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Archive for the ‘Musica’ Category

Merry Christmas (War is Over) [Buon Natale (La guerra è finita)] è il titolo di una canzone famosissima di John Lennon e Yoko Ono, impropriamente inserita nel gruppo dei canti natalizi. Si tratta invece di un inno alla pace.

E allora, proporre questo video scovato su YouTube, dove si vedono le immagini di quello che sta succedendo ormai da troppo tempo in Palestina, nella terra che vide la nascita di Gesù, mi sembra quantomai opportuno. Così, tanto per riflettere mentre si mastica il panettone.

Ed ecco testo e traduzione.

So this is Christmas
And what have you done
Another year over
And a new one just begunAnd so this is Christmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

And so this is Christmas
For weak and for strong
For rich and the poor ones
The world is so wrong

And so happy Christmas
For black and for white
For yellow and red ones
Let’s stop all the fight

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

And so this is Christmas
And what have we done
Another year over
And a new one just begun

And so this is Christmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear

War is over
If you want it
War is over
Now…

E così è arrivato il Natale,
e tu cosa hai fatto?
Un altro anno se n’è andato
e uno nuovo è appena iniziato.E così è Natale,
auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

E così è Natale,
per i deboli ed i forti,
per i ricchi ed i poveri,
il mondo è così sbagliato.

E così è Natale,
per i neri ed i bianchi,
per i gialli ed i rossi,
smettiamola di combattere.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

E così è Natale,
con tutto quello che è successo.
Un altro anno se n’è andato
e uno nuovo è appena iniziato.

E così è Natale,
auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.

Buon Natale
e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.

La guerra è finita
Se tu lo vuoi
La guerra è finita
La guerra è finita, adesso.

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Un altro dei miti della mia gioventù se n’e andato.

La prima volta che lo vidi in concerto era a Torino (nel 1979 o giù di lì), al parco Ruffini. L’acqua veniva giù a catinelle, ma noi eravamo lì, a partecipare a una delle tappe del Tour “Woodstock in Europe”. Protagonisti sul palco c’erano Richie Havens (RIP), Countrie Joe McDonald, Arlo Guthrie e, appunto, Joe Cocker.

Lo rividi in concerto molti anni dopo, per un paio di volte quando stavo a Milano. La pancia da bevitore di birra (non poca), l’espressione persa nel vuoto, e quella voce roca e potentissima da bluesman nero che faceva rizzare i peli delle braccia…

Eccolo in When the night comes.

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Lo so, il titolo di questo post è piuttosto criptico, ma non me ne veniva un altro. Cercherò quindi di spiegarmi in maniera più didascalica.

Tutto parte dalla citazione di una poesia di William Butler Yeats (1865-1939), When you are old, che un amico poeta ha postato su Facebook. La poesia parla di lettura, quindi non poteva non colpire la mia immaginazione. Sono quindi andato a fare una piccola ricerca su Google e ho scoperto degli sviluppi interessati, nonché delle contaminazioni con il mondo della musica.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto ecco la poesia di Yeats, in originale e nella traduzione di Eugenio Montale:

When you are old

When you are old and gray and full of sleep
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true;
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how love fled
And paced upon the mountains overhead,
And hid his face amid a crowd of stars.

***

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

Il lavoro di Yeats potrebbe essere stato ispirato dai versi di Pierre de Ronsard (1524-1585), che nel 1578 scrisse:

Sonnets pour Hélène

Quand vous serez bien vieille, au soir à la chandelle,
Assise auprès du feu, dévidant et filant,
Direz chantant mes vers, en vous émerveillant:
«Ronsard me célébrait du temps que j’étais belle»

che, tradotta da Mario Praz, in italiano suona così:

Quando vecchia sarete, la sera, alla candela,
seduta presso il fuoco, dipanando e filando,
ricanterete le mie poesie, meravigliando:
«Ronsard mi celebrava al tempo ch’ero bella»

Come spesso è accaduto e spero continui ad accadere, il mondo della poesia ha ispirato quello della musica. In particolare quello dei cantautori. Nel caso di questo brano, a essere ispirati sono stati Fabrizio de André (Valzer per un amore) e Angelo Branduardi (Quando tu sarai vecchia e grigia). La versione di Branduardi è tratta dall’album Branduardi canta Yeats: dieci brani ispirati ad altrettante opere del poeta irlandese, tradotte e adattate da Luisa Zappa.

