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Archive for novembre 2014

La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa il perché!

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Ci sono due motivi per leggere un libro: uno, che puoi godertelo, l’altro, che puoi vantarti di averlo letto.

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Angelo d’Orsi, MicroMega, 18 novembre 2014

Il settimanale tedesco Die Welt in occasione dei 25 anni del Mauerfall(il cosiddetto “crollo del Muro”), ha realizzato un dossier sulla ricorrenza, dando la parola ad alcuni trentenni (compresi fra i 26 e i 35 anni), ossia individui che il 9 novembre del 1989 erano bambini, da uno a dieci anni. Il quadro che dipingono è di grande interesse, e nell’insieme si può definire problematico. Il pensiero critico, insomma, sopravvive, e non si lascia imbavagliare dallo spirito della celebrazione, quella beota di chi non ha perso l’occasione, in questi giorni, per inneggiare al liberalismus triumphans, magari tirando in ballo la situazione geopolitica attuale, con cenni al ritorno alla guerra fredda per colpa dell’aggressività dell’“Orso russo”.

Dibattiti tv, servizi sui giornali, interviste, hanno riproposto luoghi comuni, stucchevoli e spesso fuorvianti, anche se stavolta va rilevato un minimo di pudore in più rispetto al passato: forse effetto della crisi che si sta impietosamente prolungando, lasciando una scia sempre più scura di dolore, tra rassegnazione inerte e rivolta incipiente. Ma l’apologetica dell’Occidente domina, e prevale, di gran lunga, incurante di quel che le vicende internazionali ci hanno regalato come prodotto della fine del bipolarismo, e ingresso nell’era unipolare, con lo strapotere, militare, economico, finanziario, culturale, degli Stati Uniti d’America, il vero Big Brother della famiglia umana.

Insomma, stupisce che tutti, praticamente tutti, abbiano dato per scontato che, comunque, “si sta meglio” e che i prezzi che si sono pagati nella gestione dell’acquistata libertà a Est, e per la diffusione del sistema democratico nell’universo mondo, erano in qualche modo iscritti nel fatale andare della storia. La quale, con buona pace di Fukuyama, non si è affatto arrestata tra la City londinese e Wall Street, come del resto egli stesso a distanza di qualche anno, dalla sua boutade, fu costretto a riconoscere.

Naturalmente, basta che si inviti a riflettere ed ecco che scatta la ben nota sequela di accuse e polemichette: “Volete rialzare il Muro? Siete in ritardo…” – “I nostalgici del gulag” – “La storia vi ha condannato”, e via seguitando. Né mancano le cifre dei morti, quelli attribuiti al “comunismo”, cifre offerte non si sa in base a quali criteri messe a punto, né da quali contabili. Su Facebook uno storico (serio, e progressista) si spinge a dichiarare coloro che provano a fare distinguo sul 1989 di essere simili ai nostalgici del fascismo, alle celebrazioni del XXV Aprile. In un dibattito su rete Rai, il più a sinistra è Achille Occhetto, che non perde l’occasione per auto elogiarsi (“era la sola cosa da fare e io la feci, e portai il partito comunista nell’area della socialdemocrazia”), e gettar invece fango sui suoi ex compagni di partito. Che pena.

Possibile che si debba sempre cadere nelle tifoserie? Possibile che il senso critico, anima di qualunque ricerca intellettuale, debba esser messo così facilmente da parte? Possibile che non si riesca a ragionare, senza essere ingiuriato da chi non è d’accordo, e applaudito dagli altri, prescindendo, il più delle volte, gli uni e gli altri, dal merito dei tuoi argomenti?

Il biennio 1989-1991, indubbiamente, fu, in un certo senso, una “rivoluzione”, in quanto non solo produsse cambiamenti repentini di regimi politici, dunque sul piano istituzionale, ma portò al potere classi sociali nuove? Che è l’essenza della rivoluzione, come spiegava Antonio Gramsci a Benito Mussolini, nel 1925, in occasione del suo unico discorso parlamentare, quando più volte venne interrotto dal “duce”. Certamente, possiamo sostenere che in Russia e nei “paesi satelliti”, parte del sistema sovietico, dopo il 1989-91 abbiamo ritrovato sovente gli stessi personaggi della vecchia nomenclatura, semplicemente con un cambio di casacca politica. Ma altrettanto sicuramente, il sistema di garanzie sociali, di diritti sostanziali, di welfare, fu spazzato via. E fu cambiato il clima umano di quei paesi: pochi giorni fa ero in Polonia, e ho conversato con un ingegnere, che lucidamente ha ammesso i benefici del post-’89, ma altrettanto lucidamente ha elencato i danni, il primo dei quali per lui era proprio sul piano antropologico. Era emerso, diceva, parlando accoratamente, un individualismo prima sconosciuto; furono spezzati i legami sociali, cessarono tutte quelle attività collettive – dalle ferie al dopolavoro, dalle sezioni di partito agli eventi sportivi, dalle biblioteche al teatro – che facevano sentire le persone garantite da reti di protezione: oltre alle istituzioni, v’era “la gente”, a costituire la rete. Ora ciascuno finito il lavoro corre a casa, sbarra l’uscio e si fa gli affari suoi. Conservatorismo (nel caso polacco, tremendamente cattolico), ma anche edonismo sfrenato, ecco i due risvolti del post-’89, nel mondo post-sovietico. Le attese di vita, secondo dati apparsi su fonti occidentali, in molti di questi Paesi si sono ridotte. Le disuguaglianze economiche sono diventate macroscopiche. E per gli ultimi in fondo alla scala sociale, la vita è più dura che in passato, anche se hanno i supermercati traboccanti di merci, e possono espatriare liberamente.

Ma le conseguenze più gravi, a mio avviso, si riscontrano sul piano internazionale, nella terrificante definizione del “nuovo ordine mondiale”. Il dominio economico-militare degli Usa, senza alcun bilanciamento, e senza l’effettiva presenza calmieratrice del “Terzo”, ossia l’Onu (ridotto al rango di notaio della Superpotenza), ha generato nella classe dirigente di quella nazione una perversa volontà sopraffattoria. Il mondo è parso per un momento alla sua mercé: il bombardamento della sede dell’Ambasciata cinese a Belgrado, nel corso della più infame delle “nuove guerre”, nel 1999, fu la prova di quella volontà, ma fu probabilmente uno degli atti finali, perché, tra la fine di quel secolo e l’inizio del XXI, cominciò un riassetto internazionale, con fenomeni di resistenza diffusi, allo strapotere statunitense, e l’unipolarismo si trasformò progressivamente in multipolarismo. Oggi gli Usa non si potrebbero permettere di bombardare l’ambasciata cinese, in sintesi. E la Russia è ritornata al rango di grande potenza, piaccia o non piaccia, malgrado la corona di ferro che Nato e UE cercano di disporre intorno al suo territorio, che, benché ridotto dalla frammentazione dell’URSS post 1991, rimane il più esteso del mondo.

Nello stesso tempo, proprio la riscossa di altre nazioni, la crescita economica, e militare di alcune tra esse (i Brics: Brasile Russia, India, Cina, Sudafrica), ha eccitato l’eterna cupidigia degli USA, che nella situazione di crisi sistemica del capitalismo, cercano nuovi sbocchi commerciali, e hanno bisogno di far girare a pieno ritmo la propria macchina militare, smaltendo armi, e investendo, di conseguenza, in nuovi, sempre più sofisticati sistemi di distruzione e di morte.

L’esportazione della democrazia, la grottesca formula che ha giustificato tutte le guerre recenti, è la conseguenza evidente del “crollo del Muro”. Ossia, la dissoluzione del blocco sovietico, con “l’arrivo della democrazia” in quei paesi, ha avviato il gioco del domino, con il cosiddetto “contagio democratico”, che è consistito, in definitiva, in una serie di piccoli e grandi colpi di Stato, il cui fine era la eliminazione di leader (dittatori o capi eletti in libere elezioni) sgraditi a Washington, o in moti di piazza più o meno spontanei, che quando sfociavano in regimi politicamente accettabili all’Occidente venivano tollerati, ma quando producevano, magari, anche, con democraticissime elezioni, assetti politici non graditi (vedi l’Egitto), si provvedeva senza tanti complimenti a cassare con un tratto di penna, secondo il modello cileno.

Non di rado il pretesto è stato un ostentato sentimento di umanità verso popolazioni in difficoltà, nel vasto mondo: e furono le “guerre umanitarie”, le più ipocrite, realizzate con una sfacciata cancellazione delle convenzioni internazionali, una destrutturazione del “diritto dei popoli”, e un ritorno alla forme più estreme della umana ferocia. Il mondo pacificato sotto il segno del “Libero Mercato” ha palesato il suo volto orribile di una conflittualità permanente: Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina, per tacere di Israele che impunemente procede nella sua politica genocidaria verso i palestinesi.

Proprio il “muro della vergogna” costruito dagli israeliani all’interno dei Territori Occupati, una struttura rispetto alla quale il Muro di Berlino appare una specie di giocattolo, è la prova della grande menzogna: lo slogan “mai più muri” è risuonato anche in questi giorni di celebrazione del 9 novembre 1989: ma evidentemente vale soltanto per i muri costruiti dagli “altri”; noi i “nostri” muri ce li teniamo e li rafforziamo e li moltiplichiamo: alla frontiera tra Usa e Messico, nei possedimenti spagnoli in Marocco, persino a Padova, per isolare gli extracomunitari.

