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Archive for the ‘Letteratura’ Category

Valentina Parisi, Il Manifesto, 12 dicembre 2015

Oltre un milione e duecentomila donne sovietiche si precipitarono a rimpiazzare i soldati uccisi dai tedeschi, ma quasi nulla si sapeva di loro: «La guerra non ha volto di donna»

(altro…)

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Dal libro di Roberto “Freak” Antoni, Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (seguirà dibattito), Appendice prima, Lapsus e castronerie, Feltrinelli, Milano 1991:

Roberto Freak Antoni

Andò in Ospedale per farsi un ketcup e i raggi ultraviolenti. Gli dissero che la sua malattia diventava cronaca e che si astenesse alle prescrizioni della ricetta. Aveva una brutta altrite cerebrale e voleva anche curarsi la sinusoide. Gli trovarono i tricicli nel sangue e lo definirono cardioepatico.

Gli esplose un hermes in faccia, cioè aveva una brutta erezione cutanea. Gli misero lo sky-pass al cuore e gli scoprirono il polistirolo alto, gli abeti alti e il nervo asiatico. Lui si mise in un certo paté d’animo.

Aveva dei problemi di circonvallazione e un’infiammazione al ventriloquo sinistro anche un dolore uncinante al dente del giudizio e una trombosi cervicale.

Morì X un cactus celebrale. Era un celebrolesso che faceva molto trein autogeno nonostante un playmaker al cuore, delle febbri eccitanti molto alte, e parecchie piastrelle nel sangue.

Da piccolo aveva avuto la miningite e una cistite all’occhio. Si era fatto un feeling facciale e operato di vene vanitose. Aveva iniziato un corso di ginnastica aerotica che gli era costato una cifra gastronomica.

Santuariamente amava provare la brezza della velocità.

Quell’avvertimento gli servì da monitor.

Accese il bolider della doccia e aspettò che l’acqua fosse calda, Al bar chiedeva sempre un coptel poco alcolico e spesso ordinava anche dell’acqua atomica o meglio acqua brigante. Passò all’amaro micidiale Giuliani ma gli capitò di bere della birra fredda e gli venne una combustione.

Andava matto per le vongole voraci e i funghi champenois. Portava calzoni di velluto a Croste e Saharia rosa shopping. Aveva una capriolé (spider che fa le capriole) e pensava di essere un tipo molto fotoigienico, così originale, imprevedibile ed estrogeno.

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Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini

La quarta di copertina ci mostra due giovanotti coi capelli grigi, ma l’occhio vispo, Sono Loriano Macchiavelli, classe 1934, e Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940 addì 14 giugno (e ne abbiamo già parlato, in fondo a questo post).

La pioggia fa sul serio è la loro ultima fatica letteraria, ed è la strenna natalizia che ho ricevuto il 26 dicembre da sorella e nipotine. Oggi è il 28 quindi non posso dire di averlo divorato, ma quasi. Chiaramente, trattandosi di un giallo non svelerò trama (qualche indicazione è disponibile a questo link) e assassino, ma ci sono alcune altre considerazioni che secondo me vanno fatte e possono risultare interessanti.

Si potrebbe dire che è un romanzo “all’americana” e non solo per il genere e lo stile di scrittura lineare. Infatti, molti autori statunitensi di best seller, come ad esempio John Grisham, usano il romanzo per veicolare dei messaggi, per sensibilizzare il lettore su temi sociali o di interesse generale. Nel nostro caso, la trama si svolge sull’Appennino toscoemiliano, nei pressi di un paesino chiamato Casedisopra, (una sorta di Vigata settentrionale) con i suoi problemi di dissesto idrogeologico, spopolamento e invecchiamento della popolazione. È chiaro fin dalla prima pagina:

Era un settembre che “così piovoso non s’era mai visto”, sostenevano i vecchi del paese. Non è detto che fosse proprio così. Certo, loro se ne intendevano del tempo e delle avversità meteorologiche. Se ne intendevano anzitutto perché non avevano molti altri argomenti di conversazione con cui passare le giornate.

A metà del mese c’era stata una vera e propria bomba d’acqua, una cosa da diluvio universale, durata un paio d’ore, roba che veniva giù così fitta da non vedere a due metri di distanza. Poi, fortunatamente, s’era un poco quietata, la pioggia, ma aveva continuato a butta già acqua per due notti e due giorni.

