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Archive for 20 febbraio 2015

Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato attuativi del Jobs Act (per la serie: “Dillo in italiano“) e quindi il mondo del lavoro italiano cambierà radicalmente. Si inizia a parlare di incostituzionalità di questa legge, di referendum abrogativo. Staremo a vedere. E staremo a vedere anche quali valutazioni farà il neo-presidente della Repubblica che, prima o poi, dovrà rompere il silenzio.

Dei temi di questo intervento, Landini ha parlato a Genova, concludendo la manifestazione dello sciopero generale il 12 dicembre scorso.

Soprattutto mi preme rilevare come, di nuovo, il sindacato faccia un appello alla classe politica, che sia interlocutrice delle istanze provenienti dal mondo del lavoro. Politica che, al momento rimane sorda. Dobbiamo fare in modo che la sinistra riprenda a dialogare con il sindacato e i lavoratori. C’è un immenso bisogno di ricucire questo rapporto ed è un lavoro che bisogna iniziare subito.

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È dalla sua capacità di superare le crisi,
andando avanti invece di tornare indietro,
che l’Europa scriverà la sua storia.
Lorenzo Bini Smaghi,
“33 false verità sull’Europa”,
Il Mulino 2014

Fra circa un’ora si scriverà quello che potrebbe essere un passo decisivo per il processo di integrazione europea. Alle 15 è infatti prevista una riunione straordinaria dell’Eurogruppo per discutere della proposta di estensione per 6 mesi del programma di assistenza finanziaria che scadrà fra pochi giorni (esattamente il 28 febbraio). La cronaca ci dice che ieri il governo greco presieduto da Alexis Tsipras ne ha fatto richiesta a mezzo di una lettera inoltrata a Bruxelles, visto il fallimento della riunione di lunedì 16 febbraio.

Yanis Varoufakis

Commissione e Parlamento europeo hanno inizialmente accolto favorevolmente le richieste greche, e la situazione sembrava essere sul punto di sbloccarsi fin quando non è arrivato il deciso NO di Berlino. Martin Jaeger, portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, ha sentenziato: “la proposta greca sia finanziata dai greci stessi”, vale a dire che dalla Repubblica federale non arriveranno altro soldi. La presa di posizione della cancelleria tedesca ha sorpreso lo stesso presidente tedesco del Parlamento europeo, Martin Schulz, che invece aveva dichiarato come “la lettera mostra che la Grecia si è mossa parecchio” e “rinuncia a molte cose che fino all’altro ieri erano indicate come non trattabili”.

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L’economia non è una scienza esatta, e lo sapevamo. Si basa su proiezioni e modelli matematici che sono fortemente influenzati dalla tipologia dei dati presi in esame. Un importante correttivo è quello di osservare la realtà e, in questo caso, la realtà ci dice che la situazione è ben differente da quanto scritto nei rapporti. E la realtà è quella fotografata dal “Terzo rapporto sull’impatto della crisi economica in Europa“, presentato ieri a Roma dalla Caritas, e dall’Istat in “Noi Italia. Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo“, edizione 2015.

Inoltre, i numeri non indicano quelli che sono i problemi strutturali veri, in particolar modo il fatto che in Italia abbiamo un comparto produttivo piuttosto obsoleto, nel quale l’innovazione è rimasta assente da anni. Un dato interessante è quello del rapporto fra crescita economica (in termini di Pil) e grado di sviluppo informatico della popolazione (misurato in base al numero di famiglie con accesso alla rete), che ci vede fra i fanalini di coda insieme a Portogallo e Spagna, fra i paesi dell’area euro (purtroppo nel vasto mondo di Internet non riesco a trovare il grafico e mi mancano i dati per ricostruirlo).

Un ultima considerazione su Pier Carlo Padoan che, come si nota dalle brevi note biografiche disponibili su Wikipedia, ha avuto un percorso intellettuale e professionale interessante, dai primi lavori pubblicati su Critica Marxista fino all’Ocse del quale è stato vice segretario generale e capo economista.

