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Archive for dicembre 2014

Christian Marazzi, tysm.org, 20 dicembre 2014

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes, in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali.

Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più. Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi.

Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridico-aziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili

Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui.

Come ricorda l’antropologo David Graeber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale:liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

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Elsa Morante, Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito).

Scritto presumibilmente all’inizio degli anni Settanta, è stato ripubblicato una decina di anni fa, con postfazione di Goffredo Fofi, dalle Edizioni Nottetempo.

Elsa Morante (1912 – 1985) fu una persona assai particolare, lacerata da intense contraddizioni e protagonista di scelte controverse e assai anticonformiste per la sia epoca. Una breve ma esplicativa nota biografica potete trovala qui.

  1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
  2. La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.
  3. Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.
  4. L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito. E non occorrerebbe precisare che qui la parola spirito (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari; ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo.
    Questa libertà dello spirito si manifesta in infiniti e diversi modi, che tutti significano la stessa unità, senza gerarchie di valori. Esempio: la bellezza e l’etica sono tutt’uno. Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa. Così per esempio il Discorso sulla montagna, o i Dialoghi di Platone, o il Manifesto di Marx-Engels, o i Saggi di Einstein sono belli; allo stesso modo che sono morali l’Iliade di Omero, o gli Autoritratti di Rembrandt, o le Madonne di Bellini, o le poesie di Rimbaud. Difatti tutte queste opere (né più né meno delle tante possibili azioni che le equivalgono) sono tutte, in se stesse, affermazioni della libertà dello spirito, e di conseguenza, qualunque siano le contingenze storiche e sociali nelle quali vengono a esprimersi, esse non sono determinate essenzialmente da nessuna classe e appartengono finalmente a tutte le classi. Giacché per definizione esse negano il Potere, di cui la divisione degli uomini in classi è una delle tante pretese aberranti.
  5. In quanto onore dell’uomo, per definizione la libertà dello spirito sia come espressione che come godimento, è dovuta a tutti gli uomini. Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito.
  6. Tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo.
  7. Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. Il solo fine della rivoluzione è di liberare lo spirito degli uomini, attraverso l’abolizione totale e definitiva del Potere.
  8. Elsa Morante con Alberto Moravia
    negli anni Quaranta

    Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà comune dello spirito attraverso il suo contrario. La rivoluzione, per attuare il proprio fine di liberazione, deve porselo anzitutto come inizio e principio. Chiunque schiavizza il proprio e l’altrui spirito con una promessa di una liberazione “mistica” e postrema è lui stesso uno schiavo, e in più un truffatore e uno sfruttatore. Né più né meno dei Gesuiti e controriformisti – di Maometto che mandava i suoi “fedeli” a distruggersi in vista del “Paradiso” delle Urì – di Hitler e Mussolini che sterminavano le nazioni in vista delle “glorie nazionali” – di Stalin che castrava e martirizzava i popoli in vista del “bene del popolo” ecc. ecc. ecc.

  9. Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione. Nessun proletariato (né più né meno che se fosse una monarchia, o aristocrazia, o teocrazia, o borghesia, o via dicendo) potrà mai attribuirsi o attuare la rivoluzione, se non ha lo spirito libero dai germi del Potere. Nessuno infatti può comunicare agli altri quello che non ha, e non si può presumere di far crescere la guarigione coi semi della peste.
  10. In una società fondata sul Potere (come TUTTE le società finora esistite e oggi esistenti) un rivoluzionario non può fare altro che porsi (foss’anche solo) contro il Potere, affermando (coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno. E questo, è suo diritto e dovere di farlo a qualunque costo: anche, in ultima istanza, a costo di creparci. E’ quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna D’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc. E’ quanto fa un bracciante che si rifiuta a un sopruso, un ragazzino che si nega a un insegnamento degradato, un insegnante idem, un fabbro che fabbrica un chiodo quadripunte contro gli automezzi nazisti, un operaio che sciopera per opporsi allo sfruttamento, ecc. ecc. ecc. Simili opere, o azioni, nell’affermare, ciascuna coi propri mezzi, la libertà dello spirito contro il disonore dell’uomo, sono tutte allo stesso titolo belle e morali. E per definizione, esse non sono distinzione e proprietà di una classe, ma dell’uomo assolutamente in quanto tale, secondo quanto è affermato ai paragrafi 2 e 4.
  11. Se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita.
  12. Qualunque rivoluzionario (foss’anche Marx o Cristo) che si riadatti al Potere (o assumendolo, o amministrandolo, o subendolo) da quel momento stesso cessa di essere un rivoluzionario, e diventa uno schiavo e un traditore.
  13. Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino. L’uomo che (c.s. coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie la vera Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a sé stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e, in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto, il proprio spirito, si fa agente con questo del disonore dell’uomo. Doppiamente disgraziato è chi si adopera a diffondere il contagio fra gli altri e tanto più miserabile se lo fa in vista o per il gusto di un proprio potere personale.
    Servirsi a fini di potere degli sfruttati (anche solo del loro nome) è la peggiore forma di sfruttamento possibile. Peggio per chi lo fa a proprio beneficio personale. Proclamare il proprio amore per gli operai può riuscire un comodo alibi per chi non ama nessun operaio, e nessun uomo.
    Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi.

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Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini

La quarta di copertina ci mostra due giovanotti coi capelli grigi, ma l’occhio vispo, Sono Loriano Macchiavelli, classe 1934, e Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940 addì 14 giugno (e ne abbiamo già parlato, in fondo a questo post).

La pioggia fa sul serio è la loro ultima fatica letteraria, ed è la strenna natalizia che ho ricevuto il 26 dicembre da sorella e nipotine. Oggi è il 28 quindi non posso dire di averlo divorato, ma quasi. Chiaramente, trattandosi di un giallo non svelerò trama (qualche indicazione è disponibile a questo link) e assassino, ma ci sono alcune altre considerazioni che secondo me vanno fatte e possono risultare interessanti.

Si potrebbe dire che è un romanzo “all’americana” e non solo per il genere e lo stile di scrittura lineare. Infatti, molti autori statunitensi di best seller, come ad esempio John Grisham, usano il romanzo per veicolare dei messaggi, per sensibilizzare il lettore su temi sociali o di interesse generale. Nel nostro caso, la trama si svolge sull’Appennino toscoemiliano, nei pressi di un paesino chiamato Casedisopra, (una sorta di Vigata settentrionale) con i suoi problemi di dissesto idrogeologico, spopolamento e invecchiamento della popolazione. È chiaro fin dalla prima pagina:

Era un settembre che “così piovoso non s’era mai visto”, sostenevano i vecchi del paese. Non è detto che fosse proprio così. Certo, loro se ne intendevano del tempo e delle avversità meteorologiche. Se ne intendevano anzitutto perché non avevano molti altri argomenti di conversazione con cui passare le giornate.

A metà del mese c’era stata una vera e propria bomba d’acqua, una cosa da diluvio universale, durata un paio d’ore, roba che veniva giù così fitta da non vedere a due metri di distanza. Poi, fortunatamente, s’era un poco quietata, la pioggia, ma aveva continuato a butta già acqua per due notti e due giorni.

Il sole si era fatto vedere, per un po’, poi altra acqua, poi un poco di sole poi, neanche a dire, altra acqua.

Come conseguenza inevitabile frane, in qua e in là. Frane più o meno grosse, smottamenti, un macigno rotolato su una strada, dilavamenti vicino ai fossi ingrossati e pezzi di monte che se ne scendevano giù, verso valle.

L’argomento viene approfondito per il tramite di uno strano personaggio, che mi ha ricordato il Tönle di RIgoni Stern o alcuni dei montanari raccontati da Nuto Revelli quando girava di casa in casa per la provincia di Cuneo armato di registratore. Adùmas – questo il nome, che deve alla passione di suo padre per I tre moschettieri…-, camminando per i boschi, fra sé e sé riflette:

“Poveri boschi” pensò, “poveri castagneti, siete diventati vecchi come me. Pensare che avete sfamato generazioni di persone. Ora le castagne non le raccoglie più nessuno. Troppa fatica, dicono, non vale la pena. Ma una volta qui la fatica era di casa. Ora nessuno vuol più durare fatica. Potendo, fanno bene. Chissà però che non tocchi di nuovo durarla, quella fatica, e non tocchi alla gente, coi tempi che corrono, di tornare a pulirli, questi castagneti. Prima che sia troppo tardi, con tutte le malattie arrivate. Anche dalla Cina, arrivate. Guarda lì quel povero castagno. Secco come un…” Cercò il paragone frugando qua e là, rimuginando quei pensieri. “Secco come un Cristo in croce. Poi ci si mettono anche le frane. Quante sono state quest’anno? Con nessuno che cura più niente, basta un po’ d’acqua… oddio, un po’, ne è venuta ma tanta, non ci sono più fossetti di scolo, nei campi… è che non ci sono più campi coltivati, chi vuole ancora fare il contadino, quassù, hanno ragione, e i muretti crollano, e le mulattiere si intasano, è tutto un gran troiaio, ma in che mondo viviamo…” Imprecò a mezza voce: «E neanche un fungo, neanche l’odore, neanche quelli matti. Per forza, con tutta ‘st’acqua». Ci pensò un momento. “Andare a funghi dopo tant’acqua, ci vuole una bella voglia. Fammi provare al casone di Realdo, dove c’è sempre quella bolata. Il mio povero babbo ci trovava sempre gli ovoli, Chiappali adesso, se sei bono, gli ovoli. Mah! È che gli ovoli vogliono il pulito.” Buttò uno sguardo attorno. “E qui di pulito…”

Fra le righe, i due autori suggeriscono anche una soluzione per salvare la montagna. Soluzione che sembra banale ma, a pensarci bene, non lo è. L’Appennino tutto è stato, nei secoli, tragitto di pellegrini che, da ogni parte d’Europa, si sobbarcavano il viaggio fino a Roma. Nei posti più impensati si trovano edicole votive, chiesette, tracce di antiche osterie, e una serie infinita di vestigia, per lo più malandate, che richiamano alla memoria Medio Evo e Rinascimento. Nel romanzo, Guccini e Machiavelli parlano di una di queste, con un affresco di Piero della Francesca che richiama il mistero della Madonna del Parto, opera custodita in una chiesetta del piccolo comune di Monterchi. Insomma, Guccini e Macchiavelli ci suggeriscono, neanche troppo velatamente, di trascorrere un periodo di vacanza dalle loro parti dove, alla scoperta di meraviglie nascoste.

