Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Cultura’ Category

Di Michael Snyder

La gente è più stupida di una volta? Le generazioni precedenti erano più acute di noi? Forse è da un po’ che sospettate che la gente stia diventando più stupida, ma ora in effetti abbiamo prove scientifiche che dimostrano che è proprio così.

Come leggerete di seguito, i quozienti intellettivi medi stanno diminuendo in tutto il mondo, i punteggi dei test scolastici statunitensi sono in declino da decenni, e gli scienziati hanno perfino scoperto che i nostri cervelli nel tempo sono diventati più piccoli. Perciò se in alcuni giorni vi sembra di svegliarvi nel bel mezzo del film “Idiocrazia”, forse non siete molto lontani dalla realtà. Molti ingredienti del nostro cibo-spazzatura non beneficiano lo sviluppo celebrale, il nostro sistema educativo è una barzelletta totale, e la maggioranza degli americani sono assolutamente dipendenti da fatui intrattenimenti.

(altro…)

Read Full Post »

Lo confesso, tempo addietro mi ero ripromesso di fare delle ricerche Mario Benedetti. Poi, col tempo, me ne sono dimenticato. L’essermi, poche ore fa, imbattuto nella poesia Allende, mi ha fatto tornare la voglia di approfondire la mia conoscenza di questo poeta uruguayano di origine italiana.

E così mi sono imbattuto in un paio di pagine web molto interessanti.

La prima è 25 frasi del meraviglioso Mario Benedetti (dal sito La mente è meravigliosa), che riporta una serie di – appunto – 25 perle del poeta e scrittore, tratte dai suoi romanzi e dalle sue poesie. Ne segnalo alcune:

  • La perfezione è una limpida collezione di errori;
  • Se solo fossimo consapevoli di ciò che abbiamo con la stessa chiarezza con cui siamo consapevoli di ciò che ci manca;

ma soprattutto:

  • Quando credevamo di avere tutte le risposte, all’improvviso, sono cambiate tutte le domande,

che mi sembra l’emblema dei tempi in cui vive la sinistra italiana oggi.

La seconda segnalazione riguarda la recensione di Francesca Fiorletta del romanzo di Mario Benedetti La tregua: La mia libertà è l’altro nome della mia inerzia: Mario Benedetti, La tregua, tratta dal sito Nazione indiana.

Buona lettura!

Read Full Post »

Come si presenta una mappa d’archivio della biblioteca di New York digitalizzata

Grazie a Giorgia Furlan di Left (L’archivio della biblioteca di New York va online e si trasforma in una camera delle meraviglie 2.0) scopro qualcosa che per me ha un fascino incredibile, perché unisce l’antico con il moderno, la quantità con la qualità e scatena i miei più biechi istinti di pedante ricercatore (o forse collezionista di una nuova specie: quella dell’archivista digitale). e in più… somiglia a un videogame.

(altro…)

Read Full Post »

Verrebbe quasi voglia di dire l’inelegantissimo “ma noi ve lo avevamo già detto”… La questione è che di Marx hanno discettato in molti, la maggior parte dei quali non lo ha mai letto. Eppure sarebbe bastato pochissimo sforzo, dato che previsioni quali la globalizzazione dell’economia erano contenute nelle pagine del Manifesto, opera breve e facilmente leggibile, a condizione di farlo con criterio scientifico, ovvero senza essere prevenuti. In fin dei conti si tratta della seconda opera più letta nella storia del mondo dopo la Bibbia.

(altro…)

Read Full Post »

Leonardo Paggi, Il Manifesto, 23 ottobre 2015

L’eredità del teorico e dirigente politico comunista in un recente convegno. Populismo, crisi della democrazia, la comunicazione su Facebook. I temi dell’incontro. La polemica sull’uso di Gramsci a sostegno della necessaria disciplina imposta dai mercati alla politica

È un luogo comune sot­to­li­neare con stu­pore il con­tra­sto tra la caduta degli inte­ressi per l’opera di Anto­nio Gram­sci in Italia (anche se fa ecce­zione un vero boom di pub­bli­ca­zioni sulle vicende car­ce­ra­rie) e il fio­rire degli studi nel mondo. Si finge così di dimen­ti­care, con un po’ di fili­stei­smo, che c’è di mezzo la scon­fitta subita dallo schie­ra­mento poli­tico che nella sua opera si era rico­no­sciuto. Gram­sci potrà tor­nare ad essere parte della cul­tura ita­liana solo se riu­scirà ad essere nuo­va­mente intrec­ciato con una let­tura del presente.

