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Archive for the ‘Musica’ Category

Prince non è mai stato uno dei miei musicisti favoriti. Forse sono troppo vecchio, o lo sono i miei gusti (il che è lo stesso) per apprezzare il suo genere. Ma Purple Rain è un brano che ha fatto la storia, questo sì, mi sento di poterlo dire. E allora, in occasione della sua scomparsa, mi va di ricordarlo con questa esecuzione dal vivo del 1983.

Una generazione, o forse due, di grandi musicisti, se ne sta andando e, purtroppo, non se ne vedono sostituti all’altezza.

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Se n’è andato un altro dei grandi del rock degli anni Settanta. Come ha scritto qualcuno su Facebook: “Lassù stanno iniziando a divertirsi parecchio” e ora, a quella band incredibile, si è aggiunto un grande virtuoso dei tasti bianchi e neri.

Per ricordarlo, voglio proporre questa improvvisazione pianistica.

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Oggi, la cantautrice americana Joan Baez compie settantacinque anni. Icona della musica di protesta degli anni Sessanta, ha iniziato la sua lunghissima carriera nel 1958, a diciassette anni, al famoso Club 47 di Boston. Famose le sue collaborazioni, in particolare con Bob Dylan.

Non credo possa essere scelta una sola canzone per rappresentarla e così, visto che la sua canzone forse più famosa e sicuramente più evocativa, Where have all the flowers gone, l’avevo già proposta nella doppia versione di Pete Seeger e della stessa Baez, propongo l’ascolto di questa registrazione di un concerto del 1965:

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La moria dei musicisti che hanno accompagnato la mia giovinezza non accenna a fermarsi.

Glenn Frey, fondatore degli Eagles, chitarrista e voce della band, è morto dopo una lunga malattia. Aveva 67 anni e ci ha lasciato alcune perle indimenticabili, nonostante il suo gruppo abbia avuto vita relativamente breve, visto che si è sciolto dopo appena una decina d’anni dalla fondazione.

Voglio ricordarlo con uno dei brani che per me sono più importanti, anche se non si può dire sia uno dei più significativi, Tequila Sunrise, dall’album “Desperado” del 1973.

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Ricomincia la moria dei miei miti musicali.

Questa volta è toccato a David Bowie, artista che ho iniziato ad amare dopo aver assistito alla tappa di Milano del Sound + Vision Tour nel 1990. Un concerto memorabile anche per la scelta, nuova per Bowie, di uno stile sobrio ed elegante allo stesso tempo, in grande contrasto con il kitch che fino ad allora lo aveva caratterizzato.

All’epoca si raccontava un aneddoto che proprio non so dire se fosse vero. Si diceva, appunto, che Bowie, volendo cambiare modo di proporsi al pubblico, decise di ricominciare la sua carriera là dove tutto era iniziato e ricominciò a suonare sotto falso nome e con un travestimento atto a renderlo irriconoscibile nei pub inglesi. Voleva mettersi alla prova, dimostrare di essere bravo a prescindere dai meriti pregressi e dalla fama acquisita. Avrei voluto vedere la faccia dell’impresario teatrale che, pensando di avere fatto una nuova scoperta e volendola mettere sotto contratto, si trovò di fronte David Bowie!

Voglio ricordarlo con il video di uno dei concerti del tour sopra citato. È un po’ lungo ma, credetemi, ne vale veramente la pena.

Scaletta

  1. Space Oddity
  2. Changes
  3. TVC 15
  4. Rebel Rebel
  5. Be My Wife
  6. Ashes To Ashes
  7. Starman
  8. Fashion
  9. Life On Mars?
  10. Blue Jean
  11. Let’s Dance
  12. Stay
  13. Band Intro
  14. China Girl
  15. Sound And Vision
  16. Ziggy Stardust
  17. Station To Station
  18. Young Americans
  19. Suffragette City
  20. Fame
  21. “Heroes”
  22. Panic In Detroit
  23. Pretty Pink Rose
  24. Modern Love
  25. The Jean Genie
  26. Rock’n’Roll Suicide

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Where have all the flowers gone

Pete Seeger in concerto nel 1986

Il testo di questa, che è tra le più celebri canzoni contro la guerra di ogni tempo, è di Pete Seeger, anche se la versione più nota è probabilmente quella cantata da Joan Baez.

