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Archive for the ‘Internazionale’ Category

Luis Sepulveda

Geraldina Collotti, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

Nato 66 anni fa in Cile e naturalizzato francese, Luis Sepulveda non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista, ha al suo attivo una vasta produzione letteraria che riflette la lunga stagione d’impegno e d’avventura. Nipote di un anarchico andaluso fuggito in Sudamerica per evitare la pena capitale, ha fatto parte del Gap, la guardia personale del presidente cileno Salvador Allende.

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Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 13 dicembre 2015

Intervista ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo ed esperto del paese

Abbiamo rivolto alcune domande sulla fase attuale della crisi libica ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e esperto di Libia.

Mentre si apre oggi a Roma la conferenza internazionale sulla Libia e mentre l’inviato di Ban Ki-moon Martin Kobler annuncia che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

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di Dilar Dirik, attivista curda e dottoranda all’università di Cambridge.
FonteAl di là del buco, 28 novembre 2015

La sua ricerca è incentrata sul Kurdistan e il movimento delle donne curde

(Titolo come apparso nel blog dell’autrice: The Women’s Revolution in Rojava: Defeating Fascism by Constructing an Alternative Society, dal capitolo “A Small Key Can Open A Large Door: The Rojava Revolution” in Strangers in a Tangled Wilderness, Marzo 2015, Combustion Books. Traduzione di Eugenia)

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Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 25 novembre 2015

F. Dubois, La notte di San Bartolomeo

Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Queste parole tornano alla mente quando si pensa al crescendo di appelli alle armi che risuonano a Parigi, a Bruxelles come a Londra. Quello che si vuole da tante parti non è neanche più uno scontro di civiltà alla Huntington.

È una guerra di religione, contro l’Isis o Daesh, ma anche contro l’Islam, contro gli immigrati, contro tutti i fantasmi o gli incubi che assillano un’Europa impaurita e paranoica.

Certo, gli accenti sono diversi. Si va dai fanatici dei diritti umani, nostalgici della guerra lampo del Kosovo, a quelli che vedono nell’Islam una volontà millenaria di rivalsa contro l’occidente cristiano, agli opinionisti “ragionevoli” che esigono dai musulmani che “escano allo scoperto” e “si pronuncino contro il terrorismo”, ai simpatizzanti di Netanyahu, che mettono nello stesso sacco Isis e resistenza palestinese, ecc.. Ma l’idea di fondo è che si faccia una bella coalizione di tutti contro l’Isis, che lo si polverizzi, magari insieme ai civili di Raqqa tra cui si nasconde, e poi… E poi?

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Come è drammaticamente noto, in Italia si parla pochissimo del Ttip, l’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Unione Europea che, nel chiuso delle segrete stanze, alcuni burocrati stanno discutendo. I documenti vengono tenuti segreti, ma anche così è stupefacente il silenzio dei principali organi di informazione (con alcune eccezioni come Il ManifestoIl Fatto Quotidiano che saltuariamente ne parlano o l’invereconda pubblicità trasmessa a ore notturne sui canali RAI).

Gli Stati membri dell’Unione Europea non sono entrati nel processo negoziale e ora vengono coinvolti soltanto per la ratifica, anche se alcune fonti dicono che, fra i negoziatori, vi fossero incaricati dei governi di tutti i paesi membri e che l’Italia avesse una rappresentanza paritetica a quella degli altri grandi paesi del continente. In ogni caso, le procedure adottate sono scarsamente trasparenti ed è lecito essere seriamente preoccupati in merito al contenuto dei diversi protocolli che si vogliono ratificare.

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Questo articolo è tratto da un quotidiano che non è sicuramente accusabile di essere anti americano, il che rende ancora meno spiegabile (o, meglio, spiegabilissimo?) il perché dell’intervento statunitense volto a esautorare Bashar al-Assad e a sostituirlo con un politico più vicino agli interessi di Washington.

