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Archive for the ‘Recensioni’ Category

Lo confesso, tempo addietro mi ero ripromesso di fare delle ricerche Mario Benedetti. Poi, col tempo, me ne sono dimenticato. L’essermi, poche ore fa, imbattuto nella poesia Allende, mi ha fatto tornare la voglia di approfondire la mia conoscenza di questo poeta uruguayano di origine italiana.

E così mi sono imbattuto in un paio di pagine web molto interessanti.

La prima è 25 frasi del meraviglioso Mario Benedetti (dal sito La mente è meravigliosa), che riporta una serie di – appunto – 25 perle del poeta e scrittore, tratte dai suoi romanzi e dalle sue poesie. Ne segnalo alcune:

  • La perfezione è una limpida collezione di errori;
  • Se solo fossimo consapevoli di ciò che abbiamo con la stessa chiarezza con cui siamo consapevoli di ciò che ci manca;

ma soprattutto:

  • Quando credevamo di avere tutte le risposte, all’improvviso, sono cambiate tutte le domande,

che mi sembra l’emblema dei tempi in cui vive la sinistra italiana oggi.

La seconda segnalazione riguarda la recensione di Francesca Fiorletta del romanzo di Mario Benedetti La tregua: La mia libertà è l’altro nome della mia inerzia: Mario Benedetti, La tregua, tratta dal sito Nazione indiana.

Buona lettura!

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 4 novembre 2015

Una cronologia delle vicende europee. Dalle illusioni iniziali all’attuale crisi irreversibile del progetto teso a costruire l’Europa politica. Una raccolta degli scritti di Thomas Piketty per Bompiani

L’autore c’è, eccome! È Tho­mas Piketty, una super­star, il cele­brato autore de Il Capi­tale nel XXI secolo. Il titolo anche: Si può sal­vare l’Europa? Chi mai sarebbe tanto nichi­li­sta o indif­fe­rente dal non porsi que­sta domanda? Quello che non c’è, invece, è pro­prio il libro, a dispetto delle quasi 400 pagine (Bom­piani, euro 20) che ci tro­viamo tra le mani. Ma, in fondo, era­vamo stati avver­titi: «il libro rac­co­glie l’insieme delle Cro­na­che men­sili dell’autore, pub­bli­cate su Libé­ra­tion dal set­tem­bre 2004 al giu­gno 2015, senza alcuna cor­re­zione o riscrit­tura». E, va aggiunto, senza alcuna nota o ele­mento di cura e sele­zione per l’edizione italiana.

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Vittorio Bonanni, Sinistra in Rete, 25 gennaio 2015

I libri di Marco Revelli e Stefano Rodotà. I danni prodotti dal neoliberismo e la solidarietà come principio regolatore della vita socioeconomica nelle riflessioni più recenti dei due studiosi

Gli ultimi trent’anni di economia iperliberista hanno cambiato strutturalmente il pianeta in tutte le sue sfaccettature. Pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi. E tanti poveri sono diventati sempre più poveri senza essere per di più capaci di aiutarsi tra di loro realizzando quel regime solidale che alla fine dell’Ottocento ha fatto nascere a sinistra e poi nel mondo cattolico sindacati e leghe di mutuo soccorso. Un vero disastro sociale, dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi invece di coalizzarsi per un obiettivo comune come è successo dopo la sconfitta del nazifascismo nell’“età dell’oro” – il trentennio 1945-75, chiamato così da Eric Hobsbawm –.

La casa editrice Laterza, che negli ultimi anni in particolare ha dedicato molte sue pubblicazioni al contrasto di quello che una volta chiamavamo “il pensiero unico”, ha arricchito ultimamente il proprio catalogo con “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi”. Vero! del sociologo e storico Marco Revelli (pp. 96, euro 9,00) e con Solidarietà, un’utopia necessaria del giurista Stefano Rodotà (pp. 142, euro 14,00). Due uscite pressoché simultanee, quasi a testimoniare il legame forte che c’è tra questi due aspetti della crisi mondiale.

Revelli, nel suo breve ed efficace lavoro, dimostra come il paradigma secondo il quale “l’eguaglianza non è più una virtù”, vera e propria reazione antikeynesiana dopo mezzo secolo di egemonia culturale del pensatore britannico, sostituisca di fatto il concetto egualitario che era diventato un vero e proprio elemento regolativo  sul quale  – scrive lo studioso – “si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico”, diventando un indicatore anche della solidità della democrazia nei diversi paesi.

