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Archive for the ‘Oggi nella storia dei secoli’ Category

La vettura di Mussolini. La freccia indica il punto dell’impatto della bomba scagliata da Lucetti

Molto poco sarebbe bastato per cambiare, forse, il corso della storia. L’11 settembre del 1926, infatti, Mussolini stava compiendo, a bordo di una Lancia Lambda coupé de ville, il consueto tragitto che lo portava da casa a Palazzo Chigi. Un anarchico carrarese, tale Gino Lucetti, che si era appostato nel piazzale di Porta Pia, lanciò contro l’auto del dittatore una bomba artigianale. La bomba, anziché centrare il finestrino, sfondandolo, andò a rimbalzare contro il bordo superiore metallico e rimbalzò in strada. Qualche secondo dopo esplose ferendo otto passanti. Mussolini rimase illeso.

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Il 15 aprile del 1452 nasceva a Vinci, in provincia di Firenze, uno dei più grandi e poliedrici geni dell’umanità, Leonardo. Il suo talento universale si espresse nell’arte, nella scienza, nell’ingegneria. Fu inventore, anatomista, architetto, scultore, trattatista, pittore, disegnatore, musicista, progettista. Il suo nome ha ispirato, anche recentemente, storie e leggende, ma le sue opere restano a testimoniarne la grandezza. Molte sono notissime, altre un po’ meno, ma non è questo ciò di cui voglio parlare oggi. Navigando per cercare l’immagine che ho riprodotto in testa a questo post, ho trovato una informazione che mi ha molto incuriosito e mi ha fatto riflettere su come, in fin dei conti, il mondo non sia cambiato così tanto in cinquecento e più anni fa.

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La firma, il 10 febbraio 1947, del Trattato di pace a Parigi rappresentava il regolamento dei conti e la conclusione delle vertenze aperte con la Seconda guerra mondiale, con particolare riguardo alla Jugoslavia e ai confini orientali. La data dovrebbe essere ricordata come un anniversario di festa. Viceversa, da qualche anno a questa parte, lo Stato italiano ha reso il 10 febbraio una data per tutte le recriminazioni,

La legge n. 92/2004 fissa al 10 febbraio di ogni anno il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. In questa occasione vengono conferite riconoscimenti ai congiunti degli infoibati. La stessa scelta della data rappresenta un chiaro esempio di revisionismo storico e testimonia la volontà di recriminare sullo stesso Trattato di pace. Di fatto vengono scambiati aggrediti e aggressori della Seconda guerra mondiale e si delegittimano i confini riconosciuti internazionalmente. È forse opportuno ricordare che esistono due tipi di revisionismo storico: uno, scientificamente corretto, che si basa sul ritrovamento di nuovi documenti che gettano una diversa luce sui fatti presi in esame; l’altro, vera e propria mistificazione della storia, che si basa su interpretazioni arbitrarie, su letture ideologiche e distorte, come in questo caso.

Un esempio di come gli italiani si comportarono sul fronte jugoslavo l’ho già riportato in questo articolo sui campi di internamento italiani, mentre nella foto sottostante possiamo notare militari e fascisti italiani osservare i corpi delle vittime del villaggio di Radoh. Dagli abiti è facile notare come si tratti di civili.

La chiarezza sulla nostra storia è un dovere di resistenza storica ed è uno dei pochi modi, forse l’unico, per chiudere i conti con il passato e con le letture dello stesso in chiave di riabilitazione di ciò che non dovrebbe né potrebbe essere riabilitato. L’Italia fu aggressore sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale; gli italiani usarono le armi chimiche e deportarono e uccisero civili. Il nostro sogno di espansione, guidato da un re e da un governo da operetta causarono decine e decine di migliaia di morti. Non ricordarlo significa mentire innanzitutto a noi stessi.

Per approfondire l’argomento, invito a visitare il sito dieci febbraio millenovecentoquarantasette e a leggere l’ebook gratuito (in PDF) Operazione foibe a Trieste di Claudia Cernigoi.