Sebastiano Caputo, Il Giornale, 6 ottobre 2015

In Medio Oriente, nell’universo politico di cultura laica, sono tante e spesso in conflitto tra loro, le personalità che si sono elevate al di sopra delle nazioni per incarnare l’ideale panarabo. Ahmed Ben Bella in Algeria, Gamal Abdel Nasser in Egitto, Saddam Hussein in Iraq, Muammar Gheddafi in Libia, Hafez Al Assad in Siria. Gli uomini passano, le idee restano. Di fronte ai grandi sconvolgimenti della regione, il più delle volte rimodellata dall’esterno, un solo gruppo politico è riuscito a conservarsi nel tempo e a mantenere viva la fiamma di un pensiero politico che ancora oggi appare profondamente attuale. È la storia del Baath, il partito che attualmente governa in Siria e che fa capo al presidente Bashar Al Assad. Nato nel Rashid Coffee House di Damasco (divenuto successivamente il Centro Culturale Sovietico), dove ogni venerdì un gruppo di giovani studenti provenienti da tutto il Paese – comprese le piccole delegazioni di Giordania, Libano e Iraq – il Baath si riunisce intorno a Michel Aflaq (1910-1989) e Salah Al Bitar (1912-1980), due insegnanti damasceni, rispettivamente di confessione cristiana e islamica, che si erano conosciuti a Parigi quando frequentavano le aule universitarie della Sorbona.

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Benjamin Netanyahu

Che la storia non sia scienza esatta è risaputo. E che, purtroppo, possa essere riscritta a proprio uso e consumo è cosa altrettanto nota. Ma le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu sono al di fuori di ogni logica, seppur aberrante.

I fatti. Al Congresso sionista mondiale, il premier israeliano ha dichiarato che Adolf Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, ma avrebbe solo voluto espellerli dalla Germania e dai territori controllati dai nazisti. A questo punto, entrò in scena il perfido mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, che nel corso di un incontro a Berlino nel 1941 avrebbe detto al leader nazista: “Se tu li espelli, verranno tutti qui (in Palestina)”. Allora – sempre secondo Netanyahu – Hitler gli avrebbe chiesto: “Cosa dovrei fare di loro?”. E la risposta sarebbe stata: “Bruciali”.

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Da Voci dall’estero, 19 ottobre 2015

Sul The Guardian scopriamo che finalmente il sorpasso è certificato: il 50% della ricchezza globale è detenuta dall’1% della popolazione. La seconda buona notizia, per gli ultra-ricchi, è che il sorpasso è avvenuto con un anno di anticipo rispetto a quanto prevedeva Oxfam GB. Lo studio del Credit Suisse che ce lo rivela attesta anche l’aumento della disuguaglianza e il declino della classe media in tutto il globo. Insomma, tutto come da programma.

di Jill Treanor, 13 ottobre 2015

La disuguaglianza globale è in crescita, con la metà della ricchezza mondiale adesso nelle mani dell’1% della popolazione, secondo un nuovo rapporto.

Le classi medie sono state schiacciate a spese dei più ricchi, secondo le ricerche di Credit Suisse, che rivela anche che per la prima volta, ci sono più persone della classe media in Cina – 109 milioni – rispetto ai 92 milioni negli Stati Uniti.

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Filippo Ghira, Il ribelle, 14 ottobre 2015

In conseguenza dell’accordo di libero scambio del Pacifico (Tpp), firmato la scorsa settimana dai dodici ministri del Commercio dei Paesi interessati, dopo dieci anni di discussioni, è stato compiuto un ulteriore passo vero il libero mercato mondiale. Al Tpp dovrebbe seguire infatti in tempi brevi l’analogo accordo (Ttip) per l’area dell’Atlantico, attualmente in trattativa tra Nord America ed Unione europea.

Grazie all’accordo America-Asia le merci e i capitali potranno circolare liberamente senza dover essere soggette a dazi e regolamenti vari che verranno semplicemente cancellati. Alla entrata in vigore del Tpp manca soltanto la ratifica dei rispettivi governi e Parlamenti ma, nonostante i molti mugugni che si sono levati, sia per le sue implicazioni sia per la segretezza che ha caratterizzato le trattative e l’incontro decisivo ad Atlanta, non sembrano esistere ostacoli tali da impedirne un voto favorevole. Ad Obama peraltro il Senato aveva concesso i pieni poteri per agire come meglio avesse creduto.

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Riporto la breve introduzione (anzi, il prologo) di Pepe Mujica al libro-intervista “La felicità al potere”, Editori Riuniti Int. (2014). Credo che, in poche pagine, riesca a illustrare i problemi della sinistra in Europa e perché, dalle nostre parti, si guardi con tanta curiosità e affetto al Sud America. Penso però che manchi un dettaglio, un qualcosa – che probabilmente Mujica non può dire – che spiega la differenza fra i leader nostrani e quelli dell’America Latina: i nostri si prendono troppo sul serio, danno al proprio ruolo un’importanza esagerata, cosa che né Morales, né Correa, né tantomeno Mujica hanno mai fatto. Un po’ di autoironia (caratteristica che non dovrebbe mai mancare in nessuna situazione della vita) ci si rende più simpatici e umani.