Gramsci astratto

(altro…)

Read Full Post »

Read Full Post »

Enrico Terrinoni, Il Manifesto, 16 ottobre 2015

La fortuna critica di Oscar Wilde a 161 anni dalla sua nascita. Esce in questi giorni per Marsilio un’ottima edizione della sua commedia «Il ventaglio di Lady Windermere»

Oscar Fin­gal O’Flaherty Wills Wilde fotografato da Napoléon Sarony nel 1882

«Il socia­li­smo, il comu­ni­smo, o comun­que vogliate chia­marli, nel con­ver­tire la pro­prietà pri­vata in pub­blica ric­chezza, e sosti­tuendo la com­pe­ti­zione con la coo­pe­ra­zione, resti­tui­ranno alla società la sua giu­sta con­di­zione di orga­ni­smo del tutto sano, e assi­cu­re­ranno il benes­sere mate­riale di cia­scun mem­bro della comu­nità». Sem­brano parole di un mili­tante d’altri tempi, e lo sono, ma non appar­ten­gono a un per­so­nag­gio che siamo soliti defi­nire «di sini­stra». Pro­se­guendo nella let­tura, ci imbat­tiamo in con­si­de­ra­zioni altre: «per­ché si arrivi a un’esistenza svi­lup­pata al suo mas­simo grado di per­fe­zione, c’è biso­gno di qualcos’altro. C’è biso­gno di indi­vi­dua­li­smo». È que­sto, sco­priamo, un indi­vi­dua­li­smo nuovo, un ritorno a un uma­ne­simo libero dalle catene del capi­tale, un indi­vi­dua­li­smo socia­li­sta, se l’espressione non suo­nasse come un ossi­moro o un paradosso.

(altro…)

Read Full Post »

Alcuni ricercatori si sono divertiti a stilare una classifica dei libri di cui tutti – o quasi – parlano, pur non avendoli mai letti. Come ogni esercizio di questo tipo, è ovviamente opinabile, ma suggerisce alcune riflessioni, se vogliamo un po’ polemiche. D’altra parte, essendo io un appassionato lettore (se devo scegliere, quando faccio la valigia metto un libro in più e un maglioncino in meno), probabilmente non faccio testo, ma non posso esimermi dal partecipare a questo giochino.

(altro…)

Read Full Post »

Da un po’ di tempo non scrivo di danza, ma non ho sicuramente smesso di essere un appassionato della materia. Semplicemente avevo bisogno di staccare un po’, interessarmi di altre cose. Non dimentico, comunque, i lavori che ho fatto per il sito Informadanza: il glossario da me curato, la storia della danza, le trame dei balletti e molto altro. Rivedere oggi queste pagine, con una grafica ormai invecchiata e che mi sono ripromesso di aggiornare, prima o poi, mi dà sempre una certa emozione. Certo, perché la passione non si è sopita e la volontà di raccogliere materiale nemmeno. Prima o poi tornerò, e sarà un ritorno col botto.

(altro…)

Read Full Post »

Brent Schlender, Rick Tetzeli, La Stampa, 24 marzo 2015

Una nuova biografia del guru Apple svela i retroscena della visita a Stanford nel 2005, quando esortò gli studenti: “Siate affamati, siate folli

Steve Jobs (a destra in toga nera) presso la Stanford University

La mattina del 16 giugno 2005 Steve si svegliò con i crampi allo stomaco. In effetti, dice Laurene (la moglie, ndr), «Non l’avevo mai visto così nervoso». Steve era un fuoriclasse nato che riusciva a innalzare le presentazioni commerciali a qualcosa di simile all’arte. Ma quel giorno lo rendeva insicuro la prospettiva di rivolgersi ai laureandi di Stanford di quell’anno. Il presidente dell’università, John Hennessy aveva lanciato l’idea mesi prima e dopo essersi preso un attimo per pensarci su Steve aveva risposto di sì.

(altro…)

Read Full Post »

Gianfranco Capitta, Il Manifesto, 14 marzo 2015

La grande artista in scena insieme a Francesca Breschi e le donne di Giulianello. Uno spettacolo e un disco con brani che attraversano la Storia. Racconti riflessioni e proteste

Giovanna Marini

Era un canto, una bal­lata di rac­conto e di rifles­sione, una voce che rac­con­tava una sto­ria comune, sua e del pub­blico che come lei vedeva, capiva e lot­tava.L’Italia in lungo e in largo è l’attacco di una famosa com­po­si­zione di Gio­vanna Marini, vivida e pun­gente nono­stante l’apparente non­cha­lance con cui l’autrice pas­sava in ras­se­gna un paese pieno di con­trad­di­zioni, sof­fe­renze e anche invo­lon­ta­rio umo­ri­smo. Era come il film delle sue «tour­née», che erano veri viaggi di tenace mili­tanza fatti su pul­mini sgan­ghe­rati e treni ansi­manti e affol­lati. Quell’attraversamento di una con­di­zione, sen­ti­men­tale sociale e poli­tica (una sorta di inno nazio­nale alter­na­tivo allora, quando l’ascoltammo le prime volte) torna ora, dopo più di quarant’anni, a rac­con­tare un paese che nel pro­fondo non è cam­biato nelle sue sof­fe­renze, a dispetto delle molte tra­sfor­ma­zioni, spesso solo superficiali.

