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Archive for gennaio 2015

Il risveglio dopo l’era di Samaras

Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 30 gennaio 2015

Con il ter­rore dipinto sul volto il pre­si­dente dell’Eurogruppo dal nome impro­nun­cia­bile ha sco­perto ad Atene che il governo di Ale­xis Tsi­pras intende pro­se­guire esat­ta­mente sulla strada che aveva annun­ciato prima delle ele­zioni. Una sco­perta evi­den­te­mente scon­vol­gente, a giu­di­care dal volto ceru­leo con il quale l’olandese Jeroen Dijs­sel­bloem è uscito dal suo primo incon­tro con il mini­stro greco delle Finanze Yanis Varoufakis.

Se Dijs­sel­bloem avesse speso un po’ di tempo a leg­gere il pro­gramma di Syriza non sarebbe caduto dalle nuvole. Varou­fa­kis prima e Tsi­pras dopo non hanno fatto altro che ripe­ter­glielo punto per punto. L’olandese ha chie­sto lumi sul «pro­gramma di aggiu­sta­mento». Doveva finire con il 2014 ma è stato pro­lun­gato di due mesi. L’Ue deve ver­sare un’ultima tran­che di 7,1 miliardi, ma in cam­bio esige nuove misure di auste­rità. Per­fino il governo pre­ce­dente aveva decli­nato l’invito: era­vano alla vigi­lia delle ele­zioni, sem­mai se ne poteva par­lare dopo.

Varou­fa­kis ha rispo­sto al pre­si­dente dell’eurogruppo che non ha alcuna inten­zione di accet­tare una nuova discesa della troika.

Anzi, con la troika non ci parla pro­prio, per­ché è un «comi­tato di ese­cu­tori». «C’è una dif­fe­renza enorme tra gli organi isti­tu­zio­nali dell’Ue, come la Bce e la Com­mis­sione Euro­pea, ma anche gli orga­ni­smi inter­na­zio­nali, come il Fmi, con i quali abbiamo ini­ziato il nego­ziato e li con­si­de­riamo nostri part­ner, da una parte, e dall’altra un comi­tato che segue una logica anti­eu­ro­pea, inca­ri­cato dell’esecuzione di un pro­gramma da noi respinto, e che, per il Par­la­mento Euro­peo, è stato strut­tu­rato in maniera fret­to­losa». Atene intende dia­lo­gare solo con le isti­tu­zioni euro­pee e con i governi.

Dijs­sel­bloem ricorda i 7 miliardi in sospeso, Varou­fa­kis gli ripete che la Gre­cia è già fuori dal pro­gramma di auste­rità «un minuto dopo la pro­cla­ma­zione dei risul­tati». In altre parole, se li vogliono ver­sare bene, ma le nuove misure se le pos­sono scor­dare. «Siamo stati eletti per can­cel­lare la poli­tica di auste­rità. Il pro­gramma della troika non vale più, ne faremo uno nuovo, insieme». L’olandese non sa che dire: «Il pro­gramma (della troika) è ancora in fun­zione, a fine feb­braio vedremo cosa fare». Intanto però rispol­vera il vec­chio reper­to­rio: «La Gre­cia ha otte­nuto alcuni pro­gressi. È un pec­cato rischiare di ren­dere tutto vano a causa delle ele­zioni. Le azioni uni­la­te­rali non sono certo un pro­gresso». Era esat­ta­mente quello che diceva Anto­nis Sama­ras in cam­pa­gna pre­e­let­to­rale. Ma il buon Sama­ras, tanto com­pren­sivo per le ansie di Dijs­sel­bloem e di Schaeu­ble, non c’è più.

Ora c’è Ale­xis Tsi­pras che lo acco­glie dopo l’incontro con Varou­fa­kis. Dal quale Dijs­sel­bloem, scuro in volto e ner­voso, è pra­ti­ca­mente scap­pato, gua­da­gnando la porta, quasi senza salu­tare un sor­ri­dente Varoufakis.

Ma anche con il pre­mier non è andata bene per lui. «Il pro­gramma appli­cato dalla troika è fal­lito», gli ha detto chiaro e tondo Tsi­pras. «Non sono d’accordo», risponde Dijs­sel­bloem. «Dia un’occhiata al numero dei disoc­cu­pati, dei poveri e la per­cen­tuale del debito sul Pil», riba­di­sce Tsi­pras. «Chie­de­rete una pro­roga?», chiede l’olandese. «Il pro­gramma della troika è stato respinto per deci­sione del popolo greco». Chiuso il capi­tolo troika. Rimane il pro­blema del debito. Nulla da fare, per i greci, Dijs­sel­bloem non ne vuole pro­prio sen­tir par­lare. Con­fe­renza euro­pea? «Ma c’è già – com­menta– ed è l’Eurogruppo».

L’unica buona noti­zia che l’olandese por­terà con sé sarà l’assicurazione del nuovo pre­mier che non intende tor­nare alla poli­tica dei defi­cit del pas­sato. Anzi, il pro­gramma del governo Syriza «è incen­trato sul modo di affron­tare la crisi uma­ni­ta­ria, ma pre­vede anche un vasto pro­gramma di riforme al fine di restau­rare l’efficacia e la cre­di­bi­lità dell’amministrazione pub­blica, com­bat­tere l’evasione fiscale, il clien­te­li­smo e la cor­ru­zione. Su que­sto fronte acco­glie­remo volen­tieri le vostre idee e i vostri suggerimenti».

Tsi­pras non è iro­nico. Sa benis­simo che per quat­tro anni la troika ha alle­gra­mente col­la­bo­rato e soste­nuto i cor­rotti e i signori delle tes­sere. Ma vuole offrire una via d’uscita: con­ti­nue­remo a lavo­rare insieme, ma è finita l’epoca dei diktat.

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Al di là di qualsiasi valutazione politica (quelle si faranno dopo con più calma, sulla base degli atti concreti), il primo gesto del neopresidente è assai apprezzabile. È purtroppo ancora attuale la necessità di rimarcare la distanza delle nostre istituzioni dal fascismo e bene a fatto a rendere omaggio alle vittime del massacro delle Fosse Ardeatine.

“L’Europa e il mondo siano uniti per battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”, ha detto il neopresidente nel suo omaggio alle vittime della barbarie nazista. Il racconto di una giornata iniziata presto per il neopresidente

Carmine Saviano, La Repubblica,31 gennaio 2015

Sergio Mattarella in visita alle Fosse Ardeatine, nel suo primo atto dopo l’elezione a Presidente della Repubblica

Dovrà abituarsi agli applausi, ai sorrisi, alle strette di mano. Come quelli dei cittadini che lo hanno atteso all’esterno del palazzo della Consulta e che lo hanno salutato festanti. La grande emozione che centinaia di persone gli hanno manifestato resterà probabilmente uno dei ricordi di questo 31 gennaio. Sin da subito, non appena lo hanno intravisto in mattinata quando il nuovo presidente della Repubblica ha lasciato la foresteria della Corte Costituzionale per andare a salutare la figlia. E poi ancora nel tardo pomeriggio, quando a sorpresa il neo Presidente lascia di nuovo la sua abitazione alla Consulta per un primo atto non annunciato e che suona come un esplicito messaggio: l’omaggio alle vittime della barbarie nazista alle Fosse Ardeatine prima ancora del suo giuramento, in programma martedì. “L’alleanza tra Nazioni e popolo – ha detto – seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”. Mentre si allontana dalla foresteria viene intercettato dall’inviato di Ballarò. “E’ felice”, è la domanda. “Non si tratta di questo”, risponde il neopresidente.

La sua giornata era iniziata al mattino nella sua casa. Le ore dell’attesa. Anche nella piazza sul Colle. “Non lo conoscevo prima, non ne avevo mai visto il viso. Lo ricordavo solo come l’ideatore del mattarellum”, è un commento colto in piazza del Quirinale, all’esterno della foresteria della Consulta dove il  presidente vive da due anni. Proprio di fronte al palazzo che da martedì lo ospiterà. Tra telefonate, e inviti a “mantenere la calma” a chi si professava  –  a ragione con il senno di poi  –  troppo ottimista sulle possibilità dell’ex ministro. E poco dopo l’inizio delle votazioni Mattarella esce in auto, un Fiat Panda, diretto verso Via Nazionale.

“Guarda, ha preso una panda!”. La scelta dell’utilitaria colpisce osservatori e cittadini. E a voler dar retta alla simboli applicati alla politica, si tratta di un segno di sobrietà che viene apprezzato. Il presidente si dirige verso via Flaminia, dove abita Laura, la figlia. E resta lì per un bel po’, attendendo l’esito dello scrutinio dei voti dei Grandi Elettori. Con il pensiero che di sicuro va verso la moglie Marisa, morta nel marzo del 2012. Un evento che  –  afferma chi conosce bene il presidente  –  ha reso la sua vita molto vicino alla clausura. E a casa di Laura, Mattarella ha seguito lo scrutinio. “Eravamo tutti insieme, tutta la famiglia con i cugini di Roma, mia zia e i cugini di Palermo ai quali mio padre e noi siamo particolarmente attaccati perché siamo cresciuti insieme”, racconta Bernardo, il figlio. “Siamo felici e ci siamo commossi quando il quorum è stato raggiunto”. Commozione che dura poco: “Papà è già indaffarato, già al lavoro consapevole della responsabilità dell’incarico”.

Poi di nuovo in macchina. Evitando le domande di cronisti e curiosi. Mattarella si dirige verso i suoi uffici alla Corte Costituzionale. Il protocollo dell’elezione, infatti, prevede che i presidenti di Camera e Senato si rechino dal neo eletto per comunicargli di persona l’esito della votazione e per consegnargli i verbali della seduta. E quando Laura Boldrini e Valeria Fedele entrano nella sala dove Sergio Mattarella le aspetta, l’emozione è palpabile. Il presidente dice solo poche parole “necessarie”. Il mio “pensiero va alle speranze e alle difficoltà dei nostri concittadini”.

Concittadini che nelle strade intorno alla Camera dei Deputati commentano l’elezione con toni che sembrano molto sereni. Quasi a riconoscere l’atto di responsabilità compiuto in Parlamento che in modo veloce ha indicato un ottimo successore a Giorgio Napolitano. “Sì, mi piace. Non l’ho mai sentito parlare ma in questi giorni ho letto molti articoli sulla sua vita pubblica e privata. E mi piace molto”, dice una giovane turista disturbata dal piccolo figlio che le chiede che cosa è un presidente della Repubblica.

Poi l’uscita di Mattarella dalla sede della Corte Costituzionale. E qui già sembra che il legame con gli italiani si sia tessuto. C’è molta speranza. “Quando c’è il giuramento?” chiedono in tanti. E tutti aspettano martedì. Quando Sergio Mattarella davanti ai grandi elettori indicherà il carattere del proprio settennato. “Vediamo, ma la sua storia parla da sola”, si commenta. Senza dimenticare l’altro presidente: “Perché Mattarella è la persona giusta. Ma a Napolitano gli volevo proprio bene”.

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Se il giudice costituzionale salirà al Quirinale, più difficile proseguire nella manomissione della Carta e nello sfregio della democrazia. Ma l’abile mossa di Renzi non cancella il segno reazionario di un governo Nazareno

Alberto Burgio, Il Manifesto, 31 gennaio 2015

Se oggi verrà eletto Ser­gio Mat­ta­rella, si trat­terà di una solu­zione migliore di tante altre paven­tate alla vigi­lia. Per la buona ragione che, non essendo mai stato tenero con Ber­lu­sconi, Mat­ta­rella non dovrebbe vedere di buon grado la mani­fe­sta­zione più oscena (sinora) del ren­zi­smo: il patto segreto con il boss di Arcore, prin­ci­pale fat­tore inqui­nante della vita pub­blica (e pri­vata) ita­liana di que­sti ultimi vent’anni. Con­vinti come siamo che la fun­zione del pre­si­dente della Repub­blica sia deci­siva per la sal­va­guar­dia della nostra mal­con­cia demo­cra­zia, se le cose andranno come pre­vi­sto tire­remo un sospiro di sol­lievo. Qua­lora al Colle fosse andato un per­so­nag­gio con­ni­vente col patto del Naza­reno (e ce n’erano molti, anche tra i – e le – papa­bili della vigi­lia), avremmo fatto un altro passo verso il disa­stro delle isti­tu­zioni e della Costi­tu­zione repub­bli­cana, ber­sa­glio, in que­sti mesi, di sfregi quotidiani.

