma l’occupazione dell’Afghanistan, area di primaria importanza strategica per gli Stati Uniti. Lo dimostrano le basi permanenti che hanno qui installato, tra cui quelle aeree di Bagram, Kandahar e Shindand. A queste basi se ne aggiungeranno probabilmente altre nove.
Per capire il perché basta guardare la carta geografica: l’Afghanistan è al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale. In quest’area (nel Golfo e nel Caspio) si trovano le maggiori riserve petrolifere del mondo. Si trovano tre grandi potenze – Cina, Russia e India – la cui forza complessiva sta crescendo e influendo sugli assetti globali. Come aveva avvertito il Pentagono nel rapporto del 30 settembre 2001, «esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse». Da qui la necessità di «pacificare» l’Afghanistan per disporre senza problemi del suo territorio. Ma, impegnati su troppi fronti, gli Usa non ce la fanno. Ecco quindi il coinvolgimento degli alleati Nato sotto paravento Onu, sempre agli ordini di un generale statunitense.
Il sostegno Nato a Israele
Nell’aprile 2001 Israele firma al quartier generale della Nato a Bruxelles l’«accordo di sicurezza», impegnandosi a proteggere le «informazioni classificate» che riceverà nel quadro della cooperazione militare.
Nel luglio 2001 il Pentagono dà il nullaosta per la fornitura a Israele dei primi 1000 kit Jdam, realizzati dalla Boeing in collaborazione con la joint-venture italo-inglese Alenia Marconi Systems: questo nuovo sistema di guida rende «intelligenti» le bombe aeree «stupide» permettendo agli F-16 israeliani di colpire simultaneamente più obiettivi a oltre 50 km di distanza.
Nel giugno 2003 il governo italiano stipula con quello israeliano un memorandum d’intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa, che prevede tra l’altro lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema di guerra elettronica.
Nel gennaio 2004 un aereo radar Awacs della Nato atterra per la prima volta a Tel Aviv e il personale israeliano viene addestrato all’uso delle sue tecnologie.
Nel dicembre 2004 viene data notizia che la Germania fornirà a Israele altri due sottomarini Dolphin, che si aggiungeranno ai tre (di cui due regalati) consegnati negli anni ’90. Israele può così potenziare la sua flotta di sottomarini da attacco nucleare, tenuti costantemente in navigazione nel Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo Persico.
Nel febbraio 2005 il segretario generale della Nato compie la prima visita ufficiale a Tel Aviv, dove incontra le massime autorità militari israeliane per «espandere la cooperazione militare».
Nel marzo 2005 si svolge nel Mar Rosso la prima esercitazione navale congiunta Israele-Nato: il comando del gruppo navale della «Forza di risposta della Nato» è affidato alla marina italiana che vi partecipa con la fregata Bersagliere.
Nel maggio 2005, dopo essere stato ratificato al senato e alla camera, il memorandum d’intesa italo-israeliano diviene legge: viene così istituzionalizzata la cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi riguardo l’«importazione, esportazione e transito di materiali militari», l’«organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento».
Nel maggio 2005 Israele viene ammesso quale membro dell’Assemblea parlamentare della Nato.
Nel giugno 2005 la marina israeliana partecipa a una esercitazione Nato nel Golfo di Taranto.
Nel luglio 2005 truppe israeliane partecipano per la prima volta a una esercitazione Nato «anti-terrorismo», che si svolge in Ucraina.
Nel giugno 2006 una nave da guerra israeliana partecipa a una esercitazione Nato nel Mar Nero allo scopo di «creare una migliore interoperabilità tra la marina israeliana e le forze navali Nato».
Nell’ottobre 2006, Nato e Israele concludono un accordo che stabilisce una più stretta cooperazione israeliana al programma Nato «Dialogo mediterraneo», il cui scopo è «contribuire alla sicurezza e stabilità della regione». In tale quadro, «Nato e Israele si accordano sulle modalità del contributo israeliano all’operazione marittima della Nato Active Endeavour» (Nato/Israel Cooperation, 16 ottobre 2006). Israele viene così premiato dalla Nato per l’attacco e l’invasione del Libano. Le forze navali israeliane, che insieme a quelle aeree e terrestri hanno appena martellato il Libano con migliaia di tonnellate di bombe facendo strage di civili, vengono integrate nella operazione Nato che dovrebbe «combattere il terrorismo nel Mediterraneo». Le stesse forze navali che, bombardando la centrale elettrica di Jiyyeh sulle coste libanesi, hanno provocato una enorme marea nera diffusasi nel Mediterraneo (la cui bonifica verrà a costare centinaia di milioni di dollari), collaborano ora con la Nato per «contribuire alla sicurezza della regione».
Il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell’attacco israeliano a Gaza, la Nato ratifica il «Programma di cooperazione individuale» con Israele. Esso comprende una vasta gamma di campi in cui «Nato e Israele coopereranno pienamente»: controterrorismo, tra cui scambio di informazioni tra i servizi di intelligence; connessione di Israele al sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti; aumento delle esercitazioni militari congiunte Nato-Israele; allargamento della cooperazione nella lotta contro la proliferazione nucleare (ignorando che Israele, unica potenza nucleare della regione, ha rifiutato di firmare il Trattato di non-proliferazione).
La Nato «a caccia di pirati» nell’Oceano Indiano
Nell’ottobre 2008, un gruppo navale della Nato, lo Standing Nato Maritime Group 2 (Snmg2) attraversa il Canale di Suez, entrando nell’Oceano Indiano. Ne fanno parte navi da guerra di Italia, Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Grecia e Turchia. Lo Snmg2 è il successore della Standing Naval Force Mediterranean (Stanavformed), la forza navale permanente del Mediterraneo, costituita nel 1992 dalla Nato in base al «nuovo concetto strategico». Questo gruppo navale (il cui comando è assunto a rotazione dai paesi membri) fa parte di una delle tre componenti dello Allied Joint Force Command Naples, il cui comando è permanentemente attribuito a un ammiraglio statunitense, lo stesso che comanda le Forze navali Usa in Europa. L’area in cui opera lo Snmg2 non ha ormai più confini, in quanto esso costituisce una delle unità della «Forza di risposta della Nato», pronta a essere proiettata «per qualsiasi missione in qualsiasi parte del mondo».
Scopo ufficiale della missione dello Snmg2 nell’Oceano Indiano è condurre «operazioni anti-pirateria» lungo le coste della Somalia, scortando i mercantili che trasportano gli aiuti alimentari del World Food Program delle Nazioni Unite. In questo «sforzo umanitario», la Nato «continua a coordinare la sua assistenza con l’operazione Enduring Freedom a guida Usa». Sorge quindi il dubbio che, dietro questa missione Nato, vi sia ben altro. In Somalia, la politica statunitense sta subendo un nuovo scacco: le truppe etiopiche, qui inviate nel 2006 dopo il fallimento del tentativo della Cia di rovesciare le Corti islamiche sostenendo una coalizione «anti-terrorismo» dei signori della guerra, sono state costrette a ritirarsi dalla resistenza somala.
Washington prepara quindi altre operazioni militari per estendere il proprio controllo alla Somalia, provocando altre disastrose conseguenze sociali. Esse sono alla base dello stesso fenomeno della pirateria, nato in seguito alla pesca illegale da parte di flotte straniere e allo scarico di sostanze tossiche nelle acque somale, che hanno rovinato i piccoli pescatori, diversi dei quali sono ricorsi alla pirateria. Nella strategia statunitense e Nato, la Somalia è importante per la sua stessa posizione geografica sulle coste dell’Oceano Indiano. Per controllare quest’area è stata stazionata a Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso, una task force statunitense. L’intervento militare, diretto e indiretto, in questa e altre aree si intensifica ora con la nascita del Comando Africa degli Stati uniti. E’ nella sua «area di responsabilità» che viene inviato il gruppo navale Nato.
Esso ha però anche un’altra missione ufficiale: visitare alcuni paesi del Golfo persico (Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati arabi uniti), partner Nato nel quadro dell’Iniziativa di cooperazione di Istanbul. Le navi da guerra della Nato vanno così ad aggiungersi alle portaerei e molte altre unità che gli Usa hanno dislocato nel Golfo e nell’Oceano Indiano, in funzione anti-Iran e per condurre, anche con l’aviazione navale, la guerra aerea in Afghanistan.
La guerra contro la Libia
Il 19 marzo 2011 inizia il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettua 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Vengono inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venhono finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L’intera operazione,chiarisce l’ambasciatore Usa presso la Nato, viene diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. Viene così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l’impresa a una«rivoluzione ispiratrice» che gli Usa sono fieri di sostenere, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà».
Se ne vedono presto i risultati. Lo stato unitario comincia a disgregarsi. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si autoproclama di fatto indipendente. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania restano solo quelli davanti alle coste della capitale. Così le grandi compagnie petrolifere, cui la Libia di Gheddafi concedeva ristretti margini di guadagno, potranno ottenere dai capi locali, l’uno contro l’altro, condizioni ottimali. Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende la sua «missione di appoggio in Libia», complimentandosi per «i positivi sviluppi» che«migliorano le prospettive di un futuro democratico, pacifico e prospero». Non può però evitare di esprimere «preoccupazione» per «le continue detenzioni illegali, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». Opera delle milizie armate, alimentate dalla politica del «divide et impera» del nuovo impero. Usate per accendere focolai di guerra in altri paesi, come dimostra il fatto che a Tripoli c’è un campo di addestramento dei «ribelli siriani». In Libia le prime vittime sono gli immigrati dall’Africa subsahariana che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra con cui la Nato ha demolito lo Stato libico.
La guerra contro la Siria
Nell’ottobre 2012 il Consiglio atlantico denuncia «gli atti aggressivi del regime siriano al confine sudorientale della Nato», pronto a far scattare l’articolo 5 che impegna ad assistere con la forza armata il paese membro «attaccato», la Turchia. Ma è già in atto il «non-articolo 5» – introdotto durante la guerra alla Iugolavia e applicato contro l’Afghanistan e la Libia – che autorizza operazioni non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza. Eloquenti sono le immagini degli edifici di Damasco e Aleppo devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati. Circa 200 specialisti delle forze d’élite britanniche Sas e Sbs – riporta il Daily Star – operano in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi.
La forza d’urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen – riferisce l’inviato del Guardian ad Aleppo – gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue. Forniti di passaporti falsi (specialità Cia), i combattenti affluiscono nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia ha aperto centri di formazione militare. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar che, come in Libia, fornisce anche forze speciali.
Il comando delle operazioni è a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Intanto, sul monte Cassius a ridosso della Siria, la Nato sta costruendo una nuova base di spionaggio elettronico, che si aggiunge a quella radar di Kisecik e a quella aerea di Incirlik. A Istanbul è stato aperto un centro di propaganda dove dissidenti siriani, formati dal Dipartimento di stato Usa, confezionano le notizie e i video che vengono diffusi tramite reti satellitari. La guerra Nato contro la Siria è dunque già in atto, con la motivazione ufficiale di aiutare il paese a liberarsi dal regime di Assad. Come in Libia, si è infilato un cuneo nelle fratture interne per far crollare lo stato, strumentalizzando la tragedia delle popolazioni travolte.
Lo scopo è lo stesso: Siria, Iran e Iraq hanno firmato nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che, entro il 2016, dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo. La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, può divenire un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. Per questo si vuole colpire e occupare.
Le armi nucleari Usa/Nato in Europa
Gli Stati uniti, mentre sono impegnati a Ginevra a denuclearizzare l’Iran, nuclearizzano l’Europa potenziando le armi mantenute in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia. Sono circa 200 bombe B-61, che si aggiungono alle oltre 500 testate nucleari francesi e britanniche pronte al lancio. Secondo una stima al ribasso, in Italia ve ne sono 70-90, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre. Ma ce ne potrebbero essere di più, anche in altri siti. Tantomeno si conosce quante armi nucleari sono a bordo delle unità della Sesta flotta e altre navi da guerra che approdano nei nostri porti. Quello che ufficialmente si sa è che ora le B-61 vengono trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti» che, grazie a un sistema di guida satellitare e laser, potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo. Le nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, avranno una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima).
Altri aspetti, emersi da una audizione della sottocommissione del Congresso sulle forze strategiche (29 ottobre), gettano una luce ancora più inquietante sull’intera faccenda. Washington ribadisce che «la Nato resterà una alleanza nucleare» e che, «anche se la Nato si accordasse con la Russia per una riduzione delle armi nucleari in Europa, avremmo sempre l’esigenza di completare il programma della B61-12». La nuova arma sostituirà le cinque varianti dell’attuale B61, compresa la bomba penetrante anti-bunker B61-11 da 400 kiloton, e la maxi-bomba B83 da 1200 kiloton. In altre parole, avrà la stessa capacità distruttiva di queste bombe più potenti.
Allo stesso tempo la B61-12 «sarà integrata col caccia F-35 Joint Strike Fighter», fatto doppiamente importante perché «l’F-35 è destinato a divenire l’unico caccia a duplice capacità nucleare e convenzionale delle forze aeree degli Stati uniti e di molti paesi alleati». Quella che arriverà tra non molto in Italia e in altri paesi europei, non è dunque una semplice versione ammodernata della B-61, ma un’arma polivalente che svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare. Poiché le bombe anti-bunker non sono oggi schierate in Europa, l’introduzione della B61-12, che svolge anche la loro funzione, potenzia la capacità offensiva delle forze nucleari Usa/Nato in Europa.
I piloti italiani – che vengono addestrati all’uso delle B-61 con i caccia Tornado, come è stato fatto nell’esercitazione «Steadfast Noon» svoltasi ad Aviano e Ghedi nella seconda metà di ottobre, saranno tra non molto addestrati all’attacco nucleare con gli F-35 armati con le B61-12. In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione che la impegna a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi direttamente o indirettamente». E gli Stati uniti lo violano perché si sono impegnati a «non trasferire a chicchessia armi nucleari né il controllo su tali armi».
Il nuovo confronto militare Ovest-Est
Mosca si oppone allo «scudo antimissile», che permetterebbe agli Usa di lanciare un first strike nucleare sapendo di poter neutralizzare la ritorsione. È contraria all’ulteriore espansione della Nato ad est e al piano Usa/Nato di demolire la Siria e l’Iran nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia/Pacifico. Tutto questo viene visto a Mosca come un tentativo di acquisire un netto vantaggio strategico sulla Russia (oltre che sulla Cina). Sono solo «vecchi stereotipi della guerra fredda», come sostiene il presidente Obama? Non si direbbe, visto il programma annunciato dalla Nato nel 2013. Esso prevede «più ambiziose e frequenti esercitazioni militari» a ridosso della Russia. Tra queste la «Brilliant Arrow», effettuata in Norvegia con cacciabombardieri Nato (anche italiani) a duplice capacità convenzionale e nucleare; la «Steadfast Jazz», con lo spiegamento di cacciabombardieri Nato in Polonia, Lituania e Lettonia, al confine russo; la «Brilliant Mariner», effettuata da navi da guerra Nato nel Mare del Nord e nel Mar Baltico.
Gli Usa e gli alleati Nato stanno accrescendo la pressione militare sulla Russia la quale, ovviamente, non si limita a quella che Obama definisce «retorica anti-americana». Dopo che gli Usa hanno deciso di installare uno «scudo» missilistico anche sull’isola di Guam nel Pacifico occidentale, il Comando delle forze strategiche russe ha annunciato che sta costruendo un nuovo missile da 100 tonnellate «in grado di superare qualsiasi sistema di difesa missilistica». Ed è già in navigazione il primo sottomarino nucleare della nuova classe Borey, lungo 170 m, capace di scendere a 450 m di profondità, armato di 16 missili Bulava con raggio di 9mila km e 10 testate nucleari multiple indipendenti, in grado di manovrare per evitare i missili intercettori.
Su questo e altro i media europei, in particolare quelli italiani campioni di disinformazione, praticamente tacciono. Così la stragrande maggioranza ha l’impressione che la guerra minacci solo regioni «turbolente», come il Medio Oriente e il Nordafrica, senza accorgersi che la «pacifica» Europa sta divenendo di nuovo, sulla scia della strategia Usa, la prima linea di un confronto militare non meno pericoloso di quello della guerra fredda.
L’operazione Nato in Ucraina
L’operazione condotta dalla Nato in Ucraina inizia quando nel 1991, dopo il Patto di Varsavia, si disgrega anche l’Unione Sovietica di cui essa faceva parte. Gli Stati Uniti e gli alleati europei si muovono subito per trarre il massimo vantaggio dalla nuova situazione geopolitica. L’Ucraina – il cui territorio di oltre 600mila km2 fa da cuscinetto tra Nato e Russia ed è attraversato dai corridoi energetici tra Russia e Ue – non entra nella Nato, come hanno fatto altri paesi dell’ex Urss ed ex Patto di Varsavia. Entra però a far parte del «Consiglio di cooperazione nord-atlantica» e, nel 1994, della «Partnership per la pace», contribuendo alle operazioni di «peacekeeping» nei Balcani.
Nel 2002 viene adottato il «Piano di azione Nato-Ucraina» e il presidente Kuchma annuncia l’intenzione di aderire alla Nato. Nel 2005, sulla scia della «rivoluzione arancione», il presidente Yushchenko viene invitato al summit Nato a Bruxelles. Subito dopo viene lanciato un «dialogo intensificato sull’aspirazione dell’Ucraina a divenire membro della Nato» e nel 2008 il summit di Bucarest dà luce verde al suo ingresso. Nel 2009 Kiev firma un accordo che permette il transito terrestre in Ucraina di rifornimenti per le forze Nato in Afghanistan. Ormai l’adesione alla Nato sembra certa ma, nel 2010, il neoeletto presidente Yanukovych annuncia che, pur continuando la cooperazione, l’adesione alla Nato non è nell’agenda del suo governo.
Nel frattempo però la Nato è riuscita a tessere una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Alti ufficiali partecipano da anni a corsi del Nato Defense College a Roma e a Oberammergau (Germania), su temi riguardanti l’integrazione delle forze armate ucraine con quelle Nato. Nello stesso quadro si inserisce l’istituzione, presso l’Accademia militare ucraina, di una nuova «facoltà multinazionale» con docenti Nato. Notevolmente sviluppata anche la cooperazione tecnico-scientifica nel campo degli armamenti per facilitare, attraverso una maggiore interoperabilità, la partecipazione delle forze armate ucraine a «operazioni congiunte per la pace» a guida Nato.
Inoltre, dato che «molti ucraini mancano di informazioni sul ruolo e gli scopi dell’Alleanza e conservano nella propria mente sorpassati stereotipi della guerra fredda», la Nato istituisce a Kiev un Centro di informazione che organizza incontri e seminari e anche visite di «rappresentanti della società civile» al quartier generale di Bruxelles.
E poiché non esiste solo ciò che si vede, è evidente che la Nato ha una rete di collegamenti negli ambienti militari e civili molto più estesa di quella che appare. Lo conferma il tono di comando con cui il segretario generale della Nato si rivolge il 20 febbraio alle forze armate ucraine, avvertendole di «restare neutrali», pena «gravi conseguenze negative per le nostre relazioni». La Nato si sente ormai sicura di poter compiere un altro passo nella sua espansione ad Est, inglobando l’Ucraina o una sua parte, mentre continua la sua campagna contro «i sorpassati stereotipi della guerra fredda».
Questa strategia viene confermata dalla riunione dei ministri Nato della difesa, svoltasi il 26-27 febbraio 2014 al quartier generale di Bruxelles. Primo punto all’ordine del giorno l’Ucraina, con la quale – sottolineano i ministri nella loro dichiarazione – la Nato ha una «distintiva partnership» nel cui quadro continua ad «assisterla per la realizzazione delle riforme». Prioritaria «la cooperazione militare» (grimaldello con cui la Nato è penetrata in Ucraina). I ministri «lodano le forze armate ucraine per non essere intervenute nella crisi politica» (lasciando così mano libera ai gruppi armati) e ribadiscono che per «la sicurezza euro-atlantica» è fondamentale una «Ucraina stabile» (ossia stabilmente sotto la Nato).
I ministri trattano quindi il tema centrale della Connected Forces Initiative, la quale prevede una intensificazione dell’addestramento e delle esercitazioni che, unitamente all’uso di tecnologie militari sempre più avanzate, permetterà alla Nato di mantenere un’alta «prontezza operativa ed efficacia nel combattimento». Per verificare la preparazione, si svolgerà nel 2015 una delle maggiori esercitazioni Nato «dal vivo», con la partecipazione di forze terrestri, marittime e aeree di tutta l’Alleanza. La prima di una serie, che l’Italia si è offerta di ospitare.
Viene allo stesso tempo potenziata la «Forza di risposta della Nato» che, composta da unità terrestri, aeree e marittime fornite e rotazione dagli alleati, è pronta ad essere proiettata in qualsiasi momento in qualsiasi teatro bellico. Nell’addestramento dei suoi 13mila uomini, svolge un ruolo chiave il nuovo quartier generale delle Forze per le operazioni speciali che, situato in Belgio, è comandato dal vice-ammiraglio statunitense Sean Pybus dei Navy SEALs.
La preparazione di queste forze rientra nel nuovo concetto strategico adottato dall’Alleanza, sulla scia del riorientamento strategico statunitense. Per spiegarlo meglio interviene a Bruxelles il segretario alla difesa Chuck Hagel, che ha da poco annunciato un ridimensionamento delle forze terrestri Usa da 520mila e circa 450mila militari. Ma, mentre riduce le truppe, il Pentagono accresce le forze speciali da 66mila a 70mila, con uno stanziamento aggiuntivo di 26 miliardi di dollari per l’addestramento. Gli Usa, spiega Hagel, «non intendono più essere coinvolti in grandi e prolungate operazioni di stabilità oltremare, sulla scala di quelle dell’Iraq e l’Afghanistan». È il nuovo modo di fare la guerra, condotta in modo coperto attraverso forze speciali infiltrate, droni armati, gruppi (anche esterni) finanziati e armati per destabilizzare il paese, che preparano il terreno all’attacco condotto da forze aeree e navali.
Il ruolo dell’Italia nella Nato
«Amore per il popolo italiano»: lo dichiara il presidente Obama nel febbraio 2013, ricevendo alla Casa Bianca il presidente Napolitano. Perché tanto amore? Il popolo italiano «accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo». Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori. Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità.
Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli). «Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia Usa/Nato che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.
Il Comando della forza congiunta alleata a Napoli (Jfc Naples) è tenuto ufficialmente in «standby», ossia pronto in qualsiasi momento a entrare in guerra. Il nuovo quartier generale a Lago Patria, costruito per uno staff di oltre 2mila militari ed espandibile per «la futura crescita della Nato», è in piena attività. Avamposto delle operaziont militari del Jfc Naples è la Turchia, dove la Nato ha oltre venti basi aeree, navali e di spionaggio elettronico. A queste è stato aggiunto uno dei più importanti comandi Nato: il Landcom, responsabile di tutte le forze terrestri dei 28 paesi membri, attivato a Izmir (Smirne). Lo spostamento del comando delle forze terrestri dall’Europa alla Turchia – a ridosso del Medio Oriente (in particolare Siria e Iran) e del Caspio – indica che, nei piani Usa/Nato, si prevede l’impiego anche di forze terrestri, soprattutto europee, in quest’area di primaria importanza strategica.
Il Jfc Naples è agli ordini di un ammiraglio statunitense, che è allo stesso tempo comandante della Forza congiunta alleata a Napoli, delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali del Comando Africa. Un gioco strategico delle tre carte, che permette al Pentagono di mantenere sempre il comando. E l’Europa? Essa è importante per gli Usa geograficamente, chiarisce il Comandante supremo alleato: le basi in Europa non sono residui «bastioni della guerra fredda», ma «basi operative avanzate» che permettono agli Usa di sostenere sia il Comando Africa che il Comando centrale nella cui area rientra il Medio Oriente. Sono quindi essenziali per «la sicurezza del 21° secolo», garantita da una «potente e capace alleanza» diretta dagli Usa, che possiede «24mila aerei da combattimento, 800 navi militari oceaniche, 50 aerei radar Awacs».
Una alleanza (questo non lo dice) la cui spesa militare ammonta a oltre 1000 miliardi di dollari annui, equivalenti al 57% del totale mondiale. A fare da locomotiva della spesa militare mondiale, salita nel 2012 a 1753 miliardi di dollari, sono ancora gli Stati uniti, con 682 miliardi, equivalenti a circa il 40% del totale mondiale. Quella italiana (documenta il Sipri) ammonta su base annua a circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero. Per mantenere sempre pronti alla guerra i comandi, come quello di Napoli, città con un numero record di disoccupati, tenuti in«standby» nella vana attesa di un posto di lavoro.
La relazione riprende il saggio pubblicato nel volume “SE DICI GUERRA.. Basi militari, tecnologie e profitti” (A cura di G. Piccin e con i contributi di G. Alioti, G. Casarrubea, R. De Simone, T. Di Francesco, M. Dinucci, A. Mazzeo, A. Pascolini), Kappa Vu Edizioni, Udine, 2014.