Fabrizio de André – Valzer per un amore

Angelo Branduardi – Quando tu sarai vecchia e grigia

Infine, diamo a Cesare quel che è di Cesare: per scrivere queste note ho attinto a mani basse – oltre a essere stato ispirato dal mio amico su Facebook e alla solita, inesauribile fonte di ispirazione: Wikipedia – dal bellissimo blog O mio capitano (col chiaro riferimento a Walt Whitman), che precedentemente non conoscevo.

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Per i morti di Reggio Emilia, interpretata da Maria Carta.

La canzone, scritta da Fausto Amodei, ricorda l’uccisione di cinque operai di Reggio Emilia, durante una manifestazione sindacale il 7 luglio 1960. I cinque – Lauro Ferrioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli – tutti iscritti al Partito Comunista Italiano, caddero sotto i colpi della polizia, cui il governo Tambroni aveva dato libertà di aprire il fuoco in «caso di emergenza». A seguito degli scontri di quel periodo, che durarono all’incirca due settimane e che videro a Genova la protesta di portuali e studenti in piazza de Ferrari il 30 giugno, il governo Tambroni, monocolore democristiano sostenuto dall’appoggio esterno di missini e monarchici, cadde.

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Di qui a qualche giorno, cent’anni fa scoppiò la Prima guerra mondiale. Della Grande guerra, oggi, sappiamo molto: i nomi dei generali, le località delle battaglie; se abbiamo voglia di approfondire: la dislocazione dei reparti, i nomi degli eroi.

Ma sappiamo nulla, pochissimo, dei tanti anonimi soldati che la combatterono, delle loro sofferenze, di quelle che erano le loro aspirazioni per la vita in tempo di pace, di come, in modo quasi sempre stupido, sono morti.

La Grande guerra fu guerra di contadini. Ragazzi di vent’anni che venivano mandati allo sbaraglio al fronte – tanto l’importante era fare massa, volume di fuoco – senza quasi aver mai sparato un colpo di fucile. Ragazzi di vent’anni che avevano una ragazza di vent’anni che li aspettava a casa.

Forse proprio considerazioni di questo tipo spinsero De André a scrivere la guerra di Piero, nella quale più che narrare una storia dipinge una ritratto con pennellate da impressionista.

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Sembra che Mick Jagger così si sia espresso al suo arrivo a Roma. In effetti, il Circo Massimo qualche annetto in più di lui ce l’ha…

Ed ecco gli Stones in una versione live di Let’s spend the night together, registrata qualche giorno fa a Zurigo.

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Che GuevaraPossono tre grandi personaggi incontrarsi in una canzone?

Se sono Manuel Vázquez Montalbán, Francesco Guccini ed Ernesto Guevara (senza peraltro dimenticare il grande Juan Carlos “Flaco” Biondini, autore delle musiche), la risposta è decisamente sì.

Dei tre il più famoso è senz’altro “Che” Guevara (provate a chiedere a un giapponese se conosce Guccini…) e infatti la canzone è a lui dedicata.

Qualche anno fa Montalbán, basandosi su testi scritti dallo stesso Guevara, compose il Poema al Che:

Un pueblo puede liberarse a sí mismo
pese a su jaulas de animales electrodomésticos
en la vanguardia de América
debemos hacer sacrificios
por el camino lento de la plena libertad

Y si el revolucionario
non tiene otro descanso que su muerte
que renuncie al descanso y sobreviva
que nada o nadie lo detenga
siquiera por un istante de beso o por algún calor de piel o prebenda.

Los hechos de la conciencia interesan tanto como la perfección de un resultado
luchamos contra la miseria
pero al mismo tiempo contra la enajenación.

Dejenme decirlo
el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor
tiene hijos que non aprenden a llamarlo
mujeres que hacen parte de su sacrificio
sus amigos son sus compañeros de la revolución.

Adiós viejos
ésta es la definitiva
no lo busco pero está dentro del cálculo
adiós Fidel,
ésta es la definitiva
bajo los cielo de la gran patria del Bolívar
la luna de Higueras es la luna de Playa Girón.

Soy un revolucionario cubano
Soy un revolucionario de América
Señor coronel
soy Ernesto, el Che Guevara
dispare
seré tan útil muerto como vivo.

