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Archive for the ‘Pace e guerra’ Category

Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 13 dicembre 2015

Intervista ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo ed esperto del paese

Abbiamo rivolto alcune domande sulla fase attuale della crisi libica ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e esperto di Libia.

Mentre si apre oggi a Roma la conferenza internazionale sulla Libia e mentre l’inviato di Ban Ki-moon Martin Kobler annuncia che i due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, hanno raggiunto un accordo per un governo unitario che il 16 dicembre sarà sottoscritto in Marocco.

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Credo sia impossibile non concordare con la posizione espressa da questo o questi studenti. Un punto di vista forse un po’ limitato, ma che fa riflettere, dato che, in fin dei conti, la storia non è altro che un succedersi di guerre intervallate da periodi di tregua più o meno lunga.

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Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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TGCom24, 17 novembre 2015

Sono 32.658 le persone morte nel 2014 per terrorismo, l’80% in più rispetto al 2013. È quanto emerge dal Global Terrorism Index, rapporto annuale curato dall’università del Maryland, negli Usa. Il 51% delle vittime è stato causato da Boko Haram (6.644 morti, il 77% dei quali civili) e dall’Isis (6.073, il 44% civili). Circa otto morti ogni dieci sono stati registrati tra Afghanistan, Iraq, Nigeria, Pakistan e Siria.

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Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 25 novembre 2015

F. Dubois, La notte di San Bartolomeo

Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Queste parole tornano alla mente quando si pensa al crescendo di appelli alle armi che risuonano a Parigi, a Bruxelles come a Londra. Quello che si vuole da tante parti non è neanche più uno scontro di civiltà alla Huntington.

È una guerra di religione, contro l’Isis o Daesh, ma anche contro l’Islam, contro gli immigrati, contro tutti i fantasmi o gli incubi che assillano un’Europa impaurita e paranoica.

Certo, gli accenti sono diversi. Si va dai fanatici dei diritti umani, nostalgici della guerra lampo del Kosovo, a quelli che vedono nell’Islam una volontà millenaria di rivalsa contro l’occidente cristiano, agli opinionisti “ragionevoli” che esigono dai musulmani che “escano allo scoperto” e “si pronuncino contro il terrorismo”, ai simpatizzanti di Netanyahu, che mettono nello stesso sacco Isis e resistenza palestinese, ecc.. Ma l’idea di fondo è che si faccia una bella coalizione di tutti contro l’Isis, che lo si polverizzi, magari insieme ai civili di Raqqa tra cui si nasconde, e poi… E poi?

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 24 novembre 2015

In guerra, ma senza sapere come combatterla

Muoviamo da una ipotesi non nuova e piuttosto diffusa: Daesh è uno stato e non lo è. Potremmo definirlo un centro di irradiazione, piuttosto o, per così dire, una Mecca ideologico-militare del Jihad. Lo stato islamico interpreta a suo modo, e cioè in una forma violenta e totalitaria, la vocazione antinazionalista dell’Islam, quella che si rivolge alla comunità dei credenti aldilà da qualsiasi frontiera nazionale. Per questa ragione il suo insediamento a macchia di leopardo, dal Medio oriente all’Africa settentrionale e sub sahariana, fino alle periferie delle grandi metropoli europee non costituisce una debolezza, ma una forza.

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In principio la Terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c’erano i ponti.
Non c’erano sentieri per salire sui monti.
Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno? Non esisteva il letto.
Per non pungerti i piedi, nè scarpe, nè stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c’erano palloni:
mancava la pentola e il fuoco
per cuocere i maccheroni,
anzi a guardare bene mancava anche la pasta.
Non c’era nulla di niente.
Zero via zero, e basta.
C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi si potè rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!

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Etienne Balibar, Il Manifesto, 17 novembre 2015

Bisogna rimettere la pace, e non la vittoria, al centro della nostra agenda politica

Sì, siamo in guerra. O meglio, siamo ormai tutti dentro la guerra. Colpiamo e ci colpiscono. Dopo altri, e purtroppo prevedibilmente prima di altri, paghiamo il prezzo e portiamo il lutto. Ogni persona morta, certo, è insostituibile. Ma di quale guerra si tratta?

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Riporto il testo integrale del discorso – nella traduzione di Anna Bissanti che ho ricevuto via mail senza, purtroppo, citazione della fonte – tenuto da François Hollande al Parlamento riunito a Versailles il 17 novembre 2015. Ciò che stupisce, e preoccupa, è l’uso ripetuto della parola “guerra”. In questo caso, almeno, si è utilizzato il termine corretto, senza ricorrere a insulsi giri di parole.