Anche in questo caso, il personaggio cui viene affidato il compito di illustrare il tema, è assai curioso: un estroso architetto inglese che si esprime in italiano in maniera alquanto “pittoresca”. D’altra parte:

Una frase pronunciata dal Professore tornò in mente a Gherardini: “Siamo talmente abituati alle bellezze del nostro territorio, avendole sotto gli occhi fin dalla nascita, che non le apprezziamo come dovremmo”.

E poi, nel testo, molti temi cari a Guccini (a Macchiavelli non saprei dire. Lessi alcuni suoi romanzi molti anni fa, per cui non posso dire di conoscerne l’opera), del tipo:

[…] Controllò sul cellulare: «Dieci e cinquanta».

Sua madre non avrebbe mai detto “dieci e cinquanta”. Avrebbe detto “dieci minuti alle undici”. O “le undici meno dieci”. Non usava più”.

In due frasi – e qui mi sembra di riconoscere il Guccini del Dizionario delle cose perdute – viene descritto il passaggio dall’ora analogica (le vecchie care lancette) a quella digitale. Oppure il riferimento a uno dei poeti preferiti dal maestrone, il Guido Gozzano che ci accompagna dai tempi de L’Isola non trovata:

Era rimasto colpito dalla sua figura, alta e sottile, ma ben proporzionata, un viso grazioso, bionda, con gli occhi azzurri.

“Azzurro pervinca” si disse, “azzurro di un azzurro di stoviglia… Chi è quel poeta? Ah sì, Gozzano, la signorina Felicita“. […]

E via andare… La finisco qui perché, per un appassionato gucciniano come il sottoscritto, è facile trovare infiniti riferimenti alle canzoni scritte dal “maestrone”. Talmente facile che a volte si trovano anche quando non ci sono…

Un ‘ultima riflessione, anche questa dettata, forse, dal voler trovare quello che non c’è, tanto, si dice, ogni operazione artistica vive una vita a sé. Ed è il lettore, l’ascoltatore, oppure chi guarda che ne trova un significato, anche se questo è completamente diverso da quello che l’autore aveva intenzione di comunicare. In questo caso, il genere scelto, personaggi come Adùmas, la collocazione della vicenda in quella montagna appenninica che fa parte a pieno titolo della profonda provincia italiana, la semplicità di linguaggio, mi hanno fatto pensare alle note scritte da Gramsci nei Quaderni del Carcere in relazione all’assenza di una letteratura nazionale-popolare nell’Italia dell’inizio del secolo scorso e per tutto il precedente, quando si parla delle nuove forme di intrattenimento culturale per il popolo: il romanzo d’appendice in Francia e il romanzo poliziesco in Inghilterra.

——
PS: per approfondire il tema del rapporto dei due autori con la montagna, consiglio di leggere l’intervista a Macchiavelli e Guccini curata da Wu Ming 2 su La Domenica di Repubbica,del 19 giugno 2011: “T’î pròpi un muntàner

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Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

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Merry Christmas (War is Over) [Buon Natale (La guerra è finita)] è il titolo di una canzone famosissima di John Lennon e Yoko Ono, impropriamente inserita nel gruppo dei canti natalizi. Si tratta invece di un inno alla pace.

E allora, proporre questo video scovato su YouTube, dove si vedono le immagini di quello che sta succedendo ormai da troppo tempo in Palestina, nella terra che vide la nascita di Gesù, mi sembra quantomai opportuno. Così, tanto per riflettere mentre si mastica il panettone.

Ed ecco testo e traduzione.

So this is Christmas
And what have you done
Another year over
And a new one just begunAnd so this is Christmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

And so this is Christmas
For weak and for strong
For rich and the poor ones
The world is so wrong

And so happy Christmas
For black and for white
For yellow and red ones
Let’s stop all the fight

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

And so this is Christmas
And what have we done
Another year over
And a new one just begun

And so this is Christmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

War is over
If you want it
War is over
Now…

E così è arrivato il Natale,
e tu cosa hai fatto?
Un altro anno se n’è andato
e uno nuovo è appena iniziato.E così è Natale,
auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

E così è Natale,
per i deboli ed i forti,
per i ricchi ed i poveri,
il mondo è così sbagliato.

E così è Natale,
per i neri ed i bianchi,
per i gialli ed i rossi,
smettiamola di combattere.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

E così è Natale,
con tutto quello che è successo.
Un altro anno se n’è andato
e uno nuovo è appena iniziato.

E così è Natale,
auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

La guerra è finita
Se tu lo vuoi
La guerra è finita
La guerra è finita, adesso.

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Non con i sentimenti pacifisti, ma con una organizzazione economica mondiale, l’umanità civile potrà essere salvata dal suicidio collettivo.

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Un altro dei miti della mia gioventù se n’e andato.

La prima volta che lo vidi in concerto era a Torino (nel 1979 o giù di lì), al parco Ruffini. L’acqua veniva giù a catinelle, ma noi eravamo lì, a partecipare a una delle tappe del Tour “Woodstock in Europe”. Protagonisti sul palco c’erano Richie Havens (RIP), Countrie Joe McDonald, Arlo Guthrie e, appunto, Joe Cocker.

Lo rividi in concerto molti anni dopo, per un paio di volte quando stavo a Milano. La pancia da bevitore di birra (non poca), l’espressione persa nel vuoto, e quella voce roca e potentissima da bluesman nero che faceva rizzare i peli delle braccia…

Eccolo in When the night comes.

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Giordano Bruno è probabilmente uno dei personaggi più affascinanti della storia della cultura. Qualche accenno alla sua vicenda lo avevo già fatto parlando di Galileo Galilei, con particolare riferimento al fatto che allo scienziato diedero la stessa cella che aveva già ospitato il domenicano di Nola (giusto per fargli capire cosa rischiava…).

Giordano Bruno è stato per anni un filosofo quasi completamente emarginato, salvo per il fatto di essere considerato il simbolo dell'”ateismo scientifico”. Solo nell’ultimo scorcio del secolo scorso e in questi primi anni del nuovo millennio si è iniziato a studiarlo con un certo metodo e con una certa assiduità. Su questo mio sito, a questa pagina, potete trovare alcune delle sue opere. Altre seguiranno, mano a mano che le troverò nella rete.

Alberto Burgio, Il Manifesto, 16 dicembre 2014

Un’opera enciclopedica, coordinata da Michele Ciliberto, che raccoglie gli scritti e i contributi critici sul «Nolano». Un indispensabile strumento per accedere alla costellazione filologica, teologica e letteraria del frate domenicano condannato per eresia e mandato al rogo dalla chiesa

Giordano Bruno

Ana­lisi ese­ge­ti­che e testuali e un impo­nente lavoro filo­lo­gico; edi­zioni cri­ti­che ne varie­tur e accu­rate rico­stru­zioni sto­ri­che; studi bio­gra­fici e di cri­tica let­te­ra­ria: in una bat­tuta, una biblio­gra­fia storico-critica ricca di decine di testi fon­da­men­tali. È que­sto il frutto della Bruno-Renaissance veri­fi­ca­tasi in que­sti ultimi decenni e legata ai nomi (per limi­tarsi agli stu­diosi ita­liani: tra gli stra­nieri basti qui nomi­nare Fran­ces Yates) di Nicola Bada­loni, Gio­vanni Aqui­lec­chia, Alfonso Inge­gno, Michele Cili­berto e, natu­ral­mente, Euge­nio Garin. Man­cava però finora una summa enci­clo­pe­dica che siste­ma­tiz­zasse i risul­tati di que­sto gigan­te­sco lavoro in un discorso uni­ta­rio e con­creto, sul modello della dan­te­sca e della vir­gi­liana pro­dotte dall’Istituto dell’Enciclopedia Ita­liana. Ci si può chie­dere per­ché, e imma­gi­nare rispo­ste diverse.

Si può chia­mare in causa la potente mito­lo­gia subito sorta intorno alla figura e all’opera dell’autore del De la causa e della Cena delle ceneri, di que­sto sim­bolo della libertà del pen­siero e della lai­cità, della moder­nità e della sua «gene­ra­zione equi­voca»: una mito­lo­gia che, pun­tual­mente sovrap­po­nen­dosi al pro­filo sto­rico e testuale, ne ha per dir così scom­pi­gliato le linee. O si può evo­care il carat­tere radi­cal­mente «uni­ver­sale», plu­ri­di­sci­pli­nare – anzi, per dir così, trans­di­scor­sivo – di un’opera che non sol­tanto spa­zia tra filo­so­fia e let­te­ra­tura, teo­lo­gia, poli­tica e moderna scienza della natura (dove quest’ultima, fusa con le super­sti­zioni rina­sci­men­tali, dà vita a un’esaltazione della «magia» come sapere demiur­gico), ma si costi­tui­sce, let­te­ral­mente, nell’osmosi, per noi dif­fi­cile a com­pren­dersi, di que­ste dif­fe­renti logi­che. E che quindi resi­ste a una let­tura uni­ta­ria, che, per quanto dut­tile, rischia di tra­mu­tarsi in una cami­cia di forza.

Una irri­du­ci­bile eccedenza

Ben­ché Bruno sia oggi per noi un eroe della coe­renza, oltre che del corag­gio e dell’orgoglio, a sco­rag­giare l’impresa enci­clo­pe­dica è stata sin qui forse l’irriducibile ecce­denza di un discorso poli­morfo e obiet­ti­va­mente (per strut­tura e dina­mica imma­nente, oltre che per ani­mus e inten­zione) anar­chico.