Nel suo libro il figlio del grande partigiano Nuto descrive bene come i “poteri forti”, quelli veri per intenderci e non i presunti nemici di Renzi, abbiano convinto anche le grandi forze della socialdemocrazia europea e l’opinione pubblica più in generale che un po’ di disparità sociale in fondo faccia solo bene all’andamento dell’economia, capace poi di assestarsi da sola, senza l’intervento, ormai demonizzato, dello Stato. “L’idea che un ‘un secolo di eguaglianza faccia male all’economia’ – o, più semplicemente, che ‘una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita’ –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione”. Tutto questo ha portato alla fine della tassazione progressiva e del concetto appunto di eguaglianza sociale che aveva permeato mezzo secolo di storia. Realizzando, come avrebbe detto Antonio Gramsci, un’egemonia culturale ora dura da contrastare e da sconfiggere.

Un paradigma smentito dai fatti

Revelli spiega come e con quali strumenti ideologici si è arrivati a questa situazione e cita, a riguardo, la cosiddetta teoria del trickle-down, che significa “gocciolamento”, mutuata da una vecchia intuizione di Georg Simmel che nel 1904 l’aveva applicata alla moda, sostenendo che i gusti delle classi più elevate si sarebbero, con il tempo, trasferiti anche verso le classi più basse, con un beneficio diciamo così “stilistico” ed “estetico” generale. “Un’ottantina di anni più tardi – sottolinea Revelli – il meccanismo è stato traslato al campo dell’economica” per sostenere che i benefici goduti in un primo momento dalle classi più ricche sarebbero poi fatalmente discesi verso quelle più povere. Un paradigma smentito clamorosamente dai fatti in questi decenni, soprattutto nelle società occidentali.

Marco Revelli

Questa teoria è stata esplicitata graficamente dalla curva di Laffer, un economista abbastanza sconosciuto vicino però allo staff presidenziale degli Stati Uniti negli anni ’70, e da quella di Kuznets, figura ben più autorevole della precedente insignito del Premio Nobel nel 1971. Sia pure in modi e finalità diverse, le due curve sostenevano l’impossibilità di continuare a procedere con una tassazione oltre la quale si sarebbe disincentivata ogni possibile crescita economica. Nel caso di Kuznets, la sua teoria veniva estesa anche alla problematica ambientale, la quale affermava che il degrado ambientale era confinato ad una fase precoce dello sviluppo. Insomma “più sviluppo, meno danni ambientali”, era il risultato di questo ragionamento, smentito, tanto per fare un esempio, dalla pesante responsabilità dei paesi più emancipati nei riguardi dell’effetto serra, ben maggiore di quelli più arretrati.

Per invertire la rotta fin qui descritta Marco Revelli fa ancora riferimento al mai abbastanza rimpianto Keynes. L’autore richiama la metafora dell’economista sulle giraffe, quella “parabola zoologica” secondo la quale anche quelle dal collo corto hanno diritto in un branco a nutrirsi e a non essere vittime della voracità di chi, grazie al collo più lungo, riesce a fare piazza pulita di tutto il nutrimento disponibile. Ed ecco che a questo punto appare dirimente introdurre il concetto di solidarietà per ridare allo Stato quel ruolo positivo di regolatore dell’economia e dello sviluppo e alla società quella dimensione etica e appunto solidale della quale si sente molto la mancanza.

Una parola “proscritta”

Stefano Rodotà affronta il tema con la sua consueta perizia dividendo il volume in undici punti e sottolineando fin dall’inizio come la parola “solidarietà” sia diventata “proscritta”, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto, appunto, di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”. Eppure è da secoli che insigni pensatori mettono in guardia sulla necessità che lo Stato si doti di regole certe per fare in modo che non prevalga la discriminazione, andando dunque oltre la dimensione caritatevole. Basti citare Montesquieu in un discorso del 1748 riportato da Rodotà, dove il filosofo francese ammonisce lo Stato sostenendo che “[q]ualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata”.

