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Archive for the ‘Società’ Category

Donatella della Porta, Il Manifesto, 27 marzo 2015

Se i movimenti del 2011 erano quelli dei precari, negli anni seguenti a scendere in piazza è stata la classe media impoverita

Gli studi sui movi­menti sociali hanno svi­lup­pato un insieme di stru­menti utile ad affron­tare l’azione col­let­tiva durante periodi nor­mali, ovvero periodi ordi­nati. I sistemi a cui si sono prin­ci­pal­mente rivolti sono le cosid­dette demo­cra­zie avan­zate, aventi forme di wel­fare svi­lup­pate. Le teo­rie pro­po­ste si sono prin­ci­pal­mente orien­tate verso la spie­ga­zione dell’impatto di que­ste strut­ture sui movi­menti col­let­tivi. La prin­ci­pale aspet­ta­tiva è che le pro­te­ste coin­vol­gano oppor­tu­nità e risorse.

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Alessandro Barile e Samir Hassan, Il Manifesto, 14 marzo 2015

Un aspetto deter­mi­nante dell’auto-narrazione nazio­nale, del rac­conto di noi stessi di cui veniamo dotati per per­ce­pirci nel mondo, con­si­ste nel descri­vere l’Italia e gli ita­liani come vit­time del corso acci­den­tato della sto­ria. Tale imma­gi­na­rio, figlio diretto del nazio­na­li­smo risor­gi­men­tale, assunto sin dalle parole del nostro inno –da secoli cal­pe­sti e derisi – ha pro­dotto col tempo anche il cor­re­lato degli ita­liani “brava gente”, rei­te­rato di volta in volta a giu­sti­fi­ca­zione bona­ria dei nostri sche­le­tri nell’armadio: dal colo­nia­li­smo dal volto umano al fasci­smo regime “minore”, e via dicendo. In anni più o meno recenti una gene­ra­zione di sto­rici ha prov­ve­duto a smon­tare tale “para­digma autoas­so­lu­to­rio”, inda­gando sulle respon­sa­bi­lità giu­ri­di­che, poli­ti­che ed eti­che dei governi ita­liani in campo nazio­nale e inter­na­zio­nale dall’800 ai giorni nostri. Un lavoro che però rimane con­fi­nato al dibat­tito acca­de­mico tra addetti ai lavori: l’ideologia sot­tesa all’istituzione del “giorno del ricordo”, così come la lunga que­relle con l’India riguardo alla vicenda dei “due marò”, con­fer­mano come tale impo­nente dibat­tito sto­rico non rag­giunga il piano politico-mediatico gene­ra­li­sta, quello desti­nato ad influen­zare l’opinione pub­blica. In effetti, in que­sti anni si è assi­stito, più che ad un con­creto revi­sio­ni­smo sto­rico in chiave acca­de­mica – ope­ra­zione que­sta sem­pre auspi­ca­bile – ad un vero e pro­prio uso poli­tico della sto­ria, volto a pie­gare par­ti­co­lari vicende del nostro pas­sato recente al fine di legit­ti­mare un discorso poli­tico con­tin­gente. L’evoluzione poli­tica di deter­mi­nati par­titi, la fine della pre­giu­di­ziale anti­fa­sci­sta, la neces­sità di sdo­ga­nare attori poli­tici dal pas­sato impre­sen­ta­bile, hanno riat­ti­vato in que­sti anni cli­ché reto­rici mai vera­mente superati.

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 9 marzo 2015

L’austerity non è solo un modello viziato, un errore o una follia. È una distruzione creatrice finalizzata al passaggio da una democrazia post-bellica a un’oligarchia post-democratica

Il recente arti­colo di Joseph Sti­glitz (il manifesto,3 marzo) ha il merito di dise­gnare un qua­dro lim­pido della situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Unione euro­pea dopo otto anni di crisi, e dei peri­co­losi con­trac­colpi poli­tici (crisi demo­cra­tica e impe­tuosa cre­scita della destra radi­cale) che ne con­se­guono. Sti­glitz insi­ste sulle respon­sa­bi­lità delle lea­der­ship euro­pee (scrive di un «males­sere autoin­flitto») e punta il dito sulle «pes­sime deci­sioni di poli­tica eco­no­mica» (l’austerity) ispi­rate a teo­rie fal­li­men­tari. È una base di par­tenza per una seria discus­sione, e anche un utile con­tri­buto per la rico­stru­zione di una pra­tica cri­tica che ria­pra un qua­dro poli­tico sta­gnante, impri­gio­nato (non solo in Ita­lia, ma soprat­tutto qui da noi) in una cami­cia di forza che sta rapi­da­mente sof­fo­cando la demo­cra­zia. Con gravi respon­sa­bi­lità delle sini­stre socia­li­ste, che hanno coo­pe­rato alla costru­zione dell’architettura isti­tu­zio­nale e mone­ta­ria di que­sta Europa.