(altro…)

Read Full Post »

Adriano Prosperi, Il Manifesto, 8 marzo 2015

Come si arrivò al giorno in cui il mondo intero guardò al pensoso monaco nero, protagonista di “Campo dei Fiori. La storia di un monumento maledetto” raccontata da Massimo Bucciantini per Einaudi

Giordano BrunoCi fu un tempo in Ita­lia in cui tutta la poli­tica e la cul­tura sem­brava fos­sero rias­su­mi­bili in un nome e nell’idea di un monu­mento: il nome era quello di Gior­dano Bruno e il monu­mento quello cele­bre di Campo dei Fiori. È di que­sta sto­ria che rac­conta Mas­simo Buc­cian­tini, già nar­ra­tore di cose gali­leiane, nel suo nuovo libro, Campo dei fiori Sto­ria di un monu­mento male­detto (Einaudi, pp. 391, euro 32,00).

La Chiesa e i cat­to­lici ita­liani fecero di Gior­dano Bruno un «male­detto», come si sa; ma non è il loro punto di vista a inte­res­sare Buc­cian­tini, che invece ha dedi­cato ricer­che accu­rate al mondo dei caffè e delle aule uni­ver­si­ta­rie dove i gio­vani figli della bor­ghe­sia ita­liana si ubria­ca­rono di reto­rica del mar­ti­rio e del libero pen­siero. Furono loro a con­ce­pire il pro­getto del monu­mento. Distratta e sbia­dita, la «nuova Ita­lia» libe­rale rimase sullo sfondo, alle prese con l’ostilità di masse popo­lari, sem­pre fedeli alla reli­gione e al papa.

(altro…)

Read Full Post »

Guido Liguori, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Venerdì a Roma un convegno su «Enrico Berlinguer e l’Europa»

Enrico Ber­lin­guer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza pos­sono essere utili ancora oggi. Anche per quel che con­cerne la poli­tica inter­na­zio­nale – vera e pro­pria pas­sione del comu­ni­sta sardo e pal­co­sce­nico cen­trale della sua atti­vità poli­tica – e in par­ti­co­lare lo sce­na­rio euro­peo, le pro­spet­tive della sini­stra oggi in Europa, dopo la vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia. È a par­tire da que­ste con­vin­zioni che Futura Uma­nità, l’associazione nata per stu­diare e dif­fon­dere «la sto­ria e la memo­ria del Pci», insieme alle fon­da­zioni e agli isti­tuti cul­tu­rali della Linke e di Syriza e al gruppo par­la­men­tare euro­peo Gue/Ngl, hanno pro­mosso un incon­tro inter­na­zio­nale in pro­gramma per venerdì pros­simo a Roma (Audi­to­rium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricor­dare l’eurocomunismo di Ber­lin­guer, il suo dia­logo con le cor­renti di sini­stra delle social­de­mo­cra­zie euro­pee, il suo pro­fi­cuo incon­tro con Altiero Spi­nelli; sia per valu­tare il cam­mino fatto e da fare per «la costru­zione di una sini­stra nuova in Europa», come recita una ses­sione del convegno.

(altro…)

Read Full Post »

Giovanna Branca, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Mor Loushy

«Censored voices» di Mor Loushy raccoglie le testimonianze di soldati della Guerra dei sei giorni. Storie ben diverse da quelle raccontate dal governo israeliano

Nella nar­ra­tiva uffi­ciale, il 1967 è l’anno in cui Israele ha cele­brato la sua più grande vit­to­ria: con la guerra dei 6 giorni non ha solo respinto le truppe di Siria, Gior­da­nia ed Egitto inten­zio­nate ad anni­chi­lire la gio­vane nazione, ma ha tri­pli­cato le pro­prie dimen­sioni, annet­tendo anche la città vec­chia di Geru­sa­lemme; secondo molti, libe­ran­dola. Ma «chi ha libe­rato cosa? Io credo nella gente, non nei posti». A dire que­ste parole è lo scrit­tore Amos Oz, e non nella sua veste di noto espo­nente della sini­stra israe­liana, ma come sol­dato appena tor­nato dalla guerra dei 6 giorni. E con­ti­nua infatti così: «mi sen­tivo come uno stra­niero in terra stra­niera, per que­sto l’espressione ter­ri­tori libe­rati mi terrorizza».

(altro…)

Read Full Post »

Elsa Morante, Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe e senza partito).

Scritto presumibilmente all’inizio degli anni Settanta, è stato ripubblicato una decina di anni fa, con postfazione di Goffredo Fofi, dalle Edizioni Nottetempo.

Elsa Morante (1912 – 1985) fu una persona assai particolare, lacerata da intense contraddizioni e protagonista di scelte controverse e assai anticonformiste per la sia epoca. Una breve ma esplicativa nota biografica potete trovala qui.