Secondo la sua stessa ammissione, Seeger si ispirò ad un brano del Placido Don dello scrittore russo Michajl Šolochov (che ottenne per quest’opera il premio Nobel per la letteratura nel 1964), dove si riportavano tre versi di una canzone popolare ucraina il cui testo Seeger cercò infruttuosamente per anni. Ma conservò quei tre versi, sperando di poterli comunque usare un giorno. Cosa che, fortunatamente, avvenne dapprima in sordina in un album rimasto quasi oscuro, Rainbow Quest. Passata pressoché inosservata, fu incisa nel 1960 a loro nome dai Kingston Trio, che la “avevano sentita” ed ignoravano totalmente che la canzone fosse stata scritta e incisa da Pete Seeger quattro anni prima (credevano che fosse una canzone popolare). Fu una telefonata di Pete Seeger a risolvere la cosa…

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9 ottobre 1967, da qualche parte in Bolivia veniva ammazzato Ernesto Guevara e nasceva il mito del Che, il rivoluzionario più amato di tutti i tempi.

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A Onzo, in provincia di Savona, il parroco si è goduto il suo quarto d’ora di gloria dichiarando che avrebbe preferito dar fuoco alla canonica piuttosto che ospitare i clandestini. Non sono un estimatore di papa Francesco, ma, a giudicare da quello che leggo sui giornali, la posizione ufficiale della Chiesa mi sembra lievemente diversa, oserei dire un po’ più evoluta rispetto a quanto dichiarato (e poi, puntualmente, smentito, a testimonianza di estrema superficialità nel modo di rilasciare dichiarazioni pubbliche).

Dedico quindi a questo – spero ancora per poco – “pastore di anime”, questo brano, una delle prime canzoni di Francesco Guccini, resa celebre dai Nomadi, ora rivisitata in chiave rock dura da Gianna Nannini. Scritta nei primi anni Sessanta, Dio è morto è tuttora di amara attualità (così come Aushwitz e tante altre canzoni scritte dai nostri migliori cantautori storici). Voglio anche ricordare al parroco di Onzo che la prossima volta che si accingerà ad allestire il presepe nella sua chiesa metaforicamente accoglierà dei profughi clandestini in fuga dalla repressione in corso in un altro paese. E voglio anche ricordargli che, ad assecondare i luoghi comuni non si fa un buon servizio di educazione culturale alla propria comunità di riferimento.

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Lo so, un intero concerto di Guccini è un po’ lungo, ma merita, soprattutto per gli stacchetti parlati nei quali il “maestrone” è realmente insuperabile.

Poi… non è obbligatorio ascoltarlo tutto.

Il concerto si svolse all’Anfiteatro di Cagliari il 4 settembre 2004.

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Una versione live incredibile di Ann e Nancy Wilson. Fra il pubblico, increduli, i Led Zeppelin e Barack Obama con la moglie.

Un brano di una quarantina di anni fa, ma realmente senza tempo. Buon ascolto

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Oggi, Ernesto “Che” Guevara avrebbe compiuto 87 anni. Francesco Guccini invece ne fa 75.

Questa brillante constatazione è l’unica novità rispetto a quanto scritto esattamente un anno fa nella stessa ricorrenza. In questo modo, riesco a fare la bella figura di essermi ricordato il doppio compleanno e posso farlo con il minimo sforzo. Meraviglie di Internet!

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Gianfranco Capitta, Il Manifesto, 14 marzo 2015

La grande artista in scena insieme a Francesca Breschi e le donne di Giulianello. Uno spettacolo e un disco con brani che attraversano la Storia. Racconti riflessioni e proteste