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L’antropologo francese: «Internet promette una compagnia del tutto illusoria, più si hanno contatti e più si è soli»

Alberto Mattioli, La Stampa, 26 giugno 2014

«Alla fine, il mio percorso personale è simile a quello dell’antropologia. Siamo passati entrambi dall’epoca della decolonizzazione a quella della globalizzazione. Io iniziai nel 1965, in Costa d’Avorio. Con determinazione, ma con un po’ di timidezza, studiavo un villaggio fra mare e laguna a un centinaio di chilometri da Abidjan. Però le società indigene di cui si occupavano gli antropologi allora sono in via di sparizione. La riflessione teorica sulla società globalizzata ha sostituito la ricerca etnologica sul territorio».

Parola del francese Marc Augé, per tutti «quello dei non luoghi», uno dei più celebri antropologi viventi, che esce adesso con un libro affascinante, «L’antropologo e il mondo globale» (Raffaello Cortina editore, pagg. 126, euro 15), insieme biografia intellettuale e riflessione sulla disciplina cui Augé ha dedicato la vita.

Chi dice globalizzazione dice Internet.
«E’ una sfida per chiunque si occupi di scienze sociali. E pone diverse domande interessanti. Per esempio, nell’epoca della comunicazione, le relazioni ovviamente si moltiplicano, ma sono le stesse? Paradossalmente, più si hanno delle relazioni virtuali e più si è soli. Il numero di “amici” su Facebook non ha attinenza con il numero di amici veri, anzi spesso sono di più di quanti possa avere un uomo solo. In altri termini: Internet promette la negazione dello spazio e del tempo, ma è un’illusione, perché le relazioni sociali non possono esistere che nel tempo e nello spazio».

Insomma, in rete più si è in compagnia e più si è soli…
«Certamente. E d’altronde ha introdotto molte nuove forme di solitudine e di isolamento. Lo si vede per esempio nei mestieri: quanti lavoratori isolati esistono, soli davanti a un computer. E’ il concetto stesso di solitudine a essere ambiguo: la solitudine può essere una conquista, ma spesso è soltanto una condanna».

Altro capitolo e altro argomento, sempre molto attuale. A un certo punto, lei definisce i migranti «gli eroi dei tempi moderni». Perché?
«Perché la loro avventura è la prova che si può rompere con il territorio, che vuol dire anche liberarsi dei propri radicamenti culturali. In questo senso, partire è eroico. E’ il coté avventuroso dei tempi moderni, uno dei pochissimi rimasti. Per la stessa ragione, è anche talvolta difficile da accettare per chi i migranti li dovrebbe accogliere».

Appunto. Sembra che adesso la Francia stia rinnegando la sua antica tradizione di Paese dell’accoglienza e dei diritti.
«C’è tutta una serie di problemi. Da un lato, chi arriva è sospettato di voler ricreare nel nuovo Paese delle vecchie solidarietà, dunque di promuovere dei comunitarismi pericolosi. Dall’altro, le politiche d’integrazione sono notoriamente difficili, perché si basano su processi educativi che hanno tempi fatalmente lunghi».

Che un francese su quattro voti per il Front national la spaventa?
«Il problema c’è, ma è più complesso per ridurlo a un semplice rifiuto di chi arriva. Io credo che nasca da una diffusa insoddisfazione. E’ vero che negli ultimi anni di crisi i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, e le cause percepite sono gli immigrati, l’Europa e così via. Non credo che il successo del Front national durerà. Ma quello che è significativo è ciò che esprime: il rifiuto dell’altro e la mancanza di fiducia nell’avvenire. Fenomeni più gravi dei risultati elettorali di madame Le Pen, peraltro ottenuti in presenza di un tasso d’astensione altissimo».

Lei è celebre come teorico dei «non luoghi». E’ sorpreso dal successo della sua definizione?
«In realtà non l’ho inventata io, esisteva già. Io l’ho semplicemente usata per descrivere quei luoghi della quotidianità contemporanea, come aeroporti, stazioni di servizio, grandi supermarket, dove la gente non ha relazioni sociali. Il successo della definizione è il sintomo che forse ne serviva una».

A proposito di definizioni: quella di antropologo della quotidianità le piace?
«Forse non è sbagliata, ma certamente è riduttiva. Ogni antropologo si interessa alla quotidianità»,

A 79 anni, è ancora contento di aver scelto l’antropologia?
«Sì, non ho rimpianti. Penso tuttora che sia un ambito intellettuale che permette di comprendere la realtà. O almeno di provarci».

[…]

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