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Archive for the ‘Politica’ Category

Italo Calvino *

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
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Angela Mauro, Huffington Post, 21 marzo 2016

“L’accordo con la Turchia è uno scandalo” e sull’emergenza migranti Tsipras “ha il mio appoggio al cento per cento”. E’ l’Europa che ormai è diventata terra di “Macbeth”, aggiunge “crimine al crimine”, si vuole “trasformare la Grecia in una terra di nessuno” e su questo dovremmo essere tutti insieme: “Io, Tsipras, i socialisti o anche la Cdu…”. E’ un inedito Yanis Varoufakis quello che ci parla seduto ai tavolini di un bar dell’Esquilino. Solita giacca scura con risvolto rosso al collo, jeans, insomma solito look tanto rock e poco formale dei summit europei, l’ex ministro greco è a Roma per la presentazione italiana del suo nuovo movimento, ‘Diem25’ (mercoledì all’Acquario Romano). Con lui la moglie Danae Stratou, Lorenzo Marsili di European Alternatives e gli altri “compagni” che lo stanno aiutando a organizzare l’evento italiano. E poi anche Fausto Bertinotti, che arriva per un saluto del tutto personale, uno dei tanti incontri romani di Varoufakis alle prese con la sua rete italiana.

Yanis Varoufakis

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 22 marzo 2016

Tre giorni ad Atene in un convegno assai poco accademico. Un lungo week-end, per un incontro tra partiti e forze sindacali. E l’Europa a capotavola

È quasi impossibile dar conto di un convegno durato tre giorni (sei sessioni, due eventi pubblici, decine di relatori). Un centinaio di partecipanti, un terzo stranieri, promosso da Syriza, dal Partito della sinistra europea, da Transform e dalla «Fondazione Pulanzas»: «Alleanza contro l’austerità e per la democrazia in Europa». Non i soliti esperti delle oscure cose europee, o, almeno, non solo, anche non pochi accademici e però poco accademici.

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Paolo Ciofi, 3 marzo 2016

Altiero Spinelli, confinato a Ponza nel giorno del suo trentunesimo compleanno

Le scoperte di Scalfari – è cosa nota – hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece – sono parole sue – il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.

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Andrea Catone, Marx 21, 21 gennaio 2016

Antonio GramsciQuesto 95° anniversario della fondazione del Pcdi a Livorno cade in un momento particolare, in cui i comunisti in Italia si cimentano nuovamente con l’impresa “grande e terribile” di ricostruire in Italia un partito comunista “degno di questo nome”. Impresa grande e terribile perché i comunisti, che hanno contribuito in modo determinante a scrivere la storia d’Italia nel ‘900 – dalla Resistenza antifascista alla stesura della Carta costituzionale, alle lotte politiche e sociali del secondo dopoguerra condotte lungo il filo rosso della strategia della “democrazia progressiva” – sono oggi ridotti ai minimi termini, dispersi e frammentati in piccoli rivoli. Eredi di una storia gloriosa, ma anche di errori teorici e di pratiche politiche rovinose, dovuti in gran parte a subalternità ideologica e politica alle classi dominanti e ai loro partiti di riferimento, ci proponiamo di consegnare alle nuove generazioni uno strumento – il partito comunista – che riteniamo, oggi come ieri, indispensabile per resistere al capitalismo finanziario e all’imperialismo sempre più aggressivi, e accumulare forze per la trasformazione rivoluzionaria della società.