Detto que­sto, occorre evi­tare che la sod­di­sfa­zione per la scelta del nuovo capo dello Stato induca a per­dere di vista le pesanti ombre che gra­vano sulla scena poli­tica ita­liana. Pre­scin­diamo qui da qual­siasi con­si­de­ra­zione sto­rica: sor­vo­liamo cioè sul fatto che, come nel gioco dell’oca, a vent’anni da Tan­gen­to­poli l’Italia si ritrova gover­nata e pre­sie­duta da poli­tici demo­cri­stiani. Mat­ta­rella è un galan­tuomo estra­neo al circo della poli­tica poli­ti­cante. Ma è stato pur sem­pre a lungo un espo­nente di spicco del par­tito che per decenni, nel secolo scorso, ha incar­nato e coperto un orga­nico intrec­cio di cor­ru­zione, con­ser­va­zione e col­lu­sione col malaf­fare e con quella stessa mafia che gli uccise il fra­tello, pre­si­dente della Sici­lia. Evi­den­te­mente siamo desti­nati a «morire demo­cri­stiani», e forse qual­che domanda dovremmo por­cela al riguardo.

Ma non è que­sto il tema oggi. Piut­to­sto vale la pena di riflet­tere bre­ve­mente su altre tre que­stioni. La prima è per­ché Renzi abbia voluto Mat­ta­rella. Tutti dicono che l’ha scelto per tenere unito il Pd e per­ché lo con­si­dera mal­lea­bile. Per­ché pre­vede in lui un pre­si­dente di basso pro­filo poli­tico, che non inter­fe­rirà nella sua tenace opera di sman­tel­la­mento della Costi­tu­zione e di nor­ma­liz­za­zione del paese a suon di «riforme» pidui­ste: un pre­si­dente «sopram­mo­bile», secondo la raf­fi­nata dot­trina espo­sta da Angelo Pane­bianco sul Cor­riere della sera qual­che giorno fa. Può darsi che que­sti siano i cal­coli del pre­si­dente del Con­si­glio e anche che il piano sia ben stu­diato. Noi ovvia­mente spe­riamo di no. Ci augu­riamo che Renzi si sia cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato e che Mat­ta­rella risponda invece alle aspet­ta­tive di quanti oggi pen­sano di avere scam­pato un peri­colo per­ché vedono in lui un severo custode della Costituzione.

Ma l’auspicabile ele­zione di un buon pre­si­dente non can­cella le igno­mi­nie di que­sti giorni e di que­sti mesi, dall’eliminazione del Senato elet­tivo al Jobs act, a una legge elet­to­rale zeppa di vizi di inco­sti­tu­zio­na­lità e impo­sta al Par­la­mento con la con­sa­pe­vo­lezza che la Con­sulta la boc­cerà a babbo morto, dopo l’elezione della nuova Camera, come è già acca­duto col por­cel­lum. Se que­sto è vero, nulla sarebbe più irra­gio­ne­vole che ammor­bi­dire a que­sto punto l’opposizione alle «riforme» ren­ziane. Al con­tra­rio: la crisi del patto del Naza­reno – chiave di volta del «rifor­mi­smo» ren­ziano – va sfrut­tata sino in fondo allo scopo di bloc­carle. E di costrin­gere il governo a ces­sare dalla siste­ma­tica mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento che sta di fatto por­tando alla morte del sistema par­la­men­tare, come accadde, pro­prio novant’anni fa, nella tran­si­zione al regime totalitario.

Infine, la con­si­de­ra­zione forse più rile­vante. Da gio­vedì è un coro sper­ti­cato di rico­no­sci­menti dell’abilità del pre­mier che, con una mossa impre­vi­sta, ha messo tutti nel sacco, a comin­ciare dal capo di Forza Ita­lia che certo un novel­lino non è, né un’anima can­dida. C’è un’allarmante con­fu­sione alla base di que­ste valu­ta­zioni, una con­fu­sione che è segno di un’antica tara ita­liana. L’abilità e il corag­gio nel gio­care una par­tita e la spre­giu­di­ca­tezza (in que­sto caso, va detto, ben oltre il limite della lealtà) non dicono di per sé nulla sui fini per­se­guiti. Pro­prio come il cari­sma, che può abbon­dare anche in un aspi­rante dit­ta­tore. Oggi sem­bra che molti abbiano improv­vi­sa­mente dimen­ti­cato chi è Mat­teo Renzi. Per­ché i rap­porti di forza l’hanno costretto a sce­gliere un nome decente per il Qui­ri­nale, e soprat­tutto per­ché sem­bra stra­vin­cere su tutti i fronti.

Ma anche se molti evi­den­te­mente ardono dal desi­de­rio di scor­darsi un pur recen­tis­simo pas­sato e di tor­nare a un paci­fico tran tran senza più minacce né con­flitti, Renzi rimane Renzi e igno­rarlo sarebbe, oggi più che mai, esi­ziale. Eletto il pre­si­dente, si torna alla dura realtà di ogni giorno, con un governo che siste­ma­ti­ca­mente mor­ti­fica il dis­senso per far pas­sare con ogni mezzo leggi rea­zio­na­rie. A nes­suno, pas­sata la festa, dovrebbe essere con­sen­tito di dimenticarsene.

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Barbara Spinelli, Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015

CONTRO L’ORTODOSSIA.

Nella storia francese, quel che è accaduto domenica in Grecia ha un nome: si chiama “divine surprise”. Il maggio 68 fu una divina sorpresa, e prima ancora – il termine fu coniato da Charles Maurras – l’ascesa al potere di Pétain. La storia inaspettatamente svolta, tutte le diagnosi della vigilia si disfano. Fino a ieri regnava l’ortodossia, il pensiero che non contempla devianze perché ritenuto l’unico giusto, diritto. L’incursione della sorpresa spezza l’ortodossia, apre spazi ad argomenti completamente diversi.  

LA VITTORIA di Alexis Tsipras torce la storia allo stesso modo. Non è detto che l’impossibile diventi possibile, che l’Europa cambi rotta e si ricostruisca su nuove basi.

Non avendo la maggioranza assoluta, Syriza dovrà patteggiare con forze non omogenee alla propria linea. Ma da oggi ogni discorso che si fa a Bruxelles, o a Berlino, a Roma, a Parigi, sarà esaminato alla luce di quel che chiede la maggioranza dei greci: una fondamentale metamorfosi – nel governo nazionale e in Europa – delle politiche anti-crisi, dei modi di negoziare e parlarsi tra Stati membri, delle abitudini cittadine a fidarsi o non fidarsi dell’Unione. Ricominciare a sperare nell’Europa è possibile solo in un’esperienza di lotta alla degenerazione liberista, alla fuga dalla solidarietà, alla povertà generatrice di xenofobie: è quel che promette Tsipras. I tanti che vorrebbero perpetuare le pratiche di ieri proveranno a fare come se nulla fosse. I partiti di centrodestra e centrosinistra continueranno a patteggiare fra loro – son diventati agenzie di collocamento più che partiti – ma la loro natura apparirà d’un tratto stantia; per esempio in Italia apparirà obsoleto qualunque presidente della Repubblica, se i nomi vincenti sono quelli che circolano negli ultimi giorni. Dopo le elezioni di Tsipras, anche qui sono attese divine sorprese che scompiglino i giochi tra partiti e oligarchie. Non si può naturalmente escludere che Tsipras possa deludere il proprio popolo, ma il pensiero nuovo che impersona è ormai sul palcoscenico ed è questo: non puoi, senza il consenso dei cittadini che più soffrono la crisi, decretare dall’alto – e in modo così drastico – il cambiamento in peggio della loro vita, dei loro redditi, dei servizi pubblici garantiti dallo Stato sociale. Non puoi continuare a castigare i poveri, e non far pagare i ricchi. Non esiste ancora una Costituzione europea che cominci, alla maniera di quella statunitense, con le parole “Noi, popoli d’Europa…”, ma quel che s’è fatto vivo domenica è il desiderio dei popoli di pesare, infine, su politiche abusivamente fatte in loro nome. L’establishment che guida l’Unione è in stato di stupore. Meglio sarebbe stato, per lui, che tra i vincitori ci fosse solo l’estrema destra di Alba Dorata, e che Syriza avesse fatto un’altra campagna: annunciando l’uscita dall’Euro, dall’Unione. Non è così, per sfortuna di molti: sin dal 2012, Tsipras ha detto che in quest’Europa vuol restare, che la moneta unica non sarà rinnegata, ma che l’insieme della sua architettura deve mutare, politicizzarsi, “basarsi sulla dignità e sulla giustizia sociale”. La maggioranza di Syriza – da Tsipras a eurodeputati come Dimitrios Papadimoulis o Manolis Glezos   – ha scelto come propria bandiera il Manifesto federalista di Ventotene.  

DICONO che Syriza sfascerà l’Unione, non pagando i debiti e demolendo le finanze europee. Non è vero. Tsipras dice che Atene onorerà i debiti, purché una grossa porzione, dilatata dall’austerità, sia ristrutturata. Che gli Stati dell’Unione dovranno ridiscutere la questione del debito come avvenne nel ’53, quando furono condonati – anche con il contributo della Grecia, dell’Italia e della Spagna – i debiti di guerra della Germania (16 miliardi di marchi). Che l’Europa dovrà impegnarsi in un massiccio piano di investimenti comuni, finanziato dalla Banca europea degli investimenti, dal Fondo europeo degli investimenti, dalla Bce: è la “modesta proposta” di Yanis Varoufakis, l’economista candidato di Syriza in queste elezioni. Quanto al dissesto propriamente greco, Tsipras ne ha indicate le radici anni fa: i veri mali che paralizzano la crescita ellenica sono la corruzione e l’evasione fiscale. “È un fatto che la nostra cleptocrazia ha stretto un’alleanza con le élite europee per propagare menzogne, sulla Grecia, convenienti per gli eurocrati ed eccellenti per le banche fallimentari” (Tsipras al Kreisky Forum di Vienna, 20-9-2013). Questi anni di crisi hanno trasformato l’Unione in una forza conflittuale, punitiva, misantropa. Hanno svuotato le Costituzioni nazionali, la Carta europea dei diritti fondamentali, lo stesso Trattato di Lisbona. Hanno trasformato i governi debitori in scolari minorenni: ogni tanto scalciano, ma interiorizzano la propria sottomissione a disciplinatori più forti, a ideologi che pur avendo fallito perseverano nella propria arroganza. Quel che muove Tsipras è la convinzione che la crisi non sia di singoli Stati, ma sistemica: è crisi straordinaria dell’intera eurozona, bisognosa di misure non meno straordinarie. Tsipras rimette al centro la politica, il negoziato tra adulti dell’Unione, la perduta dialettica fra opposti schieramenti, il progresso sociale. L’accordo cui mira “deve essere vantaggioso per tutti”, e resuscitare l’idea postbellica di una diga contro ogni forma di dispotismo, di riforme strutturali imposte dall’alto, di lotte e falsi equilibri tra Stati centrali e periferici, tra Nord e Sud, tra creditori incensurati e debitori colpevoli.

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Alfonso Gianni, Huffington Post, 24 gennaio 2015

Alla fine, ma non senza pesanti compromessi, Mario Draghi ce l’ha fatta a piegare la opposizione della Bundesbank. Basta leggere i titoli dei più popolari giornali in Germania per capire che i tedeschi non l’hanno presa affatto bene e che fanno del puro terrorismo attorno alla fine che faranno i risparmi dei cittadini di quel paese. L’importo su cui si articola il Quantitative easing supera i mille miliardi (1.140 fino a settembre 2016), un po’ più del doppio di quello che si prevedeva alla vigilia. Se la guardiamo da questo punto di vista l’autorevolezza di Mario Draghi ne esce rafforzata in tutti i sensi. Dopo il declino di Balottelli il titolo di Super Mario è solo appannaggio di Draghi.

Ma i “ma” non mancano e il trionfalismo si smorza subito quando si guarda più da vicino la manovra. Innanzitutto, proprio come Draghi ci ha ripetuto più volte, dal momento che la politica monetaria non può tutto, non è affatto detto che l’inondazione di centinaia di miliardi di euro attraverso l’acquisto dei titoli di stato, al ritmo di quasi 60 miliardi al mese per 19 mesi, sia sufficiente a rilanciare l’economia e alzare l’inflazione attorno al 2% (l’obiettivo principale dell’attuale mission della Bce). Se non si innesta un nuovo modello di sviluppo, basato su investimenti in settori innovativi, rispettosi dell’ambiente e della condizione sociale delle persone, non è affatto detto che il cavallo beva. Dati i contenuti delle politiche economiche nei principali paesi c’è poco da sperare che questo avvenga. A meno che la vittoria di Tsipras in Grecia non innesti una spirale positiva e un rapido contagio negli altri paesi, a partire da quelli mediterranei. In Italia ci vorrebbe però tutt’altro governo e tutt’altra politica e come ognuno vede non ve ne sono le condizioni né allo stato attuale né per un bel po’. Dalla trappola al trappolone della liquidità. Questo potrebbe essere lo scenario negativo tutt’altro che improbabile.

