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Archive for the ‘Diritti’ Category

In questo breve “trittico” di poesie dedicate al tema dell’emigrazione, non poteva certo mancare, dopo Gli emigranti di Edmondo De Amicis e Buenos Aires di Dino Campana, un testo molto particolare di Pier Paolo Pasolini.

L’opera è del 1962 e ha subito, nel tempo diverse modifiche prodotte dall’autore e presenta alcune particolarità che la rendono estremamente interessante. Qui riporto la versione che secondo alcune fonti è quella originale, ma sul web se ne trovano anche altre assai più lunghe. Qualora mi sbagliassi, sarò il primo a fare ammenda e a pubblicare la versione integrale.

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Khalid Chaouki, Huffington Post, 5 gennaio 2016

Dopo il filo spinato di Orban, la gendarmerie a Ventimiglia, i controlli rafforzati lungo il confine austriaco, arriva il blocco della libera circolazione lungo il Ponte di Oresund. Otto chilometri di strada sospesa tra Copenhagen e Malmoe, una delle città più multietniche della Svezia. Un ponte simbolo di unione tra Paesi fratelli, Danimarca e Svezia, che hanno deciso di sfidare la separazione dettata dal mar Baltico grazie ad un ingente finanziamento europeo pari a 4 miliardi di euro.

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Accolgo l’invito del presidente dell’ARCI Liguria a rilanciare questo articolo (dal blog dell’Huffington Post) di Sara Prestianni dell’Ufficio Immigrazione dell’ARCI per dare il mio piccolo contributo alla diffusione della conoscenza di quanto accade nella “civilissima” Europa del Ventunesimo secolo.

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Giorgio Lunghini, Il Manifesto, 17 ottobre 2015

Un investimento è davvero tale se aumenta lo stock di capitale di un paese, per esempio se si costruisce una nuova fabbrica, si impiegano nuove macchine e si assumono nuovi lavoratori

In molti paesi civili, di là e di qua dall’Atlantico, dagli stessi Stati uniti alla Ger­ma­nia, il Ttip è oggetto di cri­ti­che severe e ben fondate.

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Thomas Piketty, Diritti Globali, 19 settembre 2015

Thomas Piketty

Lo slancio di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo

Ma quantomeno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

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Ho ricevuto l’invito a sottoscrivere questa petizione da parte del Presidente dell’Associazione 2 Agosto 1980 e ho immediatamente aderito, perché credo che sia necessario fare chiarezza su alcuni punti oscuri della nostra storia recente. Una delle mille promesse di questo governo era stata quella di fare chiarezza sulle stragi, declassificando i documenti, ma non solo. Dalla breve dichiarazione che riporto, devo però constatare che ci troviamo, per l’ennesima volta, di fronte a una incompiuta.

Credevamo di assistere alla svolta di un Parlamento, di un Governo che dopo decenni si era accorto della sua storia, fatta di centinaia di morti per terrorismo e stragi e di famiglie a cui è stata stravolta la vita e sospeso il diritto alla verità e alla giustizia. Credevamo di essere testimoni del fatto che i “tempi fossero maturi” per cambiare, per invertire il senso di questo perverso e inquietante sistema che nega alle vittime pure i risarcimenti. Ma un cambiamento a metà, non è un cambiamento, bensì un modo per continuare – da parte di chi ne ha interesse – a conservare il vecchio sistema con metodi diversi. Vi chiediamo solo di mantenere le vostre promesse: risarcimento e indennizzo per le vittime, introduzione nel codice penale del reato di depistaggio, e la reale declassificazione delle carte sulle stragi da parte di ministeri e servizi segreti.

Firma su Avaaz.org

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 19 luglio 2015

L’altro giorno la nostra strega pre­fe­rita, Angela Mer­kel, ha fatto pian­gere una bam­bina pale­sti­nese dicen­dole senza peli sulla lin­gua: «non pos­siamo acco­gliere tutti». Insen­si­bi­lità teu­to­nica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non pos­siamo acco­gliere tutti; più sem­pli­ce­mente, non vogliamo acco­gliere nessuno.

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Stefano Rodotà, Articoli interessanti, 16 luglio 2015

Non mi riconosco nell’Europa nata tra il 12 e il 13 luglio. Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo.

Di questo dovrebbero essere consapevoli soprattutto quelli che hanno molto investito nell’Europa unita come grande progetto politico, e che oggi solo partendo da queste amare considerazioni realistiche possono ancora coltivare un’estrema speranza di riacchiappare un filo che appare ormai spezzato.

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Metà dei rifugiati del mondo sono minori, costretti a scappare e spesso separati dalla loro famiglia.

