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Archive for 18 febbraio 2015

Dal numero 9 del settimanale “Sinistra Lavoro” (17 febbraio 2015) trascrivo il testo dell’intervento dal palco di Luciana Castellina, che credo non abbia bisogno di presentazione.

Mentre lo trascrivevo pensavo, fra me e me: sono passati solo quattro giorni, ma mi sembra trascorso tanto di quel tempo da sabato scorso. Sono infatti successe tante di quelle cose nel mondo che il tempo si è come dilatato.

Un’altra riflessione, molto più importante, è invece questa: trentuno anni fa – anche in questo caso il 14 febbraio, ma del 1984 – Altiero Spinelli pronunciava al Parlamento europeo un celebre discorso illustrando il Progetto di trattato che istituisce l’Unione europea. Questa ricorrenza di data potrebbe essere di buon auspicio: allora si ponevano le basi per l’unificazione politica dell’Europa; oggi, dopo poco più di una generazione, si stanno forse ponendo le basi per un profondo rinnovamento, per un cambio di marcia dell’Unione europea, visto l’esaurimento della spinta propulsiva di quella prima fase?

Luciana Castellina

Intervento dal palco di Luciana Castellina alla manifestazione nazionale del 14 febbraio

Non so se sono i greci che debbono ringraziarci per questa manifestazione grande, bella, unitaria che abbiamo promosso in tutta fretta perché a Bruxelles capissero bene che quanto lì si decide in questi giorni non riguarda solo Atene, ma tutti noi, tutti gli europei che vogliono un’Unione in grado di garantire più uguaglianza più democrazia più pace.

Un’Europa che almeno la smetta di ritenersi faro della civiltà quando è incapace di accogliere chi fugge da terre devastate dalla pesante eredità coloniale e dalle nostre più recenti, dissennate spedizioni militari. Proprio per questo sarebbe forse meglio dire che non sono i greci a dover ringraziare noi, ma noi che ringraziamo loro per quello che stanno facendo anche per noi, Noi che ringraziamo Aleksis e Yannis – (li chiamiamo ormai per nome perché non sono più solo compagni ma sono diventati amici).

Siamo noi che li ringraziamo perché lì a Bruxelles stanno combattendo anche per noi. Sono lì ed hanno avuto accesso a quelle stanze perché hanno avuto la forza ed il coraggio di sfidare Golia e la capacità di ricevere dal popolo greco la legittimazione a farlo. Sono lì a farsi ascoltare anche a nome nostro. (Direi che se la cavano piuttosto bene. La prova, lo sappiamo, è durissima, ma già dopo questi pochi/primi giorni sembrano procedere con fermezza, con la sicurezza di rodati statisti). Ne siamo orgogliosi e soddisfatti. (Avete visto le immagini in tv, sono loro a dominare la scena, e tutti si affrettano ad avvicinarsi a loro per stringergli la mano).

Perché hanno capito che i nostri amici hanno aperto un nuovo capitolo della storia dell’Unione europea: perché hanno avuto la determinazione – che fino ad oggi era mancata a tutti – di dire che così non va, che occorre cambiare proprio se si vuole salvare il progetto d’Europa. Non sono andati a Bruxelles a scusarsi per il loro debito e a mendicare aiuto, ma per dire alla troika che deve chiedere scusa.

Scusa per i danni che ha prodotto con le sue politiche. Scusa per essersi irresponsabilmente fidata di un governo corrotto e incapace. La catastrofe è oggi sotto gli occhi di tutti, Di anno in anno, dal 2008, le medicine di Bruxelles anziché alleviare i mali e avviare un nuovo corso hanno peggiorato la situazione della Grecia. Qualsiasi manager che avesse prodotto in quattro anni un crollo del Pil pari al 25% e ritenesse questo il metodo migliore per accumulare le risorse per ripagare un debito, verrebbe licenziato. Con tanto parlare di efficienza, il criterio potrebbe esser applicato anche ai funzionari di Bruxelles! Se hanno rovinato così la Grecia vanno messi in condizione di non nuocere più. È necessario farglielo capire.