Ma il peggiore dei muri è quello che ormai separa e contrappone, irrimediabilmente, quei quattro quinti di umanità, che giacciono nella miseria, dal rimanente quinto che invece vive nell’agiatezza. E più noi, i cittadini del “Nord” del mondo, alziamo barriere protettive, più intorno a noi cresce la minaccia di chi nulla possiede. Se non ci apriremo all’accoglienza e alla solidarietà queste enormi maree umane ci sommergeranno, e allora non varrà dire: noi eravamo dalla vostra parte. Saremo tutti colpevoli, ai loro occhi, e la nostra indifferenza odierna giustificherà la loro vendetta.

Nel 1989, Norberto Bobbio, uno che mai fu comunista (né tentato di diventarlo, ma neppure mai intruppato fra gli anticomunisti: e ne ho scritto proprio su MicroMega), ancor prima degli eventi berlinesi di novembre, davanti ai fatti di piazza Tien an Men, a Pechino, nel giugno, aveva scritto: «… è da stolti rallegrarsi della sconfitta e fregandosi le mani dalla contentezza dire: “L’avevamo sempre detto!”. O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico (insisto sullo “storico”) abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?». E aggiungeva: «il pensare che la speranza della rivoluzione sia spenta, e sia finita soltanto perché l’utopia comunista è fallita, significa chiudersi gli occhi per non vedere».

Personalmente non so se il comunismo fosse soltanto una utopia, ma certo era e rimane una speranza, per gli “schiacciati dai grandi potentati economici” (ancora Bobbio), per i “dannati della terra” (per dirla con Frantz Fanon). E questa speranza non verrà meno sino a quando ve ne saranno.

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COSA LEGGE OSCAR WILDE

È assurdo immaginare una regola per cosa si dovrebbe e per cosa non si dovrebbe leggere. Bisognerebbe leggere tutto. Più di metà della cultura moderna dipende da ciò che non si dovrebbe leggere.

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Vi prego di prendere questa proposta per quello che è, un divertimento fantapolitico, un esercizio intellettuale. Nulla di più, nulla di meno.

Sono ormai alcuni decenni che mi interesso attivamente di politica, la studio, cerco di informarmi, ho partecipato a convegni, riunioni, incontri, mi sbatto per cercare di incidere in eventuali alleanze, passo le serate leggendo e trascrivendo I Quaderni del Carcere di Gramsci. Sono persino disposto ad ammettere che ci capisco poco, ma mi arrabbio, soffro quando, purtroppo sovente, mi tocca sentire discorsi del tipo:

  • “Anche se fosse la migliore persona di questo mondo, non lo voterei per il cognome che porta”… Doria, candidato sindaco di Genova, detta da alcuni tifosi genoani (i quali, detto per inciso, non avrebbero alcun problema a votare Alessandra Mussolini… per il cognome che porta);
  • “Lo voto perché è una gran brava persona. Le cene eleganti e il bunga-bunga sono tutta una montatura”… Detto da signore un po’ anzianotte all’uscita da una chiesa. In questo caso non è perdono cristiano, è rimozione;
  • “È simpatico”;
  • “È un bell’uomo”;
  • “È ricco, quindi di sicuro non ruberà”… No signora, lo ha già fatto prima…

O quando sono costretto ad ascoltare, ad esempio su un autobus stracolmo, persone che declinano a memoria e ad alta voce tutte le formazioni della squadra del cuore dall’anno della fondazione a oggi, tutte le conquiste sentimentali della diva o del divo di turno, ma non conoscono nemmeno il nome del presidente del Consiglio dei Ministri. Se poi mi tocca sentir chiedere al sindaco della mia città di dirottare i fondi per l’acquisto degli F35 ai servizi pubblici del Comune, la misura è colma.

Intendiamoci, non è nemmeno del tutto colpa loro. La televisione trasmette quello che trasmette e i pochi programmi seri sono anche parecchio noiosi, a scuola non si è praticamente mai studiata l'”educazione civica”, staccare dal lavoro è un sacrosanto diritto. Ma a tutto c’è un limite, dovrebbe esserci un limite.

La faccio finita con questa premessa-sfogo, perché sono certo che chiunque di noi avrebbe una casistica altrettanto ricca da fornire, e passo alla parte “seria”.

Uno dei problemi più gravi delle democrazie occidentali è l’astensionismo che anche in Italia sta assumendo livelli preoccupanti. Le ragioni sono molte, a partire da un sistema elettorale ridicolo, e non sto a enumerarle. Resto però convinto che un certo livello di distacco dal voto – tutt’altro che statisticamente irrilevante – sia determinato dalla convinzione dell’inutilità dello stesso. Mi spiego meglio: un potenziale elettore di un piccolo partito del quale condivide gran parte delle proposte potrebbe essere tentato di non recarsi al seggio perché convinto che non si potrà in alcun modo raggiungere il quorum e quindi lo sforzo di uscire di casa, fare la fila, si trasformerebbe in una perdita di tempo. È altrettanto ovvio che, poiché questo ragionamento è fatto contemporaneamente da molti, il piccolo partito il quorum non lo raggiungerà mai.

Sono inoltre convinto che i piccoli partiti siano il sale della democrazia, perché il pluralismo di idee è per me un valore e uno stimolo al buon governo e non un ostacolo. Fra l’altro, mediamente, gli elettori dei piccoli partiti sono quelli più informati, perché si informano, vanno a cercare le opportunità politiche, non si limitano a valutare l'”offerta” presentata dai media tradizionali.

E quindi ci vuole un incentivo, premiare i meritevoli, dando loro la possibilità di far valere il loro voto e il sistema che mi è venuto in mente è ispirato a quello applicato nel concorso per la scuola del 2012.

Una commissione (che potrebbe essere composta da esperti, ma anche da docenti della scuola media inferiore o elementare) redige un certo numero di domande a risposta multipla, tendenzialmente piuttosto facili, in modo da non sfavorire nessuno. Diciamo tremila domande.

Il giorno dell’elezione, l’elettore, anziché fare la trafila consueta con gli scrutatori che riempiono quintali di fogli di carta con un sistema che definire obsoleto è usare un eufemismo, si trovano davanti a un tablet o un computer (nelle aule informatiche delle scuole generalmente ce ne sono venti o trenta). Introdotti i dati dell’elettore, compaiono quindici, venti, trenta domande estratte a caso dal gruppone delle tremila, cui, in un tempo determinato, si deve dare risposta cliccando sull’apposita casella. Per garantire l’anonimato, la registrazione dei dati dell’elettore può essere effettuata su una macchina dedicata allo scopo, in un database separato.

Assegnando 1 punto per ogni risposta esatta, 0 punti per ogni risposta lasciata in bianco e – (meno) 0,5 punti per ogni risposta sbagliata si ottiene un determinato punteggio. A termine del questionario comparirà a video la scheda elettorale e l’elettore potrà indicare le proprie preferenze.

Il punteggio ottenuto dall’elettore in fase di test iniziale costituirà il moltiplicatore del suo voto. Faccio un esempio: rispondo a tutte le domande del test e ottengo un punteggio di “18” (le domande erano trenta). Decido di votare “Partito della Speranza” con preferenza “Mario Rossi”. Il mio voto per “Mario Rossi” varrà come 18 preferenze tradizionali.

Questo sistema sembra complicato, ma in realtà è semplicissimo e facile da realizzare per chiunque conosca appena un poco il sistema di funzionamento dei database informatici.

Avrebbe anche altri vantaggi non trascurabili, fra cui:

  • il risultato elettorale sarebbe conosciuto in tempo pressoché reale;
  • non ci sarebbero contestazioni di nessun tipo. L’elettore indeciso o insicuro può semplicemente annullare la procedura e ricominciare;
  • non si perderebbe un sacco di tempo per l’assegnazione o meno delle schede nulle;
  • a lungo andare si risparmierebbero un sacco di risorse economiche, poiché il numero di persone utilizzate per la gestione della procedura di voto potrebbe scendere da sei (presidente, segretario e quattro scrutatori) a due (per supportare gli elettori meno abili con lo strumento informatico;
  • renderebbe inutili tutti i sondaggi preelettorali che sono diventati uno strumento di formazione del consenso, non un supporto informativo e basta.

Fra l’altro, il budget che viene destinato alla copertura dei costi elettorali (si parla di milioni di euro) potrebbe essere destinato all’ammodernamento delle attrezzature informatiche delle scuole (e ce n’è un gran bisogno).

E forse, ma proprio forse, una parte dei cittadini, se vorrà fare in modo che il proprio voto conti qualcosa, si metterà a studiare e ciò non potrà che essere un bene per tutta la collettività, visto che da un voto consapevole non può non scaturire una classe politica qualitativamente migliore e un maggior controllo sugli eletti da parte degli elettori.

Ma un sistema come questo, o una sua variante non passerà mai e volete sapere perché, secondo me? Perché quelli che dovrebbero studiarlo, approvarlo e renderlo possibile sono proprio coloro che da questo sistema hanno maggiormente da rischiare, visto il livello medio dell’attuale classe politica italiana e, soprattutto, i grandi partiti temerebbero di essere penalizzati.

Sognare però non costa nulla, solo la fatica di schiacciare qualche tasto del personal computer…

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George Monbiot, Internazionale, 13 novembre 2014

L’anno scorso ero scoraggiato: un’ombra minacciosa si allungava sulle libertà che i nostri antenati hanno difeso a costo della vita. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i parlamenti rischiavano di non poter più legiferare per il bene dei loro cittadini a causa di un trattato che avrebbe permesso alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. E io cercavo di trovare il modo per impedire una cosa del genere.