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Tommaso Nencioni e Stefano Poggi, Il Manifesto, 9 gennaio 2016

Nell’analisi dei ripetuti passi indietro compiuti dalla sinistra del nostro Paese, non si possono certo trascurare le responsabilità di gruppi dirigenti provenienti da una stagione non solo archiviata, ma annegata in un vasto mare di sconfitte l’una all’altra concatenate. In questo contesto viene da chiedersi che senso abbia anche solo ipotizzare la riproposizione idealizzata di un centro-sinistra in salsa ulivista, come se il quadrilatero delimitato da privatizzazioni, guerre umanitarie, destrutturazione del lavoro e infeudamento della sovranità democratica non rappresentasse un consuntivo sufficiente a dichiararne il fallimento. All’interno di quel recinto — sarebbe ormai l’ora di prenderne atto — non solo si è consumato il lento sacrificio della sinistra storica sull’altare della governabilità, ma il Paese intero ha iniziato a subire un’asfissia della quale ora paghiamo intero il conto, al di là dalla retorica del “governo dei migliori” che ha accompagnato per un ventennio quell’esperimento.

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Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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La come sempre arguta analisi di Alessandro Zilioli, questa volta tocca un tema cui sono particolarmente sensibile: quello della comunicazione politica e di come, con essa, si possono indirizzare e manipolare i consensi.

Alessandro Zilioli, Blog autore L’Espresso, 23 dicembre 2015

Caro presidente Renzi,

come sta, nel suo secondo Natale a Palazzo Chigi?

Mi sembra bene, tutto sommato: le foto la mostrano sempre più a suo agio nel suo ruolo, vuoi con la mimetica in Libano vuoi con i vestiti standard nel Palazzo e dintorni.

Anche il lieve sovrappeso non le sta male, in fondo: la fa sembrare più simile all’italiano medio. Come quando Mike Bongiorno palesava ignoranza per farsi percepire “uno di noi” a casa, dalle famiglie.

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Antonio Sciotto, Il Manifesto, 22 novembre 2015

Il segretario Fiom con le tute blu a Roma per il contratto e contro la legge di Stabilità. Tanti immigrati: «No alle guerre e al terrorismo». «Cgil, Cisl e Uil organizzino una grande mobilitazione sulle pensioni». L’anno prossimo il referendum per abrogare il Jobs Act. Sintonia con Susanna Camusso

«Noi non ci fermiamo e andremo avanti». Maurizio Landini conclude così il comizio più breve della sua storia di sindacalista, la pioggia è troppo forte e Piazza del Popolo rischia di svuotarsi. La frase è riferita a Matteo Renzi: parla del referendum contro il Jobs Act che la Fiom, insieme alla Cgil, prepara per il prossimo anno. Parla delle pensioni, con la proposta di una «grande mobilitazione che Cgil, Cisl e Uil devono organizzare dopo gli errori del passato». Ma c’è l’acqua che inzuppa vestiti e cappucci. La testa degli italiani — anche delle tute blu — è ferma a quelle immagini di Parigi, c’è la paura di un attacco terroristico e la voglia di reagire. C’è un 10% di manifestanti che a Roma non ci è venuto, nonostante gli oltre 230 pullman organizzati da tutta Italia, perché è difficile continuare a comportarsi come fino a dieci giorni fa.

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Dopo i tremendi attacchi terroristici di Isis nel cuore di Parigi, da tutti i governi si è levata una voce unanime: occorre rompere ogni legame economico con il cosiddetto “stato islamico”. Da dove Isis ricavi le enormi somme di denaro di cui dimostra di potersi avvalere è il ritornello di ogni dibattito o analisi. Si finanzia con il petrolio? Certo, ma, essendo l’acquisto di petrolio un processo industriale, occorre che qualcuno lo compri, e non lo farà portandosi una tanica alla volta sopra un carretto. Si finanzia con il contrabbando? Certo, ma, sebbene ad un livello di complessità industriale minore, vale lo stesso ragionamento del petrolio.

Forse occorre risalire la corrente e porsi alcune domande. E’ da tempo noto il legame di Isis con le petromonarchie del Golfo: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait. Naturalmente, questo non significa che ci siano le prove che questi Stati finanzino in quanto tali l’estremismo jahdista, ma senz’altro richiede un approfondimento sull’enorme massa di investimenti che questi paesi hanno da tempo avviato in Europa.