Flaco Biondini, musicista argentino, decise di mettere in musica il testo di Montalbán e lo fece sentire a Guccini, il quale, a sua volta, volle tradurlo e inserirlo nel suo album “Ritratti” del 2004:

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo

Lo stesso Guccini, nel 2000, aveva pubblicato l’album “Stagioni” con il brano omonimo, anch’esso dedicato a Ernesto Guevara. La canzone Stagioni ha una genesi particolare. Una parte venne infatti scritta di getto subito dopo la morte del rivoluzionario argentino nell’ottobre del 1967 e lasciata in un cassetto, Trent’anni dopo, Guccini, vedendo ai suoi concerti moltissimi giovani che indossavano la maglietta con la famosa effige, provò a far ascoltare le poche strofe fino ad allora scritte e, vedendo l’accoglienza entusiastica da parte del pubblico, decise di completarla. Eccola:

Infine una curiosità. Ernesto Guevara era nato a Rosario il 14 giugno del 1928, mentre Guccini è nato a Modena il 14 giugno 1940, anni diversi ma lo stesso giorno. Per gli appassionati di numerologia – materia della quale non so assolutamente nulla, ma mi ha stupito la ricorrenza – va segnalato che anche Montalbán era nato il 14, ma questa volta di luglio, esattamente il 14 luglio 1939. Non so se questo significhi qualcosa,.. se sì, fatemelo sapere.

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Quando l’altro giorno ho scritto quelle poche righe sulla poetica di Francesco Guccini, avevo intenzione di concludere indicando il link a un saggetto, intitolato semplicemente Francesco Guccini, che, a quanto pare, è stato scritto da Roberto Vecchioni, o meglio, dal professor Vecchioni. Infatti, è pubblicato sul sito dell’Università di Pavia, dove il noto cantautore milanese insegna Forme di poesia per musica nei corsi di laurea interdipartimentali Comunicazione, Innovazione, Multimedialità e Comunicazione Professionale e Multimediale.

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Però non ho mai detto che a canzoni
si fan rivoluzioni
si possa far poesia…

Nell’Avvelenata, Guccini metteva le mani avanti. I Settanta erano anni in cui, a salire su un palco, c’era da aver paura. A Santana tirarono le molotov, lo stesso Guccini venne pesantemente contestato per quella che sembrava una sua mancanza di coerenza rispetto al messaggio rivoluzionario del periodo, e ci era rimasto, com’è ovvio, malissimo; ce lo ricorda anche Vecchioni in Canzone per Francesco:

Ma coi ragazzi c’era un fatto personale
non ha capito chi ci marcia su e chi vale.
La rabbia un tempo la scandiva
soltanto la locomotiva
gettata a sasso sulla strada…

E anche Edoardo Bennato, in quegli anni, teneva a precisare che Sono solo canzonette.

Ma torniamo a Guccini e all’Avvelenata. Con le canzoni non si è fatta la rivoluzione, questo ormai è assodato. Ma per fortuna, Guccini – e altri con lui – un po’ di poesia sono riusciti a farla. Forse inconsapevolmente, ma abbastanza da vincere il prestigioso Premio Librex Montale nella categoria Poetry for music. A Guccini il premio venne conferito nel 1992 per la sua Canzone delle domande consuete.

Vedi anche Ancora sulla poetica di Francesco Guccini

Una riflessione sulla poetica di Francesco Guccini

Di Marco Sgrignoli, OndaRock

“No, Guccini non mi piace, troppo politicizzato“. L’ho sentita molte volte, questa frase o una sua equivalente. Uno scrive La locomotiva e da lì in poi basta, sarà per sempre “il cantautore di sinistra”. Ho perfino fatto il conto, una volta: le sue canzoni anche solo lontanamente “schierate” sono meno di un quinto del totale. Ma non importa. Non importa, perché sentendo Cyrano è facile restare incantati dall’utopia o gridare all’eccesso di retorica; insomma, la reazione è immediata: bello/brutto, amore/orticaria. E allora contano poco tutti gli altri pezzi meno espliciti, meno moraleggianti e a ben vedere anche meno orecchiabili: il Guccio è il poeta dell’Eskimo, della Primavera di Praga e del Che, punto.

Punto un corno. Chi non va oltre al Guccini “sessantottino” se non per qualche sporadico sentimentalismo d’effetto (Canzone per un’amica, Farewell, Incontro) o goliardata di lusso (La genesi, I fichi) non sa cosa si perde. E cosa si fa sfuggire sotto il naso, perché alcuni di questi pezzi nascondono proprio le “chiavi d’accesso” a quello che l’amico Vecchioni definisce il Guccinicantadubbio.