Andando ancora più indietro nel tempo il giurista ricorda quanto scrisse Etienne de La Boétie nel 1549 quando sosteneva, parlando della natura, che questa “nella distribuzione dei suoi doni, ha avvantaggiato nel corpo o nello spirito gli uni piuttosto che gli altri” senza tuttavia volerci mettere “in questo mondo come in un campo di battaglia”. Oppure, qualche decennio dopo, nel 1660, John Locke quando nel primo dei Due trattati sul governo afferma: “Come la giustizia dà ad un uomo diritto alla proprietà di ciò che ha prodotto con il suo onesto lavoro; così la carità dà diritto ad ogni uomo a quella parte della ricchezza di un altro che gli è necessaria per fuggire una situazione di estremo bisogno…”.

Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti per fare piazza pulita di ogni idea – dice Rodotà – “di società concepita come naturalmente armonica, e quindi capace di autocorrezione di fronte alla privazione di beni fondamentali”. Nei tempi odierni il concetto di solidarietà rischia di essere ricacciato nell’alveo della compassione, della carità, come avviene nella politica statunitense che resta confinata in una logica caritatevole che mette ai margini “il diritto della persona” e al centro quella della “proprietà”. Se nel “secolo breve” le cose sono andate diversamente lo si deve al grande ruolo giocato dal movimento operaio che ha permesso la promulgazione di costituzioni molto avanzate in questo senso. La mancanza ora di “un soggetto in grado di svolgere quel ruolo”, scrive Rodotà, non ci deve impedire di individuare “proprio nella solidarietà uno strumento che può consentire di contrastare una lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Stefano Rodotà

A questo ruolo che può giocare la solidarietà se ne aggiunge un altro finalizzato alla ridefinizione del concetto di cittadinanza che in Europa può e deve andare oltre quello di nazionalità così da trasformare il Vecchio continente in “un’Europa dei cittadini e non solo dei mercati”. Solo così si potrà rimediare al vulnus creato dall’Europa che ha escluso la Carta dei diritti fondamentali dal quadro costituzionale europeo, ponendo in tal modo le premesse della odierna e intollerabile situazione dove regna l’odio tra paesi creditori e paesi debitori in luogo di un necessario rapporto solidale. Tutto ciò dovrebbe spingere le varie nazioni a introdurre o a rafforzare nelle proprie costituzioni quei punti riguardanti proprio la “solidarietà” facendo a meno di quel “pareggio di bilancio” che paesi solerti come il nostro si sono affrettati a introdurre.

A conclusione di questo lungo ragionamento vale la pena ricordare l’ultimo film dei fratelli belgi Dardenne, Due giorni, una notte, spesso citato proprio da Rodotà nelle interviste da lui rilasciate sul libro. I due cineasti raccontano con perizia la storia di una lavoratrice che a fatica cerca la solidarietà appunto dei colleghi per evitare il suo licenziamento. Non ottiene esattamente quello che vuole ma apre una breccia importante nel muro dell’indifferenza e dell’egoismo. Questo è il punto dal quale ripartire. Tenendo conto, come scrive Rodotà, che “la produzione di solidarietà non è a costo zero” ed “esige capitale sociale e risorse finanziarie”. Come dire che la solidarietà appunto deve tornare a essere un elemento strutturale nelle scelte politiche di chi una volta rappresentava le classi sociali più deboli della società. Altrimenti a vincere sarà la “barbarie” come sosteneva nel 1916 Rosa Luxemburg non a caso citata da Stefano Rodotà all’inizio di questa sua ultima fatica.

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Don Andrea GalloL’ultimo libro di don Gallo, da molti definito – secondo me, giustamente – il suo testamento, ripercorre tutto il pensiero e l’opera di questo “prete di strada”, amato e odiato, ma mai indifferente.

Una storia – quella di don Gallo e quella di Fabrizio De André – che non poteva nascere che a Genova, fra i suoi caruggi, rappresentazione di un microcosmo che in pochi isolati racchiude tutte le contraddizioni del mondo, dalla magnificenza degli antichi palazzi al ghetto per i travestiti, dai negozi luminescenti al degrado della prostituzione, dai centri nevralgici del potere cittadino allo spaccio di stupefacenti, dalle banche ai “barboni”. Ma si sa: “Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior”…

Intanto, già il sottotitolo è di per sé una provocazione: Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta. Ma si tratta di una provocazione intelligente, quella di un prete che ha fatto della strada la sua università e dell’accoglienza agli ultimi la sua missione. Un prete che spesso ha pestato i piedi ai benpensanti e allo stesso conformismo della Chiesa, pur obbedendo ai precetti cristiani, o forse proprio per l’obbedienza ai precetti cristiani. (Su questo argomento ho già scritto, per cui non voglio dilungarmi oltre). Un prete che ha come bussole i Vangeli e la Costituzione. Un prete che legge Gramsci più che San Tommaso, forse.

