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Archive for the ‘Filosofia’ Category

Stratagemma n.13

Per fare in modo che l’avversario accetti una tesi, dobbiamo presentare la tesi opposta e lasciare a lui la scelta, avendo l’accortezza di esprimere tale opposto in modo assai stridente, cosicché, se non vuole essere paradossale, egli deve risolversi alla nostra tesi che invece appare molto probabile. Per esempio: egli deve ammettere che uno ha il dovere di fare tutto ciò che gli dice suo padre: allora noi chiediamo: «Bisogna essere in ogni cosa disobbedienti ai genitori oppure obbedienti ai genitori?». Oppure se di qualche cosa si dice «sovente», chiediamo se con «sovente» si intendono pochi casi oppure molti: l’avversario dirà «molti». È come il grigio che accostato al nero si può chiamare bianco, e accostato al bianco si può chiamare nero.

Stratagemma n.14

Un tiro impertinente è quando, dopo che l’avversario ha risposto a molte domande senza favorire la conclusione che abbiamo in mente, si enuncia e si esclama in modo trionfante, come dimostrata, la conclusione che si voleva trarre, sebbene essa non consegua affatto dalle sue risposte. Se l’avversario è timido o sciocco, e se noi abbiamo una buona dose di impertinenza e una buona voce, il tiro può riuscire proprio bene. Questo stratagemma rientra nella fallcia non causae ut causae [inganno tramite assunzione della non-causa come causa]

Stratagemma n.15

Se abbiamo presentato una tesi paradossale e ci troviamo in imbarazzo nel dimostrarla, proponiamo all’accettazione o al rifiuto dell’avversario, come se volessimo trarne la dimostrazione, una tesi sì giusta, ma non del tutto evidente: se egli, sospettando qualcosa, la respinge, allora lo conduciamo ad absurdum e trionfiamo: se invece la accetta, intanto abbiamo detto qualcosa di ragionevole, e poi si vedrà. Oppure introduciamo qui lo stratagemma precedente e affermiamo ora che questo dimostra il nostro paradosso. Per farlo ci vuole la massima impertinenza; ma nella realtà succede: e c’è gente che tutto ciò lo pratica per istinto.

E qui esempi nella comunicazione dei nostri politici ce ne sarebbero in quantità. Credo che in tutti i talk show questi stratagemmi vengano impiegato inconsapevolmente più volte da ciascuno degli ospiti, soprattutto in considerazione del fatto che il pubblico televisivo è piuttosto distratto e usa il mezzo come fonte di distrazione e di evasione.

 

Come ottenere ragione in 38 mosse – 1-3
Come ottenere ragione in 38 mosse – 4-5
Come ottenere ragione in 38 mosse – 6-8
Come ottenere ragione in 38 mosse – 9-12
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Come ottenere ragione in 38 mosse – 38

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Stratagemma n.9

Porre le domande non nell’ordine richiesto dalla conclusione che si deve trarre, ma con spostamenti di ogni genere: l’avversario non capisce allora dove si voglia andare a parare e non è in grado di prevenire: ci si può anche servire delle sue risposte per trarne conclusioni diverse, perfino contrarie, a seconda delle risposte. Questo stratagemma è affine al quarto stratagemma in quanto bisogna mascherare il proprio modo di procedere.

Stratagemma n.10

Ci si accorge che l’avversario risponde di proposito negativamente alle domande, perché la risposta affermativa potrebbe essere utilizzata per la nostra tesi. In tal caso bisogna chiedere il contrario della tesi di cui ci si vuole servire come si si volesse la sua approvazione, o almeno sottoporgli ambedue le tesi, in modo che egli non si accorga di quale si vuole che lui affermi.

Stratagemma n.11

Se noi facciamo un’induzione, e l’avversario ci concede i singoli casi attraverso i quali deve essere attuata, non dobbiamo chiedergli se concede anche la verità generale che risulta da questi casi: dobbiamo invece introdurla in seguito come già stabilita e concessa, perché può anche accadere che egli creda di averla concessa, e la stessa impressione avranno anche gli ascoltatori, i quali si ricordano delle molte domande sui casi singoli, che devono pure avere condotto allo scopo.