  1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
  2. La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.
  3. Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.
  4. L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito. E non occorrerebbe precisare che qui la parola spirito (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari; ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo.
    Questa libertà dello spirito si manifesta in infiniti e diversi modi, che tutti significano la stessa unità, senza gerarchie di valori. Esempio: la bellezza e l’etica sono tutt’uno. Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa. Così per esempio il Discorso sulla montagna, o i Dialoghi di Platone, o il Manifesto di Marx-Engels, o i Saggi di Einstein sono belli; allo stesso modo che sono morali l’Iliade di Omero, o gli Autoritratti di Rembrandt, o le Madonne di Bellini, o le poesie di Rimbaud. Difatti tutte queste opere (né più né meno delle tante possibili azioni che le equivalgono) sono tutte, in se stesse, affermazioni della libertà dello spirito, e di conseguenza, qualunque siano le contingenze storiche e sociali nelle quali vengono a esprimersi, esse non sono determinate essenzialmente da nessuna classe e appartengono finalmente a tutte le classi. Giacché per definizione esse negano il Potere, di cui la divisione degli uomini in classi è una delle tante pretese aberranti.
  5. In quanto onore dell’uomo, per definizione la libertà dello spirito sia come espressione che come godimento, è dovuta a tutti gli uomini. Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito.
  6. Tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo.
  7. Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. Il solo fine della rivoluzione è di liberare lo spirito degli uomini, attraverso l’abolizione totale e definitiva del Potere.
  8. Elsa Morante con Alberto Moravia
    negli anni Quaranta

    Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà comune dello spirito attraverso il suo contrario. La rivoluzione, per attuare il proprio fine di liberazione, deve porselo anzitutto come inizio e principio. Chiunque schiavizza il proprio e l’altrui spirito con una promessa di una liberazione “mistica” e postrema è lui stesso uno schiavo, e in più un truffatore e uno sfruttatore. Né più né meno dei Gesuiti e controriformisti – di Maometto che mandava i suoi “fedeli” a distruggersi in vista del “Paradiso” delle Urì – di Hitler e Mussolini che sterminavano le nazioni in vista delle “glorie nazionali” – di Stalin che castrava e martirizzava i popoli in vista del “bene del popolo” ecc. ecc. ecc.

  9. Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione. Nessun proletariato (né più né meno che se fosse una monarchia, o aristocrazia, o teocrazia, o borghesia, o via dicendo) potrà mai attribuirsi o attuare la rivoluzione, se non ha lo spirito libero dai germi del Potere. Nessuno infatti può comunicare agli altri quello che non ha, e non si può presumere di far crescere la guarigione coi semi della peste.
  10. In una società fondata sul Potere (come TUTTE le società finora esistite e oggi esistenti) un rivoluzionario non può fare altro che porsi (foss’anche solo) contro il Potere, affermando (coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno. E questo, è suo diritto e dovere di farlo a qualunque costo: anche, in ultima istanza, a costo di creparci. E’ quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna D’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc. E’ quanto fa un bracciante che si rifiuta a un sopruso, un ragazzino che si nega a un insegnamento degradato, un insegnante idem, un fabbro che fabbrica un chiodo quadripunte contro gli automezzi nazisti, un operaio che sciopera per opporsi allo sfruttamento, ecc. ecc. ecc. Simili opere, o azioni, nell’affermare, ciascuna coi propri mezzi, la libertà dello spirito contro il disonore dell’uomo, sono tutte allo stesso titolo belle e morali. E per definizione, esse non sono distinzione e proprietà di una classe, ma dell’uomo assolutamente in quanto tale, secondo quanto è affermato ai paragrafi 2 e 4.
  11. Se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita.
  12. Qualunque rivoluzionario (foss’anche Marx o Cristo) che si riadatti al Potere (o assumendolo, o amministrandolo, o subendolo) da quel momento stesso cessa di essere un rivoluzionario, e diventa uno schiavo e un traditore.
  13. Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino. L’uomo che (c.s. coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie la vera Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a sé stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e, in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto, il proprio spirito, si fa agente con questo del disonore dell’uomo. Doppiamente disgraziato è chi si adopera a diffondere il contagio fra gli altri e tanto più miserabile se lo fa in vista o per il gusto di un proprio potere personale.
    Servirsi a fini di potere degli sfruttati (anche solo del loro nome) è la peggiore forma di sfruttamento possibile. Peggio per chi lo fa a proprio beneficio personale. Proclamare il proprio amore per gli operai può riuscire un comodo alibi per chi non ama nessun operaio, e nessun uomo.
    Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi.

Read Full Post »

Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi.

Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.

Read Full Post »

Un libro non è un oggetto qualunque. Va trattato con rispetto, perché riflette la personalità di chi lo ha scritto, ma anche quella di chi lo ha letto. Sì, avete capito bene, anche quella del lettore e cercherò, per quanto mi è possibile, di spiegarlo.

Naturalmente parlo del libro cartaceo, perché a quello digitale sto facendo solo ora l’abitudine.

Leggere è una esperienza avvolgente (non a caso si dice “tuffarsi in libro”) e sensorialmente completa: coinvolge infatti, oltre che la vista, anche l’udito, per il fruscio della carta, il tatto, per la consistenza, lo spessore, la morbidezza della medesima, l’olfatto, per quel particolare odore che promana dalle pagine (inchiostro, carta, patina del tempo). Ciò porta a dire “ho gustato un buon libro”.