La copertina del libro
Edizioni Piemme, € 15,00

Don Gallo parte da dodici canzoni di De André (Crêuza de mä, Smisurata preghiera, Bocca di rosa, Prinçesa, Andrea, Anime salve, Il testamento di Tito, Amico fragile, La guerra di Piero, Don Raffaè, La canzone del maggio, Il pescatore, ognuna contrappuntata da una illustrazione di Vauro Senesi), ascoltando le quali dipana le sue meditazioni notturne. E ce lo immaginiamo, di notte, seduto davanti al computer a rispondere alle mail o ai post su FaceBook, mentre canta a squarciagola, le cuffiette dell’MP3 nelle orecchie,

Canzoni scritte in periodi diversissimi della vita del cantautore genovese, quasi a testimoniare una coerenza di pensiero e una sensibilità che si dipanano nel corso di tutta una vita. Ne risulta una narrazione rapida, un discorso diretto al lettore, quasi come l’autore fosse presente a raccontare. Attraverso la narrazione dell’uomo Fabrizio, impariamo a conoscere il poeta Fabrizio, e viceversa; attraverso le riflessioni del prete don Gallo scopriamo Andrea, l’uomo che indossa la tonaca come un’arma per smuovere le coscienze pigre, per trasmettere la sua visione del mondo, vicina al cristianesimo delle origini.

Su una parola insiste molto don Gallo: amore; amore per l’uomo individuo e membro di una comunità, per l’uomo abbandonato e derelitto, per l’uomo che ha una sessualità o anche un corpo che lo imprigiona, per l’uomo che non trovando sfogo alla sua rabbia fa del male a se stesso.

Ma non solo, dalla lettura viene fuori un quadro della politica, sia locale che nazionale, quantomeno sconfortante. Vedere come, dall’entusiasmo costruttivo dei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, da quel capolavoro di sintesi costruttiva che è la Costituzione Italiana, espressione di valori di libertà, uguaglianza e giustizia solidale, si sia passati al più gretto egoismo e menefreghismo di oggi, dovrebbe scatenare la volontà rivoluzionaria – una rivoluzione pacifica, senza armi – in coloro che ancora non si sono arresi. Ecco, don Gallo è un prete “militante”, se diamo alla parola militante il significato di “colui che da della contraddizione tra fatti e valori una questione personale” (partendo da una felice sintesi di Mario Albertini).

Non mi resta che concludere con un’ampio estratto dal primo capitolo: “Caro Faber. la speranza non molla. Ascoltando Crêuza de mä”. Anzi, già che ci siamo, ascoltiamolo anche noi.

La rabbia del giovane Fabrizio

Fabrizio de André negli anni Sessanta

Negli anni Sessanta ero viceparroco alla Madonna del Carmine, a ridosso di via del Campo e a cinquanta metri dal Liceo Colombo, il secondo della città. Era scritto che i nostri destini dovessero incrociarsi. In quel periodo, mio cugino Giacomino Piana, anch’egli prete, insegnava religione. Fabrizio era suo allievo, in terza liceo. Un giorno mio cugino mi fece leggere uno scritto furente proprio di Fabrizio De André, allora diciassettenne.

La settimana prima, uno studente si era suicidato e la parrocchia, ahimè, aveva rifiutato i funerali religiosi. Il fatto scatenò l’esigenza di verità del giovane che prese carta e penna dando forma ai suoi dubbi, alle sue perplessità. Perché la chiesa, annunciatrice del vangelo, madre dell’umanità, rifiutava i funerali? Non avrebbe dovuto essere, lei per prima, maestra dell’accoglienza e dell’abbraccio misericordioso a ogni essere vivente?

Lessi quella lettera di protesta e non potei che stare da quella parte. perché quella parte mi diceva in modo assai severo che colui che si suicida scommette su di sé un costo troppo alto per poter essere giudicato da chi resta. Il suo dolore è talmente grande che semmai va compreso, non certo condannato.