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Donne combattenti di Kobane

Come aquile sono le donne combattenti.
Dalle montagne calano la loro giovinezza nelle valli occupate,
nelle città distrutte,
nelle mulattiere della salvezza.
E sparano. Sono Kurde, sono Turche, sono Partigiane.
Sono l’onore delle donne del mondo.

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Di Luciano Gallino ho letto parecchi libri e articoli, specie quelli (forse più divulgativi) scritti in questi ultimi anni, da quando la crisi economica ha fatto emergere il lato più atroce del neoliberismo, dottrina da lui combattuta fino all’ultimo. In particolare, mi pare opportuno notare come fosse uno degli ultimi a parlare di lotta di classe, argomento che sembra scomparso dall’agenda politica dei nostri tempi.

Davide Turrini, Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2015

“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

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Michele Prospero, Il Manifesto, 5 novembre 2015

La stra­te­gia di medio periodo del par­tito della nazione, inteso come spon­ta­nea con­fluenza degli elet­tori di destra nelle acco­glienti sigle del Pd, viene pre­ci­sata negli edi­to­riali che Angelo Pane­bianco sta pub­bli­cando sul Cor­riere. Impe­gnan­dosi in una stre­nua difesa dell’Italicum, cele­brato come una garan­zia certa di gover­na­bi­lità, il poli­to­logo ha affer­mato che ogni ripen­sa­mento sulla via del tra­guardo delle grandi riforme è assurdo e che i peri­coli paven­tati da poli­tici esi­tanti sono sem­plici pro­dotti di fantasia.

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Angelo d’Orsi, Il Manifesto, 1 novembre 2015

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

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Come promesso l’altro ieri, ecco la trascrizione dell’introduzione del libro di David Harvey.

Introduzione
Sulla contraddizione

Ci deve essere un modo di scannerizzare o di passare ai raggi X il tempo in cui si vive, al fine di rilevare al suo interno il futuro potenziale. Altrimenti, non si farà altro che rendere sterili i desideri delle persone…
Terry Eagleton, Perché Marx aveva ragione, Armando, Roma 2013, p. 71

Nelle crisi del mercato mondiale erompono le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese. Ora, invece di indagare in che cosa consistono gli elementi in conflitto, che nella catastrofe giungono a esplosione, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe stessa e, di fronte alla loro regolare periodicità, si ostinano a ripetere che se la produzione si regolasse secondo i manuali, non si arriverebbe mai alla crisi.
Karl Marx, Storia delle teorie economiche, Einaudi, Torino 1955, vol. 2, p. 552

Esistono due modi fondamentali in cui si usa il concetto di contraddizione. Il più comune e il più ovvio deriva dalla logica aristotelica: due enunciati contrastano così completamente fra loro da non poter essere entrambi veri nello stesso momento. L’enunciato “Tutti i merli sono neri” contraddice l’enunciato “Alcuni merli sono bianchi”. Se uno è vero, l’altro non lo è.

L’altro uso si incontra quando, in una particolare situazione, un ente, un processo o un evento, sono presenti simultaneamente due forze in apparenza opposte. Molti, per esempio, sperimentano una tensione fra quanto è richiesto dal lavoro in una certa occupazione e il costruirsi una vita personale soddisfacente a casa. Le donne in particolare sono continuamente bersagliate da consigli su come equilibrare meglio gli obiettivi di una carriera lavorativa con gli obblighi familiari. Siamo circondati da tensioni simili in ogni dove e per lo più le gestiamo giorno per giorno in modo da non esserne troppo stressati e angustiati. Possiamo anche sognare di eliminarle interiorizzandole. Nel caso di vita personale e lavoro, per esempio, possiamo collocare queste due attività in concorrenza nello stesso spazio e non segregarle nel tempo. Ma questo non è necessariamente d’aiuto, come deve presto ammettere chi è incollato allo schermo del computer e si danna per riuscire a rispettare una data di consegna mentre i suoi figli in cucina giocano con i fiammiferi (per questo spesso si rivela più facile separare chiaramente gli spazi e i tempi della vita personale e del lavoro).