Incontro, ad esempio: perché non cominciare da qui. La storia è semplice, no? Dopo dieci anni incontrare un’amica (una ex?), a cena da lei abbozzarne un resoconto e poi, inevitabilmente, finire a parlare dei bei tempi andati. Come in un libro scritto male il marito di lei si è ucciso per Natale, ma non è tristezza quella avvolge la situazione: è piuttosto una dolce nostalgia, disillusione, malinconia sottile (Amerigo).

Una sensazione che è centrale nella poetica di Guccini e si coniuga con altri due temi fondamentali: lo scorrere del tempo e la Verità.

In Gulliver, il navigatore di Swift ormai vecchio racconta ai nipoti delle sue avventure:

E sorridendo come sa sorridere soltanto
Chi non ha più paura del domani,
Parlava coi nipoti, che ascoltavano l’incanto
Di spiagge e odori, di giganti e nani,
Scienziati ed equipaggi
E di cavalli saggi
Riempiendo il cielo inglese di miraggi.

I racconti di Gulliver sono per chi ascolta solo incanto, miraggio. L’età porta forse con sé la saggezza, ma questa non può essere trasmessa ed è per gli altri indistinguibile dalla fantasia.

Ma se i desideri sono solo nostalgia
O malinconia di innumeri altre vite,
Nei vecchi amici che incontrava per la via,
In quelle loro anime smarrite,
Sentiva la balbuzie intellettuale e l’afasia
Di chi gli domandava per capire;
Ma confondendo i viaggi con la loro parodia,
I sogni con l’azione del partire
Di tutte le sue vite vagabondate al sole
Restavan vuoti gusci di parole.

L’incapacità di capire ricade però su Gulliver stesso, che non sa più discernere tra realtà e immaginazione: il racconto perde di corpo, restano solo vuoti gusci di parole. La Verità è allora impossibile da trattenere, e ancor più da esprimere a parole, al punto tale che nulla possono i poteri accumulativi di età ed esperienza: da tempo e mare non si impara niente.

La Verità si svela invece in epifanie, momenti di illuminazione in cui sembra di poterla cogliere, ma svaniscono prima che sia possibile razionalizzare. Ecco dunque L’isola non trovata:

Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella,
Ma se il pilota avanza, su mari misteriosi è già volata via,
Tingendosi d’azzurro color di lontananza.

Tutto quel che resta delle fugaci apparizioni è il ricordo di questa stupida ebbrezza (L’orizzonte di K.D.), che si tramuta proprio in malinconia sottile, assieme rimpianto di un’occasione persa e gioia di riviverla anche se sbiadita.

Occasioni perdute che traducono l’incapacità di vivere il presente, perennemente sospesi tra nostalgia del passato e speranza (già in partenza disillusa) di riaverlo in futuro: Autogrill è un breve attimo di folgorazione, intuizione di una possibilità di cambiamento, immediatamente scartata preferendo per pigrizia il rimpianto al rimorso; Lettera constata che il tempo non ha pietà dei continui rinvii e tentennamenti di chi aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate:

Io sdraiato sull’erba verde fantastico piano sul mio passato
Ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato

[…]
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende, chi mi da indietro quelle stagioni
Di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia, il gesto, donne e canzoni,
Gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
L’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?

Fra le righe della stessa Lettera emerge il mito della Natura e dell’infanzia come condizione di innocenza, “Età dell’Oro” ormai irrecuperabile, che arriva a identificarsi implicitamente con l’estasi senza tempo che è causa e oggetto della malinconia sottile:

Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo
Ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo
In testa identiche, senza storia, sfidando tutto confini
Frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini

La collina è interamente incentrata su questo dualismo, ma la sovrapposizione si fa totale in La canzone della bambina portoghese, summa dell’epifanismo Gucciniano. Alla supponenza degli adulti e delle loro certezze, si contrappone l’istante di ineffabile meraviglia vissuto da una bambina di fronte all’immensità dell’Oceano.