Chi siamo noi per giudicare le motivazioni intime e nascoste che stanno dietro un atto così brutale e personale come il suicidio? E perché la chiesa si prende, a volte, il diritto di esercitare una potestà giudicante sulle vicende nascoste e segrete dell’animo umano? Nel dicembre del 2006, ricordo con tristezza quando il cardinale Camillo Ruini, allora vicario di Roma, presa la sofferta decisione personale di non autorizzare i funerali religiosi per Piergiorgio Welby. Mi chiedo, oggi, se si sia mai pentito. Se si sia accorto di quante forzature ideologiche, non solo ai fedeli di matrice cattolica, abbia procurato con una decisione molto discutibile sul piano umano e teologico, perché lontana dalla misericordia annunciata nel Vangelo.

Il suicidio come ultima arma dei sofferenti d’animo.Accadde allo stesso Tenco: non ce la fece a reggere il peso del suo sogno stroncato. Fu durante un Festival di Sanremo, tristemente macchiato dal sangue. Nel 1963, qualche anno prima, anche Gino Paoli aveva tentato il suicidio che, per fortuna, non ebbe esiti letali.

L’incessante ricerca di quei ragazzi per il bene comune (allora si diceva lotta politica) nascondeva una spiritualità viva, diversa, forse ansiosa, ma liberante. Che nulla ha da spartire con la religiosità, ma che attraverso la creazione di un testo o di una musica riusciva a tramutarsi in un impegno etico forse potenzialmente superiore alla religione stessa.

Sono i cammini personali che m’interessano come pastore d’anime. E se i preti ancora non hanno capito questa lezione così disarmante e semplice, è meglio che cambino subito mestiere. Gesù è venuto sulla Terra per salvare l’uomo, non per giudicarlo e metterlo in castigo. E, credo, anche per cantare una canzone di De André.

Il vangelo di Faber

I lontani, gli esclusi. i reietti del pianeta. L’immaginario di De André era questo. E come potevo io, prete di strada, non esserne coinvolto? Ricordo quel che Fabrizio disse una volta in un’intervista: «ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane».

Le due direzioni che docilmente proponeva Fabrizio sono per me, da sempre, le vie del Vangelo. Il libro sacro dei dimenticati. La sua chitarra rappresenta, ancora oggi, la cetra di Davide e il flauto dei Salmi. Una dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana.

Anzi, non credo di essere irriverente se dico ad alta voce che, insieme ai vangeli canonici, il mio quinto vangelo è quello laico di De André. Il quale amava ripetermi ogni volta che mi incontrava: «caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuol mandare in paradiso per forza».

Con Faber ho accolto a braccia aperte la mia Genova. Quella dei carruggi, di via del Campo, del porto vecchio. Quella bellissima di Crêuza de mä. Crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare in salita delimitata da mura, spesso di due confinanti, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell’immediato entroterra, in realtà è diventata davvero la mulattiera di mare dove il vento ha adagiato il mio sale di uomo e prete. L’antico genovese, la lingua della Repubblica di Genova con la quale è stata costruita l’intelaiatura letterale di uno dei più grandi dischi di musica mediterranea degli anni Ottanta, non solo è il condensato della mia vita di genovese convinto, ma è anche un esperanto dove le marginalità e le diversità si scambiano idiomi e tradizioni nella convinzione che nulla dell’altro è da buttar via.

Crêuza de mä, con le sue combinazioni fonetiche di parole provenienti dall’arabo, dal greco, dallo spagnolo, dal francese, è la prova vivente che l’alterità è un valore aggiunto.

Genova, capitale del mare e dei migranti, dei viandanti e dei marinai.

Genova, capitale della frittura di pesciolini bianchi di Portofino e di pasticcio in agrodolce di lepre di tegole, dove le ragazze odorano di buono e puoi guardarle senza preservativo.

Genova capitale di un Mediterraneo che attraverso la primavera araba sembra aver trovato la chiave di volta per immaginare di nuovo il suo futuro, tra cooperazione, nuove libertà politiche e religiose, e un’economia che all’altalena della borsa preferisce il pane fatto in casa e le litanie laiche e civili dell’amore e della democrazia.

Crêuza de mä mi fece di nuovo innamorare della mia città come poche volte. Provengo dal mare, lo conosco e mi ci adatto a ogni stagione della mia vita, ma questo bel Mediterraneo mi sbuffa in faccia le sue onde cariche di storie di uomini veri ogni giorno di buon maestrale. Pescatori e marinai, viaggiatori di mille leghe sotto i mari, immigrati e clandestini. Credo a un’Europa fatta da colori e tradizioni diverse. Credo in un’Europa plurale!

