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Archive for the ‘Polemiche’ Category

Voglio esprimere un augurio di cuore a tutte quelle persone che vivono di piccole furberie, di meschinerie spicciole.

A quelli che hanno la moglie malata e. come è loro diritto, chiedono la riduzione della tariffa di energia elettrica. Poi la moglie muore e, affranti dal dolore, si dimenticano di comunicarlo all’ENEL…

A quelli che sono permanentemente a caccia di qualche permesso per posteggiare l’auto negli spazi riservati ai disabili…

A quelli che ricorrono a mille trucchi per non pagare il biglietto dell’autobus, tanto, se anche mi beccano, cosa vuoi che sia, la multa l’ho già ammortizzata con tutte le volte che sono andato a scrocco…

A quelli che “mors tua vita mea”. Detto in altri termini “meglio a te che a me”…

A tutti quelli che ti guardano con il sorrisino spocchioso, della serie “il mondo è dei furbi”…

Ecco, a tutti costoro auguro, dal profondo del cuore e con tutte le mie forze, di farcela, di continuare così; di sentirsi più sicuri, migliori, realizzati. E auguro loro di riuscire, in questo modo, a racimolare un bel gruzzoletto, farsi il tesoretto, sognare il conto all’estero. Sì, glielo auguro, perché in questo modo sarà più grande il godimento di quando, quel giorno, suonerà il campanello e alla domanda “Chi è?”, risponderanno: “Guardia di Finanza, abbiamo un mandato”…

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Oggi, Il Fatto QuotidianoPapa Francesco, il vescovo ciellino di Ferrara: “Bergoglio deve fare la fine dell’altro Pontefice”») ha pubblicato un’inquietante articolo su alcune dichiarazioni che riguardano un alto prelato. In sostanza, la campagna di moralizzazione che Bergoglio sta conducendo sembra dare fastidio a qualcuno. E io me ne compiaccio molto.

Con questo non voglio dire che diventerò un assiduo frequentatore delle chiese, ma solo che inizierò a seguire con maggiore attenzione le mosse del Papa e a sostenere, da lontano e silenziosamente, il suo sforzo per umanizzare e avvicinare ai poveri la Chiesa.

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Tramite Facebook, ricevo da fonte politicamente attendibile una nota riepilogativa – seppur parziale – di quanto ha fatto Marino come sindaco in due anni. Ovvio, ci sono stati degli errori, forse tanti, forse gravi, ma probabilmente le cause del “disagio” della sua presenza sullo scranno di primo cittadino (togliete pure il probabilmente) vanno ricercate in uno o più punti di questo elenco, la cui fonte è sicuramente romana.

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Non vivendo a Roma, non sono sicuramente in grado di dare un giudizio sull’operato di Ignazio Marino come sindaco. Non posso, infatti, fare alcun confronto con la situazione precedente alla sua amministrazione e stabilire se i trasporti pubblici sono migliorati o peggiorati rispetto a dieci anni fa, i traffico più scorrevole, ecc. A essere sincero mi bastano i problemi della mia, di città.

Ma, da osservatore esterno seppure non disinteressato, mi pare di poter dire che Marino abbia pagato il suo essere anomalo in una città ad alta densità di politici carrieristi. Posso giudicarlo come uomo: un chirurgo prestato alla politica è uno che ha un mestiere suo e, alla mala parata, tornerà a fare quello per cui ha studiato, guadagnando probabilmente molto di più dello stipendio di sindaco. Già questo basta a differenziarlo dai suoi predecessori, tutta gente che ha iniziato a costruire la propria carriera elettorale sui banchi di scuola. E la differenza non è solo di aspirazioni o indole, fosse così sarebbe normale. Invece no, Marino, non avendo ambizioni di riprodursi in cariche elettive, ha la possibilità e la fortuna di poter dire esattamente quello che pensa e cercare di realizzare quello in cui crede, giusto o sbagliato che sia. I professionisti della politica, invece, cercano di dire quello che ritengono la gente stia pensando in quel momento, in modo da aumentare la propria attrattività in termini di consenso elettorale.