Que­ste ragioni e pro­ba­bil­mente altre ancora aiu­tano a spie­gare la tarda com­parsa di stru­menti enci­clo­pe­dici incen­trati sull’opera e la figura di Gior­dano Bruno. Fatto sta che ora, asse­sta­tasi la cospi­cua messe di un plu­ri­de­cen­nale lavoro cri­tico, una pode­rosa opera colma final­mente que­sta lacuna. Mostrando come negli ultimi decenni non si sia solo lavo­rato con acri­bia, com­pe­tenza e pas­sione sul testo bru­niano e sui suoi straor­di­nari con­te­sti. Si è anche costruita, ad opera di un’agguerrita schiera di sto­rici della filo­so­fia e della cul­tura fer­rati nella ricerca filo­lo­gica, una pro­spet­tiva al tempo stesso orga­nica e arti­co­lata, aperta ben­ché robu­sta­mente unitaria.

Pub­bli­cati dalle Edi­zioni della Scuola Nor­male di Pisa in col­la­bo­ra­zione con l’Istituto Nazio­nale di Studi sul Rina­sci­mento, arri­vano in que­sti giorni in libre­ria i tre son­tuosi tomi in-quarto (due di testo, di oltre mille pagine cia­scuno, com­po­sti in colonne fitte in corpo 9; il terzo di appa­rati: biblio­gra­fia delle opere, biblio­gra­fia cri­tica e indici) di Gior­dano Bruno. Parole, con­cetti, imma­gini (euro 180). Che offrono al let­tore qual­cosa come 1200 voci, opera di 37 stu­diosi attivi in uni­ver­sità e cen­tri di ricerca di tutto il mondo, ma per la gran parte ricon­du­ci­bili a quell’officina bru­niana di incom­pa­ra­bile ope­ro­sità che Michele Cili­berto, idea­tore e cura­tore dell’opera (oltre che diret­tore dell’edizione adel­phiana delle opere di Bruno e autore di testi cri­tici di rife­ri­mento tra i quali La ruota del tempo. Inter­pre­ta­zione di Gior­dano Bruno (Edi­tori Riu­niti, 2000); Gior­dano Bruno (Laterza, 2000); Umbra pro­funda. Studi su Gior­dano Bruno (Sto­ria e Let­te­ra­tura, 2000);L’occhio di Atteone. Nuovi studi su Gior­dano Bruno (Sto­ria e Let­te­ra­tura, 2002);Gior­dano Bruno. Il tea­tro della vita (Mon­da­dori, 2007), ha saputo ani­mare nell’arco di tre decenni, vivi­fi­cando l’eredità gari­niana e al tempo stesso tra­sfor­man­dola in una instan­ca­bile fucina editoriale.

Una strut­tura labirintica

Si diceva dell’unità del per­corso e del punto di vista che lo motiva senza tut­ta­via coar­tare il discorso bru­niano. Di ciò fa fede in primo luogo la logica plu­ri­versa del lem­ma­rio, scor­rere il quale sug­ge­ri­sce con forza l’immagine di una strut­tura labi­rin­tica. Le voci sono ideal­mente ripar­tite tra cin­que ambiti. In primo luogo, le cate­go­rie teo­ri­che che strut­tu­rano il les­sico della «nolana filo­so­fia» nel con­te­sto della tra­di­zione filo­so­fica in par­ti­co­lare rina­sci­men­tale (tra que­ste i lemmi «acqua», «anima», «etere», «fato», «grembo», «infi­nito», «ombra», «sigil­lus», «uni­verso» e «vin­cu­lum»). Quindi, non senza una spe­ci­fica atten­zione ai temi della pole­mica anti­cri­stiana, le varie­ga­tis­sime fonti anti­che e moderne, let­te­ra­rie e filo­so­fi­che, teo­lo­gi­che e scien­ti­fi­che (Cice­rone e Coper­nico; Pla­tone, Ari­sto­tele, Era­smo e Cal­vino; Lucre­zio e Melan­tone; Tom­maso, Vir­gi­lio e Tycho Brahe). Terzo ambito: gli epi­sodi e i luo­ghi, le figure e i motivi della bio­gra­fia bru­niana e del mondo poli­tico, cul­tu­rale e reli­gioso che ne fu con­te­sto (voci sono per esem­pio dedi­cate a Eli­sa­betta I, a Enrico III e a Moce­nigo; e alle città e agli ate­nei nei quali il Nolano dimorò ed eser­citò il pro­prio magi­stero). Un ulte­riore insieme tema­tico rag­gruppa ideal­mente gli autori e i momenti salienti della for­tuna di Bruno, muo­vendo dal tempo della sua vita ter­rena (si vedano in pro­po­sito le voci dedi­cate a Keplero e a Mer­senne, a Spi­noza e a Leib­niz). Infine – ma non si tratta certo della com­po­nente meno ori­gi­nale dell’opera, né della meno scon­tata e age­vole – i pro­fili cri­tici degli stu­diosi che hanno stu­diato la «nolana filo­so­fia» (tra que­sti War­burg e Gen­tile, Spa­venta e Nowicki) e dei let­te­rati (da Bre­cht a Joyce, da Gadda a Cal­vino) che ne hanno tratto ispirazione.

Ma, a illu­stra­zione di quanto si diceva sull’organicità dell’opera, sulla sua capa­cità di intrec­ciare tra loro mito, sto­ria e teo­ria e di tenerli insieme in una trama coe­rente, con­nota cia­scuna voce – in par­ti­co­lare quelle lun­ghe e più den­sa­mente teo­re­ti­che – una cifra uni­ta­ria, tra­sver­sale ai diversi ambiti che la costi­tui­scono. Può darne qui una vaga idea, a titolo di esem­pio, la pur som­ma­ria sin­tesi di una delle voci dedi­cate a concetti-chiave della rifles­sione bruniana.

Un prin­ci­pio ordinatore

L’analisi del con­cetto di «anima» – diciotto fitte colonne nelle pagine di aper­tura del primo tomo – muove da una pun­tuale rico­gni­zione delle fonti, dal Pla­tone del Fedro, dell’Alcibiade primo e del Timeo a Mar­si­lio Ficino, pas­sando per Era­clito (letto per il pro­ba­bile tra­mite di Dio­gene Laer­zio) e per il De anima ari­sto­te­lico (la cui tesi dell’intima unione «ile­mor­fica» tra anima e corpo Bruno rece­pi­sce tut­ta­via cri­ti­ca­mente, per la cifra ridu­zio­ni­stica che ritiene di cogliervi); e poi, ancora, Plo­tino, Ago­stino e Tom­maso. Di qui si svi­luppa l’analisi teo­rica della con­ce­zione bru­niana dell’anima, che ne riper­corre le pro­fonde oscil­la­zioni sullo sfondo di una gene­rale e ori­gi­nale con­no­ta­zione ontologica.

L’anima è per Bruno difatti non sol­tanto né pri­ma­ria­mente il prin­ci­pio dal quale dipen­dono le atti­vità vitali e cono­sci­tive dell’uomo, bensì l’universale prin­ci­pio ordi­na­tore che innerva e muove il mondo per via del suo mani­fe­starsi, in un pro­cesso di indi­vi­dua­liz­za­zione, nei sin­goli enti, ivi com­presi i corpi cele­sti. È que­sto, si può dire, il cuore della teo­ria bru­niana dell’anima come «intrin­seco» e uni­ver­sale prin­ci­pio vitale, dina­mico e cogni­tivo (anima del mondo e nel mondo, anima mundideus in rebus), e del suo con­ti­nuo spe­ci­fi­carsi in riflessi indi­vi­duali: una pro­spet­tiva che, tra­du­cen­dosi (così, per esem­pio, nel De l’infinito) nell’affermazione dell’endiadi anima-natura, con­tri­buirà in misura rile­vante alla costru­zione del moderno para­digma pan­tei­stico, dove Bruno figura tra le figure somme insieme a Spi­noza e Toland, al primo Schel­ling e, muta­tis mutan­dis, allo stesso Hegel.

Ovun­que, in tale pro­spet­tiva, Dio è visi­bile e in una certa misura sen­si­bile. Ragion per cui nel rico­no­scere il river­bero dell’Uno-Dio nell’originaria infi­nità del tutto con­si­ste per Bruno, al di là dalle sue forme sto­ri­che, la retta reli­gione. Si tratta, a ben vedere, di una visione dina­mica della tota­lità (Dio si espande nell’infinito spazio-temporale) e di una cosmo­lo­gia anti-deterministica che si col­lega al tratto più moderno della filo­so­fia bru­niana. L’atto cono­sci­tivo costi­tui­sce qui un gesto libero e libe­ra­to­rio, capace di var­care i con­fini del finito (si pensi all’ipotesi coper­ni­cana) e di signo­reg­giare la natura (per mezzo di un sapere magico nel quale non pare incon­gruo scor­gere una pri­mor­diale figura della prassi).

Sem­pli­cità e rigore

L’anima dun­que, da una parte, come prin­ci­pio del tutto e dell’unità delle parti; dall’altra, come forma pla­smante che «attua e fa per­fetto il tutto», con­net­ten­dosi per que­sta via alla «sostanza»: all’Uno-tutto che dà luogo a una sem­pre rin­no­vata inte­ra­zione tra il prin­ci­pio spi­ri­tuale e quello mate­riale e, di qui, all’infinita plu­ra­lità degli indi­vi­dui. È pre­ci­sa­mente il nesso anima-sostanza ad appa­rire infine cru­ciale nel qua­dro di que­sta pro­ble­ma­tica, nella ten­sione tra onto­lo­gia, filo­so­fia pra­tica, epi­ste­mo­lo­gia e rifles­sione teo­lo­gica. Emerge così la com­ples­sità di uno dei temi car­di­nali della «nova filo­so­fia», che que­sta sin­tesi enci­clo­pe­dica resti­tui­sce senza sem­pli­fi­ca­zioni né sche­ma­ti­smi, spez­zando i vin­coli disci­pli­nari carat­te­ri­stici dell’enciclopedismo moderno.