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 24 ottobre 2014

La legge elet­to­rale che Renzi intende varare entro l’anno è un sin­tomo della crisi demo­cra­tica nella quale ci avvi­tiamo e un’avvisaglia di nuove regres­sioni. Al pari delle altre «riforme» isti­tu­zio­nali dise­gnate da que­sto governo e con­sa­crate dal patto con Berlusconi.

Il con­fronto è alle prime bat­tute e quanto si cono­sce del merito non con­sente ana­lisi det­ta­gliate. Tanto più che, inve­stendo la durata della legi­sla­tura, ogni discus­sione sulla mate­ria si sa come comin­cia ma non come andrà a finire. Tutti gli osser­va­tori però con­cor­dano che Renzi farà di tutto pur di por­tare a casa il pre­mio di mag­gio­ranza alla lista, in omag­gio alla «voca­zione mag­gio­ri­ta­ria» del Pd teo­riz­zata sette anni or sono da Vel­troni. L’idea è di por­tare final­mente a com­pi­mento, con l’istituzione di un regime bipar­ti­tico, la «rivo­lu­zione bipo­lare» avviata negli anni Novanta.

Come leg­gere tale pro­getto? Comin­ciando col met­tere in chiaro che bipar­ti­ti­smo signi­fica due cose.

In primo luogo, quanto il pre­mier vagheg­gia è l’estensione a un più vasto set­tore poli­tico del modello auto­ri­ta­rio oggi appli­cato in seno al Pd nelle rela­zioni con gli oppo­si­tori interni. Un sistema bipar­ti­tico con­tem­pla due grandi for­ma­zioni in grado di con­ten­dersi la quasi tota­lità dell’elettorato, al netto dell’astensionismo. Ciò signi­fica che il capo di un sif­fatto par­tito sarà in con­di­zione di imporre obbe­dienza a tutte le sog­get­ti­vità costrette a con­ver­gere (e ammesse) nella sua orga­niz­za­zione. Sarà il domi­nus incon­tra­stato di un’ampia zona del ter­ri­to­rio poli­tico nazio­nale, costretta ad atte­nersi ai suoi dik­tat. Se a ciò aggiun­giamo che l’articolo 49 della Costi­tu­zione (stando al quale la vita dei par­titi dovrebbe svol­gersi ««con metodo demo­cra­tico») è oggi total­mente disat­teso (i par­titi sono feudi coman­dati da ristrette cer­chie sele­zio­nate in ragione della fedeltà al capo), è ragio­ne­vole pre­ve­dere un’ulteriore bru­tale lesione dei già com­pro­messi stan­dard di demo­cra­zia del paese.

Soste­nere in que­sta situa­zione che le coa­li­zioni elet­to­rali hanno fatto il loro tempo per­ché oggi «serve il plu­ra­li­smo in un solo par­tito» non è che la razio­na­liz­za­zione della scelta di pro­ster­narsi dinanzi al più forte senza badare a spese. Come la «sini­stra» del Pd ben sa (salvo non averne sin qui tratto le debite con­se­guenze), nelle inten­zioni (peral­tro dichia­rate) di Renzi il supe­ra­mento delle coa­li­zioni mira a un unico fine: gover­nare da solo, senza attar­darsi in media­zioni né dover fare con­ces­sioni a chic­ches­sia. Al mas­simo il plu­ra­li­smo nel Pd ren­ziano (e lo stesso vale per la con­tro­parte con­ser­va­trice o come dir si voglia) potrebbe rea­liz­zarsi secondo il modello del «par­la­men­ta­ri­smo nero» di gram­sciana memo­ria. Il quale, com’è noto, con­cer­neva il par­tito della nazione ai tempi del duce.

C’è poi un secondo tema, ancora più di fondo. Il citato arti­colo 49 della Carta sta­bi­li­sce che «tutti i cit­ta­dini hanno diritto di asso­ciarsi libe­ra­mente in par­titi per con­cor­rere (…) a deter­mi­nare la poli­tica nazio­nale». Se si è molto inge­nui, si può pen­sare che nes­suna legge elet­to­rale potrebbe sof­fo­care la libertà di asso­ciarsi. Ma una legge bipar­ti­tica la svuota, col pre­fi­gu­rare uno schema di con­ten­di­bi­lità del potere che sco­rag­gia la for­ma­zione di forze poli­ti­che minori.
Si obiet­terà: non ci sono forse «grandi demo­cra­zie» su basi bipar­ti­ti­che? Con que­sto bril­lante argo­mento si è pro­ce­duto vent’anni fa alle «riforme» che hanno «moder­niz­zato» la strut­tura isti­tu­zio­nale della Repub­blica, di fatto stra­vol­gendo la forma di governo par­la­men­tare. Per cui ci ritro­viamo una Costi­tu­zione mate­riale – un pre­si­den­zia­li­smo spu­rio per cui nes­suno si perita di lamen­tare che un pre­si­dente del Con­si­glio non sia stato «eletto dal popolo» – espo­sta a derive (in atto) di stampo fran­ca­mente autoritario.

Sta di fatto che quell’argomento, solo in appa­renza inec­ce­pi­bile (sulla demo­cra­ti­cità dei paesi anglo­sas­soni ci sarebbe molto da dire), è let­te­ral­mente fuori luogo quando si tratta dell’Italia, poi­ché il bipar­ti­ti­smo può con­ci­liarsi con accet­ta­bili stan­dard demo­cra­tici sol­tanto in paesi nei quali la sto­ria politico-culturale si è svi­lup­pata secondo uno schema duale. Di norma, mediante la con­tesa tra pro­gres­si­sti (social­de­mo­cra­tici o labu­ri­sti) e con­ser­va­tori (libe­rali), sulla base di una con­di­visa lealtà stra­te­gica nei con­fronti della strut­tura sociale esi­stente (la società capi­ta­li­stica). Non è que­sto il caso del nostro paese, che si è unito e ha vis­suto per 150 anni sullo sfondo di un più arti­co­lato ven­ta­glio di cul­ture politiche.

In Ita­lia non c’è sol­tanto la cul­tura libe­rale – laica o cat­to­lica; pro­gres­si­sta, mode­rata o rea­zio­na­ria – che oggi di fatto ispira la tota­lità delle forze poli­ti­che in par­la­mento. Hanno cit­ta­di­nanza anche posi­zioni cri­ti­che, a comin­ciare dalla cul­tura clas­si­sta legata alla sto­ria del movi­mento ope­raio. Posi­zioni che resi­stono, avendo dato un con­tri­buto deci­sivo alla costru­zione della demo­cra­zia ita­liana, ben­ché tutte le «riforme» di que­sti 20–25 anni abbiano mirato ad «asfal­tarle».
Ora Renzi vuol dare il colpo di gra­zia anche su que­sto ter­reno, incu­rante del fatto che ciò radi­ca­liz­ze­rebbe la crisi di rap­pre­sen­ta­ti­vità del sistema pro­vo­cando il defi­ni­tivo distacco dalla poli­tica di quanti già oggi diser­tano in massa gli appun­ta­menti elet­to­rali. Non è un errore dal suo punto di vista, né un sacri­fi­cio, con­si­de­rati i van­taggi che ci si ripro­mette di trarre dalla ridu­zione dello spet­tro degli inte­ressi sociali in grado di esi­gere rappresentanza.

Negli anni di Wei­mar Hans Kel­sen osservò che un sistema è demo­cra­tico sol­tanto se riflette la com­po­si­zione poli­tica del paese e sal­va­guarda i diritti delle mino­ranze. Per que­sto l’unico sistema elet­to­rale com­pa­ti­bile con l’ideale demo­cra­tico è il pro­por­zio­nale, posto che si è costretti ad affi­darsi alla rap­pre­sen­tanza. Quello che si pro­fila nella post-democrazia ita­liana, orfana di custodi della Costi­tu­zione, è l’esatto oppo­sto del modello kel­se­niano. A riprova del fatto che spesso dalla sto­ria non si impara nulla.

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Renzi e Marchionne

Su Marchionne ha ragione Crozza, e fin qui, si sa, Crozza è un comico, la spara grossa, ci scappa la risata, magari ci si pensa su per qualche giorno e poi tutto finisce lì. Ma se, invece, Marchionne avesse ragione su Renzi, verso il quale continua a rivolgere parole di apprezzamento?Marchionne, però, è il capo di un’azienda che ha optato per politiche interne assolutamente autoritarie, riducendo di fatto i diritti sindacali, acquisiti da decenni, è il capo di un’azienda che non lancia un modello nuovo da anni (per quanto riguarda la parte italiana), che parla di investimenti faraonici dei quali, al momento, non si è visto un centesimo, che ha appena delocalizzato la propria sede operativa e che, da quest’anno verserà i propri tributi alla Corona britannica e non più allo Stato italiano. A quale titolo si permette quindi di giudicare? Non sarebbe forse il caso di avere un minimo di pudore, visti i massicci trasferimenti di cui Fiat, nel corso degli anni ha goduto da parte del nostro settore pubblico?

Dal canto suo, Renzi continua a magnificare il cosiddetto «modello tedesco» e, in politica economica sembra avere una linea approssimativa e confusa: da un lato attua piccole manovre redistributive, dall’altro vara provvedimenti a senso unico a favore delle imprese, non curandosi delle possibili ricadute in termini occupazionali (vedi abolizione dell’articolo 18, ma non solo).

A mio parere, questa impostazione è erronea, perché in Italia abbiamo un problema economico strutturale, che va quindi affrontato in maniera radicale, compiendo scelte anche dolorose, contro corrente. E non sta scritto da nessuna parte che debbano essere sempre e solo i lavoratori a pagarne il conto. Tornando al «modello tedesco in stile renziano», pare che si vogliano adottare solo alcuni provvedimenti (modalità di licenziamento, mini-jobs e midi-jobs), tralasciando gli aspetti più interessanti e “democratici”.

Un primo passo potrebbe essere quello di instaurare un diverso tipo di rapporto fra impresa e lavoratori, anche in vista di realizzare un vero e proprio sistema di economia della partecipazione. Ad esempio, sempre rimanendo in tema “modello tedesco”, si potrebbe trarre ispirazione dalla pratica della Mitbestimmung (in italiano codecisione). A questo proposito, riporto – dal libro “Manifesto per la democrazia economica” di Enrico Grazzini (Castelvecchi Editore, Roma 2014) – la parte relativa al confronto fra due politiche aziendali, diametralmente opposte, quella di Volkswagen e quella di FIat, manco a dirlo. Inutile dire che una funziona, l’altra un po’ meno: sta a voi scoprire quale e come leggendo di seguito.