Una considerazione a margine: non esiste collegamento fra il “Giorno della memoria” e il “Giorno del ricordo”. Il primo, 27 gennaio, corrisponde all’arrivo, storicamente dimostrato, dell’Armata Rossa sovietica di fronte ai cancelli del campo di concentramento di Aushwitz. La seconda data, lo ripeto, è del tutto convenzionale: è stata scelta per spirito di revanscismo nei confronti delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e per tentare di cancellare le colpe del fascismo.

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Strage d Capaci

L’autostrada subito dopo l’esplosione

Come molti della mia generazione ho un ricordo vivissimo di quel sabato 23 maggio 1992. All’ora dell’aperitivo, quando gli amici si incontrano, più di cinquecento chili di tritolo facevano esplodere un tratto dell’autostrada che collega Palermo, con l’aeroporto d Punta Raisi, proprio nel momento in cui – ma fu una scelta deliberata, non certo una casualità – passavano tre auto: quella su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e le due della scorta. Le prime due non ebbero scampo.

L’attentato avvenne alle ore 17, 56 minuti e 48 secondi. Subito prima dell’edizione delle 18 del telegiornale. Un TG confuso, che smentiva le informazioni date un istante prima, come sempre succede in momenti come quello. Sussisteva ancora, però, una flebile speranza che Falcone, che non era morto sul colpo, potesse farcela.

Dal sito 19 luglio 1992 (altra data funesta, quella dell’attentato all’altro giudice antimafia per eccellenza, Paolo Borsellino) riporto un ampio stralcio della lettera scritta da Una cittadina che crede nella giustizia, che, aldilà di quelle che possono essere le reazioni individuali, rende bene l’idea dello choc che ci pervase. A me sembrò che un’idea di Stato, la mia idea di Stato, fosse saltata in aria con Falcone, sua moglie e la scorta.

Non fu un sabato come un altro per me che allora frequentavo Giurisprudenza in una grande città del centro Italia. Quel pomeriggio stavo studiando Diritto Privato,ricordo ancora il capitolo del libro (l’Eredità), mi ero appena  trasferita in quella nuova casa con altre colleghe e non avevo ancora la TV: ad un certo punto sentii provenire dalla stanza accanto il volume alto del televisore e mi alzai per “dirgliene quattro a quella mia amica che continuava a disturbare”. Arrivata davanti alla porta aperta vidi lei con gli occhi sbarrati che fissava lo schermo, poi, girandosi verso di me, con gli occhi  diventati tristi all’improvviso, mi disse: -Hanno ammazzato il tuo “Giudice”-.
Non capii più nulla, mi sembrava di aver compreso male le parole, non poteva essere, no Falcone doveva essere immortale, per noi che lo seguivamo, era un eroe; un eroe che tutti ammirano e difendono perchè, un pò come gli eroi dei fumetti, è immortale. Invece era vero, quella scellerata mano ci era riuscita, aveva compiuto l’ultimo atto di una battaglia iniziata anni prima tra il Giudice di Palermo e Cosa Nostra. Risposi alle parole della mia amica piangendo e imprecando, dissi  che non poteva essere, che lui era scortato, era sorvegliato a vista dappertutto per cui poteva essere ferito ma ucciso no. Incominciai pian piano a guardare lo schermo, arrivavano le prime immagini dell’Autostrada sventrata, l’auto di  Falcone era ricoperta di terra fin su il parabrezza, l’auto davanti invece era divenuta una carcassa proiettata a metri di distanza. All’interno vi erano i  suoi angeli, coloro che lo avevano protetto questa volta non vi erano riusciti,
erano saltati in aria prima di lui. Ricordo lo sconforto che mi assalì, mi passavano in mente tutte le vicende che, negli anni precedenti, avevo seguito seppur da lontano, non conoscendolo personalmente. Ritornavo indietro con la  memoria a quando avevo 13/14 anni e vedevo per la prima volta il Giudice Falcone in TV che parlava di Criminalità Organizzata e Cosa Nostra, all’epoca il reato di Mafia (oggi perseguito con il 416/bis) non era nemmeno contemplato dal  codice, sarebbero dovuti morire Pio La Torre e Dalla Chiesa per arrivare all’approvazione di quell’articolo. Un turbinio di ricordi e di emozioni mi pervasero l’animo; ricordi spiccioli come le interviste, i filmati, gli articoli sui giornali e ricordi diversi come le manifestazioni che si facevano alle scuole superiori quando il Pool veniva attaccato da Politici e, a volte, persino da loro colleghi stessi. Noi che allora eravamo studenti, ma coscienti della situazione, manifestavamo ed eravamo mosche bianche in un’Italia che ancora non aveva preso coscienza del problema mafia.