Molti siti web riportano questo discorso, ma questa versione mi sembra la più precisa e chiara. Su tutti i quotidiani online ci sono articoli di commento e cronaca che, da diversi punti di vista, ne analizzano i contenuti.

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Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 15 novembre 2015

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali

È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

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Come ci ricorda Lucia Annunziata nel suo blog sull’Huffington Post, la decisione di Parigi di chiudere le frontiere è una “fragile confessione di impotenza”. Aggiungerei anche patetica e inutile.

Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto, perché gli attentati di Parigi (anzi, le azioni di guerra di Parigi) sono il frutto di azioni che sono state compiute nel recente passato in maniera fortemente irresponsabile, perché non si è voluto tenere conto delle possibili conseguenze. Quando ci si arroga il diritto di bombardare interi paesi si deve mettere in conto che, prima o poi, si scatenerà una reazione. E non sempre (quasi mai) questa reazione sarà gradita.

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Lutto a ParigiI terribili fatti che sono successi ieri a Parigi sono, per me, di difficile interpretazione.

Chi ne trae giovamento? Di sicuro non la causa dei popoli mussulmani, che si vedranno ulteriormente limitare i più elementari diritti nei paesi dell’Occidente. Le destre islamofobe sono già scatenate e tutti i media ne riportano le dichiarazioni. Di sicuro non la causa dei migranti, che vedranno ulteriormente ristretti gli spazi per la loro fuga dalle guerre, dalle carestie e dalle epidemie. Nemmeno lo stesso Stato Islamico dovrebbe trarre giovamento alcuno, dato che probabilmente questo fatto si tradurrà in un ulteriore sforzo bellico per annientarli.

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Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
è bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

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Cipollino e il Cavalier Pomodoro, due personaggi di Gianni Rodari, in un francobollo russo del 1992

Gianni Rodari (Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980) è stato uno scrittore e poeta, notissimo per la sua attività di narratore per l’infanzia. Non tutti sanno però che Rodari, subito dopo la guerra, si iscrisse al Partito comunista ed ebbe una intensa attività come giornalista militante. Subito dopo la guerra venne incaricato della direzione dell’Ordine Nuovo e, a partire dal 1947 iniziò a collaborare all’Unità, dove entra come cronista e poi diviene capo cronista e inviato speciale. È in questo periodo che inizia a scrivere racconti per bambini, e il Partito lo chiama a Roma per dirigere Il Pioniere.

A partire dal 1952 ebbe modo di visitare spesso l’Unione Sovietica e, proprio al termine di uno di quei viaggi, nel 1979, inizierà ad accusare i primi problemi circolatori che lo porteranno l’anno dopo alla morte.

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Where have all the flowers gone

Pete Seeger in concerto nel 1986

Il testo di questa, che è tra le più celebri canzoni contro la guerra di ogni tempo, è di Pete Seeger, anche se la versione più nota è probabilmente quella cantata da Joan Baez.

Secondo la sua stessa ammissione, Seeger si ispirò ad un brano del Placido Don dello scrittore russo Michajl Šolochov (che ottenne per quest’opera il premio Nobel per la letteratura nel 1964), dove si riportavano tre versi di una canzone popolare ucraina il cui testo Seeger cercò infruttuosamente per anni. Ma conservò quei tre versi, sperando di poterli comunque usare un giorno. Cosa che, fortunatamente, avvenne dapprima in sordina in un album rimasto quasi oscuro, Rainbow Quest. Passata pressoché inosservata, fu incisa nel 1960 a loro nome dai Kingston Trio, che la “avevano sentita” ed ignoravano totalmente che la canzone fosse stata scritta e incisa da Pete Seeger quattro anni prima (credevano che fosse una canzone popolare). Fu una telefonata di Pete Seeger a risolvere la cosa…

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Ci sono troppe coincidenze sospette in quello che è accaduto ad Ankara alla marcia per la pace.

