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Archive for the ‘Novecento’ Category

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

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Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

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Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrigata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Quarant’anni fa, nella notte fra l1 e il 2 novembre 1975, in circostanze che secondo taluni non sono mai state del tutto chiarite (e per una disamina delle quali rimando alla lunga trattazione di Wikipedia, in particolare per la descrizione delle teorie a favore o contro il complotto), veniva ucciso Pier Paolo Pasolini, intellettuale poliedrico e controverso, fra i più acuti critici della realtà italiana del dopoguerra.

PPP era un intellettuale scomodo, e non solo per la sua dichiarata omosessualità. Lanciava strali contro il conformismo di un’Italia bigotta, codina, pettegola, provinciale e lo faceva con tutti i mezzi a sua disposizione: la penna, la cinepresa, la televisione, la radio.

Nel mio piccolo ho già trattato diverse volte di Pasolini, nel tentativo di ricordare questo intellettuale militante al di là di quelli che sono gli anniversari canonici e questa volta voglio riprendere questo brano che, cambiando poche parole, potrebbe essere stato scritto oggi (credo sia anche inserito in una delle raccolte intitolate Scritti corsari).

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9 ottobre 1967, da qualche parte in Bolivia veniva ammazzato Ernesto Guevara e nasceva il mito del Che, il rivoluzionario più amato di tutti i tempi.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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Oggi a Roma si è spento Pietro Ingrao, uno degli ultimi grandi dirigenti del Partito Comunista Italiano della generazione della Resistenza. Classe 1915, aveva iniziato giovanissimo la propria attività nelle file dell’antifascismo militante, per poi diventare uno dei dirigenti più critici, ma anche moderni, del Pci.

Pietro Ingrao “voleva la luna” (per parafrasare il titolo della sua autobiografia [qui una bella recensione sulla rivista dell’ANPI, Patria Indipendente]), semplicemente perché voleva cambiare il mondo, rendendolo un posto più giusto e migliore per viverci.

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La vettura di Mussolini. La freccia indica il punto dell’impatto della bomba scagliata da Lucetti

Molto poco sarebbe bastato per cambiare, forse, il corso della storia. L’11 settembre del 1926, infatti, Mussolini stava compiendo, a bordo di una Lancia Lambda coupé de ville, il consueto tragitto che lo portava da casa a Palazzo Chigi. Un anarchico carrarese, tale Gino Lucetti, che si era appostato nel piazzale di Porta Pia, lanciò contro l’auto del dittatore una bomba artigianale. La bomba, anziché centrare il finestrino, sfondandolo, andò a rimbalzare contro il bordo superiore metallico e rimbalzò in strada. Qualche secondo dopo esplose ferendo otto passanti. Mussolini rimase illeso.

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È possibile che ci annientino,
ma il domani apparterrà al popolo,

apparterrà ai lavoratori.
L’umanità avanza verso
la conquista di una vita migliore.
Salvador Allende (dall’ultimo discorso tenuto alla radio l’11 settembre 1973)

Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione anche biologica

Non è possibile, oggi, guardare al Sudamerica senza provare amarezza, speranza, curiosità. E ciò è ancora più difficile per quelli della mia generazione, quelli che hanno iniziato a interessarsi alla politica negli anni Settanta del Novecento, e che nel corso degli anni successivi si sarebbero dati da fare attivamente.

L’amarezza nasce dalla constatazione delle numerose occasioni perse. Un continente che era stato fatto oggetto di una colonizzazione selvaggia, diviso fra spagnoli e portoghesi grazie a un editto papale, che aveva visto lo sterminio di grandi civiltà e di intere popolazioni, diveniva improvvisamente, dopo aver lottato per la propria liberazione, il “giardino di casa” degli Stati Uniti d’America, che non perdevano occasione per insediare dei governi fantoccio in modo da poter sviluppare il giro d’affari delle grandi multinazionali.

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Ho ricevuto l’invito a sottoscrivere questa petizione da parte del Presidente dell’Associazione 2 Agosto 1980 e ho immediatamente aderito, perché credo che sia necessario fare chiarezza su alcuni punti oscuri della nostra storia recente. Una delle mille promesse di questo governo era stata quella di fare chiarezza sulle stragi, declassificando i documenti, ma non solo. Dalla breve dichiarazione che riporto, devo però constatare che ci troviamo, per l’ennesima volta, di fronte a una incompiuta.