Il sole si era fatto vedere, per un po’, poi altra acqua, poi un poco di sole poi, neanche a dire, altra acqua.

Come conseguenza inevitabile frane, in qua e in là. Frane più o meno grosse, smottamenti, un macigno rotolato su una strada, dilavamenti vicino ai fossi ingrossati e pezzi di monte che se ne scendevano giù, verso valle.

L’argomento viene approfondito per il tramite di uno strano personaggio, che mi ha ricordato il Tönle di RIgoni Stern o alcuni dei montanari raccontati da Nuto Revelli quando girava di casa in casa per la provincia di Cuneo armato di registratore. Adùmas – questo il nome, che deve alla passione di suo padre per I tre moschettieri…-, camminando per i boschi, fra sé e sé riflette:

“Poveri boschi” pensò, “poveri castagneti, siete diventati vecchi come me. Pensare che avete sfamato generazioni di persone. Ora le castagne non le raccoglie più nessuno. Troppa fatica, dicono, non vale la pena. Ma una volta qui la fatica era di casa. Ora nessuno vuol più durare fatica. Potendo, fanno bene. Chissà però che non tocchi di nuovo durarla, quella fatica, e non tocchi alla gente, coi tempi che corrono, di tornare a pulirli, questi castagneti. Prima che sia troppo tardi, con tutte le malattie arrivate. Anche dalla Cina, arrivate. Guarda lì quel povero castagno. Secco come un…” Cercò il paragone frugando qua e là, rimuginando quei pensieri. “Secco come un Cristo in croce. Poi ci si mettono anche le frane. Quante sono state quest’anno? Con nessuno che cura più niente, basta un po’ d’acqua… oddio, un po’, ne è venuta ma tanta, non ci sono più fossetti di scolo, nei campi… è che non ci sono più campi coltivati, chi vuole ancora fare il contadino, quassù, hanno ragione, e i muretti crollano, e le mulattiere si intasano, è tutto un gran troiaio, ma in che mondo viviamo…” Imprecò a mezza voce: «E neanche un fungo, neanche l’odore, neanche quelli matti. Per forza, con tutta ‘st’acqua». Ci pensò un momento. “Andare a funghi dopo tant’acqua, ci vuole una bella voglia. Fammi provare al casone di Realdo, dove c’è sempre quella bolata. Il mio povero babbo ci trovava sempre gli ovoli, Chiappali adesso, se sei bono, gli ovoli. Mah! È che gli ovoli vogliono il pulito.” Buttò uno sguardo attorno. “E qui di pulito…”

Fra le righe, i due autori suggeriscono anche una soluzione per salvare la montagna. Soluzione che sembra banale ma, a pensarci bene, non lo è. L’Appennino tutto è stato, nei secoli, tragitto di pellegrini che, da ogni parte d’Europa, si sobbarcavano il viaggio fino a Roma. Nei posti più impensati si trovano edicole votive, chiesette, tracce di antiche osterie, e una serie infinita di vestigia, per lo più malandate, che richiamano alla memoria Medio Evo e Rinascimento. Nel romanzo, Guccini e Machiavelli parlano di una di queste, con un affresco di Piero della Francesca che richiama il mistero della Madonna del Parto, opera custodita in una chiesetta del piccolo comune di Monterchi. Insomma, Guccini e Macchiavelli ci suggeriscono, neanche troppo velatamente, di trascorrere un periodo di vacanza dalle loro parti dove, alla scoperta di meraviglie nascoste.

Anche in questo caso, il personaggio cui viene affidato il compito di illustrare il tema, è assai curioso: un estroso architetto inglese che si esprime in italiano in maniera alquanto “pittoresca”. D’altra parte:

Una frase pronunciata dal Professore tornò in mente a Gherardini: “Siamo talmente abituati alle bellezze del nostro territorio, avendole sotto gli occhi fin dalla nascita, che non le apprezziamo come dovremmo”.

E poi, nel testo, molti temi cari a Guccini (a Macchiavelli non saprei dire. Lessi alcuni suoi romanzi molti anni fa, per cui non posso dire di conoscerne l’opera), del tipo:

[…] Controllò sul cellulare: «Dieci e cinquanta».

Sua madre non avrebbe mai detto “dieci e cinquanta”. Avrebbe detto “dieci minuti alle undici”. O “le undici meno dieci”. Non usava più”.