In secondo luogo la vittoria di Draghi è viziata da un compromesso pesante. Il risk-sharing, la condivisione del rischio, peserà per l’80% sulle banche nazionali e per il 20% sulla Bce. Siamo lontani da una vera europeizzazione del rischio. Il rischio di insolvenza rimane per la grande parte in ambito nazionale. Ne emerge un messaggio assai poco tranquillizzante e cioè che il rischio di default sia considerato realistico e pesante per diversi paesi, i mediterranei in primis, compresa ovviamente l’Italia. In sostanza la Bundesbank, come osserva Fubini su la Repubblica “è riuscita a segregare tutti i bond sovrani più vulnerabili entro le rispettive banche centrali”.

In terzo luogo la Bce si è lavata le mani per quanto riguarda la gestione dei titoli di stato più delicati. Il problema dell’acquisto dei titoli greci è stato per ora aggirato, si dice per non influire sul corso delle elezioni greche. In generale dovrebbero essere acquistati solo titoli investment grade, cioè quelli a minore rischio per gli investitori. Se questa regola dovesse venire applicata rigorosamente, risulterebbero esclusi dall’acquisto sia i titoli ciprioti che quelli greci. Se venisse accordata una deroga, già si prevede che questa avrebbe un costo non indifferente, perché verrebbe concessa solo a fronte dell’implementazione di un programma economico concordato da questi paesi con le autorità europee. Il cane si mangerebbe la coda. Proprio quello che giustamente Tsipras ha escluso di volere fare.

Per la Grecia le modalità con cui è stato deciso il Quantitative easing sono particolarmente penalizzanti, proprio perché Draghi ha chiarito che la Bce non acquisterà più del 33% dei titoli da un singolo emittente. Visto che un acquisto era già stato fatto, la Banca centrale europea non avrà spazio di acquistare prima di luglio una nuova tranche di titoli greci. Per il paese ellenico e il suo nuovo governo, anche di fronte alle nuove misure della Bce, la strada si presenta in salita e tutto lascia pensare che ciò non avvenga a caso.

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Vittorio Bonanni, Sinistra in Rete, 25 gennaio 2015

I libri di Marco Revelli e Stefano Rodotà. I danni prodotti dal neoliberismo e la solidarietà come principio regolatore della vita socioeconomica nelle riflessioni più recenti dei due studiosi

Gli ultimi trent’anni di economia iperliberista hanno cambiato strutturalmente il pianeta in tutte le sue sfaccettature. Pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi. E tanti poveri sono diventati sempre più poveri senza essere per di più capaci di aiutarsi tra di loro realizzando quel regime solidale che alla fine dell’Ottocento ha fatto nascere a sinistra e poi nel mondo cattolico sindacati e leghe di mutuo soccorso. Un vero disastro sociale, dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi invece di coalizzarsi per un obiettivo comune come è successo dopo la sconfitta del nazifascismo nell’“età dell’oro” – il trentennio 1945-75, chiamato così da Eric Hobsbawm –.

La casa editrice Laterza, che negli ultimi anni in particolare ha dedicato molte sue pubblicazioni al contrasto di quello che una volta chiamavamo “il pensiero unico”, ha arricchito ultimamente il proprio catalogo con “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi”. Vero! del sociologo e storico Marco Revelli (pp. 96, euro 9,00) e con Solidarietà, un’utopia necessaria del giurista Stefano Rodotà (pp. 142, euro 14,00). Due uscite pressoché simultanee, quasi a testimoniare il legame forte che c’è tra questi due aspetti della crisi mondiale.

Revelli, nel suo breve ed efficace lavoro, dimostra come il paradigma secondo il quale “l’eguaglianza non è più una virtù”, vera e propria reazione antikeynesiana dopo mezzo secolo di egemonia culturale del pensatore britannico, sostituisca di fatto il concetto egualitario che era diventato un vero e proprio elemento regolativo  sul quale  – scrive lo studioso – “si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico”, diventando un indicatore anche della solidità della democrazia nei diversi paesi.

Nel suo libro il figlio del grande partigiano Nuto descrive bene come i “poteri forti”, quelli veri per intenderci e non i presunti nemici di Renzi, abbiano convinto anche le grandi forze della socialdemocrazia europea e l’opinione pubblica più in generale che un po’ di disparità sociale in fondo faccia solo bene all’andamento dell’economia, capace poi di assestarsi da sola, senza l’intervento, ormai demonizzato, dello Stato. “L’idea che un ‘un secolo di eguaglianza faccia male all’economia’ – o, più semplicemente, che ‘una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita’ –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione”. Tutto questo ha portato alla fine della tassazione progressiva e del concetto appunto di eguaglianza sociale che aveva permeato mezzo secolo di storia. Realizzando, come avrebbe detto Antonio Gramsci, un’egemonia culturale ora dura da contrastare e da sconfiggere.

Un paradigma smentito dai fatti

Revelli spiega come e con quali strumenti ideologici si è arrivati a questa situazione e cita, a riguardo, la cosiddetta teoria del trickle-down, che significa “gocciolamento”, mutuata da una vecchia intuizione di Georg Simmel che nel 1904 l’aveva applicata alla moda, sostenendo che i gusti delle classi più elevate si sarebbero, con il tempo, trasferiti anche verso le classi più basse, con un beneficio diciamo così “stilistico” ed “estetico” generale. “Un’ottantina di anni più tardi – sottolinea Revelli – il meccanismo è stato traslato al campo dell’economica” per sostenere che i benefici goduti in un primo momento dalle classi più ricche sarebbero poi fatalmente discesi verso quelle più povere. Un paradigma smentito clamorosamente dai fatti in questi decenni, soprattutto nelle società occidentali.

Marco Revelli

Questa teoria è stata esplicitata graficamente dalla curva di Laffer, un economista abbastanza sconosciuto vicino però allo staff presidenziale degli Stati Uniti negli anni ’70, e da quella di Kuznets, figura ben più autorevole della precedente insignito del Premio Nobel nel 1971. Sia pure in modi e finalità diverse, le due curve sostenevano l’impossibilità di continuare a procedere con una tassazione oltre la quale si sarebbe disincentivata ogni possibile crescita economica. Nel caso di Kuznets, la sua teoria veniva estesa anche alla problematica ambientale, la quale affermava che il degrado ambientale era confinato ad una fase precoce dello sviluppo. Insomma “più sviluppo, meno danni ambientali”, era il risultato di questo ragionamento, smentito, tanto per fare un esempio, dalla pesante responsabilità dei paesi più emancipati nei riguardi dell’effetto serra, ben maggiore di quelli più arretrati.

Per invertire la rotta fin qui descritta Marco Revelli fa ancora riferimento al mai abbastanza rimpianto Keynes. L’autore richiama la metafora dell’economista sulle giraffe, quella “parabola zoologica” secondo la quale anche quelle dal collo corto hanno diritto in un branco a nutrirsi e a non essere vittime della voracità di chi, grazie al collo più lungo, riesce a fare piazza pulita di tutto il nutrimento disponibile. Ed ecco che a questo punto appare dirimente introdurre il concetto di solidarietà per ridare allo Stato quel ruolo positivo di regolatore dell’economia e dello sviluppo e alla società quella dimensione etica e appunto solidale della quale si sente molto la mancanza.

Una parola “proscritta”

Stefano Rodotà affronta il tema con la sua consueta perizia dividendo il volume in undici punti e sottolineando fin dall’inizio come la parola “solidarietà” sia diventata “proscritta”, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto, appunto, di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”. Eppure è da secoli che insigni pensatori mettono in guardia sulla necessità che lo Stato si doti di regole certe per fare in modo che non prevalga la discriminazione, andando dunque oltre la dimensione caritatevole. Basti citare Montesquieu in un discorso del 1748 riportato da Rodotà, dove il filosofo francese ammonisce lo Stato sostenendo che “[q]ualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata”.

Andando ancora più indietro nel tempo il giurista ricorda quanto scrisse Etienne de La Boétie nel 1549 quando sosteneva, parlando della natura, che questa “nella distribuzione dei suoi doni, ha avvantaggiato nel corpo o nello spirito gli uni piuttosto che gli altri” senza tuttavia volerci mettere “in questo mondo come in un campo di battaglia”. Oppure, qualche decennio dopo, nel 1660, John Locke quando nel primo dei Due trattati sul governo afferma: “Come la giustizia dà ad un uomo diritto alla proprietà di ciò che ha prodotto con il suo onesto lavoro; così la carità dà diritto ad ogni uomo a quella parte della ricchezza di un altro che gli è necessaria per fuggire una situazione di estremo bisogno…”.

Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti per fare piazza pulita di ogni idea – dice Rodotà – “di società concepita come naturalmente armonica, e quindi capace di autocorrezione di fronte alla privazione di beni fondamentali”. Nei tempi odierni il concetto di solidarietà rischia di essere ricacciato nell’alveo della compassione, della carità, come avviene nella politica statunitense che resta confinata in una logica caritatevole che mette ai margini “il diritto della persona” e al centro quella della “proprietà”. Se nel “secolo breve” le cose sono andate diversamente lo si deve al grande ruolo giocato dal movimento operaio che ha permesso la promulgazione di costituzioni molto avanzate in questo senso. La mancanza ora di “un soggetto in grado di svolgere quel ruolo”, scrive Rodotà, non ci deve impedire di individuare “proprio nella solidarietà uno strumento che può consentire di contrastare una lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Stefano Rodotà

A questo ruolo che può giocare la solidarietà se ne aggiunge un altro finalizzato alla ridefinizione del concetto di cittadinanza che in Europa può e deve andare oltre quello di nazionalità così da trasformare il Vecchio continente in “un’Europa dei cittadini e non solo dei mercati”. Solo così si potrà rimediare al vulnus creato dall’Europa che ha escluso la Carta dei diritti fondamentali dal quadro costituzionale europeo, ponendo in tal modo le premesse della odierna e intollerabile situazione dove regna l’odio tra paesi creditori e paesi debitori in luogo di un necessario rapporto solidale. Tutto ciò dovrebbe spingere le varie nazioni a introdurre o a rafforzare nelle proprie costituzioni quei punti riguardanti proprio la “solidarietà” facendo a meno di quel “pareggio di bilancio” che paesi solerti come il nostro si sono affrettati a introdurre.

A conclusione di questo lungo ragionamento vale la pena ricordare l’ultimo film dei fratelli belgi Dardenne, Due giorni, una notte, spesso citato proprio da Rodotà nelle interviste da lui rilasciate sul libro. I due cineasti raccontano con perizia la storia di una lavoratrice che a fatica cerca la solidarietà appunto dei colleghi per evitare il suo licenziamento. Non ottiene esattamente quello che vuole ma apre una breccia importante nel muro dell’indifferenza e dell’egoismo. Questo è il punto dal quale ripartire. Tenendo conto, come scrive Rodotà, che “la produzione di solidarietà non è a costo zero” ed “esige capitale sociale e risorse finanziarie”. Come dire che la solidarietà appunto deve tornare a essere un elemento strutturale nelle scelte politiche di chi una volta rappresentava le classi sociali più deboli della società. Altrimenti a vincere sarà la “barbarie” come sosteneva nel 1916 Rosa Luxemburg non a caso citata da Stefano Rodotà all’inizio di questa sua ultima fatica.

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I simboli cuciti sull’uniforme dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti servivano a indicare la ragione della loro detenzione. Eccoli:

LagerDa sinistra verso destra abbiamo:

  • ebrei;
  • prigionieri politici;
  • criminali comuni;
  • immigrati e apolidi;
  • testimoni di Geova;
  • omosessuali;
  • “asociali”;
  • rom e sinti.

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Monica Perosino, La Stampa, 23 gennaio 2015

Gli avevo chiesto:come potevano essere così cattivi?
A 11 anni, nel 1983, avevo appena finito di leggere Se questo è un uomo. L’avevo letto durante le vacanze di Natale, e riletto pochi giorni dopo l’Epifania. Ma restavano domande senza risposta: esiste la malvagità?

Se questo è un uomo era nella lista dei libri da leggere stilata dalla professoressa di italiano, Maria Mazza Ghiglieno. Neanche lei, che pure aveva sempre le domande e le risposte giuste, poteva risolvere il dilemma. Così, spinta dalla logica senza curve di un’undicenne, mi parve ovvio andare alla fonte. Cercai l’indirizzo di Primo Levi sulla guida del telefono per chiedere direttamente a lui: perché nessuno ha fatto niente per fermare lo sterminio? I tedeschi erano cattivi?

Nemmeno per un attimo pensai che stavo scrivendo allo scrittore di fama planetaria. Per me era «solo» Primo Levi e il suo libro era anche un po’ mio. Chiedere conto a lui mi parve la cosa più naturale del mondo. Lui doveva sapere per forza. Presi la mia carta da lettere preferita, zeppa di fiori e pupazzi, e scrissi una paginetta di lettere tozze. Già che c’ero lo invitai nella mia scuola.