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare
O sogni o visioni qualcosa la prese e si mise a pensare
Sentì che era un punto al limite di un continente
Sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte.
E in questo sentiva qualcosa di grande
Che non riusciva a capire,
Che non poteva intuire,
Che avrebbe capito
Se avesse saputo, lei,
Che l’Oceano è infinito.
Ma il caldo l’avvolse e si sentì svanire, e si mise a dormire.
E fu solo nel sole, come di mani future.
Restaron soltanto il mare e un bikini amaranto.

All’opposto speculare, quantomeno per la scelta del protagonista, è Bisanzio. Qui i temi già analizzati assumono una dimensione epica, tragica, disarmante. Filemazio, dotto di una Costantinopoli in decadenza traccia il bilancio desolante ella sua vita, spesa in nome di una Ragione che non gli ha insegnato come leggere il senso del Mondo, più chiaro a barbari che forse sanno già la Verità.

Io, Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio
Ridotto come un cieco a brancicare attorno
Non ho la conoscenza, od il coraggio, per fare quest’oroscopo, per divinar responso
E resto qui a aspettare che ritorni giorno.
E devo dire, devo dire che sono forse troppo vecchio per capire
Ho perso la mia mente in chissà quale abuso od ozio,
Ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io ho sottovalutato questo nuovo Dio
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando
Ma è un debole presagio che non dice come e quando.

Cari gucciniani di Dio è morto e Cyrano, spero che questo excursus attraverso alcuni brani “minori” della sua discografia possa gettare una nuova luce sul finale della “vostra” Incontro:

E pensavo dondolato dal vagone:
Cara amica, il tempo prende, il tempo da;
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.
Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno.
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa
E il cuore di simboli pieno.

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Antonello Venditti non è fra i miei cantautori preferiti, anche se devo ammettere che qualche bella canzone l’ha scritta.

Questa è dedicata a Enrico Berlinguer e, a trent’anni esatti dal malore che lo portò alla morte, voglio ricordarlo così.

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Ivan Della Mea spiega e canta “L’Internazionale” così come riscritta dal poeta Franco Fortini alla Festa dell’Uva presso la cascina di Visone (AL) della Comunità di San Benedetto al Porto.

Testo:

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

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Chissà come mai, a due giorni dalla fine del Giro d’Italia, mi viene questa associazione di idee?

Comunque, buon compleanno Enzo (3 giugno 1935 – 29 marzo 2013) che oggi avresti compiuto 79 anni.

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Video rarissimo del 1977 nel quale i tre cantautori, a pranzo in un’osteria milanese, si divertono a cantare un classico della canzone milanese.

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Quando questo post verrà pubblicato, probabilmente la giornata elettorale non sarà ancora completata. Infatti dopo l’apertura fiume dei seggi dalle 7 alle 23, complessivamente sedici ore, si dovrà effettuare lo scrutinio, non so, a quel punto, in quali condizioni di lucidità.

E qui a Genova va ancora bene. Altrove si vota anche per il rinnovo dell’amministrazione comunale e per le regionali, con tre diverse tipologie elettorali e in tutti e tre i casi con le preferenze.

Dedico a tutti i presidenti di seggio, ai segretari e agli scrutatori (quindi anche a me stesso) l’Inno alla Gioia di Ludwig van Beethoven – che, guarda caso, è anche l’inno dell’Unione Europea – in una versione un po’ particolare, con coro di mille persone.

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Nel suo ultimo lavoro, L’ultima Thüle (2012), Francesco Guccini dedica una canzone ai partigiani dell’Appennino emiliano. Il brano è la trascrizione in italiano e in musica di una poesia di Gastone Vandelli, uno di massimi esponenti della poesia dialettale bolognese, vincitore di svariati premi.

Si dice che la poesia di Vamdelli sia stata mostrata a Guccini da Loriano Machiavelli, il coautore di molte opere letterarie del “maestrone”, nel corso di uno dei loro periodici incontri. Commosso, Guccini avrebbe deciso di trasformarla in canzone. Un parto lungo, iniziato nel 2001 e terminato, sembra, nel 2009.