Credevamo di assistere alla svolta di un Parlamento, di un Governo che dopo decenni si era accorto della sua storia, fatta di centinaia di morti per terrorismo e stragi e di famiglie a cui è stata stravolta la vita e sospeso il diritto alla verità e alla giustizia. Credevamo di essere testimoni del fatto che i “tempi fossero maturi” per cambiare, per invertire il senso di questo perverso e inquietante sistema che nega alle vittime pure i risarcimenti. Ma un cambiamento a metà, non è un cambiamento, bensì un modo per continuare – da parte di chi ne ha interesse – a conservare il vecchio sistema con metodi diversi. Vi chiediamo solo di mantenere le vostre promesse: risarcimento e indennizzo per le vittime, introduzione nel codice penale del reato di depistaggio, e la reale declassificazione delle carte sulle stragi da parte di ministeri e servizi segreti.

Firma su Avaaz.org

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Oggi, Ernesto “Che” Guevara avrebbe compiuto 87 anni. Francesco Guccini invece ne fa 75.

Questa brillante constatazione è l’unica novità rispetto a quanto scritto esattamente un anno fa nella stessa ricorrenza. In questo modo, riesco a fare la bella figura di essermi ricordato il doppio compleanno e posso farlo con il minimo sforzo. Meraviglie di Internet!

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Alessandro Barile e Samir Hassan, Il Manifesto, 30 maggio 2015

Una florida pubblicazione di diari, ricordi, biografie e romanzi sull’esperienza partigiana, Mentre la storiografia continua a riproporre chiavi di lettura consolidate su una vicenda spartiacque nella storia repubblicana. Un percorso di lettura

Immagine tratta dal volume “Questa è guerra” (Marsilio editore)

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Michele Maniscalco, www.politicaprima.com, 30 aprile 2015

Michele Maniscalco

30 aprile 1947. Serata splendida di primavera. A San Giuseppe Jato i marciapiedi sono pieni di persone sedute davanti la porta a godersi il fresco serale. La televisione non esiste. I pochi fortunati che possiedono una radio alzano il volume al massimo e ascoltano le notizie dall’esterno. È anche un modo per ostentare l’oggetto posseduto.

I contadini con i pantaloni di velluto e la camicia di “sbarracanu” (una stoffa molto resistente che si usava per le camicie dei contadini) conversano con i vicini di casa. Nella maggior parte dei casi l’argomento principale della conversazione si concentra sulla festa del I° Maggio e il corteo che partendo da San Giuseppe Jato arriverà a Portella delle Ginestre. Le donne in casa a preparare il pasto serale e il companatico per la festa dell’indomani.

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Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.

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Sia ben chiaro per tutti che chi non si arrende sarà sterminato.

Sia ben chiaro per i componenti delle forze armate del cosiddetto governo fascista repubblicano che chi sarà colto con le armi in mano sarà fucilato.

Solo chi abbandona oggi, subito, prima che sia troppo tardi, volontariamente, le file del tradimento, solo chi si arrende al Comitato di Liberazione Nazionale, consegna le armi – quante armi può – ai patrioti avrà salva la vita, se non si sarà macchiato personalmente di più gravi delitti.

Il Comitato di Liberazione Nazionale e le formazioni armate del Corpo dei Volontari della Libertà non accettano e non accetteranno mai – in armonia con le decisioni dei capi responsabili delle Nazioni Unite – altra forma di resa dei nazifascisti che non sia la resa incondizionata.

Che nessuno possa dire che, sull’orlo della tomba, non è stato avvertito e non gli è stata offerta un’estrema ed ultima via di salvezza.

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.

  • Achille Marazza per la Democrazia Cristiana
  • Augusto De Gasperi per la Democrazia Cristiana
  • Ferruccio Parri per il Partito d’Azione
  • Leo Valiani per il Partito d’Azione
  • Luigi Longo per il Partito Comunista Italiano
  • Emilio Sereni per il Partito Comunista Italiano
  • Giustino Arpesani per il Partito Liberale Italiano
  • Filippo Jacini per il Partito Liberale Italiano
  • Rodolfo Morandi per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
  • Sandro Pertini per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria

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Giancarlo Mancini, Il Manifesto, 4 aprile 2015

Victor Serge

Sono usciti in Italia i “Carnets 1936-1947“, scritti ritrovati in una fondazione a pochi chilometri da Città del Messico, dove Serge sconfitto trascorse i suoi ultimi anni