In due frasi – e qui mi sembra di riconoscere il Guccini del Dizionario delle cose perdute – viene descritto il passaggio dall’ora analogica (le vecchie care lancette) a quella digitale. Oppure il riferimento a uno dei poeti preferiti dal maestrone, il Guido Gozzano che ci accompagna dai tempi de L’Isola non trovata:

Era rimasto colpito dalla sua figura, alta e sottile, ma ben proporzionata, un viso grazioso, bionda, con gli occhi azzurri.

“Azzurro pervinca” si disse, “azzurro di un azzurro di stoviglia… Chi è quel poeta? Ah sì, Gozzano, la signorina Felicita“. […]

E via andare… La finisco qui perché, per un appassionato gucciniano come il sottoscritto, è facile trovare infiniti riferimenti alle canzoni scritte dal “maestrone”. Talmente facile che a volte si trovano anche quando non ci sono…

Un ‘ultima riflessione, anche questa dettata, forse, dal voler trovare quello che non c’è, tanto, si dice, ogni operazione artistica vive una vita a sé. Ed è il lettore, l’ascoltatore, oppure chi guarda che ne trova un significato, anche se questo è completamente diverso da quello che l’autore aveva intenzione di comunicare. In questo caso, il genere scelto, personaggi come Adùmas, la collocazione della vicenda in quella montagna appenninica che fa parte a pieno titolo della profonda provincia italiana, la semplicità di linguaggio, mi hanno fatto pensare alle note scritte da Gramsci nei Quaderni del Carcere in relazione all’assenza di una letteratura nazionale-popolare nell’Italia dell’inizio del secolo scorso e per tutto il precedente, quando si parla delle nuove forme di intrattenimento culturale per il popolo: il romanzo d’appendice in Francia e il romanzo poliziesco in Inghilterra.

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PS: per approfondire il tema del rapporto dei due autori con la montagna, consiglio di leggere l’intervista a Macchiavelli e Guccini curata da Wu Ming 2 su La Domenica di Repubbica,del 19 giugno 2011: “T’î pròpi un muntàner

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Pier Paolo Pasolini era un grande intellettuale eretico, che pagò duramente ogni scelta di vita che fece, fino ad essere assassinato.

Dal 15 aprile al 20 luglio, Roma lo ricorda con una grande mostra, “Pasolini Roma”, al Palazzo delle Esposizioni, per testimoniare quanto poeta e città siano stati legati da un rapporto di amore-odio, attrazione-rifiuto, allontanamento-ritorno.

Di Pasolini, su questo blog, ho postato il video nel quale il poeta legge la sua opera “Le ceneri di Gramsci” dedicata al fondatore del Partito Comunista Italiano. Oggi riporto questo breve contributo di Laura Baldelli, docente di Storia e Lettatura, segretaria regionale PdCI Marche.

Non fu, per Pasolini, la Roma della “Dolce vita”, ma quella della borgata, quando da Casarsa fuggì poverissimo e umiliato dalla denuncia per corruzione di minori, da cui fu poi scagionato; nelle borgate, che lui paragonava a quelle dei paesi nord-africani per il degrado, conobbe quel mondo che ispirò i suoi primi romanzi e film.

La mostra, frutto della collaborazione con vari paesi europei e sostenuta dal programma culturale dell’UE, sarà ospitata a Barcellona, Parigi e Berlino, riconoscendo Pasolini come l’intellettuale del XX secolo che più di ogni altro è riuscito in una chiave assolutamente poetica, ad interpretare Roma.

E fu proprio Roma il suo principale punto di osservazione permanente, campo di studio, riflessione, analisi dei cambiamenti della società italiana, ma fu anche il teatro dove si perpetrarono per 20 anni le persecuzioni dei potenti nei suoi confronti, dove subì ben 33 processi, dai quali fu sempre assolto.

La mostra percorre attraverso alcuni luoghi di Roma, la vita del Poeta con foto, suoni, oggetti, manoscritti e dattiloscritti originali, brani dei film, lettere, la sua voce che recita le poesie, dipinti, fra i quali anche i suoi e testimonianze dei amici Sandro Penna, Laura Betti, Alberto Moravia, Elsa Morante, Dacia Maraini, Giorgio Caproni, Bernardo Bertolucci e tanti altri.