Non dobbiamo dimenticare che prima che rifugiati anzitutto sono bambini e hanno il diritto a esserlo!

20 giugno, giornata mondiale del rifugiato: su due rifugiati uno è un bambino, da Terre des hommes.

 

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Ieri pomeriggio, in coda all’assemblea pubblica della Rete a Sinistra in piazza don Gallo a Genova, abbiamo avuto modo di ascoltare la testimonianza “fresca di giornata” dei due parlamentari genovesi di sinistra: Luca Pastorino e Stefano Quaranta, appena tornati da Ventimiglia e, va detto, sensibilmente colpiti da quello che hanno visto, soprattutto da una “restituzione” di profughi da parte della polizia francese a quella italiana.

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Libre – associazione di idee, 20 giugno 2015

Matteo Renzi e Sergio Marchionne

Il quotidiano “Il Sole 24 Ore” anticipa i contenuti del decreto sul demansionamento, che il governo si prepara a varare. «Non è una notizia – afferma Giorgio Cremaschi – perché è oramai scontato che gli esperti ministeriali di Renzi e Poletti operino sotto la dettatura dei tecnici della Confindustria», il cui quotidiano «ci comunica la gioia delle imprese e dei loro uffici legali per il fatto di poter finalmente fare tutto ciò che era proibito dall’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori, senza dover incorrere in costose e spesso perdenti azioni legali». Un regalo ai profitti d’impresa, ai danni dei diritti e del salario dei lavoratori. Di fatto, «una sanatoria per tutti gli abusi ai danni della professionalità delle persone», e cioè «la licenza di mobbizzare e ricattare». Questa, per Cremaschi, «l’infamia di un provvedimento che realizza un altro sogno della Confindustria e produrrà incubi per chi deve subire il potere dell’impresa», amche perché ora «si potrà degradare il lavoratore per ragioni tecniche e organizzative, cioè quando al padrone serve».

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Approfitto del fatto che oggi è la giornata mondiale della fibromialgia per fare qualche considerazione sul diritto alla salute e, più in particolare, sulle malattie rare.

Non sono un medico, quindi non aspettatevi da me indicazioni terapeutiche, descrizione di sintomi, ecc. Ho addirittura smesso di farmi chiamare “dottore” il giorno stesso della laurea perché, mentre festeggiavo insieme ad amici l’agognato titolo di studio in economia e commercio, venni avvicinato da un’anziana signora che mi disse: “Dottore, dottore, ho un dolorino a questo gomito, non è che per caso mi potrebbe visitare?”. Le risposi: “Guardi che mi sono laureato in economia. Di conseguenza l’unica visita che potrei farle è quella del portafoglio titoli. Sa… Bot, Cct, azioni, obbligazioni…”. “Non importa dottore, mi visiti lo stesso, tanto ne sa sicuramente più di me”. Da allora, a scanso di equivoci…

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 26 marzo 2015

Robocoop. Sabato scorso il ministro del lavoro ha marciato con Libera contro le mafie e per il reddito minimo. Ieri lo ha bocciato: «Non ci sono risorse». Poi annuncia: «Nel 2015 boom dei contratti fissi (+79 mila)», anche se non conta quelli precari. E Renzi aziona la grancassa: «L’aumento dei contratti significa più diritti»

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro

Dopo avere pas­seg­giato a Bolo­gna nel cor­teo di Libera sabato scorso che chie­deva, tra l’altro, l’introduzione del «red­dito minimo» in Ita­lia, in un’intervista rila­sciata a «Fami­glia Cri­stiana» cin­que giorni dopo il mini­stro del Lavoro Poletti ha detto «No al red­dito minimo» per­ché ha un costo di molti miliardi, inso­ste­ni­bile per l’attuale bilan­cio pubblico».

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All’interno del contenzioso che contrappone il governo greco di Tsipras con l’Unione Europea e in particolare con la Germania, qualche settimana fa è stata ventilata l’ipotesi della richiesta di risarcimento dei debiti di guerra. È un tema che coinvolge anche l’Italia, visto lo “spezzeremo le reni alla Grecia” di mussoliniana memoria e il conseguente tentativo di invasione. Quella che inizialmente poteva sembrare una semplice provocazione è stata invece riproposta da Tsipras alla cancelliera Merkel nel corso della prima visita del premier greco a Berlino.

I tedeschi issano la bandiera nazista di fronte al Partenone

La richiesta greca ha avuto un forte significato politico, ma ha dei risvolti interessanti e importanti anche sul piano del diritto internazionale, come ci spiega Vladimiro Zagrebelsky nel suo articolo apparso sulla Stampa di ieri.