Stratagemma n.12

Qualora il discorso verta su un concetto generale che non ha alcun nome, ma che deve essere designato tropicamente per mezzo di una similitudine, noi dobbiamo scegliere subito la similitudine in maniera tale che essa sia favorevole alla nostra affermazione. Così, per esempio, in nomi con cui sono designati i due partiti politici in Spagna, servilesliberales, sono stati certamente scelti da questi ultimi.
Il nome protestanti è scelto da questi, e così il nome evangelici; il nome eretici, invece, è scelto dai cattolici.
Vale per i nomi di cose anche quando essi non sono più appropriati: ad esempio, se l’avversario ha proposto un cambiamento, lo si chiami innovazione, perché si tratta di una parola odiosa. Ci dobbiamo comportare in modo contrario se siamo noi ad avanzare una proposta. Nel primo caso si chiami l’opposto «ordine costituito», nel secondo una «zavorra». Ciò che una persona disinteressata e imparziale chiamerebbe «culto» o «pubblica dottrina della fede», uno che vuole parlarne a favore lo chiama «devozione», «pietà», un avversario «bigotteria», «superstizione». In fondo si tratta di una sottile petitio principii: si introduce già nella parola, nella denominazione, ciò che si vuole provare, così da derivarlo poi con un semplice giudizio analitico. Ciò che l’uno chiama «assicurasi della sua persona», «tenere in custodia», il suo avversario lo chiama «imprigionare».
Spesso un oratore tradisce già la sua intenzione nei nomi che dà alle cose. L’uno dice «i religiosi», l’altro «i preti». Fra tutti gli stratagemmi questo è quello che viene adoperato più spesso, istintivamente. Fervore religioso ≡ fanatismo; passo falso o galanteria ≡ adulterio; espressioni equivoche ≡ oscenità; squilibrio ≡ bancarotta; «tramite influenze e conoscenze» ≡ «tramite corruzione e nepotismo»; «sincera riconoscenza» ≡ «buon pagamento».

Alla luce di questo stratagemma, quando sentiamo utilizzare la parola «riforma» dovremmo seriamente interrogarci sul quale iniziativa sta per essere intrapresa. La parola «riforma» ha un’accezione positiva, viene associata più che al concetto di cambiamento a quello di miglioramento. Ma ne siamo proprio sicuri? Sentiamo parlare di «riforma della magistatura», «riforma del sistema carcerario», «riforma della Costituzione». «riforma della pubblica amministrazione», «riforma del sistema del trasporto pubblico locale», ma non è detto che si tratti sempre di miglioramenti.

 

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Proseguendo con la lettura del L’arte di ottenere ragione, cominciamo ad arrivare alle mie preferite. Poi, per qualche giorno, pausa, tanto ho imparato come si fa a programmare la pubblicazione dei post…

Stratagemma n.6

Si fa una petitio principii occulta postulando ciò che si dovrebbe dimostrare: 1) usando un altro nome, ad esempio buon nome al posto di onore, virtù al posto di verginità, e così via; o anche concetti interscambiabili: animali dal sangue rosso al posto di vertebrati; 2) oppure facendo in modo che ci venga concesso in generale ciò che nel caso particolare è controverso, ad esempio: si afferma l’incertezza della medicina postulando l’incertezza di ogni sapere umano; 3) quando vice versa due cose conseguono l’una dall’altra, e si deve dimostrare la prima, postulando la seconda; 4) quando si deve dimostrare l’universale, facendosi ammettere ogni singolare (il contrario del n.2). (Aristotele, Topici, VIII, 11)
Sull’esercizio della dialettica contiene buone regole l’ultimo capitolo dei Topici  di Aristotele.

Stratagemma n.7

Quando la disputa è condotta in modo piuttosto rigoroso e formale e ci si vuole fare intendere molto chiaramente, colui che ha presentato l’affermazione e deve dimostrarla procede contro l’avversario ponendo domande, per concludere la verità dell’affermazione dalle stesse ammissioni dell’avversario. Questo metodo erotematico era particolarmente in uso presso gli antichi (so chiama anche metodo socratico): ad esso si rifà il presente stratagemma e alcuni che seguiranno più avanti. (Completamente e liberamente rielaborato dal capitolo 15 del Liber de elenchis sophisdticis di Aristotele).
Domandare una sola volta e in modo particolareggiato molte cose, così da occultare ciò che in realtà si vuole che venga ammesso. Esporre invece rapidamente la propria argomentazione a partire da ciò che è stato ammesso: così coloro che sono lenti di comprendonio non riescono a seguire esattamente e non si accorgono di eventuali errori o lacune nell’argomentazione.