Di questa strage mafiosa, come purtroppo da usanza italiana, vi sono ancora molti aspetti oscuri, zone d’ombra sulle quali non si sa o non si vuole fare luce. Di certo, sappiamo che dopo il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino venne messa in discussione l’impunità dei boss, giudicata essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale. Nel libro-intervista Io so (dicembre 2012) Antonio Ingroia – che nella sua carriera di magistrato ha collaborato con i giudici del pool antimafia di Palermo, raccogliendone l’eredità -, rispondendo alle domande di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, traccia un quadro inquietante della situazione di quegli anni:

Sono passati vent’anni dall’orrore delle stragi del ’92. A un ragazzo nato in quell’anno, come spiegherebbe quello che è successo allora e che ha condizionato questo ventennio? Perché, come lei ama spesso dire, «la Seconda Repubblica fonda i suoi pilastri nel sangue dei servitori dello Stato»?
Partirei dal significato che ha assunto negli anni l’espressione «lotta alla mafia» inserita in un contesto culturale di riferimento. La cultura istituzionale italiana è stata per secoli di tolleranza e legittimazione della mafia, sia a livello periferico che centrale. Non è un caso che la storia del confronto mafia-Stato sia stata ipocritamente raccontata come una storia di guerra, mentre in realtà dietro le quinte è sempre stata una storia di connivenza. È stata una cultura per decenni largamente dominante e supinamente accettata all’interno di varie articolazioni istituzionali: politica, magistratura, chiesa, forze di polizia, apparati burocratico-statali.

La connivenza con Cosa nostra, insomma, l’abbiamo nel nostro Dna culturale e sociale. Qualche esempio?
Possiamo dire, facendo un passo indietro nella storia, che veniamo da una realtà nella quale in Sicilia i capimafia erano le autorità riconosciute. In ogni piccolo centro siciliano c’era il sindaco, il pretore, il parroco, il comandante dei carabinieri e poi c’era l’autorità extraistituzionale, il capomafia. L’anomalia del piccolo centro rappresentava il microcosmo di una realtà molto più estesa. Questo ha avuto un riflesso nella cultura del paese. I testi di diritto sui quali ho studiato dibattevano se la mafia era un’associazione criminale o tutt’al più un’associazione immorale. Questo tipo di cultura giuridica ha svolto un ruolo egemonico nel panorama nazionale. Pian piano è cresciuta nel paese una consapevolezza collettiva, anche se per un certo periodo il cambiamento ha giustificato la tolleranza del passato, raccontando di una vecchia mafia buona e di una nuova mafia cattiva. Anche all’interno delle élite politico-istituzionali del paese si è registrato un processo evolutivo. In questo processo un settore della magistratura di Palermo è stato un passo avanti, e perciò ha pagato duramente. Falcone e Borsellino, non lo dobbiamo mai dimenticare, erano isolati dentro il Palazzo di Giustizia di Palermo. Solo recentemente quella cultura ha contagiato le parti più sensibili della società siciliana e nazionale. Tuttavia, non è mai stato cancellato quell’altro tipo di atteggiamento inclusivo di uno spirito di convivenza con la mafia. Diciamo che le istituzioni spesso hanno fatto antimafia sostenendo una frazione della mafia contro un’altra. È il principio della trattativa. Ma è solo negli ultimi tempi che alcune sorprendenti novità investigative hanno messo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un tema rimasto per anni colpevolmente sfocato. È bene essere consapevoli, infatti, che non si tratta di una novità dell’ultima ora. Che dire, ad esempio, dell’uso massiccio della trattativa in passato? Che dire della strumentalizzazione che il neonato Stato unitario fece del potere mafioso per frenare le spinte filoborboniche e antiunitarie? E non fu forse frutto di trattative il patto di non belligeranza, reciproco sostegno e copertura, in virtù del quale i gabellotti mafiosi mantennero il loro potere sul territorio?