Enrico Grazzini, Manifesto per la democrazia economica

FIAT E VOLKSWAGEN: DUE MODELLI ALTERNATIVI DI CORPORATE GOVERNANCE

È particolarmente significativo il confronto tra la Fiat italiana, che ha un modello di corporate governance e di relazioni sindacali di tipo anglosassone, e la Volkswagen, che è governata invece secondo i criteri della Mitbestimmung. Iniziamo illustrando il modello Fiat.

Nel 2011 in Italia, esattamente 60 anni dopo i referendum sindacali tedeschi del 1951 che promossero la «Montan Mitbestimmungsgesetz», Sergio Marchionne, il top manager italo-canadese che nel 2004 aveva salvato Fiat da un fallimento considerato certo e inevitabile, ha imposto un altro genere di referendum ai lavoratori italiani. I 5.431 dipendenti di Mirafiori sono stati chiamati a votare a un referendum che avrebbe deciso il futuro della Fiat – e forse anche dei rapporti sindacali – in Italia. Marchionne pose ai lavoratori un’alternativa (o un ricatto?) preciso: se avesse vinto il sì sarebbero state introdotte nuove condizioni sindacali e di lavoro (turni più lunghi, straordinari e sabati lavorativi con retribuzioni extra, modifica drastica delle rappresentanze sindacali, regolamentazione severa del diritto di sciopero) con la promessa (molto vaga e incerta) di nuovi investimenti da parte dell’azienda e della salvaguardia del posto di lavoro. I sindacati Cisl e Uil si schierarono per il sì. Se invece fosse prevalso il no, sostenuto solo dalla Fiom-Cgil, il numero uno della Fiat Marchionne annunciò che non ci sarebbe stato motivo di continuare a investire in Italia. In pratica minacciò di chiudere gran parte delle attività italiane procurando una disoccupazione di massa. «Aspettiamo di vedere cosa succederà», avvertì Marchionne. «Se il referendum non passerà ritorneremo a festeggiare negli Usa, a Detroit», dove Fiat aveva appena acquisito il controllo della Chrysler[^1]. Il sì vinse ma il 45% dei lavoratori rifiutò di barattare i suoi diritti con il posto di lavoro. Fiat comunque prevalse e successivamente estese il «modello Mirafiori» a tutte le sue fabbriche, abbandonò il contratto nazionale siglato con i sindacati e ritirò perfino l’adesione alla Confindustria, l’associazione italiana degli imprenditori. La Fiom, il sindacato maggioritario votato dai lavoratori, venne estromessa dalle fabbriche.

Marchionne aveva però quasi certamente già deciso che l’Italia non fosse più il centro della sua attività ma un’appendice abbastanza secondaria del suo impero semi-globale. Nel 2009 la multinazionale Fiat aveva infatti acquisito la Chrysler americana grazie all’aiuto statale di 4 miliardi di dollari da parte del Presidente George W. Bush e poi di altri 8,5 miliardi di dollari sborsati da Barack Obama. Marchionne non si fece scrupolo di minacciare il possibile abbandono dell’Italia: «Se volete che non facciamo l’investimento a Mirafiori ditelo e andiamo altrove», ha spiegato il top manager prima del referendum. «La scorsa settimana ero in Canada, a Brampton, per lanciare il Charger 300 della Chrysler. Là c’è un senso di riconoscimento per gli investimenti che abbiamo fatto e vogliono anche il terzo turno»[^2].

In effetti Marchionne ha molti buoni motivi per stabilire la sede del gruppo Fiat-Chrysler a Detroit: l’amministrazione Obama ha infatti deciso di attuare una precisa politica industriale per difendere l’occupazione e l’industria americana dell’auto, ed è stata quindi pronta a sostenere la Fiat-Chrysler con contributi di miliardi di dollari versati con il pretesto (legittimo) di finanziare lo sviluppo delle tecnologie verdi per la mobilità. Marchionne ha già anche deciso dove stabilire i nuovi insediamenti industriali: nei mercati che crescono di più, come il Brasile, la Cina e l’India, la Turchia, e in quelli dove la manodopera costa di meno e non ci sono forti vincoli ambientali, come la Serbia e la Polonia. In Italia Marchionne, senza che i lavoratori avessero nessuna voce e influenza sulle scelte aziendali, ha potuto quindi permettersi di indire referendum che, in sostanza, avanzavano un ricatto verso i lavoratori e i sindacati: o fate come dico o investo altrove. Poi però comunque, nonostante la vittoria ai suoi referendum, ha spostato gran parte degli investimenti fuori dall’Italia.

Confronto fra i dati 2011 delle due imprese considerate. Il dato di crescita della Fiat in confronto al 2010 è particolarmente elevato, ma a ciò contribuiscono diversi fattori, fra cui l’acquisizione della Chrysler

È forse meno noto il fatto che anche negli Usa Marchionne ha attuato la linea dura verso la United Automobile Workers, Uaw, il sindacato dell’automobile che aveva salvato la Chrysler grazie ai miliardi di dollari investiti dal suo fondo pensione nel capitale dell’industria in crisi. Nel 2011 Marchionne si è opposto all’ingresso nel board della Chrysler di Bob King, il presidente della Uaw. King aveva però tutto il diritto di chiedere di sedere nel board. Infatti non solo il fondo pensione della Uaw, dopo il fallimento della vecchia Chrysler, era stato costretto a investire miliardi di dollari per salvare la società automobilistica dal fallimento diventandone, insieme allo Stato, l’azionista di riferimento, ma, anche dopo che la Fiat aveva rilevato dal governo la maggioranza delle azioni ed era diventata azionista di controllo, la Uaw di King era rimasta la principale azionista di minoranza. Marchionne rifiutò la richiesta di King con queste motivazioni: «Il migliore intervento possibile per i sindacati è aiutare a scegliere il leader più capace di condurre la società […]. Capisco Bob King. Comprendo quello che dice ma dobbiamo essere molto attenti a non sovrastimare il valore della codeterminazione. La codeterminazione crea due organismi decisionali. Il board e il management prendono le decisioni e i sindacati siedono nel consiglio di sorveglianza e scelgono tra l’altro l’amministratore delegato. Ma questa è proprio la decisione più importante e difficile che può prendere il consiglio di sorveglianza. Se si fa la scelta giusta, non ci saranno problemi con il sindacato»[^3].

In sostanza Marchionne ha detto che non c’è bisogno che il sindacato sieda nel consiglio di sorveglianza… basta lui, come Ceo, a «proteggere» il sindacato… La reale motivazione del rifiuto è però che Marchionne temeva che King cercasse di organizzare i lavoratori a livello internazionale, anche in Messico, Brasile, Polonia, Turchia, e in Italia. Marchionne ha dimostrato di temere fortemente questo approccio internazionalista. «Per le multinazionali diventa quasi impossibile trovare la giusta combinazione della rappresentanza dei lavoratori per rappresentare effettivamente la forza lavoro in tutte le società del gruppo»[^4].

Il caso della Fiat e di Marchionne è esemplare. Infatti nel modello anglosassone di capitalismo il management, come rappresentante (peraltro spesso infedele) degli azionisti, ha il monopolio assoluto della gestione aziendale: il lavoro diventa una variabile subordinata e il sindacato che rappresenta i lavoratori un fattore di disturbo possibilmente da eliminare. L’azienda, per gli anglosassoni, non ha aspetti sociali, non è fatta per essere «socialmente buona», ma per creare ricchezza (in borsa, innanzitutto). In questo senso le affermazioni di Marchionne sono esplicite. Secondo lui, la Fiat non può assumersi la responsabilità dei problemi sociali. «Il mio ruolo è più limitato», ha affermato con modestia. «Io faccio vetture e cerco di venderle. Il problema sociale deve essere risolto da altri. Noi come Fiat possiamo solo creare le condizioni per lo sviluppo»[^5].

L’azienda non può soddisfare contemporaneamente troppi obiettivi, come quello di essere un buon partner sociale a livello locale e nazionale, di appagare i lavoratori, di salvaguardare l’ambiente e di dare profitti agli azionisti. Come diceva Milton Friedman, il principe degli economisti liberisti, l’unico obiettivo di un’azienda deve essere quello di massimizzare il valore per gli azionisti. Tutti gli altri aspetti sociali costituiscono dei vincoli per l’impresa. Anche i top manager, grazie alle stock option, diventano grandi azionisti: per esempio, nel caso Fiat, le stock option di Marchionne valgono potenzialmente centinaia di milioni di dollari – il valore reale dipende ovviamente dall’andamento del titolo Fiat in borsa – e hanno la funzione di allineare il suo interesse con quello della famiglia Agnelli (l’azionista di controllo della Fiat). In questa prospettiva, le regole dello Stato, le norme ambientali e le attività sindacali possono essere al massimo subite ma sono considerate come vincoli che pesano sull’impresa.

Nel modello anglosassone di corporate governance, l’azienda per essere competitiva deve ignorare i problemi sociali e ambientali, considerati come «esternalità», ovvero come effetti collaterali di cui l’azienda non è responsabile. Il problema è che nell’epoca delle globalizzazioni non è più vero che se va bene la Fiat va bene anche l’Italia, o che se va bene la Ford va bene anche l’America, come si diceva una volta. Le multinazionali hanno ormai una vita propria e autonoma e possono macinare utili e andare benissimo anche se il Paese in cui hanno la sede principale va male: purtroppo invece è vero che se va male la Fiat va male anche l’Italia.

Un confronto, tratto dal sito Nocensura.com

La storia recente è abbastanza nota: di fronte alla caduta del mercato dell’auto in Italia e in Europa, Marchionne ha deciso di diminuire drasticamente gli investimenti su Fiat Auto e di puntare invece sulla Chrysler americana, sul Brasile e sui mercati in forte sviluppo. Il piano Fabbrica Italia annunciato prima del referendum, che prometteva addirittura 20 miliardi di investimenti nel nostro Paese, è stato abbandonato: alcune fabbriche sono state chiuse, le altre ridimensionate, e sono migliaia i dipendenti in cassa integrazione e sulla via del licenziamento. È ormai praticamente certo che la sede centrale del gruppo Fiat-Chrysler, ovvero il centro dell’attività produttiva e finanziaria, verrà spostato a Detroit insieme alle attività core di ricerca e sviluppo (anche se la prima edizione del libro è dell’aprile 2014, probabilmente questo brano è stato scritto alcuni mesi prima. Fiat Chrysler Automobiles NV ha trasferito la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna. Per maggiori informazioni Fiat diventa Fca e trasloca: sede legale in Olanda, quella fiscale in Gb, di Andrea Malan e Mario Cianflone, «Il Sole 24 Ore», 19 gennaio 2014, NdR.). L’Italia ha ormai perso un pezzo strategico della sua attività industriale.

Molto diverso è il caso della Volkswagen tedesca. Volkswagen nel suo consiglio di sorveglianza[^6] conta non solo i consiglieri dello Stato della Bassa Sassonia e degli azionisti privati ma anche metà dei membri eletti dai lavoratori. Così il gigante tedesco, pur essendo quotato in borsa come la Fiat, non può delocalizzare senza l’intesa con i lavoratori, e ha potuto superare le fasi critiche solo con il loro consenso. Il risultato è che Volkswagen domina il mercato mondiale dell’auto, apre fabbriche all’estero senza licenziare in Germania, e che i salari dei lavoratori tedeschi crescono. La società tedesca dell’auto – che una ventina di anni fa versava in condizioni di crisi analoghe a quelle della Fiat – nel 2011 ha macinato ricavi per 159 miliardi di euro, quasi tre volte Fiat-Chrysler, con profitti per 15,8 miliardi, più che raddoppiati rispetto al 2010.

Recentemente il giornalista economico Vittorio Malagutti si è recato a Wolsfburg, Germania del Nord, per fornire un’analisi aggiornata sul campo della situazione della Volkswagen, confrontata con quella della Fiat.

Dall’immensa fabbrica di Wolfsburg escono 800mila auto all’anno, circa 100mila in più di quanto produce in totale la Fiat nei suoi cinque impianti italiani […] negli anni scorsi il gruppo tedesco è riuscito a delocalizzare la produzione, dal Messico alla Cina via Slovacchia, senza tagliare un posto di lavoro in Germania […]. La paga base di un operaio si aggira, al netto di tasse e contributi, sui 2.700 euro, ma con qualche ora di straordinario è facile arrivare a quota 3mila. In altre parole, a Wolfsburg il lavoro alla catena di montaggio è pagato all’incirca il doppio rispetto a Mirafiori o nelle altre fabbriche Fiat. […] tutto si muove esattamente nella direzione opposta a quella indicata da Sergio Marchionne alla Fiat [,,,] qui il sindacato è forte, fortissimo. La IG Metall, a cui è iscritto il 95% circa degli operai di Wolfsburg, partecipa a ogni singola decisione aziendale […]. C’è il consiglio di fabbrica: 65 delegati in rappresentanza di tutti i reparti. E poi, al vertice del gruppo, il sindacato nomina la metà dei 20 membri del consiglio di sorveglianza, l’organo di controllo sulla gestione […]. Una garanzia su tutte: fino al 2014 l’organico degli stabilimenti tedeschi non potrà diminuire. In cambio, ormai da otto anni tutti i nuovi assunti lavorano 35 ore settimanali invece delle 33 degli operai con maggiore anzianità […]. I dipendenti dei sei stabilimenti tedeschi di Volkswagen si sono appena visti riconoscere un bonus di 7500 euro, calcolato sulla base dello straordinario aumento dei profitti del gruppo […]. Il gruppo tedesco naviga nell’oro e può permettersi di finanziare agevolmente investimenti per oltre il 5% del fatturato. In altre parole il denaro guadagnato non viene accumulato in cassaforte sotto forma di liquidità, come fa Marchionne ormai da anni […]. Regolazione minuziosa di ogni aspetto della vita aziendale contro deregulation; condivisione, invece di verticismo autoritario: questa, in breve, è la ricetta della cogestione, la Mitbestimmung che ha fatto grande l’industria tedesca e continua, pur tra mille difficoltà, a produrre profitti e benessere[^7].

È chiaro che la democrazia industriale permette ai lavoratori tedeschi di difendere meglio l’occupazione, il reddito e il potere sindacale; e consente anche di sviluppare produzioni ecologicamente sostenibili (la Germania ha rinunciato al nucleare anche se il gigante Siemens è tra i leader mondiali del settore).

In Italia purtroppo anche quella parte del mondo politico, sindacale e intellettuale che spesso mostra di ammirare e di volere emulare il «modello tedesco» – per esempio per quanto riguarda le norme sui licenziamenti – mostra di ignorare la Mitbestimmung e non ha neppure in agenda le questioni strategiche della democrazia industriale. Eppure la Mitbestimmung è il vero fattore decisivo (anche se volutamente sottaciuto) che ha reso la Germania leader nel mondo.

Tuttavia è chiaro anche che il merito del successo Volkswagen e dell’industria tedesca non è solo della codeterminazione: le politiche industriali condotte dai governi tedeschi si sono dimostrate molto efficaci, e anzi indispensabili in tempi di crisi. Il governo tedesco ha puntato sull’auto come settore trainante dell’industria germanica nel mondo. E ha vinto la sua scommessa. Anche Obama ha salvato l’industria dell’auto ormai a picco in America; mentre l’Italia, che si affida esclusivamente al mercato e non ha politiche industriali, si deindustrializza e si impoverisce.

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NOTE

[^1]: V. Roberto Barone, Fiat è salita al 25% di Chrysler, «Quattroruote», 11 gennaio 2011.
[^2]: V. Gilda Ferrari, La minaccia in vista del referendum. Marchionne: se passa il no ce ne andiamo in Canada, «Il Secolo XIX», 11 gennaio 2011.
[^3]: Don’t Hold Your Breath For Uaw Board Seats, Thetruthaboutcars.com, 4 agosto 2011.
[^4]: Ibidem,
[^5]: V. Gilda Ferrari, La minaccia in vista del referendum. Marchionne: se passa il no ce ne andiamo in Canada, «Il Secolo XIX», 11 gennaio 2011.
[^6]: Il consiglio di sorveglianza è inserito nel quadro del cosiddetto “sistema dualistico”, ovvero un sistema di controllo delle società per azioni caratterizzato dalla presenza di due distinti organi collegiali (il consiglio di sorveglianza e il consiglio di gestione) che si contrappone al cosiddetto “sistema monistico”, basato su un solo organo collegiale, il consiglio di amministrazione. V. voce su Wikipedia.
[^7]: Vittorio Malagutti, Viaggio nel cuore della Volkswagen, la fabbrica di auto che vende auto, «Il Fatto Quotidiano», 18 marzo 2012.

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Eugenio Palazzini, Il Primato Nazionale

“Ogni giorno che passa è un giorno perso per l’intesa, il nostro è un appoggio totale e incondizionato”. La dichiarazione del premier Matteo Renzi non lascia spazio a dubbi o ripensamenti, il Ttip si farà e l’Italia è pronta a firmarlo in bianco. Dello stesso avviso il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che due giorni fa, intervenendo ad un convegno sul trattato transatlantico, ha dichiarato: “il negoziato va rilanciato mettendo in luce i vantaggi, che sono tanti. Bisogna perseguire con tenacia la strada del dialogo intercontinentale perché c’è sempre più bisogno di accesso al mercato”. Squinzi ha poi sottolineato che “dobbiamo muoverci rapidamente perché le voci dei detrattori si fanno più insistenti e la congiuntura internazionale non consente stalli prolungati.” Secondo il presidente di Confindustria “il negoziato va rilanciato con progressi in tempi brevi sulla rimozione dei dazi e il superamento degli ostacoli tariffari”. Nel silenzio pressoché generale, governo e organizzazione degli industriali premono dunque sull’acceleratore nei confronti di un negoziato che segnerà profondamente l’economia italiana a partire dal prossimo anno.