La risposta arrivò, datata 25 aprile, e non colsi subito la coincidenza fino in fondo. Il concetto di «ignoranza volontaria» non era la spiegazione che mi aspettavo. Io volevo sapere se il male esisteva. Smisi di rileggere la lettera tre anni dopo, l’11 aprile 1987, quando trovarono il corpo di Primo Levi nella tromba delle scale. Ero rimasta senza l’uomo che avrebbe potuto darmi spiegazioni. La lettera finì in un cassetto, assieme ad altre. Ora, 32 anni dopo, è rispuntata durante un trasloco, con tutte le sue risposte.

Il cancello dell’ingresso principale del campo di concentramento di Aushwitz

25/4/83
Cara Monica,
la domanda che mi poni, sulla crudeltà dei tedeschi, ha dato molto filo da torcere agli storici. A mio parere, sarebbe assurdo accusare tutti i tedeschi di allora; ed è ancora più assurdo coinvolgere nell’accusa i tedeschi di oggi. È però certo che una grande maggioranza del popolo tedesco ha accettato Hitler, ha votato per lui, lo ha approvato ed applaudito, finché ha avuto successi politici e militari; eppure, molti tedeschi, direttamente o indirettamente, avevano pur dovuto sapere cosa avveniva, non solo nei Lager, ma in tutti i territori occupati, e specialmente in Europa Orientale. Perciò, piuttosto che di crudeltà, accuserei i tedeschi di allora di egoismo, di indifferenza, e soprattutto di ignoranza volontaria, perché chi voleva veramente conoscere la verità poteva conoscerla, e farla conoscere, anche senza correre eccessivi rischi. La cosa più brutta vista in Lager credo sia proprio la selezione che ho descritta nel libro che conosci.
Ti ringrazio per avermi scritto e per l’invito a venire nella tua scuola, ma in questo periodo sono molto occupato, e mi sarebbe impossibile accettare. Ti saluto con affetto
Primo Levi

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Lo so, come scelta del brano è fin troppo banale, ma cosa posso farci? Auschwitz è una canzone che mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzino, forse una delle prime che ho sentito scritte da un cantautore. Nella versione dal vivo proposta dai Nomadi in formazione originale è ancora più bella.

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Chissà perché, ma mentre in Grecia si sta concretizzando il trionfo della sinistra, mi viene in mente questa canzone… Fra l’altro, oggi sarebbe anche il compleanno di Giorgio Gaber. Sarà un segno del destino?

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Dal libro di Roberto “Freak” Antoni, Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (seguirà dibattito), Appendice prima, Lapsus e castronerie, Feltrinelli, Milano 1991:

Roberto Freak Antoni

Andò in Ospedale per farsi un ketcup e i raggi ultraviolenti. Gli dissero che la sua malattia diventava cronaca e che si astenesse alle prescrizioni della ricetta. Aveva una brutta altrite cerebrale e voleva anche curarsi la sinusoide. Gli trovarono i tricicli nel sangue e lo definirono cardioepatico.

Gli esplose un hermes in faccia, cioè aveva una brutta erezione cutanea. Gli misero lo sky-pass al cuore e gli scoprirono il polistirolo alto, gli abeti alti e il nervo asiatico. Lui si mise in un certo paté d’animo.

Aveva dei problemi di circonvallazione e un’infiammazione al ventriloquo sinistro anche un dolore uncinante al dente del giudizio e una trombosi cervicale.

Morì X un cactus celebrale. Era un celebrolesso che faceva molto trein autogeno nonostante un playmaker al cuore, delle febbri eccitanti molto alte, e parecchie piastrelle nel sangue.

Da piccolo aveva avuto la miningite e una cistite all’occhio. Si era fatto un feeling facciale e operato di vene vanitose. Aveva iniziato un corso di ginnastica aerotica che gli era costato una cifra gastronomica.

Santuariamente amava provare la brezza della velocità.

Quell’avvertimento gli servì da monitor.

Accese il bolider della doccia e aspettò che l’acqua fosse calda, Al bar chiedeva sempre un coptel poco alcolico e spesso ordinava anche dell’acqua atomica o meglio acqua brigante. Passò all’amaro micidiale Giuliani ma gli capitò di bere della birra fredda e gli venne una combustione.

Andava matto per le vongole voraci e i funghi champenois. Portava calzoni di velluto a Croste e Saharia rosa shopping. Aveva una capriolé (spider che fa le capriole) e pensava di essere un tipo molto fotoigienico, così originale, imprevedibile ed estrogeno.

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Sono sempre stato affascinato dalla storia e dalle storie della conquista del West. Letture, fumetti, film western, mi hanno accompagnato durante infanzia e prima adolescenza. Divoravo Tex, leggevo Jack London e il mito della “frontiera” deve essersi impresso profondamente nella mia mente.

Poi… poi ho iniziato ad ascoltare Guccini e come dimenticare strofe come:

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,
l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino,
l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

che descrivono perfettamente la visione di un bambino a proposito del Nuovo Continente.

Ma l’America è stata anche la magnifica resistenza delle popolazioni autoctone, che, sebbene inferiori per tecnologia, decisero di vendere cara la pelle ai colonizzatori. Un’epopea raccontata da moltissimi film che, nonostante il tentativo retorico di mostrare l’indiano “cattivo”, selvaggio, non sono riusciti del tutto a farci smettere di amare questi popoli fieri. Sono riusciti invece, almeno per quella parte di noi più portata alla verifica dei fatti storici, a farci valutare meglio la portata dello sterminio, l’inutilità della crudeltà, perpetrata dai colonizzatori europei. Sono quindi convinto che, oggi, parlare un po’ di questa parte della nostra storia, dei tentativi di cancellarla, di proiettare l’immagine dell’europeo civilizzatore buono, non possa che aiutarci a valutare meglio quello che sta succedendo intorno a noi, il nostro atteggiamento nei confronti dei popoli e delle culture “altre”.

Recentemente, ho comprato un libro, del quale mi ha incuriosito il titolo (Sul sentiero di guerra. Scritti e testimonianze degli Indiani d’America). È una di quelle raccolte che, se lette dalla prima all’ultima pagina, rischiano di risultare noiose. Ma, se prese a piccole dosi, una testimonianza ogni tanto, possono aiutare a far luce sullo spirito, i sentimenti, le tradizioni e il modo di vivere di questo popolo. Insomma, l’ideale per alimentare un blog…

Voglio cominciare con la testimonianza di un Cheyenne, Gamba di Legno, che ci spiega come alcune tribù indiane si preparavano alla guerra.

Come ci si prepara alla battaglia
di Gamba di Legno, Cheyenne

Wooden Leg (Gamba di Legno)

Quando un guerriero usciva in cerca del nemico, portava con sé tutti i suoi abiti migliori. Il vestiario lo si riponeva in una borsa speciale – di solito una sacca di pelle di capriolo ornata di perline, oppure anche solo una borsa di pelle cruda – che pendeva al fianco del cavallo. La sacca conteneva, inoltre, un paio di mocassini di scorta, ricamati a perline, l’acconciatura di guerra, i colori per tingersi, uno specchio, certi speciali oggetti di medicina, e altri arnesi simili. In vista di una battaglia, per prima cosa il guerriero provvedeva a togliersi gli abiti comuni, affrettandosi a indossare quelli buoni. Inoltre, se aveva il tempo, si pettinava, si tingeva il viso alla maniera che gli era propria, faceva, insomma, tutto ciò che era necessario per assumere l’aspetto più splendido possibile; in altre parole, si preparava a morire.

Non bisogna credere che l’idea di vestirsi di tutto punto in vista della battaglia sia originata dalla convinzione che ciò possa accrescere il valore del combattente: il guerriero, al contrario, si prepara per la morte, nel caso che questa sia il risultato dello scontro. Ogni indiano desidera avere l’aspetto migliore quando si presenterà al Grande Spirito, perciò il rito di abbigliarsi viene compiuto quando il pericolo è imminente, che si tratti di una battaglia, di una malattia o di un incidente in tempo di pace. Certe tribù indiane non si preoccupavano di seguire questo rituale, e pare che alcune di esse non attribuissero eccessiva importanza al fatto di rischiare la vita nudi, parzialmente coperti, o malvestiti. Ma I Cheyenne e i Sioux osservavano scrupolosamente le usanze, e quando uno di loro veniva a trovarsi coinvolto in uno scontro imprevisto, senza avere la possibilità di vestirsi come si deve, di regola si dava alla fuga, evitando il combattimento e i rischi che ne derivano. E poteva darsi che il nemico, non comprendendo quel modo di fare, fosse portato a ritenerlo un vigliacco. In realtà, quegli stessi che le apparenze denunciavano come vigliacchi, potevano essere i più valorosi degli eroi, una volta indossati i loro abiti migliori e quando avevano la certezza di potersi presentare con un aspetto decente, nel caso fossero chiamati al cospetto del Grande Spirito.

Presso i Cheyenne e i Sioux, combattevano nudi soltanto quei guerrieri che s’erano particolarmente preparati con preghiere e altri esercizi spirituali. Costoro ricevevano precise istruzioni dagli uomini di medicina, si tingevano il corpo in maniera speciale, osservando ciascuno le indicazioni della guida spirituale preferita, e ognuno possedeva certi personali poteri personali di medicina, conferitigli dalla guida stessa. Si riteneva che il guerriero, il quale si preparava in questo modo ad affrontare la battaglia, fosse invulnerabile alle armi nemiche, e il suo posto era in prima linea, sia in caso d’attacco che in caso di difesa. L’idea che lo sorreggeva era questa: “Sono così validamente protetto dalla mia medicina, che non occorre mi vesta per la morte. Non c’è pallottola o freccia che possa colpirmi, adesso”. Invece il guerriero che non si preparava con speciali cerimonie o riti religiosi, pensava tra sé: “Una pallottola o una freccia potrebbe colpirmi e uccidermi, Devo vestirmi in modo da piacere al Grande Spirito, nel caso debba andare a Lui”.

Guerrieri Cheyenne

Copricapo indiano esposto alla mostra “La nuova frontiera. Storia e cultura dei nativi d’America dalle collezioni del Gilcrease Museum”, Firenze, Palazzo Pitti (3 luglio 2012 – 9 gennaio 2013)

Non tutti i guerrieri portavano l’acconciatura di guerra: pochissimi, infatti, erano i guerrieri appartenenti ai singoli clans della nostra tribù cui tale onore fosse concesso. Si pretendeva che uno studiasse l’arte di guerra per parecchi anni, o dimostrasse di essere un allievo eccezionale, prima di poter portare la corona di penne d’aquila. E solo allora il guerriero si decideva a farlo, a volte di sua spontanea iniziativa, più spesso dietro insistenza degli anziani. Tale gesto equivaleva all’affermazione che s’era ormai raggiunta un’indiscussa abilità nel maneggio delle armi: non solo, ma così facendo si veniva anche a dichiarare che s’era in grado d’accoppiare scaltrezza, buon senso, fredda capacità di calcolo, al valore di cui ogni guerriero doveva essere dotato. Si riteneva che colui il quale indossava tale acconciatura non avrebbe mai chiesto pietà in battaglia. Se capitava che qualche giovanotto ancora immaturo pretendesse tale onore, prima che ai suoi compagni sembrasse giunto il momento opportuno, costui veniva rimproverato e invitato a frenare la sua impazienza, Io mi misi per la prima volta l’acconciatura di guerra all’età di trentatré anni, quattordici anni dopo aver iniziato la vita nomade. Quando uno era stato riconosciuto degno di portare l’acconciatura di guerra, tale onore gli spettava per tutto il resto della sua vita. Di solito, l’acconciatura di guerra spettava sia ai capi guerrieri che ai capi della tribù, ma questo non era comunque un attributo indispensabile alla loro condizione. Poteva darsi che un sentimento di modestia trattenesse i guerrieri più valorosi e capaci dall’affermare il proprio diritto, come poteva pure darsi che un uomo, universalmente riconosciuto degno di portare l’acconciatura, non fosse scelto, o rifiutasse di assumere incarichi ufficiali. Ne derivava che il copricapo di penne non era affatto un segno che distinguesse chi aveva una carica, ma un simbolo dell’opinione personale e collettiva circa quello che era il valore di combattente d’un certo guerriero.

L’acconciatura di guerra veniva preparata dall’uomo stesso, che doveva portarla. La moglie, madre, o sorella che fosse, si limitava a cucire la striscia adorna di perline che cingeva la fronte. L’uomo doveva prepararsi anche gli oggetti magici che avrebbe adoperato, oppure poteva affidare tale incarico all’uomo di medicina. Le donne cucivano l’intero corredo da guerra, dalle casacche alle uose, ai mocassini, a tutti gli altri capi di vestiario maschile; e inoltre tutti gli abiti di ogni giorno per gli uomini, per se stesse, e per gli altri membri della famiglia. Gli uomini si fabbricavano le pipe, le armi, le lariat[1], e vari oggetti di uso esclusivamente maschile.

