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Archive for the ‘Costituzione Italiana’ Category

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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Giuseppe Palma, Scenari Economici, 10 settembre 2015

Mentre a Cernobbio andava in scena lo “spettacolo” del sistema che si autoconsolida e fa quadrato attorno a se stesso (sintomo che è prossimo al collasso), a Roma tutti sembrano essersi dimenticati del FISCAL COMPACT, il quale – a partire dal 2016 – renderà di fatto il nostro Paese una “colonia europea” priva di qualsivoglia potere sovrano di autodeterminazione.

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Angela Mauro, Huffington Post, 12 marzo 2015

Tra Matteo Renzi e la minoranza Pd scoppia un altro incendio. Come se non bastassero le polemiche seguite all’approvazione della riforma costituzionale alla Camera, le minacce di scissione, gli annunci di votare no sull’Italicum qualora non venisse modificato.

Pier Luigi Bersani

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Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2015

Stefano Rodotà

E dunque, nonostante i Nazareni tramontati e i mal di pancia dei dissidenti Pd, si va verso la riforma del Senato. “Questa riforma è un cambiamento radicale del sistema politico-istituzionale: cambia la forma di governo e viene toccata la forma di Stato”, spiega Stefano Rodotà, emerito di diritto civile alla Sapienza. “E dire che si sarebbe dovuto procedere con la massima cautela: questo Parlamento è politicamente delegittimato dalla sentenza della Consulta. Invece si è scelto di andare avanti imponendo un punto di vista non rivolto al Parlamento, ma a un patto privato, il Nazareno”.

Lei – come altri “professoroni” – è stato da subito molto critico.
La riforma è un’occasione perduta: la discussione che all’inizio era stata generata dalle proposte del governo, aveva determinato una serie di indicazioni che non erano tese all’immobilismo, ma partivano da due premesse . Il Titolo V è stato un disastro e il bicameralismo perfetto non può essere mantenuto: si poteva inventare – era possibile – una forma di organizzazione che concentrasse il voto di fiducia nella Camera superando il sistema attuale, creando nuovi equilibri e controlli e non scardinando la Repubblica parlamentare voluta dalla Costituzione. Ora si comincia ad avere la consapevolezza di ciò che sta accadendo: molti tra quelli che avevano detto “non esageriamo, non si dica svolta autoritaria ” stanno cambiando idea. Si parla di un’Italia a rischio “democratura”, di tendenze plebiscitarie, di deperimento del sistema dei controlli. Se ne sono accorti un po’ tardi.

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Per giustificare l’abolizione dell’articolo 18 hanno tirato in ballo decine di ragionamenti, o meglio pseudo-ragionamenti. Di essi, la maggior parte completamente assurdi (la realtà dei fatti penso sia quella descritta da Michele Prospero nel sottostante articolo del Manifesto). A un certo punto di questa narrazione, però, qualcuno ha detto che l’abolizione dell’articolo 18 avrebbe incentivato gli investimenti in Italia da parte di imprenditori e imprese straniere. Quasi nessuno ha osato argomentare contro questa affermazione, e le repliche sono state, almeno quelle di cui sono venuto a conoscenza, deboli e confuse. Nessuno ha osato contrastare il dogma.

La vera novità, comunque, è che ci siano riusciti a cancellare quel che rimaneva dello Statuto del 1970. Finora tutti i tentativi di farlo erano stati impediti dalla mobilitazione dei lavoratori o dalla lotta politica.

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Maurizio Viroli, Jack’s blog, 15 febbraio 2015

I giuristi del XIV secolo parlavano di tirannide tacita o velata: niente armi, niente proscrizioni, niente esili. Bastano dei servi tenuti al guinzaglio con la vecchia minaccia di togliere loro i privilegi

Maurizio Viroli

Un Parlamento eletto in base a una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte stravolge una Costituzione approvata da un’Assemblea costituente eletta secondo un equo sistema proporzionale che garantiva piena rappresentanza a tutte le forze politiche. Il che significa che chi non ha potere pienamente legittimo, neppure per legiferare e governare, rovina la Carta fondamentale approvata da un’Assemblea costituente che aveva piena legittimità.