Ma che cos’è quindi il Ttip? Come abbiamo spiegato ante litteram sulle pagine di questo giornale, qui e qui, l’acronimo “Ttip” sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), altrimenti detto “Tafta”, Transatlantic Free Trade Area, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. Il negoziato è iniziato in sordina a partire dal luglio 2013 e potrebbe concludersi a inizio 2015, dando vita alla più grande area commerciale libera da tassazioni della storia. Un enorme mercato deregolamentato che Washington considera come il fondamentale accordo da legare al “Tpp”, Trans-Pacific Partnership,altra area di libero scambio in via di creazione tra Usa, Canada, Messico, Perù, Cile, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Malesia e Sultanato del Brunei. Il governo statunitense sta quindi mettendo le basi per realizzare in breve tempo un new world dove investire ed esportare liberamente, eliminando ogni tipo di barriera per le proprie merci e per i propri capitali.

Come abbiamo però illustrato nei precedenti articoli pubblicati su Primato, l’abbattimento delle tariffe doganali non è il principale scopo del Ttip. L’obbiettivo primario è invece l’eliminazione delle “Barriere non tariffarie” al commercio, ovvero quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico che in qualche modo tutelano a vario titolo i produttori, i lavoratori e i cittadini di una data nazione. In pratica qualunque multinazionale potrà operare sul territorio Ue senza tenere conto della legislazione nazionale e comunitaria relative la sicurezza degli alimenti, le soglie di tossicità, le norme sui farmaci (severissime in Europa), la libertà in rete, la previdenza sociale, l’energia, la cultura, i brevetti e così via. Basti pensare che come consulenti dei negoziati sono stati accreditati 600 lobbisti di multinazionali americane ed europee.

Non solo, il secondo pilastro del Ttip prevede un aspetto citato nei documenti Ue come “investor-state dispute settlement” o “ISDS system”. In soldoni la possibilità per ogni impresa di trovare tutela dei propri investimenti, ma soprattutto delle aspettative di ritorno degli stessi, in un nuovo tribunale sovranazionale a cui di fatto una multinazionale potrà rivolgersi per far causa direttamente ad uno Stato membro. L’Italia piuttosto che la Francia potrebbero ricevere allora lo stesso trattamento subito dall’Argentina. Vedi qui. La grande impresa assume così nel campo commerciale un potere diretto a scapito delle istituzioni e risultano evidenti i rischi per i prodotti europei, su tutti quelli agricoli come sottolineato dalla commissione Agri. Finanche l’inglese The Guardian ha voluto sottolineare come il Ttip rischia di essere un attacco alla sovranità degli Stati, un sistema che secondo il quotidiano britannico è pensato per to kill regulations protecting people and the living planet. Crediamo non ci sia bisogno di traduzione, o forse potremmo pensarne una ad hoc per Matteo Renzi.

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Alberto Ragozzino, Il Manifesto, 16 ottobre 2014

Ttip, ossia il Trat­tato tran­sa­tlan­tico per il com­mer­cio e gli inve­sti­menti, è un patto che gli Stati Uniti chie­dono, per non dire impon­gono, ai paesi dell’Unione euro­pea. L’intento dichia­rato dagli Usa e fatto pro­prio da Bru­xel­les è rilan­ciare il com­mer­cio inter­na­zio­nale e abbat­tere i prezzi delle merci e dei ser­vizi. Nell’acuminata cri­tica di Saskia Sas­sen, pub­bli­cata da Open Demo­cracy ,si indica una atteso van­tag­gio di 545 euro per fami­glia dall’introduzione del Ttip.

Sas­sen fa notare che non si quan­ti­fica il costo della per­dita di lavoro che col­pirà quella stessa fami­glia. È lo scon­tro tra mul­ti­na­zio­nali e per­sone indi­fese e non è una gara equi­li­brata, per­ché le per­sone hanno le mani legate. La let­tura pre­va­lente del Ttip è diversa da quella dei governi euro­pei. Si ritiene piut­to­sto che gli Usa vogliano garan­tirsi un’egemonia indi­stur­bata nei con­fronti dell’Europa con il con­trollo poli­tico, raf­for­zato da leggi pre­cise, valide per il pros­simo futuro in tutti i paesi facenti parte dell’Ue, nes­suno escluso. La scelta dei tempi, per non dire la fretta dell’operazione, ha pro­ba­bil­mente ori­gine nella grave crisi dell’economia occi­den­tale, cul­mi­nata nel 2008 e tut­tora pre­sente in molti paesi d’Europa. È dif­fusa la pre­oc­cu­pa­zione di per­dere altri colpi nei con­fronti dello slan­cio cinese che con­tem­po­ra­nea­mente sta com­ple­tando una serie di accordi con­cor­renti (il Regio­nal Com­pre­hen­sive Eco­no­mic Part­ner­ship, o Rcep, che com­prende oltre a Cina anche India, Giap­pone, Corea) nell’altra parte del globo, esclu­dendo da tali accordi gli Usa. Qui c’è un aspetto da sot­to­li­neare: Bru­xel­les e i governi euro­pei inte­res­sati sono con­vinti di rivi­vere l’epopea del Piano Mar­shall e quindi non hanno il corag­gio di tirarsi indie­tro, o almeno di pren­dere tempo. I governi, uno per l’altro, temono di per­dere qual­che grande occa­sione di rilan­cio e di cre­scita, lasciando l’ascensore a qual­che stato con­cor­rente. A sug­ge­rire un tale risul­tato con­cor­rono in modo deter­mi­nante le schiere di lob­bi­sti sti­pen­diati dalle mul­ti­na­zio­nali che con­vi­vono con gli eletti del Par­la­mento euro­peo e inse­gnano loro il mondo e i dintorni.

Cor­po­ra­tion e lob­bi­sti fio­ri­scono, al Senato e tra i rap­pre­sen­tanti, anche a Washing­ton, sia pure in un sistema di pesi e con­trap­pesi che offre cre­di­bi­lità demo­cra­tica al qua­dro poli­tico; una forma di demo­cra­zia ben pal­lida in Europa, ammesso che ci sia. Se que­sto è vero, se esi­stono tal­volta i con­trap­pesi, rimane però sem­pre, soprat­tutto oltre Atlan­tico , il prin­ci­pio della difesa dell’America, uno strac­cio rosso che viene sven­to­lato davanti agli occhi del pre­si­dente – ogni pre­si­dente – che così si con­vince a fir­mare qual­siasi obiet­tivo e a ini­ziare qual­siasi guerra che le mul­ti­na­zio­nali – del petro­lio, dell’auto, della finanza, delle der­rate ali­men­tari, delle reti com­mer­ciali, dell’informazione – riten­gano indi­spen­sa­bile al buon corso della nazione.

L’America lo vuole. In sostanza le mul­ti­na­zio­nali hanno la meglio; sanno cor­rom­pere e invi­schiare con i loro buoni argo­menti; e sanno ser­virsi dell’arma finale: la difesa della demo­cra­zia con­tro il comu­ni­smo, oppure, se del caso, con­tro il ter­ro­ri­smo. Que­sto argo­mento ha por­tato a un con­trollo molto inva­dente di inter­net. Per far­sene un’idea si può leg­gere il blog di Marco Schiaf­fino sul Fatto . Da noi, in Europa, non sem­pre è così, non tutto è così e la par­tita è ancora in corso. A fianco di un potere tra­di­zio­nale che è filoa­me­ri­cano sem­pre e comun­que, vi sono, da destra a sini­stra, anche par­titi, sin­da­cati, gruppi sociali, movi­menti, per­sone che si oppon­gono alle guerre, quelle pre­ven­tive e quelle por­ta­trici di demo­cra­zia; e, per quanto vale, rifiu­tano la schia­vitù eco­no­mica, quella pro­pria e quella altrui.

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Giuseppe Allegri, Il Manifesto, 26 settembre 2014

Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo Welfare (Laterza, pp. 150, 12 euro) di Giovanni Perazzoli andrebbe studiato e mandato a memoria dalle classi dirigenti presenti e future del nostro Paese: politici, sindacalisti, imprenditori, accademici, giornalisti e opinion makers. Soprattutto nell’eterno dibattito italiano sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Perché già dalle prime pagine ben si comprendono le migliori condizioni di vita e di lavoro esistenti nei Paesi che prevedono un reddito minimo garantito rispetto a quelli, come il nostro e la Grecia, che invece resistono a una sua introduzione. Perazzoli conduce infatti un’illuminante inchiesta sul nuovo Welfare introdotto da decenni in molti Paesi europei, a partire dai «piccoli» Belgio, Danimarca, Olanda, arrivando fino ai «grandi» Francia, Germania, Gran Bretagna. E ci dice subito che l’architrave di questo nuovo Welfare, universalistico e non assistenzialistico, è la previsione del reddito minimo garantito. Una garanzia del reddito che ha carattere illimitato (accompagna la ricerca di un lavoro e dura quindi anche diversi anni), universale, è rivolta a tutta la cittadinanza, ed è vincolata solamente alla «disponibilità a cercare un lavoro e all’accertamento dei mezzi (non bisogna essere ricchi per averne diritto, ma neanche essere “poveri” e non è necessario fare riferimento a intermediari politici o sindacali)».

Welfare universale

Sono misure dai diversi nomi, a seconda dei Paesi (nel gergo inglese the Dole, in Francia la sigla Rsa, etc.) già indagate nel volume curato dal BIN-Italia, Reddito minimo garantito. Un progetto necessario e possibile (Edizioni Gruppo Abele), citato dallo stesso Perazzoli per ribadire che in questi Paesi il titolare del diritto al reddito è qualsiasi persona in cerca di occupazione, fosse anche la prima (inoccupati, disoccupate, intermittenti e precari-e tra un lavoro e l’altro, etc.). L’Autore ci ricorda poi come tale diritto sia integrato da tutta un’altra serie di strumenti e benefits (alloggio, riscaldamento, spese impreviste, figli, etc.), perché il nuovo Welfare promuove una società nella quale gli individui incontrano tutele e garanzie che favoriscono l’autodeterminazione di ciascuno, nella solidarietà collettiva. E il reddito minimo è un diritto sociale riconosciuto alla persona e non un’elargizione concessa perché si appartiene a qualche categoria, corporazione, gruppo svantaggiato. In questa prospettiva si eliminano i meccanismi burocratici di accesso al sussidio e si favorisce una migliore relazione con i centri per l’impiego. E anche dinanzi alle recenti riforme restrittive di questi modelli, che fanno parlare di un passaggio al Workfare, con il conseguente rischio di imporre lavori gratuiti o mal pagati, i livelli di tutela rimangono elevati. Leggere per credere gli esempi portati da Perazzoli sul caso tedesco dopo la riforma chiamata Hartz IV, dove una famiglia di quattro persone, con genitori disoccupati e due minori, vede ridotto il sussidio di cento euro, ottenendo ancora 1339 euro mensili (cui si aggiungono i benefits).

L’altra Europa del reddito minimo garantito

È questa l’Europa figlia del cosiddetto “Rapporto Beveridge”, redatto nel 1942 e utilizzato dai laburisti inglesi per introdurre il Welfare universalistico, con al centro la garanzia, per tutte le persone disoccupate, di un reddito sufficiente ad assicurare una vita degna di essere vissuta. il modello sociale europeo che si è purtroppo fermato al di là delle Alpi, dando origine a quelle «due» Europa sulle quali insiste Perazzoli, con un punto di vista favorito dal fatto che egli stesso vive tra Italia e Olanda. Il suo sguardo sul Belpaese è addolorato e spietato, poiché vede le rovine di uno Stato sociale sempre più impoverito e corrotto da classi dirigenti che lo hanno reso fortemente corporativo, burocratico, assistenzialistico e frammentato, con le persone in difficoltà costrette a contare sulla famiglia e sulle istituzioni caritatevoli, rischiando altrimenti di finire sotto i ricatti della malavita. Dal 1992 è la stessa Unione europea che invoca l’introduzione di un reddito minimo garantito in Italia: ce lo chiede l’Europa!

E non si tratta di barattare la stabilità del posto di lavoro, l’occupazione, con l’offerta di un reddito minimo, poiché l’Italia ha già da decenni un alto livello di flessibilità e contemporaneamente un Welfare tra i più iniqui. Così l’altro merito del libro di Perazzoli è quello di sconfiggere due artificiosi pregiudizi. Da una parte l’odioso luogo comune che proprio qui in Italia ha sempre contrapposto la garanzia del reddito alla retorica della difesa dei posti di lavoro, ma non delle persone. Dati alla mano, tutti i Paesi dell’«altra Europa» (quella con il reddito minimo) hanno migliori tassi di occupazione e maggiori tutele per le persone senza occupazione. Dall’altra si smonta il luogo comune sul costo del reddito minimo, ricordando i 30 miliardi di euro spesi annualmente per le pensioni di invalidità, troppo spesso «strumento di consenso clientelare», a scapito delle persone realmente bisognose di tutele, ma di fatto escluse da un accesso che richiede il coinvolgimento di veri e propri «micro-imprenditori del consenso», generando un abuso di false pensioni di invalidità di circa dieci miliardi di euro. Cifra sufficiente per introdurre una prima forma di reddito minimo anche in Italia. Qualora ci fosse la volontà politica di farlo. Visto che ci sono tre progetti di legge sul reddito minimo dimenticati nelle stanze del Parlamento italiano. E considerando che una battaglia per il reddito minimo garantito sarebbe sempre più necessaria e vitale (così Piero Bevilacqua su il manifesto del 24 settembre).

Libertà e democrazia, contro i clientelismi

Qui arriviamo al nocciolo della diffidenza italiana per questo strumento. Perazzoli sostiene che al fondo ci sia un problema di libertà e democrazia. La garanzia di un reddito e di un Welfare universalistico favorisce l’autonomia e il benessere delle persone e di una società. Non si tratta di lotta alla povertà, ma di promozione della libertà individuale e di migliori condizioni di vita per tutti. È un investimento che le istituzioni pubbliche fanno sulle persone e sulla collettività. Per evitare i ricatti della miseria e della povertà, che altrimenti generano paternalismi, dipendenza, clientelismi, corruzione, sfruttamento, malavita. Così potremmo anche scoprire che dinanzi alla ventilata riforma restrittiva del Welfare proposta da Tony Blair sul finire degli anni Novanta, l’intero movimento musicale anglosassone si oppose, segnalando che la riforma avrebbe «privato i nuovi, giovani musicisti rock del tempo sufficiente per provare». E vent’anni prima The Clash poterono comprare i primi amplificatori contando sul Dole di Joe Strummer, come raccontarono gli stessi protagonisti. E allora, potremmo ribaltare un celebre titolo di The Clash: Know your rights! Per il diritto al reddito garantito, anche in Italia.

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Marcello De Cecco, Sbilanciamo l’Europa, 10 ottobre 2014, N. 37, “MittelEuropa”

Non ci sono luci nell’orizzonte europeo. Recessione, rallentamento economico mondiale, conflitto ucraino e tensioni con Mosca affondano l’economia e rendono instabile la politica. L’«Europa tedesca» ha piegato la Francia, ma non può far funzionare l’Unione

Nelle scorse settimane c’è stato un diluvio di dati negativi sull’andamento dell’economia mondiale e, in particolare, su quella europea. I dati relativi alla zona euro sono i peggiori di tutti, ma sembra che ci siamo ormai abituati.

Il resto del mondo non se la passa meglio dei cittadini della zona euro. La Germania, il paese di maggior successo nell’area dell’euro, non può così sperare in un ragionevole tasso di crescita esportando quelle merci che non può e non vuole vendere sul mercato interno. Solo pochi mesi fa le prospettive di crescita per i paesi di maggior successo nella zona euro, in particolare per la Germania, apparivano significativamente migliori. Ed è altrettanto recente l’immagine di un euro forte nei confronti del dollaro. L’euro, tuttavia, oggi appare molto diverso: si è fortemente indebolito nei confronti del dollaro e la ragione principale di questo mutamento di prospettiva è la situazione di guerra aperta nell’est dell’Ucraina, esplosa con il pesante coinvolgimento, dietro le linee, di Russia e Unione Europea.

Una fragile tregua è stata raggiunta nelle scorse settimane, ma non è chiaro quanto sarà solida e per quanto potrà durare. Ovviamente, anche la politica monetaria europea e americana ha avuto un ruolo, ma la Federal Reserve, dal canto suo, non sembra ancora veramente decisa ad avviare una seria politica restrittiva.

Per questa ragione, penso che un’analisi dello stato dell’Unione Europea sul piano economico debba necessariamente considerare le variabili di politica internazionale come fattori esplicativi fondamentali. I fenomeni politici e militari incidono in modo particolare sulle aspettative future degli operatori economici. Quando si verifica un evento come l’attuale guerra civile in Ucraina, tendono a ridursi sia gli investimenti che i consumi nei paesi europei e, in particolare, in Germania, pesantemente coinvolta nelle vicende ucraine dai tempi degli zar e, nuovamente, da quando il paese è diventato indipendente dalla Russia. Inoltre, la Germania è oggi il cuore di una nuova versione della MittelEuropa, un’area che si è profondamente integrata con l’economia tedesca, tanto che oggi può essere considerata come un’unica area di produzione ed esportazione.

