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Archive for the ‘Scienza’ Category

Piero De Sanctis, Centro Gramsci di Educazione

Con il genio la natura resta in eterna unione:
ciò che l’uno promette, l’altra certamente mantiene.
Schiller

Sono trascorsi cento anni da quando Einstein presentò il 25 novembre 1915 all’Accademia prussiana delle Scienze Le equazioni di campo della gravitazione. Una Memoria che presentava la struttura completa della teoria della relatività generale e alla quale aveva lavorato già dal 1907.

L’intento era quello di costruire una teoria della gravitazione che approfondisse quella di Newton e fosse compatibile con la relatività ristretta del 1905. In effetti tra la teoria della relatività ristretta del 1905e quella generale del 1915, sorsero inizialmente contraddizioni poiché, mentre la prima assume come postulato base la velocità della luce costante, la seconda dice che un campo gravitazionale flette i raggi di luce rallentandoli. Furono necessari dieci anni di duro lavoro per superare queste contraddizioni, anni di ispirate e ingrate fatiche a proposito delle quali Einstein disse: « Alla luce della conoscenza ottenuta, il felice conseguimento sembra quasi una cosa del tutto naturale, e ogni studente intelligente può capirlo senza troppa fatica. Ma gli anni di ansiose ricerche nelle tenebre, con le loro intense aspirazioni, l’alternarsi della fiducia e della stanchezza, e l’emergere ultimo alla luce…soltanto coloro che hanno fatto essi stessi l’esperienza possono capirla.». Alcuni anni prima, infatti, Einstein si trovava prigioniero entro l’intricato labirinto delle equazioni gravitazionali di cui non aveva ancora trovato il filo conduttore giusto, e aveva lanciato il grido di aiuto all’amico matematico «Grossann, aiutami o io divento matto».

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Intervista a cura di Fabio Gambaro, La Repubblica, 25 aprile 2008

LA LEZIONE DI MORIN
La sfida della complessità

Se c’è un intellettuale francese per cui l’espressione maître à penser abbia oggi ancora un senso, questi è Edgar Morin. Un maestro del pensiero rispettato e studiato, che da oltre mezzo secolo affronta con le armi della riflessione la complessità del mondo e le sue contraddizioni. A ottantasei anni, il sociologo approdato alla filosofia è oggi più che mai al centro del dibattito intellettuale: i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e le sue tesi discusse con grande attenzione in occasione di affollati convegni. L’ultimo qualche giorno fa a Parigi, dove, per due intere giornate, Morin si è confrontato pubblicamente con specialisti di varie discipline.

Non è un caso, dunque, che la casa editrice Seuil abbia deciso di ripubblicare nella sua integralità La Méthode, vale a dire i sei volumi scritti dallo studioso tra il 1977 e il 2004 (in Italia sono stati tradotti da Feltrinelli e Raffaello Cortina), affrontando, grazie al dialogo continuo tra scienze umane e scienze naturali, le molte forme della complessità. Una riflessione che, partendo dalla «conoscenza della natura», si allargata alla «natura della conoscenza», investendo poi il mondo delle idee, i territori dell’antropologia e il continente dell’etica. «Come tutti i pionieri, anch’io all’inizio sono stato incompreso, oggi però l’importanza del concetto di complessità è riconosciuta da tutti», ricorda Morin, al cui pensiero volontariamente aperto la rivista Communications ha appena dedicato un ricco numero monografico. «Quando ho iniziato a scrivere il primo volume del Metodo, non ero certo un profeta. Cercavo solo di capire la realtà che mi stava davanti, confrontandomi con le idee che iniziavano a circolare in certi ambiti di ricerca. In seguito, alcune delle mie intuizioni sono state recepite dal mondo della cultura, altre invece suscitano ancora molte resistenze».

Edgar Morin

Edgar Morin

Il Metodo è un lavoro in divenire che si è riorganizzato nel corso del tempo…
«Scrivere per me non è semplicemente redigere un testo a partire da un pensiero già cristallizzato. Al contrario, il momento della scrittura è quello in cui le riflessioni si formano e si trasformano, perché nuove idee modificano continuamente l’economia del lavoro già svolto. Senza dimenticare le letture di alcuni amici che, con le loro critiche, mi hanno mostrato nuovi orizzonti di ricerca, spingendomi a riprendere il lavoro. È un modo di lavorare difficile, ma appassionante, che trasforma di continuo il mio pensiero. Un pensiero, quindi, che non è mai immobile né definito una volta per sempre. Come diceva Nietzsche, il metodo arriva solo alla fine».