Gli specchietti non li adoperavamo solo per vestirci e dipingerci, ma anche per fare le segnalazioni. Due persone che fossero in grado di capirsi, potevano, con questo mezzo, comunicare tra loro a grande distanza, anche quando non riuscissero a vedersi. Alcune di queste segnalazioni le comprendevano tutti i membri della tribù. Spesso si poneva mano allo specchietto quando ci si avvicinava a un accampamento e il viaggiatore non fosse sicuro che si trattasse della sua oppure di gente nemica o sconosciuta. In tal caso, i lampeggiamenti di domanda e quelli di risposta, oppure la mancanza di una risposta, toglievano ogni dubbio.

Gamba di Legno o Gambe di Legno fu forse il più famoso guerriero Cheyenne. La sua storia è narrata nel libro Memorie di un guerriero cheyenne. La lunga marcia verso l’esilio, a cura di T.B. Marquis. Nella scheda informativa riportata su ibs,com si legge:

Tra i guerrieri pellerossa il più famoso è stato senza dubbio il cheyenne Gambe di Legno (Wooden Legs), così chiamato per la sua incredibile resistenza fisica. Gambe di Legno partecipò alla battaglia del Little Big Horn contro Custer e fu contattato dall’autore del libro, Thomas Marquis, allo scopo di ricostruire il ricordo di quell’evento. Ne nacque invece una sorta di racconto lunghissimo sulla vita dei cheyenne prima di venire rinchiusi nelle riserve; un racconto vivissimo e dettagliato di tutti i fatti che riempivano le giornate della tribù, negli anni che vanno dal 1855 al 1877 circa. Il libro è prezioso per le descrizioni delle usanze guerriere e di tutti i giorni dei cheyenne e, più in generale, degli indiani delle grandi pianure di allora, quando quasi tutte le altre tribù erano ormai state sconfitte. Queste pagine hanno ispirato i capolavori che hanno reso omaggio agli Indiani di America e cantato la crudele scomparsa del loro mondo, tra cui “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn con Dustin Hoffman e la stupenda canzone “Fiume Sand Creek” di Fabrizio del André[2].

——–
NOTE

[1] Lariat: corda per il bestiame, lazo (termine in uso negli “Stati dell’Ovest” e derivante dal messicano la reaza, corda a laccio.
[2] Sulla strage del fiume Sand Creek (29 novembre 1864) sto periodicamente riportando quanto scritto nel libro di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee.

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Il 24 gennaio 1979, in uno dei momenti più drammatici della nostra storia recente, a Genova Guido Rossa veniva assassinato da un commando delle Brigate rosse.

Di origine veneta, aveva iniziato a lavorare in fabbrica a 14 anni. Nel 1961 si trasferì a Genova come operaio dell’allora Italsider. L’anno successivo viene eletto delegato di fabbrica per la Fiom-Cgil. Alla sua attività sindacale univa anche una intensa attività come volontario del Soccorso alpino, partecipando a svariati salvataggi in quota.

Il 1978 fu uno degli anni più difficili della storia italiana recente: a partire dall’anno prima le forze della sinistra legate al Pci avevano subito forti contestazioni da parte del Movimento 77, mentre l’attività delle Brigate rosse e dei loro fiancheggiatori aveva avuto un’accelerazione, culminata nel rapimento e assassinio di Aldo Moro. Il Pci e la Cgil presero definitivamente le distanze dalla lotta politica extraparlamentare.

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2015

Le primarie del Pd in Liguria sono valide perché i brogli scoperti riguardano “soltanto” 13 seggi e mille voti, e la Paita ha superato Cofferati di 4 mila. Dunque chissenefrega se la Commissione di garanzia sta ancora facendo accertamenti e se due Procure (tra cui una antimafia) hanno appena iniziato a indagare. L’ha detto Renzi: siccome il voto è truccato ma solo un po’, è tutto regolare, ha vinto la Burlanda, “il caso è chiuso” prim’ancora di aprirsi. E pazienza se a Napoli nel 2011 lo stesso Pd annullò le primarie per appena 3 seggi contestati: sarà l’inflazione. Ovvio che cinesi, nordafricani, ecuadoregni, alfanidi, fascisti e scajoliani sono corsi a votare spontaneamente e disinteressatamente, spinti da una irrefrenabile sintonia programmatica, mica perché li ha arruolati qualcuno. La frode e l’evasione fiscale sono brutte bestie, ma sotto il 3 % dell’imponibile diventano minuscoli errori, sviste innocenti. Ora magari escludiamo la frode per non salvare B. e lasciamo la soglia solo per l’evasione, così salviamo tutti quelli come B.. Del resto mica si può pretendere che l’Eni si accorga di evadere fino a 419 milioni l’anno, Allianz 290, Siemens 226, Enel 216, Axa 187, Unicredit 130, Intesa 105, Generali 72, Snam 48, Poste 46, Unipol 42, Luxottica 28, Mediolanum 16, Telecom 16. Con tutto quello che hanno da fare i nostri imprenditori-eroi. E, già che ci siamo, depenalizziamo pure la “dichiarazione infedele” fino a 150 mila euro (triplicando la soglia Tremonti, noto giustizialista), l’“omessa dichiarazione fraudolenta mediante artifici” fino a 30 mila euro di imposta evasa e 1, 5 milioni di imponibile sottratto al fisco o 5 % di elementi attivi indicati, e le fatture false fino a 1000 euro. Ok la lotta all’evasione, ma senza esagerare: evadere un po’ alla volta si può, anzi si deve, sennò dove li chiudiamo 11 milioni di evasori? Su con la vita, pensiamo alla salute. E il falso in bilancio? Brutto, per carità: suona proprio male. Ma un trucchetto ogni tanto fa bene alla pelle. Soglie di impunità anche lì. Quali? Inutile sforzare la fantasia, ché poi a Orlando viene l’ernia al cervello: copiamole da B., che ci aveva lavorato tanto. Buon peso: chi trucca la contabilità sotto il 5 % del risultato di esercizio o l’ 1 % del patrimonio netto non si processa più, anzi magari lo premiamo, almeno finché il falso in bilancio non diventa obbligatorio. Più sei ricco, più puoi rubare. L’importante è farlo un po’ per volta, senza dare troppo nell’occhio. Però poi – dirà qualche ingenuo – se ti beccano e ti condannano, non puoi più entrare in Parlamento. C’è la terribile Severino. Sì, ma l’accesso è vietato solo oltre i 2 anni di pena: sotto, ingresso libero. Pregiudicati, ma solo un po’: averne! Ora, fra l’altro, non saranno più neanche condannati: Orlando depenalizza 157 reati se commessi “in forma tenue”. Oltre alle specialità della casa, ci son pure gli “atti di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi”, la “fabbricazione o detenzione di materie esplodenti”, l’“istigazione alla pedofilia” e l’“occultamento di cadavere”: se un terroristello fa esplodere una bombetta tenue tenue, o un eversorino fabbrica o detiene un esplosivetto, o un pedofiluccio molesta un bimbo lievemente, non è più reato. Idem se uno paga o incassa una mazzettina, architetta una truffetta, occulta appena appena il cadavericchio di un nano. Il riscatto ai terroristi? Poco, 6 milioni nondipiù. Il favorito al Quirinale? Amato, già vice del pregiudicato latitante, ora candidato del pregiudicato ai servizi sociali. Lui però niente. È la regola di Giolitti – “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito” – elevata all’ennesima potenza. Siccome l’illegalità dilaga, combatterla è inutile: meglio legalizzarla in modica quantità, come per le droghe leggere, riabilitando le tanto vituperate demi-vièrges per le quali l’illibatezza è questione di centimetri. Nella Prima Repubblica un ministro alzò il livello lecito di atrazina nell’acqua e un altro voleva arruolare i contrabbandieri nella Guardia di Finanza. Però che strano: ci avevano detto che questa era la Terza, di Repubblica.

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Ieri avevo pubblicato su questo blog un redazionale, tratto da Contropiano.org che riportava come, in occasione di un voto estremamente importante, la compagine italiana presso il Gue, composta da Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, avesse votato in maniera quanto meno “strana”. Lo stesso sito Contropiano.org, sempre ieri, ha poi rettificato la notizia, ammettendo di essere incappato in un errore. Ne riporto la smentita.

Resta però il fatto gravissimo di un Parlamento europeo che continua ostinatamente ad appoggiare il governo golpista e fascista di Poroshenko, facendo la voce grossa contro la Russia. E, soprattutto, resta il fatto che la popolazione del Donbass si trova, ormai da mesi, in stato di guerra, nel fragoroso silenzio di quasi tutti i media occidentali.

In una versione precedente dell’articolo avevamo erroneamente scritto che alcuni partiti del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea e Nordica avevano votato a favore della mozione o si erano astenuti, messi fuoristrada da quanto riportato dal sito www.votewatch.eu che pubblicava il testo della mozione associato però all’esito del voto su alcuni emendamenti al testo ufficiale, sui quali effettivamente il gruppo del GUE si è diviso. Ce ne scusiamo con i diretti interessati e con i lettori, e di seguito pubblichiamo la precisazione dell’Europarlamentare Barbara Spinelli:

Circola in rete la notizia secondo cui diversi deputati del GUE/NGL avrebbero votato, il 15 gennaio a Strasburgo, a favore della risoluzione di mozione comune sull’Ucraina (tra questi, Barbara Spinelli e alcuni deputati della Linke) o si sarebbero astenuti (Curzio Maltese e Syriza). La notizia è destituita d’ogni fondamento: il GUE/NGL ha votato compatto contro la risoluzione maggioritaria (RC-B8-0008/2015) radicalmente antirussa. 
Purtroppo l’approvazione di quella risoluzione non ha permesso al GUE di votare la propria mozione (B8-0027/2015) che difendeva una linea diametralmente opposta e che resta agli atti.
La tesi di chi accusa Spinelli e la Linke di appoggio alla mozione maggioritaria rimanda a una pagina del sito indipendente http://www.votewatch.eu. Quella pagina riporta dati corretti, registrando la divisione all’interno del GUE su dei singoli emendamenti alla risoluzione approvata, ma non sulla risoluzione stessa. 
Tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati bocciati dal Parlamento europeo. Le differenze all’interno di ciascun gruppo parlamentare sugli emendamenti non sono infrequenti, soprattutto quando si discutono argomenti particolarmente drammatici. Ben altra rilevanza avrebbe la divisione sul voto finale, che tuttavia non c’è stata. Ed è bene che non ci sia stata, alla luce dell’offensiva militare che il governo di Kiev ha lanciato in questi giorni nell’Est dell’Ucraina.

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Contropiano.org 19 gennaio 2015

Proprio alla vigilia dell’inizio della nuova feroce offensiva militare dei golpisti ucraini che sta portando morte e distruzione nelle città del Donbass, lo scorso 15 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato una mozione che di fatto concede sostegno e legittimazione politica alle decisioni finora prese unilateralmente da alcuni governi e dalle istituzioni dell’Unione Europea, in prima fila nel sostegno al golpe nazionalista del febbraio dello scorso anno.

E anche quando si è trattato di imporre sanzioni alla Russia che non solo hanno portato la tensione tra i due blocchi alle stelle, ma hanno provocato gravi conseguenze economiche non solo alla Federazione Russa, ma anche a numerosi settori produttivi europei le cui esportazioni a Mosca sono state bloccate o notevolmente ridotte.

Di fatto la mozione, articolata in 28 diversi punti, da una parte chiede di estendere le sanzioni contro la Russia anche nel settore energetico, nonché di limitare la capacità delle imprese russe di condurre transazioni finanziarie internazionali; dall’altra concede sostegno politico incondizionato – e militare – alle forze nazionaliste e fasciste al potere a Kiev e configurando la Federazione Russa come una sorta di “nemico strategico” per gli interessi europei.

Solo per citare i punti più controversi, al punto 5 il documento condanna quella che viene definita la politica aggressiva ed imperialista della Russia, che costituisce una minaccia per l’unità e l’indipendenza dell’Ucraina e rappresenta una minaccia potenziale per l’Unione Europea; al punto 6 richiede la continuazione dell’odierno regime sanzionatorio dell’Unione Europea in particolare in occasione dell’imminente incontro del Consiglio del marzo 2015, dal momento che la Russia non rispetterebbe gli obblighi assunti; al punto 11 ricorda che “il 16 luglio il Consiglio dell’Unione Europea ha revocato l’embargo di armi nei confronti dell’Ucraina e che, conseguentemente, al momento non ci sono riserve, e nemmeno restrizioni legali, a che gli Stati Membri forniscano armi difensive all’Ucraina, la cui fornitura potrebbe essere basata su un accordo di affitti e prestiti”; al punto 13 afferma che l’UE debba esplorare tutti i modi per sostenere il governo ucraino a migliorare le sue capacità di difesa e di protezione dei suoi confini esterni, e che ciò sia possibile solo dalla trasformazione delle forze armate aderenti all’ex Patto di Varsavia verso un esercito che sia vicino ai membri dell’Unione Europea ed in particolare da inquadrare all’interno dei piani di addestramento e armamento già previsti e in atto.