La Germania, naturalmente, è un gigante dell’export. È il principale produttore di automobili e beni d’investimento per il resto d’Europa, ma anche per altri grandi importatori come la Cina e gli Stati Uniti. Vista la caduta del Prodotto Interno Lordo (Pil) europeo causata dalla carenza di domanda interna, gli esportatori tedeschi si sono finora affidati alla domanda proveniente da Cina, Usa, Brasile e Russia.

Nessuno di questi paesi, tuttavia, sembra che potrà avere un boom di investimenti nel prossimo futuro. In Cina le prospettive di crescita sono state ridotte e il boom dell’economia brasiliana è al termine. L’economia americana continua a brillare se la si confronta con quella europea, ma a breve potrebbe essere colpita dall’inizio della fine di una fase quasi decennale di politica monetaria fortemente espansiva, anche se possiamo aspettarci che Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, aspetterà almeno l’esito delle elezioni americane di medio termine prima di prendere qualunque iniziativa sul fronte della politica monetaria. Il boom della Borsa americana non dev’essere fermato prima della competizione elettorale: ogni cittadino americano, attraverso il suo fondo pensione, ha un interesse perché questo non avvenga.

Se le elezioni americane dovessero andar male per i Democratici, com’è probabile, l’amministrazione Obama reagirà con una vigorosa politica espansiva nei due anni a venire, in modo di arrivare alle elezioni presidenziali con un’economia forte e una Borsa ancora più forte.

Tuttavia, se le relazioni tra Russia e occidente dovessero improvvisamente peggiorare in modo significativo, isolare la Borsa di New York dalle conseguenze negative della crisi internazionale potrebbe diventare molto difficile. Dovremo vedere la reazione della Federal Reserve di fronte a un crollo dell’indice Dow Jones del trenta per cento, un’ipotesi piuttosto realistica, visto che si è verificata non meno di sei volte negli ultimi decenni. La mia personale ipotesi, estrapolando i comportamenti passati, è che, così come dopo l’11 settembre 2001 e, in particolar modo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, la Federal Reserve darà inizio a una nuova fase di denaro a bassissimo costo e la porterà avanti fino a che la fase acuta della crisi politica internazionale non sarà terminata. Tuttavia, anche con previsioni così accomodanti per la politica monetaria americana, è probabile che la recessione in Europa continui.

Se una previsione di questo tipo è ragionevole, una politica economica realistica per l’Europa dovrebbe prevedere la prosecuzione di una politica monetaria espansiva accompagnata da uno stimolo fiscale innovativo. Draghi continua a ripetere che non consentirà alla Bce di cambiare l’attuale politica espansiva, ma sottolinea che i governi, specialmente nei paesi in surplus, devono introdurre misure fiscali per stimolare consumi interni e importazioni.

Nessun effetto positivo di carattere macroeconomico sembra essere finora emerso dell’introduzione, il 4 novembre prossimo, dell’Unione Bancaria europea. Le banche quest’anno sono state assorbite dalla necessità di preparare i loro bilanci per la revisione patrimoniale che l’European Banking Authority sta realizzando sui 120 più grandi istituti del vecchio continente. I risultati di tale revisione saranno resi noti in occasione del trasferimento dei poteri di vigilanza bancaria alla Banca Centrale Europea, una vera innovazione nella politica bancaria e monetaria. La consapevolezza di avere una debole capitalizzazione ha spinto molte grandi banche a rafforzarsi, collocando nuove quote azionarie sul mercato ma, soprattutto, rientrando dalle proprie posizioni creditorie con ovvie conseguenze depressive. Inoltre, le banche, specie nei paesi più fragili, hanno preferito prestare ai propri governi piuttosto che a imprese esposte al rischio, malgrado la possibilità di dover accettare un forte “hair cut” nel valore del credito nel caso di una nuova crisi.

All’interno dell’Europa, le autorità francesi si sono costantemente collocate al fianco di quelle tedesche in tutte le decisioni, o non-decisioni, prese a livello europeo, con l’obiettivo di convincere i mercati internazionali che il loro paese avrebbe sicuramente avuto il sostegno della Germania nel caso si fosse presentata la necessità.

L’effetto di lungo periodo di questo tipo di alleanza è stata la costante pressione tedesca per rallentare l’azione della Bce e della Commissione Europea durante la crisi, risultando nel sensibile apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Tale apprezzamento ha avuto effetti molto negativi sull’economia francese, che è assai meno competitiva di quella tedesca.

In sintesi, lo stato economico dell’Unione Europea è deplorevole, in particolare se paragonato a quello di altri paesi come Stati Uniti o Cina. È da alcuni anni che la situazione è questa, e tale rimarrà nel prossimo futuro. Non sembrano esserci molte possibilità di vedere il surplus commerciale tedesco nei confronti del resto del mondo ridursi dai livelli patologici su cui si è attestato negli anni recenti. Il surplus tedesco nei confronti del resto d’Europa è scomparso, ma solo per il crollo della domanda nei paesi deboli, che si è tradotto in una caduta delle importazioni.

Nonostante le continue esortazioni di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale e ora anche di Jörg Asmussen, importante membro del Partito Socialdemocratico tedesco, la leadership cristiano democratica tedesca è irremovibile nel ribadire, in particolare attraverso la voce di Wolfgang Schauble – che ha il pieno sostegno della Cancelliera – i precetti dell'”economia sociale di mercato”. Si tratta delle regole imposte a tutti i membri dell’eurozona per ottenere da questi l’austerità che è stata e continua ad essere considerata necessaria perché questi paesi possano rimanere all’interno dell’area euro contando esclusivamente sulle proprie forze, senza ricorrere all’aiuto dei paesi più forti. Non ci sono possibilità, dunque, di vedere prossime emissioni di Eurobond.

L’«economia sociale di mercato» significa governare attraverso regole anziché con politiche discrezionali. Due anni fa tutti i paesi membri dell’area euro hanno accettato di introdurre nelle rispettive Costituzioni il pareggio di bilancio inizialmente introdotto dal parlamento tedesco, e perfino meccanismi che prevedono l’adozione automatica di misure deflattive da attivarsi non appena vengano superati i limiti prefissati relativamente al deficit ed al debito pubblico. Schauble ha recentemente annunciato che il bilancio pubblico tedesco raggiungerà il pareggio prima del previsto, nel corso di questo stesso anno fiscale. Altri stati membri non sembrano intenzionati a seguire la Germania su questa strada, malgrado abbiano approvato il Fiscal Compact, ma tutti i paesi in deficit sono stati obbligati ad adottare misure di austerità il cui impatto su spesa pubblica, domanda interna e occupazione non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. L’austerità in questo senso coincide con una visione del mondo che è il contrario di ciò che ispira la moderna politica economica e la macroeconomia.

L’austerità, che è un applicazione pratica dell'”economia sociale di mercato”, vede nei surplus commerciali esterni il risultato naturale del processo competitivo. Il surplus di un’economia molto competitiva è dunque visto come una situazione che non richiede alcun intervento correttivo da parte del paese in surplus. I deficit esteri, al contrario, sono interpretati come manifestazioni patologiche di scarsa competitività che dipendono dal mancato allineamento di salari e rendite con quelli dei paesi in surplus. I paesi in deficit sono dunque chiamati a realizzare politiche deflazionistiche e riforme strutturali capaci di riportare in linea salari e rendite.

Questo può sembrare nuovo, ma gli studiosi di storia economica sanno che questo è sempre stato l’atteggiamento delle nazioni in surplus. A Bretton Woods, furono gli Stati Uniti a impedire che si introducesse nel testo dell’accordo un meccanismo di riequilibrio che pesasse allo stesso modo sui paesi in surplus e in deficit. Gli sforzi di Keynes furono vani. Gli Stati Uniti non accettarono l’idea che l’economia mondiale non sarebbe stata caratterizzata da una tendenza naturale all’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso accordi internazionali su politiche di rilancio da parte dei paesi in surplus.

Gli Stati Uniti – a loro merito – dopo aver constatato gli effetti deflazionistici dell’accordo di Bretton Woods sull’Europa, lanciarono nel 1948 il Piano Marshall, spinti anche dal nascente scontro bipolare a livello internazionale. Si trattò di un gigantesco programma di aiuti economici per evitare ai paesi europei in deficit gli effetti negativi della deflazione sull’occupazione e sugli equilibri politici. La Germania e gli altri paesi europei in surplus stanno riproponendo oggi gli argomenti che gli Stati Uniti usarono contro Keynes all’epoca di Bretton Woods. Le autorità tedesche non hanno alcuna simpatia per l’approccio keynesiano adottato da Mario Draghi, dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti, i quali provano a convincere la Germania a rilanciare la domanda interna e ridurre i surplus esterni. Tuttavia, il 2 di marzo 2012, sottoscrivendo il Fiscal Compact, tutti i paesi dell’area euro hanno accettato la visione del mondo della Germania. La domanda da porsi è perché i paesi in deficit abbiano deciso di accettare volontariamente la visione del mondo tedesca introducendola nelle loro agende di politica economica e perfino nelle loro costituzioni.

La mia risposta è articolata: nulla ispira l’imitazione quanto il successo. L’economia tedesca è stata un’economia di successo se si guarda al suo tasso di crescita, al suo tasso di disoccupazione, all’equilibrio dei conti pubblici e alla drastica riduzione del debito pubblico.

La Germania attrae lavoratori qualificati da tutta Europa pagando loro alti salari mentre in altri paesi è difficile trovare lavoro perfino per un giovane ingegnere. La disoccupazione giovanile è molto bassa mentre nell’Europa del sud ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili. E i tedeschi hanno pagato la riforma del loro mercato del lavoro con il proprio sangue, attraverso la creazione di non meno di 7 milioni di lavoratori pagati meno di 400 euro al mese.

Tuttavia, ciò che ha spinto i paesi europei a sottoscrivere il Fiscal Compact è stato il rischio, grave e imminente, di una dissoluzione dell’euro per l’effetto combinato della massiccia speculazione internazionale e del rifiuto da parte dell’opinione pubblica, dei politici e della Corte Costituzionale tedesca. Sarebbe stato possibile a Mario Draghi pronunciare il 26 luglio 2012 il suo ormai celebre «difenderò l’euro a qualunque costo», che sconfisse la speculazione internazionale contro l’euro e placò i timori di una dissoluzione dell’Unione Monetaria, se pochi mesi prima non fosse stato siglato il Fiscal Compact?

Dunque, oltre all’ammirazione per il modello tedesco di crescita economica, c’era nei paesi in deficit la consapevolezza che il Fiscal Compact sarebbe stato il prezzo da pagare per rendere le loro intenzioni sul piano delle politiche deflazionistiche credibili agli occhi della Germania. E, ovviamente, quanto venne deciso durante la famosa “passeggiata di Deauville” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 fu alla radice delle perturbazioni sui mercati e di tutto quanto seguì.

Di nuovo, possiamo vedere come il governo francese sia andato a rimorchio, accettando qualsiasi cosa pur di mostrare la propria relazione speciale con la Germania e costruendo, in questo modo, le basi per ottenere la tripla A per i propri titoli di Stato. Non esiste in Francia la tradizione di legare le decisioni del governo agli interessi dell’alta finanza come accade, ad esempio, nel Regno Unito con la City di Londra. In molte occasioni, tuttavia, abbiamo avuto la netta impressione che l’azione del governo francese in ambito europeo fosse spinta dalla necessità per le grandi banche francesi di mantenere un buon rating sul debito pubblico nazionale, da usare come base per le loro operazioni internazionali.

Qualcuno sostenne che questo stato di cose sarebbe cambiato una volta arrivato un socialista all’Eliseo. Gli stessi intravedono l’alba di una relazione speciale tra Francia ed Italia, capace di produrre una posizione politica nuova, opposta a quella tedesca. Quest’interpretazione, tuttavia, non è fondata. Ignora la nuova storia d’amore tra la Germania e la Spagna conservatrice. Dimentica anche che Matteo Renzi era un protetto della Cancelliera Merkel molto prima di essere nominato Presidente del consiglio e che il premier italiano ribadisce costantemente che la Germania rappresenta il suo modello di politica economica. Fino a quando l’opinione pubblica tedesca non inizierà a vedere gli effetti negativi della deflazione sul proprio benessere resterà ostile perfino a critiche moderate, come quella di Jörg Asmussen alle dure politiche di Schauble. Dopo che il recente deprezzamento dell’euro ha dato nuovo vigore alle esportazioni tedesche, le speranze di un cambiamento nella politica economica della Germania restano esclusivamente legate all’eventualità che l’acuirsi della crisi in Ucraina peggiori le previsioni per l’economia tedesca, in particolare per quel che riguarda investimenti e consumi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli industriali tedeschi potrebbero rappresentare un segnale in questa direzione.

Si tratta, in ogni caso, di uno scenario da «ultima spiaggia». Vogliamo davvero che sia uno scenario di guerra indiretta tra Russia e Unione Europea nell’est dell’Ucraina quello che ammorbidisce la politica economica tedesca? Ricordiamoci che, se una situazione del genere avvenisse davvero, la reazione della Germania potrebbe essere opposta, con una crescita dei consensi al nuovo partito anti-euro Alternative fur Deutschland, e un atteggiamento ancora più rigido sul rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Mi spiace di non vedere per l’Europa un orizzonte molto luminoso. E non credo che le sanzioni renderanno Putin più ragionevole. La sua popolarità in Russia aumenta di pari passo con il nazionalismo delle sue posizioni. Può essere preso per fame, facendo salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari in Russia, moltissimi dei quali sono importati dall’Europa e sono stati bloccati per ritorsione da Putin? Tradizionalmente, questo non è mai accaduto. Ma la Russia non era mai stata così dipendente dall’estero per beni essenziali come il cibo. Solo un enorme raccolto di grano ha consentito di allontanare il rischio di una crisi alimentare, ma il calo dei prezzi del petrolio ha lavorato nella direzione opposta riducendo gli introiti russi legati all’esportazione di materie prime.

L’AUTORE

Marcello de Cecco è uno dei maggiori esperti di italiani di politica monetaria e finanza. È professore emerito di Storia della moneta e della finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente alla Luiss di Roma. Il suo ultimo libro sulla politica economica italiana e internazionale è «Ma che cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013)», Donzelli, Roma, 2013. Questo testo riprende la sua relazione su «Lo stato dell’Unione europea» che ha aperto il convegno di EuroMemorandum tenuto a Roma il 25 settembre 2014 (www.euromemo.eu).

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Il libro di Thomas Picketty: “Il capitale del xxi secolo” ha avuto una grande eco soprattutto nei mercati anglosassoni e negli ambienti liberal. Forse perchè la critica alle ineguaglianze di  reddito nel capitalismo contemporaneo (impossibili da negare) non mette in risalto che tale esito è connaturato con la stessa essenza dell’instabilità strutturale capitalismo. Non è un caso che nella prossima convention annuale dell’American Economic Association di gennaio 2015 verrà dedicata un’intera plenaria per discutere di come “correggere” dall’interno tali distorsioni. E che persino l’Università Bocconi si sente in dovere di discutere il libro. L’analisi  di Christian Marazzi, una critica da “sinistra”, mette invece  in luce  che non è sufficiente analizzare “in modo neutro” l’iniquità del capitalismo senza metterne in discussione le fondamenta teoriche e politiche.

Christian Marazzi, Il Manifesto, 8 ottobre 2014

Lo scorso mercoledì 1 ottobre Martin Wolf ha pubblicato sul Financial Times un articolo sulle ragioni che fanno dell’ineguaglianza un vero e proprio freno all’economia. Per dimostrare l’impatto economico delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e del capitale, in particolare una domanda debole e la regressione dei livelli di educazione, Wolf si basa su due studi, uno di Standard & Poor’s e l’altro di Morgan Stanley, due istituzioni che difficilmente possono considerarsi di sinistra.

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Domenico Moro, Contropiano.org, 14 ottobre 2014

I dati ufficiali, rilasciati dall’Istat e riguardanti l’inflazione di settembre, confermano la tendenza alla deflazione in Italia. Tali dati sono importanti per valutare la natura della crisi in atto e delle politiche delle istituzioni europee.

L’Istat usa due indici per calcolare l’inflazione, il NIC, riferito ai consumi dell’intera comunità nazionale e il FOI, riferito ai consumi di operai e impiegati. Il NIC registra a settembre 2014 un calo dei prezzi del -0,2% rispetto a settembre 2013 e del -0,4% rispetto ad agosto 2014. Risultati pressoché identici sono registrati con il FOI, che diminuisce del -0,1% rispetto all’anno precedente e del -0,4% rispetto al mese precedente. Tali risultati rientrano in una tendenza di fondo caratterizzata dal calo progressivo dell’inflazione, che parte dal +0,9% (NIC) di settembre 2013 e arriva alla deflazione attuale. La deflazione, ad ogni modo, non si limita all’Italia: nell’Eurozona si è registrato un calo del -1,4% dei prezzi alla produzione industriale ad Agosto 2014 sullo stesso mese dell’anno precedente.