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Riporto prologo (in questo post) e introduzione (in un post successivo che uscirà nei prossimi giorni) del libro di David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Giangiacomo Felitrinelli Editore, Milano 2014. Una parte del libro, peraltro assai cospicua, è disponibile su Google Libri, che sarebbe poi dove l’ho trovata anch’io. La traduzione, perché credo sia opportuno ricominciare a citare anche i nomi dei traduttori delle opere, non fosse altro che per rendere un doveroso riconoscimento al loro lavoro, è di Virginio B. Sala.

Naturalmente, come succede sempre, concordo con alcuni passaggi dell’autore. Su altri, invece, dissento. Ma i diversi punti di vista vanno recepiti e considerati come utile contributo a un dibattito che, spero, si avvii il più in fretta possibile sui destini futuri della sinistra italiana. Un dibattito serio, non una parvenza di analisi come quella che quotidianamente ci viene proposta. Secondo me, occorre iniziare questo percorso da una rilettura in chiave contemporanea dei fondamentali, dei classici del pensiero e, su quelle basi, ricominciare a costruire una proposta nuova, ma appoggiata su solide fondamenta.

Prologo
La crisi del capitalismo, questa volta

Le crisi sono essenziali per la riproduzione del capitalismo. Nel corso delle crisi le sue instabilità vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo. Molto si abbatte e si distrugge per fare posto al nuovo. Paesaggi un tempo produttivi sono trasformati in deserti industriali, vecchi impianti industriali vengono demoliti o convertiti a nuovi usi, quartieri operai diventano quartieri signorili. Altrove piccole fattorie e cascine contadine vengono spazzate via dall’agricoltura industrializzata su grande scala o da nuove e lucenti fabbriche. Centri direzionali, centri di Ricerca e Sviluppo, magazzini all’ingrosso e di distribuzione si moltiplicano sul territorio in mezzo a quartieri residenziali periferici, collegati tra loro da autostrade a quadrifoglio. Le città principali si fanno concorrenza per l’altezza e l’eleganza dei loro grattacieli d’uffici e i loro edifici culturali iconici, enormi centri commerciali proliferano nelle città come nelle periferie, alcuni addirittura svolgendo anche la funzione di aeroporti attraverso i quali passano senza tregua orde di turisti e di uomini d’affari, in un mondo diventato cosmopolita per default. I golf club e le comunità chiuse, nati negli Stati Uniti, ora si possono vedere anche in Cina, in Cile e in India, a far da contrasto agli insediamenti abusivi e autocostruiti ufficialmente indicati con i nomi di slumfavelasbarrios pobres.

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Africa in piedi!
Per la fine della dipendenza,
Perché abbia termine.
La discriminazione che grava
Sul popolo che ha conosciuto la pace
Ma oggi sottomesso per la sua verità
Che nuota ogni volta nella cala
Del sangue che scorre sulla sua purezza.

Africa in piedi!
Per la marcia contro l’ Apartheid,
Per lottare al fianco dei nostri fratelli
Che hanno bisogno del nostro appoggio
Per vincere altri confratelli
Che hanno abusato della nostra ospitalità
E posto l’assedio sulle nostre teste
In contro tendenza al cammino dell’ eternità
di un popolo da loro considerato animale;

Africa in piedi!
Per aiutare i nostri fratelli neri
A ribaltare questo pesante fardello
il cui centro di gravità è da rivedere
Perché diviene sempre più alto
E occorre impedirgli di prosperare
mediante sanzioni economiche.