Se era scontato il voto favorevole alla mozione da parte dei gruppi di centro destra liberali e conservatori e di quelli di centrosinistra socialdemocratici, molto grave – anche se non sorprendente – appare la spaccatura del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea e Nordica. In particolare la decisione dell’intero gruppo di Syriza di astenersi, oltre che la spaccatura del gruppo della Die Linke. Alcuni deputati della sinistra tedesca hanno addirittura votato a favore della ‘dichiarazione di guerra’ contro la Russia, così come ha fatto l’italiana Barbara Spinelli, mentre i suoi colleghi della Lista Tripras a Strasburgo hanno scelto di astenersi (Curzio Maltese) o di votare contro (Eleonora Forenza), dimostrando una volta ancora l’inconsistenza del progetto unitario della sinistra italiana e la subalternità culturale e politica di alcune delle sue componenti rispetto agli obiettivi e agli interessi del blocco imperialista europeo.

A differenziarsi da questo andazzo sono state altre forze politiche dichiaratamente comuniste aderenti al Gue mentre i due parlamentari greci del KKE, non hanno partecipato alla votazione. Nei giorni scorsi Ines Zuber, parlamentare comunista portoghese, aveva denunciato gli inaccettabili contenuti rispetto ai quali buona parte della sinistra europea in versione più o meno radicale ha deciso di non fare battaglia politica o addirittura di astenersi o votare a favore. Ritenendo evidentemente prioritario il proprio giudizio fortemente negativo sul governo russo rispetto alla denuncia della pesantissima opera di destabilizzazione da parte degli Usa e dell’Ue in Ucraina, che ha già provocato una sanguinosa guerra civile e l’inizio di una escalation economica e militare che un qualsiasi ‘incidente’ potrebbe trasformare in scontro aperto con la Russia.

Scriveva l’europarlamentare comunista portoghese alla vigilia del voto dell’assemblea di Strasburgo (l’intervento è stato tradotto interamente da http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/25003):

“E’ importante anche non dimenticare che USA e UE hanno cominciato a demonizzare il presidente ucraino deposto Yanukovich solamente quando si è rifiutato di firmare l’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’UE e “ha osato” chiedere aiuto finanziario alla Russia. E’ stato innanzitutto l’interesse di costoro a firmare accordi – come, del resto, hanno fatto dopo il colpo di Stato – a legare l’Ucraina ai meccanismi di dipendenza economica e politica nei confronti delle troike interne alla UE, che impongono tagli salariali, tagli dei diritti sociali, alienazione delle risorse naturali e dell’apparato produttivo nazionale, privatizzazione di importanti settori pubblici, e creazione di una zona di libero commercio in cui l’Ucraina viene a trovarsi in condizioni estremamente svantaggiose. Giorni fa Juncker ha annunciato un “aiuto” aggiuntivo di 1,8 milioni di euro a Kiev, che avrà come contropartita l’espropriazione delle sue ricchezze.

Ciò che oggi è stato avviato è il processo di fascistizzazione dello Stato dell’Ucraina. I partiti fascisti, ultra-nazionalisti e di estrema destra controllano milizie private che seminano terrore, repressione e violenza – anche attraverso assassini – tra tutti coloro che sfidano le autorità di Kiev, e controllano posizioni-chiave nei servizi di polizia e nei servizi segreti. Il Partito Comunista di Ucraina si trova sotto la minaccia di messa fuori legge (…). La popolazione del Donbass e i patrioti ucraini che resistono alla fascistizzazione dell’Ucraina – volgarmente descritti nei media dominanti come “terroristi filo-russi”, definizione condivisa da USA e UE – sono diventati il bersaglio di una guerra genocida.

Ciò che è in causa con la situazione ucraina è il consolidamento del progetto di accerchiamento della Russia che la NATO sta mettendo in pratica e soprattutto con la crescente dislocazione di mezzi ed effettivi militari della NATO nell’Europa dell’Est. Il dominio politico, economico e militare dell’Ucraina mira all’utilizzo di questo paese nella strategia della tensione e del confronto aperto con la Russia, il che comporta enormi potenziali pericoli per la sicurezza a livello mondiale”.

Solo una soluzione politica, faceva notare Ines Zuber, potrà mettere fine ad una crisi che al contrario potrebbe allargarsi; un accordo politico basato intanto sul riconoscimento delle Repubbliche Popolari come forze belligeranti oltre che delle rivendicazioni economiche e sociali delle popolazioni di quelle regioni che non hanno voluto obbedire all’imposizione di un regime contraddistinto da una visione russofobica e razzista dello stato e delle istituzioni ucraine.

Una posizione equilibrata che ha portato i comunisti portoghesi a votare contro la risoluzione – nessuna difesa a oltranza di Mosca, nessuna apologia dello scontro, anzi – e che poteva tranquillamente vedere la convergenza di tutte le forze della sinistra europea senza che dovessero necessariamente rinunciare al proprio giudizio critico nei confronti della Russia. Perché in gioco c’è evidentemente la pace e la capacità da parte delle forze di sinistra e popolari di indicare una via alternativa a quella guerrafondaia intrapresa – al proprio interno e all’esterno dei propri confini – dal blocco europeo, e non certo uno sterile referendum sulla natura di questo o quel regime politico nei paesi dove la competizione tra gli interessi delle grandi potenze provoca conflitti sempre più disastrosi.

Il testo integrale della mozione

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Gli economisti dell’austerità fanno coincidere cultura, lungimiranza ed etica con rigore, mercato e vincoli. Ma è la stessa esperienza in corso che boccia tale visione.

Sergio Bruno, Sbilanciamoci.info, 13 gennaio 2015

Ho detto che, ove si riuscisse ad arrestare l’attuale deriva delle strategie europee, occorrerebbe poi dotarsi di più strumenti culturali, di più lungimiranza, di più etica. Gli economisti dell’austerità fanno coincidere cultura, lungimiranza ed etica con rigore, mercato e vincoli. A mio avviso è la stessa esperienza in corso che boccia una tale visione. Occorre invece tornare agli insegnamenti suggeriti dall’esperienza storica e da una buona parte degli economisti e dei politici della prima parte del secolo scorso, aggiornando il quadro problematico per raccordarlo meglio alle trasformazioni intervenute da allora.

Il lungo periodo di grande espansione ed evoluzione che è durato dalla fine del 1800 agli anni 1970, sia pure con alti e bassi, con momenti di crisi evidenti come quelli degli anni 1930, con accelerazioni dai risvolti crudeli quali quelle dovute agli sforzi bellici, ha molto da insegnarci. Il processo espansivo ha visto sempre come protagonisti complementari lo stato, le imprese, i sindacati. Le egemonie sono state di volta in volta diverse. Una buona parte di tali esperienze è stata innescata dalle grandi imprese innovative, quelle che maggiormente hanno raccolto i frutti delle grandi invenzioni maturate in sede scientifica a partire dalla fine dell’ 800, spesso contribuendo alla loro maturazione e sempre al loro successo. Ma il mercato ha più volti, sicché non bisogna dimenticare il ruolo aggressivo e molto poco innovativo interpretato dalle grandi multinazionali (a partire da quelle del petrolio), le azioni miranti ad ottenere protezione dalla concorrenza potenziale, il freno esplicito a processi innovativi, la manipolazione dei media e della politica, ecc. Altri cambiamenti importanti sono legati all’iniziativa pubblica (penso alla Prussia di Bismark e alle azioni rooseveltiane, ma anche all’esperienza delle imprese pubbliche italiane, inglesi, francesi) , altri ancora alle spinte egualitarie perseguite dai sindacati (pensa all’Italia dei primi anni 1960).

Le imprese innovative comunque, nel corso dei primi decenni di quel periodo, hanno inventato e perseguito nuove strategie di relazioni industriali, volte a cooptare i lavoratori agli interessi aziendali attraverso contratti di lavoro di lunga durata e percorsi di carriera interni alle imprese stesse. Questo è accaduto mentre la maggior parte delle altre imprese continuavano ad usare le strategie ottocentesche, molto aggressive sia nei confronti dei lavoratori che delle altre imprese, tagliando costi e prezzi, sfruttando i lavoratori allo spasimo, negando loro diritti. Nel corso della prima metà del Novecento, tuttavia, il maggior successo delle imprese innovative finì per spingere quelle più tradizionali ad imitarle. Il risultato sistemico, statisticamente visibile fin dai primi anni 1960, fu quello di rendere i livelli di occupazione più stabili delle oscillazioni cicliche del prodotto1. La maggiore stabilità della maggior parte dei lavoratori e la garanzia per essi di una carriera ascendente all’interno delle imprese erano considerati, dalle imprese innovative, un fattore di vantaggio competitivo e dai lavoratori e dalle loro organizzazioni un fattore di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Il vantaggio competitivo era ulteriormente rafforzato ove la strategia dei mercati interni del lavoro veniva abbinata ad altre azioni, quali le politiche di attrazione e fidelizzazione della clientela, l’innovazione, la customer care, strategie riguardate tutte come migliori rispetto alle precedenti.

Interessante è che queste strategie innovative nelle relazioni industriali hanno avuto analoghe caratteristiche in paesi tanto diversi quali il Giappone di allora e gli USA, la Germania (e prima ancora la Prussia) e il Regno Unito, la Francia, tutte adattandosi alle specificità e alla cultura dei diversi Paesi: in Giappone il Nenko Joretsu e le sue successive evoluzioni; negli Stati Uniti le strategie di stabilizzazione nei territori orientali delle maestranze qualificate provenienti dall’Europa, con la creazione di rapporti di lavoro di lunga durata quali osservati e teorizzati da Clark Kerr2; in Prussia sfruttando la creazione del sistema di formazione professionale duale da parte di Bismarck, che aveva reintrodotto la cultura della formazione delle Gilde nel sistema delle grandi imprese, insieme alle garanzia offerte dalla creazione dei primi sistemi di sicurezza sociale e pensionistici (tra il 1881 e il 1889); nel Regno Unito attraverso le trade unions in quanto custodi dell’accesso al lavoro e dei requisiti di professionalità e i movimenti politici per il welfare state; in Francia attraverso la diffusione al campo privato del modello di stabilità napoleonico nei lavori in campo pubblico. A variare sono stati i tempi in cui le strategie sono emerse e il grado di protagonismo degli attori prima ricordati. Negli USA, ad esempio, il ruolo dei sindacati ha subìto una accelerazione a seguito delle politiche rooseveltiane, che incentivavano le imprese a fare patti tra loro per evitare rincorse al taglio dei prezzi, promettendone la ratifica a condizione di ammettere la presenza sindacale. Del resto l’impegno pubblico per il sostegno dell’occupazione era praticato da Roosevelt ben prima dell’apparire delle teorizzazioni di Keynes.

Questo modello di relazioni industriali, sempre più legato a politiche pubbliche espansive, cominciò a incontrare difficoltà con il rallentamento del tasso di crescita, che impediva un funzionamento efficiente del sistema delle carriere interne. Gli aggiustamenti operati nei diversi paesi a seguito delle difficoltà emergenti furono variegati, ma non emerse un genuino modello alternativo. Ovunque vi è stato, a partire dagli anni 1970, un indebolimento dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Questo fenomeno si è accompagnato al riemergere di una forte e ideologizzata egemonia del “mercato” e ad una avversione crescente (quanto meno a livelli ufficiali) nei confronti di attivi ruoli pubblici nelle attività economiche. Il mito del pareggio del bilancio è riemerso.

Nell’ultimo trentennio sembrano esservi due tratti distintivi forti rispetto al periodo di grande espansione, cui se ne aggiunge un terzo che riguarda l’area dell’Euro. I tratti distintivi, per quanto riguarda le economie più avanzate, sono costituiti da una formazione di risparmio monetario eccessiva rispetto agli investimenti produttivi e l’emergere conseguente e prorompente di fenomeni di finanziarizzazione. La peculiarità dell’area Euro, invece, è costituita dalla presenza di una Banca centrale cui è fatto divieto di sottoscrivere titoli del debito pubblico dei paesi membri al momento della loro emissione, dando luogo ad un sistema barocco per la creazione di moneta.