Quali sono le ragioni del calo dell’inflazione e del presentarsi della deflazione? Secondo l’Istat la deflazione dipende in gran parte dai beni energetici, i cui prezzi calano del -4,5% tra settembre 2014 e settembre 2013. Comunque, ad essere in calo sono i beni in generale (-0,6%), soprattutto, oltre a quelli energetici, i beni durevoli, i tabacchi, e gli alimentari non lavorati, mentre i servizi crescono (+0,6%). Quindi, la ragione della deflazione è, almeno in parte, dipendente dal calo dei prodotti energetici, ben rappresentato dal crollo del prezzo del petrolio greggio, che da 147 dollari per barile del 2008 è passato, per il Brent, a 88,11 dollari, rischiando di scendere sotto i 70 dollari. Ma perché il prezzo del greggio è calato? In parte, ciò è dipeso dall’apprezzamento del dollaro, la valuta con cui vengono commercializzati a livello mondiale il petrolio e le altre principali materie prime. In parte, è dipeso da una combinazione di aumento dell’offerta e di calo della domanda. L’offerta è aumentata perché i produttori, avendo fatto enormi investimenti negli ultimi anni e potendo sfruttare giacimenti meno economici, grazie agli alti prezzi raggiunti dal greggio, hanno incrementato la produzione. La domanda, invece, è calata per vari fattori, come il miglioramento delle tecniche di risparmio energetico e il fatto che gli Usa, i maggiori consumatori mondiali, hanno diminuito le loro importazioni, grazie allo sfruttamento di giacimenti shale interni.

Ma la ragione principale del calo dei prezzi del petrolio è più strutturale, essendo imputabile alla fase che sta vivendo l’economia mondiale, cioè al fatto che la produzione industriale ha subito un crollo e, malgrado l’ottimismo sulle presunte riprese, non è ancora ritornata ai livelli precedenti al 2008. Del resto, il calo dei prezzi non si registra solo nel petrolio, ma anche nel carbone, nei minerali di ferro e nei cerali, i cui prezzi, in calo per il quarto anno consecutivo, sono ritornati ai livelli del 2009, cioè al periodo più nero della recessione. Inoltre, come abbiamo visto dai dati Istat, la deflazione non colpisce solo i prodotti energetici, ma anche i prodotti dell’industria manifatturiera, segno di una difficoltà più generale, evidentemente collegata al crollo dei consumi, a sua volta connesso con il calo dei salari e dell’occupazione. Anche l’andamento altalenante e l’apprezzamento recente del dollaro è strettamente collegato alla crisi. Infatti, i governi Usa – sia di Bush sia di Obama – hanno affrontato la crisi e l’avrebbero risolta (il condizionale è d’obbligo), immettendo una enorme liquidità nel sistema economico, attraverso contributi alle imprese e acquisti di titoli del Tesoro da parte della Fed. L’aumento della liquidità ha svalutato il dollaro che, però, quando il governo Obama e la Fed hanno deciso di chiudere i rubinetti della liquidità, si è rapidamente rivalutato. Il risultato è che l’economia mondiale è sottoposta a shock continui, che dimostrano non solo che l’economia mondiale non si è ancora ripresa, ma che la “ripresa” è stata in gran parte artificiale e determina effetti indesiderati devastanti.

La deflazione è un indicatore della gravità della crisi. Quando l’inflazione cala per un periodo di tempo lungo e arriva a trasformarsi in deflazione significa che la crisi è tutt’altro che congiunturale. La deflazione, però, non è solo un effetto della crisi, bensì retroagisce su di essa con conseguenze pesanti. Infatti, la deflazione è un problema per il capitale, perché erode, attraverso il calo dei prezzi, i livelli di profitto in proporzione agli investimenti (saggio di profitto). Di conseguenza, le imprese sono ancora più stimolate a ridurre o a tagliare i nuovi investimenti, a assumere solo se possono licenziare liberamente (in base dell’andamento della congiuntura a breve) e a mantenere alto il saggio di profitto attraverso la riduzione della parte del valore prodotto che va ai lavoratori, cioè riducendo il salario e il welfare. Questa è la logica che sta dietro il Job act. Allo stesso tempo, i capitali tendono a fuggire nelle attività speculative e nei settori che consentono di praticare prezzi alti, perché risultato di attività condotte in regime di monopolio. E questa è la logica che sta dietro le privatizzazioni. A trarre profitto di queste misure e dalla svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro saranno le imprese grandi e esportatrici, quasi sempre multinazionali, che possono anche giocare sulle variazioni dei cambi valutari internazionali.

Lo scenario che si presenta non lascia intravvedere una evoluzione positiva della crisi. L’eccesso di accumulazione di capitale, sotto forma di mezzi di produzione, che è alla base della crisi del 2008, appare tutt’altro che risolto e non cessa di manifestare le sue conseguenze negative. L’ultimo esempio potrebbe verificarsi nell’industria estrattiva e petrolifera, visto che gli investimenti effettuati potrebbero risultare sempre più in “eccesso”, se i prezzi continueranno a declinare, rendendo sempre più difficile ripagarli e ottenere il profitto atteso. Mettendo per ora da parte, in questa sede, le conseguenze potenzialmente catastrofiche del calo dei prezzi del petrolio e del gas per molti Paesi extra europei che vivono del loro export e l’accentuazione della competizione, che si sta già scatenando (anche militarmente), per compensare profitti in calo con quote di mercato più ampie, ritorniamo all’Italia e all’Europa.

Gli ultimi dati sulla deflazione dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’inadeguatezza della struttura della Bce e dei meccanismi di integrazione europea portati avanti da Commissione Europea e Consiglio europeo. Oggi il problema non è costituito dall’inflazione ma dalla recessione. Così, mettere al primo e pressoché unico posto tra gli obiettivi della Bce il controllo dell’inflazione risulta avere sempre meno senso. E ha ancor meno senso praticare politiche di austerity e di pareggio di bilancio, che sono corresponsabili del crollo dei consumi di massa interni e della deflazione. Le modalità con cui la Bce sta apprestandosi ad immettere liquidità nell’economia europea andranno a favore delle grandi banche, con risultati simili a quelli già visti in precedenza quanto a capacità delle banche di trasferire liquidità a famiglie e piccole imprese.

Anche parlare di nuovi investimenti europei, se questi sono misti privati-pubblici e se quelli pubblici sono condizionati alla compartecipazione dei privati, rappresenta un non senso. In un periodo di sovrapproduzione e di eccesso di accumulazione di capitale come si può pensare che i privati siano disposti a dare un contributo sensibile agli investimenti? È necessario l’intervento statale, ma non certo nella forma del sussidio alle imprese private. L’unica logica razionale è la sostituzione dell’investimento pubblico a quello privato, anche attraverso la statalizzazione, specie di attività bancarie. Quindi, l’unica proposta politica seria consiste nell’allargamento del perimetro della partecipazione statale, in modo da permettere il rilancio di settori industriali strategici e di ammodernare e ampliare le infrastrutture. Per fare questo, però, è chiaro che bisogna mettere in discussione la direzione neoliberista delle politiche pubbliche degli ultimi trenta anni, il che, nello specifico dell’Italia e dell’Europa, vuol dire essere determinati a mettere in discussione radicalmente il processo di unificazione economico e valutario europeo.

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Rigore, rigore, rigore! È il mantra che sentiamo ripetere da telegiornali, radio, quotidiani, settimanali, periodici, ogni qualvolta che viene affrontato il tema dell’economia europea. Fa bene quindi Joshka Fischer, ex ministro degli Esteri, a ricordare ad Angela Merkel che la Germania – portabandiera dei rigoristi – dovrebbe ricordare qualche pagina di storia recente, come quando nel 1953 i paesi europei, per aiutare i tedeschi a risollevarsi dalle conseguenze di una guerra disastrosa che peraltro avevano causato, dimezzarono i debiti di guerra. Ce ne dà notizia il sottostante articolo de Il Sole 24 Ore.

Anche in altre occasioni i paesi europei intervennero in aiuto della Germania, ad esempio dopo la riunificazione.

Fra l’altro, detto per inciso, le ricette di austerità non funzionano. Lo stanno scoprendo i tedeschi che da qualche giorno sono a rischio di recessione (anche in questo caso vedasi Il Sole 24 Ore).

Credo che sia legittimo che il governo tedesco, dato che in primis deve rispondere al proprio popolo, ne tuteli gli interessi. Ma la contingenza economica non può e non deve far dimenticare la storia. Non mi risulta infatti (ma posso sempre sbagliare…) che nei manuali di scienza della politica venga fatta menzione della celebre canzone napoletana “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”…

Di Riccardo Barlaam, Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2014

«Scheitert Europa?», «L’Europa fallisce?» si chiede l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer nel suo libro, appena pubblicato, in Germania che è un durissimo atto di accusa contro le «politiche di euroegoismo» attuate dalla Cancelliera Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, la politica dell’«ognuno per sé», come la definisce l’ex leader dei verdi, politico-maratoneta, voce critica dell’attuale dirigenza tedesca.

Fischer scrive che è «sorprendente» che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. «Senza quel regalo – scrive l’ex ministro tedesco nel suo libro – non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miratolo economico».

La cura di austerità imposta dalla coppia Merkel-Schaeuble, secondo l’ex ministro tedesco, è stata «devastante» perché ha imposto ai Paesi del Sud Europa «una deflazione dei salari e dei prezzi» impossibile da superare con il peso del rigore; «alla trappola della spirale dei debiti», che condanna questi Paesi a non uscire dalla crisi con il pretesto del risanamento dei conti. Fischer, in definitiva, accusa la Germania della signora Merkel e della sua grande coalizione di «euroegoismo» e di avere la memoria troppo corta. «Se la Bce non avesse seguito le decisioni di Draghi ma le obiezioni dei tedeschi a quest’ora l’euro non esisterebbe più. Il più grande pericolo per l’Europa – conclude il politico tedesco -attualmente è la Germania».

Ma cosa si decise alla Conferenza di Londra del 1953? La prima della classe Germania è andata in default due volte durante il Novecento (nel 1923 e, di fatto, nel secondo dopoguerra). In quella conferenza internazionale le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per darle la possibilità di ripartire. Tra i Paesi che decisero allora di non esigere il conto c’era l’Italia di De Gasperi, padre fondatore dell’Europa, e anche la povera e malandata Grecia, che pure subì enormi danni durante la seconda guerra mondiale da parte delle truppe tedeschi alle sue infrastrutture stradali, portuali e ai suoi impianti produttivi.

L’ammontare del debito di guerra tedesco dopo il 1945 aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora). Una cifra colossale che era pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre. Guerre da essa stessa provocate. I sovietici pretesero e ottennero il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo. Mentre gli altri Paesi, europei e non, decisero di rinunciare a più di metà della somma dovuta da Berlino.

Il 24 agosto 1953 ventuno Paesi (Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia), con un trattato firmato a Londra, le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto.

L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie. Ma nel 1990 l’allora cancelliere Helmut Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Anche questa volta Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto. Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni.

Il resto della storia è noto. E’ scritto nei sacrifici imposti dalla rigida posizione tedesca ai Paesi del Sud Europa che da anni combattono con una crisi che sembra senza fine. Fischer non ha dubbi. E punta il dito contro la sua connazionale Merkel: «Né Schmidt e né Kohl avrebbero reagito in modo così indeciso, voltandosi dall’altra parte come ha fatto la cancelliera. Avrebbero anzi approfittato della impasse causata dalla crisi per fare un altro passo avanti verso l’integrazione europea. La Merkel così distrugge l’Europa».

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Naomi Klein, giornalista canadese, è l’autrice di due best seller di denuncia: No Logo (vero e proprio libro cult del movimento mondiale contro la globalizzazione economica) e Shock Economy. Non ci resta che attendere la traduzione di questa sua terza fatica, che immaginiamo farà nuovamente perdere il sonno a tanti esponenti del mainstream liberista.

Da poco uscito in Canada e negli Stati Uniti, This Changes Everything, ultima fatica della giornalista canadese, pone in termini radicali il problema del rapporto fra emergenza climatica e capitalismo neoliberista, aprendo anche la discussione sulle strade possibili per arrivare al superamento tanto della prima quanto del secondo.

intervista a Naomi Klein di Micah Uetricht, da In These Times,

Che le lancette dell’orologio del cambiamento climatico siano in movimento – e sempre più speditamente col passare dei giorni – non è certo una novità. Al pari di molti altri la giornalista Naomi Klein ha passato diversi anni sentendosi sopraffatta dalle dichiarazioni sempre più apocalittiche degli scienziati sull’incombere di un destino tragico per il nostro pianeta, decidendo per lo più di ignorarle. Del resto, per molto tempo Klein è stata totalmente impegnata a rivelare i tanti abusi commessi da multinazionali come Microsoft e Nike nel suo primo libro, No Logo(1999), e l’imposizione, a diversi popoli recalcitranti in giro per il mondo, di politiche economiche liberiste e diseguaglianze sociali crescenti nel volume uscito nel 2007, Shock Economy.
Col passare degli anni, tuttavia, Klein ha cominciato a rendersi conto non solo del fatto che i mutamenti climatici sono così onnicomprensivi e urgenti da non poter essere ignorati ma anche di come essi rappresentino un’opportunità unica. Il cambiamento climatico “potrebbe essere la migliore risorsa argomentativa che i progressisti abbiano mai avuto a disposizione”, sostiene la giornalista, per dar vita a quei movimenti dal basso a carattere di massa in grado non solo di imporre adeguate misure per la protezione dell’ambiente ma anche di ingaggiare una battaglia contro le diseguaglianze economiche, creare società più democratiche, ricostruire un forte settore pubblico, venire alle prese con ingiustizie di genere e razziali che datano da lunghissimo tempo e con un’infinità di altre questioni.
Fare tutto ciò, ad ogni modo, richiederà ben altri sforzi rispetto a quello di cambiare qualche lampadina. “Ciò che era necessario fare per diminuire le emissioni non è stato sinora fatto” scrive Klein, “perché fondamentalmente entra in conflitto con il capitalismo della deregolamentazione”. Nel suo nuovo libro, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate (pubblicato di recente da Simon & Schuster ma ancora non disponibile in italiano, n.d.t.), l’autrice analizza il fallimento delle grandi organizzazioni ambientaliste (un universo da lei ribattezzato “Big Green”) e di quegli amministratori delegati che si ritiene siano animati da intenti filantropici, la posizione dei negazionisti di destra che mostrano in realtà di comprendere la posta in gioco del cambiamento climatico molto meglio di tanti progressisti e la realtà dei movimenti di base che si uniscono per combattere il riscaldamento globale.

Il suo libro prende le mosse da un esame critico delle tesi della destra e di quanti negano la realtà dei mutamenti climatici. Ciò è comprensibile, sia perché la destra ha intrapreso una campagna molto efficace finalizzata a sostenere che il riscaldamento globale non è reale, in modo da sbarrare la strada a nuove leggi potenzialmente utili, sia perché, come lei stessa sostiene, i negazionisti di destra comprendono in realtà molto meglio della maggior parte dei progressisti ciò che è in gioco nel tentativo di dare una soluzione al problema del cambiamento climatico: la rimessa in discussione, da cima a fondo, del capitalismo di libero mercato per come lo abbiamo conosciuto. Per quale motivo la destra capisce il cambiamento climatico meglio della sinistra?
Innanzitutto è importante avere ben chiaro che il movimento negazionista è non di rado interamente il prodotto del pensiero liberale e liberista. Think tank di destra come Cato, l’American Enterprise Institute e l’Heartland Institute hanno un ruolo predominante nell’organizzazione di raduni annuali come l’Heartland Conference o nelle pubblicazioni del movimento.
Heartland, ad esempio, è attualmente conosciuta soprattutto come un’istituzione di negazionisti del riscaldamento globale e molte persone credo ne abbiano sentito parlare solo in riferimento alla conferenza sul cambiamento climatico che organizza annualmente. Tuttavia, Heartland è in realtà prima di tutto un think tankche sponsorizza l’ideologia del libero mercato. Esiste da molto tempo, ed esiste per promuovere il programma neoliberista duro e puro fatto di deregulation, politiche di austerità e politiche antisindacali. Un pacchetto di misure politiche che conosciamo bene.
Quando, alla conferenza di un paio di anni fa, ho intervistato Joe Bast, il capo di Heartland, l’ho trovato piuttosto schietto in proposito. Mi disse di aver cominciato ad interessarsi al cambiamento climatico non perché avesse riscontrato dei problemi dal punto di vista scientifico ma perché aveva capito che se i dati scientifici erano veri e non sottoposti a confutazione ciò avrebbe significato che, dal punto di vista della regolamentazione statale, “tutto fa brodo”. L’intervento dello Stato in economia si sarebbe così dimostrato necessario. Si sarebbero dimostrati necessari investimenti nel settore pubblico. In buona sostanza, tutto il loro programma ideologico sarebbe stato condannato a rimanere al palo.
È per questo, mi ha spiegato, che lui e i suoi colleghi hanno scelto di difendere le posizioni acquisite, riuscendo alla fine a rinvenire quelle che ritengono essere delle imprecisioni scientifiche. Se lei dà un’occhiata a chi sono realmente i negazionisti, risulta chiaro che ciò che li muove è il desiderio di mettere al sicuro l’agenda neoliberista.
Costoro hanno assolutamente ragione quando affermano che una crisi di queste proporzioni implica una risposta collettiva, investimenti nel settore pubblico e una forte regolamentazione. Ciò non equivale a dire che implichi il socialismo. All’interno del campo della regolamentazione statale si dà un’ampia gamma di risposte possibili, alcune delle quali sono a mio avviso ben poco auspicabili, mentre altre decisamente di più. Ma l’idea che possa esserci una risposta ai mutamenti climatici interna a un’ottica di laissez faire è piuttosto assurda.
La ragione per cui tutto ciò ha una sua importanza risiede nel fatto che quest’ultima idea coincide con quella che i principali gruppi ambientalisti ci hanno propinato: è possibile affidare al mercato la risoluzione del problema. In realtà, i precedenti ci dicono che l’essersi affidati al mercato ha comportato un aumento delle emissioni pari al 61 per cento a partire dal momento in cui avremmo presumibilmente cominciato ad affrontare il problema del cambiamento climatico.

