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Archive for the ‘Rassegna stampa’ Category

Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 9 dicembre 2013

A meno di sei mesi dalle ele­zioni euro­pee, torna l’incubo dell’ “idrau­lico polacco”, sotto le spo­glie del “lavo­ra­tore distac­cato low cost”, una forma di dum­ping sociale che rischia di favo­rire l’estrema destra e l’anti-europeismo nei paesi ric­chi, men­tre diventa “una forma di schia­vitù moderna” secondo i sin­da­cati per i paesi più poveri della Ue. Ieri a Bru­xel­les i mini­stri del lavoro dei 28 paesi Ue hanno tro­vato un com­pro­messo per modi­fi­care la diret­tiva che dal ’96 regola la situa­zione dei lavo­ra­tori distac­cati (che non vanno con­fusi con gli immi­grati), anche se la pre­si­denza lituana del Con­si­glio euro­peo ieri sera non ne aveva ancora pre­ci­sato i con­torni (sette paesi hanno votato con­tro). La diret­tiva era stata appro­vata in seguito all’entrata di Spa­gna e Por­to­gallo, ma prima dell’allargamento a est: nata cioè per evi­tare il dum­ping sociale dei due paesi con salari più bassi della media euro­pea, si è para­dos­sal­mente tra­sfor­mata in un’arma che ha favo­rito il lavoro low cost, con l’allargamento a est del 2004 e del 2007, e a causa della crisi eco­no­mica. Negli ultimi anni, il numero dei lavo­ra­tori distac­cati è esploso (uffi­cial­mente sono 1,5 milioni nella Ue, ma il loro numero è sot­to­va­lu­tato) e soprat­tutto gli abusi si sono mol­ti­pli­cati, al punto che la Ces (Con­fe­de­ra­zione euro­pea dei sin­da­cati) ha denun­ciato “un’Europa sociale a due velo­cità”. Ogni paese ha cer­cato di espor­tare la pro­pria disoc­cu­pa­zione, in una rin­corsa al low cost sala­riale. In nome della libertà di cir­co­la­zione delle per­sone, Gran Bre­ta­gna, Irlanda e un fronte dei paesi dell’est (che espor­tano lavo­ra­tori low cost) non vogliono modi­fi­che alla diret­tiva (ma la Polo­nia alla fine ha votato a favore del com­prom­sesso), men­tre Fran­cia, Ger­ma­nia, Ita­lia, Dani­marca chie­dono più regole, mag­giori con­trolli e la pos­si­bi­lità di ren­dere penal­mente respon­sa­bile chi affida atti­vità lavo­ra­tive a società che impor­tano forza lavoro. Nel 2005, con la “diret­tiva Bol­ke­stein”, che avrebbe per­messo di assu­mere a livelli sala­riali del paese d’origine, c’era stato un ten­ta­tivo di “alleg­ge­rire” la diret­tiva del ’96: la Bol­ken­stein non era pas­sata, ma nei fatti è una sua ver­sione sel­vag­gia che è all’opera oggi, attra­verso i nume­rosi abusi.

La diret­tiva del ’96 mirava a rego­la­men­tare la situa­zione dei lavo­ra­tori tem­po­ra­nea­mente distac­cati, che devono otte­nere delle con­di­zioni di lavoro eguali a quelle del paese dove sono inviati (in ter­mini di sala­rio minimo quando esi­ste, di pro­te­zione con­tro gli infor­tuni ecc.), men­tre i con­tri­buti con­ti­nuano ad essere pagati nel paese d’origine. Ma gli abusi si sono mol­ti­pli­cati: cit­ta­dini assunti da una società stra­niera per essere pagati meno, finte buste-paga per stra­nieri che rice­vono il sala­rio minimo solo sulla carta, men­tre sono obbli­gati a pagare vitto e allog­gio a prezzi esor­bi­tanti, lavoro nel fine set­ti­mana e straor­di­nari mai pagati, frodi invi­si­bili rea­liz­zate attra­verso la catena dei subap­palti, ecc. In Ger­ma­nia, per esem­pio, dove finora non c’è un sala­rio minimo, dei lavo­ra­toti dell’est sono assunti a salari strac­ciati nei macelli, cosa che ha finito per distrug­gere la con­cor­renza fran­cese (di qui una delle ragioni delle pro­te­ste dei “ber­retti rossi” della Bre­ta­gna). Il primo mini­stro belga, Elio Di Rupo, di recente ha denun­ciato il caso di “un impren­di­tore, che è stato preso per­ché faceva lavo­rare 60 por­to­ghesi per un sala­rio di 2,06 l’ora, una cosa asso­lu­ta­mente inac­cet­ta­bile”. I set­tori dove il lavoro low cost è più pre­sente sono l’edilizia, l’agricoltura e la ristorazione.