Lo dissi anche a Umberto Bossi due anni fa, ex leader della Lega Nord, quando, per risolvere i problemi legati all’ondata di migrazioni che stavano interessando in quei giorni l’Europa a seguito dei disordini in Libia, Egitto e Tunisia, propose di mandare i profughi in nord Europa. Magari a calci nel sedere.

È tutto inutile, caro Bossi. nessuno può fermare i migranti. Essi peregrinano per le terre del sole e del mare perché hanno fame. È come un fenomeno sismico, non possiamo fermarli. L’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere, in particolare per l’Italia, che per la sua posizione è come un ponte sul Mediterraneo, un mare chiuso eppure, da sempre, aperto a tutti i viaggiatori e a tutte le culture.

Lo dico senza peli sulla lingua a tutti i razzisti di ogni mondo e ogni latitudine: andate a riascoltare Crêuza de mä. Una canzone che parla in ogni nota dell’eterno viaggio che accomuna tutta l’umanità. E oggi, che siamo più abituati a sentire lingue diverse nelle nostre città multiculturali, provate a capire, senza l’aiuto di nessun dizionario antico, cosa canta De André in un dialetto, meglio, in una lingua, che sul momento appare incomprensibile, ma che poi vi farà sentire a casa. non vi sentite a casa vostra ascoltando Crêuza de mä?

C’è la vita di tutti i giorni. Ci sono le carezze, i baci, persino i tradimenti. Insieme all’esaltazione del luogo principe dell’animus mediterraneo: la cucina. Con i suoi intingoli, le ricette, gli odori e sapori, le mani impastate con la farina e l’olio dei migliori ulivi a picco sul mare. Non ha forse detto il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che fare da mangiare è come dire all’ospite atteso, semplicemente «ti amo, ti voglio bene»? Anche la Comunità di San Benedetto ha nella cucina il suo centro d’elezione. Lì facciamo festa, lì, in cucina, la domenica prepariamo il pranzo per chi vuole mangiare con noi. Non chiediamo le generalità degli ospiti. Sono tutti attesi e benvenuti. Qualche volta non ne conosciamo nemmeno i volti. Qualcuno mi ha visto per strada, in giro per i corridoi stretti della vita che non fa sconti, e torna al desco con noi.

Si può essere fratelli con poche cose a disposizione e con l’ottimismo della speranza.

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La locandina dello spettacolo

Un personaggio storico immortale, un tema difficile, quello del rapporto fra scienza e religione ai tempi dell’Inquisizione.

Nel monologo da lui scritto e interpretato, Marco Paolini riesce a far ridere il pubblico, a farlo pensare, gioire per le vittorie e le scoperte di Galileo, commuoversi per le sue debolezze umane, arrabbiarsi per la becera ottusità dei potenti dell’epoca. D’altra parte, lo stesso Galileo, dopo aver saputo di trovarsi nella stessa cella che precedentemente aveva “ospitato” Giordano Bruno, non credo fosse particolarmente tranquillo…

Insomma, una vicenda narrata a tutto tondo, un racconto della vicenda umana dell’inventore del metodo scientifico, del pensatore che abiurò per salvarsi la pelle e per poter continuare a ricercare e scrivere. Un uomo a cui venne concessa la “cristiana sepoltura” solo parecchi anni dopo la sua morte, ammettendolo nel Pantheon di Firenze, proprio davanti al monumento funebre di Michelangelo Buonarroti.

Quando morì, Galileo era in odore di eresia, e si pose il problema di dove e come seppellirlo. Preti e vescovi si rifiutarono di collocarlo in un cimitero, suggerendo ai suoi allievi di “scavare una buca sul ciglio della strada”. Intervenne il granduca di Toscane e si trovò il solito compromesso “all’italiana”: sarebbe stato sepolto in un normale cimitero, senza particolari menzioni sulla lapide, a una profondità di 5 palmi, dato che soltanto i primi 4 potevano essere considerati terra consacrata.

Il libro riporta, oltre al DVD con la ripresa delle prove generali dello spettacolo tenutosi nei laboratori del CNR sotto il Gran Sasso, la trascrizione dello spettacolo, molto fresca e briosa, e alcuni saggi di approfondimento. Ne rimane la voglia di approfondire l’argomento e di leggere gli scritti originali di Galileo.

Per una recensione approfondita e pienamente condivisibile dello spettacolo, http://www.dirittodicritica.com/2013/03/13/itis-galileo-il-nuovo-spettacolo-di-marco-paolini/.

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