Fino a quel momento, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti lo conosceva solo chi che partecipava ai negoziati. E io sospettavo che nessun altro ne avrebbe mai sentito parlare. Perfino il nome sembrava fatto apposta per non suscitare interesse. Avevo scritto un articolo al riguardo per un solo motivo: poter dire ai miei figli che avevo cercato di fare qualcosa.

Con mio grande stupore, quell’articolo è diventato virale. In seguito alla reazione dell’opinione pubblica e al coinvolgimento di importanti attivisti, la Commissione europea e il governo britannico hanno dovuto dare una risposta. La petizione Stop Ttip ha raccolto più di 800mila firme; la petizione 38 Degrees ne ha raccolte 910mila. A ottobre ci sono state 450 azioni di protesta in 24 stati dell’Unione europea. La Commissione europea è stata costretta ad affrontare gli aspetti più controversi del trattato attraverso una consultazione pubblica che ha ricevuto 150mila risposte. Mai dire che le persone non possono affrontare questioni complesse.

La battaglia non è ancora vinta. Le aziende e i governi, guidati dal Regno Unito, si stanno mobilitando per placare le proteste. Ma la loro posizione si fa ogni mese più debole. All’epoca, il ministro britannico responsabile della questione era Kenneth Clarke. Il ministro rispose ai miei articoli ripetendo che “non c’era niente di più insensato” che rendere pubblica la posizione dell’Europa nei negoziati, come io avevo proposto. A ottobre, però, la Commissione è stata obbligata a fare proprio questo. La lotta contro il Ttip potrebbe diventare una vittoria storica dei cittadini contro lo strapotere delle aziende.

Il problema centrale si chiama “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato consentirebbe alle aziende di fare causa ai governi citandoli davanti a un collegio arbitrale di avvocati esperti di diritto societario, un collegio dove le altre parti non avrebbero alcuna rappresentanza e che non sarebbe soggetto a un riesame dell’autorità giudiziaria.

Già oggi, grazie all’inserimento dell’Isds in trattati commerciali di portata minore, le grandi aziende sono impegnate in una girandola di vertenze che hanno come unico obiettivo quello di spazzare via qualsiasi legge che possa interferire con i loro profitti. La Philip Morris sta facendo causa ai governi di Uruguay e Australia, colpevoli di voler convincere la gente a non fumare.

L’azienda petrolifera Occidental ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador che aveva revocato la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la compagnia aveva infranto la legge. La svedese Vattenfall è in causa contro il governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha presentato una causa da 300 milioni di dollari contro il governo di El Salvador per non aver dato le concessioni di sfruttamento di una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.

In base al Ttip, si potrebbe usare lo stesso meccanismo per impedire alle amministrazioni locali del Regno Unito di annullare la privatizzazione delle ferrovie e della sanità pubblica, o per impedire di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente dall’avidità delle aziende. Gli avvocati all’interno di questi collegi arbitrali si sentono in obbligo solo nei confronti delle aziende che devono giudicare, e che in altri momenti sono i loro datori di lavoro.

Come ha commentato uno di questi legali, “quando penso all’arbitrato, mi stupisco sempre che degli stati sovrani abbiano potuto accettarlo. Tre privati cittadini ricevono il potere di vagliare, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali e tutte le leggi e i regolamenti approvati dal parlamento”.

Questo accordo è talmente vergognoso che si è schierato contro perfino l’Economist (che di solito è il paladino delle aziende e dei trattati commerciali) definendo la risoluzione delle controversie tra investitore e stato “un modo per consentire alle multinazionali di arricchirsi a spese della gente”.

Quando David Cameron e i mezzi d’informazione legati al mondo imprenditoriale hanno lanciato la loro campagna contro la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, hanno sostenuto che l’ex premier del Lussemburgo fosse una minaccia per la sovranità britannica.

Ecco un perfetto esempio di capovolgimento della realtà. Juncker, fiutando la direzione che stava prendendo il dibattito pubblico, aveva promesso nel suo programma: “Non sacrificherò gli standard di protezione della sicurezza, della salute, della società e delle informazioni in Europa sull’altare del libero scambio. E non accetterò che la giurisdizione dei tribunali negli stati dell’Unione europea sia limitata da regimi speciali per le controversie con gli investitori”. La colpa di Juncker, dunque, era di aver promesso di non svendere ad avvocati esperti di diritto societario la sovranità di un paese, come volevano Cameron e i baroni dei mezzi d’informazione.

Adesso Juncker è sotto pressione. A ottobre i rappresentanti di 14 governi gli hanno scritto in privato e senza consultare i rispettivi parlamenti, per chiedere l’inclusione della Isds (la lettera è stata resa pubblica qualche giorno fa). E chi sta guidando questa campagna? Il governo britannico. Tanta doppiezza è difficile da comprendere. Mentre si proclama talmente preoccupato della nostra sovranità da essere pronto a lasciare l’Unione europea, il governo britannico insiste segretamente affinché la Commissione europea massacri la nostra sovranità a favore dei profitti delle aziende. Cameron è a capo di una congiura delle polveri contro la democrazia.

Né lui né i suoi ministri sono stati in grado di rispondere a una domanda tremendamente banale: cos’hanno che non va i tribunali? Se le aziende vogliono citare in giudizio i governi, hanno già il diritto di rivolgersi a un tribunale, come chiunque altro. Di sicuro, con gli enormi mezzi di cui dispongono, non sono svantaggiati di fronte alla legge. Perché dovrebbero avere il permesso di usare un sistema legale separato, al quale noi non abbiamo accesso? Che fine ha fatto il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge?

Se i nostri tribunali sono idonei a privare i cittadini della loro libertà, perché non dovrebbero essere altrettanto idonei a privare le aziende di profitti futuri? Non dovremo più prestare ascolto ai difensori del Ttip finché non avranno risposto a questa domanda.

Non potranno sfuggirle ancora a lungo. A differenza di quanto accaduto con altri trattati, il Ttip finalmente è di pubblico dominio e questo indebolisce gli argomenti in suo favore. Ci attende una dura lotta dal risultato incerto, ma ho la sensazione che alla fine vinceremo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Se metti su una bilancia da una parte i vantaggi e dall’altra gli svantaggi, ti accorgi che una pace iniqua è molto meglio di una guerra equa.

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Con un abito da sera e una cravatta bianca, anche un agente di borsa può guadagnare la reputazione di essere civilizzato.

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Francesco Cundari, Il Foglio, 18 ottobre 2014

Elenco dei difetti di Matteo Renzi: tutti, tranne l’ipocrisia. Difetto di tutti gli altri capi di sinistra, prima: non erano sinceri e fingevano di soffrire il potere. Ecco la vera spaccatura antropologica, che piace agli italiani.

Matteo Renzi ha tutti i vizi e tutti i difetti che un uomo politico possa avere. Tranne uno: l’ipocrisia. Questo non significa che dica sempre la verità e non racconti mai delle storie: l’essere ipocriti confina, ma non coincide con il dire bugie, che è un altro difetto. E gli altri difetti, come si diceva, Matteo Renzi li ha tutti. Mentre coloro che lo hanno preceduto alla guida del Pd e del centrosinistra, tanto quelli che oggi lo avversano quanto quelli che oggi lo appoggiano, hanno tutte le qualità e tutte le virtù. Tranne una: la sincerità.

La spaccatura, con la maggior parte di coloro che a sinistra hanno antipatia per Renzi, anche tra i semplici elettori, non è politica, ma antropologica. A farli infuriare, più che le sue scelte politiche, sono le sue scelte estetiche, la sua retorica, il suo stile. Senza dubbio, c’entra la rivoluzione estetica del berlusconismo, che Renzi ha pienamente assorbito: il suo essere un politico pop, un’icona prima che un leader (avendo costruito la propria leadership sulle solidissime fondamenta della propria immagine, e non viceversa).

Da questo punto di vista, nulla è più rivelatore dello zoppicante inglese che il presidente del Consiglio sfoggia in ogni occasione internazionale. Non perché i suoi predecessori parlassero tutti con perfetto accento, ma perché a nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di esibire le proprie mancanze e addirittura di scherzarci su, contribuendo consapevolmente ad alimentare il tormentone. Quanto poi le diffuse ironie sulla sua pronuncia gli assicurino un’ondata di simpatia, se non di voti, è un effetto collaterale probabilmente neanche calcolato, perché quel modo di fare è tanto connaturato in Renzi quanto lo è in Berlusconi. In breve, l’inglese di Renzi è la sua bandana.

Tutto questo spiega una parte delle antipatie che suscita a sinistra, specialmente in un certo mondo: quello che la sera, piuttosto che guardare la tv, preferisce un buon libro, e disprezza chi mostra di non fare altrettanto (il problema, ovviamente, è il mostrarlo: ché passare effettivamente la sera della finale dei Mondiali a leggere la “Critica della ragion pura”, per fortuna, è un altro discorso). Tutto questo, dicevamo, ha evidentemente un peso, ma forse non è l’aspetto decisivo. O almeno non è l’aspetto decisivo di quel senso di alterità antropologica che sembra dividere l’attuale leader del Pd dai suoi predecessori, al punto da farne la loro stessa nemesi.