Perché il concetto di complessità le è sembrato da subito decisivo?
«I problemi importanti sono sempre complessi e vanno affrontati globalmente. Se voglio comprendere la personalità di un individuo, non posso ridurla a pochi tratti schematici. Devo necessariamente tenere conto di molte sfumature, spesso contraddittorie. Lo stesso vale per la situazione del pianeta, per comprendere la quale si devono tener presenti molti parametri. Insomma, la realtà è complessa e piena di contraddizioni che sono una vera sfida alla conoscenza. Per affrontare tale complessità, non basta semplicemente giustapporre frammenti di saperi diversi. Occorre trovare il modo per farli interagire all’interno di una nuova prospettiva».

È ciò che ha fatto lei nel Metodo?
«In effetti, ho cercato di elaborare alcuni principi in grado di mettere in relazione quelle conoscenze che gli strumenti tradizionali della conoscenza di solito non riescono a collegare. Per questo ho utilizzato l’insegnamento di quei filosofi che non hanno avuto paura di affrontare le contraddizioni, da Eraclito a Marx. Senza dimenticare Pascal, per il quale l’uomo era l’essere più miserabile e grottesco, ma anche il più nobile».

Il terzo volume del Metodo è dedicato alla «conoscenza della conoscenza». Perché?
«Questo è certamente il cuore del problema, giacché dobbiamo conoscere i meccanismi della conoscenza, se vogliamo comprendere i nostri errori. Se le mie idee hanno incontrato il favore di molte persone in ambiti diversi – dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla pedagogia – è perché costoro erano profondamente insoddisfatti di una cultura dominata dal pensiero binario, fatta di opposizioni manichee che rimuovono ogni contraddizione. Nel mio lavoro hanno trovato una prima risposta ai loro dubbi. Io però ho solo rivelato intuizioni che, sebbene non formulate, erano probabilmente già presenti in molti studiosi. Esiste un’aspirazione diffusa ad un altro modo d’intendere la conoscenza. Per questo, le mie riflessioni hanno potuto diffondersi in molti paesi, tra cui anche l’Italia, dove il mio lavoro è seguito ancor più che in Francia. Di ciò naturalmente sono molto soddisfatto, anche se molto resta ancora da fare».

In quale direzione?
«Occorre occuparsi dell’insegnamento. La riforma della conoscenza e del pensiero potrà concretizzarsi solo attraverso una riforma dell’insegnamento, una problematica a cui ho dedicato La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Il nostro sistema d’insegnamento separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo e impedendoci di cogliere quei problemi fondamentali che sono sempre globali. L’eccesso di specializzazione è diventato un problema. Esperti molto competenti nel loro settore, non appena il loro ambito specifico è traversato da altre problematiche, non sanno più come reagire. Avrebbero bisogno di affrontare globalmente i problemi, ma non ne sono capaci».

Occorre un’ottica interdisciplinare?
«Certo, purtroppo però l’interdisciplinarietà avanza molto lentamente. Nel mondo della ricerca francese i baroni delle singole discipline non sono assolutamente sensibili a tale prospettiva. C’è però un movimento in corso, che io cerco d’incoraggiare.
L’interdisciplinarietà è positiva perché permette a persone che lavorano in campi diversi di dialogare, ma occorrerebbe fare un ulteriore passo in avanti in direzione della transdisciplinarietà, la sola capace di costruire un pensiero globale in grado di articolare i diversi saperi. In fondo, esiste già una scienza che si muove in questo modo e che ci può servire da modello».

Quale sarebbe?
«L’ecologia, che poggia sull’idea di ecosistema. Vale a dire, un’organizzazione complessa, fondata al contempo sul conflitto e la cooperazione, che nasce dalla eco-organizzazione e dall’implicazione reciproca delle diverse componenti del sistema. Facendo interagire molti parametri diversi, l’ecologia è un esempio molto utile, anche se resta una scienza con una dimensione aleatoria, dato che non siamo ancora capaci di rispondere a tutti i grandi interrogativi che essa solleva. Tuttavia, anche le cosiddette scienze esatte sono sempre più spesso costrette ad integrare la dimensione del dubbio e dell’incertezza. Nessuna scienza può vantare esclusivamente certezze. Si pensi alle difficoltà dell’economia di fronte al marasma dei mercati. Insomma, non bisogna mai eliminare il dubbio».

L’ecologia è un modello anche per il sistema della cultura? È per questo che ha parlato di ecologia delle idee?
«È uno dei modelli, dato che anche in ambito culturale agiscono contemporaneamente i principi di conflitto e di cooperazione. Partendo da questo punto di vista, è possibile pensare in termini diversi anche la relazione tra autonomia e indipendenza. In natura non si può essere indipendenti che dipendendo dal proprio ambiente. Ciò che vale per l’ambiente biologico, vale anche per l’ambiente sociale, urbano, culturale, religioso. Comprendere l’interdipendenza dei sistemi culturali e delle idee è oggi più che mai necessario. Ciò contribuirà a cambiare il nostro modo di pensare, dandoci uno strumento in più per sfuggire all’abisso verso cui il pianeta sembra essere destinato».