L’esempio potrebbe ripe­tersi ad libi­tum. Ma la com­ples­sità delle voci – del loro ordito sto­rico e ana­li­tico – non deve indurre in errore. Di un’enciclopedia – di un’opera di alta divul­ga­zione – effet­ti­va­mente si tratta, quindi di uno stru­mento che sconta la varie­gata com­po­si­zione del pro­prio pub­blico elet­tivo, com­po­sto non sol­tanto da cul­tori della mate­ria e spe­cia­li­sti, ma anche da quel più vasto ambito di let­tori colti – stu­diosi e stu­denti; e quel che in quest’epoca non esal­tante resta della «société des gens de let­tres» – che chiede e a buon diritto attende pagine leg­gi­bili e nette. Sce­vre da tec­ni­ci­smi, tenute in esem­plare equi­li­brio tra sem­pli­cità e rigore.

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La numerologia viene intesa come studio della possibile relazione – mistica o esoterica – tra i numeri e le caratteristiche o le azioni di oggetti fisici ed esseri viventi.

Vediamo il significato di un numero in particolare. Poi spiegherò che cosa c’entra tutto questo ragionamento pseudo-scientifico con l’euro. Secondo Wikipedia:

Otto è considerato un numero di influenza karmica che richiede il pagamento di debiti contratti nella vita attuale o in una vita precedente. Rappresenta un lavoro profondo e le lezioni imparate attraverso l’esperienza e può quindi risultare un numero “difficile” per le restrizioni imposte dalla sua natura. Più di ogni altro numero l’Otto rappresenta la ricerca di denaro e successo materiale, ma la sua natura implica il confrontarsi con rischi estremi e molti capovolgimenti di vita. Considerato l’importanza ai massimi livelli data alla reputazione e alla posizione sociale, coloro che ricadono in modo preminente sotto l’Otto dovranno condurre una vita onesta, in quanto ogni imprudenza sarà quasi certamente resa pubblica nel modo meno lusinghiero. Sebbene l’Otto nella cultura cinese sia considerato di buon auspicio, nella numerologia cinese non gli è assegnata particolare importanza.

Mentre il sito numerologia.eu articola meglio il ragionamento (ho indicato il link perché l’articolo è piuttosto lungo).

Lasciamo perdere il significato del numero 8 nella numerologia cinese o in quella giapponese, che in questo contesto non ci interessa, e cominciamo a fare due calcoli, tanto per divertirci perché, lo ripeto, scrivo questo post solo per gioco: non c’è nulla di scientifico e ognuno potrà fare le valutazioni che meglio crede su come spendo o perdo il mio tempo. Prendetemi pure in giro, ci sono abituato… Dunque:

EURO = E+U+R+O

E è la quinta lettera dell’alfabeto italiano;
U la diciannovesima;
R la sedicesima;
O la tredicesima.

Secondo questa (il)logica

5+19+16+13 = 53

A sua volta 53 è composto da 5+3 = 8. Ed ecco spiegata la corrispondenza con il significato numerologico del numero “8”.

Ma non basta. Prendiamo i tagli (banconote e spiccioli): abbiamo le banconote da 500, da 200, da 100, da 50, da 20, da 10 e da 5 euro e le monete metalliche da 2, da 1, da 0,50, da 0,20, da 0,10, da 0,05, da 0,02 e da 0,01.

Facciamo la somma, come se uno avesse nel portafoglio (magari!) un pezzo per ogni taglio:

500+200+100+50+20+10+5+2+1 = 888

e, dopo la virgola, in centesimi:

50+20+10+5+2+1 = 88.

In totale fa 888,88 euro.

Da tutti questi ragionamenti si deduce l’impossibilità di qualsiasi cambiamento della politica monetaria riguardante l’euro. Siamo condannati all’austerità a oltranza, perché fa parte della natura delle cose. La nostra unica possibilità è quella di cambiare il nome della moneta e inserire, sulla falsariga del geniale falsario napoletano, la banconota da 300 euro.

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Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato.

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Stefano Cardini, Scenari, 12 dicembre 2014

È probabilmente un caso. Colpisce, tuttavia, che mentre in molti Paesi europei cresce il consenso attorno a formazioni politiche nazionaliste e xenofobe, mentre l’antisemitismo torna a colpire centri di cultura ebraici e sinagoghe e, lungo il confine che un secolo fa vide la dissoluzione dei tre grandi Imperi centrali euroasiatici, gruppi paramilitari neonazisti presidiano sia le piazze “antieuropeiste” della Grecia sia quelle “europeiste” dell’Ucraina, si assista a un riaccendersi dell’interesse e del dibattito attorno alle filosofie “nere” del Novecento: da Oswald Spengler, a Ernst Jünger, a Carl Schmitt fino a Martin Heidegger. Parlo di filosofie “nere” e credo di poterlo fare con qualche buona ragione. Nonostante questi Autori abbiano goduto dell’interesse e dell’apprezzamento anche di ambienti culturali e intellettuali liberaldemocratici, socialdemocratici e financo marxisti, essi sono sempre tradizionalmente appartenuti a un ideale Olimpo di destra, anche estrema, intrecciando generalmente nelle loro opere motivi antimoderni, antiliberali, antidemocratici e, non di rado, nazionalisti, razzisti e antisemiti. Al centro dello Streit è finito di recente ed una volta di più Martin Heidegger, in seguito alla pubblicazione in Germania, lo scorso marzo, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), attualmente in traduzione anche in Italia da Bompiani. In questa sorta di “zibaldone” heideggeriano, come ha scritto Donatella Di Cesare nel suo recente volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri) vi sarebbe «quel non-detto che molti supponevano, o speravano, fosse anche non-pensato», ovvero, l’antisemitismo di Heidegger: un antisemitismo meditato proprio nel quadro filosofico del pensiero della storia dell’Essere. Non avendo ancora studiato gli Schwarze Hefte non entro nel merito più che tanto su una questione che, dalla Frankfurter Allgemeine a Le Monde al New York Times, ha suscitato un così grande dibattito. Mi limiterò a riassumere per sommi capi i termini della contesa. E a esprimere una sorta di auspicio.

Il caso Heidegger non è nuovo, naturalmente. Semplificando molto, negli anni abbiamo assistito al fronteggiarsi di due atteggiamenti estremi di fondo. Il primo riguarda quelli che chiamerò i minimizzatori, ovvero, quanti sostanzialmente non rilevando nell’opera più nota ed edita di Heidegger significativi elementi a suffragio della sua adesione al nazismo, salvo forse un motivo “attualistico” rinvenibile nella sua concezione dell’esistere autentico come Essere-per-la-morte, hanno teso a confinare quell’accadimento a episodio biografico, frutto o di piccine ambizioni accademiche o dell’insipienza politica del filosofo, la cui luna di miele con il regime, d’altronde, non sarebbe durata che qualche anno. Il partito opposto, invece, che chiamerò dei liquidatori, ha sempre teso a rintracciare e a enfatizzare il ruolo che la riflessione di Heidegger avrebbe svolto nel gettare le premesse della sua decisione politica, in particolare in forza di una aperta, marcata ed esibita svalutazione di ogni forma fondata di conoscenza morale, in favore dell’idea di una comunità di destino basata su un rinnovato radicamento del popolo tedesco nella terra e nel sangue sotto la guida di Adolf Hitler. Le difficoltà più rilevanti i minimizzatori le incontravano quando erano chiamati a giustificare non soltanto appunti o corrispondenze, di natura privata o accademica che tradivano, oltreché l’iniziale, entusiastica adesione al regime, anche una chiara avversione verso gli ebrei, ma soprattutto il silenzio degli anni seguenti, privi di un serio ripensamento da parte del filosofo. Per i liquidatori, invece, risultò sempre difficile dar conto non soltanto dell’innumerevole schiera di allievi ebrei di Heidegger, legati al maestro benché costretti dalle leggi razziali a lasciare la Germania, ma della stima e dell’amicizia che molti di loro continuarono negli anni a tributargli, da Hannah Arendt, che a Heidegger fu legata anche sentimentalmente, a Karl Löwith, che ritenne sempre Heidegger alieno, per esempio, da ogni forma di antisemitismo.

Tra questi estremi, si possono trovare una molteplicità di chiavi interpretative intermedie.

Ora, per quanto posso dire di avere letto sinora, mi pare difficile che la lettura degli Schwarze Hefte lasci semplicemente inalterati i termini del problema. Al riguardo si possono citare, riprendendoli per esempio dal libro di Di Cesare, passi heideggeriani di questo tenore: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale [Weltjudentum] non è una questione razziale [rassisch], bensì la questione metafisica [metaphysisch] su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo». L’impressione, insomma, è che minimizzare il nazismo di Heidegger e ancor più il suo antisemitismo come estrinseci alla sua vicenda intellettuale sia ormai definitivamente insostenibile. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore, e qui inizia il mio auspicio, se questo significasse “chiudere i conti” con Heidegger, quasi che compito della filosofia fosse compilare liste di proscrizione e non, anzitutto, comprendere le cose, a partire dai filosofi e dalle loro filosofie. Provo a spiegarmi meglio. Uno dei meriti del libro di Di Cesare, al di là della tesi che tende a fare dell’antisemitismo di Heidegger un componente centrale non solo delle sue scelte politiche, ma della sua stessa filosofia, è mostrare i passaggi di fase che nel corso della storia del pensiero filosofico quella che oggi chiamiamo “questione ebraica” ha assunto, non soltanto in Germania, anche se in modo particolare in Germania: da Lutero, a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche, a Frege. Si tratta di una ricognizione storica e teorica che risponde alla “voglia di capire” prima che alla preoccupazione di giudicare, non perché non si giudichi o non si sia già giudicata moralmente la condotta di Heidegger o di altri, ma perché si ritiene che per ben giudicare si debba anzitutto ben capire e che ancora qualcosa da capire, nonostante tutto, ci sia. Il nazismo e l’antisemitismo di Heidegger, probabilmente non più contestabili o minimizzabili, non possono infatti essere semplicemente dedotti dalla sua “critica” al primato fenomenologico husserliano della soggettività trascendentale in favore di una “fondazione” ontologica più radicale. A partire di lì, infatti, molte altre strade sarebbero state percorribili. Eppure non lo furono. Perché? E perché fu invece imboccata e mai davvero ridiscussa (non “rinnegata”, giacché rinnegare sarebbe stato facile e tanti l’hanno fatto a buon mercato) una strada che oggi appare a noi tutti sconcertante, in particolare per un pensatore che dell’ebreo Husserl fu allievo e della ebrea Hannah Arendt maestro. La questione va ben oltre la vicenda biografica del filosofo di Messkirch, oltre le sue megalomanie, meschinità accademiche, velleità politiche, oltre i suoi provincialissimi pregiudizi e le sue banalità intellettuali, che pure ci furono. C’è stato un terreno, infatti, in quel torno d’anni a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, in cui la modernità ha raggiunto il punto suo più alto di fiducia in se stessa per poi precipitare ben due volte nell’abisso, sul quale sono variamente fiorite (e naufragate) le “titaniche” imprese intellettuali – titaniche a volte fino al ridicolo – non soltanto di Heidegger, ma di Spengler, Jünger, Schmitt e molti altri. Esplorarne in profondità le ragioni è allora necessario. A partire da una notazione importante, messa in luce da Di Cesare. Che uno dei passaggi critici del rapporto tra pensiero filosofico ed ebraismo, ha riguardato in realtà l’epoca della storia d’Europa più trionfalmente moderna, razionalista e progressiva, l’Illuminismo, il cui sorgente ethos, impegnato a districarsi ed emanciparsi idealmente e realmente da ogni forma di tutela religiosa, ha incontrato non poche difficoltà nel ricavare uno spazio di legittimità civile e politica a quell’enigmatico e sempre sospetto impasto di teologia e politica, religione e sentimento nazionale che era l’ebraismo. Nacque così la famosa “questione ebraica”. Nacque sotto i Lumi della ragione, non sempre così sereni, come anche Heidegger, Spengler, Jünger, Schmitt e, prima di loro Nietzsche, in radice sostenevano.