Noi siamo qui per far sentire anche la nostra voce. Buon lavoro Alexis, buon lavoro Yannis.

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Oggi Fabrizio de André compirebbe 75 anni. Voglio ricordarlo con questo brano in versione live insieme a Massimo Bubola.

PS: Noto solo ora l’accostamento di due post che presentano nel titolo la parola “sbagliata”. È del tutto casuale, ma mi piace.

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Da anni Paul Krugman – premio Nobel per l’economia nel 2008 – va dicendo che il debito pubblico è cosa assai diversa rispetto al debito di un privato, famiglia, individuo o azienda che sia.

Il governo e la banca centrale americani hanno reagito in chiave anticiclica alla crisi economica, mentre in Europa continuano a essere predicate e praticate misure procicliche, fino ai veri e propri aborti concettuali del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio in Costituzione. Il trentennio d’oro dell’economica europea (all’incirca dal 1945 al 1975) è stato determinato da una politica fiscale totalmente diversa da quella attuale. Quando l’economia mostrava segni di cedimento, lo Stato interveniva investendo in opere pubbliche o altro; quando l’economia era in crescita, lo Stato si faceva da parte per incamerare risorse da utilizzare in occasione della prossima fase congiunturale negativa.

Certo, anche l’approccio keynesiano presentava dei difetti, specialmente dal punto di vista dell’applicazione pratica. Ma invece di lavorare per correggere i difetti, si è preferito voltar pagina, applicando in maniera acritica i dettati dell’economia neoliberista i quali, lo dico da profano supportato da innumerevoli letture, più che tendere al bene comune e alla crescita economica, furono studiati appositamente per incrementare le disuguaglianze in termini di distribuzione dei redditi e con l’obiettivo dichiarato di ridurre, se non cancellare, il ruolo dello Stato dall’economia.

Non solo gli economisti keynesiani o post-keynesiani sostengono che le politiche di austerità siano deleterie. Anche molti neoliberisti si sono accorti dei disastri che sono in atto e suggeriscono di porvi rimedio, allentando il rigore economico che pervade l’Europa. Ma niente viene fatto, ad esempio, per modificare lo statuto della Banca centrale europeo, o per modificare le regole del Fondo monetario internazionale.

Resta solo l’antica domanda: cui prodest? Di sicuro non a chi vuole che l’Europa finalmente si unifichi e si dia una politica comune, in ambito economico e sociale, in politica estera, per la tutela dei diritti dei cittadini, i quali – è inevitabile – prima o poi si ribelleranno a questo stato di cose. Nel frattempo i costi sostenuti sono elevatissimi sul piano sociale.

PS: se volete capire il significato del titolo del post, vi conviene leggere l’articolo di Krugman fino in fondo.

Il grande equivoco del debito pubblico

Paul Krugman, Internazionale, n. 1089, 13 febbraio 2015
(trascrizione per il web: Fondazione Luigi Pintor)

Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. Il debito non rende l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi

Paul Krugman

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008

Secondo molti economisti, compresa la presidente della Federal Reserve statunitense Janet Yellen, i guai dell’economia globale dal 2008 in poi sono dovuti soprattutto al deleveraging o riduzione della leva finanziaria (ovvero il tentativo simultaneo di ridurre il livello d’indebitamento in tutto il mondo). Perché la riduzione della leva finanziaria è un problema? Perché la spesa di Tizio è il reddito di Caio e la spesa di Caio è il reddito di Tizio: perciò, se tutti tagliano la spesa nello stesso momento, il reddito cala in tutto il mondo. Come ha detto Yellen nel 2009, “quelle che per i privati e le imprese sono giuste precauzioni – e anzi, sono essenziali per riportare l’economia alla normalità – purtroppo aggravano le difficoltà dell’economia in generale”. Quanti progressi abbiamo fatto nel riportare l’economia alla “normalità”? Nessuno.