Vi è poi chi i libri li tratta bene, girando piano le pagine, evitando accuratamente che si formino orecchie, e chi i libri li vive con annotazioni, rimandi, chiose. Basta prendere un vecchio libro del liceo. Ogni pagina racconta chi eravamo in quel momento. Annotazioni frenetiche vicino alle formule di matematica che trovavamo ostico capire, sottolineature più spesse laddove trovavamo l’argomento meno piacevole, e così via. E quella dell’analisi delle chiose è disciplina antica, che va dagli antichi incunaboli medioevali fino a Fabrizio De André, come ci spiega Gino Castaldo nell’articolo “Le parole segrete di De André. Viaggio fra le carte del cantante-poeta“.

È per questo che sono rimasto scandalizzato nel leggere, sul blog La poesia e lo spirito. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?, questa invettiva – ironica, gentile e calibrata, ma pur sempre invettiva – di Nicola Vacca (in calce al testo ho riportato le note biografiche così come le ho trovate) che ha trasformato la sua passione per i libri in qualcosa di più.

Se anche gli editori e i distributori – ovvero coloro che vivono, dal punto di vista economico, di carta stampata campano – non hanno rispetto per i libri, allora siamo messi veramente male. D’altra parte sono io l’ingenuo, perché credo ancora nella cultura, nel rispetto e nella circolazione delle idee, mentre tutto è ormai una merce e ha valore solo per la sua tangibilità. Sono un ingenuo, lo ribadisco, perché avrei dovuto accorgermene tempo fa in edicola, comprando Il Manifesto: la nuova edicolante, soppesandolo come si potrebbe fare con un pezzo di pane o un frutto, mi disse: “Strano, è così leggero e costa più degli altri”…

In questa bassa Italietta letteraria il libro è finito anche perché gli editori scelgono i corrieri sbagliati.
Quella che vi racconterò è la storia di un omicidio libresco: un tipografo che si crede editore e manda i libri in giro con un corriere sbarazzino che li consegna al destinatario già pronti per il macero.
Ma la cosa bella è che questo tipografo travestito da editore è talmente presuntuoso che non ha nemmeno rimediato al disservizio con la persona interessata. Sì, cari lettori, è capitato a me che faccio di mestiere il critico letterario e a volte amo i libri più della stessa mia vita e li leggo e ne scrivo con il massimo e sacro rispetto.
Tutto è iniziato in una tarda mattinata di fine primavera. Ero alla mia scrivania già al lavoro, quando bussano alla porta. Eccolo il corriere che come sempre e quasi ogni giorno mi consegna i plichi libreschi. E devo dire che è continuamente una festa quando nella mia casa arrivano libri nuovi. Lo ammetto sono davvero malato e sempre avido di pagine da sfogliare e da leggere. E soprattutto mi piace avere cura dei libri.
Ero pronto a tuffarmi nella nuova avventura quotidiana con il libro. Con stupore bambino mi avvicino al nuovo arrivo ben sigillato. Sì ero pronto già a togliere l’involucro. Procedo avido e curioso.
Quando ho aperto il plico non pensavo di trovare un libro in agonia, stuprato e torturato. Ho rivolto lo sguardo alla mia libreria e mi si è stretto il cuore. In quel momento ho lamentato la mancanza di una specie di telefono azzurro per i libri. Il corriere e l’editore meritavano certo una lezione.
Davanti a questo scempio mi sono davvero sentito male. Ho pensato che qualcuno aveva da dato l’ordine di costruire un tempo di uccidere per i libri. E il primo omicidio si era appena consumato sotto i miei occhi.
Non potevo restare impotente davanti a questa barbarie: il corriere e l’editore certo non ne escono bene da questa storia che vede il libro ferito a morte sotto i tiri mancini di una mancanza totale di professionalità.
Ho preso subito le difese del libro maltrattato e ho scritto all’editore ( che poi in effetti si è comportato come un tipografo). “Ovviamente cercheremo rimedio”, questa è stata la risposta sibillina. Ovviamente da parte loro nemmeno un pallido tentativo di scusarsi perché hanno la presunzione di avere cura e di amare i libri che stampano.
A oggi il rimedio non è arrivato. Mi sono ritrovato in casa un libro cadavere e ho dovuto pure organizzare a mie spese il suo funerale. Sto pensando seriamente di mandare la fattura al corriere e all’editore.
Il minimo che potevo fare è dare una degna sepoltura a questo povero libro che è giunto morto sulla mia scrivania.
Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato in una situazione del genere. Organizzare le esequie di un libro. Accompagnare nell’eternità un corpo e un’anima fatti di pagine.
I libri si stampano per essere letti. È la prima volta che ho a che fare con un libro nato già morto.
E un libro morto non si può leggere, nemmeno sfogliare. In questo caso il corriere e l’editore gli hanno violentato l’anima, lo hanno ucciso prima ancora che le sue pagine arrivassero al cuore e alla mente del lettore che le aspettava per sfogliarle con cura e rispetto.
Adesso non voglio più annoiarvi. La storia del corriere e l’editore che hanno assassinato un libro finisce qui. Non è il caso di aggiungere altro. Mi auguro per il grande amore che nutro per i libri che questo crimine non resti impunito. Non pensavo nella mia vita che un giorno avrei fatto il funerale a un libro.
Kafkianamente è accaduto. A differenza del corriere e dell’editore continuerò ad amare i libri e a coccolarli con tutto l’amore che posso. Anche se penso che assisterò ancora a molti funerali.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction
Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni,2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio, 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio, 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio, 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio, 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (Marco Saya edizioni, 2013).