Quanto ai risparmi eccessivi va osservato che il rallentamento della crescita ha indotto un minore bisogno di investimenti netti. Ma il risparmio è aumentato quasi ovunque anche per motivi ulteriori. Il fenomeno ha preso forza negli anni 1970 a livello internazionale, quando gli shock petroliferi hanno convogliato una gran massa di moneta ai soggetti più ricchi dei paesi OPEC, che non sono stati capaci di aumentare, attraverso maggiori importazioni, la domanda di beni e servizi prodotti. In un primo tempo i vuoti di domanda indotti nei paesi industrializzati da tali comportamenti sono stati compensati tramite una espansione della spesa pubblica finanziata con la creazione di moneta, negli USA con i c.d. “petroldollari”. La tendenza all’eccesso di risparmio ha subito altre due spinte, connesse la prima all’aumento dell’incertezza dovuto al deterioramento di grosse componenti della spesa sociale, con una conseguente dilatazione delle attività coperte su basi assicurative, la seconda al peggioramento della distribuzione del reddito e della ricchezza. Più il futuro diviene incerto, più si risparmia. Gli assetti monetari dovuti all’eccesso di risparmio sono affluiti nei mercati finanziari (a partire dalle coperture assicurative ma non solo), inducendo acquisti massicci di assetti di ricchezza improduttiva e una crescita abnorme delle attività finanziarie.

Ma passiamo all’Europa. Dopo i “divorzi” delle BC europee dei primi anni 1980, che obbligavano gli stati a finanziare i deficit di bilancio solo emettendo titoli e lasciando poi alla discrezionalità delle BC nazionali la decisione su quanti titoli sottoscrivere creando direttamente moneta, nel decennio successivo venne introdotto in Europa il divieto per le BC di sottoscrivere all’emissione i titoli emessi dai paesi membri; un divieto poi trasferito alla BC europea. Lo scopo iniziale era quello di limitare ulteriormente, rispetto a quanto già erano in grado di fare i “divorzi”, la discrezionalità della sfera politica, eliminando al contempo possibili ostacoli che la Bundesbank avrebbe potuto porre al realizzarsi della moneta unica; un processo di cambiamento che le BC contavano fin dall’inizio di realizzare prescindendo dalla contestuale creazione di un vero bilancio federale.

Il debito pubblico per la cultura tedesca è, prima di qualsiasi riflessione sulle sue possibili sfaccettature, una mancanza ai doveri etici. Come tale è da sanzionare. Come seconda cosa esso è una somma da restituire per intero, seguendo orientamenti culturali e pratici mutuati dalla sfera familiare. L’ipotesi che la spesa pubblica e in certe condizioni il deficit di bilancio svolgano un ruolo nell’indurre produzione e accumulazione di capitale e nell’assicurare nel lungo periodo un adeguamento della quantità di moneta alla crescita della produzione non sembra sfiorare la modernissima cultura tedesca. Un quadro, questo appena descritto, reso più complicato dalla assenza di un bilancio federale. Come per i bilanci degli enti locali, infatti, il principio di pareggio per i singoli stati-locali di una Europa federale avrebbe senso, purché ciò avesse luogo all’interno di una realtà federale, con un bilancio che potesse andare in deficit quando opportuno.

Il quadro è poi reso ancor più complicato dalla circolazione internazionale dei titoli degli stati membri. E’ questa circolazione che ha generato equivoci sul “rischio paese”. Da un lato tale rischio viene connesso alle possibilità di restituzione e non invece, come dovrebbe farsi, con la capacità di sostenere gli oneri di interesse. Dall’altro si pretende che il rischio venga “pagato” esclusivamente dai debitori quando invece l’acquisto e il possesso di titoli a rischio è dovuta ai differenziali di interesse che tali titoli assicurano. Proprio perché considerati più rischiosi, sarebbe sensato che il costo associato al rischio venisse spartito anche con chi, consapevolmente, ha acquistato titoli rischiosi; possibilità è mal vista, visto che sono per lo più le banche dei paesi più forti e gli affaristi finanziari a detenere i titoli più redditizi.

La verità è che il sistema europeo di sottoscrizione dei titoli pubblici è rapidamente divenuto un modo per lasciare spazio agli interessi delle banche. La BCE infatti rende disponibile moneta alle banche affinché esse, con tale moneta, comprino i titoli al momento della loro emissione, riservandosi poi di acquistare i titoli stessi sul mercato secondario. Non solo le banche guadagnano da tutte queste intermediazioni, ma giustamente (dal loro punto di vista) speculano sul presunto rischio differenziale dei titoli dei diversi paesi. Che il meccanismo e tutto ciò che lo circonda sia perverso è divenuto ormai più di un sospetto (ovviamente nascosto, il bon ton prima di tutto!) per la stessa BCE che di recente, a fronte degli effetti negativi dell’austerità, ha in più occasioni detto (o minacciato?) di essere disposta a comprare titoli dei paesi membri in quantità massicce, venendo così meno alla filosofia che le banche centrali hanno edificato nel giro di trent’anni.

Occorrerebbe tornare ad una cultura che i decenni di cultura liberista hanno obliterato, tanto che i più giovani laureati in economia ignorano ciò che si pensava prima. Giova riassumerlo. Lo stato, per finanziare un deficit di bilancio, può sia emettere titoli che indebitarsi direttamente con la BC. In questo secondo caso si tratta di una partita meramente contabile, per cui o non vi sono interessi o si crea una banale partita di giro per cui lo stato paga interessi alla BC, che la BC stessa “retrocede” allo stato. L’emissione di titoli, di conseguenza, ha senso solo se lo stato intende rendere “attivi”, dal punto della produzione e dei consumi, risparmi eccessivi; risparmi cioè che eccedono gli investimenti in campo reale, deprimendo i consumi. Con l’emissione di titoli lo stato offre anche una sponda ai risparmiatori che non si fidano di altri impieghi. Il deficit quindi, in un modo o nell’altro, ha la capacità di attivare risorse, superando la contraddizione, dovuta a difetti di coordinamento tipici del mercato ma non insanabili, per la quale se una società ha bisogni insoddisfatti e risorse disponibili, quella società è male organizzata.

Con la scelta di dare priorità alla costruzione della moneta unica, si è di fatto rinunciato a procedere alla costruzione di un bilancio federale, bilancio che avrebbe dovuto incardinarsi inizialmente su due principi strategici: (1) rendere funzionale il bilancio stesso alla costruzione di una politica industriale e di sviluppo europea, capace di fare dell’Europa un vero polo competitivo a livello planetario (l’Europa della conoscenza cara a Delors; peccato che le spese per educazione, ricerca, sanità sono state le prime ad essere sacrificate nei paesi che più ne avrebbero avuto bisogno); (2) porre a carico del bilancio federale principi di solidarietà tra paesi.

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NOTE

1 Oi, W., 1963, “Labour as a quasi-fixed factor”, Journal of Political Economy
2 Kerr, C., 1954, “The Balkanisation of Labour Markets”, in E. Wright Bakke (Ed.) Labour Mobility and Economic Opportunity, MIT Press, Cambridge-Mass.)

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Il premio Nobel per l’economia Stiglitz ribadisce come la crisi dell’eurozona sia provocata da una serie incredibile di politiche sbagliate e che non potrà esserci una ripresa se non si rovescerà completamente la direzione. Ma il problema più grave è che gli elettori fanno cadere i governi solo per trovarsi altri governi che portano avanti le stesse politiche imposte da Bruxelles. E così non può continuare

ÈJoseph Stiglitz, Socialeurope.eu, 9 gennaio 2015

Finalmente, gli Stati Uniti stanno mostrando segni di ripresa dalla crisi scoppiata al termine dell’amministrazione del Presidente George W. Bush, quando la quasi-implosione del suo sistema finanziario ha destabilizzato il mondo. Ma non è una ripresa robusta; nella migliore delle ipotesi, il divario tra la crescita potenziale e quella effettiva non si sta allargando. Se si sta restringendo, lo sta facendo molto lentamente; il danno causato dalla crisi sembra essere di lungo termine.

Certo, potrebbe andare peggio. Al di là dell’Atlantico, non ci sono segnali nemmeno di una ripresa modesta come quella USA: il divario tra lo stato effettivo dell’economia europea e la sua crescita potenziale in assenza della crisi continua a crescere. Nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, il PIL pro capite è inferiore a quello di prima della crisi. Un quinquennio perduto si sta rapidamente trasformando in un intero decennio. Dietro le fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni delusi, e famiglie distrutte (o mai formate),  mentre la stagnazione –  in alcune zone vera e propria depressione – prosegue anno dopo anno.

Il popolo europeo è fatto di persone di grande talento, con una buona istruzione. I suoi paesi membri hanno ordinamenti giuridici solidi e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte dei paesi avevano anche delle economie efficienti. In alcune zone, la produttività oraria – o il suo tasso di crescita – era tra le più elevate del mondo.

Ma l’Europa non è una vittima. Sì, l’America ha gestito male la sua economia; ma, no, gli Stati Uniti non hanno fatto in modo di scaricare il peso della crisi globale sulle spalle dell’Europa. Il malessere dell’UE è auto-inflitto, provocato da una serie senza precedenti di decisioni economiche sbagliate, a cominciare dalla creazione dell’euro. Anche se progettato per unire l’Europa,  l’euro alla fine l’ha divisa e, in mancanza della volontà politica di creare quelle istituzioni che avrebbero consentito alla moneta unica di funzionare, il danno non è stato riparato.

L’attuale caos nasce in parte dall’aderire a quella fiducia  su mercati perfettamente funzionanti, privi di imperfezioni per quanto riguarda le informazioni e la concorrenza, che ormai è stata screditata da tempo. Ma anche la “hybris” ha giocato un ruolo. Altrimenti, come spiegare il fatto che, anno dopo anno, le previsioni dei funzionari europei sulle conseguenze delle loro politiche economiche si siano rivelate costantemente sbagliate?

Queste previsioni si son dimostrate sbagliate non perché i paesi dell’UE non siano riusciti a implementare le ricette prescritte, ma perché i modelli su cui si basavano quelle politiche erano completamente sbagliati. In Grecia, ad esempio, le misure volte a ridurre l’onere del debito hanno in realtà lasciato il paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-PIL è aumentato a causa dell’impatto brutale dell’austerità fiscale sul PIL. Alla fine, almeno il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso questi fallimenti intellettuali e di politica economica.

I leader europei rimangono convinti che le riforme strutturali debbano essere l’assoluta priorità. Ma i problemi che loro indicano erano già presenti  negli anni precedenti alla crisi, e non hanno fermato la crescita. L’Europa ha bisogno, più che di riforme strutturali all’interno dei paesi membri, di una riforma della struttura della zona euro stessa e di un’inversione delle politiche di austerità, che hanno sempre fallito nel tentativo di riaccendere i motori della crescita economica.

Coloro che pensavano che l’euro non sarebbe sopravvissuto si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno avuto ragione su una cosa: a meno che la struttura dell’eurozona non venga riformata e  rovesciata l’austerità, l’Europa non si riprenderà.

Il dramma in Europa è tutt’altro che finito. Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino.

Ma per quanto tempo può andare avanti così? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa abbiamo visto l’allarmante crescita di partiti nazionalisti estremisti, in contrasto coi valori dell’Illuminismo che tanto successo hanno dato all’Europa. In alcune aree, stanno nascendo grandi movimenti separatisti.

Ora la Grecia rappresenta ancora un’altra prova per l’Europa. Il calo del PIL greco dal 2010 è di gran lunga peggiore di quello registrato in America durante la grande depressione degli anni ’30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Antonis Samaras ha fallito, e ora, a causa dell’incapacità del Parlamento di scegliere un nuovo Presidente, il 25 gennaio si terranno elezioni anticipate .

Il partito di opposizione di sinistra Syriza, che si è impegnato a rinegoziare i termini del piano di salvataggio della Grecia da parte dell’UE, è in testa nei sondaggi. Se Syriza vince ma non prende il potere, la ragione principale sarà la paura di come l’UE potrebbe reagire. La paura non è la più nobile delle emozioni, e non darà luogo a quel genere di consenso nazionale di cui la Grecia ha bisogno per andare avanti.

Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’eurozona e non revoca l’austerità – una violenta reazione popolare diventerà inevitabile. La Grecia forse terrà duro stavolta. Ma questa follia economica non può continuare per sempre. La Democrazia non lo consentirà. Ma quanto dolore dovrà ancora sopportare l’Europa prima che la razionalità torni a prevalere?

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Felice Roberto Pizzuti, Il Manifesto, 14 gennaio 2015

Come era pre­ve­di­bile, l’annuncio delle ele­zioni anti­ci­pate in Gre­cia e i son­daggi che indi­cano al primo posto Syriza, la sini­stra di Ale­xis Tsi­pras, hanno fatto scat­tare la stra­te­gia dell’allarmismo eco­no­mico, una rispo­sta con­ser­va­trice che, tut­ta­via, rischia di essere negli­gen­te­mente ali­men­tata anche da chi la subi­sce il pro­cesso d’unificazione euro­peo si sta peri­co­lo­sa­mente invol­vendo e si avvi­cina la resa dei conti sul se e sul come potrà andare a compimento.