Su in collina
Francesco Guccini
Môrt in culéṅna
Gastone Vandelli
Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
sotto una neve che imbiancava tutto
dovevamo incontrare su in collina
l’altro compagno, Figl’ del Biondo, il Brutto
Mé, Cassio, Pêdro al Mòro, cla matéṅna,
såtta una naiv ch’la s inbianchèva tótt,
avêven da incuntrèr só la culéṅna
al fiôl dal Biånnd, ciamè da tótt “al Brótt”.
Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
c’era un freddo compagni su in collina
che non riuscivi neanche a respirare
Al vänt l êra giazè e par la schéṅna
a sintêven di brévvid da tarmèr,
ai êra un fradd cunpâgn, só la culéṅna,
ch’as tulêva la fôrza ed respirèr.
Andavamo via piano, “E te cammina!”
perché veloci non potevamo andare
ma in mano tenevam la carabina
ci fossero dei Crucchi a cui sparare
E caméṅna pian pian, che té caméṅna,
parché andèr fôrt an s psêva par cal żêl,
con nó avêven tôlt la carabéṅna
ch’l’êra cåntr ai tudéssc al nòster fêl.
Era della brigata Il Brutto su in collina
ad un incrocio forse c’era già
e insieme all’altra stampa clandestina
doveva consegnarci “l’Unità”
Arivénn al incråuṡ d una stradléṅna
pr incuntrères con quall ed la Brighè
che insàmm a cl’ètra stanpa clandestéṅna
l avêva da cunsgnères l’Unitè.
Ma Pedro si è fermato e stralunato
gridò “compagni mi si gela il cuore
legato a tutto quel filo spinato
guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”
Quand Pêdro as farmé ed bòt, tótt agitè
«Cunpâgn – al déss – a m sént giazèr al côr,
a n vdî là in fånnd, lighè a cla ramè?
Par Dío, l é ló, l é al Brótt ch’l é là ch’al môr!».
Non capimmo più niente e di volata
tutti corremmo su per la stradina
là c’era il Brutto tutto sfigurato
dai pugni e i calci di quegl’assassini
Nó a n capénn pió gnént e żå, d vulè,
tótt quant fén a cal pónt, in cal stradlén
dóvv ai êra al Brótt che l êra sfigurè
dal bòt ch’i i avêven dè chi asasén.
Era scalzo, né giacca né camicia
lungo un filo alla vita e tra le mani
teneva un’asse di legno e con la scritta
“questa è la fine di tutti i partigiani”
L êra dschèlz, sänza giâca, ne capèl,
nûd fén ala zintûra e lighè al man
l avêva un’âsa ed laggn fâta a cartèl
con scrétt “Quassta l’é la fén pr i partigiàn!”.
Dopo avere maledetto e avere pianto
l’abbiamo tolto dal filo spinato
sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
che avrebbero pagato tutto quanto.
Dîr quall che nó a pruvénn in cal mumänt
an s pôl, cunpâgn, an s pôl, cardîm a mé;
ai êren tótt quant fòra ed sentimänt
davanti a cal cunpâgn ardótt acsé.
L’abbiam sepolto là sulla collina
e sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
un saluto da tutto il battaglione
Dåpp avair maledàtt e avair zighè,
a stachénn cal dṡgraziè dala ramè
e só la naiv, cunpâgn, avän żurè
ch’i arénn paghè cla môrt, ch’i arénn paghè!
Col cuore stretto siam tornati indietro
sotto la neve andando, piano piano
piano sul ghiaccio che sembrava vetro
piano tenendo stretta l’asse in mano
E pò a suplénn al Brótt só la culéṅna
e só la bûṡa mé a i mité un bastån.
Cassio al tiré dû cûlp ed carabéṅna,
ûltum salût ed tótt al batagliån.
Quando siamo arrivati su al comando
ci hanno chiesto: “la stampa clandestina!”
Cassio mostra il cartello in una mano
e Pedro indica un punto su in collina
Col côr asrè a s aviénn par cla stradléṅna
che la purtèva al cmand dal batagliån,
pian pian, såtta ala naiv, in cla matéṅna,
turnànd só i nûster pâs con cl’âsa in man.
Il cartello passò di mano in mano
sotto la neve che cadeva fina
in gran silenzio ogni partigiano
guardava quel bastone su in collina
Quand a fónn arivè ala puṡiziån
i se dmandénn la stanpa clandestéṅna;
Cassio al mustré al cartèl con una man
e Pêdro al sgné cal pónt só la culéṅna.
Al cartèl al pasé da man a man,
la naiv la caschèva féṅna féṅna,
in gran silänzi, tótti i partigiàn
i guardénn cal bastån só la culéṅna.

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Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per clarinetto in LA Maggiore op. K622
Adagio
Clarinetto: Sabine Meyer
Berliner Philarmoniker diretta da Claudio Abbado

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