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Circa venticinque anni fa lavoravo per una multinazionale. Talora, era mio compito andare all’aeroporto di Linate per ricevere il direttore vendite della filiale tedesca. Questo signore, non appena uscivamo all’aria aperta dall’atrio degli arrivi, assumeva un’aria schifata e, annusando platealmente, annunciava, con tono categorico: “In Italia l’aria puzza!”. E poi – non richiesto – partiva con una filippica sul fatto che in Germania avevano preso coscienza del fatto che la qualità della vita era un valore indispensabile e che andava tutelata, che le aziende tedesche avevano recepito questa necessità e avevano preso le dovute precauzioni in materia di lotta all’inquinamento, che le auto tedesche avevano bassi valori di emissioni, ecc. ecc.

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A Onzo, in provincia di Savona, il parroco si è goduto il suo quarto d’ora di gloria dichiarando che avrebbe preferito dar fuoco alla canonica piuttosto che ospitare i clandestini. Non sono un estimatore di papa Francesco, ma, a giudicare da quello che leggo sui giornali, la posizione ufficiale della Chiesa mi sembra lievemente diversa, oserei dire un po’ più evoluta rispetto a quanto dichiarato (e poi, puntualmente, smentito, a testimonianza di estrema superficialità nel modo di rilasciare dichiarazioni pubbliche).

Dedico quindi a questo – spero ancora per poco – “pastore di anime”, questo brano, una delle prime canzoni di Francesco Guccini, resa celebre dai Nomadi, ora rivisitata in chiave rock dura da Gianna Nannini. Scritta nei primi anni Sessanta, Dio è morto è tuttora di amara attualità (così come Aushwitz e tante altre canzoni scritte dai nostri migliori cantautori storici). Voglio anche ricordare al parroco di Onzo che la prossima volta che si accingerà ad allestire il presepe nella sua chiesa metaforicamente accoglierà dei profughi clandestini in fuga dalla repressione in corso in un altro paese. E voglio anche ricordargli che, ad assecondare i luoghi comuni non si fa un buon servizio di educazione culturale alla propria comunità di riferimento.

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Riporto questo articolo dal blog di Alex Corlazzoli (Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2015). È un dialogo inventato, o si tratta solo di una anticipazione di ciò che potrà avvenire di qui a poco? Che il sistema dei concorsi pubblici non funzioni perfettamente è un dato risaputo, ma perché non cercare di migliorarlo, ad esempio utilizzando di più gli strumenti messi a disposizione dall’informatica?

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Nei giorni scorsi, ha destato scalpore una presa di posizione da parte del presidente del collegio regionale di garanzia del Partito Democratico della Liguria. In sintesi, si trattava di un richiamo, inviato agli iscritti e ai partecipanti alle primarie, ai dettami dello statuto. Vi si rammenta che un iscritto o iscritta al Pd non può fare campagna elettorale pubblica per uno o più candidati di un’altra lista. In caso contrario sarebbero state applicate le sanzioni previste, fino all’allontanamento (che una volta si chiamava espulsione) dal partito dei contravventori.

Apparentemente è tutto molto normale e logico. Invece non così non pare, perché moltissimi iscritti al Pd ligure si sono lamentati del fatto che altre volte le stesse regole non fossero state applicate e che – in una situazione di disagio come quella che attraversano molti circoli fin dall’indomani delle primarie dell’11 gennaio – non fosse stata data voce al dissenso interno, in particolare a coloro che lamentavano la partecipazione di componenti organizzate del centrodestra alle primarie e i numerosi casi di scarsa trasparenza nelle procedure di voto.

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… in una lettera inviata a H.G. Wells, ammoniva che

«nulla sarebbe più fatale che consegnare il governo degli Stati nelle mani degli esperti. Il sapere degli esperti è un sapere limitato, mentre l’illimitata ignoranza dell’uomo semplice, che sa dove gli duole, è una guida più sicura delle rigorose direttive di qualsiasi persona specializzata».