Una Costituzione approvata a larga maggioranza (quasi l’88% dell’Assemblea costituente) dopo lungo, serrato, colto e serio dibattito nelle commissioni e in assemblea plenaria, viene modificata a stretta maggioranza senza seria discussione. Il metodo delle larghe intese, osannato da tanta parte dell’opinione pubblica e apertamente sostenuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vale dunque per formare il governo e legiferare, ma non per riformare la Carta fondamentale che definisce le regole per governare e per legiferare. Nessuna parola, nemmeno un monito da parte del capo dello Stato? E quale sarebbe la necessità impellente di abolire il Senato elettivo per sostituirlo con un Senato di nominati da istanze inferiori, consigli comunali e regionali, con potere di concorrere alla riforma della Costituzione? Nessuna.

Illustri colleghi costituzionalisti di chiara fama affermano che non c’è alcun rischio di svolta autoritaria o antidemocratica. Hanno pienamente ragione. Non esiste alcun rischio in tal senso: la svolta autoritaria c’è già stata e consiste nel metodo usato per riformare la Costituzione. Svolta autoritaria secondo uno dei significati propri del termine: un uomo animato da volontà di dominio scatena contro le istituzioni repubblicane una pletora di servi che dipendono da lui per avere il privilegio di rimanere in Parlamento o di essere rieletti.

Addirittura Renzi si permette di minacciare i recalcitranti che se non passa la sua riforma della Costituzione “si va alle elezioni”, come se avesse il potere di sciogliere le camere! Dimentica, o fa finta di dimenticare, il dinamico riformatore, che sciogliere le Camere è prerogativa del capo dello Stato. Ma per Renzi questa distinzione, che è fondamento dell’ordinamento repubblicano, è troppo sottile: si sente già capo del governo, capo dello Stato e padrone del Parlamento.

I giuristi del XIV secolo parlavano di tirannide tacita o velata: niente armi, niente proscrizioni, niente esili. Bastano dei servi tenuti al guinzaglio con la vecchia minaccia di togliere loro i privilegi e con loro dare a un uomo un potere senza limiti. Possibile che i cittadini italiani, tranne piccole minoranze, non si rendano conto dell’inganno messo in atto contro la loro dignità? Pare, purtroppo, che sia così.

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Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2015

Il costituzionalista è intervenuto nel dibattito “Meno democrazia?” organizzato dalle associazioni “Libertà e giustizia” e “I popolari” a Torino: “Bisogna interrogarsi sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato”

Gustavo Zagrebelsky

“Un degrado, quasi il punto zero della democrazia”. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha commentato così la discussione delle riforme in Parlamento e le polemiche sulla decisione del presidente del Consiglio di andare avanti nonostante le polemiche dell’opposizione. “Bisogna interrogarsi”, ha detto il presidente emerito della Corte Costituzionale, “sulle cause e su chi ha determinato le condizioni in cui ciò si è verificato”. Dubbi simili a quelli espressi dal costituzionalista Alessandro Pace che, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ha detto che “le Camere si trovano sotto ricatto”.

Zagrebelsky è intervenuto nel corso del dibattito organizzato dalle associazioni “Libertà e Giustizia” e “I Popolari” sul tema “Meno democrazia? e ha rivelato le sue perplessità sulla situazione politica e sul dibattito in Parlamento. “Sono 40 anni”, ha detto, “che si parla di riforme costituzionali, chiediamoci in che direzione vanno quelle che sono in cantiere: in quella di aprire spazi alla politica e alla democrazia o piuttosto di valorizzare il momento esecutivo, che non è compatibile con l’ampliamento della democrazia?”.