Giovanna Marini

Era un canto, una bal­lata di rac­conto e di rifles­sione, una voce che rac­con­tava una sto­ria comune, sua e del pub­blico che come lei vedeva, capiva e lot­tava.L’Italia in lungo e in largo è l’attacco di una famosa com­po­si­zione di Gio­vanna Marini, vivida e pun­gente nono­stante l’apparente non­cha­lance con cui l’autrice pas­sava in ras­se­gna un paese pieno di con­trad­di­zioni, sof­fe­renze e anche invo­lon­ta­rio umo­ri­smo. Era come il film delle sue «tour­née», che erano veri viaggi di tenace mili­tanza fatti su pul­mini sgan­ghe­rati e treni ansi­manti e affol­lati. Quell’attraversamento di una con­di­zione, sen­ti­men­tale sociale e poli­tica (una sorta di inno nazio­nale alter­na­tivo allora, quando l’ascoltammo le prime volte) torna ora, dopo più di quarant’anni, a rac­con­tare un paese che nel pro­fondo non è cam­biato nelle sue sof­fe­renze, a dispetto delle molte tra­sfor­ma­zioni, spesso solo superficiali.

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Settantadue anni fa nasceva Lucio Dalla.

In questo video interpreta “Piazza grande”, uno dei suoi brani più famosi, in occasione del concerto “Fra la via Emilia i il West”, tenutosi a Bologna nel 1984 per celebrare i vent’anni di carriera di Francesco Guccini.

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Da qualche giorno questa maledetta asma che ciclicamente mi accompagna da quasi tutta la vita è tornata. Va e viene come meglio le aggrada.

Però voglio cercare di prenderla in positivo e metterla sul ridere, perché visto che ho l’asma e ho giocato a rugby, ho due cose in comune con Ernesto “Che” Guevare. Voi quante ne avete?

Comunque lo stato d’animo è simile a quello descritto da Fabrizio de André in questa canzone;

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Oggi Fabrizio de André compirebbe 75 anni. Voglio ricordarlo con questo brano in versione live insieme a Massimo Bubola.

PS: Noto solo ora l’accostamento di due post che presentano nel titolo la parola “sbagliata”. È del tutto casuale, ma mi piace.

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Il 6 febbraio di settant’anni fa, a Nine Mile (Giamaica), nasceva Bob Marley.

Bob MarleyAvevo iniziato a seguirlo e a conoscere, grazie a lui, il reggae, intorno ai quattordici o quindici anni, ascoltando la mitica trasmissione radio RAI Supersonic, condotta da Carlo Massarini. Una trasmissione che ricordo ancora oggi con piacere, perché faceva ascoltare musica bella, anche se poco conosciuta in Italia. Leggo ora su Wikipedia che proprio quegli anni furono quelli della consacrazione internazionale del musicista giamaicano.

Nel 1980, Bob Marley venne in Italia, per un concerto a Verona (che fu introdotto da Pino Daniele in fase “Nero a Metà”). Occasione imperdibile per fare un viaggetto fino in Veneto. E, non fosse stato per un esame spostato proprio al giorno dopo il concerto, ci sarei andato, con gli amici o da solo, non importava. Però me lo persi e, fra me e me, mi consolai pensando che ci sarebbero state altre occasioni.

Non ci furono Di lì a pochi mesi, ci fu l’ultimo concerto (in America, un po’ fuori mano soprattutto per le mie tasche) e l’anno successivo la morte.

Il suo ultimo album è “Survival” (1980), ricco di testi ispirati, fra cui Redemption Song, che avevo già proposto tempo addietro in versione acustica.

Old pirates yes they rab I
Sold I to the merchant ships
Minutes after they took I from the
Bottom less pit
But my hand was made strong
By the hand of the almighty
We forward in this generation triumphantly
All I ever had is songs of freedom
Won’t you help to sing these songs of freedom
‘Cause all I ever had redemption songs,
Redemption songs
Emancipate yourselves from mental slavery
None but ourselves can free our minds
Have no fear for atomic energy
‘Cause none a them can stop the time
How long shall they kill our prophets
While we stand aside and look
Some say it’s just a part of it
We’ve got to fulfill the book
Won’t you help to sing, these songs af freedom
‘Cause all I ever had,
Redemption songs, redemption songs
Redemption songs
Emancipate yourselves from mental slavery
None but ourselves can free our minds
Have no fear for atomic energy
‘Cause none a them can stop the time
How long shall they kill our prophets
While we stand aside and look
Yes some say it’s just a part of it
We’ve got to fulfill the book
Won’t you help to sing, these songs af freedom
‘Cause all I ever had, redemption
Songs
All I ever had, redemption songs
These songs of freedom, songs of freedom

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Questa mattina, durante un tragitto in autobus, è salito un anziano signore fischiettando tutto allegro un motivetto. Colpevolmente ci ho messo un po’ a riconoscerlo, da quanto era fuori contesto.