La citazione è tratta dal libro di Evgeny Morozov Interne non salverà il mondo. L’autore la riferisce criticando la visione di coloro che vedono nella Rete uno strumento per gestire e risolvere qualsiasi problema, anche quello politico più complesso.

A me sembra invece che descriva perfettamente la situazione che viviamo oggi o abbiamo appena vissuto, sia in Italia che in Europa. Abbiamo affidato a degli esperti, o presunti tali, la gestione della complessità politica di moderne società. In Italia abbiamo avuto il governo di Mario Monti; in Europa veniamo comandati a bacchetta da tecnocrati “infallibili”. Si vedono i risultati…

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Tengo subito a precisare che mi sono imbattuto per caso sulla sottostante immagine, visto che non sono solito frequentare le pagine social dei forzitalioti. In questo caso, un Twitter di Forza Italia Giovani Sardegna ci illustra la loro visione del mondo e dei confini che lo attraversano. Spero solito che gli iscritti a quella organizzazione siano pochi, in modo da poter limitare i danni, ma ci credo poco.

No comment! Siamo messi proprio bene! Questa vorrebbe essere la classe dirigente del futuro…

L’immagine pubblicata su Twitter

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Torno su un tema già trattato (Appello agli insegnanti di inglese: siate severi! e Lets spic Inglisc) per aggiornarlo con le ultime prodezze del nostro imperturbabile premier.

Anche negli States, Matteo Renzi ha voluto parlare in inglese, inanellando una serie esilarante di strafalcioni, della quale, con l’ausilio di alcuni articoli di importanti quodiani, corre dovere fornire ampia testimonianza. Il prestigioso Council on Foreign Relations, uno dei più potenti think tank di politica estera nel mondo occidentale, ha voluto testare la comprensibilità di un discorso di Renzi per il pubblico americano, stilando una classifica delle 10 migliori “perle” del nostro, i Ten Renzi’s Megic Momens…

In ordine cronologico, la prima menzione va alla frase che un americano avrebbe così compreso: “Ma la sfida per il mio governo è amore il nostro futuro, io sono prendere forma culo del mio futuro, io penso la più importante esperienza per l’Italia sarà domani, non ieri”.

Seguito da: “Il mercato in Italia è fottuto noi in passato, negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso più o meno cinque pinte nel posizionamento dei disoccupati risultati”.

Poi troviamo l'”ascesa della zuppa”, la “rivoluzione radicale dell’urca”, fino alla definizione del programma di riforma scolastica “elfi e asili nido attorno al paese).

Si dirà: hai estrapolato poche parole, il tuo è un intento denigratorio. E allora… ecco una trascrizione più dettagliata (e stenografica) sullo scottante tema della “rivoluzione dell’urca”: “La mia sfida è cambiare urca urca visione, urca atteggiamento, urca significa una rivoluzione radicale, non una rivoluzione del Simply, nella mentis formale, nella mentalità dei politici in Italia”.

Comunque, a questo link è disponibile la trascrizione completa del suo discorso di commiato a San Francisco, città notoriamente tollerante. Un unica avvertenza: la dicitura “INAUDIBLE”, che si trova spesso (se non ho contato male 42 volte), viene posta dai trascrittori quando sono in difficoltà, ovvero non riescono in nessun modo a interpretare quanto è stato detto. Potrebbe anche trattarsi di cattiva qualità della registrazione, determinata da microfoni poco efficienti, ma non è questo i caso…

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Don Andrea Gallo in una immagine dell’Archivio fotografico del Comune di Genova

Navigando, navigando, mi sono imbattuto in questo intervento scritto in occasione della morte di don Gallo. Anche se so di affrontare un tema estremamente delicato, lo trascrivo qui per alcune ragioni:

  1. tutte quelle che l’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) cita come caratteristiche negative di don Gallo sono quelle che me lo hanno fatto apprezzare. Il suo modo originale di porsi e proporsi, le sue sintesi fra valori laici e valori cristiani, se vogliamo le sue contraddizioni, sono proprio quello che ammiravo in lui. Di sicuro stava fra la gente, amava la gente, amava essere circondato. E questo per volontà di testimonianza, non per vanità. Di certo era differente da quegli algidi personaggi che, dall’alto del loro pulpito, arringano le folle spiegando cosa è giusto e cosa è sbagliato, senza aver mai vissuto;
  2. ho sempre considerato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI due papi reazionari, specialmente il primo. Due papi che hanno portato la Chiesa indietro di almeno cento anni, rendendo impossibile l’applicazione di quel tentativo di modernizzazione iniziato da Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II. Non parliamo poi dei vescovi di Genova, a partire da Giuseppe Siri fino ad Angelo Bagnasco (unica eccezione, forse, Dionigi Tettamanzi, ma c’è stato poco). Don Gallo era un prete scomodissimo, destabilizzante per l’istituzione. Se avessero potuto limitarne l’azione lo avrebbero fatto (e ci hanno provato, ai tempi del Carmine); ma non ci sono riusciti, perché non hanno trovato nulla da imputargli, nulla che non potesse essere ricondotto alla dottrina cristiana. Piuttosto, chi di dovere riflettesse su come si è ridotta la Chiesa, di come è stato svilito il messaggio rivoluzionario (sì, proprio rivoluzionario) del Gesù personaggio storico;
  3. don Gallo portava la Chiesa in mezzo al popolo. Non basta tenere una porta aperta, bisogna anche fare in modo che le persone varchino la soglia. Tutto il resto è mantenimento dello status quo, mantenimento dei privilegi e, alla fine, mantenimento delle distanze. A qualcuno potrà anche andare bene così, a me no;
  4. non so se una maggior frequentazione di don Gallo avrebbe portato a un mio avvicinamento al cattolicesimo. So, però, che probabilmente mi avrebbe indotto a una profonda riflessione.

Tutto il resto dell’articolo sono soltanto estrapolazioni strumentali di alcune frasi di don Gallo (il solito artifizio dialettico di decontestualizzare alcune affermazioni. In questo blog ho spesso citato L’arte di ottenere ragione di Schopenhauer, Lì trovate questo concetto espresso molto meglio di come posso fare io). In sostanza, il succo della questione, secondo me, cioè secondo uno che si guarda bene dall’affermare di essere portatore di verità assolute, è che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di nascondere dietro una cortina intellettualoide e buonista il solito discorso ultraconservatore. Poi, il continuo richiamo ai COMUNISTI! mi ricorda il peggior Berlusconi (e il miglior Cornacchione…). Qualcuno forse dimentica le tante comunità cristiane delle origini, fonte di ispirazione per più d’uno dei pensatori socialisti francesi dell’Ottocento e la rivolta di San Francesco d’Assisi contro la Chiesa dell’epoca, ricca, potente, molto poco cristiana. Sarà questa la ragione per la quale Bergoglio ha voluto prendere il nome di Francesco?

In conclusione, vorrei invitare gli esponenti dell’UCCR ad andare a vedere l’etimologia delle due parole “comunista” e “compagno”. Non troveranno nulla di cui scandalizzarsi.

Don Gallo, il prete che negava il papa e la laicità

Si è spento nella sua Genova e a 84 anni, dopo una lunga malattia, don Andrea Gallo. Era stato dimesso dall’ospedale e ha vissuto gli ultimi momenti nella comunità di San Benedetto al Porto che lui stesso aveva fondato alla metà degli anni’70 ospitando poveri ed emarginati. Ci uniamo al cordoglio dei suoi cari e delle persone che si sono sentite da lui volute bene.

Non possiamo tuttavia evitare di tratteggiare quello che ha rappresentato pubblicamente questo sacerdote dal nostro punto di vista. Non ne emerge un profilo positivo e siamo consapevoli di non essere in linea con la fiera dei media e dei vip che in queste ore sta sprecando elogi, ma ci interessa ovviamente molto poco. Don Gallo ha certamente aiutato tante persone come ogni giorno fanno tantissimi sacerdoti nell’ombra e nel nascondimento. Ma lo ha fatto davanti alle telecamere costruendosi un personaggio, mediatico, mentre il ruolo del sacerdote è quello di portare a Cristo e alla Chiesa, e non a sé.