Secondo Zagrebelsky, che nel suo intervento ha ammonito la politica a lavorare in un “clima costituente“, bisognerebbe porsi la domanda se siano più importanti “le regole costituzionali o la qualità di chi le fa funzionare perché una cattiva Costituzione nella mani di una buona politica produce comunque risultati accettabili, mentre la migliore Costituzione nelle mani della cattiva politica produce risultati cattivi”. Riferendosi, infine, all’eventualità del referendum confermativo, il giurista ha invitato a fare attenzione perché, ha detto, “qui ci si gioca moltissimo. Se è richiesto dal Governo sarà un plebiscito e sarà un voto di schiacciamento da una parte o dall’altra. Si sta giocando una partita che può essere terribile”.

Nei mesi scorsi Matteo Renzi aveva liquidato i commenti dei costituzionalisti dicendo di “aver giurato sulla Costituzione e non sui professoroni“. E lo stesso Zagrebelsky, in occasione della festa del Fatto Quotidiano “Partecipa” ha rivelato di aver ricevuto una telefonata del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi che cercava di scusarsi per l’equivoco: “Abbiamo a che fare con la stampa, per cui le parole che usiamo più sono pesanti, più passano”, gli ha detto al telefono per giustificare le espressioni usate dal presidente del Consiglio. Ma secondo il costituzionalista sarebbe stato solo un modo per dimostrare che il governo stava cercando di sentire più esperti possibili sulle riforme.

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Pancho Pardi, MicroMega, 31 gennaio 2015

Il Parlamento eletto con una legge che la Corte Costituzionale ha giudicato gravata da profili di incostituzionalità ha scelto come nuovo Presidente della Repubblica proprio un giudice di quella stessa Corte. C’è un sapore di ironia. Niente di irregolare: la stessa sentenza della Corte stabiliva che nello Stato non può esservi vacanza dei poteri, per cui anche un Parlamento eletto in quel modo deve comunque sussistere e operare. Dunque è necessario che elegga il Capo dello Stato. Ma restano i profili di incostituzionalità sulla sua formazione.

Non pochi costituzionalisti hanno sostenuto che perciò il Parlamento, libero di legiferare su tutto, dovrebbe astenersi dal toccare la Costituzione. E invece è proprio quello che vuole fare. Non solo: lo fa con la ferma intenzione di stravolgerla su una questione fondamentale: la sottomissione definitiva della rappresentanza politica al primato intoccabile della governabilità. Questo è il significato effettivo del declassamento del Senato accoppiato alla riforma elettorale.

Fino a ieri solo i critici del riformismo governativo sostenevano con ricchezza di argomentazioni che le due riforme in corso avrebbero determinato la trasformazione di una minoranza parlamentare in una maggioranza abnorme, plasmato questa falsa maggioranza come strumento docile nelle mani di chi ha avuto il potere di farla eleggere, consegnato alla fine al leader di turno un potere senza limiti e senza controllo. Critiche respinte seccamente da tutti i responsabili delle modifiche in corso.

Ma nell’affollarsi dei commenti politici e giornalistici di oggi ormai non c’è più nessuno che neghi la realtà non smentibile. È ormai un coro unanime: con la riduzione a una sola Camera titolare del rapporto fiduciario col Governo, con la formazione di quella sola Camera sulla base di una legge elettorale che rende nominati in anticipo i futuri parlamentari nella proporzione di circa due terzi, con il dominio sulla candidabilità dei futuri eletti in mano a pochi capi di partito, tutti ormai scoprono, con una certa soddisfazione, che il prossimo presidente del consiglio sarà di fatto eletto direttamente. Nel senso che chi andrà al seggio elettorale di fatto voterà per un capo. Sotto il profilo istituzionale l’asserzione è inesatta, ma è profetica sotto il profilo politico. Di fatto la supremazia del premier riduce la forma parlamentare della Repubblica a una parvenza.

È indubbio che negli ultimi decenni il Parlamento non ha dato buona prova di sé. Basta pensare che non è riuscito a impedire a un monopolista privato di impadronirsi del potere per un ventennio e ha di conseguenza sprecato venti anni di politica ed economia. Ma è una buona ragione per mettere l’unica assemblea elettiva nella mani di una persona sola? Da parte loro i parlamentari di centrosinistra sostenitori della nuova legge elettorale si renderanno conto di cosa hanno fatto se e quando perderanno le elezioni.