Perché tutto questo ci riguarda? Perché non è materia soltanto di filologi, storici della filosofia, critici oziosi del pensiero? Forse perché l’Europa, che sotto i migliori auspici ha cercato di ripensare se stessa unita dopo la catastrofe bellicista innescata dalle spinte egemoniche regressive del Terzo Reich, oggi pare avere perso ogni fiducia in una propria koiné. E con la stessa disinvoltura con cui, un Paese dopo l’altro, fa a gara per riconoscere lo Stato palestinese, l’Europa si astiene dal pronunciarsi, sotto lo sguardo dell’ingombrante alleato americano, su una risoluzione russa proposta alle Nazioni Unite che condanna qualunque glorificazione di fascismo e nazismo e ogni forma di xenofobia e razzismo. Non è solamente, io credo, questione di un modello di economia sociale di mercato da superare o all’opposto da difendere o rilanciare. E neppure è solamente questione di un ruolo geopolitico smarrito nelle nebbie di un ipocrita soft power dopo una guerra, la Seconda, dalla quale in fondo a uscire vincitori furono americani e russi. È anche questione di un’incapacità di raccogliersi attorno a un’idea di Europa, che oltre che vagheggiata nei siderei spazi degli auspici e delle raccomandazioni filosofiche, abbia e sappia mettere radici nella propria storia, facendo criticamente memoria di quell’immane sconcerto, di quello sgomento, di quello smarrimento di fronte al travolgente avanzare del “moderno” da cui presero le mosse anche certe titaniche imprese filosofiche dagli esiti catastrofici. Non dovremmo, quindi, proprio ora, “liberarci” di Martin Heidegger. Così come non dovremmo “liberarci” di Spengler, Jünger, Sombart, Schmitt ecc. Non dovremmo per non rischiare di divenire incapaci di cogliere con la indispensabile profondità teorica e storica il senso di parole come Europa, Asia, Russia, Occidente, Oriente, valori europei, cristiani, occidentali, diritto di cittadinanza, diritto d’asilo, diritto internazionale, polizia internazionale, guerra totale, guerra di distruzione, guerra di sterminio, sradicamento, disumanizzazione, mercificazione, ecc. Termini, tutti, che ricorrono in modo quasi automatico nel dibattito pubblico, ma senza che se ne riesca a riflettere il significato ancora vivo, se c’è, per noi. La pubblicazione dei Quaderni neri, quindi, sarebbe auspicabile non dovesse servire a “chiudere” la questione Heidegger. Bensì a farci riaprire con più onestà, rigore e consapevolezza storica la questione Europa: della sua identità, dei suoi valori fondativi, ovvero, dei suoi limiti, oltreché geografici, ideali. In un recente libro dedicato alla Russia come frontiera dell’Europa, Vittorio Strada ha scritto: «L’Europa, al di là di banali eurocentrismi e antieurocentrismi, più che spazio è Tempo: Modernità». Da questo punto di vista, essa sembrerebbe non avere confini, proprio come la nazione “infelice” della diaspora ebraica che, guarda caso, proprio i padri del moderno ritennero un enigma, un inciampo da rimuovere. Lo spazio, tuttavia, reclama sempre, a un certo punto, le sue ragioni. E lungo la frontiera che a oriente da sempre separa e collega la penisola europea al tavoliere asiatico, lì dove storia e geografia si confondono, un limite ancora si rivela e ribolle. Come ribolle a sud, verso quel mondo islamico che, nonostante i suoi straordinari apporti, non è Europa. Sono limiti di reciproche identità, tra emulazioni e risentimenti. Ma che non sappiamo pensare. Forse dovremmo provarci.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 1 dicembre 2014

Districarsi in una materia come quella della gestione europea della crisi è diventato sempre più difficile. E ancora più difficile è diventato l’esercizio di raccontarla. Mi spiego. Con l’insediamento della nuova Commissione non è cambiato assolutamente nulla nell’approccio dei vertici europei al tema dell’austerità. Nessuno dei nuovi commissari ha finora proferito parola sulla necessità di rivedere i rigidi protocolli del vigente patto di bilancio, men che meno di valutare l’ipotesi – ad oggi la più seria – di una ristrutturazione del debito. Di parole in libertà su crescita, investimenti e occupazione invece tante, un vero profluvio. Sembra di essere immersi in uno scenario orwelliano, dove una forma molto sofisticata di neolingua ammanta sistematicamente, scientificamente, di significati impropri scelte (e non scelte) che vanno in una direzione opposta a quella ufficialmente dichiarata.

Da Draghi a Juncker, fino alle comparse che popolano la scena politica nazionale nei paesi membri, è un continuo esternare sull’insostenibilità del “rigore fine a se stesso”, sulla necessità di “rimettere in moto l’economia”, di “creare nuovi posti di lavoro”, mentre, in concreto, si rimane arroccati, e subalterni, nella difesa ad oltranza dell’attuale governance comunitaria, che proprio nel rigore e nella sorveglianza occhiuta dei bilanci pubblici trova la sua fondamentale ed inderogabile essenza.

In questi giorni a tenere banco nel dibattito politico europeo è il cosiddetto “Piano Juncker”, il progetto presentato dal presidente della Commissione per rilanciare l’economia e l’occupazione in ambito Ue. Di fronte alla gravità della crisi che ci attanaglia ed ai numeri da brivido sulla disoccupazione (20 milioni solo nell’Eurozona, il doppio rispetto a cinque anni fa), questa operazione, più che inadeguata, è un vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei cittadini europei.

Forse l’ex premier lussemburghese si sarà fatto consigliare da un pool di alchimisti, gli unici che avrebbero potuto convincerlo che 21 miliardi di euro si possano trasformare d’incanto in 315, e che gli stessi siano sufficienti per risalire la china, per fronteggiare stagnazione e disoccupazione. E non è finita qui. Anche della provenienza dei 21 miliardi c’è da dire, e da ridire: 16 miliardi dovrebbero essere messi a disposizione dall’Unione e la restante parte dalla Bei. Dei primi, 8 miliardi sarebbero stornati da altri capitoli del bilancio europeo, di fatto sottraendoli a progetti già finanziati in passato, mentre gli altri otto dovrebbero essere tirati fuori non si sa come e da dove.

L’esperimento: i 21 miliardi affluirebbero in un “Fondo europeo per gli investimenti strategici” (Feis), che fungerebbe da garanzia per chiedere ai mercati altri 63 miliardi, ai quali si aggiungerebbero cofinanziamenti privati e pubblici fino al raggiungimento dei fatidici 315 miliardi. Fuffa, insomma. E di soldi freschi, cash, nemmeno l’ombra. Con l’aggravante che gli stati membri dovrebbero partecipavi anche con risorse proprie. Applausi, però. Renzi: “È una vittoria anche italiana. Qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di parlare di crescita e investimenti“. Monti: “È una svolta culturale tardiva ma grandissima. Finalmente l’Europa guarda al futuro“. Cauta ovviamente la Merkel, nel più classico gioco delle parti: “D’accordo in linea di principio“.

Ma di che parlano? Nella loro disinvoltura assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, che tra un ballo e l’altro, andavano inesorabilmente incontro alla tragedia. 315 miliardi, ammesso che fossero immediatamente disponibili, non servirebbero a smuovere granché nelle condizioni in cui siamo, figuriamoci se parliamo di risorse del tutto aleatorie, tutte da verificare. Ma poi, lo stesso obiettivo di un milione di posti di lavoro in più (1,3 milioni per la precisione) che significato può avere in un mare di disoccupati che in Ue-28 ha toccato ormai quota 25 milioni? Davvero si può pensare che dalla crisi se ne esca con annunci, ovvero con le stesse politiche che finora ne hanno segnato drammaticamente la gestione?

Razionalmente, tutto questo appare incomprensibile. Facciamoci aiutare da George Orwell: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza… l’austerità è espansiva, la recessione è crescita… “. E il fine? Oltre quello di smantellare quel resta del “modello sociale europeo”, riorganizzando la nostra società in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale finanziario, non ne vedo altri. Diversamente sarebbe follia allo stato puro.

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Credo che questo spunto di Pucciarelli sia interessante, anche se la sensazione che ho è di tipo diverso. Infatti, quando ci incontriamo fra forze di sinistra sembra che chi parla venga sempre pesato non per quello che dice, ma per quello che rappresenta, in termini di voti, di numero di iscritti, di percentuale alle ultime elezioni. Se per democrazia intendiamo questo, allora il problema non è la mancanza di democrazia, o la paura della democrazia, ma la troppa democrazia. Almeno nei suoi aspetti deteriori più superficiali.