Finora, la Corte di giu­sti­zia euro­pea ha sem­pre favo­rito la “libera cir­co­la­zione”, nella ver­sione della “libera pre­sta­zione di ser­vizi”: nel 2007, dei mari­nai fin­lan­desi, che con­te­sta­vano l’immatricolazione dei ferry in Esto­nia, ave­vano perso la causa; i sin­da­cati sve­desi erano stati con­dan­nati per aver cer­cato di bloc­care l’attività in Sve­zia di una ditta let­tone di lavori pub­blici, che assu­meva a con­di­zioni lavo­ra­tive bal­ti­che; il Lus­sem­burgo, addi­rit­tura, è stato con­dan­nato nel 2008, per essere stato troppo gene­roso nella tra­spo­si­zione della diret­tiva del ’96, per­met­tendo di pagare ai lavo­ra­tori stra­nieri distac­cati sti­pendi oltre il sala­rio minimo. In Fran­cia, c’è stata una denun­cia nel 2011, da parte di lavo­ra­tori polac­chi del can­tiere di costru­zione del reat­tore nucleare di Fla­man­ville, che ave­vano un con­tratto scritto in inglese, assunti in subap­palto da una società irlan­dese scelta dal gigante Bouy­gues, pagati via Cipro.

José Manuel Bar­roso aveva pro­messo di affron­tare il pro­blema durante il suo secondo man­dato. La Com­mis­sione ha chie­sto pero’ alla Fran­cia, che è il paese più deter­mi­nato sulla que­stione, di essere “ragio­ne­vole” e di accet­tare un com­pro­messo. Per il com­mis­sa­rio al lavoro, Laszlo Andor, “uno dei pro­blemi della Fran­cia è il livello dei con­tri­buti, che è il più alto d’Europa”.

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Un grande articolo di Massimo Gramellini su La Stampa di oggi. Lo trascrivo perché rimanga a memoria…

Bordellum

Per la Corte Costituzionale la legge elettorale detta Porcellum è illegittima. Dunque tutti i parlamentari nominati dai partiti con quella norma e da noi svogliatamente votati negli ultimi otto anni sono illegittimi. E così i loro atti. Illegittima la prima incoronazione di Napolitano. Pure la seconda. Illegittimi i governi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta. Illegittimi i senatori a vita scelti dal Capo dello Stato, per cui di oltre mille parlamentari l’unico in regola sarebbe l’ex presidente Ciampi. Illegittime le riforme del lavoro e delle pensioni, le tasse sulla casa e in genere le spremiture decretate da governi illegittimi e convertite in legge da parlamentari illegittimi. Illegittimo il voto su Mubarak zio di Ruby, ma anche quello sulla decadenza di Papi. Illegittimi gli stipendi, i rimborsi, i portaborse, i panini della buvette. Illegittime le interviste dei presunti onorevoli e dei millantati senatori. Doppiamente illegittime le lauree prepagate, le solerti raccomandazioni, le appetitose lottizzazioni. Tutto ciò che è stato detto, fatto e cospirato in Parlamento negli ultimi tremila giorni è illegittimo. E poiché non vi è regolamento, codice o postilla su cui gli illegittimi in questi anni non abbiano messo becco, l’intero Paese può a buon diritto definirsi illegittimo.
Sembrerebbe l’accrocco definitivo. Se non fosse che anche la Corte Costituzionale è stata nominata in larga parte da un parlamento e da un presidente illegittimi. Ne consegue che la sua sentenza di illegittimità è da considerarsi illegittima. La patria è salva. Il Bordellum continua.

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