Turchia

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Enzo Pennetta, Critica scientifica, 6 agosto 2015

Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato MAggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti

Gen. Mini, nel  suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate,  o meglio  che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per  Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata  dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti.
La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?
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Giovanna Branca, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Mor Loushy

«Censored voices» di Mor Loushy raccoglie le testimonianze di soldati della Guerra dei sei giorni. Storie ben diverse da quelle raccontate dal governo israeliano

Nella nar­ra­tiva uffi­ciale, il 1967 è l’anno in cui Israele ha cele­brato la sua più grande vit­to­ria: con la guerra dei 6 giorni non ha solo respinto le truppe di Siria, Gior­da­nia ed Egitto inten­zio­nate ad anni­chi­lire la gio­vane nazione, ma ha tri­pli­cato le pro­prie dimen­sioni, annet­tendo anche la città vec­chia di Geru­sa­lemme; secondo molti, libe­ran­dola. Ma «chi ha libe­rato cosa? Io credo nella gente, non nei posti». A dire que­ste parole è lo scrit­tore Amos Oz, e non nella sua veste di noto espo­nente della sini­stra israe­liana, ma come sol­dato appena tor­nato dalla guerra dei 6 giorni. E con­ti­nua infatti così: «mi sen­tivo come uno stra­niero in terra stra­niera, per que­sto l’espressione ter­ri­tori libe­rati mi terrorizza».

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La questione ucraina mi preoccupa moltissimo e ad essa, a partire da “La scelta saggia di Kiev” ho dedicato svariati post. Questo articolo di Michele Marsonet, tratto dal sito Remo Contro, approfondisce il tema del revanscismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti della Russia, evidenziando quelle che sono le antiche origini di un conflitto che può avere conseguenze gravissime e che dimostra – una volta di più – la totale inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea.

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Quando i signori che ci governano capiranno che la democrazia non è un prodotto che si può esportare, temo, sarà troppo tardi. Con la destituzione e l’uccisione di Gheddafi, agevolata dall’inopportuno intervento di Sarkozy – secondo me determinato esclusivamente da ragioni di politica interna francese – la Libia è piombata nel caos. Oggi si parla di intervenire nuovamente per riportare l’ordine; fra qualche anno saremo di nuovo qui a riparlarne e così via all’infinito.

A prescindere dal fatto che nella stragrande maggioranza dei casi (per non dire sempre) la questione dei diritti umani è usata strumentalmente per dare una veste politically correct a qualcosa che, da che mondo e mondo, si chiama guerra, è evidente, almeno per me, che concetti come la democrazia partecipativa (che non significa soltanto andare a votare), il rispetto, la tolleranza, devono svilupparsi nel corso di lunghi processi storici, Non sono un qualcosa che si può esportare dall’oggi al domani. Ammesso e non concesso che si tratti del migliore dei mondi possibile.

La situazione in Libia si fa sempre più difficile. Dalla radio di Sirte, ultima città libica a finire sotto le mani dei miliziani dell’Isis, il Califfo incita la popolazione alla guerra santa. E il ministro degli Esteri Gentiloni viene definito un crociato. Il rischio per l’Italia di avere un nemico a due passi da casa è forte. Per questo il governo studia un intervento armato sotto l’egida delle Nazioni Unite. “L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste. Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente” afferma il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in un’intervista al Messaggero.

“Ne discutiamo da mesi, ma ora l’intervento è diventato urgente. Mezzi, composizione e regole d’ingaggio li decideremo con gli alleati in base allo spirito e al mandato della missione Onu”, spiega. “In Libia, eliminato il tappo Gheddafi, le tensioni sottostanti sono esplose”, aggiunge, e ora “bisogna fare come nei Balcani, dove per scongiurare la bonifica etnica abbiamo invitato decine di migliaia di uomini e abbiamo contingenti dopo vent’anni per stabilizzare territorio”. Quanto al potenziale del Califfato, qualche mese erano stati stimati 25mila combattenti, ora secondo il ministro “potrebbero essere 30mila o anche più”, e sugli armamenti ricorda “i momenti d’ombra” sulla sorte della armi di Gheddafi. Quindi il ministro precisa che “ogni decisione e passaggio verrà fatto in Parlamento. Giovedì il ministro Gentiloni fornirà informazioni e valutazioni”.

ministro pinotti

Roberta Pinotti, ministro della Difesa

L’ex premier Romano Prodi critica la gestione della crisi libica dopo l’intervento del 2011. “Dopo la caduta di Gheddafi bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo” spiega Prodi al Fatto Quotidiano. Se la Libia “è caduta nell’anarchia e nel caos più assoluti è un errore nostro. Delle potenze occidentali”. “La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così”. E “L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi, Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra”. Ora occorre far “sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale”.

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