Matteo Pucciarelli, MicroMega

Ci sono due leggendarie parole che aleggiano dalle nostre parti. La prima volta che le sentii nominare mi nutrivo con il cordone ombelicale: “democrazia” e “unità”. In un qualsiasi discorso di una qualsiasi riunione sediziosa della sinistra, le due parole si intrecciano tra loro più e più volte, quasi con lussuria, creando fremiti e stupore (sempre meno in realtà) tra gli astanti (anche loro, gli astanti, sono sempre meno).

Dopo innumerevoli dibattiti, cartelli elettorali, convention, congressi, scissioni, riappacificamenti, scioperi, mailing list, comitati, lancio di iniziative, lancio di invettive, cortei e tutto ciò che ci contraddistingue, sono giunto a una conclusione: l’unità non interessa davvero a nessuno, perché si ha paura della democrazia.

Un qualsiasi essere umano, per sua fortuna all’oscuro delle imperscrutabili dinamiche della sinistra radicale, uno insomma che ha una vita, ad oggi vede le aree politiche più o meno così suddivise: destraberlusconisalvini, Renzi, Grillo, “quelli lì” (quelli lì siamo noi).

Quelli lì, fatte salve le differenze fisiologiche (sesso, età, altezza, peso, colore preferito, hobby, appartenenza politica negli anni ‘70, cartone animato preferito negli anni ‘90) hanno più o meno le stesse idee su tutto, o quasi. Di sicuro, sono radicalmente diversi da destraberlusconisalvini, Renzi, Grillo. Quelli lì sulla politica economica, sul lavoro, sui diritti sociali e civili, sull’Europa, sulle disuguaglianze, sulla guerra, hanno posizioni simili.

Il famoso pensiero neoliberista (comune invece alla destraberlusconisalvini, Renzi, Grillo, nonché modello culturale ad oggi vincente) è, nella sostanza, il nemico comune di quelli lì. Logica spicciola vorrebbe che quelli lì si unissero per combattere il moloch; una formica da sola ha il destino segnato, mille formiche insieme non è detto (sono cose banali, esatto, banali!). E infatti a parole quelli lì sono tutti per l’unità.

Bene, e allora facciamola l’unità, dice sempre l’uomo comune. E qui però entra in gioco la democrazia e la paura della democrazia di chi da anni rema contro perché – e qui arriva il punto – ha un piccolo recinto da presidiare e difendere, fatto di riti e consuetudini calde e accoglienti per la psiche di chi sta dentro, totalmente inutili se non dannose per chi sta fuori e le osserva con sgomento.

Allora, l’unità arriva ma solo se parte da se stessi. La democrazia è reale, ma solo quella che viene partorita dalla propria organizzazione. Le parole d’ordine sono le mie, la strategia e la tattica vincente è la mia, la bandiera più bella è la mia. Ed ecco che l’unità delle parole è divisione nei fatti. Ci si mette d’accordo, e nemmeno sempre, solo a ridosso di una qualche elezione: un giochino diventato stucchevole.

Eppure, appunto, ci sarebbe la democrazia. La logica degli spazi politici vorrebbe che al di là del Pd esistesse un unico (e magari grande) soggetto politico di sinistra. Solo che partitini, associazioni, movimenti, non ci stanno a fare il salto nel buio, e cioè rinunciare a un pezzo della propria minuscola sovranità. Vogliono tutti dare la parola e il potere al “popolo”, o farsene portavoce, ma non sia mai che sia davvero così.

Quel che è avvenuto in Spagna con Podemos (no, i modelli non sono esportabili, ma gli insegnamenti spesso sì) dice che grazie ad un sito tutte le decisioni possono passare attraverso il voto delle persone. Dal programma alle candidature. Con la massima trasparenza (ad esempio, affidando la gestione del portale ad una società esterna che a sua volta si fa controllare i dati da un’altra ancora) e con la massima apertura alla partecipazione, mediata o diretta.

Vuoi che il partito della sinistra abbia la bandiera rossa oppure viola oppure blu? Si vota. Vuoi che alle elezioni regionali toscane si corra da soli o in coalizione? Si vota. Si vota sempre e per tutto. Si votano i gruppi dirigenti, i programmi, i modelli organizzativi. Votano tutti, anche gli iscritti ad altri partiti. È la democrazia, no? Votare, partecipare, è pratica contagiosa, è l’unico sistema capace di far riavvicinare l’uomo comune a un mondo ancora adesso autoreferenziale ed autocentrato. È una pratica rischiosa, la democrazia, ma solo per chi ha qualcosa da perdere (di solito il dover fare la minoranza).

La tecnologia porta con sé opportunità enormi, che se sfruttate a pieno (non nella versione burletta della Casaleggio associati) possono davvero rendere concrete parole come “unità” e “democrazia”.

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Andrea Baranes, sbilanciamoci.info, 5 dicembre 2014

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus, o mangiare a più non posso nei migliori ristoranti per pochi spiccioli? Da oggi non è più un problema, basta fare come ha fatto la Commissione europea a Bruxelles

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus? Vorreste sedervi nei migliori ristoranti e mangiare a più non posso per pochi spiccioli? Vorreste mettere il pieno di benzina con una sola monetina? Bene, da oggi non è più un problema! Tutto quello che dovrete fare è comportarvi come la Commissione europea.

Nei giorni scorsi il suo presidente Juncker ha presentato al Parlamento europeo “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. Niente popò di meno. 315 miliardi, forse 330, per rilanciare l’economia europea, creare occupazione, uscire finalmente dalla spirale di austerità e recessione nella quale ci troviamo da troppo tempo. A dirla tutta, i miliardi realmente messi sul piatto sono 21, che a una persona poco attenta potrebbero sembrare un po’ meno di 315. Ma è solo se non si ragiona come i nostri astuti burocrati a Bruxelles, secondo i quali gli investimenti pubblici avrebbero poi un moltiplicatore di 15 a 1: per ogni euro messo dal pubblico, i privati dovrebbero lanciarsi in investimenti stratosferici. È solo un dettaglio che non si sia mai visto un investimento pubblico di 1 riuscire a mobilitare investimenti privati per 15. Così come è un dettaglio che in una fase di crisi e sfiducia, già un moltiplicatore di 2 a 1 sembrerebbe ottimistico, e 15 a 1 suona come una barzelletta di cattivo gusto.

Ma non è ancora tutto nel fantastico gioco delle tre carte che ci stanno propinando. Non saranno 315 o 330, ma almeno i 21 belli freschi li metterà la Commissione, no? Ecco, intanto 5 li mette la Banca Europea per gli Investimenti, e arriviamo quindi a 16. Di questi, però, la metà sono fondi che erano già stanziati su altri programmi (Horizon 2020, fondi per le nuove tecnologie e la ricerca), e verranno quindi distolti da tali utilizzi. Va bene, ma almeno gli ultimi 8 saranno buoni? Non del tutto, o meglio al momento parliamo unicamente di “promesse di pagamento”, quindi ancora non ci sono ma c’è l’impegno a metterli. Anche se sembra che almeno un paio di miliardi si siano trovati da rimanenze dei bilanci precedenti e fondi vari.

Eccolo: “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. La Cina impallidisce! Il piano Marshall erano noccioline! Finalmente fuori da crisi e austerità, risolto il dramma di milioni di disoccupati. Due miliardi di euro per tutta l’Europa, nella speranza che il privato faccia il resto, non solo investendo somme mirabolanti, ma facendolo anche nella direzione giusta. Per rilanciare l’economia europea sui binari dell’efficienza energetica, della ricerca, del welfare, della creazione di posti di lavoro, chiaramente servirebbe un forte indirizzo pubblico. Nel momento in cui il pubblico mette 1 e il privato 15, è facile immaginare che sia poi il pubblico a determinare quali investimenti fare e con quali ricadute sociali e ambientali prima ancora che economiche.

Ma questi sono dettagli, iniziamo anche noi a ragionare come la Commissione. Dovete comprare un biglietto da 1,5€ per prendere l’autobus e andare a lavorare? Di vostro mettete 10 centesimi, poi grazie al famigerato moltiplicatore 15 il privato metterà il resto. Attenzione, però, non è che i 10 centesimi dovete metterli tutti: 2 li metterà la vostra banca. Sugli 8 rimanenti, 4 li stornate dalla bolletta della luce (fondi già impegnati, ma non c’è problema a spostarli altrove). Gli ultimi 4 promettete prima o poi di metterli. Di questi 4, vi trovate in tasca una monetina da 1 centesimo. Ecco, questo centesimo avanzato per sbaglio in una tasca è il vostro “straordinario piano di investimenti” per pagare il biglietto dell’autobus.

Capiamo che ci possa essere qualche scettico che pensa che un controllore, alla richiesta di mostrare il biglietto da 1,5€ non sarebbe contento di vedersi dare una moneta da un centesimo. Non dovete preoccuparvi, basta ricordargli che da oggi si fa così. E’ l’Europa che ce lo chiede.

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Lo so, il titolo di questo post è piuttosto criptico, ma non me ne veniva un altro. Cercherò quindi di spiegarmi in maniera più didascalica.

Tutto parte dalla citazione di una poesia di William Butler Yeats (1865-1939), When you are old, che un amico poeta ha postato su Facebook. La poesia parla di lettura, quindi non poteva non colpire la mia immaginazione. Sono quindi andato a fare una piccola ricerca su Google e ho scoperto degli sviluppi interessati, nonché delle contaminazioni con il mondo della musica.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto ecco la poesia di Yeats, in originale e nella traduzione di Eugenio Montale:

When you are old

When you are old and gray and full of sleep
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true;
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how love fled
And paced upon the mountains overhead,
And hid his face amid a crowd of stars.