Il tipo psicologico-morale del leader di centrosinistra nella Seconda Repubblica, infatti, ha tratti precisi. Innanzi tutto, è l’uomo che non voleva farsi re, che accetta il ruolo di capo con lo spirito di chi è chiamato dal partito e dalla coalizione a un grande sacrificio, e lo fa soltanto per la causa, per il bene del paese, per un mondo migliore. Dunque, è in credito: con il partito, con la coalizione, con il paese e con il mondo. Quando, nella piratesca intervista in cui lanciava la parola d’ordine della rottamazione, Renzi se la prendeva con “questi leader tristi” del centrosinistra, toccava dunque un punto decisivo. Un aspetto in cui cultura post democristiana e post comunista si incontrano alla perfezione. Anche in quel terribile slogan dell’Ulivo prodiano – “la serietà al governo” – dietro il primo significato di “competenza”, si intravedeva chiaramente un senso di grave e severa consapevolezza dei problemi del paese, una preoccupazione altera, una fronte perennemente corrugata. Altro che “il mestiere più bello del mondo” o la “smisurata ambizione” rivendicati da Renzi: una via crucis accettata esclusivamente per il bene degli altri. Ma quasi mai gratis.

La psicologia del leader sacrificale è infatti molto più diffusa di quanto si creda (che guidi un partito, una corrente o un giornale) e ha questo di insidioso: che, vivendo la propria posizione come un sacrificio quotidiano, considera piuttosto naturale, all’occorrenza, sacrificare gli altri. Di conseguenza, per alleati di coalizione, compagni di partito o semplici vicini di scrivania, vale più che mai il motto: dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io. Perché, sentendosi in credito con il mondo, e in particolare con coloro che lo hanno aiutato ad arrivare fin lì, non c’è compromesso che un tale leader non si senta moralmente autorizzato a sottoscrivere, specialmente se a spese loro. Non a caso, caratteristica di un simile tipo psicologico-morale è anche l’ossessione per complotti, tradimenti e congiure ai suoi danni. Un’ossessione che è figlia della sua cattiva coscienza.

Questa chiave di lettura potrà sembrare riduttiva o eccessivamente psicologista, ma offre almeno una spiegazione non faziosa all’infinita e stucchevolissima storia delle guerre civili nel centrosinistra, dal complotto del ’98 allo scherzetto del 2007, dai 275 membri del Consiglio nazionale del Pds che nel 1991 non votarono Achille Occhetto segretario ai 101 parlamentari che nel 2013 non votarono Romano Prodi presidente della Repubblica. Non a caso libri, interviste e libri-intervista dei leader di centrosinistra di questi vent’anni forniscono tutti la stessa interpretazione della propria vicenda: una grande speranza di cambiamento distrutta dalle divisioni interne. Non fosse stato per il tradimento di chi avrebbe dovuto sostenerli, avrebbero fatto una rivoluzione ciascuno.

Evidentemente è più facile scaricare l’uno sull’altro la colpa di tutto quello che poteva essere e non è stato, che riconoscersi, tutti insieme, in un fallimento collettivo. Ma in politica, come nella vita, non sono le divisioni che indeboliscono, è la debolezza che divide. E la debolezza dei leader di centrosinistra nasce anzitutto da quel sentirsi perennemente in credito. Un sentimento che nel 1996 spingeva i prodiani a teorizzare lo scioglimento di quei partiti che pure avevano permesso a Prodi di arrivare a Palazzo Chigi, e che nel 1998 spingeva i dalemiani a praticare lo svuotamento di quell’Ulivo che pure aveva permesso loro di vincere le elezioni. E così via, in una guerra condotta quasi sempre sotto mentite spoglie, alimentando vent’anni di retroscena, campagne e manovre ostili: una sorta di auto-grillismo interiore che ha seminato a lungo il terreno da cui sarebbe germogliato il grillismo propriamente detto (a partire, non a caso, dalle regioni rosse).

Negli ultimi due anni, insomma, Renzi ha fatto ai suoi predecessori tutto quello che ciascuno di loro aveva tentato di fare agli altri nel corso degli ultimi due decenni. Probabilmente è anche per questo che non mostra di sentirsi in credito con alcuno (e ci mancherebbe pure). Di sicuro, nessuno è più estraneo di lui alla posa del leader dolente, perennemente oppresso dal peso della responsabilità che grava sulle sue spalle. Nessuno meno di lui esprime quell’atteggiamento da comandante suo malgrado, che anche quando si candida a capo del governo, dello stato e del mondo, sembra sempre dire: “Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio”. Considerato il cinismo degli italiani e la loro atavica diffidenza nei confronti della politica, è verosimile che questa differenza non sia l’ultima ragione della sua popolarità.

Matteo Renzi ha tutti i vizi e tutti i difetti che un uomo politico possa avere. Tranne uno: l’ipocrisia. Questo non significa che dica sempre la verità e non racconti mai delle storie: l’essere ipocriti confina, ma non coincide con il dire bugie, che è un altro difetto. E gli altri difetti, come si diceva, Matteo Renzi li ha tutti. Mentre coloro che lo hanno preceduto alla guida del Pd e del centrosinistra, tanto quelli che oggi lo avversano quanto quelli che oggi lo appoggiano, hanno tutte le qualità e tutte le virtù. Tranne una: la sincerità.

La spaccatura, con la maggior parte di coloro che a sinistra hanno antipatia per Renzi, anche tra i semplici elettori, non è politica, ma antropologica. A farli infuriare, più che le sue scelte politiche, sono le sue scelte estetiche, la sua retorica, il suo stile. Senza dubbio, c’entra la rivoluzione estetica del berlusconismo, che Renzi ha pienamente assorbito: il suo essere un politico pop, un’icona prima che un leader (avendo costruito la propria leadership sulle solidissime fondamenta della propria immagine, e non viceversa).

Da questo punto di vista, nulla è più rivelatore dello zoppicante inglese che il presidente del Consiglio sfoggia in ogni occasione internazionale. Non perché i suoi predecessori parlassero tutti con perfetto accento, ma perché a nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di esibire le proprie mancanze e addirittura di scherzarci su, contribuendo consapevolmente ad alimentare il tormentone. Quanto poi le diffuse ironie sulla sua pronuncia gli assicurino un’ondata di simpatia, se non di voti, è un effetto collaterale probabilmente neanche calcolato, perché quel modo di fare è tanto connaturato in Renzi quanto lo è in Berlusconi. In breve, l’inglese di Renzi è la sua bandana.

Tutto questo spiega una parte delle antipatie che suscita a sinistra, specialmente in un certo mondo: quello che la sera, piuttosto che guardare la tv, preferisce un buon libro, e disprezza chi mostra di non fare altrettanto (il problema, ovviamente, è il mostrarlo: ché passare effettivamente la sera della finale dei Mondiali a leggere la “Critica della ragion pura”, per fortuna, è un altro discorso). Tutto questo, dicevamo, ha evidentemente un peso, ma forse non è l’aspetto decisivo. O almeno non è l’aspetto decisivo di quel senso di alterità antropologica che sembra dividere l’attuale leader del Pd dai suoi predecessori, al punto da farne la loro stessa nemesi.

Il tipo psicologico-morale del leader di centrosinistra nella Seconda Repubblica, infatti, ha tratti precisi. Innanzi tutto, è l’uomo che non voleva farsi re, che accetta il ruolo di capo con lo spirito di chi è chiamato dal partito e dalla coalizione a un grande sacrificio, e lo fa soltanto per la causa, per il bene del paese, per un mondo migliore. Dunque, è in credito: con il partito, con la coalizione, con il paese e con il mondo. Quando, nella piratesca intervista in cui lanciava la parola d’ordine della rottamazione, Renzi se la prendeva con “questi leader tristi” del centrosinistra, toccava dunque un punto decisivo. Un aspetto in cui cultura post democristiana e post comunista si incontrano alla perfezione. Anche in quel terribile slogan dell’Ulivo prodiano – “la serietà al governo” – dietro il primo significato di “competenza”, si intravedeva chiaramente un senso di grave e severa consapevolezza dei problemi del paese, una preoccupazione altera, una fronte perennemente corrugata. Altro che “il mestiere più bello del mondo” o la “smisurata ambizione” rivendicati da Renzi: una via crucis accettata esclusivamente per il bene degli altri. Ma quasi mai gratis.

La psicologia del leader sacrificale è infatti molto più diffusa di quanto si creda (che guidi un partito, una corrente o un giornale) e ha questo di insidioso: che, vivendo la propria posizione come un sacrificio quotidiano, considera piuttosto naturale, all’occorrenza, sacrificare gli altri. Di conseguenza, per alleati di coalizione, compagni di partito o semplici vicini di scrivania, vale più che mai il motto: dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io. Perché, sentendosi in credito con il mondo, e in particolare con coloro che lo hanno aiutato ad arrivare fin lì, non c’è compromesso che un tale leader non si senta moralmente autorizzato a sottoscrivere, specialmente se a spese loro. Non a caso, caratteristica di un simile tipo psicologico-morale è anche l’ossessione per complotti, tradimenti e congiure ai suoi danni. Un’ossessione che è figlia della sua cattiva coscienza.

Questa chiave di lettura potrà sembrare riduttiva o eccessivamente psicologista, ma offre almeno una spiegazione non faziosa all’infinita e stucchevolissima storia delle guerre civili nel centrosinistra, dal complotto del ’98 allo scherzetto del 2007, dai 275 membri del Consiglio nazionale del Pds che nel 1991 non votarono Achille Occhetto segretario ai 101 parlamentari che nel 2013 non votarono Romano Prodi presidente della Repubblica. Non a caso libri, interviste e libri-intervista dei leader di centrosinistra di questi vent’anni forniscono tutti la stessa interpretazione della propria vicenda: una grande speranza di cambiamento distrutta dalle divisioni interne. Non fosse stato per il tradimento di chi avrebbe dovuto sostenerli, avrebbero fatto una rivoluzione ciascuno.