Read Full Post »

Julio Cortázar

La fretta, l’abitudine agli SMS, i social network ci stanno facendo dimenticare l’uso della punteggiatura, peraltro fondamentale per una corretta interpretazione del testo. Con ciò non voglio dire che si debba ritornare necessariamente al Manzoni, ma un minimo…

Prendiamo ad esempio la virgola, “porta girevole del pensiero” secondo il grande scrittore argentino Julio Cortázar (1914-1984), e proseguiamo il ragionamento secondo il suo esempio:

Se l’uomo sapesse realmente il valore che ha la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”.

Proviamo ora a riscriverla in maniera “maschilista”:

Se l’uomo sapesse realmente il valore che ha, la donna andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”,

e in modo “femminista”:

Se l’uomo sapesse realmente il valore che ha la donna, andrebbe a quattro zampe alla sua ricerca”.

Capita la differenza? Capito perché corriamo spessissimo il rischio di essere fraintesi quando scriviamo o quando messaggiamo? Un virgola – una semplice virgola, quasi uno scarabocchio su un foglio di carta – può fare la differenza.

Questa breve nota potrebbe essere considerata uno sterile esercizio intellettuale – o intellettualoide, fa lo stesso, In realtà il problema c’è ed è stato posto in maniera autorevole da un autorevole professore americano, tale John McWorter, docente di letteratura alla Columbia University. Costui, dato che l’utilizzo della virgola si sta trasformando in un esercizio sempre più raro, specie nella scrittura digitale, ne ha proposto l’abolizione. Già che c’era, perché limitarsi soltanto alla virgola: eliminiamo l’intero sistema di punteggiatura!. A dargli manforte ecco subito un altro illustre accademico, il britannico Simon Horobin, anglista del Magdalene College di Oxford.

Per una disamina più approfondita della questione, segnalo l’articolo “In difesa della virgola“, di Emiliano Sbaraglia, dal sito Minima & Moralia.

Read Full Post »

Umberto Eco, intellettuale e scrittore assai prolifico, ci diletta con un piccolo divertissement. Dal secondo “Diario Minimo”, ecco come risponderebbero alcuni personaggi storici o famosi alla più banale delle domande: “Come va?”.