***

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

Il lavoro di Yeats potrebbe essere stato ispirato dai versi di Pierre de Ronsard (1524-1585), che nel 1578 scrisse:

Sonnets pour Hélène

Quand vous serez bien vieille, au soir à la chandelle,
Assise auprès du feu, dévidant et filant,
Direz chantant mes vers, en vous émerveillant:
«Ronsard me célébrait du temps que j’étais belle»

che, tradotta da Mario Praz, in italiano suona così:

Quando vecchia sarete, la sera, alla candela,
seduta presso il fuoco, dipanando e filando,
ricanterete le mie poesie, meravigliando:
«Ronsard mi celebrava al tempo ch’ero bella»

Come spesso è accaduto e spero continui ad accadere, il mondo della poesia ha ispirato quello della musica. In particolare quello dei cantautori. Nel caso di questo brano, a essere ispirati sono stati Fabrizio de André (Valzer per un amore) e Angelo Branduardi (Quando tu sarai vecchia e grigia). La versione di Branduardi è tratta dall’album Branduardi canta Yeats: dieci brani ispirati ad altrettante opere del poeta irlandese, tradotte e adattate da Luisa Zappa.

Fabrizio de André – Valzer per un amore

Angelo Branduardi – Quando tu sarai vecchia e grigia

Infine, diamo a Cesare quel che è di Cesare: per scrivere queste note ho attinto a mani basse – oltre a essere stato ispirato dal mio amico su Facebook e alla solita, inesauribile fonte di ispirazione: Wikipedia – dal bellissimo blog O mio capitano (col chiaro riferimento a Walt Whitman), che precedentemente non conoscevo.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 4 dicembre 2014

L’economista Jean-Paul Fitoussi punta dritto al cuore dell’Europa a trazione tedesca: Jobs Act in Italia, l’austerity di Bruxelles, la stessa iniziativa del neopresidente della Commissione sono provvedimenti di scarsa efficacia o addirittura controproducenti

“L’Italia è il Paese che più ha da perdere in questa crisi economica, perché di fatto è quello sottoposto alla più forte pressione fiscale sulle persone che comprime i consumi, in cui le aziende hanno i maggiori vincoli in termini sia di flessibilità che di costi del lavoro, e anche lo Stato che soffre di più della carenza di produttività e di competitività. Per tutti questi motivi è il Paese che più disperatamente ha bisogno di una politica di investimenti, di aiuti e di solidarietà europea. Proprio quello che manca”. Mentre parliamo al telefono con Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, nel pomeriggio di mercoledì 3 dicembre, scorrono sui terminali i video degli ennesimi scontri di piazza causati dalla contestazione alla politica del governo e in particolare al Jobs Act che sta vivendo gli ultimi passaggi di approvazione parlamentare. Fitoussi conosce molto bene l’Italia, dove insegna economia internazionale alla Luiss, incarico che affianca da qualche anno alla sua “storica” cattedra in quel crogiuolo di pensiero economico liberal che è la parigina SciencesPo. Anche lui sta vedendo le immagini: “Intendiamoci bene, io sono contro la violenza comunque motivata. Però provvedimenti come questo Jobs Act, parliamoci con altrettanta chiarezza, sembrano fatti apposta per esasperare gli animi”.

Perché, professore, in fondo il Jobs act non va in direzione di quella flessibilità sul lavoro che lei stesso elencava fra le misure urgenti per il rilancio economico dell’Italia?
“Macché. Per come è congegnato, inevitabilmente, con il pretesto della flessibilità che pare voglia dire solamente libertà di licenziare e di pagare meno gli operai, non farà altro che rendere più tesi, meno stabili e soprattutto peggio pagati i rapporti di lavoro. Cambiano del tutto i rapporti di forza all’interno delle imprese, e non certo a favore dei lavoratori. Con un tasso di disoccupazione così alto, quindi con questa superofferta di lavoro, l’effetto depressivo sui salari è sicuro. Insomma, le proteste sono ampiamente spiegabili. Se questo significa fare le riforme strutturali, è meglio non farle. Purtroppo il tutto si inserisce in un aspetto particolarmente inquietante della crisi, e cioè che per i singoli cittadini italiani le esperienze negative sono molto peggiori di quelle dei cittadini degli altri Paesi”.

Ma perché? Anche qui quale diabolica complessità si inserisce ad aggravare il peso sui cittadini italiani?
“C’è anche un fattore psicologico, connesso con il fatto che in Italia c’è una ampia consapevolezza delle variabili in gioco. E’ come se non ci fosse alcuna fiducia nel futuro, nel riscatto, nel ritorno alla crescita. In buona parte questo è perfettamente spiegabile con il ridottissimo potere d’acquisto degli italiani per i motivi strutturali che dicevo all’inizio. E’ un paradosso, perché in Italia la ricchezza non manca, mi riferisco a quella patrimoniale: la maggior parte degli italiani possiede la propria casa, per esempio. C’è più ricchezza accumulata e nascosta, come dire inespressa, che in Germania. Ma meno reddito. Sta di fatto che la sofferenza sociale in Italia non ha uguali in Europa, neanche in Grecia dove pure sotto le “cure” della Troika la sanità pubblica, tanto per fare un esempio, è crollata tanto da provocare un incremento del 45% della mortalità infantile rispetto all’inizio della crisi”.

Ecco, professore, siamo arrivati al punto centrale: l’Europa. Tutti dicono che c’è bisogno di investimenti infrastrutturali per rilanciare la domanda aggregata, quindi in ultima analisi per ripristinare gradualmente una crescita dell’occupazione e infine anche dei salari. Ora è arrivato il piano Juncker: servirà a qualcosa?
“Piano Juncker? Quale piano? Si parlava di 300 miliardi di euro, poi è uscito fuori che l’Unione Europea non ne metterà più di 20, traendoli per lo più in massima parte dai fondi strutturali che già esistevano, e fidandosi per arrivare alla somma promessa sue due variabili imponderabili: la “leva” che dovrebbe attrarre chissà come investimenti privati da affiancare ai soldi pubblici in una misura del tutto irrealistica, addirittura uno a quindici, e i contributi aggiuntivi che dovrebbe garantire la Banca Europea degli Investimenti. Solo che la Bei è molto renitente nel buttarsi nell’iniziativa perché teme che movimentando troppo denaro, insomma rivolgendosi al mercato oltre misura, perda la tripla A di cui gode sui propri titoli obbligazionari, quindi debba alzare i tassi e infine incontrare problemi di collocamento. No, guardi, questo piano è del tutto fumoso e totalmente insufficiente. Doveva rappresentare il cambio di rotta dell’Europa e invece non rappresenta un bel niente”.

Il cambio di rotta, dice, da una politica di austerity ad una espansionistica come tanti economisti e tanti Paesi, tranne la Germania, chiedono?
“Esattamente. Ormai è un dovere per l’Europa acconsentire a un volume di investimenti più ampio e aprire la strada all’alleggerimento fiscale. Sono misure ormai indifferibili. Bisogna rivedere i trattati a partire dal Fiscal compact, correggere i vincoli del 3% o simili che sono del tutto assurdi. L’austerity provoca solo l’aggravarsi della recessione. E’ tempo che i governi italiano, francese, spagnolo e tutti gli altri di buon senso, si ribellino con decisione all’imposizione tedesca del rigore. Che può andar bene in momenti buoni per l’economia, non quando si sta attraversando la crisi più grave da un secolo a questa parte. Altrimenti il disagio crescerà continuamente, e con esso le forze politiche antieuropee, finché l’intera costruzione continentale finirà col crollare”.

 

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 30 novembre 2014

Il premier Renzi spinge per una rapida approvazione del trattato di libero scambio tra Europa e Usa. Proprio mentre, in Francia e Germania, crescono le obiezioni

L’attuale governo appare ormai chiaramente come l’ennesima sciagura, peraltro certamente non casuale, capitata al nostro paese. Se c’era ancora bisogno di una conferma a questa triste constatazione, a parte le vicende del cosiddetto job act e quelle del patto di stabilità, essa è fornita ora con evidenza dalle ultime notizie relative alle trattative che si vanno affannosamente svolgendo in gran segreto tra Bruxelles e Washington intorno al TTIP. Sul tema sono comparsi a suo tempo su questo sito molti articoli di commento e quindi non ci soffermiamo in dettaglio sui contenuti del progetto, né sui suoi molti punti deboli. Nei fatti, l’avanzamento di tale schema, la cui iniziativa si deve al governo statunitense, si sta di recente scontrando, tra l’altro, con l’opposizione di una crescente parte dell’opinione pubblica del nostro continente e, almeno per alcuni aspetti del progetto, anche da parte di alcuni tra i più importanti governi europei. Peraltro, anche la posizione del senato e del congresso statunitensi non sembra del tutto sicura in merito.

Dai promotori dell’iniziativa viene espressa la speranza che le trattative si chiudano entro la fine del 2015, ma tale data appare ormai lungi dall’essere scontata. La precedente deadlineera peraltro a suo tempo stata fissata alla fine del 2014, ma gli intoppi manifestatisi sulla discussione dei singoli punti, poi le elezioni europee e la successiva fase di attesa dell’insediamento della nuova Commissione, insediamento avvenuto solo da poco, hanno fatto slittare i tempi. Intanto l’Italia sembra, in tali discussioni, svolgere sostanzialmente il ruolo del servo sciocco.

Già qualche mese fa Matteo Renzi, incontrando il presidente americano, non solo si era dichiarato d’accordo a scatola chiusa sullo stesso trattato, ma aveva anche sostenuto con energia che bisognava accelerare i tempi dell’approvazione. È opportuno però considerare che si erano poi avute delle prese di posizione piuttosto critiche sul tema, come ci informa anche il professor De Cecco (De Cecco, 2014); esse avevano mostrato tutte le difficoltà di arrivare al via libera al progetto, almeno per come esso si presentava all’inizio. Aveva cominciato a segnalare con chiarezza le sue obiezioni il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, socialdemocratico, dichiarando pubblicamente che mentre la parte del trattato che riguardava la liberalizzazione degli scambi poteva anche andare avanti, sia pure con qualche distinguo – anche la Merkel aveva sollevato qualche osservazione al riguardo -, quella invece relativa alla risoluzione delle dispute, che è poi in effetti la più controversa, non poteva essere accettata. Più di recente anche il governo francese, per bocca del suo ministro per il commercio estero, ha fatto conoscere la sua perplessità di fronte a tali clausole.