Questa è la premessa. Da dove partiamo per raccontare la stagione stragista?
Da una considerazione certa: le stragi siciliane sono la risposta di Cosa nostra allo Stato che, dopo la sentenza di Cassazione del maxiprocesso, ha messo in crisi l’impunità dei boss, condizione essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale mafiosa. Il programma stagista nasce dalla necessità per i boss di ristrutturare totalmente il rapporto con la politica. Questo scontro ha portato il paese a un capovolgimento politico e istituzionale. Due sono le frasi chiave che ci fanno capire cosa i capi di Cosa nostra avrebbero voluto che accadesse (e in buona parte accadde). Una è quella di Totò Riina, che spiega ai suoi soldati: «Dobbiamo fare la guerra per poi fare la pace». L’altra è del boss Leoluca Bagarella: «In futuro non dobbiamo più correre il rischio che i politici possano voltarci le spalle». Le stragi sono la premessa necessaria, il secondo passo è la ristrutturazione del rapporto dialettico con la politica. […]

Al ’93 arriveremo dopo. Qual è, secondo lei, l’effetto più dirompente nella vita democratica italiana del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica a suon di bombe?
Salta in generale il ruolo di mediazione della politica. Gli interessi privati irrompono irrompono e strumentalizzano la politica. Scompare il politico di professione. I nuovi volti che affollano il parlamento sono professionisti prestati alla politica, uomini d’affari che portano nel mondo della politica i loro interessi personali e quelli dei loro clienti, e infine politici di seconda o terza fila, sorta di prestanome nell’interesse altrui. Mentre nella Prima Repubblica nella relazione tra mafia e politica prevaleva il «modello Lima», nella Seconda Repubblica il «modello Ciancimino» diventa vincente. È il modello del mafioso direttamente protagonista della politica. In questo senso, don Vito è stato l’assoluto precursore di una sorta di modernità politico-criminale. Quello che credo sia avvenuto è che gli interessi mafiosi si sono realizzati per l’intrusione diretta nel mondo della politica. […]

Oggi, sull’Espresso online Lirio Abbate riporta le testimonianze dei sopravvissuti alla strage, che riporto integralmente anche per il dovuto omaggio alle vittime dal nome meno altisonante, gli uomini della scorta:

Strage di Capaci, il racconto dei sopravvissuti

Giovanni Falcone

Il 23 maggio 1992 i sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) registravano una fortissima esplosione alle ore 17 e 56 minuti e 32 secondi. Una carica di 572 chili di esplosivo veniva fatta saltare sotto l’autostrada in direzione di Palermo, nei pressi dello svincolo di Capaci. L’esplosione investiva la prima delle tre auto blindate che formavano il corteo su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Nella prima auto c’erano gli agenti della Polizia di Stato Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e quella che seguiva immediatamente dopo, cioè quella nella quale si trovavano i giudici Falcone e Morvillo con l’autista Costanza Giuseppe. La deflagrazione aveva causato un gigantesco cratere sul bordo del quale stava l’auto del magistrato e dietro la terza blindata del corteo in cui c’erano gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, sopravvissuti all’esplosione.

I tre poliziotti nei momenti immediatamente successivi allo scoppio si sono subito impegnati, nonostante le le ferite riportate, ad aiutare i due magistrati e l’autista, i quali, con l’ausilio dei primi soccorritori, venivano estratti dall’auto, ad eccezione del dottor Falcone, per il quale era necessario attendere l’intervento dei Vigili del Fuoco perché rimasto incastrato fra le lamiere della Fiat Croma blindata. Corbo, Capuzza e Cervello hanno avuto modo di constatare che Falcone, Morvillo e Costanza erano vivi: hanno verificato che la giudice Morvillo respirava ancora, ma era priva di conoscenza, mentre invece il dottor Falcone mostrava di recepire con gli occhi le sollecitazioni che gli venivano dai soccorritori.