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia del governo Renzi

Riccardo Chiari, Il Manifesto, 19 febbraio 2015

Europa paranoicaMentre l’Ocse promuove le riforme strutturali del governo Renzi e assicura la crescita, l’Istat e la Caritas fotografano lo stato delle cose nella penisola e in tutto il vecchio continente. Numeri desolanti, fra disoccupazione, impoverimento generale e milioni di giovani neet. Ma Padoan insiste: “La direzione è quella giusta”.

L’Ocse stende un tap­peto rosso al governo Renzi ipo­tiz­zando un pil ita­liano in cre­scita, gra­zie natu­ral­mente alle “riforme strut­tu­rali”, dalle pen­sioni al jobs act. C’è da toc­care ferro, rileva subito la Cgil, dato che negli ultimi sette anni l’organizzazione che rag­gruppa i 34 paesi più abbienti del pia­neta ha sba­gliato siste­ma­ti­ca­mente le pre­vi­sioni. Men­tre lo stato delle cose è foto­gra­fato dall’Istat e dalla Cari­tas Europa. E non è un bel leg­gere, visto che i numeri del rap­porto “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo” par­lano soprat­tutto di disoc­cu­pa­zione, ridu­zione della capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, e di un gene­rale impo­ve­ri­mento. Con­cetto riba­dito su scala con­ti­nen­tale dalla Cari­tas, pronta a segna­lare che nella Ue a 28 c’è un rischio di povertà o di esclu­sione sociale del 24,5%. Un euro­peo su quat­tro, 122,6 milioni di per­sone. Men­tre nei sette paesi più “deboli” (Ita­lia, Por­to­gallo, Spa­gna, Gre­cia, Irlanda, Roma­nia e Cipro) si sale addi­rit­tura al 31%.

Di fronte al dato ita­liano del 28,4%, il vice­di­ret­tore di Cari­tas Ita­liana, Paolo Bec­ce­gato, osserva: “Anche l’Italia è diven­tata più povera e meno giu­sta, per le poli­ti­che di auste­rità che in tutta Europa non solo non hanno risolto i pro­blemi, ma hanno lasciato sul ter­reno morti e feriti, con i poveri che hanno pagato il prezzo più alto. Ed è cre­sciuto mol­tis­simo il tasso di insta­bi­lità sociale”. Per forza: l’Istat rileva dalle nostre parti oltre 10 milioni di per­sone in con­di­zioni di povertà rela­tiva (il 16,6% della popo­la­zione), con una spesa per con­sumi infe­riore alla soglia di rife­ri­mento. Men­tre la povertà asso­luta, che non con­sente stan­dard di vita accet­ta­bili, coin­volge il 7,9% delle fami­glie. Quasi 6 milioni di italiani.

Poveri, pove­ris­simi, e senza lavoro: nel 2013 hanno lavo­rato meno di sei per­sone su dieci in età com­presa tra i 20 e i 64 anni, con un tasso di occu­pa­zione sceso sotto quota 60% (59,8%). Sola­mente Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna hanno pre­sen­tato per­cen­tuali infe­riori, in un indi­ca­tore che l’Ue con­si­dera stra­te­gico. Con il chi­me­rico l’obiettivo del 75% per il 2020. Otti­mi­stico al pari delle stime dell’Ocse, che nel suo “Eco­no­mic sur­vey” sull’Italia assi­cura: “Se il governo ita­liano riu­scirà ad attuare il suo pro­gramma di riforme ambi­zioso e di ampio respiro, potrebbe deter­mi­narsi un incre­mento del pil pari al 6% entro i pros­simi dieci anni”.

