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Archive for 19 febbraio 2015

Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2015

Il professore emerito di Diritto costituzionale alla Sapienzia: “I grandi elettori del nuovo Senato saranno i consiglieri regionali: sono appena un migliaio. In Francia la platea è di 150mila persone

Alessandro Pace

Queste riforme s’hanno da fare. A tutti i costi, nonostante il Nazareno rotto. E se il premier ha tanta fretta di concludere, sul Corriere della Sera ci pensa il professor Cassese a rassicurare gli italiani: non ci sono tirannie all’orizzonte, la democrazia non corre pericoli. Molti costituzionalisti, da tempo, hanno espresso più di un dubbio sull’esito del combinato disposto tra Italicum e riforme costituzionali. Tra loro c’è Alessandro Pace, emerito di diritto costituzionale alla Sapienza. “Sono d’accordo con Sabino Cassese che la democrazia, per il momento, non corre pericoli e che non è in atto una svolta autoritaria. Questo però non significa che, a seguito del combinato disposto dell’Italicum e della riforma costituzionale non vengano pregiudicati quei principi supremi ai quali lo stesso Cassese si richiama”.

Allude al principio di rappresentanza?
Non solo, ma a questo riguardo non posso non ricordare che nella sentenza sul Porcellum la Corte costituzionale ha chiaramente sottolineato che le ragioni della governabilità non devono prevalere su quelle della rappresentatività. Ammesso pure che tale principio non sia violato dall’Italicum – il che è discutibile date le circoscrizioni troppo vaste, i capilista bloccati, le pluricandidature ecc. -, dovrebbe sollevare più di una preoccupazione il fatto che l’Italicum conceda il premio di maggioranza ad una sola lista e che la Camera dei deputati, con i suoi 630 deputati, possa senza soverchia difficoltà ricoprire tutte o quasi tutte le cariche istituzionali.

Qualche altra perplessità?
Ne avrei molte, mi limito a tre di cui le prime due nessuno parla. Primo: nel procedimento legislativo alla Camera dei deputati viene eliminato del tutto il passaggio nelle commissioni in sede referente, tranne alcune importanti materie previste nel primo comma dell’articolo 70. Eppure è a tutti noto che nel dibattito in commissione sta il cuore del processo legislativo. Secondo: il testo della Renzi-Boschi tace del tutto a proposito dei diritti delle minoranze parlamentari, la cui previsione viene invece demandata ai regolamenti delle Camere che vengono approvati a maggioranza… Ma ciò che mi sembra soprattutto sbagliato e pericoloso, è che, alla faccia dell’articolo 1 della nostra Costituzione, i senatori non saranno eletti più dal popolo, ma dai così detti “grandi elettori” che non sono altro che i consiglieri regionali. In Francia, dove le elezioni indirette sono serie, i grandi elettori sono 150mila, mentre in Italia sarebbero poco più di mille. Un’altra furbata, questa volta a favore delle consorterie locali! Eppure, nonostante tutto, il Senato continuerebbe a partecipare al procedimento di revisione costituzionale, a eleggere ben due giudici costituzionali e a partecipare alla funzione legislativa in non poche materie di grande importanza!

Siamo passati dalle riforme condivise con i due terzi del Parlamento alle riforme – e gentile concessione del referendum – a una riforma che alla fine sarà votata, al Senato, con voti raccogliticci.
Lei parla di voti raccogliticci, ma non pensa che tutta la legislatura sia stata, e sia, sotto “ricatto” del premier, dal momento che la Corte costituzionale l’aveva delegittimata avendo ritenuto incostituzionale il Porcellum col quale era stata eletta? Con la conseguenza che le Camere potrebbero essere sciolte se i parlamentari non si adeguano?

Il Parlamento viene convocato a tappe forzate: prima hanno contingentato i tempi, adesso stanno provando a sfiancarli con sedute notturne. Perché tanta fretta?
Perché Renzi sa bene che, per le ragioni appena dette, i parlamentari “eletti” della futura legislatura potrebbero essere meno docili di quelli “nominati” in questa.