Dal luogo dell’attentato dunque, Giovanni Falcone e la moglie erano usciti vivi, ma la corsa in ospedale in ambulanza e poi gli sforzi dei medici non sono riusciti a salvarli. Entrambi moriranno in serata per le emorragie causate dalle lesioni interne determinate dall’onda d’urto provocata dall’esplosione, mentre Costanza ricoverato con la prognosi riservata, ce la farà.

Nell’immediatezza dell’esplosione non c’era nessuna traccia dell’auto blindata che era in testa al corteo, tanto che i primi soccorritori pensavano in un primo momento che fosse riuscita a sfuggire alla deflagrazione e che sarebbe corsa avanti a chiedere soccorsi. Solo dopo alcune ore la Fiat Croma veniva ritrovata a un centinaio di metri completamente distrutta, in un terreno adiacente il tratto autostradale, con i corpi dei tre occupanti privi di vita. I tre agenti erano morti sul colpo. I momenti immediatamente successivi e quelli precedenti lo scoppio vengono così ricostruiti dai tre poliziotti che sono sopravvissuti alla strage di Capaci.

Angelo Corbo:
«Ho sentito solamente un grosso botto, uno spostamento d’aria, una deflagrazione e mi sono sentito solamente catapultare in avanti. Dopo l’esplosione con grossa difficoltà si è cercato di uscire dalla macchina, perché purtroppo eravamo anche pieni di detriti, di massi. Quindi con difficoltà ho cercato di uscire dalla macchina. Niente, già uscendo si era capito della gravità della situazione perché la voragine purtroppo era ben visibile. Ci siamo avvicinati e mi sono avvicinato con gli altri alla macchina del dottor Falcone mettendoci intorno per non fare avvicinare o per controllare la situazione, e anche per non far si’ che c’era magari qualche altra persona che si stava avvicinando all’autovettura sulla quale viaggiava il dott. Falcone, che era praticamente in bilico a quel cratere con la parte anteriore che sembrava mancante o potrebbe essere stata coperta da detriti. Dopodiché visto che non che non riuscivano ad uscire la persona del dottor Falcone e della dottoressa Morvillo, abbiamo cercato insieme a delle persone che poi sono sopraggiunte di estrarre, appunto, il dottor Falcone e la dottoressa Morvillo. Mi ricordo che non si riusciva ad aprire gli sportelli, specialmente quello del dottor Falcone che era bloccato. Dalla parte della dottoressa Morvillo invece c’era questo vetro che si era riuscito a sradicare, infatti insieme ad altre persone si era proprio presa la dottoressa Morvillo e uscita dall’abitacolo della macchina. Invece il dottor Falcone purtroppo non si riusciva ad aprire questo sportello. Fra l’altro poi la macchina stava anche prendendo fuoco, quindi c’era stato anche un cercare di spegnere questo principio d’incendio. Il dottor Falcone era in vita, ecco non so dire se era cosciente, chiaramente, perché purtroppo con il vetro blindato non si sentiva neanche un gemito, un qualche cosa, comunque era in vita. Addirittura si era pure rivolto verso di noi guardandoci, però, ecco, purtroppo noi eravamo impossibilitati ad un immediato soccorso. L’autista Costanza era messo nel sedile posteriore, se mi ricordo bene era coricato di lato nell’abitacolo della macchina».