Le autorità politiche e finanziarie hanno agito partendo da una lettura sbagliata del debito, e i loro tentativi di ridimensionare il problema in realtà lo hanno aggravato. Innanzitutto, i fatti: da un recente rapporto del McKinsey global institute intitolato “Debito e (non molto) deleveraging” emerge che il rapporto tra debito complessivo e pil non si è ridotto in nessun paese del mondo. Il debito privato è calato in alcuni paesi, specialmente negli Stati Uniti, ma è cresciuto in altri, e dove c’è stata una significativa riduzione dell’indebitamento delle aziende e dei cittadini il debito pubblico è cresciuto più di quanto è diminuito quello privato.

Qualcuno penserà che se non siamo riusciti a ridurre il rapporto tra debito e pil è perché non ci abbiamo provato: famiglie e governi non si sono impegnati abbastanza a stringere la cinghia, perciò ci vuole più austerità. La realtà, però, è che non abbiamo mai avuto tanta austerità. Come ha osservato il Fondo monetario internazionale, la spesa pubblica reale al netto degli interessi è scesa in tutti i paesi ricchi: ci sono stati pesanti tagli nei paesi indebitati dell’Europa meridionale, ma ci sono stati tagli anche in paesi come la Germania e gli Stati Uniti, che pure sono in grado di finanziarsi a tassi d’interesse vicini ai minimi storici.

Tutta questa austerità ha peggiorato le cose. Era prevedibile, perché l’invito a risparmiare si è fondato su un fraintendimento del ruolo del debito nell’economia. L’equivoco è evidente ogni volta che qualcuno si scaglia contro il deficit con slogan come “Smettiamo di rubare ai nostri figli”. Apparentemente suona bene: le famiglie che s’indebitano s’impoveriscono, perciò vale lo stesso per il debito pubblico, giusto? Niente affatto. Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. È vero che i paesi possono indebitarsi con altri paesi, ma dal 2008 l’indebitamento degli Stati Uniti con l’estero è diminuito, mentre l’Europa è in credito netto con il resto del mondo. Siccome sono soldi che dobbiamo a noi stessi, il debito non rende direttamente l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi.

Il debito può rappresentare una minaccia alla stabilità finanziaria, ma la situazione non migliora se per ridurlo si spinge l’economia verso la deflazione e la depressione. Il che ci riporta agli eventi delle ultime settimane, perché c’è un collegamento diretto tra l’incapacità di ridurre l’indebitamento e la crisi politica che sta emergendo in Europa. I leader europei sono convinti che la crisi economica sia stata provocata da un eccesso di spesa da parte di paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. La strada giusta, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, è il ritorno alla sobrietà. L’Europa, ha detto, dev’essere parsimoniosa come la proverbiale casalinga sveva.

Questo ha provocato una catastrofe al rallentatore. I debitori europei dovevano sì stringere la cinghia, ma l’austerità che sono stati costretti ad adottare è stata incredibilmente brutale. Nel frattempo, la Germania e altre grandi economie – che dovevano spendere di più per compensare la contrazione nella periferia – hanno cercato a loro volta di spendere meno. Così si è creata una situazione in cui ridurre il rapporto tra debito e pil è diventato impossibile: la crescita reale ha rallentato bruscamente, l’inflazione è scesa quasi a zero e nei paesi più colpiti è arrivata addirittura la delazione. I poveri elettori hanno sopportato questo disastro per un tempo sorprendentemente lungo, credendo alla promessa che presto i loro sacrifici sarebbero stati ripagati. Ma dato che le difficoltà continuavano ad aumentare senza produrre risultati, la radicalizzazione è stata inevitabile.

Chiunque si sorprenda della vittoria della sinistra in Grecia o dell’avanzata delle forze anti-establishment in Spagna non è stato abbastanza attento. Nessuno sa cosa succederà ora, anche se i bookmaker considerano sempre più probabile l’uscita della Grecia dall’euro. Forse i danni si fermeranno qui, ma io non credo: l’uscita della Grecia minaccerebbe l’intero progetto della moneta unica. E se l’euro fallirà, sulla sua lapide bisognerà scrivere: “Morto per un’analogia sbagliata”.