Si trattava di un brano glorioso, con una lunga storia dietro le spalle e due versioni. Stessa musica, testo diverso, innumerevoli interpretazioni.

La prima versione è quella degli Alpini e quello che segue è il testo originale come da pubblicazione dell’Associazione Nazionale Alpini Canti degli Alpini. Commissione per la difesa del canto alpino, ottobre 1967

Bersagliere ha cento penne
ma l’Alpino ne ha una sola;
un po’ più lunga,
un po’ più mora,
sol l’Alpin la può portar.

Quando scende la notte buia
tutti dormono laggiù alla Pieve;
ma con la faccia
giù nella neve
sol l’Alpin là può dormir.

Su pei monti vien giù la neve,
la tormenta dell’inverno,
ma se venisse
anche l’inferno
sol l’Alpin può star lassù.

Se dall’alto dirupo cade
confortate i vostri cuori,
perchè se cade
fra rocce e fiori
non gli importa di morir.

Si tratta di un canto (gli Alpini direbbero una canta) antico, presumibilmente del periodo intorno alla Prima guerra mondiale, ma della datazione non sono sicuro, visto che non dispongo di fonti certe. La versione che propongo è quella del Coro “Grigna” della sezione ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Lecco.

Durante la guerra di Liberazione Nazionale, fra i Partigiani molti erano alpini reduci di Russia, o sbandati della 4ª Armata in Francia. Qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato il canto e nelle lunghe notti all’addiaccio l’avrà cantato insieme ai suoi compagni. Il testo venne così modificato e il titolo, a volte, indicato come Il partigiano (Bersagliere ha cento penne):

Il bersagliere ha cento penne
e l’alpino ne ha una sola,
il partigiano ne ha nessuna
e sta sui moflti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve,
la bufera dell’inverno,
ma se venisse anche l’inferno
il partigiano riman lassù.

Quando viene la notte scura
tutti dormono alla pieve,
ma camminando sopra la neve
il partigiano scende in azion.

Quando poi ferito cade
non piangetelo dentro al cuore,
perché se libero un uomo muore
che cosa importa di morir.

Lo propongo per l’ascolto nella versione di Cisco (ex Modena City Ramblers). Una versione che a me piace molto, fra le mille che esistono, da quelle più tradizionali a quelle arrangiate più modernamente.

Purtroppo, mentre l’anziano continuava a fischiettare, è arrivata la mia fermata e sono dovuto scendere,. Non ho potuto chiedergli se era “Alpino” o “Partigiano”, due figure che per me contano molto, seppure per ragioni diverse, ma la melodia ha continuato a “ronzarmi” in testa fino a questa sera.

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Lo so, come scelta del brano è fin troppo banale, ma cosa posso farci? Auschwitz è una canzone che mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzino, forse una delle prime che ho sentito scritte da un cantautore. Nella versione dal vivo proposta dai Nomadi in formazione originale è ancora più bella.

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Chissà perché, ma mentre in Grecia si sta concretizzando il trionfo della sinistra, mi viene in mente questa canzone… Fra l’altro, oggi sarebbe anche il compleanno di Giorgio Gaber. Sarà un segno del destino?

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CIAO PINO

La prima volta che ascoltai Pino Daniele in concerto fu nel 1980, quando ancora, a Genova, si tenevano i concerti all’aperto al parco dell’Acquasola. Era il tour che lanciava l’album Nero a metà e che decretava il definitivo successo del musicista napoletano. E proprio l’anno scorso, quasi a compimento di un ciclo, usciva Nero a metà Special Extended Edition, con relativo tour. Pino Daniele, ricordando i momenti di trentaquattro anni prima, diceva: “Stavamo facendo la storia e non lo sapevamo”.

La band che lo accompagnava era a dir poco fantastica. Non li cito perché rischierei di dimenticarne qualcuno, ma era il meglio che la scena napoletana dell’epoca poteva offrire. E scusate se è poco.

E così, mentre l’Alleria se ne va, iniziamo il 2015 così come era finito il 2014, rimpiangendo un grande della musica.

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