Gaspare Cervello:
«Dopo il rettilineo, diciamo, all’inserimento del bivio di Capaci, ho visto dopo una deflagrazione proprio gigantesca, un’esplosione che neanche il tempo di finire un’espressione tipica che non ho visto più niente, non so che fine ha fatto la macchina, cosa ha fatto in quel momento la macchina; non so il tempo che ho trascorso svenuto dopo quella deflagrazione. Dopo che ho ripreso i sensi dentro la macchina stesso, vedevo che non potevo aprire lo sportello; con forza riesco ad aprirlo. Non faccio caso neanche ai colleghi se stavano bene, cioé se erano vivi; l’unica cosa del mio istinto era quello di uscire dalla macchina e recarmi direttamente nella macchina del giudice Falcone. Mentre mi avvicinavo alla macchina ho visto quella scena proprio straziante, di cui mi avvicino un poco sopra, perché poi c’era il terriccio dell’asfalto che proprio copriva la macchina; c’era soltanto il vetro, quindi anche se volevamo dare aiuto non potevamo. Niente, l’unica cosa che ho fatto è di chiamare il giudice Falcone: “Giovanni, Giovanni”, però lui si è voltato, però era uno sguardo ormai chiuso, abbandonato, perché aveva tutto il blocco della macchina davanti, aveva soltanto la testa diciamo libera; no libera, che muoveva, diciamo, per quegli attimi che io l’ho chiamato. La dottoressa era chinata verso avanti come l’autista Giuseppe Costanza, di cui la prima sensazione, quella mia: “Ormai tutti e tre non ce l’hanno fatta”, mentre la macchina davanti, non l’ho vista… Ho pensato che ce l’avevano fatta, ce l’avevano fatta, che erano andati via… ho pensato sono andati via per chiamare i soccorsi, perché noi via radio non potevamo dare più niente perché la macchina nostra era anche distruttissima».

Giuseppe Costanza:
«Io l’ultima cosa che ricordo del dottor Falcone è, appunto, nel chiedergli quando dovevo venire a riprenderlo; mi ha detto: “Lunedì mattina”, io gli dissi: “Allora, arrivato a casa cortesemente mi da’ le mie chiavi in modo che io lunedì mattina posso prendere la macchina, ma probabilmente era soprappensiero perché una cosa del genere non riesco a giustificarla soprattutto da lui. Sfilò le chiavi che erano inserite al quadro dandomele dietro e io a quel punto lo richiamai dicendoci: “Cosa fa? Così ci andiamo a ammazzare”. Questo è l’ultimo ricordo che lui girandosi verso la moglie e incrociandosi lo sguardo e girandosi ancora verso di me fa: “Scusi, scusi”. Ecco, queste sono le ultime parole che io ricordo perché poi non c’è più nulla. Potevamo andare a una media di 120, 120-130, non più di tanto. Nel momento in cui sfilò le chiavi ci fu una diminuzione di velocità perché la marcia era rimasta inserita era la quarta».

Paolo Capuzza:
«Io ero rivolto, diciamo, un po’ nella sedia della parte destra e guardavo un po’ sulla destra ed il davanti, ed ho sentito un’esplosione ed un’ondata di caldo è arrivata, ed in quell’attimo mi sono girato nella parte anteriore dell’autovettura, per guardare cosa accadeva, ed ho visto l’asfalto che si alzava nel cielo. Poi mi sembra che l’autista abbia sterzato l’autovettura sul guardrail destro per evitare di andare addosso all’autovettura del dottor Falcone; poi, quando siamo scesi ci siamo accorti che ci siamo ritrovati dietro proprio l’autovettura del magistrato. Mentre eravamo all’interno dell’autovettura, si sentivano ricadere sull’auto tutti i massi ed una nube nera, cioé non si vedeva niente, polvere e nube nera che non riuscivamo a vedere niente. Dopodiché siamo usciti dall’autovettura con le armi in pugno, io ho cercato di prendere l’M12 in dotazione, oltre che le pistole che avevo addosso, ma non sono riuscito a prenderlo, perché appunto la mano non riusciva a tenerlo in mano, non lo riuscivo a prendere, insomma; e, quindi, ho preso la mia pistola di ordinanza. Siamo usciti dall’autovettura e per guardarci intorno, perché ci aspettavamo, come si dice, qualche colpo di grazia. Poi abbiamo visto la voragine che c’era davanti all’autovettura del dottor Falcone, alla quale mancava il vano motore completamente; poi c’erano delle fiamme ed abbiamo preso l’estintore che era sulla nostra autovettura e le abbiamo spente. Le fiamme erano proprio davanti l’autovettura del dottor Falcone, che era proprio sul limite del precipizio, diciamo, dove si era creata la voragine, perché non c’era più il vano motore e… ci siamo guardati intorno per proteggere, appunto, ancora la personalità, perché mi sembra che il Cervello Gaspare, sì Cervello, abbia chiamato per nome il dottor Falcone, il quale non ha risposto però si è girato con la testa come… poi abbiamo aspettato i soccorsi e non abbiamo fatto avvicinare nessuno».