Si rende giustizia ad un artista completo: la critica letteraria colloca Pasolini tra i classici del secondo ‘900, perché come D’Annunzio e Pirandello ha sperimentato tutti i generi della creatività del 20°secolo: romanzo, novella, poesia, teatro, cinema, critica letteraria, saggistica politica, giornalismo, fotografia e soprattutto non ha rinunciato ad avere un ruolo, sempre scomodo, d’intellettuale presente nella società.

Molti critici letterari sostengono che lo Scrittore ha lasciato una grande eredità e continua ad influenzare la narrativa contemporanea italiana, ne sono prova Vincenzo Cerami, Enzo Siciliano, Emanuele Trevi. Anche il regista Abel Ferrara sta lavorando ad un film su Pasolini con Willem Dafoe che interpreta il Poeta ed altri importanti attori italiani.

Pasolini ci ha raccontato con la scrittura e con il cinema tutta la storia italiana: fu testimone del passaggio da Popolo Italiano a massa italiana; aveva capito subito il cambiamento culturale ed antropologico della società, senza essere sociologo, né antropologo, “era un poeta che si abbeverava nella vita e volle raccontarla non solo con le parole, ma con la carne, il sangue e con innocenza.”, come disse di lui l’allievo Vincenzo Cerami.

Fu un borghese che volle conoscere il popolo e sosteneva che durante il potere clerico-fascista-borghese, il popolo era rimasto fuori dalla storia ed era vissuto parallelamente, conservando i propri valori, ma poi era arrivato il benessere senza umanità, che aveva portato all’omologazione, all’omogenizzazione, in cui padri e figli erano schiacciati nel presente senza il senso del tempo.

Pasolini ci dà una lettura della storia dell’Italia unita incentrata sulle identità popolari: il Cristianesimo e il Marxismo, e il pensiero laico-liberale, stendardo della borghesia, non fu mai vera alternativa, ma una continuazione del potere.

Sosteneva che il borghese sapeva di vivere in un contesto storico, il popolo no; che al Fascismo interessava “costruire borghesi”; ma il capitalismo, l’edonismo consumistico della società dei consumi con i suoi bisogni indotti avevano trasformato il popolo in massa. Bisogni creati apposta dalla borghesia capitalistica, diffusi dai nuovi strumenti: la televisione, che definiva “corruttrice di anime”, con la sottocultura, il sentimentalismo ipocrita e la scuola trasmettitrice del conformismo borghese.

Denunciò la società dei consumi come un totalitarismo repressivo, il boom economico diffondeva il consumismo in tutte le classi sociali e non solo grazie al lavoro, ma anche alla pubblicità e alla televisione.

Con la scomparsa della cultura contadina tutto si appiattiva e le classi povere con il consumismo si trasformavano in borghesi conformisti e omologati. Negli scritti giornalistici “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”, pubblicate postume, c’è tutta la denuncia della degenerazione della società capitalistica.

Pasolini, come Pascoli, amava il mondo rurale, la società contadina che caratterizzò l’Italia fino agli anni ’60 e forse non a caso si laureò a Bologna con una tesi su Pascoli. Ma anche nella borgata la vita era vera, autentica, non ancora inquinata dall’ideologia borghese.

Pasolini raccontò il cambiamento degli Italiani, osservando soprattutto la trasformazione dei loro corpi e del loro uso, attraverso il cambiamento estetico.

E il corpo ha avuto una grande centralità nella sua opera cinematografica: in “Accattone” c’è il corpo smagrito di Sergio Citti e consacrerà i veri volti di ruffiani, prostitute, assassini, attraverso uno stile ieratico, ispirato dalla pittura di Masaccio e i pittori del ‘300 toscano; in “Mamma Roma” l’agonia del giovane figlio che muore legato sul tavolaccio del carcere, non è altro che il Cristo deposto del Mantegna, ma c’è anche la citazione del Cenacolo di Andrea Del Sarto nella scena del banchetto di nozze. Un esempio di cinema e pittura, frutto della formazione artistica influenzata dal critico d’arte Roberto Longhi all’Università di Bologna.