Credo che questo sia uno dei metodi più utilizzati, consciamente o inconsciamente, dai politici quando si trovano in difficoltà.

Stratagemma n. 8

Suscitare l’ira dell’avversario, perché nell’ira egli non è più in condizione di giudicare rettamente e di percepire il proprio vantaggio. Si provoca la sua ira facendogli apertamente torto, tormentandolo e, in generale, comportandosi in modo sfacciato.

 

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Come preannunciato, ecco i successivi due suggerimenti di Schopenhauer, E qui la faccenda diventa più sottile.

Stratagemma n.4

Quando si vuole trarre una certa conclusione non la si lasci prevedere, ma si faccia in modo che l’avversario ammetta senza accorgersene le premesse una per volta e in ordine sparso, altrimenti tenterà ogni sorta di cavilli; oppure, quando non si è certi che l’avversario le ammetta, si presentino le premesse  di queste premesse, si facciano pre-sillogismi, ci si faccia ammettere le premesse di molti di questi pre-sillogismi senza ordine e confusamente, si occulti dunque il proprio gioco finché non è stato ammesso tutto ciò di cui si ha bisogno. Si arrivi insomma al dunque partendo da lontano. Queste regole le dà Aristotele in Topici, VIII, 1.
Non occorrono esempi.

Stratagemma n.5

Per dimostrare la propria tesi ci si può servire anche di premesse false, e ciò quando l’avversario non ammetterebbe quelle vere, o perché non ne riconosce la verità oppure perché vede che la nostra tesi ne conseguirebbe immediatamente: si prendano allora tesi in sé false ma vere ad hominum, e si argomenti  ex concessis a partire dal modo di pensare dell’avversario. Infatti il vero può conseguire da premesse false, ma mai il falso da premesse vere. Allo stesso modo si possono confutare tesi false dell’avversario per mezzo di altre tesi false, che egli però ritiene vere: infatti si ha a che fare con lui e bisogna servirsi del suo modo di pensare. Per esempio: se egli è seguace di qualche setta alla quale noi non aderiamo, possiamo adoperare contro di lui, come principia, le massime di questa setta. Aristotele, Topici, VIII, 9. (Rientra nel precedente stratagemma).

 

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Avendo la fortuna (?) di vivere in una delle poche città italiane con due squadre di calcio nel massimo campionato, spesso e malvolentieri mi capita di assistere a discussioni, tanto accese quanto interminabili, fra sostenitori dell’una e dell’altra compagine. Come in ogni situazione che scatena le più profonde passioni, ognuno vuole “ottenere ragione” e affina, il più delle volte inconsapevolmente, le armi della dialettica, specialmente quando ha raggiunto il livello massimo di decibel consentitogli dalle corde vocali.

Chi alla fine ottenga o meno ragione, è in questa sede totalmente irrilevante. Ciò che interessa è iniziare a descrivere e analizzare le diverse tecniche che li nostro può utilizzare. E in ciò ci aiuta un filosofo tedesco del XIX secolo, Arthur Schopenhauer (1788-1860) che questo problema se lo era già posto, scrivendo nel 1830-31 un trattatello, mai dato alle stampe, dal titolo L’arte di ottenere ragione. Esposta in trentasei stratagemmi.

Trattandosi di opera filosofica assume per sua natura carattere universalistico. Può quindi essere applicata a svariati ambiti, fra cui quello dell’analisi del comportamento degli esponenti politici, donne e uomini, nel corso dei vari dibattiti televisivi.

Schopenhauer illustra trentasei stratagemmi, corredandoli di esempi. Iniziamo con i primi tre, che lo stesso filosofo ci spiegherà essere collegati. Gli altri seguiranno nei prossimi giorni.

Stratagemma n.1

L’ampliamento. Portare l’affermazione dell’avversario al di fuori dei suoi limiti naturali, interpretarla nella maniera più generale possibile, prenderla nel senso più ampio possibile, ed esagerarla; restringere invece la propria affermazione nel senso più circoscritto possibile e nei limiti più ristretti: perché quanto più un’affermazione diventa generale, tanto più essa presta il fianco agli attacchi. L’antidoto è la precisa formulazione del punctusstatus controversiae.