Queste dunque le prime immagini della strage tratte dal racconto dei sopravvissuti.

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Nel 2010, per la prima volta, in Francia viene celebrato un fatto fino ad allora dimenticato: la rivolta di Sinti e Rom nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

A promuovere l’iniziativa è stato un sopravvissuto allo sterminio, Raymond Guerené, coadiuvato dall’Associazione La Voix de Rom, con uno spettacolo nel quale canta la canzone che le sue sorelle gli avevano dedicato mentre erano recluse nel lager.

Il 16 maggio 1944 i quattromila Rom internati ad Auschwitz decisero di opporsi ai loto carnefici che, secondo programma, erano venuti a prelevarli per condurli nelle camere a gas. Armati con pietre, spranghe e altre armi rudimentali, uomini, donne e bambini si avventarono contro le SS che lasciarono sul campo diversi morti.

Solo il 2 agosto, dopo aver ridotto alla fame la comunità rom del campo di concentramento, i nazisti riuscirono a sedare la rivolta e, in un sola notte riuscirono a uccidere 2897 internati.

Rom e Sinti chiamano il loro sterminio Samudaripen (letteralmente “tutti morti”) oppure PorrajmosPorajmos (che significa “grande divoramento, devastazione”).

Purtroppo non ho trovato una riproduzione video dello spettacolo di Raymond Guerené. Ho ripiegato, quindi, sul più banale dei classici. Ma sempre PER NON DIMENTICARE.

Fonte: Sugli Zingari.

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1618, Johannes von Kepler (Keplero) conferma la sua scoperta, precedentemente rigettata, della terza legge del movimento dei pianeti. La scoprì per la prima volta l’8 marzo dello stesso 1618, ma la scartò ben presto dopo aver fatto alcuni calcoli iniziali.

L’orbita di un pianeta

La legge può essere così enunciata:

I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le loro orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole.

In parole povere: più un pianeta si trova vicino al Sole, più deve muoversi velocemente per sfuggire alla forza di gravità. Più un pianeta è lontano, più debole è la forza gravitazionale, quindi minore è la velocità necessaria.

Come era prassi dell’epoca, Keplero comunicò le sue scoperte spedendo copia della propria opera ai principali scienziati ed eruditi europei, fra cui Galileo, Bacone e Cartesio.

Galileo, rispose congratulandosi per aver aderito alla dottrina copernicana, ma non si pronunciò sul resto, aggiungendo che alcuni suoi pensieri fossero “piuttosto a diminuzione della dottrina del Copernico che a stabilimento”. Bisogna anche aggiungere che, in quei tempi, farsi scoprire fautori di dottrine scientifiche eterodosse rispetto alla lettera biblica, era assai rischioso (vedi “Buon compleanno Galileo“). Bacone, che pure era legato alla tradizione ermetica, lo ignorò, mentre Cartesio lo riconobbe come suo primo maestro di ottica, ignorando tutto il resto.

Solo dopo che Newton se ne servì – fornendo una spiegazione del perché i corpi celesti si muovono -, quindi non prima degli anni Sessanta del Seicento, le leggi di Keplero vennero accettate dalla comunità scientifica. Schematizzando: l’intuizione di Keplero ci spiega come i pianeti si muovono, quella di Newton ci dice perché lo fanno.

Con lo sviluppo della tecnologia, della capacità di calcolo e degli strumenti per l’osservazione, si è notato che le leggi di Keplero sono valide se e solo se:

  • la massa del pianeta è trascurabile rispetto a quella della stella di riferimento;
  • si possono trascurare le interazioni tra diversi pianeti. Tali interazioni comportano leggere perturbazioni sulla forma delle orbite.

Ciò nulla toglie, in ogni caso, alla genialità della scoperta di Keplero.

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Una veduta di Palazzo Ducale da piazza Matteotti

Il 23 dicembre del 1339, Simone Boccanegra fu proclamato primo Doge della Repubblica di Genova.

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