Impedendo loro di amministrare
I frutti che raccolgono dai nostri alberi
Se continuano a non volerci riconoscere
Praticheremo la violenza
Per far loro conoscere questa volta
La bibbia che hanno trascurato durante
la sequenza ritmata
Organizzata da tempo per adularci
E poter così installarsi sulle nostre terre.

Africa in piedi!
Per aiutare i nostri fratelli a portare
Perché il nostro peso sia leggero
Perché uniti la forza ci permetta di sostenere
Le loro gambe che oscillano
Davanti ai nostri occhi con il rischio di amputarle noi
Per un effetto di mancanza d’animo.

Bado Doulaye è un poeta del Burkina Faso del quale, purtroppo, non sono riuscito a reperire alcuna informazione. Ma più importante è che il suo messaggio di libertà possa diffondersi in tutto il mondo.

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Stefano De Agostini, Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2015

Il governo Renzi ha avvertito che, dopo la rottura tra sindacati e Confindustria sul rinnovo dei contratti, è pronto a intervenire fissando una soglia per la paga oraria. Una misura che esiste già in molti Paesi europei, dove però non è stabilita d’imperio dall’esecutivo. Ecco come funziona e cosa temono i rappresentanti dei lavoratori

I rischi non mancano: minore occupazione, aumento dei prezzi, scivolamento verso il lavoro nero. Sull’altro piatto della bilancia, un freno al Far west dei contratti decentrati e alla disuguaglianza. Stiamo parlando del salario minimo legale, un tema tornato alla ribalta negli ultimi giorni: dopo la rottura delle trattative tra sindacati e Confindustria sulla riforma della contrattazione, infatti, il governo è pronto a un intervento in questo campo. Da non confondere con il reddito minimo garantito, sostegno pubblico per i disoccupati, il salario minimo è la soglia sotto la quale un’impresa non può scendere quando paga il dipendente. Per capire a cosa stiamo andando incontro è utile uno sguardo all’Europa, dove in molti Paesi questa misura è già una realtà.

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Aldo Tortorella, Critica Marxista, n. 5/2013, 17 ottobre 2013

C’è stato un tempo in cui la parola “rivoluzione” faceva paura a coloro che venivano definiti i benpensanti. Ma non solo a loro. Nel linguaggio comune e in diversi dialetti (per esempio, il milanese) almeno fino alla metà del secolo passato – e anche oltre – “fare un quarantotto” voleva dire buttare tutto all’aria, creare un gran disordine, rovesciare le regole: e quel 48 entrato e rimasto nel lessico popolare per cent’anni era la rivoluzione del 1848, quella che aveva sconvolto gran parte d’Europa e per cui due trentenni d’ingegno, pieni di speranze, avevano scritto un opuscoletto, per incarico della Lega dei comunisti, senza immaginare che quel loro Manifesto per l’immediato avrebbe prodotto scarsi risultati ma sarebbe stato un successo editoriale secondo solo alla Bibbia.

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Riporto spesso articoli del Manifesto perché è l’unico quotidiano italiano, almeno secondo me, che, oltre a dare delle notizie, fa un’analisi di sinistra. Non sempre l’ho condivisa, ma l’ho sempre guardata con rispetto e ho cercato di confrontarmici criticamente. In questo caso, concordo pienamente con Bascetta: le dichiarazioni di questo governo sostanzialmente sono una cortina fumogena che nasconde qualcosa. Il problema è sapere cosa…

Giornali di regime e televisioni ci raccontano una verità edulcorata, nascondendo scientificamente alcune informazione e ingigantendone altre. Voglio lanciarmi in una previsione: fra qualche tempo il governo darà il via al riconoscimento delle coppie di fatto (ovviamente in forma estremamente limitata per non irritare l’irritabilissimo Vaticano) e lo farà quando prenderà provvedimenti assai drastici nei confronti di lavoratori, pensionati, tagli del welfare. Il classico specchietto per le allodole al quale buona parte della sinistra tributerà il suo plauso. (altro…)

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