La convince l’obiezione che la sentenza con cui la Consulta ha dichiarato il Porcellum incostituzionale, non crea problemi di legittimità al parlamento?
Sono d’accordo col mio amico Sabino che la sentenza n. 1 del 2014 “non tocca in alcun modo gli atti posti in essere” grazie al Porcellum, e che in essa è scritto “che non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali”, ma le “nuove” consultazioni elettorali – secondo la sentenza della Corte (e secondo logica) – avrebbero dovuto essere quelle conseguenti a scioglimento anticipato, e non quelle di lì a quattro anni. Ovviamente è sufficiente il buon senso, per rendersi conto che le Camere non possono essere sciolte in forza dell’intervento di un ufficiale giudiziario che ne esegua lo sfratto. Ma una cosa è riconoscere che non ci sono o non ci sono state le condizioni politico-istituzionali per lo scioglimento, altra cosa è trasformare una dichiarazione d’incostituzionalità in un semplice “memorandum” per le forze politiche…

Berlusconi, dopo il pentimento nazareno, si è detto preoccupato per una deriva autoritaria. Alcuni suoi colleghi lo vanno dicendo da tempo…
A me non piace parlare di deriva autoritaria: crea confusione con il regime di Pinochet e dei colonnelli greci. Più semplicemente dico che quella di Renzi sarebbe una svolta pericolosa perché elimina i contro-poteri, che non sono le autorità indipendenti, i magistrati o la Commissione europea. Sono i contro-poteri politici esterni come il Senato elettivo, e i contropoteri politici interni, e cioè i poteri parlamentari delle minoranze. Vi sarebbe invece il Partito della Nazione. Ebbene, più di Pinochet, ho paura che la Camera possa somigliare alla Fattoria degli Animali.

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Qualcuno, un paio di settimane fa, ha definito Varoufakis un nuovo supereroe greco. Un po’ deve essere vero perché, oltre ad aver girato come una trottola in lungo e in largo per l’Europa, riesce a trovare il tempo e la lucidità per scrivere articoli come quello che segue.

Fra l’altro, un testo dalla chiarezza cristallina che ci rivela quanto siano determinati (spero anche determinanti) i greci nell’affrontare questa fase della politica europea.

Chapeau.

PS: Questa può capirla solo un mio amico… Speriamo che continui così senza cravatta. Si è mai visto un supereroe con la cravatta? Che colpa ne ha se tutti quelli che incontra sono vestiti come banchieri? Ah già, sono banchieri: Dragji, Juncker, Lagarde…

Il ministro che cerca di convincere l’Europa

Yanis Varoufakis, 18 febbraio 2015

Sto scrivendo questo articolo a margine di un negoziato cruciale con i creditori del mio paese – un negoziato i cui risultati potranno segnare una generazione oltre a rappresentare un possibile punto di svolta per l’esperimento europeo e per quello dell’unione monetaria.

Gli esperti di teoria dei giochi tendono ad analizzare i negoziati trattandoli come giochi in cui i contendenti, proiettati esclusivamente sul proprio interesse individuale, tentano di accaparrarsi la fetta più grande della torta da dividere. Data la mia precedente esperienza accademica come ricercatore in teoria dei giochi, molti commentatori hanno affrettatamente avanzato l’ipotesi che, in qualità di nuovo ministro delle finanze della Grecia, avrei operato per ideare stratagemmi, bluff o opzioni nascoste utili a vincere non avendo nulla in mano.

Nulla può essere più lontano dalla verità di quanto è stato scritto in questi giorni.

Se la mia precedente esperienza con la teoria dei giochi ha avuto un effetto su di me, questo è stato quello di convincermi che sarebbe pura follia considerare l’attuale negoziato tra la Grecia e i suoi partner come un gioco da vincere o perdere grazie a bluff o sotterfugi tattici.