Per Pasolini la gente povera viveva la sessualità spontaneamente, con vitalità e cercherà la spontaneità dei corpi nel passato con la trilogia della vita o dell’eros: “Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte”, sono tre film in costume tratti dalla letteratura del Trecento, una riscoperta del sesso attraverso una rilettura delle fonti della favolistica europea e mediterranea, una caduta nella nostalgia di un passato inesistente o una sessualità immaginaria; un’illusione consapevole comunque, non fuga dal mondo, ma riflessione e creazione, considerando l’arte come conoscenza.

Il corpo però era diventato oggetto di consumo e allora abiurerà la trilogia, perchè se il popolo si era lasciato corrompere, significava che era già corrotto e colpevole, e così girerà “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ispirandosi all’opera di De Sade, descrivendo il degrado e il gusto atroce del seviziare i corpi da parte del potere, dopo avergli tolto l’anima; il film uscì dopo la sua morte e fu molto criticato per la drammaticità delle scene.

Il critico cinematografico Sandro Bernardi lo ha definito “un’opera filosofica sul male e sulla prevaricazione….una vittoria del male nel mondo fra le più crudeli e insopportabili della storia del cinema”.

Anche poesia e cinema per Pasolini furono strettamente legati: “la poesia emoziona, è rapporto emotivo con la realtà, un grande atto d’amore per la realtà”; il cinema è strumento del realismo, ma va oltre l’apparente ed è strumento d’indagine; Bernardi lo considera l’erede di Rossellini, che proseguì l’esperienza del Neorealismo, superandone i limiti ideologici.

Tutta la sua vita fu attraversata dalla poesia, fin da quando a 7 anni scrisse la prima, poi continuò con i versi in friulano, cercando una lingua intatta che fosse l’equivalente letterario del suo religioso desiderio di purezza; quei versi conquistarono il filologo Contini. Tra le più note raccolte antologiche ricordiamo: “La meglio gioventù”, “Le ceneri di Gramsci”, “Poesia in forma di rosa” e molto altro anche in polemica anti-novecentesca, come esprimeva nella rivista “Officina”.

L’ansia di raccontare la realtà più nascosta gli fece tradire la letteratura per il cinema, “perchè l’io dietro la macchina da presa non ingombra la realtà.”

Il cinema per Pasolini fu lo strumento per raccontare la realtà in poesia. Non scelse di trasformare i suoi romanzi in film: “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” furono uno scandalo, ma per la prima volta il popolo entrava nella letteratura e soprattutto entrava con la sua lingua: dopo il friulano, il romanesco da borgata. Cambiò il linguaggio e il sistema linguistico in questo modo lo scrittore s’impadronisce del lessico popolare e racconta una storia e la trasforma in letteratura.

Anche Verga aveva scelto “la regressione”, ma non osò tanto e Gadda aveva sperimentato un nuovo linguaggio ne “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”

Odiava il romanzo psicologico, espressione della borghesia, e i personaggi dei suoi romanzi sono picareschi, senza psicologia.

Nel cinema iniziò come sceneggiatore con Mario Soldati ne “La donna del fiume”, con Fellini “Le notti di Cabiria” e molti film con Mauro Bolognini come “Il bell’Antonio”, ed anche con Bernardo Bertolucci ne “La comare secca”.

Il suo fu “un cinema di poesia” e lo affermò in molti scritti teorici e reinventò un linguaggio cinematografico autonomo di grande qualità figurativa, in cui puntò ad un’armonica fusione del cinema con la letteratura, la pittura e la musica.

Pasolini scelse spesso attori presi dalla strada: Franco Citti e Ninetto Davoli sono i più noti, utilizzò tecnica e stile del realismo, ma fu anche visionario per il profondo rapporto con la spiritualità e la religione, come testimonia “Il Vangelo secondo Matteo”, dove fece recitare sua madre, Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano negli scenari dei Sassi di Matera, composti come nelle tavole de El Greco.

Con i film “Edipo”, “Medea”, prevalse più la musica sulla parola e sul mito, e furono caratterizzati da un realismo visionario.
Nomi importanti recitarono nei suoi grandi film: Maria Callas in “Medea”, Totò in “Uccellacci uccellini”, Orson Welles ne “La ricotta”, Anna Magnai in “Mamma Roma”. Lui stesso aveva recitato per la prima volta nel film di Carlo Lizzani “Il gobbo” e poi interpretò Giotto nel “Decameron” e Geoffrey Chaucer nei “Racconti di Canterbury”.