Evidentemente è più facile scaricare l’uno sull’altro la colpa di tutto quello che poteva essere e non è stato, che riconoscersi, tutti insieme, in un fallimento collettivo. Ma in politica, come nella vita, non sono le divisioni che indeboliscono, è la debolezza che divide. E la debolezza dei leader di centrosinistra nasce anzitutto da quel sentirsi perennemente in credito. Un sentimento che nel 1996 spingeva i prodiani a teorizzare lo scioglimento di quei partiti che pure avevano permesso a Prodi di arrivare a Palazzo Chigi, e che nel 1998 spingeva i dalemiani a praticare lo svuotamento di quell’Ulivo che pure aveva permesso loro di vincere le elezioni. E così via, in una guerra condotta quasi sempre sotto mentite spoglie, alimentando vent’anni di retroscena, campagne e manovre ostili: una sorta di auto-grillismo interiore che ha seminato a lungo il terreno da cui sarebbe germogliato il grillismo propriamente detto (a partire, non a caso, dalle regioni rosse).

Negli ultimi due anni, insomma, Renzi ha fatto ai suoi predecessori tutto quello che ciascuno di loro aveva tentato di fare agli altri nel corso degli ultimi due decenni. Probabilmente è anche per questo che non mostra di sentirsi in credito con alcuno (e ci mancherebbe pure). Di sicuro, nessuno è più estraneo di lui alla posa del leader dolente, perennemente oppresso dal peso della responsabilità che grava sulle sue spalle. Nessuno meno di lui esprime quell’atteggiamento da comandante suo malgrado, che anche quando si candida a capo del governo, dello stato e del mondo, sembra sempre dire: “Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio”. Considerato il cinismo degli italiani e la loro atavica diffidenza nei confronti della politica, è verosimile che questa differenza non sia l’ultima ragione della sua popolarità.

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G. Morbidelli, “La cartolarizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, Giappichelli, 2004
scheda tratta da “Rivista della Scuola Superiore dell’Economia e delle FInanze

Il fenomeno sorge in tempi recenti ed è collegato al procedimento di dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti pubblici.

A livello di disciplina normativa si è registrata un’evoluzione, a partire dal decreto legislativo n. 104 del 1996, che dettava norme per l’attività immobiliare degli enti previdenziali pubblici. Tale normativa prevedeva, in particolare, limitazioni al potere dispositivo degli acquirenti degli immobili dimessi. In seguito, con la legge n. 662 del 1996 fu ampliata la platea di enti pubblici che potevano avvalersi del procedimento dismissivo, consentendo inoltre la vendita degli immobili a cooperative di acquirenti, oltre al diritto di prelazione a favore di alcune categorie di soggetti. La più importante normativa di settore è contenuta nella legge n. 130 del 1999, contenente disposizioni sulla cartolarizzazione dei crediti. In che consiste la “cartolarizzazione”. La legge prevede la creazione di apposite società di capitali aventi per scopo l’alienazione e la gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Dette società acquistano gli immobili dall’ente e ricorrono all’accensione di finanziamenti bancari, ovvero all’emissione di titoli di debito (tali titoli sono, per espressa disposizione di legge, collocati presso investitori specializzati). Il risultato è che anziché essere direttamente l’ente pubblico a provvedere alla vendita e gestione degli immobili, a ciò provvede una società creata allo scopo. Gli immobili sono acquisiti dalla società in proprietà, grazie a un atto amministrativo che destina loro i beni medesimi in patrimonio separato. Infatti, il ricavato della vendita, acquisito a tale patrimonio separato, è devoluto all’ente originariamente titolare del bene, detratte le spese e le commissioni. Sicchè, a tale proposito, si è avanzata l’ipotesi che la società di cartolarizzazione non sia un proprietario vero e proprio ma un mandatario con incarico a vendere; si è infatti ravvisata una distinzione tra proprietà formale del bene, in capo alla società di cartolarizzazione e una proprietà sostanziale, propria dell’ente. –

Tale sistema è conservato anche nelle normative successive, in particolare nella legge n. 410 del 2001.

Il decreto legge n. 351 del 2001, convertito in legge con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410 attribuisce all’Agenzia del Demanio il compito di individuare, con propri decreti dirigenziali, i singoli beni da alienare,distinguendo tra beni demaniali e beni facenti parte del patrimonio disponibile ed indisponibile.

Alcune considerazioni devono essere fatte a proposito del regime dei beni pubblici in cui si trovano i beni oggetto di dismissione. In generale, il codice civile distingue tra i beni demaniali, ed i beni appartenenti al patrimonio disponibile ed indisponibile dello Stato e degli enti locali. Oggetto di dismissione sono, ovviamente, i beni per i quali è intrinsecamente possibile un atto dispositivo e cioè quelli appartenenti al patrimonio disponibile. Un problema si pone riguardo invece ai beni demaniali ed quelli del patrimonio indisponibile dello Stato, laddove si prevede che gli immobili da cedere alle società di cartolarizzazione sono individuati con decreto del Ministro dell’economia, senza ulteriori formalità, determinando il passaggio al patrimonio disponible dello Stato. Ci si chiede cioè se tale procedura sia compatibile con il regime dei beni pubblici, tenendo altresì conto del fatto che potrebbe porsi anche un problema di costituzionalità della disciplina normativa in oggetto, con riferimento all’art. 42 Cost., laddove si dispone che “la proprietà è pubblica o privata”.

Accreditata opinione sembrerebbe fare riferimento, nel caso delle cartolarizzazioni, al fatto che la normativa speciale che regola il passaggio dei beni individuati dall’Agenzia del Demanio al patrimonio disponibile dell’ente crei in realtà un regime giuridico differenziato, in virtù del perseguimento di un particolare interesse pubblico, ravvisato nell’esigenza di acquisire liquidità al patrimonio dello Stato grazie alla vendita degli immobili conferiti alle società predette.

***

Questioni di compatibilità con l’ordinamento comunitario potrebbero sorgere – in riferimento alla violazione del principio della libertà di concorrenza – qualora acquirenti degli immobili si rendano delle imprese commerciali, per destinarli poi allo svolgimento dell’attività d’impresa. Secondo consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia, in questi casi la compatibilità con il principio della libera concorrenza è fatta salva se il prezzo di riferimento per la collocazione degli immobili è comunque dato dal valore di mercato del bene, appositamente certificato. Ed infatti, la collocazione degli immobili pubblici sul mercato avviene in base al valore dell’immobile determinato da un perito; in tal modo chiunque se ne renda acquirente non determina per ciò solo un atto di concorrenza illecita.

Una particolare considerazione deve essere fatta anche per le società che, nell’ambito della cartolarizzazione, si occupano di materie tipicamente ricomprese nell’ordinamento finanziario. Si tratta di “Patrimonio s.p.a.” e di “Infrastrutture s.p.a.” disciplinate dal decreto legge n. 351 del 2001 e dall’art. 8 del decreto legge n. 63 del 2002. La prima delle predette società cura l’emissione di titoli, ma tale operazione è del tutto finalizzata al perseguimento degli scopi propri della dismissione del patrimonio immobiliare, tanto che difficilmente tale società potrebbe essere considerata un intermediario finanziario ai sensi del decreto legislativo n. 385 del 1993. La seconda delle predette società, invece, occupandosi del finanziamento di opere pubbliche, evidentemente pone in essere un’attività tipica dell’intermediario finanziario.

Oltre tali aspetti, si nota che le società che si occupano della dismissione del patrimonio immobiliare pubblico (altrimenti dette “società veicolo”) possiedono una natura giuridica peculiare. È evidente che le predette non sono società lucrative in senso stretto, quantomeno per la finalità di pubblico interesse da loro perseguita. La loro natura giuridica è di società di diritto speciale, in quanto, oltre alle caratteristiche tipiche delle società lucrative, si aggiungono caratteri specializzanti, che le ricollegano all’attività di dismissione del patrimonio pubblico. Dette società hanno, infatti, la forma di società a responsabilità limitata ed altre caratteristiche proprie delle società privatistiche e si differenziano da queste in virtù del vincolo dell’interesse pubblico alla dismissione del patrimonio pubblico.

Da un profilo più strettamente pubblicistico, è evidente che la disciplina delle cartolarizzazioni rappresenta un punto di evoluzione del tradizionale sistema di gestione della contrattualistica pubblica, in quanto sembrerebbe che il tradizionale rapporto tra procedimento e contratto, dominato dall’evidenza pubblica, ceda spazio alla trattativa privata pura, per la vendita di determinate categorie di beni. Spazio maggiore potrebbe residuare invece in materia di controllo di gestione, per verificare l’efficienza e l’economicita dell’operato della dirigenza.

Problemi specifici si pongono, inoltre, con riferimento alle eventuali questioni giudiziarie che potrebbero insorgere. La commistione tra profili privatistici e pubblicistici crea evidentemente qualche problema nella individuazione del giudice (ordinario o amministrativo) se si pensa che nonostante la sempre crescente privatizzazione dell’attività amministrativa residuano pur sempre degli spazi lasciati all’attività procedimentale. Del resto, l’art. 23-bis della legge n. 1034 del 1971, introdotto dall’art. 4 della legge n. 205 del 2000, prevede il rito accelerato per “i procedimenti relativi alle procedure di dismissione di imprese o beni pubblici”. Com’è evidente, quindi, occorre ancora una volta stabilire se oggetto della controversia sia l’esercizio di un potere amministrativo puro o se invece la controversia nasce a seguito della conclusione del contratto di acquisto del bene, con radicamento della giurisdizione amministrativa nell’un caso e di quella ordinaria nell’altro.