Una ipo­tesi otti­mi­stica è che l’inasprirsi delle posi­zioni tede­sche (e col­le­gate) indi­chi l’inizio dalla Grande Con­trat­ta­zione su come defi­nire la costru­zione dell’Ue. Le con­si­de­ra­zioni che le ban­che tede­sche sono oggi (rispetto al 2012) molto meno espo­ste verso il debito greco e che le pic­cole dimen­sioni dell’economia greca la ren­dano non «troppo grande per poter fal­lire», potreb­bero farla rite­nere la vit­tima ideale nella logica di «col­pire uno per edu­carne cento». Ma sarebbe una visione miope, da appren­di­sta stre­gone. Chi è ten­tato da que­sta stra­te­gia, ma anche i cri­tici «da sini­stra» del pro­cesso uni­ta­rio, dovreb­bero riflet­tere su due que­stioni. La prima è che per ognuno dei Paesi euro­pei è dif­fi­cile imma­gi­nare un’alternativa eco­no­mica e poli­tica migliore alla per­ma­nenza nell’Unione. La seconda è che oggi non è in discus­sione se costruire ex novo l’Unione euro­pea e/o la moneta unica, ma se pro­ce­dere alla neces­sa­ria riqua­li­fi­ca­zione delle scelte fatte – impron­tate ad un ini­quo e con­tro­pro­du­cente libe­ri­smo austero — tenendo conto che anche solo rece­dere ordi­na­ta­mente dalla moneta unica richie­de­rebbe molta più coo­pe­ra­zione tra gli attuali Paesi mem­bri che non per avan­zare verso una unione eco­no­mica e poli­tica più orga­nica e coesa. Ma non sarebbe facile tor­nare indie­tro senza aggra­vare crisi col rischio di esten­derla oltre la dimen­sione economica.

I con­tra­sti sulla costru­zione euro­pea si stanno con­cen­trano sulle poli­ti­che di bilan­cio da attuare (o imporre) nei paesi dell’Unione e l’esperienza greca si avvia ad assu­mere una valenza dimo­stra­tiva. Peral­tro, emerge una para­dos­sale con­ver­genza nell’enfatizzare il debito pub­blico: tra chi lo con­si­dera una “colpa” da rimuo­vere a tappe for­zate per poter riav­viare una cre­scita “sana” (la logica del fiscal com­pact) e chi tout-court lo vuole ripu­diare come scelta poli­tica ripa­ra­trice dell’economia ini­qua che l’ha creato. In entrambe le posi­zioni si tende ad attri­buire un ruolo sim­bo­lico al debito pub­blico che pre­giu­dica le pos­si­bi­lità di disin­ne­scarne gli effetti negativi.

Ele­vati e per­si­stenti debiti pub­blici pos­sono gene­rare pro­blemi per la cre­scita e per la distri­bu­zione del red­dito, ma per non cadere in demo­niz­za­zioni con­tro­pro­du­centi è neces­sa­rio anche tener pre­sente che essi non hanno tutti le stesse ori­gini e la stessa com­po­si­zione dei cre­di­tori. Ad esem­pio, il debito tede­sco ricon­trat­tato nella con­fe­renza del 1953 ori­gi­nava da ripa­ra­zioni di danni di guerra impo­sti dai paesi vin­ci­tori e riguar­dava rap­porti tra stati; l’accordo fu una scelta poli­tica lun­gi­mi­rante (diversa da quella suc­ces­siva alla prima guerra mon­diale che ali­mentò l’avvento del nazi­smo). La que­stione del debito greco che Syriza vuole ridi­scu­tere riguarda essen­zial­mente le con­di­zioni impo­ste nel 2012 dalla troika (Fmi, Bce, Ue) al governo greco per il piano di sal­va­tag­gio delle finanze pub­bli­che elle­ni­che impron­tato alla logica dell’austerità che non solo sta oppri­mendo le con­di­zioni economico-sociali del Paese, ma sta minando la cre­scita dell’intera Ue e le sue stesse pro­spet­tive d’esistenza. Anche in que­sto caso si tratta di una richie­sta di ricon­trat­ta­zione tra isti­tu­zioni che andrà valu­tata in un con­te­sto politico.

Il debito pub­blico ita­liano, che da decenni con­di­ziona la nostra eco­no­mia, riguarda pre­stiti con­tratti dallo stato ita­liano sui mer­cati che ogni anno ven­gono rin­no­vati per i titoli che arri­vano a sca­denza. Anche solo evo­care forme di con­so­li­da­mento da parte dei respon­sa­bili poli­tici ed eco­no­mici ita­liani pro­vo­che­rebbe rea­zioni dei mer­cati, degli altri stati, delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e nella società ben più con­crete di gene­rici allar­mi­smi; cosic­ché, prima di par­larne, sarebbe oppor­tuno almeno con­fron­tare pre­ven­ti­va­mente que­sti effetti con quelli di altre pos­si­bili poli­ti­che di rien­tro del debito.

A scopo esem­pli­fi­ca­tivo, ricor­diamo che il fiscal com­pact pre­vede che il rap­porto debito/Pil sia ridotto in 20 anni entro il 60%. Per l’Italia, ciò impli­che­rebbe avanzi annuali del bilan­cio pub­blico pri­ma­rio (al netto delle uscite per inte­ressi sul debito) la cui entità dipende dalla cre­scita nomi­nale del Pil (com­pren­siva dun­que dell’inflazione) e dal tasso medio d’interesse sul debito. Se nel pros­simo ven­ten­nio ci fosse costan­te­mente una cre­scita reale dell’1%, infla­zione allo 0,5%, e un tasso medio d’interesse nomi­nale sul debito del 3% (con­di­zioni tutte più favo­re­voli di quelle attuali), astraendo dalle con­di­zioni di com­pa­ti­bi­lità di que­ste ipo­tesi, per ridurre il nostro debito al 60% del Pil occor­re­rebbe ogni anno un avanzo pri­ma­rio del 6% del Pil (più di 3 volte quello pro­gram­mato per il 2015) cioè una mano­vra annuale cor­ri­spon­dente a 90 miliardi attuali. È del tutto evi­dente che mano­vre di que­sta entità non sareb­bero nem­meno lon­ta­na­mente soste­ni­bili né eco­no­mi­ca­mente né social­mente e comun­que avreb­bero effetti peg­gio­ra­tivi sulla cre­scita e sul rap­porto debito/Pil.

Se invece ci fosse una cre­scita reale del 3%, infla­zione al 3% e un tasso d’interesse sul debito del 4% (valori attual­mente molto otti­mi­stici, ma non ano­mali) sarebbe suf­fi­ciente ogni anno un avanzo pri­ma­rio dell’1,8% (valore leg­ger­mente infe­riore a quello pro­gram­mato dal governo per il 2015; il quale, però, non con­sen­tirà né di rilan­ciare la cre­scita né di ridurre l’incidenza del debito per­ché inse­rito in un qua­dro di poli­ti­che “austere” che inte­ra­gi­scono nega­ti­va­mente). L’esercizio serve ad evi­den­ziare come il rien­tro del debito pub­blico richie­de­rebbe oneri molto minori e comun­que soste­ni­bili se inse­rito in un cir­colo vir­tuoso ali­men­tato da poli­ti­che rivolte alla cre­scita del Pil, a bassi tassi d’interesse e a una mode­rata infla­zione che dovrebbe essere accom­pa­gnata da misure di sal­va­guar­dia del potere d’acquisto dei red­diti da lavoro.

Una poli­tica di que­sto tipo – che ripa­ghe­rebbe il debito con la cre­scita evi­tando gli effetti impre­ve­di­bil­mente rischiosi e con­flit­tuali di un default — avrebbe molte chance di suc­cesso pro­prio se effet­tuata a livello euro­peo, dove favo­ri­rebbe la cre­scita gene­rale (anche della Ger­ma­nia), la distri­bu­zione del red­dito e la ridu­zione delle diso­mo­ge­neità nazio­nali. La mag­giore dimen­sione e la minore aper­tura verso l’estero dell’intero sistema eco­no­mico con­ti­nen­tale con­sen­ti­reb­bero mag­giori mar­gini di scelta anche rispetto al neces­sa­rio miglio­ra­mento della qua­lità sociale ed eco­lo­gica della cre­scita, atte­nuando i vin­coli posti dall’equilibrio della bilan­cia dei paga­menti, dai mer­cati e dalla spe­cu­la­zione inter­na­zio­nali. Que­sti sareb­bero aspetti strut­tu­rali del New Deal euro­peo neces­sa­rio a ribal­tare la visione liberistico-austera che sta tra­sci­nando l’Ue nella crisi e verso la sua dis­so­lu­zione. È in que­sta dire­zione di cam­bia­mento con­creto — e non con quello gene­ri­ca­mente “stril­lato” fun­zio­nale all’allarmismo con­ser­va­tore — che dovreb­bero con­ver­gere tutte le forze pro­gres­si­ste euro­pee, a comin­ciare — per quanto ci riguarda più da vicino — da quelle della sini­stra italiana.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 15 gennaio 2015

«Il rischio per l’Europa non è Tsi­pras ma la Mer­kel». Que­sta verità espressa qual­che set­ti­mana fa da Piketty mi ha dato una botta di otti­mi­smo. Per­ché Piketty, pur non avendo alcun potere deli­be­ra­tivo, si è accre­di­tato come voce ascol­tata e rispet­tata (basti pen­sare alle astro­no­mi­che cifre rag­giunte dalla ven­dita del suo ultimo libro); e, sia pure sem­pre meno, l’opinione pub­blica ancora conta un po’.

Piketty non è del resto il solo eco­no­mi­sta impor­tante ad essersi espresso in que­sto senso su Syriza: sui più impor­tanti quo­ti­diani euro­pei e per­sino ame­ri­cani sono state non poche le voci auto­re­voli che hanno ana­liz­zato con serietà il pro­gramma del par­tito che nei son­daggi appare vin­cente nelle pros­sime ele­zioni gre­che, e ne hanno tratto la con­se­guenza che non si tratta di grida di un insen­sato estre­mi­smo, ma di pro­po­ste lar­ga­mente condivisibili.

Se que­sto è acca­duto è per­ché Tsi­pras non ha solo otte­nuto l’appoggio di così larga parte del popolo greco che chiede giu­sti­zia, ma anche di un bel nucleo di eco­no­mi­sti del paese che sono diven­tati suoi con­si­glieri (e alcuni can­di­dati a mini­stro nell’ipotesi di con­qui­stare la dire­zione del governo di Atene). Si tratta di ex stu­denti greci che, come tan­tis­simi, sono emi­grati nel mondo per fre­quen­tare le uni­ver­sità eccel­lenti del Regno Unito, della Fran­cia, della Ger­ma­nia; e anche di quelle ame­ri­cane. Per que­sto sono cono­sciuti e ascol­tati anche fuori dal loro paese.

Il potere deli­be­ra­tivo ce l’ha per ora que­sto ese­cu­tivo dell’Unione euro­pea che pro­prio nel suo ultimo ver­tice — sordo e cieco rispetto alla realtà greca – ha riba­dito le solite posi­zioni: no a ogni ristrut­tu­ra­zione del debito, ma solo un breve pro­lun­ga­mento dei tempi di resti­tu­zione. Del tutto insuf­fi­ciente a impo­stare una poli­tica di lungo periodo per garan­tire una ripresa eco­no­mica quale sarebbe necessaria.

Né le annun­ciate pro­messe di aumento della liqui­dità annun­ciate dalla Bce (il Qe, quan­ti­ta­tive easing) sem­bra pos­sano dav­vero aiu­tare: l’esperienza di que­sti anni sta lì a dimo­strare come ogni volta che le ban­che otten­gono soldi si affret­tano a darli ai big più sicuri e non ai pro­ta­go­ni­sti di una dif­fusa e minuta eco­no­mia autoctona.

Quanto la Gre­cia chiede non è l’elemosina, ma i mezzi per impo­stare un nuovo modello di svi­luppo, che non sia la ripro­po­si­zione di quello ete­ro­di­retto adot­tato negli anni pas­sati dagli spe­cu­la­tori stra­nieri in com­butta con quelli locali, respon­sa­bile di aver por­tato il paese alla catastrofe.

Senza nep­pure porsi qual­che inter­ro­ga­tivo auto­cri­tico l’esecutivo euro­peo, e i governi che ne sosten­gono le posi­zioni, non inten­dono capire che non si uscirà dalla crisi se non con un muta­mento radi­cale, non limi­tan­dosi a con­sen­tire ai cit­ta­dini un po’ più di inu­tile con­sumo nelle catene dei super­mar­ket inter­na­zio­nali (il modello degli 80 euro di Renzi). Una vit­to­ria di Syriza il pros­simo 25 gen­naio può aiu­tare tutti a ripro­porsi que­sto ordine di pro­blemi. Speriamo.

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