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1618, Johannes von Kepler (Keplero) conferma la sua scoperta, precedentemente rigettata, della terza legge del movimento dei pianeti. La scoprì per la prima volta l’8 marzo dello stesso 1618, ma la scartò ben presto dopo aver fatto alcuni calcoli iniziali.

L’orbita di un pianeta

La legge può essere così enunciata:

I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le loro orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole.

In parole povere: più un pianeta si trova vicino al Sole, più deve muoversi velocemente per sfuggire alla forza di gravità. Più un pianeta è lontano, più debole è la forza gravitazionale, quindi minore è la velocità necessaria.

Come era prassi dell’epoca, Keplero comunicò le sue scoperte spedendo copia della propria opera ai principali scienziati ed eruditi europei, fra cui Galileo, Bacone e Cartesio.

Galileo, rispose congratulandosi per aver aderito alla dottrina copernicana, ma non si pronunciò sul resto, aggiungendo che alcuni suoi pensieri fossero “piuttosto a diminuzione della dottrina del Copernico che a stabilimento”. Bisogna anche aggiungere che, in quei tempi, farsi scoprire fautori di dottrine scientifiche eterodosse rispetto alla lettera biblica, era assai rischioso (vedi “Buon compleanno Galileo“). Bacone, che pure era legato alla tradizione ermetica, lo ignorò, mentre Cartesio lo riconobbe come suo primo maestro di ottica, ignorando tutto il resto.

Solo dopo che Newton se ne servì – fornendo una spiegazione del perché i corpi celesti si muovono -, quindi non prima degli anni Sessanta del Seicento, le leggi di Keplero vennero accettate dalla comunità scientifica. Schematizzando: l’intuizione di Keplero ci spiega come i pianeti si muovono, quella di Newton ci dice perché lo fanno.

Con lo sviluppo della tecnologia, della capacità di calcolo e degli strumenti per l’osservazione, si è notato che le leggi di Keplero sono valide se e solo se:

  • la massa del pianeta è trascurabile rispetto a quella della stella di riferimento;
  • si possono trascurare le interazioni tra diversi pianeti. Tali interazioni comportano leggere perturbazioni sulla forma delle orbite.

Ciò nulla toglie, in ogni caso, alla genialità della scoperta di Keplero.

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Il 15 febbraio di 450 anni fa (sembra ieri!) nasceva a Pisa uno dei più grandi geni della storia, colui che universalmente viene ricordato come l’inventore del metodo scientifico sperimentale. Fra l’altro, sull’argomento ho già scritto qualcosa a proposito del bellissimo spettacolo di Marco Paolini “ITIS Galileo”.

Galileo fu uno sperimentatore in molti ambiti della scienza e dicono facesse lezioni di matematica bellissime, anche se cercava di farne il meno possibile perché non si sentiva portato all’insegnamento. La leggenda dice che preferisse frequentare osterie e passare il tempo in dolce compagnia.

Teoria dell’isocronismo del pendolo

Uno degli oggetti che più lo affascinavano era il pendolo, strano strumento che si comportava in modo anomalo rispetto a quelle che erano le teorie comunemente accettate all’epoca, a partire dalla riscoperta di Aristotele. Il filosofo greco, infatti, aveva ipotizzato che gli oggetti cadessero a terra perché desiderosi di recuperare la loro posizione iniziale. Ma il pendolo smentiva questa ipotesi. Infatti, se lo si lasciava oscillare, tutto faceva tranne fermarsi sulla perpendicolare. Ai tempi non esistevano strumenti di misurazione di precisione (per la loro realizzazione in parte contribuirono anche le scoperte del nostro, vedi l’orologio a pendolo che si basa sul principio che sto per enunciare) e fu così che Galileo ebbe l’intuizione di far mettere spalla contro spalla due suoi studenti, entrambi muniti ciascuno di un pendolo. I due attrezzi vennero fatti oscillare con diverse ampiezze, mentre i due tapini dovevano contare mentalmente i loro passaggi sulla perpendicolare. Una volta arrivati a cento avrebbero dovuto pronunciare quel numero ad alta voce. Entrambi lo pronunciarono contemporaneamente ed ecco come venne scoperto che il pendolo, indipendentemente dall’oscillazione, impiega sempre lo stesso tempo a fare una oscillazione completa. Se vogliamo farla difficile, si chiama “teoria dell’isocronismo del pendolo”. Su questo principio si basano orologi e, sempre sulla base di questo principio, Foucault poté dimostrare la rotazione della terra.