Ora si prospetta una situazione originale. Un cultore raffinato della scienza giuridica, un esperto di sistemi elettorali, un giudice costituzionale si trova ad essere il più alto custode della Costituzione nel preciso momento in cui la maggioranza delle forze politiche vuole assestare alla Carta un colpo decisivo. Che cosa farà il nuovo Presidente?

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Se il giudice costituzionale salirà al Quirinale, più difficile proseguire nella manomissione della Carta e nello sfregio della democrazia. Ma l’abile mossa di Renzi non cancella il segno reazionario di un governo Nazareno

Alberto Burgio, Il Manifesto, 31 gennaio 2015

Se oggi verrà eletto Ser­gio Mat­ta­rella, si trat­terà di una solu­zione migliore di tante altre paven­tate alla vigi­lia. Per la buona ragione che, non essendo mai stato tenero con Ber­lu­sconi, Mat­ta­rella non dovrebbe vedere di buon grado la mani­fe­sta­zione più oscena (sinora) del ren­zi­smo: il patto segreto con il boss di Arcore, prin­ci­pale fat­tore inqui­nante della vita pub­blica (e pri­vata) ita­liana di que­sti ultimi vent’anni. Con­vinti come siamo che la fun­zione del pre­si­dente della Repub­blica sia deci­siva per la sal­va­guar­dia della nostra mal­con­cia demo­cra­zia, se le cose andranno come pre­vi­sto tire­remo un sospiro di sol­lievo. Qua­lora al Colle fosse andato un per­so­nag­gio con­ni­vente col patto del Naza­reno (e ce n’erano molti, anche tra i – e le – papa­bili della vigi­lia), avremmo fatto un altro passo verso il disa­stro delle isti­tu­zioni e della Costi­tu­zione repub­bli­cana, ber­sa­glio, in que­sti mesi, di sfregi quotidiani.

Detto que­sto, occorre evi­tare che la sod­di­sfa­zione per la scelta del nuovo capo dello Stato induca a per­dere di vista le pesanti ombre che gra­vano sulla scena poli­tica ita­liana. Pre­scin­diamo qui da qual­siasi con­si­de­ra­zione sto­rica: sor­vo­liamo cioè sul fatto che, come nel gioco dell’oca, a vent’anni da Tan­gen­to­poli l’Italia si ritrova gover­nata e pre­sie­duta da poli­tici demo­cri­stiani. Mat­ta­rella è un galan­tuomo estra­neo al circo della poli­tica poli­ti­cante. Ma è stato pur sem­pre a lungo un espo­nente di spicco del par­tito che per decenni, nel secolo scorso, ha incar­nato e coperto un orga­nico intrec­cio di cor­ru­zione, con­ser­va­zione e col­lu­sione col malaf­fare e con quella stessa mafia che gli uccise il fra­tello, pre­si­dente della Sici­lia. Evi­den­te­mente siamo desti­nati a «morire demo­cri­stiani», e forse qual­che domanda dovremmo por­cela al riguardo.

Ma non è que­sto il tema oggi. Piut­to­sto vale la pena di riflet­tere bre­ve­mente su altre tre que­stioni. La prima è per­ché Renzi abbia voluto Mat­ta­rella. Tutti dicono che l’ha scelto per tenere unito il Pd e per­ché lo con­si­dera mal­lea­bile. Per­ché pre­vede in lui un pre­si­dente di basso pro­filo poli­tico, che non inter­fe­rirà nella sua tenace opera di sman­tel­la­mento della Costi­tu­zione e di nor­ma­liz­za­zione del paese a suon di «riforme» pidui­ste: un pre­si­dente «sopram­mo­bile», secondo la raf­fi­nata dot­trina espo­sta da Angelo Pane­bianco sul Cor­riere della sera qual­che giorno fa. Può darsi che que­sti siano i cal­coli del pre­si­dente del Con­si­glio e anche che il piano sia ben stu­diato. Noi ovvia­mente spe­riamo di no. Ci augu­riamo che Renzi si sia cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato e che Mat­ta­rella risponda invece alle aspet­ta­tive di quanti oggi pen­sano di avere scam­pato un peri­colo per­ché vedono in lui un severo custode della Costituzione.