Leggendo il capitolo del libro intitolato “Big Green”, dedicato alle principali organizzazioni ambientaliste che lei sottopone ad una stroncatura piuttosto minuziosa, sono rimasto colpito da quanto le risposte di destra e quelle di sinistra al problema del cambiamento climatico rispecchino i mutamenti politici che hanno caratterizzato in generale destra e sinistra nell’epoca dell’egemonia neoliberista. Da un lato abbiamo infatti una destra che ha in realtà ben chiara la posta in gioco e ha pertanto assunto la linea dura al fine di impedire qualsiasi tipo di soluzione anche solo moderatamente progressista; dall’altro, ci sono dei progressisti sempre più in balia di una deriva destrorsa e per lo più arrendevoli di fronte all’agenda della destra. Può parlarci un po’ di Big Green?
L’universo del Big Green è fatto di semplici progressisti, si tratta di un movimento molto liberal. La sinistra in quanto tale ha infatti pressoché rinunciato a confrontarsi con il tema del cambiamento climatico. Salvo rare eccezioni, a sinistra la questione climatica non ha mai preso vero slancio come problematica a sé stante e si è sempre configurata piuttosto come un’appendice di qualcos’altro. È significativo il fatto che, quando il movimento di Occupy si è costituito, il primo manifesto programmatico che elencava tutti i mali del capitalismo non facesse parola del cambiamento climatico. Si tratta a mio avviso di una svista rivelatrice.
Penso che il cambiamento climatico sia il miglior argomento che abbiamo mai avuto a disposizione contro la tendenza alla destabilizzazione della vita sul nostro pianeta insita nel capitalismo. Eppure, la sinistra si è come chiamata fuori. Parte di tutto ciò è anche l’idea che il movimento contro il cambiamento climatico abbia a che fare con Al Gore – per l’amor di Dio! – con le star di Hollywood e con un generico progressismo. Noi gente di sinistra non volevamo avere nulla a che spartire con costoro, per cui abbiamo di buon grado abbandonato il cambiamento climatico nelle mani dei Big Green.
Credo abbia giocato un ruolo anche una sorta di stanchezza che pesa sulle spalle degli attivisti di sinistra, dal momento che ci si chiede di occuparci di così tante questioni e questa qui, nello specifico, dava l’impressione di essere seguita da altri. In questo senso, non è che le persone di sinistra abbiano mai pensato che il cambiamento climatico non fosse in atto, semplicemente lo hanno trattato dicendo: “Ok, questa me la risparmio, perché ho una sacco di altre cose da fare e in fin dei conti non mi sembra una questione così urgente”.
Penso infine che sia difficile tenere adeguatamente in considerazione le conseguenze della paura di fare errori che caratterizza molte persone. Le politiche climatiche sono il regno dell’incertezza. I Big Green sono riusciti a trasformare una problematica che è in realtà piuttosto semplice in qualcosa di sorpredentemente inaccessibile e misterioso.
Ci si confronta qui con due universi che sono entrambi problematici. Uno è quello della scienza e l’altro quello della politica. Ambedue sono in apparenza molto complicati. Si tratta di un ambiente che può risultare tutt’altro che accogliente, se uno non ne fa parte. Un ambiente fatto di persone che si sventolano vicendevolmente in faccia grafici e tabelle. E va detto che i negazionsiti, col loro gridare costantemente “Ecco, vi abbiamo beccato!”, hanno in qualche modo esercitato un condizionamento. Molti si sono sentiti obbligati ad essere estremamente circospetti, a non dare nulla per scontato; si sono sentiti impossibilitati a stabilire un collegamento fra le condizioni metereologiche estreme e la questione climatica, perché le due cose non sono sovrapponibili. Per un bel po’ di tempo si è fatta una certa fatica a parlar chiaro.
Quando il linguaggio si fa così circospetto, complesso e specializzato, il messaggio che arriva alle persone comuni è che hanno a che fare con un club esclusivo, di cui non sono parte. Penso che tutto ciò valga anche per le persone di sinistra.

Lei sottolinea che il sistema capitalista è responsabile della difficile situazione in cui ci troviamo dal punto di vista climatico, poi però fa anche riferimento, per lo più en passant, alla necessità di un cambiamento di stile di vita da parte di tutti coloro che abitano in paesi come gli Stati Uniti e il Canada. A un certo punto menziona l’abbandono di alcuni dei valori dell’Illuminismo che ritiene connessi con l’estrattivismo. Devo dire che mi innervosisco parecchio, talvolta, quando sento gente di sinistra che parla di voltare le spalle ad alcune parti dell’Illuminismo e della modernità.
Penso che vada chiarito in maniera molto netta che affrontare la questione del cambiamento climatico non significa essere contrari alla tecnologia. Il punto è il bisogno che abbiamo di trasformare la tecnologia in un potere diffuso e non centralizzato. La tecnologia può svolgere un ruolo centrale praticamente in ogni tipo di trasformazione, ma questo non significa che tutte le tecnologie vadano bene ed abbiano effetti positivi.
Dobbiamo fare molta attenzione al culto feticistico e totalmente reazionario di un qualche idilliaco passato. Allo stesso tempo, però, l’aver frequentato un po’ i geoingegneri mi ha veramente messo addosso una paura boia. È evidente che più proseguiamo lungo questa strada, più l’idea baconiana di progresso finisce per coincidere con l’imbrigliamento e il controllo della natura, più prenderanno piede questo tipo di tecnologie che comportano rischi sempre più estesi e sempre maggiori.
Ritengo che dobbiamo effettivamente aprire un dibattito che abbia al centro la questione fondamentale del nostro ruolo su questo pianeta, se esso debba cioè consistere o meno nel dominare la natura e se noi esseri umani dobbiamo considerarci in guerra con quest’ultima. Non sono contro la scienza, ma andremo verso una moltiplicazione dei rischi veramente preoccupante se non cominciamo a domandarci, in maniera decisamente scomoda, fino a che punto si estende la nostra intelligenza. Non dobbiamo sguazzare nell’ignoranza, ma la sopravvalutazione della nostra intelligenza può essere foriera di enormi pericoli.

Verso la fine del libro lei parla della sua crescente insofferenza nei confronti di quei movimenti privi di strutture stabili che ha invece difeso in passato, primo fra tutti il movimento no global che animò diversi momenti di protesta all’inizio del nuovo millennio. Ciò è dovuto all’urgenza della questione climatica o ci sono altre motivazioni?
Non penso di essere la sola a provare quest’insofferenza. Ritengo che si sia trattato di un’evoluzione e che la mia generazione – la generazione degli attivisti no global, la generazione di Seattle – si sia lasciata trasportare un po’ troppo nella sua avversione per le strutture. Tutto ciò che puzzava di politica e di istituzioni era visto in maniera sospettosa. Nella generazione di Occupy e nei movimenti europei anti-austerità osservo invece il desiderio di trovare una via che sappia raggiungere un equilibrio fra la convinzione della necessità del decentramento e la legittima diffidenza nei confronti del potere statale centralizzato da un lato e un serio impegno politico e di prassi politica dall’altro.
È per questo che dedico una parte abbastanza significativa del libro ai successi, per quanto imperfetti, della transizione energetica tedesca. Questa è un’importante vittoria dei movimenti sociali: Angela Merkel non ha fatto quello che ha fatto a causa del suo buon cuore, ma perché la Germania ha il più forte movimento antinuclearista del mondo e, più in generale, un movimento ambientalista molto agguerrito.
La rapidità della transizione tedesca lascia sbalorditi. Stiamo parlando di un paese che, nell’arco di dieci anni e mezzo, è arrivato a produrre il 25 per cento della propria energia da fonti rinnovabili, in buona parte ricorrendo a cooperative decentrate e controllate dalle comunità locali. Tuttavia, la cosa non si è svolta all’insegna del “Ehi, facciamolo, io e i miei amici vogliamo metter su una cooperativa energetica”… Si è trattato piuttosto di una politica nazionale generalizzata che ha creato un contesto nel quale si sono potute moltiplicare una serie di alternative che, sommate fra di loro, hanno dato vita al più significativo processo di transizione energetica del mondo, almeno per come la vedo io.
Conosco personalmente alcuni attivisti del movimento ambientalista tedesco. Anche loro affondano le proprie radici politiche nel movimento no global, e un tempo erano molto più propensi a respingere in maniera sdegnata l’idea di impegnarsi in politica. Oggi, tuttavia, le persone si sporcano le mani. Lo si vede a Seattle, con la lotta per il salario minimo. Lo si vede a Chicago con il movimento degli insegnanti. Lo si vede in Islanda, con il movimento anti-austerità che dà vita ad una sua propria creatura politica. Lo si vede in Spagna con Podemos. Sempre più spesso nascono nuove organizzazioni tramite le quali le persone cercano di trasformare l’essenza stessa della politica.
Non è solo la scienza del clima a rendermi insofferente. Quando difendevo l’assenza di strutture del movimento no global lo facevo soprattutto per cercare di respingere i tentativi di cooptarlo posti in essere da altre realtà, che comparivano improvvisamente dicendo: “Ecco qui, ho per voi un programma in dieci punti”. Io rispondevo: “Dateci tempo, saremo noi stessi a produrre un programma, prima o poi”. Però non lo abbiamo fatto.
Non ho mai sostenuto che non dovessimo avere un programma, ero solo alla ricerca di un catalizzatore e di un quadro adatto nel quale inserirlo. Credo che il cambiamento climatico, col suo fondare la necessità della trasformazione su basi scientifiche, il suo darci un termine temporale e la sua capacità di fare da collettore di tanti movimenti diversi, possa oggi essere sia quel quadro che quel catalizzatore.

Vorrei farle una domanda sul sindacato. In alcuni punti del libro lei fa infatti riferimento ai sindacati, ad esempio a proposito della Blue-Green Alliance.[1] D’altro lato, però, è abbastanza evidente che tanto i sindacati Usa quanto quelli canadesi sono ben lontani dall’avere realmente compreso la portata della questione climatica. In che modo, secondo lei, la nuova generazione di ambientalisti – “Blockadia”, come la chiama nel suo libro – dovrebbe guardare al sindacato e relazionarsi ad esso?
Penso si sia ormai molto diffusa all’interno del movimento contro l’oleodotto Keystone [2] un’autocritica (che anch’io faccio mia) secondo la quale sarebbe stato meglio coinvolgere sin dall’inizio anche una componente sindacale. Quando erano ormai due anni che lottavamo contro quel progetto è saltato fuori un rapporto molto accurato che spiegava come gli investimenti dirottati verso di esso sarebbero potuti servire a creare una quantità nettamente superiore di posti di lavoro ecologicamente puliti, come farlo e come coinvolgere a questo scopo tutta una serie di realtà sindacali.
Non penso che i giovani ambientalisti di oggi ce l’abbiano con i sindacati. Vedo al contrario una spinta molto forte a lavorare insieme e a proporre modelli che contengano soluzioni corrette. Molte tensioni si concentrano sicuramente attorno ai progetti di nuovi oleodotti. Credo che a New York (alla People’s Climate March, tenutasi lo scorso 21 settembre, n.d.t.) vedremo una forte presenza sindacale, ed è questo uno degli aspetti più inediti e interessanti di questo appuntamento unitario.
Le opportunità mancate, da entrambe le parti, ormai non si contano più. È evidente che ci sono settori del movimento operaio statunitense che continuano a sprecare grandi energie nella difesa di un numero molto esiguo di posti di lavoro pessimi, soprattuto se li si confronta con l’opportunità che abbiamo di creare un numero veramente elevato di posti di lavoro di qualità. Tuttavia, penso che dovremmo andare un po’ oltre il semplice parlare di posti di lavoro: la questione vera è l’attività lavorativa in quanto tale.
Il libro si confronta da vicino col fatto per cui le risposte keynesiane, prese singolarmente, non ci portano al raggiungimento dell’obiettivo. È necessario cominciare a discutere della necessità di ridurre alcune parti della nostra economia per espanderne invece altre. Ciò significa ad esempio ampliare la fetta destinata al lavoro di cura. Significa riconoscere il lavoro che non è considerato tale, come è appunto nel caso della cura dei figli o degli anziani. Significa cominciare a parlare di reddito minimo garantito. Dobbiamo andare oltre la semplice discussione sui posti di lavoro.
Da un certo punto di vista, per il sindacato tradizionale si tratta di una sfida ancora più impegnativa, non appena smettiamo di parlare solo di posti di lavoro e cominciamo invece a discutere di come valorizzare l’attività lavorativa in generale. Sono convinta che una battaglia per il reddito minimo garantito, un dibattito reale e vivo su questa questione, potrebbero portare alla costituzione di un blocco elettorale di un certo peso. E ciò potrebbe avere degli effetti positivi sul sindacato.

Nel libro viene sottolineata tutta una serie di possibili connessioni fra le questioni di genere, la lotta delle lavoratrici domestiche, il reddito minimo universale, la questione dei risarcimenti, tutti temi che cominciano ad imporsi sempre di più ma che sono completamente isolati l’uno dall’altro.
Una cosa che trovo emozionante è che il mio libro può servire ad incoraggiare altri a dire: “Ehi, anche questa questione ha a che fare con il clima. Devo scriverne in qualche modo, Klein l’ha menzionata solo di sfuggita”. E devo dire che sto già avendo un ritorno di questo tipo, ad esempio di gente che mi scrive: “Dovresti dire qualcosa in più sull’esercito e sulle guerre, sul finanziamento della ricerca di base e sull’istruzione pubblica…”. E, veramente si tratta di una lista infinita.
Mi auguro che siano tante le persone di sinistra che, leggendo il libro, si sentano stimolate a scrivere a loro volta. Che si tratti di critiche, di cose tipo “hai dimenticato questo”, “ecco un’altra cosa” o in qualunque altro modo ciò si esprima. Abbiamo assolutamente bisogno di un dibattito di questo tipo.

Molte delle notizie riguardanti i disastri climatici che si profilano all’orizzonte rischiano di portare ad una paralisi dei sensi e al nichilismo. Lei scrive in modo molto commovente di come è riuscita a lasciarsi alle spalle un po’ di questo senso di paralisi, circostanza che l’ha portata a decidere di avere un figlio. Tuttavia, oltre a preoccuparci del fatto che le persone vengano alle prese con la devastazione cui porteranno i cambiamenti climatici, non dovremmo anche essere in apprensione per il fatto che esse dovranno confrontarsi con l’enorme portata delle contromisure da intraprendere – ad esempio, privare le grandi multinazionali dei combustibili fossili di profitti miliardari – e che potrebbero alzare le mani in segno di resa di fronte a compiti così gravosi?
Non penso sia nulla di più spaventoso di quanto si è cercato di fare con Occupy Wall Street. Nulla di più preoccupante dello sfidare le banche. C’è una forza, che ci spinge a combattere collettivamente questa crisi esistenziale, che è allo stesso tempo fonte di timore e una potenziale spinta ad agire. Non sto dicendo che tutto ciò non faccia paura. Tuttavia, i movimenti progressisti assumono sempre su di sé grandi sfide. Tutti siamo consapevoli, credo, del fatto che dobbiamo venire alle prese con ricchezze consolidate, con diseguaglianze mostruose presenti nei nostri rispettivi paesi e con il controllo che le grandi aziende esercitano sulla politica. Il punto non è se dobbiamo farlo o meno: sappiamo tutti che dobbiamo farlo. Sappiamo tutti che non possiamo sottrarci a questa battaglia.

(traduzione di Marco Zerbino)

NOTE

[1] Realtà associativa Usa che riunisce in un unico organismo alcuni fra i più grandi sindacati di categoria statunitensi (ad esempio il sindacato dei metalmeccanici, quello dei lavoratori dell’industria automobilistica e quello del settore sanitario) e diverse importanti associazioni ambientaliste. Scopo dell’associazione è quello di costruire “un’economia americana più pulita, più giusta e più competitiva” (n.d.t.).
[2] Il progetto Keystone XL riguarda la costruzione di un megaoleodotto che dovrebbe servire a trasportare il petrolio delle sabbie bituminose canadesi fino alle coste texane del golfo del Messico. (n.d.t.).

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Riporto questo articolo di Luigi Leone dal sito dell’emittente televisiva Primo Canale. Per i non genovesi un paio di precisazioni. Innanzitutto, Primo Canale è da sempre su posizioni assai critiche nei confronti di tutto quello che è targato sinistra in Liguria. Però per quanto concerne le emergenze è sempre “sul pezzo”, con servizi in diretta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Poi, sempre per i non genovesi, passo a illustrare personaggi e interpreti: Claudio Burlando è dal 2005 presidente della Regione Liguria, Politico di lungo corso (PCI, PDS, DS, PD) è stato sindaco di Genova, ministro dei Trasporti, oltre ad aver assunto diversi incarichi di responsabilità a livello nazionale nel partito di appartenenza; Raffaella Paita, spezzina, attuale assessore regionale con delega, fra l’altro alla Protezione Civile, è candidata alle primarie del PD per la successione a Burando. Di area renziana, è da tempo impegnata nella propria campagna elettorale; Marco Doria, professore universitario di storia economica, è attualmente sindaco di Genova. È uno dei sindaci che vengono definiti “arancioni”, con Pisapia, De Magistris e altri. Claudio Montaldo (sempre trafila PCI-PD) è vice presidente della Regione.