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Angelo Marano, sbilanciamoci.info, 7 novembre 2014

Aumenti dell’Iva per 17 miliardi, incertezza sugli introiti da evasione fiscale, e Tfr tassato. Un’analisi a tutto campo della Legge di stabilità

Nella manovra di bilancio il fisco la fa da padrona. Sono fiscali i due interventi di spesa che più la caratterizzano, conferma del bonus 80 euro ed eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile Irap (14,5 miliardi di spesa, 5 dei quali finanziati da precedenti interventi). Sul lato delle coperture, le condizioni della finanza pubblica costringono a rivolgersi ovunque vi sia speranza di raggranellare qualcosa, cosicché, a fianco dei tagli di spesa, viene prevista una serie di aumenti di imposte per più di 3 miliardi: aumento delle aliquote su rendimenti di fondi pensione e rivalutazione del Tfr, maggiori imposte su giochi, dividendi pagati alle società non commerciali, polizze vita e tassa di circolazione su veicoli storici, oltre a rivalutazione di terreni e partecipazioni e aumento dell’acconto sui lavori di ristrutturazione. Sono poi previste coperture per 3,8-4,5 miliardi dal contrasto all’evasione fiscale, per le quali si conta soprattutto sulle nuove modalità di pagamento dell’Iva e sull’incrocio delle banche dati. È fiscale l’enorme clausola di salvaguardia prevista per il 2016, quando scatteranno aumenti Iva per 13-17 miliardi, salvo non si trovino in corso d’anno coperture alternative. Sono, infine, fiscali le due maggiori sorprese, la manovrina da 2,1 miliardi sul 2014 consistente nella revoca retroattiva della riduzione delle aliquote Irap approvata solo qualche mese fa e i 2,3 miliardi previsti dalla tassazione Irpef del Tfr in busta paga.

In tutto ciò si rivela di nuovo una discrasia fra comunicazione e sostanza della manovra. A livello comunicativo si punta tutto sulla riduzione fiscale, con enfasi tale da arrivare quasi a delegittimare lo stesso operatore pubblico, dato che viene spezzato il legame fra imposte e servizi pubblici, col risultato di far percepire la contribuzione come un inutile balzello pagato ad uno stato vorace e sprecone, arrivando addirittura ad additare ad esempio al paese la maggiore industria nazionale, malgrado essa abbia spostato all’estero la sede fiscale. A livello di interventi, invece, si opera in maniera disordinata e a trecentosessanta gradi per trovare maggiori entrate. In realtà, singolarmente presi, alcuni specifici interventi costituirebbero la parte forse più apprezzabile della manovra, nella misura in cui aggrediscono alcuni regimi fiscali di esenzione e di favore. Il problema però è che, al di là della necessità di alimentare le entrate, si fa fatica a cogliere un disegno complessivo nei provvedimenti fiscali contenuti nel Ddl di stabilità. La cosa è tanto più significativa in quanto il governo ha sul tavolo una legge delega già approvata sulla materia, che permetterebbe di dare organicità agli interventi.

Rimane poi il fatto che tutti gli interventi fiscali si muovono su un piano che si fa fatica a ricondurre ai dettati costituzionali di capacità contributiva e progressività. Continuano infatti a dominare forme di imposizione separata e proporzionale, anziché comprensiva di tutte le fonti di reddito e progressiva. Lo stesso vale per il patrimonio, cosicché ricchi e poveri continuano a pagare le stesse aliquote su conti correnti, le stesse aliquote Imu, senza alcun tentativo di realizzare la progressività e realizzare una valutazione complessiva della capacità contributiva, né sul reddito né sul patrimonio. Sembra poi assente, qualunque azione decisa volta al contrasto dell’elusione e della competizione fiscale al ribasso fra paesi, così come un qualche ripensamento dell’anomalia costituita dalla sostanziale assenza, in Italia, salvo per i patrimoni di grande dimensione – che riescono comunque generalmente a eludere l’imposizione – della tassa di successione.

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Per la storia, venticinque anni sono un niente, ed è difficile fare una valutazione asettica, “scientifica”, di un periodo. Ma venticinque anni sono sufficientemente lunghi per consentire un prima valutazione in prospettiva.

Proprio nel 1989, pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino, ebbi la mia prima esperienza di rilievo con cittadini provenienti dall’altra parte della cosiddetta “cortina di ferro”. Accompagnai infatti un gruppo di sovietici a fare acquisti in un nostro ipermercato. Il loro comportamento mi diede immediatamente una sensazione strana. Dapprima rimasero fermi, come disorientati, poi si dispersero per le corsie alla ricerca di oggetti da loro introvabili. E non dico che cosa comprarono, paccottiglia della più invereconda. Ma sopratutto mi rimase impresso il loro sguardo, felice come quello di un bambino in un negozio di caramelle.

Ecco, proprio di caramelle si trattava, dei balocchi cantati da Edoardo Bennato in “Franz è il mio nome”. Nella loro visione del mondo capitalista avevano sbagliato i calcoli: nei loro paesi casa, sanità, istruzione, lavoro, sport, cultura erano garantiti dallo Stato a tutti i cittadini. Da noi invece c’era ampia scelta di videoregistratori, apparecchi elettronici vari, capi di abbigliamento coloratissimi. Nella loro equazione mentale tutto questo era in aggiunta a casa, sanità ecc.; nella realtà che di lì a qualche anno avrebbero toccato con mano, era in sostituzione.

Invito anche a leggere questa riflessione di Vladimiro Giacché.

Luciana Castellina, sbilanciamoci.info, 10 novembre 2014

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Il Muro di Berlino, com’era

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.

E però l’89 non fu solo gio­iosa rivo­lu­zione liber­ta­ria. Fu un pas­sag­gio assai più ambi­guo, gra­vido di con­se­guenze, non tutte mera­vi­gliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolo­ro­sa­mente nella memo­ria che evoca in me. Peral­tro quel 9 novem­bre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comu­nicò uffi­cial­mente alla trau­ma­tica riu­nione della dire­zione del par­tito di cui, dopo che il Pdup era con­fluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così impo­nen­doci – a tutti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato.

Non c’era biso­gno della caduta del muro per con­vin­cersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo pos­si­bile che vole­vamo, non solo per noi che ave­vamo dato vita al Mani­fe­sto, ovvia­mente, ma nem­meno più per la stra­grande mag­gio­ranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.

Ma non si trat­tava sol­tanto della sini­stra ita­liana, il muta­mento che segnò l’89 ha avuto por­tata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vit­to­ria a livello mon­diale di que­sta glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo, acce­le­rata dalla con­qui­sta al domi­nio asso­luto del mer­cato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riu­scito a fare il socia­li­smo gli era tut­ta­via rima­sto estraneo.

Ci fu, certo, libe­ra­zione da regimi diven­tati oppres­sivi, ma solo in pic­cola parte per­ché non aveva vinto un largo moto ani­mato da un posi­tivo dise­gno di cam­bia­mento: c’era stata, piut­to­sto, la bru­tale ricon­qui­sta da parte di un Occi­dente che pro­prio in que­gli anni, con Rea­gan, That­cher, Kohl, aveva avviato una dram­ma­tica svolta rea­zio­na­ria. Al dis­sol­versi del vec­chio sistema si fece strada, arro­gante e per­va­sivo, il capi­ta­li­smo più sel­vag­gio, sra­di­cando valori e aggre­ga­zioni nella società civile, lasciando sul ter­reno solo ripie­ga­mento indi­vi­duale, egoi­smi, cor­ru­zione, vio­lenza. Il corag­gioso ten­ta­tivo di Gor­ba­ciov non era riu­scito, il suo par­tito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rima­sero passive.

E così il paese anzi­ché demo­cra­tiz­zarsi divenne preda di un furto sto­rico colos­sale, ci fu un vero col­lasso che privò i cit­ta­dini dei van­taggi del brutto socia­li­smo che ave­vano vis­suto senza che potes­sero godere di quelli di cui il capi­ta­li­smo avrebbe dovuto essere por­ta­tore. (A pro­po­sito di demo­cra­zia: chissà per­ché nes­suno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liqui­dato Gor­ba­ciov, arrivò a bom­bar­dare il suo stesso Par­la­mento col­pe­vole di non appro­vare le sue proposte?).

Come scrisse Eric Hob­sbawm nel ven­te­simo anni­ver­sa­rio del crollo «il socia­li­smo era fal­lito, ma il capi­ta­li­smo si avviava alla ban­ca­rotta».

Avrebbe potuto andare diver­sa­mente? La sto­ria, si sa, non si fa con i se, ma riflet­tere sul pas­sato si può e si deve ( e pur­troppo non lo si è fatto che in minima parte).

E allora è lecito dire che c’erano altri pos­si­bili sce­nari e che se la sto­ria ha preso un’altra strada non è per­ché il «destino è cinico e baro», ma per­ché a quell’appuntamento di Ber­lino si è giunti quando si era già con­su­mata una sto­rica scon­fitta della sini­stra a livello mon­diale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti , in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori.

In que­gli anni i rap­porti di forza sta­vano infatti posi­ti­va­mente cam­biando in tutti i con­ti­nenti ed era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da sini­stra dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare.

Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva per­se­guito con tena­cia, offrendo più volte lui stesso alla Ger­ma­nia la riu­ni­fi­ca­zione in cam­bio della neu­tra­liz­za­zione e denu­clea­riz­za­zione del paese.

Fu l’Occidente a rifiu­tare. Mancò all’appello, quando uni­la­te­ral­mente il pre­si­dente sovie­tico diede via libera all’abbattimento della cor­tina di ferro, il più grande par­tito comu­ni­sta d’occidente, quello ita­liano, fret­to­lo­sa­mente appro­dato all’atlantismo e impe­gnato ad accan­to­nare, quasi con irri­sione, il ten­ta­tivo di una “terza via” fon­data su uno scio­gli­mento dei due bloc­chi avan­zata da Ber­lin­guer alla vigi­lia della sua morte improvvisa.

E mancò la social­de­mo­cra­zia, che aveva in quell’ultimo decen­nio mar­gi­na­liz­zato gli uomini che pure si erano con lun­gi­mi­ranza bat­tuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Krei­ski. È così che l’89 ci ha con­se­gnato un’altra scon­fitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi final­mente un ruolo e una sog­get­ti­vità auto­nome, quella “Casa comune euro­pea” che Gor­ba­ciov aveva soste­nuto e indi­cato, e che trovò solo un sim­pa­tiz­zante – ma debo­lis­simo — in Jaques Delors, allora pre­si­dente della Com­mis­sione europea.

Nell’89 l’Unione Euro­pea avrebbe final­mente potuto coro­nare l’ambizione di libe­rarsi dalla sud­di­tanza ame­ri­cana che l’esistenza dell’altro blocco mili­tare aveva faci­li­tato, e invece si ritrasse quasi spa­ven­tata. Avvian­dosi negli anni suc­ces­sivi lungo la disa­strosa strada indi­cata dalla Nato: ricon­durre al vas­sal­lag­gio le ex demo­cra­zie popo­lari per poter esten­dere i pro­pri con­fini mili­tari fino a ridosso della Russia.

Non andò molto meglio nep­pure in Ger­ma­nia. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riu­ni­fi­ca­zione del paese che aveva vis­suto la dolo­ro­sis­sima ferita della divi­sione, ma anche qui, più che di un nuovo ini­zio, si trattò di una annes­sione con­dotta secondo le regole di un bru­tale vincitore.

A 25 anni di distanza la disu­gua­glianza fra cit­ta­dini tede­schi dell’ovest e dell’est è più pro­fonda di quella fra nord e sud d’Italia, per­ché la «Treu­hand» inca­ri­cata di pri­va­tiz­zare quanto era pub­blico nell’economia della Ddr pre­ferì azze­rare le imprese per lasciar il campo libero alla con­qui­sta di quelle della Rft. Cin­que anni fa nel com­me­mo­rare il crollo del muro il set­ti­ma­nale Spie­gel rese noti i risul­tati di un son­dag­gio: il 57% degli abi­tanti della ex Ger­ma­nia dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne ave­vano nostalgia.

Oggi pro­ba­bil­mente quella che viene chia­mata «Ostal­gie» è cre­sciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scom­parsa: tor­nava da un giro ad est in occa­sione della prima cam­pa­gna elet­to­rale del paese riu­ni­fi­cato ed era deso­lato per come la riu­ni­fi­ca­zione era stata con­dotta. La Spd non aveva del resto nasco­sto, sin dall’inizio, la sua con­tra­rietà a come era stato avviato il processo).

Per tutte que­ste ragioni non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello pra­ti­ca­bile. E via via è finita per pas­sare anche l’idea che tutto il secolo impe­gnato a costruirlo anche da noi era stata vana per­dita di tempo.

Un colpo duris­simo inferto alla coscienza e alla memo­ria col­let­tiva, alla sog­get­ti­vità di donne e uomini che per que­sto ave­vano lot­tato. E nes­suno sforzo per riflet­tere cri­ti­ca­mente su cosa era acca­duto per trarre forza in vista di un più ade­guato nuovo pro­getto. Non è un caso che anche i poste­riori ten­ta­tivi di dar vita a nuovi par­titi di sini­stra abbiano pro­dotto for­ma­zioni tanto impa­stic­ciate: per­ché inca­paci di fare dav­vero i conti con la sto­ria. E per­ciò qual­che rista­gno ideo­lo­gico o la resa a un pen­siero unico che indica il capi­ta­li­smo come solo oriz­zonte della storia.

Nel dire que­ste parole amare rischio come sem­pre di fare la nonna noiosa che con­ti­nua a rimu­gi­nare sul pas­sato senza guar­dare al pre­sente. So bene che ci sono oggi nuovi movi­menti ani­mati da gene­ra­zioni nate ben dopo la famosa sto­ria del Muro che si pro­pon­gono a loro modo di inven­tarsi un mondo diverso.

Ma non mi ras­se­gno a subire senza rea­gire il disin­te­resse che avverto in tanti di loro per il nostro pas­sato, non per­ché vor­rei ci assol­ves­sero dai nostri errori, ma per­ché non sono con­vinta si possa andar lon­tano se non si ha rispetto sto­rico per quanto di eroico e corag­gioso, e non solo di tra­gico, c’è stato nei grandi ten­ta­tivi, pur scon­fitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà — quella uffi­cial­mente cele­brata in que­sto ven­ti­cin­quen­nale del Muro — così meschina da appa­rire arre­trata per­sino rispetto alla rivo­lu­zione fran­cese dove almeno era stato aggiunto ugua­glianza e fra­ter­nità, ormai con­si­de­rati obiet­tivi pue­rili e con­tro­pro­du­centi: il mer­cato, infatti, non li può sopportare.

Non ho molta cre­di­bi­lità nel pro­porre la crea­zione di par­titi, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straor­di­na­rio suc­cesso. E tut­ta­via ora ne vor­rei dav­vero fare uno: il par­tito dei nonni. Non per­ché inse­gnino ai gio­vani cosa devono fare, per carità, ma per­ché vor­rei che almeno due gene­ra­zioni uscis­sero dal muti­smo in cui hanno finito per rin­chiu­dersi, inti­mi­diti da rot­ta­ma­tori di destra e di sinistra.

Vor­rei che ripren­des­sero la parola, riac­qui­stas­sero sog­get­ti­vità: per dire che sulla sto­ria di prima del crollo del muro vale la pena di riflet­tere, per­ché si tratta di una sto­ria piena di ombre, ma anche di espe­rienze straor­di­na­rie (a comin­ciare dalla rivo­lu­zione d’ottobre di cui giu­sta­mente Ber­lin­guer disse che aveva perso la sua spinta pro­pul­siva, non che era meglio non farla). But­tare tutto nel cestino signi­fica ince­ne­rire ogni vel­leità di cam­bia­mento, di futuro.

Per finire: da quando è caduto il muro di Ber­lino ne sono stati eretti altri mille, mate­riali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disu­gua­glianza glo­bale e i muri euro­pei «a mare» nel Medi­ter­ra­neo e di terra a Melilla, con­tro i migranti). Non pro­prio una festa.

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Dmitrij Palagi, Il Becco, 8 novembre 2014

Era il 2011. Berlusconi era preoccupato, ma non telefonò a Gheddafi, perché “non voleva disturbare nessuno”. Le opposizioni di allora erano invece scandalizzate per il silenzio del governo sulle vicende libiche. Veltroni riteneva inaccettabile il silenzio sugli ormai “quasi cento morti”. In Parlamento c’erano ancora Fini e Di Pietro. Anche i loro partiti, insieme all’UDC, chiedevano una netta presa di posizione contro il dittatore di Tripoli. CamussoRossanda sostennero questa linea di indignazione.

Le Primavere Arabe facevano sognare il pubblico televisivo occidentale, cavalcando l’attivismo militante praticato suFacebook e Twitter. In fondo Gheddafi in Italia era visto da tutti come “amico di Berlusconi“, così la realtà della Libia poco contava. Il dittatore doveva morire e la democrazia trionfare.

Sono passati ormai alcuni anni dai bombardamenti fortemente richiesti dalla Francia e sostenuti dal premio Nobel della pace Obama. Nel paese infuria una guerra civile di cui si parla raramente, ma che ha convinto tutti i paesi occidentali a chiudere le loro ambasciate. Solo quella italiana è rimasta aperta, nonostante l’allora Ministro degli Esteri Mogherini si vantasse di aver convinto i britannici a non lasciarci isolati.

Il sistema mediatico era pronto ad ignorare che la nuova costituzione libica si fondasse sul Corano e peggiorasse considerevolmente le condizioni di vita delle donne. Però una guerra civile la si ignora con maggiori difficoltà. Soprattutto se sei l’Italia, un paese che, attraverso il tema dell’immigrazione, si ricorda costantemente che esistono altre sponde del Mediterraneo.

Finisce quindi che il Sole 24 Ore rappresenti uno dei giornali più interessati a denunciare il caos di quella zona geografica, contestando con frequenza le politiche nell’area di Stati Uniti e Unione Europea. La notizia riportata in questi giorni è che le elezioni libiche del 25 giugno sono state annullate dalla Corte Suprema di quel paese, mettendo in ulteriore difficoltà il governo (in esilio) riconosciuto dalla comunità internazionale.

Non è che la Confidustria trovi simpatico il mondo arabo e per questo dia spazio a quello che avviene in Medio Oriente. Si tratta di una banale considerazione sugli interessi economici dell’Italia, che confliggono con quelli francesi.