  1. Icaro: “Uno schianto”
  2. Proserpina: “Mi sento giù”
  3. Prometeo: “Mi rode…”
  4. Teseo: “Finché mi danno corda…”
  5. Edipo: “La mamma è contenta”
  6. Damocle: “Potrebbe andar peggio”
  7. Priapo: “Cazzi miei”
  8. Ulisse: “Siamo a cavallo”
  9. Omero: “Me la vedo nera”
  10. Eraclito: “Va, va…”
  11. Parmenide: “Non va”
  12. Talete: “Ho l’acqua alla gola”
  13. Epimenide: “Mentirei se glielo dicessi”
  14. Gorgia: “Mah!”
  15. Demostene: “Difficile a dirsi”
  16. Pitagora: “Tutto quadra”
  17. Ippocrate: “Finché c’è la salute…”
  18. Socrate: “Non so”
  19. Diogene: “Da cani”
  20. Platone: “Idealmente”
  21. Aristotele: “Mi sento in forma”
  22. Plotino: “Da Dio”
  23. Catilina: “Finché dura…”
  24. Epicuro: “Di traverso”
  25. Muzio Scevola: “Se solo mi dessero una mano…”
  26. Attilio Regolo: “Sono in una botte di ferro”
  27. Fabio Massimo: “Un momento…”
  28. Giulio Cesare: “Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito…”
  29. Lucifero: “Come Dio comanda”
  30. Giobbe: “Non mi lamento, basta aver pazienza”
  31. Geremia: “Sapesse, ora le dico…”
  32. Noè: “Guardi che mare…”
  33. Onan: “Mi accontento”
  34. Mosè: “Facendo le corna…”
  35. Cheope: “A me basta un posticino al sole…”
  36. Sheherazade: “In breve, ora le dico…”
  37. Boezio: “Mi consolo”
  38. Carlo Magno: “Francamente bene”
  39. Dante: “Sono al settimo cielo”
  40. Giovanna d’Arco: “Si suda”
  41. San Tommaso: “Tutto sommato bene”
  42. Erasmo: “Bene da matti”
  43. Colombo: “Si tira avanti”
  44. Lucrezia Borgia: “Prima beve qualcosa?”
  45. Giordano Bruno: “Infinitamente bene”
  46. Lorenzo de’ Medici: “Magnificamente”
  47. Cartesio: “Bene, penso”
  48. Berkeley: “Bene, mi sembra”
  49. Hume: “Credo bene”
  50. Pascal: “Sa, ho tanti pensieri…”
  51. Enrico VIII: “Io bene, è mia moglie che…”
  52. Galileo: “Gira bene”
  53. Torricelli: “Tra alti e bassi”
  54. Pontorno: “In una bella maniera”
  55. Desdemona: “Dormo tra due guanciali…”
  56. Newton: “Regolarmente”
  57. Leibniz: “Non potrebbe andar meglio”
  58. Spinoza: “In sostanza, bene”
  59. Hobbes: “Tempo da lupi”
  60. Vico: “Va e viene”
  61. Papin: “Ho la pressione alta”
  62. Montgolfier: “Ho la pressione bassa”
  63. Franklin: “Mi sento elettrizzato”
  64. Robespierre: “Cè da perderci la testa”
  65. Marat: “Un bagno”
  66. Casanova: “Vengo”
  67. Goethe: “C’è poca luce”
  68. Beethoven: “Non mi sento bene”
  69. Shubert: “Non mi interrompa, per Dio”
  70. Novalis: “Un sogno”
  71. Leopardi: “Sfotte?”
  72. Foscolo: “Dopo morto, meglio”
  73. Manzoni: “Grazie a Dio, bene”
  74. Sacher-Masoch: “Grazie a Dio, male”
  75. Sade: “A me bene”
  76. D’Alambert e Diderot: “Non si può dire in due parole”
  77. Kant: “Situazione critica”
  78. Hegel: “In sintesi, bene”
  79. Schopenhauer: “La volontà non manca”
  80. Cambronne: “Boccaccia mia…”
  81. Marx: “Andrà meglio…”
  82. Carlo Alberto: “A carte 48”
  83. Paganini: “L’ho già detto”
  84. Darwin: “Ci si adatta”
  85. Livingstone: “Mi sento un po’ perso”
  86. Nievo: “Le dirò, da piccolo…”
  87. Nietzsche: “Al di là del bene, grazie”
  88. Mallarme’: “Sono andato in bianco”
  89. Proust: “Diamo tempo al tempo”
  90. Henry James: “Secondo i punti di vista”
  91. Kafka: “Mi sento un verme”
  92. Musil: “Così così”
  93. Joyce: “Fine yes yes yes”
  94. Nobel: “Sono in pieno boom”
  95. Larousse: “In poche parole, male”
  96. Curie: “Sono raggiante”
  97. Dracula: “Sono in vena”
  98. Croce: “Non possiamo non dirci in buone condizioni di spirito”
  99. Picasso: “Va a periodi”
  100. Lenin: “Cosa vuole che faccia?”
  101. Hitler: “Forse ho trovato la soluzione”
  102. Heisemberg: “Dipende”
  103. Pirandello: “Secondo chi?”
  104. Sotheby: “D’incanto”
  105. Bloch: “Spero bene”
  106. Freud: “Dica lei”
  107. D’Annunzio: “Va che è un piacere”
  108. Popper: “Provi che vado male”
  109. Ungaretti: “Bene (a capo) grazie”
  110. Fermi: “O la va o la spacca”
  111. Camus: “Di peste”
  112. Matusalemme: “Tiro a campare”
  113. Lazzaro: “Mi sento rivivere”
  114. Giuda: “Al bacio”
  115. Ponzio Pilato: “Fate voi”
  116. San Pietro: “Mi sento un cerchio alla testa”
  117. Nerone: “Guardi che luce”
  118. Maometto: “Male, vado in montagna”
  119. Savonarola: “E’ il fumo che mi fa male”
  120. Orlando “Scusi, vado di furia”
  121. Cyrano: “A naso, bene”
  122. Volta: “Più o meno”
  123. Pietro Micca: “Non ha letto che è vietato fumare”
  124. Jacquard: “Faccio la spola”
  125. Malthus: “Cè una ressa…”
  126. Bellini: “Secondo la norma”
  127. Lumiere: “Attento al treno!”
  128. Gandhi: “L’appetito non manca”
  129. Agatha Christie: “Indovini”
  130. Einstein: “Rispetto a chi?”
  131. Stakanov: “Non vedo l’ora che arrivi ferragosto…”
  132. Rubbia: “Come fisico, bene”
  133. Sig.ra Riello: “Sono stufa!”
  134. La Palisse: “Va esattamente nella maniera in cui va”
  135. Shakespeare: “Ho un problema: va bene o non va bene?”
  136. Alice: “Una meraviglia”
  137. Dr. Zap: “Bene, la sai l’ultima?”
  138. Verga: “Di malavoglia”
  139. Heidegger: “Quante chiacchiere!”
  140. Grimm: “Una favola!”