Ma l’auspicabile ele­zione di un buon pre­si­dente non can­cella le igno­mi­nie di que­sti giorni e di que­sti mesi, dall’eliminazione del Senato elet­tivo al Jobs act, a una legge elet­to­rale zeppa di vizi di inco­sti­tu­zio­na­lità e impo­sta al Par­la­mento con la con­sa­pe­vo­lezza che la Con­sulta la boc­cerà a babbo morto, dopo l’elezione della nuova Camera, come è già acca­duto col por­cel­lum. Se que­sto è vero, nulla sarebbe più irra­gio­ne­vole che ammor­bi­dire a que­sto punto l’opposizione alle «riforme» ren­ziane. Al con­tra­rio: la crisi del patto del Naza­reno – chiave di volta del «rifor­mi­smo» ren­ziano – va sfrut­tata sino in fondo allo scopo di bloc­carle. E di costrin­gere il governo a ces­sare dalla siste­ma­tica mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento che sta di fatto por­tando alla morte del sistema par­la­men­tare, come accadde, pro­prio novant’anni fa, nella tran­si­zione al regime totalitario.

Infine, la con­si­de­ra­zione forse più rile­vante. Da gio­vedì è un coro sper­ti­cato di rico­no­sci­menti dell’abilità del pre­mier che, con una mossa impre­vi­sta, ha messo tutti nel sacco, a comin­ciare dal capo di Forza Ita­lia che certo un novel­lino non è, né un’anima can­dida. C’è un’allarmante con­fu­sione alla base di que­ste valu­ta­zioni, una con­fu­sione che è segno di un’antica tara ita­liana. L’abilità e il corag­gio nel gio­care una par­tita e la spre­giu­di­ca­tezza (in que­sto caso, va detto, ben oltre il limite della lealtà) non dicono di per sé nulla sui fini per­se­guiti. Pro­prio come il cari­sma, che può abbon­dare anche in un aspi­rante dit­ta­tore. Oggi sem­bra che molti abbiano improv­vi­sa­mente dimen­ti­cato chi è Mat­teo Renzi. Per­ché i rap­porti di forza l’hanno costretto a sce­gliere un nome decente per il Qui­ri­nale, e soprat­tutto per­ché sem­bra stra­vin­cere su tutti i fronti.

Ma anche se molti evi­den­te­mente ardono dal desi­de­rio di scor­darsi un pur recen­tis­simo pas­sato e di tor­nare a un paci­fico tran tran senza più minacce né con­flitti, Renzi rimane Renzi e igno­rarlo sarebbe, oggi più che mai, esi­ziale. Eletto il pre­si­dente, si torna alla dura realtà di ogni giorno, con un governo che siste­ma­ti­ca­mente mor­ti­fica il dis­senso per far pas­sare con ogni mezzo leggi rea­zio­na­rie. A nes­suno, pas­sata la festa, dovrebbe essere con­sen­tito di dimenticarsene.

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Domenico Gallo su MicroMega online.

La decisione della Corte Costituzionale che, accogliendo i rilievi sollevati dalla Corte di Cassazione, ha dichiarato incostituzionale il porcellum cancellando i due istituti salienti del premio di maggioranza e della lista bloccata si può commentare con un’espressione molto semplice: ha vinto la Costituzione.