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Luciano Lago, controinformazione.info, 12 febbraio 2015

Ucraina, Lagarde (Fmi) annuncia: prestiti per 40 miliardi di euro in cambio di riforme (modello Grecia)

Il presidente ucraino Poroshenko con Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale

Se sei un “pupazzo” dell’Impero USA e consegni la sovranità del tuo paese ai potenti di Washington, ti arriveranno in abbondanza soldi, finanziamenti, armi e multinazionali in cerca di business e pronte a sfruttare le risorse del tuo paese. Se i ti metti invece in urto con questi poteri (come nel caso della Grecia), si chiudono i rubinetti finanziari e rischi il default.

Questa la lezione che si trae da due vicende parallele: quella dell’Ucraina da un lato, dove si è insediato (mediante un golpe) un governo “fantoccio” degli USA e quella della Grecia dove, grazie a libere elezioni, si è insediato un governo popolare ostile alle grandi banche ed ai diktat dalla UE.

Nel primo caso, grazie anche alla nomina di ministri con passaporto USA nel governo (vedi: L’Ucraina vara un governo con ministri stranieri) ed alla totale subordinazione di questo Stato alle direttive di Washington in funzione anti russa, tutto viene concesso, per salvare il paese dallo sfacelo economico dove lo ha trascinato la politica avventurista di una cricca di oligarchi filo americani.

Per l’Ucraina, oltre agli ingenti prestiti messi a disposizione dal FMI, ci saranno altri finanziamenti “multilaterali e bilaterali” per il paese entrato nell’orbita degli USA e della UE, la cui economia potrà nel complesso godere di un sostegno pari a 40 miliardi di dollari in quattro anni. Lo ha annunciato con orgoglio l’amministratore delegato del Fmi, Christine Lagarde, comunicando i termini dell’ intesa di massima con Kiev per un pacchetto da 17,5 mld di dollari dal Fondo, senza garanzie ma impegnando il governo di Kiev in riforme economiche “ambiziose”. (Le riforme “ambiziose” già attuate altrove: tagli alla sanità, licenziamenti, tagli alle pensioni, alla scuola, distruzione del welfare eccc.., in pratica il modello Grecia). Al FMI si affiancheranno altri organismi finanziari quali la Banca per la Ricostruzione e lo Sviluppo, oltre alla stessa BCE (quella che ha negato i finanziamenti alla Grecia), ha riferito la La Garde. In totale si tratta di “un pacchetto di finanziamenti” in quattro anni per 40 miliardi di dollari, ha precisato.

Discorso totalmente diverso per la Grecia che, nelle sue richieste per dilazione dei debiti e rinegoziazione delle condizioni di appartenenza alla UE, si è vista opporre un netto rifiuto sia dalla BCE che dall’Eurogruppo presso cui si stava conducendo il negoziato.

Il governo ucraino condurrà il negoziato con i vari finanziatori mettendo sul tavolo tutte quelle che sono le potenziali risorse del paese: miniere, vasti terreni agricoli, zone di prospezione petrolifera da dare in concessione alle multinazionali americane, servizi pubblici da dare in appalto, sanità pubblica ed ospedali da privatizzare, riforme del lavoro (tipo Jobs Act) per omologare il paese, ecc..

In conformità a questo piano, Hunter Biden, il figlio più giovane di Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti d’America, è entrato nel Consiglio di amministrazione della più importante compagnia di gas dell’Ucraina, la Burisma Holdings. Vedi: il figlio di Biden entra nella principale azienda di gas del paese .

Questo il prezzo ottenuto dal paese per essersi consegnato “spontaneamente” alla tutela degli USA sottraendosi ai precedenti accordi che intercorrevano con la Russia e gli altri paesi euroasiatici.

Questa vicenda può facilmente indicare quanto siano intimamente connesse le vicende politiche con le leve finanziarie di cui dispongono i poteri dominanti che dettano le regole a livello mondiale.

Se qualcuno ancora ingenuamente riteneva che finanza e scelte di politica internazionale fossero due settori separati, oggi si deve totalmente ricredere.

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