Bernardi afferma che nell’opera pasoliniana c’è una profonda e compenetrazione tra sacro e profano, di spietato realismo e altrettanta intensa religiosità; ma non solo, per Pasolini il sesso è sacro quanto l’anima e nella carne si manifesta lo spirito.

Partecipò anche a film collettivi, dove ogni regista dirigeva un episodio e tra questi come non ricordare “Che cosa sono le nuvole’” con Totò, Ninetto Davoli e Domenico Modugno o “La ricotta”con Olson Welles per il quale fu processato per vilipendio alla religione cattolica.

Si cimentò anche nel cinema d’inchiesta con “Comizi d’amore”, un’inchiesta scioccante nell’Italia dei primi anni ’60, condotta con Alberto Moravia e Cesare Musatti.

La critica cinematografica internazionale ha premiato più volte l’opera cinematografica del regista.

Scrisse anche per il teatro e naturalmente ricercò un nuovo linguaggio che teorizzo ne “Il manifesto per un nuovo teatro” con “un teatro di parola”, si dedicò molto ai classici greci e romani con traduzioni e riscritture intese come uno psicodramma liberatorio, opponendosi al teatro tradizionale, ma anche a quello d’avanguardia di contestazione. Era iniziato come dramma teatrale il romanzo “Teorema”, che poi diventò un film sulla nullità dell’esistenza borghese.

Politicamente Pasolini fu strumentalizzato dalla destra, accusato, processato, vittima della censura, dalla sinistra non fu compreso e anche se fu espulso dal PCI dopo l’accusa a Casarsa, rimase un comunista e soprattutto un antifascista; famosa e scomoda fu la scelta di schierarsi con i poliziotti proletari che si scontravano a Valle Giulia contro gli studenti figli della borghesia, espressa nella poesia “ Il PCI ai giovani”.

Pasolini sosteneva l’utopia di un’uguaglianza fatta non per accumulo ( come voleva anche la società del benessere), ma per condivisione dell’essenziale; un pensiero vicino a quello di Don Milani, Danilo Dolci, Padre Turoldo, un pensiero con la coscienza del sacro, del divino, del metafisico e per questo anche profetico; ma i profeti non vengono mai ascoltati. Nel film “Uccellacci uccellini” emerge l’insufficienza dell’ideologia comunista di fronte alla fame atavica del sottoproletariato.
Andrea Zanzotto ha colto in Pasolini la dimensione pedagogica quella che “svela, spalanca vita”.

Giacomo Jori, giovane critico letterario, del Poeta ha scritto: “una vita consumata nell’inesausta ricerca di fraternità e unione con l’Altro”.

Importanti nomi della cultura letteraria e cinematografica hanno difeso pubblicamente più volte il Poeta e la sua opera quando venivano criticati, censurati e subivano ignobili processi.

Nell’ultimo lavoro “Petrolio”, romanzo incompiuto pubblicato postumo nel 1992, la borghesia è la protagonista ed è un’invettiva contro la Democrazia Cristiana per le stragi di stato. Del romanzo furono rubati alcuni capitoli tra cui “Lampi sull’ENI”, proprio quello di cui parlò Dell’Utri nel 2010.

Da rileggere, perché sempre attuale, è l’articolo pubblicato sul “Corriere della sera” il 14 novembre 1974 dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”, un’accusa al sistema di protezione costruito a proprio beneficio dal potere.

Un anno dopo fu assassinato il 2 novembre 1975, un delitto che fu deliberatamente mascherato come di matrice sessuale, e solo recentemente è stato riaperto il caso e le indagini per indagare su altri fronti.

I giovani oggi hanno bisogno di conoscere Pier Paolo Pasolini, il suo pensiero profetico, l’impegno civile che ha pagato con la morte e prima ancora con accuse infamanti per la sua dichiarata omosessualità.

Visitando la mostra ho incontrato molti giovani, mi piacerebbe che fossero contagiati dalla sua passione ideologica e culturale, dal modo di vedere il mondo con gli occhi della poesia.

Vorrei che comprendessero quanto gli fu a cuore la giustizia sociale e denunciò l’assolutismo del potere, senza mai rinunciare alla coerenza, all’umiltà, alla dignità; ci ha lasciato un patrimonio inestimabile di appassionata ricerca culturale, che è anche memoria storica del nostro paese.