Fine novem­bre 1936, Parigi, André Gide è da poco tor­nato dal suo viag­gio in Unione sovie­tica, da cui ha tratto il suo già famoso e discusso Ritorno dall’URSS. Anche Vic­tor Serge è da poco tor­nato dall’Unione sovie­tica, il suo però non è stato un viag­gio da “let­te­rato” ma la fuga di un per­se­gui­tato poli­tico, di un dis­si­dente. Dopo dicias­sette anni di vita in Rus­sia in cui ha par­te­ci­pato alla rivo­lu­zione e al suo dif­fi­cile e tor­tuoso cam­mino Serge è tor­nato ancora una volta ad essere un apo­lide, un figlio di nes­suno, un cit­ta­dino del mondo in un mondo che però tol­lera sem­pre meno simili abitanti. (altro…)

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Il 30 marzo, Pietro Ingrao ha compiuto 100 anni. Un secolo. Quasi tutto il Novecento e questo primo scorcio del nuovo millennio.

La sua storia è quella di un antifascista, di un dirigente comunista per certi versi scomodo, spesso critico nei confronti del Partito, ma sempre costruttivo. In ogni caso una lezione da imparare per noi uomini e donne delle generazioni successive.

Per questa occasione Il Manifesto ha pubblicato un corposo inserto, intitolato “La Storia di PIETRO” e qui ripropongo il lungo articolo introduttivo di Luciana Castellina

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Sono passati settantuno anni da quando i tedeschi fucilarono trecentotrentacinque (335) fra civili e militari italiani a titolo di rappresaglia per l’azione compiuta da un Gruppo di Azione Patriottica in via Rasella, dove vennero uccise 33 soldati del reggimento “Bozen”, appartenente alla Ordungpolizei dell’esercito tedesco, con reclutamento n Alto Adige.

Le Fosse Ardeatine, site nei pressi dell’omonima via, erano antiche cave di pozzolana e vennero scelte appositamente perché rendevano molto semplice l’occultamento dei cadaveri delle vittime. Nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale.

Rastrellamento negli immediati dintorni di via Rasella a Roma in una immagine d’archivio del 23 marzo 1944

Sulla questo pezzo di storia partigiana si sono scritti fiumi di inchiostro e ancora oggi qualcuno sostiene che i partigiani avrebbero dovuto astenersi da forme di lotta che avrebbero potuto portare allo sterminio di vittime innocenti, avallando in questo modo, seppure in modo sfumato, una tesi assolutoria nei confronti dei nazisti. In via Rasella, i gappisti attaccarono un reparto militare, componente di un esercito di occupazione. Le rappresaglie furono atti terroristici, attuati per ordine di Hitler (si parla, nel caso di via Rasella, senza che però fonti storiche lo registrino con esattezza, di un orfine del führer di trucidare 30 o 50 uomini per ogni soldato ucciso) con lo scopo di erodere il consenso che i partigiani riscontravano nella popolazione italiana e inibirne la volontà di ribellione.

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Oggi, in occasione dell’8 marzo, volevo scrivere qualcosa su questa festa, sulla mimosa e su Teresa Mattei, l’ultima delle grandi donne della Resistenza che fecero parte dell’Assemblea Costituente, in totale 21 “madri” costituenti. Questo articolo de Il Post mi ha evitato la fatica della ricerca e della elaborazione di un testo.

Non mi resta quindi altro da fare che ringraziare l’anonimo giornalista della testata online e concludere che la mimosa è il “fiore della partigiana”. (altro…)

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Paolo Ciofi, controlacrisi.org, 7 marzo 2015
[Fonte: www.paolociofi.it, da cui è scaricabile il PDF]

Una suggestiva inquadratura dello sguardo di Enrico Berlinguer

1. Enrico Berlinguer è stato senza dubbio una delle personalità politiche più rilevanti nella seconda metà del Novecento. Soprattutto per aver posto nel cuore dell’Europa, non in termini di pura ricerca intellettuale bensì di lotta politica concreta che ha mobilitato milioni di donne e di uomini, il problema della costruzione di una civiltà più avanzata oltre le colonne d’Ercole dell’ordinamento del capitale, dichiarate invalicabili dalla dogmatica del pensiero dominante.

Un «nuovo socialismo» e dunque, come Berlinguer stesso più volte ha sottolineato, una nuova gerarchia di valori, che abbia al centro l’uomo e il lavoro umano, che esalti «le virtù più alte dell’uomo»: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la giustizia. Forse il punto più alto toccato dalla politica europea nel secolo passato. E forse proprio perciò, in questo tempo buio di crisi del Vecchio Continente e della stessa idea di Europa, oggi maggiormente trascurato, nonostante le numerose e importanti iniziative che nel trentennale della morte hanno segnato in Italia un ritorno del suo pensiero e della sua alta visione della politica.

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