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Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2015

Stefano Rodotà

E dunque, nonostante i Nazareni tramontati e i mal di pancia dei dissidenti Pd, si va verso la riforma del Senato. “Questa riforma è un cambiamento radicale del sistema politico-istituzionale: cambia la forma di governo e viene toccata la forma di Stato”, spiega Stefano Rodotà, emerito di diritto civile alla Sapienza. “E dire che si sarebbe dovuto procedere con la massima cautela: questo Parlamento è politicamente delegittimato dalla sentenza della Consulta. Invece si è scelto di andare avanti imponendo un punto di vista non rivolto al Parlamento, ma a un patto privato, il Nazareno”.

Lei – come altri “professoroni” – è stato da subito molto critico.
La riforma è un’occasione perduta: la discussione che all’inizio era stata generata dalle proposte del governo, aveva determinato una serie di indicazioni che non erano tese all’immobilismo, ma partivano da due premesse . Il Titolo V è stato un disastro e il bicameralismo perfetto non può essere mantenuto: si poteva inventare – era possibile – una forma di organizzazione che concentrasse il voto di fiducia nella Camera superando il sistema attuale, creando nuovi equilibri e controlli e non scardinando la Repubblica parlamentare voluta dalla Costituzione. Ora si comincia ad avere la consapevolezza di ciò che sta accadendo: molti tra quelli che avevano detto “non esageriamo, non si dica svolta autoritaria ” stanno cambiando idea. Si parla di un’Italia a rischio “democratura”, di tendenze plebiscitarie, di deperimento del sistema dei controlli. Se ne sono accorti un po’ tardi.

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La tematica di un New Deal europeo è ricorrente. Se ne è parlato molto spesso, anche nel recente passato. In fin dei conti, il piano Delors – quello delle autostrade della comunicazione – altro non era se non un grandioso piano infrastrutturale a livello continentale. Il Libro bianco dell’allora presidente della Commissione venne presentato nel 1992 e, anche allora, ci si trovava di fronte a una fase economica recessiva.

Nel frattempo, che cosa sta succedendo? Si sono mossi i cittadini che, approfittando della possibilità, riconosciuta dai trattati europei di promuovere iniziative popolari – secondo determinate regole, ma in modo molto più flessibile rispetto all’analoga normativa italiana di proposta di legge di iniziativa popolare -, hanno lanciato una Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) denominata, per l’appunto, New Deal 4 Europe, con l’intento principale di creare i presupposti per una crescita economica e occupazionale del continente eco-sostenibile e con un occhio attento alla ricerca e all’istruzione. Tutta la documentazione, le notizie, i materiali utili, sono disponibili sul sito http://www.newdeal4europe.eu/it/, mentreè possibile firmare online a questo indirizzo: https://ec.europa.eu/citizens-initiative/REQ-ECI-2014-000001/public/ ciccando sul pulsante “Dichiarazione di sostegno”.

Io ho firmato. Tu cos’aspetti?

***

Su questo argomento qualche giorno fa si è pronunciato anche Luciano Gallino sul Manifesto. Il governo italiano avrebbe la possibilità di giocare in anticipo, ma saprà coglierla?

All’Europa serve un New Deal

Di Luciano Gallino, Il Manifesto, 27 giugno 2014

Austerity. Se avesse un po’ di coraggio il governo italiano dovrebbe rilanciare un’idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali

A marzo 2014 i disoc­cu­pati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell’eurozona (stime Euro­stat). Rispetto a un anno prima si regi­strava una lieve dimi­nu­zione, dal 12% al all’11,8 nell’eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A ini­zio 2008, i disoc­cu­pati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Ele­va­tis­simi i tassi attuali di disoc­cu­pa­zione degli under 25, anche in paesi che si riten­gono poco col­piti dalla crisi: 23,4 in Fran­cia, 23,5 in Sve­zia, 20,5 in Fin­lan­dia, con una media che sfiora il 24% nell’eurozona, pari a 3,5 milioni di gio­vani. Per non par­lare del 42,7 dell’Italia o del 53,9 della Spagna.