Si poteva a questo punto pensare che i rappresentanti italiani mostrassero ormai maggiori cautele o, perlomeno, minori entusiasmi verso la questione. Ma apprendiamo ora dal Financial Times, attraverso un articolo che ha ottenuto un certo rilievo sul quotidiano (Oliver, Donnan, 2014), che l’Italia ha di recente suonato il campanello d’allarme sull’insufficiente ritmo delle trattative e che essa è piuttosto contrariata dai ritardi. Il rappresentante italiano, Carlo Calenda, tra l’altro anche sottosegretario per lo sviluppo economico del nostro amato governo, ha dichiarato, come riporta l’organo della City di qualche giorno fa, tutta la sua impazienza al riguardo ed il timore che anche la data del dicembre 2015 si presenti come un traguardo difficile da rispettare. Calenda paventa in particolare che, se si va avanti con le trattative oltre la fine di tale anno, cosa che peraltro noi auspichiamo ardentemente, l’opposizione da parte dei partiti “anticapitalistici ed antiamericani”, nonché di molte organizzazioni non-governative, diventino anche più forti. I suoi timori si estendono anche all’eventualità che poi si entri in periodo elettorale, almeno negli Stati Uniti, e che le discussioni si trascinino così sino al 2017 ed anche oltre. Naturalmente Calenda appare d’accordo, per quanto riguarda lui e il suo governo, nel lasciare il trattato sostanzialmente come è, comprese le clausole sulla risoluzione delle dispute, anche se riconosce, bontà sua, che qualche concessione al centro- sinistra tedesco bisognerà forse farla.

La linea italiana appare così nella sostanza simile a quella manifestata anche di recente da David Cameron, peraltro in odore di uscita dall’UE. Noi non siamo certo sorpresi da questa brillante presa di posizione del nostro rappresentante. Ci saremmo semmai meravigliati se, al contrario, il nostro governo avesse manifestato anche la più pallida briciola di autonomia rispetto agli Stati Uniti, evento peraltro da sempre molto improbabile. Le tradizioni vanno difese a tutti i costi.

Fortunatamente, le probabilità di un accordo sul trattato così come era configurato nel progetto originale, nonostante l’entusiasmo mostrato al riguardo da Renzi e da Calenda, appaiono ad oggi relativamente ridotte.

Testi citati nell’articolo
– De Cecco M., Un trattato transatlantico su misura dell’America, La Repubblica Affari & Finanza, 24 novembre 2014
– Oliver C., Donnan S., Europe-US trade talks delay upset Italy, www.ft.com, 23 novembre 2014

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Nella zona di Portofino si trovava un contingente della marina tedesca con funzione di avvistamento e difesa costiera, comandato dal tenente Ernst Reimers. Reimers aveva stabilito il proprio comando nel castello di San Giorgio, sulla punta orientale del capo, e ne aveva trasformato una parte in prigione.

A fine novembre 1944, in diverse zone del Ponente di Genova, le SAP (Squadre di Azione Patriottiche) uccidono nove fascisti. Immediatamente il comando tedesco decreta il coprifuoco dalle 19.00 alle 5.00 nelle zone teatro degli attentati: Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Prà, Voltri, Bollzaneto, San Quirico, Pontedecimo e Campomorone.

Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 21 prigionieri politici e un detenuto comune vengono prelevati dal carcere di Marassi e messi a disposizione delle SS. Dopo la fucilazione all’Oliveta, i loro corpi, appesantiti con pesanti pietre e legati fra loro con filo di ferro, vennero gettati in mare. Si chiamavano: Abramo Bassignani, Domenico Camera, Agostino Carniglia, Emanuele Causa, Otello Centanelli, Cafiero Cipriani, Giovanni Costaluigi, Carlo Dellacasa, Domenico De Palo, Carlo Faverzani, Antonio Ferrari, Marcello Goffi, Giuseppe Golisano, Bartolomeo Maffei, Onelio Matterozzi, Alfredo Meldi, Luigi Calso Meldi, Tullio Molteni, Giovanni Odicini, Emanuele Sciutto, Cipriano Turco, Diofebo Vecchi.

La responsabilità della scelta dei condannati a morti fu del comandante dell’Aussenkommando Sipo-SD di Genova, il famigerato tenente colonnello Engel (1909-2006, condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi della Benedicta, del Turchino, di Cravasco e di Campomorone, oltre che per quella di Portofino), con la collaborazione dell’altrettanto famigerato torturatore fascista Vito Spiotta, segretario del fascio di Chiavari e vice comandante della brigata nera “Silvio Parodi”.

Secondo Giorgio Gimelli (autore fra l’altro del monumentale Cronache militari della Resistenza in Liguria), la ragione dell’eccidio va posta in relazione alla cosiddetta “giornata della spia” del 30 novembre, quando vennero giustiziate, su iniziativa del Comando generale delle brigate Garibaldi, alcune spie fasciste, anche se i tedeschi non spiegarono mai le ragioni di questa strage.

Riporto un brano tratto da La Repubblica di Torriglia (del quale ho già proposto il brano “La gamba di Genny“) di Giovanni Battista Canepa.

Una frittata all’Oliveta

Del massacro dell’Oliveta, a Portofino, si venne a sapere soltanto dopo la Liberazione quando, catturato lo Spiotta ch’era uno di più spietati fascisti, gli venne chiesto dove fossero andati a finire i ventuno antifascisti che il 2 dicembre del ’44 avevano prelevato dal carcere di Marassi. Ebbene egli dapprima giurò e spergiurò di non saperne nulla; ma poi finì con l’ammettere di aver sentito dire dai tedeschi che li avevano portati a Portofino; di quel ch’era successo dopo avrei dovuto chiederlo a Falloppa (un altro aguzzino che però era riuscito a riparare in Spagna).

[…] già stavo per andarmene quando mi imbattei in un certo Silicani Giuseppe, che conoscevo da prima della guerra, quando lavorava nei cantieri di Riva Trigoso; poi era andato in pensione e si era trasferito a Portofino. Riporto testualmente quel che mi disse:

«I tedeschi mi avevano ingaggiato per fare il turno di notte al compressore. Ebbene quella notte non m’ero accorto di nulla perché il compressore faceva un rumore d’inferno. A un tratto mi si avvicinò un fascista che mi ordinò di fare bene attenzione che il motore non s’arrestasse. Fu allora che m’accordi del cellulare che s’era fermato sulla piazzetta, e dei tedeschi che facevano scendere quei poveretti e li mettevano in fila, schierati davanti al muro antisbarco. Contai ventidue ragazzi, ne ricordo esattamente il numero; e molti di loro s’erano messi a piangere, mentre uno si stava raccomandando a questo, a quel tedesco dicendo ch’era un grosso sbaglio, che lui non c’entrava, non era mai stato partigiano, aveva fatto soltanto il ladro e per questo non potevano ammazzarlo».

S’arrestò per indicarmi una finestra al primo piano della casa che fa angolo sulla strada del Faro: «Lì – mi disse – abitava un’amico mio ch’era falegname. Si chiamava Pirè, ed ora è morto: s’affacciò alla finestra, il poveruomo e gridò: “vieni a prenderti il caffè, Beppe…”. Il fascista s’era allontanato e vicino a me era rimasto il tedesco che conoscevo un poco: gli dissi che andavo su dal Pirè a prendere un caffè e sarei subito ritornato, e lui mi lasciò andare. Restammo lassù, dietro quelle persiane, carichi di paura… Quando i tedeschi ebbero finito di frugare quei poveri ragazzi e gli ebbero tolto tutto quel che avevano indosso – qualche capotto, dei maglioni – il comandante li incolonnò, incatenati l’uno all’altro come bestie che si portano al macello… Proprio così…».

Dopo una pausa, si asciugò la fronte, eppoi riprese: «Stemmo un’ora e forse più, non si sentiva che il rumore di quel compressore. A un certo punto il Pirè parve di sentire delle raffiche di mitra che provenivano dall’Oliveta, ma io dicevo di no, che era il compressore che ogni tanto perdeva colpi; “Vedrai” gli dicevo, “che li hanno portati in torre per interrogarli eppoi li riportano qui…”. Sulla piazzetta c’erano tre o quattro fascisti che stavano chiacchierando col conducente del cellulare: finalmente dalla stradetta del Faro sbucarono di gran corsa tedeschi e fascisti, e uno di loro, forse il comandante, si rivolse al conducente: “Su, partiamo svelti, che la frittata ormai è fatta…”. Proprio queste parole disse: e tutti, in gran confusione, s’imbarcarono e il cellulare se ne partì. Allora scesi a fermare il compressore e per terra trovai un fazzoletto con 37 lire e quel mattino stesso lo consegnai al parroco della chiesa di S. Giorgio…».

Concluse: «Tanto orribile è stato questo massacro che a Portofino nessuno vuole sentirne parlare… come se fosse una vergogna per il paese… Gli scogli dell’Oliveta imbrattati di sangue… le reti sul molo scomparse, e così i rottami di ferro… Tutti lo sanno…».

***

Di ritorno a Genova mi recai subito al carcere di Marassi e così venni a sapere che quando portarono fuori dalle celle i 21 antifascisti, dissero loro ch’erano destinati ad uno scambio con dei tedeschi prigionieri dei partigiani, e allora tutti si fecero allegri e contenti, e la voce si sparse per tutto il carcere. Quando lo seppe lo Scopino, ch’era un ladruncolo che faceva le pulizie in quel reparto, e di cui è rimasto ignoto pure il nome [1], s’intrufolò nel gruppo sperando di poter acquistare in quel modo la libertà.

Invece era destinato anche lui a diventare un martire: uno dei martiri dell’Oliveta…

____
NOTE

[1] Il libro di Canepa venne scritto subito dopo la guerra. Evidentemente, visto che i nomi degli uccisi all’Oliveta sono 22, successive ricerche storiche sono state in grado di ricostruire la sua identità. Non sono però in grado di dire quale dei 22 fosse.

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