Ha vinto la lungimiranza dei padri costituenti che ci hanno armato la fragile democrazia riconquistata con robuste istituzioni di garanzia, la magistratura indipendente e la Corte Costituzionale che sono riuscite ad intervenire e a sanare la ferita più grave che un sistema politico impazzito aveva inferto alla democrazia costituzionale.

porcellum consultaNon c’è dubbio che le leggi elettorali abbiano un influsso immediato e diretto su quel principio supremo della Costituzione che attribuisce la sovranità al popolo determinando la qualità della democrazia rappresentativa ed i suoi limiti. Le leggi elettorali danno contenuto al sistema politico e realizzano la Costituzione vivente con riferimento alla forma di governo, alla forma ed alla natura dei partiti politici ed alla possibilità dei cittadini di concorrere a determinare la politica nazionale (art. 49 Cost.). Lo Statuto albertino è stato distrutto dalla legge Acerbo, che ha consentito a Mussolini di prevaricare sull’opposizione ed assicurarsi la fedeltà di un Parlamento ridotto ad un bivacco di manipoli.

La legge Calderoli, che assomiglia alla legge Acerbo come si somigliano due gocce d’acqua, è stato lo snodo attraverso il quale è stato fatto un ulteriore passo, dopo l’introduzione del maggioritario nel 1993, per una svolta in senso oligarchico del sistema politico, comprimendo il pluralismo attraverso la tagliola delle soglie di sbarramento e del premio di maggioranza, e consentendo ad una ristrettissima cerchia di oligarchi di determinare per intero la composizione delle Camere, nominando i rappresentanti del popolo, senza che il corpo elettorale potesse mettervi becco. Il porcellum ha favorito una evoluzione in senso “castale” del sistema politico rappresentativo, tanto che nel senso comune coloro che dovrebbero essere i rappresentanti dei cittadini vengono percepito come una “casta”, cioè un corpo estraneo, portatore di interessi suoi propri, contrapposti al corpo elettorale di cui dovrebbero essere espressione.

La sentenza della Corte Costituzionale ha una portata epocale perché per la prima volta sancisce con autorità di giudicato un principio di cui il sistema politico si è fatto beffa da oltre vent’anni. Che i sistemi elettorali, anche se sono dominio riservato della politica, devono essere coerenti con l’impianto costituzionale, che prevede che il voto deve essere libero (il che significa possibilità di scegliere più proposte politiche) ed uguale (il che significa che non ci deve essere un quoziente di maggioranza ed uno di minoranza, come prevede il porcellum) e conseguentemente il ceto dei rappresentanti deve essere rappresentativo della pluralità di interessi, bisogni e domande presenti nel corpo elettorale e nella società italiana poiché tutti i cittadini hanno diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.

Ciò costituisce una delegittimazione insuperabile di tutte quelle teorie che pretendono di assegnare al sistema elettorale scopi non coerenti con la Costituzione, come la funzione di comprimere il pluralismo nella camicia di forza di un bipolarismo obbligatorio ovvero di scegliere un Governo o un Capo di Governo che non può essere cambiato sino alle elezioni successive, attribuendo un vincolo di mandato agli eletti, incompatibile con l’opposto principio sancito da tutte le costituzioni liberali.

Adesso nella discussione in atto per la ricerca di un nuovo sistema elettorale, la Corte costituzionale con questa storica decisione ha gettato sul piatto della bilancia il peso della Costituzione. Spetterà a tutti noi cittadini elettori vigilare perché il ceto politico non tradisca nuovamente la Costituzione e con essa la dignità del popolo italiano e la sua storia.

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Così parla un saggio, di quelli veri, e io mi limito a riportare le sue parole senza alcun commento

Ragazzi non bastano i cortei, non basta la vostra meravigliosa passione per battere le guerre, l’ingiustizia , il bisogno . Serve la politica per vincere . La politica che incida nel potere.
Come facciamo per far diventare la vostra speranza “potere politico” ? Questo è il problema che avete davanti. Un corteo bello e ardente non è ancora politico.
Quali sono le vostre armi ? Non le vedete ? Ci sono..! Sono in quel libretto che i vostri padri chiamarono Costituzione, dopo aver conquistato il diritto a scriverlo con la Resistenza .
La forza del pacifismo è la legalità, che è in contrasto con l’illegalità di chi fa la guerra, pratica ingiustizia, affama nel bisogno . L’illegalità rimane nei governi e negli stati .
La vostra pacifica passione deve portare i suoi argomenti e la sua forza non solo nelle piazze , ma negli stati e nei luoghi del potere.
E’ un obiettivo ambiziosissimo che dovete darvi : costruire un potere di pace . Nessuno c’è finora riuscito: il potere è sempre armato, è sempre stato in guerra. Noi abbiamo perso, nel volerlo costruire , imparate da noi , dalle nostre sconfitte. Voi potete farcela .
Auguri per il vostro lungo viaggio