Esempio 1

Io dissi: «Gli Inglesi sono la prima nazione nel genere drammatico». L’avversario volle tentare una instantia e ribatté: «È noto che nella musica, e di conseguenza anche nell’opera, essi non hanno saputo combinare nulla». Io gli replicai ricordandogli «che la musica non è compresa nel genere drammatico; questo designa solo la tragedia e la commedia»: cosa che egli sapeva molto bene, e quindi tentava solo di generalizzare la mia affermazione in modo che comprendesse tutte le rappresentazioni teatrali, di conseguenza l’opera e la musica, per poi battermi con sicurezza.
Se invece l’espressione da noi usata lo favorisce, si salvi la propria affermazione restringendola oltre la primitiva intenzione.

Esempio 2

A dice: «La pace del 1814 restituì persino a tutte le città anseatiche tedesche la loro indipendenza». B dà la instantia in contrarium cioè che con quella pace Danzica perse l’indipendenza conferitale da Bonaparte.  A si salva così: «Ho detto tutte le città anseatiche tedesche. Danzica era una città anseatica polacca».
Questo stratagemma si trova già in Aristotele, Topici, VIII, 12.

Esempio 3

Lamarck (Philosophie zoologique, [Paris, 1809], vol. 1, p. 203) nega ai polipi ogni sensazione poiché privi di nervi. Ora, però, è certo che essi percepiscono, infatti seguono la luce mentre procedono con la loro tecnica di ramo in ramo. E afferrano la loro preda. Si è perciò supposto che in essi la massa nervosa sia diffusa in ugual misura nella massa dell’intero corpo e, per così dire, vi sia fusa assieme: infatti essi hanno evidentemente percezioni senza avere organi di senso distinti. Poiché ciò ribalta l’ipotesi di Lamarck, egli argomenta dialetticamente così: «Allora tutte le parti del corpo del polipo dovrebbero essere capaci di ogni specie di sensazione e anche di movimento, di volontà, di pensiero: allora il polipo avrebbe in ogni punto del suo corpo tutti gli organi dell’animale più completo: ogni punto potrebbe vedere, annusare, gustare, sentire e così via; anzi, pensare, giudicare, inferire: ogni particella del suo corpo sarebbe un animale completo e il polipo stesso starebbe sopra l’uomo, poiché ogni cellula avrebbe tutte le facoltà che l’uomo ha solo nel suo insieme. Non ci sarebbe inoltre alcun motivo per non estendere quanto si afferma sui polipi anche alla monade, il più imperfetto di tutti gli esseri, e infine anche alle piante, le quali pure vivono, e così via». Con l’uso di tali stratagemmi dialettici uno scrittore tradisce l’intima consapevolezza di avere torto. Poiché si è detto: «Il suo intero corpo è sensibile alla luce, ed è perciò di natura nervosa», egli ne evince che l’intero corpo pensa.

Stratagemma n.2

Usare l’omonimia per estendere l’affermazione presentata anche a ciò che, al di là del nome uguale, poco o nulla ha in comune con la cosa in questione; poi darne una confutazione lampante, e così fingere di avere confutato l’affermazione.
Nota: synonyma sono due parole indicanti il medesimo concetto; homonyma due concetti indicati dalla medesima parola (vedi Aristotele, Topici, I, 13). Profondo, tagliente, alto, usati ora per corpi ora per suoni sono homonyma. Sincero e leale sono synonyma.
Questo stratagemma può essere considerato identico al sofisma ex homonymia: tuttavia il sofisma palese dell’omonimia non trarrà seriamente in inganno.

Omne lumen potest extingui;
Intellectus est lumen;
Intellectus potest extingui.

[Ogni lume può essere spento; l’intelletto è un lume; l’intelletto può essere spento.]

Qui si nota subito che ci sono quattro terminilumen in senso proprio e lumen inteso in senso figurato. Ma nei casi sottili questo sofisma inganna certamente, soprattutto dove i concetti indicati dalla medesima espressione sono affini e si sovrappongono l’uno all’altro.

A questo punto mi permetto l’ardire di chiosare Schopenhauer. Mi sembra che una parola, usata frequentemente nella polemica politica, con le caratteristiche idonee a portare l’ascoltatore al falso sillogismo, sia “regime”. Regime, tecnicamente, significa “sistema politico”, ma, poiché è stata così tante volte utilizzata insieme all’aggettivo “fascista”, è andata ad assumere il doppio significato di “dittatura”.