Il segre­ta­rio gene­rale dell’Ocse, Angel Gur­ria, arriva a dire: “L”Italia è tor­nata”. Spel­lan­dosi le mani di fronte alle “riforme” di Monti, Letta e Renzi: “Ini­zia­tive neces­sa­rie per rilan­ciare la pro­dut­ti­vità — le defi­ni­sce — e rimet­tere l’economia sulla strada di una cre­scita dura­tura”. A seguire le stime: il pil dell’Italia dovrebbe cre­scere quest’anno dello 0,4%, e nel 2016 dell’1,3%. Con un tasso di disoc­cu­pa­zione — in calo minimo — al 12,3% quest’anno e all’11,8% il pros­simo. E un rap­porto debito/pil fon­da­men­tal­mente sta­bile, al 132,8% in que­sto 2015 e 133,5% nel 2016.

Anche se il com­pito è arduo, Pier Carlo Padoan sprizza ancor più otti­mi­smo. Tanto da dimen­ti­carsi dei numeri: “L’Ocse ci dice che la dire­zione è giu­sta e i risul­tati si vedranno – dichiara il super­mi­ni­stro eco­no­mico — saranno posi­tivi in ter­mini di cre­scita, occu­pa­zione, sta­bi­liz­za­zione della finanza pub­blica e abbat­ti­mento del debito”. Intanto però l’Istat cer­ti­fica: “Il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in disa­gio eco­no­mico, sono 14,6 milioni di indi­vi­dui. E circa la metà, il 12,4%, si trova in grave dif­fi­coltà”. Così come lo sono i due milioni e mezzo di ita­liani tra 15 e 29 anni che non stu­diano e non lavo­rano, i cosid­detti Neet. Dati 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under 30, più di uno su quat­tro. Nell’Ue fa peg­gio solo la Gre­cia (28,9%). Ma tutto que­sto Padoan non lo sa. O meglio finge di non saperlo, al pari dei numeri sulla sanità pub­blica, con l’Italia agli ultimi posti Ue per spesa e posti letto. “Usiamo sem­pre due para­me­tri per capire cosa con­cre­ta­mente sta suc­ce­dendo – tira le somme Susanna Camusso — il livello della disoc­cu­pa­zione, e nes­suno ne pre­vede una signi­fi­ca­tiva ridu­zione, e la capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, ed è evi­dente a tutti che c’è un impoverimento”.

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Annamaria Testa, Internazionale, 17 febbraio 2015

Qui sotto potete leggere il testo che accompagna una petizione in favore di un uso più accorto della lingua italiana da parte di chi ha ruoli e responsabilità pubbliche. Non è una battaglia di retroguardia, e non è un tema marginale. Non è neanche una battaglia contro l’inglese ma va, anzi, in favore di un reale bilinguismo.

 
La petizione chiede all’Accademia della Crusca di farsi portavoce di questa istanza, che può aver peso e buon esito solo grazie all’appoggio di tutti noi.
 Perché è importante che firmiate? Perché la lingua italiana è un bene comune: ci appartiene, ha un valore grande ed è nostro compito averne cura.
 Se siete d’accordo potete firmare su Change.org: vi basta un minuto. E poi parlatene e fate girare il testo in rete. E dai… fatelo subito. L’hashtag è #dilloinitaliano

La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Oggi parole italiane portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo.

Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (manager viene dall’italiano maneggiare,discount da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto.
 La stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso.

Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già.
 Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole di qualsiasi lingua come meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti cominciare a interrogarci sulle parole che usiamo. A maggior ragione potrebbe farlo chi ha ruoli pubblici e responsabilità più grandi.

Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese, hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire form quando si può dire modulo, jobs act quando si può dire legge sul lavoro, market share quando si può dire quota di mercato? Perché dire fashion invece di moda, e show invece di spettacolo?

Chiediamo all’Accademia della Crusca di farsi, forte del nostro sostegno, portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per le quali scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.

  1. Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
  2. Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
  3. La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
  4. Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
  5. In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
  6. Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
  7. Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
  8. L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.

Se siete d’accordo firmate su Change.org, parlatene, condividete in rete. E fatelo adesso.

Grazie!

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