La guerra civile libica mette con le spalle al muro la comunità internazionale e l’Italia che deve decidere tra la legittimità del governo di Tobruk, in esilio in Cirenaica, e la protezione dei suoi interessi economici ed energetici, situati con i terminali dell’Eni e il gasdotto in Tripolitania. […] Questo è un momento favorevole per cogliere alcune opportunità – ristabilire l’influenza italiana in almeno una parte della Libia – ma è pure una situazione carica di rischi. Qualunque presa di posizione che appoggi Tobruk danneggia la nostra presenza in Tripolitania. Se però ci sbilanciamo troppo su Tripoli rischiamo di perdere la copertura internazionale.

(Alberto Negri, Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2014)

Mentre l’Isis ha ricordato all’occidente la missione compiuta in Iraq, in Libia è sorto un altro Califfato. Non ci sono solo due fazioni in campo, ma numerose milizie che continuano a dividersi le armi di cui si sono appropriate dopo il caos che ha seguito la caduta di Gheddafi.

L’Italia per proprio tornaconto dovrebbe ritrovarsi sul fronte dei pacifisti che si oppongono agli interventi militari Nato. Neanche il movimento pacifista riesce però a prendere forza da questa situazione. Anzi, ricordiamo che Marinella Correggia, che in passato ci ha concesso la collaborazione anche con il nostro quotidiano, è stata accusata di essere “punta di lancia del governo di Assad” perché continuamente attiva sul fronte della pace. Sono poche le voci come quelle di sibiliria.com, prevale una sorta di distaccata indignazione per il pericolo nero dei califfati.

Non conta il numero dei morti che le guerre portano in paesi non lontani da noi. Contano le emozioni che ci trasmettono i telegiornali e le fotografie sui social network. Se serve a contestare Berlusconi o cavalcare elettoralmente la questione dell’immigrazione, allora la politica italiana parla di Libia. Se questo viene meno, resta tutto in mano a Confindustria e all’imbarazzante politica estera degli ultimi governi.

Immagine ripresa liberamente da alarabiya.net

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 8 novembre 2014

Il Quinto Stato

Il quinto stato, coper­tina del libro di Giu­seppe Alle­gri e Roberto Cic­ca­relli (Ponte Alle Gra­zie), rie­la­bo­ra­zione gra­fica di Eula Allegri

Un lavo­ra­tore auto­nomo su quat­tro è a rischio povertà. Le fami­glie delle par­tite Iva, dei pic­coli impren­di­tori, arti­giani, com­mer­cianti, liberi pro­fes­sio­ni­sti e soci delle coo­pe­ra­tive cor­rono un rischio povertà quasi dop­pio rispetto a quello delle fami­glie di lavo­ra­tori dipen­denti. I dati scon­vol­genti che la Cgia di Mestre ha dif­fuso ieri sono utili per dise­gnare il pro­filo di un seg­mento impor­tante del quinto stato in Ita­lia: quello del lavoro indipendente.

Tre milioni e mezzo di per­sone, tra cui oltre 2 milioni di impren­di­tori indi­vi­duali, 959 mila pro­fes­sio­ni­sti, 442 mila ditte indi­vi­duali che bene­fi­ciano di un regime fiscale di van­tag­gio. La destra li con­si­dera tutti impren­di­tori; la sini­stra non esita a defi­nirli eva­sori fiscali. Nelle estre­miz­za­zioni pro­dotte da que­ste rap­pre­sen­ta­zioni sociali, su que­sto ampio e invi­si­bile arci­pe­lago del lavoro si sono sca­ri­cate ini­quità fiscali e vere ingiu­sti­zie pre­vi­den­ziali al punto da avere negato al lavoro auto­nomo i più ele­men­tari ammor­tiz­za­tori sociali. Oggi la mag­gio­ranza di que­ste par­tite Iva non sono solo povere, ma escluse dalla cit­ta­della for­ti­fi­cata dove si affron­tano la grande impresa e il lavoro dipen­dente o salariato.

Dal 2008 al primo seme­stre di quest’anno gli auto­nomi che hanno chiuso l’attività sono stati 348.400 (-6,3%) men­tre la pla­tea dei lavo­ra­tori dipen­denti, è dimi­nuita del 3,8%. La Cgia sostiene inol­tre che nel 2013 il 24,9% degli auto­nomi ha vis­suto con un red­dito dispo­ni­bile infe­riore a 9.456 euro annui, cioè la soglia di povertà cal­co­lata dall’Istat. Per quelle con red­dito da pen­sioni, il 20,9% ha per­ce­pito un red­dito al di sotto della soglia di povertà, men­tre per quelle dei lavo­ra­tori dipen­denti il tasso si è atte­stato al 14,4%, quasi la metà rispetto al dato rife­rito alle fami­glie degli autonomi.

Siamo così arri­vati al pro­blema: i primi sette anni di crisi non hanno solo sba­ra­gliato la classe ope­raia, ma si sono abbat­tuti sul ceto medio. E’ infatti a que­sta cate­go­ria che l’analisi delle classi, come quella sta­ti­stica, ha assi­mi­lato il lavoro indi­pen­dente, sia quello pro­fes­sio­nale che quello della pic­cola impresa o del com­mer­cio. In quanto “ceto medio” il lavoro indi­pen­dente sem­bre­rebbe dun­que pri­vi­le­giato. Così non è (più).

I dati della Cgia mostrano una situa­zione già nota: a causa dei ritardi di paga­mento, del crollo delle com­mit­tenze, dei costi pre­vi­den­ziali e fiscali, oggi le par­tite Iva ven­gono chiuse in massa. La situa­zione peg­giore è al Sud: in Cala­bria, in Sar­de­gna e in Cam­pa­nia. Tra il 2008 e il primo seme­stre di quest’anno la ridu­zione delle par­tite Iva nel Mez­zo­giorno è stata del 9,9% (- 160 mila unità). Segue il Nor­do­vest con il –7,8% (-122.800 unità), men­tre il Nor­dest (-4,3%) e il Cen­tro (-1,3%) fanno segnare delle con­tra­zioni più contenute.

“A dif­fe­renza dei lavo­ra­tori dipen­denti — afferma il segre­ta­rio della Cgia Giu­seppe Ber­to­lussi– quando un auto­nomo chiude defi­ni­ti­va­mente bot­tega non dispone di alcuna misura di soste­gno al red­dito. Ad esclu­sione dei col­la­bo­ra­tori a pro­getto che pos­sono con­tare su un inden­nizzo una tan­tum, le par­tite Iva non usu­frui­scono dell’indennità di disoc­cu­pa­zione e di alcuna forma di cas­sain­te­gra­zione in deroga e/o ordinaria/straordinaria. Pur­troppo non è facile tro­vare un altro lavoro: spesso l’età non più gio­va­nis­sima e le dif­fi­coltà del momento costi­tui­scono una bar­riera inva­li­ca­bile al rein­se­ri­mento, spin­gendo que­ste per­sone verso forme di lavoro com­ple­ta­mente in nero”.

Anche le par­tite iva, dun­que, sono pre­ca­rie. A dif­fe­renza dei pre­cari “tra­di­zio­nali” occu­pano posi­zioni lavo­ra­tive diver­si­fi­cate: sono mono­com­mit­tenti e anche parte di una coo­pe­ra­tiva. Pos­sono avere una pic­cola impresa, ma sono anche dipen­denti. La pen­sione, la disoc­cu­pa­zione, la malat­tia devono pagar­sele. Se hanno i soldi.

La richie­sta di Bor­to­lussi è ragio­ne­vole: esten­dere l’impiego degli ammor­tiz­za­tori sociali. C’è un pro­blema: per il governo Renzi il mondo del lavoro indi­pen­dente non esi­ste. Ai free­lance non ha dato gli 80 euro e, anzi, ha pre­sen­tato una riforma dei regimi dei minimi che aumen­terà le tasse alle par­tite Iva under 35 che apri­ranno l’attività dal 2015. C’è poi il taglio dell’Irap a cui sono sog­getti gli auto­nomi. Pro­prio come se fos­sero una grande impresa. Allora qual­cosa ha fatto Renzi. No: il taglio inte­res­serà le atti­vità che hanno i dipen­denti. Gli auto­nomi con­ti­nue­ranno a pagarla come prima. Anzi, peggio.

V. dello stesso autore I nuovi poveri sono gli autonomi a partita Iva, Il Manifesto, 29 ottobre 2014

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Un sognatore è colui che può trovare la sua strada al chiaro di luna e vedere l’alba prima del resto del mondo.

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La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

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In una breve frase, il presidente più amato nella storia repubblicana italiana riassume tutto: una concezione del mondo, i valori costituzionali, lo spirito del socialismo, la tolleranza, la dignità.

Tutti questi valori sono oggi sotto l’attacco formidabile di un capitalismo particolarmente aggressivo, che mira allo smantellamento dello stato sociale, annichilisce i diritti per mantenere inalterati i propri privilegi, invade paesi per aprire nuovi mercati e acquisire nuove opportunità di profitto. Nel frattempo le nostre città si affollano di nuovi poveri, il futuro delle nuove generazioni è incerto, la pace sociale è minacciata.

E qualcuno la chiama modernità…

Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana.

Sandro Pertini

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Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come.

Piepaolo Pasolini

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Quando l’oro parla, l’eloquenza è senza forza.

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Perché la pazzia è una forza della natura, nel male o nel bene, mentre la minchioneria è una debolezza della natura, senza contropartita.

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