A sei anni dall’inizio della crisi, che cosa fanno le isti­tu­zioni Ue per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione? Da anni la Com­mis­sione Euro­pea discute di una «Stra­te­gia euro­pea per l’occupazione», nel qua­dro di un’altra che si chiama «Europa 2020: una stra­te­gia per la cre­scita». Di que­ste gene­ri­che stra­te­gie in tema di occu­pa­zione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lan­ciato un «Pac­chetto per l’occupazione» più det­ta­gliato. Con­sta di una serie di docu­menti che gli stati mem­bri dovreb­bero fare pro­pri al fine di soste­nere la crea­zione di posti di lavoro, rilan­ciare la dina­mica dei mer­cati del lavoro, raf­for­zare il coor­di­na­mento tra gli stati mem­bri in tema di poli­ti­che dell’occupazione. Le ricette sono le solite che arri­vano da Bru­xel­les: dimi­nuire le tasse sul lavoro; ridurre la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra chi ha un’occupazione pre­ca­ria e chi ha un’occupazione più sta­bile; svi­lup­pare le poli­ti­che attive del lavoro; rimuo­vere gli osta­coli legali e pra­tici al libero movi­mento dei lavo­ra­tori, oltre che – nien­te­meno – inco­rag­giare la domanda di lavoro.

Come mai, ad onta delle sud­dette stra­te­gie, la disoc­cu­pa­zione ha con­ti­nuato a imper­ver­sare nella Ue? Per­ché tali stra­te­gie, che la Ce ha pro­po­sto in pieno accordo con le altre isti­tu­zioni UE e la mag­gior parte dei governi euro­pei, non toc­cano mini­ma­mente i fon­da­menti strut­tu­rali di essa.
Insi­stono sui soliti motivi isti­tu­zio­nali: l’ordinamento giu­ri­dico del mer­cato del lavoro, le tasse ecces­sive, la rilut­tanza dei lavo­ra­tori ad accet­tare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che pre­fe­ri­reb­bero, lo scarto tra le capa­cità pro­fes­sio­nali di cui i lavo­ra­tori dispon­gono e quelle che le imprese richiedono.

Per con­tro il lavoro è scarso, e i disoc­cu­pati nume­rosi, per­ché la com­pres­sione dei salari e delle con­di­zioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei con­su­ma­tori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli inve­sti­menti e l’accumulazione di capi­tale reale per­ché pre­fe­ri­scono distri­buire lauti pro­fitti o riac­qui­stare azioni pro­prie; il forte aumento delle disu­gua­glianze ha sem­pre più spo­stato gli inve­sti­menti del 5 per cento dei ric­chi e super-ricchi verso il set­tore finan­zia­rio; i mag­giori paesi hanno sot­tratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi pri­mari, nel vano ten­ta­tivo di con­te­nere il debito pub­blico gra­vato dai sal­va­taggi delle banche.

Dinanzi alle sedi­centi stra­te­gie per l’occupazione che la Ce pro­pu­gna all’unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo ita­liano nel seme­stre in cui tocca all’Italia la pre­si­denza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi inter­venti in tema di lavoro e occu­pa­zione di seguire alla let­tera i pre­cetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c’è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po’ di corag­gio, potrebbe pro­vare a rilan­ciare un’idea che da tempo cir­cola nella Ue: un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano euro­peo per inve­sti­menti infra­strut­tu­rali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per con­cen­trarsi invece su infra­strut­ture urbane e inte­rur­bane, dalle strade ai tra­sporti urbani e regio­nali, dalle scuole agli ospe­dali, che quasi un decen­nio di insen­sate poli­ti­che di auste­rità ha gra­ve­mente cor­roso, e dalle quali pos­sono deri­vare milioni di posti di lavoro.

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PERCHÉ?

Di fronte a questa immagine si possono dire solo poche parole. Quanti anni potrà avere questo bambino? Due? O tre, come i fucili puntati alla testa? Quale pericolo potrà mai rappresentare?

Questo è quello che accade in Siria nell’assordante silenzio dei media internazionali, Da quel poco che si può vedere dei tre vigliacchi che impugnano le armi (cui si aggiunge il quarto idiota che sta immortalando la scena per futura damnatio memoriae) non si tratta certo di truppe regolari. E allora si tratta di quegli insorti tanto osannati da quei governi e media occidentali che si sono distinti in operazioni di disinformazione e travisamento della realtà al di fuori di ogni possibile umana comprensione.

Se quello della Siria fosse un caso isolato, potremmo ancora auto-assolverci pensando a una cultura diversa, per noi incomprensibile. Non è così. La bestia umana si sta manifestando ovunque, dall’Europa all’Africa, passando per il Sud America e il Medio Oriente.

Non è un caso, una strana congiunzione astrale. La violenza esplode in queste forme brutali laddove ci sono interessi particolari, siano essi strategici, politici, economici. E questi interessi sono tutti a senso unico, sono tutti funzione della stessa esigenza, quella del controllo totale, quella dello sviluppo economico di paesi altri.

Questo bambino ci chiede: perché? A noi trovare una risposta. Possibilmente non banale.

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