Galileo, inoltre, scriveva molto bene. Era un divulgatore scientifico ante litteram. Illustrò il moto relativo con la famosa metafora della nave. Se poniamo degli uomini nella cabina di una nave e insieme a loro liberiamo alcuni insetti e dei pesci dentro a una vasca, oltre a un catino per raccogliere l’acqua gocciolante, notiamo che il movimento della nave, se costante e privo di scossoni, non influenzerà in alcun modo l’ambiente della cabina. Gli insetti continueranno a volare allo stesso modo, l’acqua a sgocciolare verticalmente dentro il catino e i pesci a nuotare indisturbati nella loro vasca. In sostanza, tutto ciò che è contenuto in un sistema inerziale chiuso e autonomo (ovvero in un luogo in cui tutto si muove alla stessa velocità, indipendentemente dalla velocità degli altri sistemi inerziali) è soggetto alle stesse leggi fisiche. Se volete fare una prova – ma non dite che ve l’ho suggerito io – salite sull’ultimo vagone di un treno (almeno non rischiate di far male a qualcuno) con un sasso, mettetevi nel corridoio e lasciate cadere il sasso. Vi cadrà in mezzo ai piedi. Poi provate ad aprire il finestrino e a lasciar cadere il sasso fuori dal treno, ovvero in un altro sistema inerziale e, se avrete fatto come ho detto io, ovvero vi sarete posizionati in fondo al treno, potrete dire addio al vostro sasso-

Galileo di fronte al Sant’Uffizio

E veniamo al punto della famosa abiura di Galileo. A parte il fatto che se non avesse abiurato la scienza ne avrebbe ricevuto un gravissimo danno, Galileo fu fortemente aiutato a prendere la decisione di smentire le proprie teorie. Il processo ebbe luogo dal 12 aprile 1633 e le udienze si tennero fino al 22 giugno dello stesso anno. L’accusa era di quelle pesanti (eresia) e il tribunale non brillava certo per il suo rispetto dei diritti dell’imputato, visto che si trattava del famigerato Tribunale della Santa Inquisizione. Fu così che Galileo venne condannato e costretto ad abiurare, per aver salva la vita. Ancora oggi, alcuni duri e puri, di quelli che lo sono tendenzialmente quando c’è in ballo la pelle di qualcun altro (e avrei potuto dirlo in altro modo, ma mi sono ripromesso di non scrivere parolacce…) sostengono che, se Galileo fosse stato realmente coerente con i suoi principi, avrebbe dovuto accettare la condanna e farsi bruciare vivo. Dimenticano un piccolo particolare: quando Galileo venne “invitato” a Roma a partecipare al suo processo (e abbiamo visto che è durato più di due mesi) venne “ospitato” nella stessa stanza in cui era stato ospitato precedentemente tale Giordano Bruno.

Credo che in questo modo diedero al buon Galileo parecchi spunti su cui meditare.

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La locandina dello spettacolo

Un personaggio storico immortale, un tema difficile, quello del rapporto fra scienza e religione ai tempi dell’Inquisizione.

Nel monologo da lui scritto e interpretato, Marco Paolini riesce a far ridere il pubblico, a farlo pensare, gioire per le vittorie e le scoperte di Galileo, commuoversi per le sue debolezze umane, arrabbiarsi per la becera ottusità dei potenti dell’epoca. D’altra parte, lo stesso Galileo, dopo aver saputo di trovarsi nella stessa cella che precedentemente aveva “ospitato” Giordano Bruno, non credo fosse particolarmente tranquillo…

Insomma, una vicenda narrata a tutto tondo, un racconto della vicenda umana dell’inventore del metodo scientifico, del pensatore che abiurò per salvarsi la pelle e per poter continuare a ricercare e scrivere. Un uomo a cui venne concessa la “cristiana sepoltura” solo parecchi anni dopo la sua morte, ammettendolo nel Pantheon di Firenze, proprio davanti al monumento funebre di Michelangelo Buonarroti.

Quando morì, Galileo era in odore di eresia, e si pose il problema di dove e come seppellirlo. Preti e vescovi si rifiutarono di collocarlo in un cimitero, suggerendo ai suoi allievi di “scavare una buca sul ciglio della strada”. Intervenne il granduca di Toscane e si trovò il solito compromesso “all’italiana”: sarebbe stato sepolto in un normale cimitero, senza particolari menzioni sulla lapide, a una profondità di 5 palmi, dato che soltanto i primi 4 potevano essere considerati terra consacrata.

Il libro riporta, oltre al DVD con la ripresa delle prove generali dello spettacolo tenutosi nei laboratori del CNR sotto il Gran Sasso, la trascrizione dello spettacolo, molto fresca e briosa, e alcuni saggi di approfondimento. Ne rimane la voglia di approfondire l’argomento e di leggere gli scritti originali di Galileo.

Per una recensione approfondita e pienamente condivisibile dello spettacolo, http://www.dirittodicritica.com/2013/03/13/itis-galileo-il-nuovo-spettacolo-di-marco-paolini/.

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