La mostra termina con la sequenza tratta dal film “Caro diario” di Nanni Moretti, in cui il regista percorre in vespa l’idroscalo di Ostia dove fu ucciso, io invece lo voglio ricordare con il suo corpo mentre bravissimo gioca a calcio e con le parole della sua ultima intervista tratte da “Poesia in forma di rosa”: un uomo con una disperata vitalità.

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Non importa quale ritratto. Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere. Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo…

Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità. Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze. È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui si avrebbe brindato allo splendore della vita. E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.

Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole. E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.

Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere. Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata. Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri. I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.

Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato. Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato. Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano. Quello che spesso vive addormentato dentro di noi. Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.

José Saramago (1922 – 2010), Premio Nobel per la Letteratura 1998

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Se Dio, per un istante, dimenticasse che sono un pupazzetto di stoffa e mi donasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in fin dei conti, penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose non per quanto valgono, ma per quello che esprimono .

Dormirei poco, sognerei di più, capendo che per ogni minuto in cui chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei quando gli altri si fermano, mi risveglierei quando gli altri si coricano.
Ascolterei quando gli altri parlano e… come saprei godermi un buon gelato al cioccolato!

Se Dio mi facesse dono di un ritaglio di vita vestirei senza fronzoli, mi butterei di pancia al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo, ma pure la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e attenderei così l’arrivo del sole.
Dipingerei con un sogno di Van Gogh, sulle stelle, una poesia di Benedetti; e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Annaffierei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine, e l’incarnato bacio di quei petali…

Dio mio, se io avessi uno scampolo di vita…
Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo che la amo. Ad ogni donna e ad ogni uomo farei capire che sono loro i miei prescelti e vivrei innamorato dell’amore.

Agli uomini dimostrerei che sbagliano quando pensano che uno smette di innamorarsi perché invecchia, ignorando che uno invecchia proprio perché ha smesso di innamorarsi!
A un bambino darei le ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare.
Ai vecchi insegnerei che la morte non è fatta di vecchiaia, ma di oblio.

Tante cose ho imparato, da voi uomini…
Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza capire che la vera felicità sta nel modo di salire quel pendio.
Ho imparato che quando un neonato afferra col suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo fa per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto in basso soltanto quando si appresta ad aiutarlo a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma in verità di poco mi serviranno, perché quando mi metteranno dentro quella valigia starò, infelicemente, già morendo.

Dì sempre quel che senti e fa quello che pensi.
Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e chiederei al Signore di poter essere il guardiano della tua anima.
Se sapessi che è questa l’ultima volta che ti vedrò uscire da quella porta, ti darei un abbraccio, un bacio e ti chiamerei poi indietro per continuare a darteli.
Se sapessi che questa è l’ultima volta che sentirò la tua voce, registrerei ognuna delle tue parole per poter ascoltarle una e un’altra volta, all’infinito.
Se sapessi che sono questi gli ultimi minuti che mi restano per guardarti, ti direi “ti amo”, senza pensare, scioccamente, che tu lo sai da sempre.

C’è sempre un domani e la vita di solito ci offre la possibilità di rifare ogni cosa per bene, ma se mi sbagliassi e l’oggi fosse tutto quanto ci rimane, mi piacerebbe dirti questo, che ti amo, e che non mi riuscirà di dimenticarti.

Nessuno, vecchio o giovane, ha il domani assicurato. Oggi potrebbe essere l’ultima volta che vedi coloro che contano per te.
Per questo non aspettare, fallo ora , perchè se quel domani infine non arriva, rimpiangerai il giorno in cui non trovasti il tempo di un sorriso, un abbraccio, un bacio; troppo occupato per concedere alla vita la sua ultima grazia.
Tieni coloro che ami vicino al cuore, sussurragli all’orecchio che hai bisogno di loro, amali, trattali bene, e trova del tempo per dire “mi dispiace”, “scusami”, “ per favore”, “grazie” , voglio dire, tutte quelle parole d’amore che hai in grembo.

Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici quanto tieni a loro.

Gabriel García Márquez
(Traduzione di Milton Fernandez)

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Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere.

Credo che in questa frase ci sia tutta l’essenza della letteratura e della filosofia di vita di Gabriel Garcia Marquez, uno dei grandi scrittori del Novecento.

Come tutti gli intellettuali sudamericani della sua epoca, ebbe una vita piuttosto movimentata. Ma lasciamo che sia lui a raccontarla con questa intervista.

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