Il problema della teoria dei giochi è, come ho sempre tentato di spiegare ai miei studenti, che essa considera le motivazioni dei giocatori come un dato prestabilito a priori. Se si sta pensando ad una partita di poker o di blackjack questa assunzione non è particolarmente problematica. Ma nell’attuale negoziato tra la Grecia ed i suoi partners il punto centrale è esattamente quello di costruire delle nuove motivazioni. Si tratta di costruire una nuova mentalità che vada oltre le divisioni nazionali, che sostituisca una prospettiva pan-europea alla dicotomia creditore-debitore, in grado di porre il bene comune Europa al di sopra di politiche futili e di dogmi di comprovata tossicità se resi universali e una logica del noi a sostituire quella del loro.

Come Ministro delle Finanze di un piccolo paese immerso in una crisi fiscale, privo della propria banca centrale e visto dalla maggioranza dei suoi partner come un problematico debitore sono convinto che esista un’unica opzione: respingere qualunque tentazione di usare questo momento cruciale come un opportunità per sperimentare spregiudicate strategie presentando, altresì, in modo onesto, le attuali condizioni socio-economiche della Grecia, mettendo sul tavolo le nostre proposte per riportare la Grecia a crescere, spiegando perché queste sono nell’interesse dell’Europa e rivelando le linee rosse oltre le quali la logica e il dovere ci impediscono di andare.

La grande differenza tra questo governo greco e quelli che lo hanno preceduto è duplice: l’attuale governo è determinato nel volersi scontrare con interessi potenti e consolidati allo scopo di far ripartire la Grecia e riguadagnare la fiducia dei partner; ma è anche determinato nel non voler essere trattato come una colonia debitrice a cui si imponga di patire quel che deve. Il principio dell’austerità più intensa da imporre all’economia più depressa potrebbe apparire bizzarro se non avesse causato tante inutile sofferenze.

Mi viene spesso chiesto: cosa accadrà se l’unica strada per garantire il finanziamento del suo paese sarà quello di oltrepassare quelle linee rosse ed accettare misure che lei considera parte del problema più che della soluzione? Fedele al principio per cui non ho diritto di bluffare, la mia risposta è: le linee che abbiamo detto essere rosse non verranno oltrepassate. Altrimenti, esse non sarebbero delle vere linee rosse ma semplicemente dei bluff.

Ma mi viene anche chiesto: E se questo producesse ulteriori sofferenze per il suo popolo? Chi lo chiede sta implicitamente pensando che non può non esserci un bluff.

Il problema di questa linea di ragionamento è legato alla presunzione, propria anche della teoria dei giochi, che si viva in una sorta di “tirannia delle conseguenze”. Come se non esistessero circostanze per le quali si fa quello che è giusto non perché questo sia il frutto di un ragionamento strategico ma semplicemente perché… è giusto.

Contro questo cinismo, il nuovo governo greco ha intenzione di innovare. Noi dovremo rinunciare, nonostante le possibili conseguenze, ad accordi che siano sbagliati per la Grecia e sbagliati per l’Europa. Il gioco di estendere i termini del debito al prezzo di nuova austerity, cominciato nel 2010 quando il debito pubblico greco è divenuto non più rifinanziabile, finirà. Non più prestiti – non prima di aver definito un piano credibile per far crescere l’economia così da poter ripagare tali debiti, aver aiutato la classe media a rimettersi in piedi sulle proprie gambe e aver risolto l’odiosa crisi umanitaria. Non più “riforme” che si accaniscano contro poveri pensionati o farmacie a conduzione familiare senza scalfire in alcun modo la grande corruzione.

Il nostro governo non sta chiedendo ai suoi partners una via d’uscita per non ripagare i propri debiti. Noi stiamo chiedendo alcuni mesi di stabilità finanziaria che ci consentano di intraprendere il piano di riforme che la maggioranza del popolo greco può condividere e supportare, così da poter tornare a crescere e a essere nuovamente in grado di ripagare i nostri debiti.