Esempio 1

(I casi inventati appositamente non sono abbastanza sottili da essere ingannevoli: bisogna dunque trarli dalla propria esperienza concreta. L’ottimo sarebbe poter distinguere ogni stratagemma con un nome conciso e calzante, a cui si potrebbe ricorrere, al momento opportuno, per respingere in un batter d’occhio l’uso di questo o quello stratagemma).
A: «Lei non è ancora iniziato ai misteri della filosofia kantiana».
B: «Ah, dove ci sono misteri, io non voglio saperne nulla».

Esempio 2

Io biasimavo il principio d’onore, giudicando incomprensibile che chi subisce un’offesa perda l’onore a meno che non la ricambi con un’offesa maggiore o che non lavi l’onta col il sangue, quello del nemico o il proprio; come ragione addussi che il vero onore non può essere ferito da ciò che si subisce, ma soltanto da ciò che si fa; perché a chiunque di noi può succedere di tutto. L’avversario attaccò direttamente la mia ragione: egli mi dimostrò in modo lampante che se si calunniasse un commerciante dicendo che imbroglia o commette illegalità, o che è negligente nel suo mestiere, questo sarebbe un attacco al suo onore che qui verrebbe ferito unicamente per ciò che egli subisce, e che egli potrebbe ripristinare soltanto facendo punire tale calunniatore o costringendolo a smentire l’accusa.
Qui egli scambiò, dunque, per l’omonimia, l’onore civile, che si chiama altrimenti buon nome e che viene offeso col discredito, con il concetto di onore cavalleresco, chiamato anche point d’honneur e che viene offeso con le ingiurie. E poiché un attacco al primo non può essere trascurato, ma deve essere respinto con la pubblica confutazione, con lo stesso diritto anche un attacco al secondo non dovrebbe rimanere ignorato, ma dovrebbe essere respinto con un’ingiuria più forte e con il duello. Dunque: una confusione di due cose essenzialmente diverse favorita dall’omonimia della parola onore: e così l’omonimia dà origine a una mutatio controversiae.

Una parola di stretta attualità politica, dal doppio significato, è li participio passato del verbo “interdire”. Per evitare conseguenze spiacevoli, sempre meglio contestualizzare…

Stratagemma n.3

Prendere l’affermazione presentata in modo relativo, relative, come se fosse presentata universalmente, simpliciterabsolute, o almeno intenderla sotto tutt’altro aspetto e confutarla poi in in questo secondo senso.

Qui ci sarebbero delle parole in greco che non posso inserire dato che non dispongo di tutti i caratteri necessari (capirle, quello mai, ho fatto lo scientifico).

L’esempio di Aristotele è: il moro è nero, ma quanto ai denti è bianco: dunque egli è allo stesso tempo nero e non nero. È un esempio inventato, che non ingannerebbe sul serio nessuno: prendiamone invece uno dall’esperienza concreta.

Esempio

In una conversazione di filosofia ammisi che il mio sistema difende e loda i quietisti. Poco dopo il discorso cadde su Hegel, e io affermai che la maggior parte delle cose da lui scritte sono insensate o, almeno, che molti passi dei suoi scritti sono tali che l’autore butta lì le parole e il senso deve metterlo il lettore. L’avversario non si avventurò a confutare ciò ad rem, ma si contentò di proporre quest’argumentum ad hominem: io avevo appena lodato i quietisti, e anch’essi avevano scritto molte cose insensate.
Ammisi questo fatto, ma corressi l’avversario dicendo che non lodo i quietisti come filosofi o scrittori, cioè non per le loro imprese teoretiche, ma soltanto come uomini, per il loro agire, solo dal punto di vista pratico: nel caso di Hegel invece si parla di imprese teoretiche. L’attacco venne così parato.

A questo punto, Schopenhauer ci dice che i primi tre stratagemmi sono affini, poiché “hanno in comune il fatto che l’avversario parla in realtà di qualcosa d’altro rispetto a ciò che viene affermato”.

[…] si incorrerebbe dunque in una ignoratio elenchi [ignoranza della confutazione] se ci si facesse liquidare da tali stratagemmi. Infatti, in tutti gli esempi presentati quello che dice l’avversario è vero: non è però in contraddizione effettiva ma solo apparente con la tesi; chi è da lui attaccato quindi nega la consequenzialità della sua conclusione: cioè che dalla verità della sua tesi discenda la falsità della nostra. Si tratta dunque di una confutazione diretta della sua confutazione per negationem consequantiae.
Non ammettere premesse vere poiché se ne prevede la conseguenza. Come antidoto dunque i due seguenti mezzi, le regole 4 e 5.

 

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