Pietro Ingrao

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Non credo che la seconda lettura della legge costituzionale 813 alla Camera possa dare un risultato diverso rispetto a quella del Senato di pochi giorni fa. Non lo credo perché il pensiero unico che si è affermato in questi ultimi anni a livello politico è troppo radicato nelle forze che costituiscono l’attuale maggioranza.

Eppure sarebbe bastato poco, pochi voti (ne bastavano 5!) per non garantire alla proposta la maggioranza qualificata e chiamare il popolo a pronunciarsi con un referendum confermativo. Il 24 maggio 2014, insieme alle elezioni europee, i cittadini avrebbero potuto pronunciarsi e a questo punto tutti – i favorevoli e i contrari alla riforma della Costituzione – avremmo dovuto accettare la volontà del popolo sovrano. In questo modo, unificando europee e referendum, non si sarebbe neanche dovuto supportare un eccessivo extra costo. Lo dico perché attualmente sembra che ogni spesa aggiuntiva, anche quelle per salvaguardare la democrazia nel nostro Paese, sia un grave delitto perpetrato nei confronti dei cittadini.

L’ho già scritto, ma non mi stancherò mai di ripeterlo, la Costituzione italiana andrebbe applicata. Non lo è mai stata del tutto, quando si sono apportate delle modifiche è stato fatto un pasticcio perché il corpo della Costituzione è un corpo unico, è tutto collegato, è un organismo perfetto (nel senso latino del termine).

Piccole migliorie si potrebbero fare, è vero. Nel 1947-48 non esistevano né si potevano prevedere gli strumenti tecnologici di comunicazione che sono disponibili oggi, per cui si potrebbero semplificare – e di molto – gli strumenti per favorire la partecipazione dei cittadini al processo legislativo (leggi di iniziativa popolare e referendum), favorendo la raccolta di firme via Web, anziché su moduli cartacei, con tutto quello che ne consegue dell’enorme lavoro di vidimazione, certificazione, controllo da parte degli uffici pubblici preposti (ho tralasciato il lavoro di raccolta delle firme perché quello è lavoro di militanti politici, è volontario e quindi, per definizione, deve essere fatto volentieri!). Altre modifiche, rese possibili dalle tecnologie disponibili, potrebbero essere pensate per rendere più trasparente la politica e le procedure decisionali.

Ma si tratta di piccoli interventi integrativi, non di modifiche sostanziali.

In fin dei conti, se la Costituzione italiana è stata disegnata in un determinato modo, ci sarà stata una ragione. E questa, secondo me, è data dalla storia e dal carattere del popolo italiano, Carattere che i Costituenti conoscevano bene e sul quale molti di loro avevano potuto lungamente meditare nelle patrie galere o in esilio.

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L’originale della Costituzione Italiana conservato in teca

Roberto Benigni la definisce “La più bella del mondo”. Io non so se davvero sia la più bella, per poterlo fare avrei dovuto studiarle tutte. So però che è la mia. Quella che nasce dalla Storia del mio Paese, nel suo momento più alto, quello della Resistenza al nazifascismo. Quella del compromesso alto fra comunisti e socialisti da una parte, democratici cristiani dall’altra. Quella nata dalle macerie della guerra per ridare speranza a un intero popolo. Quella che non è mai stata interamente applicata.

E come si fa a dire che non funziona qualcosa che non è mai stato messo alla prova? (altro…)

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