Certo che la descrizione che della situazione europea viene fatta da un osservatore esterno di sicuro distacco e onestà intellettuale è desolante.

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È possibile che ci annientino,
ma il domani apparterrà al popolo,

apparterrà ai lavoratori.
L’umanità avanza verso
la conquista di una vita migliore.
Salvador Allende (dall’ultimo discorso tenuto alla radio l’11 settembre 1973)

Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione anche biologica

Non è possibile, oggi, guardare al Sudamerica senza provare amarezza, speranza, curiosità. E ciò è ancora più difficile per quelli della mia generazione, quelli che hanno iniziato a interessarsi alla politica negli anni Settanta del Novecento, e che nel corso degli anni successivi si sarebbero dati da fare attivamente.

L’amarezza nasce dalla constatazione delle numerose occasioni perse. Un continente che era stato fatto oggetto di una colonizzazione selvaggia, diviso fra spagnoli e portoghesi grazie a un editto papale, che aveva visto lo sterminio di grandi civiltà e di intere popolazioni, diveniva improvvisamente, dopo aver lottato per la propria liberazione, il “giardino di casa” degli Stati Uniti d’America, che non perdevano occasione per insediare dei governi fantoccio in modo da poter sviluppare il giro d’affari delle grandi multinazionali.

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Rita Di Leo, Il Manifesto, 25 luglio 2015

Da dove comin­ciare per capire lo stato delle cose di oggi, tor­nate nel tempo di ieri? E quale chiave sce­gliere per capire? Le guerre di reli­gione del sei­cento euro­peo, non più tra pro­te­stanti e cat­to­lici, ma tra sun­niti e sciiti? La poli­tica di potenza tra Ame­rica e Paesi Arabi, tra Ame­rica e Rus­sia, tra la Ger­ma­nia e gli stati-nazione dell’Unione Euro­pea, non ancora vassalli?

Oppure la chiave è nel pri­mato dell’economia che ha fal­lito nella sua pro­pen­sione a gover­nare senza la poli­tica? Il potere senza poli­tica perde pre­sto legit­ti­mità. La per­dita di legit­ti­mità porta con sé la caduta della lega­lità e torna la forza come stru­mento per il con­trollo degli uomini. La poli­tica di potenza, al momento in così buona salute, testi­mo­nia quanto fra­gile è il potere delle élite finan­zia­rie. È un potere in grado di subire attac­chi che sono impre­vi­sti per­sino dai più geniali arti­sti degli algo­ritmi, gli attuali con­si­glieri delle élite. Sono colpi che aprono sce­nari di guerra. Guerre di indi­pen­denza, guerre di classe, guerriglie.

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Giuliana Sgrena, Il Manifesto, 26 giugno 2015

Chi riu­scirà a scon­fig­gere i ter­ro­ri­sti dell’Isis? Solo chi ha un pro­getto di società alter­na­tivo a quello fon­da­men­ta­li­sta del calif­fato e dei suoi soste­ni­tori, a oriente e a occidente.

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Geraldina Colotti, Il Manifesto, 29 maggio 2015

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

“Pepe” Mujica (Lapresse – Vincenzo Livieri, da Il Manifesto)

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

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OcchiDomenica mattina sono stato invitato, informalmente, all’inaugurazione di uno spazio verde nei pressi dello svincolo autostradale di Genova Nervi. Ma non è di questa iniziativa, peraltro encomiabile, che voglio parlare, bensì di alcuni commenti che ho ascoltato in quella sede, purtroppo anche da parte di esponenti politici di rilievo locale sul tema dei migranti che vengono ospitati presso l’ex-Ospedale Psichiatrico di Quarto. Commenti che fanno impallidire la già durissima poesia di Enzo Costa che già ho riportato tempo fa in questo blog (Non sono un razzista).