Si potrebbe pensare che questo misconoscimento delle regole della teoria dei giochi sia dovuto all’effetto di una linea di sinistra radicale. Non è così. La maggiore influenza qui è quella di Immanuel Kant, il filosofo tedesco che ci ha insegnato come la ragione e la libertà dall’impero degli espedienti sono ottenibili facendo ciò che è giusto.

Come abbiamo capito che il nostro modesto piano di politica economica, che rappresenta la linea rossa che non siamo intenzionati ad oltrepassare, sia giusto in termini kantiani? Lo abbiamo capito guardando negli occhi le persone affamate nelle strade delle nostre città, osservando la nostra classe media sofferente e tenendo a mente tutti coloro che lavorano duro in ogni paese e in ogni città della nostra unione monetaria. Dopotutto, l’Europa riuscirà a ritrovare la sua anima solo quando avrà guadagnato nuovamente la fiducia del suo popolo mettendo gli interessi di quest’ultimo al centro della scena.

Yanis Varoufakis dal New York Times del 16 febbraio 2015, trad. Dario Guarascio. Fonte: Nuovatlantide.org)

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Questo appello, che non si può non condividere, è stato pubblicato ieri da Il Manifesto. Spero che l’appello, che si unisce a quello internazionale di economisti e accademici del 6 febbraio riesca ad aprire una breccia nel solido muro eretto dalla Troika intorno alla Grecia.

Alla speranza aggiungo una domanda provocatoria: è mai possibile credere che decine di economisti, intellettuali, giornalisti siano tutti contemporaneamente in errore, specie quando il loro numero è in aumento, visto che molti di quelli favorevoli alle pratiche di austerità hanno cambiato idea? Chi avrà mai ragione? Chi si ostina ostinatamente a proseguire su una via che si sta dimostrando insostenibile o chi auspica vengano adottate nuove soluzioni?

A me la situazione sembra simile a quella di Alitalia qualche anno fa. Tutte le altre compagnie aeree decisero di puntare sulle rotte a lunga percorrenza, abbandonando nei limiti del possibile quelle a medio raggio. Alitalia invece no, anche se i problemi erano molti altri. La nostra compagnia di bandiera decise di puntare tutto sul medio raggio, abbandonando il lungo. Cretini tutti e furbo uno? O furbi tutti e cretino uno?

Speriamo di non fare la fine di Alitalia.

Testo dell’appello

La richie­sta dell’Unione euro­pea alla Gre­cia di pro­se­guire con le cata­stro­fi­che poli­ti­che di auste­rity degli ultimi cin­que anni, è uno schiaffo alla demo­cra­zia e ai sani cri­teri economici.

Il popolo greco attra­verso ele­zioni demo­cra­ti­che ha rifiu­tato que­ste azioni, che hanno por­tato alla con­tra­zione del 26% della pro­pria eco­no­mia, al 27% del tasso di disoc­cu­pa­zione e hanno por­tato il 40% della popo­la­zione a vivere sulla soglia di povertà.

Con­ti­nuare con l’austerity signi­fica tra­dire la Ue e tra­dire i prin­cipi di demo­cra­zia, pro­spe­rità e soli­da­rietà. Il rischio è che l’austerity fini­sca per dare fiato a forze anti­de­mo­cra­ti­che tanto in Gre­cia, quanto in altri paesi.

Chie­diamo alla lea­der­ship euro­pea di rispet­tare la deci­sione del popolo greco e di con­ce­dere al nuovo governo il tempo per rime­diare alla crisi uma­ni­ta­ria e ripar­tire con la neces­sa­ria rico­stru­zione della deva­stata eco­no­mia nazionale.

Costas Dou­zi­nas, Jac­que­line Rose, Gior­gio Agam­ben, Sla­voj Zizek, Lynne Segal, Gaya­tri Spi­vak, Etienne Bali­bar, Judith Butler, Jean-Luc Nancy, Chan­tal Mouffe, David Har­vey, Eric Fas­sin, Joanna Bourke, Imma­nuel Wal­ler­stein, Wendy Brown, San­dro Mez­za­dra, Marina War­ner, Dru­cilla Cornell

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