Burlando, Paita & Co. Fuga dalle responsabilità

Scena prima: alle 18,50 di giovedì 9 ottobre un tweet informa che dalle 19 – cioè dieci minuti dopo – il servizio di numero verde della Protezione civile sarà disattivato. Per tutta la mattina la pioggia ha martellato, con ondate violentissime, la città di Genova. Ma secondo l’Arpal, depositaria delle previsioni meteo ufficiali e che dipende dalla Regione Liguria, non succederà nulla. La Protezione civile regionale se ne sta, di conseguenza se ne sta anche quella del Comune di Genova. E se ne stanno, ovviamente, il governatore Claudio Burlando, l’assessore regionale Raffaella Paita, il sindaco Marco Doria e l’assessore comunale Gianni Crivello (peraltro ricoverato in ospedale). Non uno che si prenda la responsabilità di andare oltre l’Arpal e imporre che la macchina dell’emergenza si metta comunque in moto. Il che avverrà in ritardo, quando ormai Fereggiano, Bisagno, Sturla e Carpi stanno esondando. Con ciò che ne deriva, compresa la perdita di una vita umana.

Scena seconda: venerdì 10 ottobre, con la città di Genova devastata dall’ennesima alluvione, uno dei subitanei pensieri dell’amministrazione regionale ligure guidata da Claudio Burlando è quello di postare sul sito ufficiale dell’ente due comunicazioni. Uno: “Elenco dei principali interventi di messa in sicurezza idraulica e di difesa del suolo”. Due: “Cronistoria rifacimento copertura Bisagno”. Per la serie: “Ma che colpa abbiamo noi?”.

Raffaella Paita e Claudio Burlando

Scena terza: lo stesso venerdì 10 ottobre, Burlando si presenta in conferenza stampa, con al fianco da una parte il vicepresidente Claudio Montaldo e dall’altra l’assessore con delega a protezione civile e ambiente Raffaella Paita. I due fanno le belle statuine silenti, il governatore parla, in piena pure lui. E che cosa dice? La colpa è della burocrazia, dei ricorsi al Tar e di tutti i lacci e lacciuoli che gli hanno bloccato le mani, lui che è commissario alla copertura del Bisagno. Quanto all’Arpal, il tono è assolutorio, perché gli serve per l’autoassoluzione. Il modello matematico delle previsioni ha toppato, ma Burlando ci spiega che in passato ha consentito di centrare tutti gli eventi catastrofici e semmai ha provocato qualche allerta anche quando non era il caso. Ecco un punto chiave: a nessuno, all’Arpal e in Regione Liguria, cominciando da Burlando e proseguendo per l’assessore Paita (quando ha preso la delega si è fatta dire come stessero le cose?), è venuto in mente che sarebbe anche potuto accadere il contrario, e cioè una mancata allerta quando invece sarebbe stata necessaria? Naturalmente no, ma è esattamente quanto avvenuto. Ad oggi, però, nessuno dell’Arpal sembra destinato a pagare il gravissimo errore commesso, né pagherà chi in Protezione civile regionale si è fidato ciecamente di un modello che già aveva mostrato dei limiti, né pagheranno – e ci mancherebbe! – Burlando o Paita per la colpa in vigilando che inevitabilmente dovrebbe investire chi sta in cima alla piramide. E’ un’operazione di disinformazione che tecnicamente meriterebbe 10 e lode in una virtuale pagella. Ma è da sprofondare se la si osserva con la lente di ingrandimento della morale politica. Il disastro è avvenuto per il corto circuito in Regione Liguria (leggi Arpal-Protezione civile) o per colpa di opere che comunque non sarebbero state ancora ultimate?

Scena quarta: il sindaco Marco Doria scende troppo tardi fra gli alluvionati e quando lo fa si prende ogni sorta di insulto. Sono gli oneri connessi agli onori della carica. Dal punto di vista della comunicazione, però, a lui va uno zero spaccato. Come i genovesi, anche lui e il Comune sono vittime della vergogna dell’allerta zero. Ma il marchese Doria, che come gran parte dei nobili sembra vivere su un altro pianeta, non ha nel dna il gene dell’incazzatura. Reagisce in modo surreale e si limita a dire con eleganza – noblesse oblige – che dall’Arpal non è scattato alcun allarme, anziché alzare la voce e guidare, lui che è primo cittadino, la rivolta dei cittadini contro i responsabili dell’alluvione arrivata senza alcuna rete protettiva. Poi, certo, le magagne stanno anche a Tursi: dal mancato varo dei “piani di dettaglio” per fronteggiare simili emergenze alla beffa dei premi riconosciuti ai dirigenti della prevenzione disastri. Da salvare non c’è nessuno, ma le diverse tonalità di responsabilità sull’evento non sono una sfumatura.

Scena quinta: la politica-politicante non usa le pale come gli “angeli del fango”, provvede semmai a evitare che gli schizzi le arrivino addosso. Il Burlando logorroico della conferenza stampa di venerdì ruba la scena a Paita e Montaldo? No, fa da paravento a tutto e a tutti, l’esperienza non gli manca. Montaldo è lì come vicepresidente, ma il governatore se lo sarebbe portato appresso se non avesse dovuto – e sottolineo dovuto – portarsi Paita per dovere d’ufficio, avendo lei la delega a protezione civile e ambiente? Ne dubito, anche Montaldo serve da copertura. Lo si capisce dal fatto che Paita, nei giorni precedenti tarantolata alla ricerca di consensi per le primarie del centrosinistra, letteralmente sparisce dalla scena. Non rendendosi ancora conto di quanto stava accadendo, aveva twittato la sua presenza al centro d’emergenza del Matitone, ma le reazioni non proprio simpatiche l’hanno rapidamente indotta a recedere da ogni ipotesi di “ghe pensi mi”. La rete, che osserva con attenzione, difatti ora si interroga: “Dove sei Paita?”. Lei ha fatto genericamente sapere di essere sul territorio a lavorare. Ma certo il suo presenzialismo sfrenato delle settimane e dei giorni scorsi stride con l’immersione di queste ore. Per la serie: meno mi faccio vedere, più sopravvivo alla bufera. E’ questa la capacità di assumersi le responsabilità, anche quelle che non competono se lo richiede il ruolo, di un aspirante futuro governatore della Liguria?

Scena sesta: che il “Dove sei Paita?” lanciato in rete non sia un interrogativo ozioso, lo dimostra un altro fatto. Il Pd genovese guidato da Alessandro Terrile, fra i pochissimi ad aver dimostrato di avere ancora i piedi piantati nella realtà, ha preso una iniziativa coraggiosa, chiedendo di porre fine alla politica dello scaricabarile e di riparlare delle primarie nel 2015. Quindi a gennaio. “Prima bisogna pensare a Genova” dicono Terrile e compagni, consapevoli che il partito può davvero andare a sbattere contro l’ira della gente. Del resto “guidiamo la Regione, la ex Provincia e il Comune di Genova, come possiamo chiamarci fuori?”. Un’ovvietà, non fosse che l’ovvio sembra non abitare più alle latitudini delle istituzioni locali, Regione in testa. Difatti, il capogruppo all’assemblea ligurie dello stesso Pd, Antonino Miceli, come se ne esce in una dichiarazione sul Secolo XIX? “D’accordo, ma con senso di responsabilità convergiamo sul candidato unico Raffaella Paita”.

A parte che i candidati alle primarie sono due, perché un po’ di rispetto imporrebbe di ricordare che c’è pure Alberto Villa, Miceli è lontano anni luce dalla preoccupazione che ha Terrile di veder travolto dall’alluvione anche il partito. Macché, Miceli si preoccupa di non vedere travolta la Paita e con essa la promessa di ottenere uno strapuntino in Regione anche se lui il limite dei due mandati lo ha già raggiunto. Da spalare non c’è solo il fango portato dai torrenti esondati.

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Per evitare di dimenticarla, riporto qui la battuta di Crozza a proposito dell’incontro che Matteo Renzi, durante il suo viaggio negli Stati Uniti, ha avuto con Sergio Marchionne. Cito a memoria, dopo una decina di giorni, quindi potrebbe esserci qualche piccola imperfezione:

Marchionne è un abruzzese, con passaporto canadese, residente in Svizzera, che lavora in America, per un’azienda con sede in Olanda e che paga le tasse in Gran Bretagna e che in Italia produce cassa integrazione.

Grande Crozza!

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Joseph Halevi, Il Manifesto, agosto 2009

Su la Repubblica e su la Stampa di ieri sono apparsi articoli molto scettici nei confronti degli attuali annunci di ripresa economica. È pertanto legittimo chiedersi se si profilano soluzioni e scenari di un’uscita dalla crisi e su quale base sociale possa l’eventuale nuova fase poggiare. Guardando alla storia del capitalismo moderno si nota che non fu il New Deal a sollevare gli Usa dalla depressione bensì l’entrata di Washington nel grande solco della spesa pubblica militare apertosi con la Seconda Guerra Mondiale. Ciò costituì la vera uscita capitalistica dalla Grande Depressione su una base sociale allargata.

Allora il keynesismo militare Usa divenne il pilastro economico della rinascita ed espansione dei capitalismi europei e di quello nipponico, nonché del consenso sociale che raccolsero. Mai profitti, accumulazione reale, salari, occupazione e previdenza sociale, ebbero dinamiche così sostenute e mutualmente assai compatibili come nel quarto di secolo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale all’annullamento di Bretton Woods di fatto proclamato dal presidente Richard Nixon il 15 agosto del 1971. Quella data segna l’inizio della fine, assai rapida in verità, delle compatibilità keynesiane (più spesa pubblica, più occupazione, salari più alti, più domanda, più profitti, più investimenti grazie alla maggiore domanda). Non per questo però cessò di esistere il militarismo keynesiano che ricevette infatti una nuovo grande impulso durante la presidenza Reagan. Tuttavia fu proprio negli anni ottanta che le espansioni classicamente militar keynesiane si mostrarono invece ampiamente compatibili con la caduta dei salari dando luogo all’esplosione del fenomeno dei working poor, cioè di lavoratori poveri.

Nel nuovo contesto di deterioramento salariale le spese militari ed affini non potevano più sostenere l’espansione economica Usa, senza la quale né il Giappone avrebbe evitato una grande crisi, né la Cina di Deng Xiaoping sarebbe decollata capitalisticamente.

All’insufficiente keynesismo militare si è quindi abbinato, in maniera crescente dalla seconda metà degli anni ottanta per diventare dominante nel corso di questo decennio fino allo scoppio della crisi nel 2007, un keynesismo finanziario, l’espressione è di Bellofiore, fondato sull’indebitamento delle famiglie stimolato ed agevolato dalla politica di denaro facile da parte della Federal Reserve. Politica necessaria per colmare i vuoti (baratri) di potere d’acquisto che altrimenti sarebbero sfociati in una Grande Crisi di domanda effettiva. Qui sta l’origine della bolla speculativa esplosa due anni fa. Il crollo del keynesismo finanziario non riapre spazi a quello classico basato sulla spesa militare. Questa è a sua volta in crisi per mancanza di obiettivi e per il pantano iracheno prima ed afghano adesso. I margini del keynesismo idealistico, imperniato su contratti di lavoro collettivi ben definiti, su spese pubbliche sociali e produttive, su aliquote fiscali progressive, sono sempre stati molto limitati ma oggi sono del tutto inesistenti. Per rendere credibile il keynesismo idealistico bisognerebbe rivoluzionare almeno lo Stato. Bisognerebbe cioè sradicare gli interessi economici che attualmente lo dominano e lo plasmano.

James Galbraith, che pure ha fiducia nella possibilità di un capitalismo riformato, ha scritto un bel libro ove mostra quanto lo stato americano sia diventato uno strumento in mano a interessi monopolistico finanziari predatori (vale, eccome, anche per l’Italia). L’idea di un contratto sociale, evidente nella valenza istituzionale keynesiana, è assolutamente aliena a queste forze vieppiù dominatrici. Esse ridefiniscono metodicamente in funzione esclusiva dei loro «profitti» le cosiddette compatibilità economiche come appare anche dal nuovo decollo globale della finanza e dei «mercati» che nulla ha a che vedere con una soluzione sistematica della crisi.

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Il breve racconto che segue è tratto dal libro La Repubblica di Torriglia. Il partigiano Marzo e i compagni della Cichero, di Giovanni Battista Canepa (nome di battaglia “Marzo”). Si tratta di un libro sulla Resistenza diverso dal solito, con molti brevi racconti che illustrano i diversi aspetti della lotta partigiana in Liguria.

Ecco la storia di Genny…

La gamba di Genny

Genny era giunto da Milano, dove fino allora aveva combattuto nei G.A.P., e ora insisteva per far parte di un distaccamento; ma quando scoprimmo che era mutilato (un perfetto arto meccanico non lasciava sospettare che la gamba fosse amputata sotto il ginocchio) lo convincemmo che la vita dei distaccamenti, a doversi spostare continuamente per sentieri impervi, era ben altra della lotta in città; sicché avrebbe potuto rendersi ugualmente utile lavorando in un ufficio.

Fu così che si stabilì in una locanda nelle vicinanze di Marsaglia, dov’era la redazione del “Partigiano”: un giornaletto che in quel triste inverno, quando il proclama di Alexander ci invitava a tornarcene a casa, serviva a rinsaldare lo spirito dei nostri combattenti.

Ora, poco prima di Natale, i tedeschi sferrarono il famoso rastrellamento dei mongoli, con due divisioni composte di prigionieri di guerra, abbruttiti da anni di «lager» e alcoolizzati per potersene meglio servire nella loro spietata repressione. Abbiamo già parlato del maggiore tedesco, quando venne a parlamentare, e così eravamo a conoscenza delle malefatte – incendi, ruberie, stupri e uccisioni – che quei disgraziati avevano compiuto in Val d’Ossola. Sicché, non avendo accettato di consegnare le armi, già sapevamo a cosa si sarebbe andati incontro: e difatti fu una lotta tremenda e inumana, nei monti coperti di neve, nelle valli e nei canaloni ghiacciati, cercando di sganciarci senza mai dare e aver tregua. Fintanto che, verso la fine di gennaio, fu la volta dei tedeschi a cercare scampo in pochi capisaldi protetti da campi minati, e lì starsene asserragliati.

Naturalmente nei primi giorni, dove arrivavano quei manigoldi facevano degli orrori, e ora le popolazioni, ai primi allarmi, specie le donne e i bambini, correvano a rifugiarsi in caverne, in pagliai, e lì restavano al freddo e alla fame, pur di sottrarsi alle violenze di quei bruti. Ma a Marsaglia nessuno s’aspettava che arrivassero tanto presto, e così, quando un loro pattuglione di mongoli irruppe nella locanda dov’era rimasto Genny, sorprese tutti mentre stavano preparandosi a fuggire.

Rinchiuse le donne e i bambini in una stanza, quei bruti afferrarono Genny che s’era rifugiato dietro il banco di mescita e gli ordinarono che provvedesse a dar loro da mangiare e da bere; e il poveretto si diede un gran daffare a portare in tavola tutto quel che c’era in cantina, e a stappare bottiglie di vino e di grappa. Mentre li serviva, uno di loro che biascicava un po’ la nostra lingua, gli chiese se in quei paraggi avesse visto dei partigiani: ma dal modo come gli aveva rivolto la domanda, dalla preoccupazione che tutti gli altri tradivano con il continuo avvicendarsi sulla porta a spiare tutt’intorno, Genny aveva compreso che non si sentivano sicuri: sicché con fare circospetto come se tradisse un gran segreto e qualcuno potesse ascoltarlo, ammise che di partigiani da quelle parti ce n’erano, e tantissimi.

Intanto continuava a riempire i bicchieri con quella sua miscela infernale, fatta di vino e grappa, e quelli, forse per darsi coraggio, se la tracannavano tutta d’un fiato e cercavano di afferrare quel che diceva quando, accostatosi ad una finestra indicò le montagne coperte di neve: «Lassù ce ne sono… e poi anche lassù, tantissimi… e quando scendono a valle, non ci resta che scappare…». E quelli ripetevano: Lazzù… e anghe lazzù…» e con vocette stridule, in grande agitazione, discutevano.

Finché l’interprete non gli chiese se fossero armati e come potessero vivere su quei cocuzzoli gelati, senza un rifugio né un villaggio dove potersi rifornire, e allora Genny, abbassando la voce, parve deciso ormai a svelare il mistero: «Che gli servirebbero le armi? Non sono uomini quelli che vivono lassù, ma diavoli: creature soprannaturali, uomini delle nevi che non soffrono il gelo, non soffrono la fame e manco il fuoco… sono diavoli in carne e ossa, ecco quel che sono…» e, portate le mani alla testa, ora faceva le corna.

Mentre quel mammalucco rivoltosi ai suoi andava traducendo, Genny attizzava il fuoco nel caminetto e intanto sbirciava l’effetto delle sue panzane su quei gonzi che ormai erano del tutto ubriachi; e pur non riuscendo a capire un’acca del loro cicaleccio, dal modo come lo fissavano con gli occhi spiritati era evidente che per effetto della paura, ma soprattutto per la quantità di quella miscela infernale che avevano ingurgitato, stavano perdendo il controllo. Si trattava dunque di trarre il massimo vantaggio da quella situazione tragicomica: ed ecco che afferra uno sgabello, si siede davanti al caminetto e, accavallate le gambe, allunga il piede mutilato sulla brace, borbottando: «Da queste parti noi siamo fatti così: non ci spaventa il gelo e nemmeno il fuoco…».

Ora tutti erano balzati in piedi come molle, fissando con occhi sbarrati la scarpa che stava sprigionando un fumo acre, mentre il nostro Genny, come se non si fosse accorto di nulla, si rivolgeva al traduttore chiedendo come avrebbero fatto a combatterli.

Ma improvvisamente, quando le fiamme avvolsero il piede e lo resero incandescente, si udì un urlo di raccapriccio e, tutti, in gran confusione, sospingendosi e urtandosi, si precipitarono alla porta.

A Genny non rimase che immergere il suo arto carbonizzato in un secchio d’acqua, eppoi correre zoppicando a liberare quelle povere donne, più morte che vive.

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