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La vicenda dei due marò è emblematica: rappresenta infatti l’incapacità del governo italiano e dell’Unione Europea di attuare una qualsivoglia politica estera degna anche solo minimamente di questo nome. D’altra parte, dopo averla delegata per decenni a Nato e Stati Uniti d’America, certe raffinatezze tecniche si perdono. Non voglio ripetere qui l’elenco degli errori commessi, a tutti i livelli, dall’allora governo Berlusconi in primo luogo, ma, a seguire, da tutti quelli successivi, Monti, Letta e Renzi, con rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa. Per farlo basta andare su Google e digitare ad esempio il nome dei due militari: si trovano migliaia di pagine web che ne parlano, in tutte le sfumature del possibile, dagli innocentisti a spada tratta ai forcaioli impenitenti. Di me posso solo dire che non sono di quelli che espongono alle finestre il manifesto-richiesta di riportare subito a casa Girone e Latorre.

Per me la soluzione ideale, ormai non più praticabile, sarebbe stata quella di non consegnarli agli indiani, ma di processarli per direttissima in Italia e condannarli, se da condannare, o assolverli, se da assolvere. Ma forse in questo modo sarebbero emerse le reali responsabilità di chi ha ispirato un’azione politico-militare in modo alquanto rabberciato, senza che vi fosse chiarezza nella catena di comando, e quindi nelle reali responsabilità, né nelle regole d’ingaggio.

Mi limito quindi a riprendere questa vignetta di Mauro Bianchi, pubblicata sul Manifesto di oggi, perché la trovo intelligentemente caustica. Io la leggo in questo modo: non basta atteggiarsi da statista per essere uno statista. Così come non basta vestirsi da John Lennon per essere John Lennon…

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La questione ucraina mi preoccupa moltissimo e ad essa, a partire da “La scelta saggia di Kiev” ho dedicato svariati post. Questo articolo di Michele Marsonet, tratto dal sito Remo Contro, approfondisce il tema del revanscismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti della Russia, evidenziando quelle che sono le antiche origini di un conflitto che può avere conseguenze gravissime e che dimostra – una volta di più – la totale inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea.

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Ieri mattina José Alberto Mujica Cordano – “Pepe” Mujica – ha passato le consegne. Il presidente uruguayano è riuscito, nel corso dei cinque anni del suo mandato, è riuscito a farsi amare e stimare da tutte le sinistre del pianeta. Gli subentra Tabaré Vazquez che appartiene alla stessa coalizione del Frente Amplio, ma ha un profilo più moderato.

Lo stile di Mujica è stato quello di una semplicità disarmante, in forte contrasto con il comportamento dei politici nostrani e forse è proprio per questo che ci risulta così simpatico. Dal punto di vista politico, come è ovvio, ha ottenuto risultati buoni e altri meno buoni. Fra i risultati positivi, spiccano l’aumento dei salari e la riduzione della disoccupazione.

Pepe Mujica nella sua casa

Passa alla storia il discorso che tenne al Summit Rio +20, forse la più nota delle sue performance internazionali e nel quale spiega la sua filosofia. Di sicuro ci mancheranno il suo Maggiolino Volkswagen celeste e la sua cagnetta a tre zampe.

Ieri, La Stampa online riportava dieci sue frasi “celebri”. Ne riproporrò una al giorno per i prossimi dieci giorni.

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Domani la Camera dei Deputati è chiamata a votare per il riconoscimento dello Stato di Palestina.

I nostri onorevoli hanno l’occasione per dimostrare di esserlo (onorevoli) dando un forte impulso alla speranza di pace di un popolo che da oltre sessant’anni lotta per affermare la propria identità, dignità e libertà.

Questi occhi vi guardano!

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Alessandro Dal Lago ci ricorda come si è giunti (e chi sono i responsabili, perché hanno nome e cognome), scrive una frase che mi ha molto colpito e che sintetizza perfettamente i tempi che stiamo vivendo: l'”Europa che sa solo sbagliare“. È drammaticamente vero, in politica estera così come in politica economica. Ma perché questa Europa sa solo sbagliare? In parte per l’incapacità, tecnica e politica, dei leader che attualmente la governano e in parte perché, in un regime di concorrenza fra paesi, ciascun capo di Stato vuol dimostrare di essere il migliore, quello con la capacità di analizzare meglio degli altri la situazione internazionale, il più europeista, il migliore strategica.

Insomma, ognuno di lor signori desidera passare alla storia. E devo di re che, se continuano così, ci riusciranno. Ma non si tratterà di sicuro delle pagine per noi più belle. Comunque, grazie a Dal Lago per l’estrema chiarezza.

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.

Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

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