Ancor meno positiva è la sua costante denigrazione della Chiesa, condanna pronunciata dall’alto della sua celebrata e riconosciuta attenzione ai poveri. Un ricatto emotivo che ha condizionato molti, purtroppo. Anche Giuda, nei Vangeli, sgridava chi lavava i piedi di Gesù con un olio costoso, invitando ad usare quei soldi per aiutare i poveri. Papa Francesco ha commentato: «Questo è il primo riferimento che ho trovato io, nel Vangelo, della povertà come ideologia». Esaltato dal “Fatto Quotidiano” e dalla cultura anticattolica di cui è portavoce il quotidiano di Padellaro, è stato da loro miseramente sfruttato (e lo è anche in queste ore) per chiari interessi antipapisti e anticlericali. Purtroppo ha voluto lasciarsi usare, questa è la differenza tra lui e don Lorenzo Milani, che invece rispondeva così al laicismo che lo portava in trionfo: «Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta! In che cosa la penso come voi? Questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica “L’Espresso”. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono». Don Gallo ha invece sempre cercato l’applauso del mondo, mai prendendo le distanze da chi lo usava come clava contro Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Favorevole a tutto ciò a cui papa Francesco è contrario, dall’aborto all’eutanasia. Favorevole al Papa gay e alla farfallina di Belen, perché «il Paese vuole vedere le gambe e il sedere», favorevole al matrimonio omosessuale salvo poi legare l’omosessualità alla pedofilia: «Il prete omosessuale deve poter essere libero di esprimere la sua identità e la sua sessualità, altrimenti si reprime e arriva alla pedofilia». Una frase omofoba e violenta, questa sì, che però non ha provocato alcun scandalo, nessuna protesta da parte omosessuale, nessun anatema sui media. Si provi a pensare cosa sarebbe successo se a pronunciarla fosse stato un qualsiasi altro sacerdote.

Orgoglioso comunista e partigiano, la società secolarizzata lo ha incredibilmente sempre sostenuto nella sua continua violazione della laicità: da sempre immanicato con il potere politico genovese e non solo, sosteneva platealmente la rappresentanza che più si avvicinava alla sua ideologia politica tanto da essere definito dai quotidiani della destra il «king maker del centrosinistra». Benediceva l’assalto violento alla Mondadori del 2010, cantava “Bella ciao” al termine della S. Messa, sprecava consigli politici ai politici («avevo incontrato Marta Vincenzi in dicembre e le avevo consigliato di non candidarsi alle primarie», diceva), ma mai nessun giornalista del “Fatto”, nessun Marco Politi ebbe mai nulla da ridire per questa pesante e continua ingerenza, mentre gli ipocriti si stracciano le vesti se il card. Bagnasco consiglia semplicemente di votare tenendo presente «i valori che saranno a fondamento della vita». La laicità evidentemente possono violarla soltanto i sacerdoti antipapisti.

Fanatico di Che Guevara più che di Gesù Cristo, il suo motto è racchiuso in questa frase: «La Chiesa si dovrebbe invece convincere che viviamo in un villaggio post cristiano. Spero che abbia il coraggio di cambiare qualcosa», ovvero la Chiesa deve abbandonare le sue posizioni e farsi dettare l’agenda dagli uomini, come se Gesù avesse detto: “Ah, la maggioranza degli ebrei non mi riconosce come Messia? Allora cambio e dico qualcosa di diverso». Ma questa è una posizione atea che non riconosce nella Chiesa un’autorità al di sopra del contingente scorrere del tempo, significa negare l’autorità del Pontefice, del tutto legittimo ma non per un prete cattolico. Per questo sono nel giusto coloro che lo accusano così: i suoi contenuti “non sono religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”.

Questo è il nostro giudizio sul personaggio pubblico don Andrea Gallo, In ogni caso rimane comunque ben presente un riconoscimento di stima per tutte le persone che ha cristianamente aiutato. Arrivederci don Andrea!

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