Read Full Post »

Giulia D’Agnolo Vallan, Il Manifesto, 11 febbraio 2014

Spe­ri­co­la­ta­mente in bilico tra il docu­men­ta­rio e il car­toon Is the Man Who Is Tall Happy?, uscito il novem­bre scorso in Usa e in pro­gramma a Ber­lino nella sezione Pano­rama, è l’incontro ina­spet­tato tre due menti diver­sis­sime tra loro che in que­sto film risul­tano sor­pren­den­te­mente com­pa­ti­bili. La non fic­tion e l’animazione erano stati lin­guaggi in cui Michel Gon­dry (Se mi lasci ti cancello,The Green Hor­net) aveva già lavo­rato in pas­sato. La spina nel cuore, per esem­pio, è il titolo di un docu­men­ta­rio che il regi­sta fran­cese aveva dedi­cato nel 2009 a sua zia Suzette. L’oggetto del suo nuovo film non potrebbe essere più lon­tano dalla sfera famigliare.

Noam Chomsky (di fronte) e Michel Gondry (di spalle)

Si tratta infatti del lin­gui­sta e filo­sofo ame­ri­cano Noam Chom­sky, che fino al 2010, Gon­dry aveva incon­trato solo in dvd, guar­dando film come Mani­fac­tu­ring Con­sent: Noam Chom­sky and the Media, e che defi­ni­sce «il mag­gior pen­sa­tore vivente».. Is the Man Who Is Tall Happy? è il risul­tato di due lun­ghe con­ver­sa­zioni tra Gon­dry e Chom­sky, avve­nute quell’anno, tra le mura sghembe del Ray and Maria Stata Cen­ter, dise­gnato da Frank Gehry per il Mas­sa­chu­setts Insti­tute of Tech­no­logy dove Chom­sky è pro­fes­sore eme­ri­tus.

Sce­no­gra­fia con­cet­tual­mente per­fetta per un incon­tro come que­sto, l’architettura di Ghery è citata bre­ve­mente nella con­ver­sa­zione ma in realtà non si vede nem­meno, in que­sto film in cui lo stesso Chom­sky appare pochis­simo, e quasi sem­pre in qua­dra­tini che occu­pano una pic­cola por­zione dello schermo. È la sua voce che ci guida, alter­nando memo­rie auto­bio­gra­fi­che a ela­bo­ra­zioni del suo pen­siero teo­rico, sullo sfondo di una fit­tis­sima, colo­ra­tis­sima, selva di dise­gni ani­mati a pen­na­rello dal regi­sta. Tra Coc­teau, Keith Haring e un bam­bino di 7 anni, i car­toon – spiega Gon­dry nel suo inglese pesan­te­mente accen­tato — sono un modo per sve­lare a chi guarda che quello che scorre davanti agli occhi non è ogget­tivo. Ma il disclai­mer è quasi super­fluo, soprat­tutto per un film­ma­ker che ha sem­pre fatto del denoue­ment dell’artificio parte inte­grante del suo modo di comu­ni­care. La scienza moderna è nata nel momento in cui abbiamo accet­tato di lasciarci sor­pren­dere da ciò che era ovvio, è un’affermazione su cui Chom­sky almeno un paio di volte nelle sue rispo­ste. E la dimen­sione di mera­vi­glia in cui si entra alla soglia di quella sor­presa sem­bra uno dei sog­getti forti del cinema di Gondry.

Nei dise­gni è la sua inter­pre­ta­zione delle parole del suo inter­lo­cu­tore. In alcuni casi le imma­gini hanno una qua­lità let­te­rale – Chom­sky bam­bino in cucina con le zie che cer­cando di obbli­garlo a man­giare gli odiati fioc­chi d’avena, con suo padre che gli fa leg­gere già pic­co­lis­simo i testi sacri ebraici, per mano con la moglie (scom­parsa recen­te­mente, e di cui non vuole par­lare)… In altri visua­lizza delle affer­ma­zioni (non credo in dio, non ascolto il rock ‘n roll…) o un rac­conto fan­ta­stico, come la fiaba in cui un asino si tra­sforma in un sasso ma con­ti­nua ad essere se stesso. In altri ancora, rigo­glio­sis­sime giun­gle astratte di pen­siero sgor­gano dalla testa e dalla bocca di un Chom­sky in ver­sione car­toon. Il pen­siero filo­so­fico di Chom­sky è qui pri­vi­le­giato rispetto a quello poli­tico. Per­sino l’occasionale inceppo comu­ni­ca­tivo tra l’inglese pre­ci­sis­simo di uno e quello molto più gros­so­lano dell’altro è dram­ma­tiz­zata a pen­na­rello. L’effetto molto bello (ricorda un po’ la grande intui­zione ani­mata di Richard Lin­kla­ter, Waking Life), la visione un po’ intri­cata anche lei.

Read Full Post »

Older Posts »