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Kostantinos Kavafis nel 1900

Kostantinos Kavafis (1863-1933) fu un poeta e giornalista greco. Ai suoi tempi fu considerato uno scettico e accusato di attaccare i valori tradizionali della cristianità, del patriottismo e dell’eterosessualità, anche talvolta dimostrò di non essere del tutto a suo agio nei panni dell’anticonformista.

Non fu molto prolifico. La sua opera consta di 154 poesie, spesso ispirate all’antichità ellenistica, romana o bizantina. Le più importanti le scrisse dopo i quarant’anni e molte delle sue opere sono incomplete o allo stadio di bozza. Il suo obiettivo di fondo era quello di ridare vita alla letteratura greca, sia in patria che all’estero. Il suo stile molto particolare lo portò a scrivere poesie tendenzialmente molto concise, ma ben rappresentative della realtà o della società e dei personaggi letterari che ebbero un ruolo nella cultura greca.

Fra i suoi temi preferiti vanno segnalati l’incertezza nel futuro, il carattere morale e la psicologia degli individui, l’omosessualità e la nostalgia.

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Il 22 gennaio 1891, ad Ales, nasceva Antonio Gramsci.

Centoventicinque anni: cifra tonda, anniversario importante. E quindi non si può passare sotto silenzio questa ricorrenza.

Nel mio piccolo ho scritto alcune considerazione che vi invito a leggere sul sito da me curato (quadernidelcarcere.wordpress.com)

Andrea Catone, Marx 21, 21 gennaio 2016

Antonio GramsciQuesto 95° anniversario della fondazione del Pcdi a Livorno cade in un momento particolare, in cui i comunisti in Italia si cimentano nuovamente con l’impresa “grande e terribile” di ricostruire in Italia un partito comunista “degno di questo nome”. Impresa grande e terribile perché i comunisti, che hanno contribuito in modo determinante a scrivere la storia d’Italia nel ‘900 – dalla Resistenza antifascista alla stesura della Carta costituzionale, alle lotte politiche e sociali del secondo dopoguerra condotte lungo il filo rosso della strategia della “democrazia progressiva” – sono oggi ridotti ai minimi termini, dispersi e frammentati in piccoli rivoli. Eredi di una storia gloriosa, ma anche di errori teorici e di pratiche politiche rovinose, dovuti in gran parte a subalternità ideologica e politica alle classi dominanti e ai loro partiti di riferimento, ci proponiamo di consegnare alle nuove generazioni uno strumento – il partito comunista – che riteniamo, oggi come ieri, indispensabile per resistere al capitalismo finanziario e all’imperialismo sempre più aggressivi, e accumulare forze per la trasformazione rivoluzionaria della società.

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Elly Schlein

Intervento al convegno: «È possibile una svolta democratica per l’Europa?», tenutosi a Roma nel novembre 2015 (tratto da Lavoro & Politica, anno 6, n. 2, 15 gennaio 2016).

Elly Schlein

Occorre inquadrare la prospettiva che a me risulta chiara, ovvero che oggi abbiamo di fronte un’Europa che non è certo quella che avevano in mente le nostre madri fondatrici e padri fondatori. Un’Europa che avrebbe voluto e promesso più opportunità e maggiori diritti per le nuove generazioni e non certo meno, come purtroppo sta accadendo. Oggi ci troviamo ad un punto di svolta e ci sono quattro grandi temi attorno ai quali l’Europa si sta giocando il proprio futuro: il primo è senz’altro la crisi dei rifugiati, se così possiamo chiamarla, che è anche la questione di cui mi occupo da più tempo.

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La moria dei musicisti che hanno accompagnato la mia giovinezza non accenna a fermarsi.

Glenn Frey, fondatore degli Eagles, chitarrista e voce della band, è morto dopo una lunga malattia. Aveva 67 anni e ci ha lasciato alcune perle indimenticabili, nonostante il suo gruppo abbia avuto vita relativamente breve, visto che si è sciolto dopo appena una decina d’anni dalla fondazione.

Voglio ricordarlo con uno dei brani che per me sono più importanti, anche se non si può dire sia uno dei più significativi, Tequila Sunrise, dall’album “Desperado” del 1973.

In questo breve “trittico” di poesie dedicate al tema dell’emigrazione, non poteva certo mancare, dopo Gli emigranti di Edmondo De Amicis e Buenos Aires di Dino Campana, un testo molto particolare di Pier Paolo Pasolini.

L’opera è del 1962 e ha subito, nel tempo diverse modifiche prodotte dall’autore e presenta alcune particolarità che la rendono estremamente interessante. Qui riporto la versione che secondo alcune fonti è quella originale, ma sul web se ne trovano anche altre assai più lunghe. Qualora mi sbagliassi, sarò il primo a fare ammenda e a pubblicare la versione integrale.

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Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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Lo confesso, tempo addietro mi ero ripromesso di fare delle ricerche Mario Benedetti. Poi, col tempo, me ne sono dimenticato. L’essermi, poche ore fa, imbattuto nella poesia Allende, mi ha fatto tornare la voglia di approfondire la mia conoscenza di questo poeta uruguayano di origine italiana.

E così mi sono imbattuto in un paio di pagine web molto interessanti.

La prima è 25 frasi del meraviglioso Mario Benedetti (dal sito La mente è meravigliosa), che riporta una serie di – appunto – 25 perle del poeta e scrittore, tratte dai suoi romanzi e dalle sue poesie. Ne segnalo alcune:

  • La perfezione è una limpida collezione di errori;
  • Se solo fossimo consapevoli di ciò che abbiamo con la stessa chiarezza con cui siamo consapevoli di ciò che ci manca;

ma soprattutto:

  • Quando credevamo di avere tutte le risposte, all’improvviso, sono cambiate tutte le domande,

che mi sembra l’emblema dei tempi in cui vive la sinistra italiana oggi.

La seconda segnalazione riguarda la recensione di Francesca Fiorletta del romanzo di Mario Benedetti La tregua: La mia libertà è l’altro nome della mia inerzia: Mario Benedetti, La tregua, tratta dal sito Nazione indiana.

Buona lettura!

Mario BenedettiDi Mario Benedetti ho già riportato qualche tempo fa Difendere l’allegria, cui rimando anche per qualche breve nota biografica.

Riporto ora questa poesia dedicata a Salvador Allende, il presidente cileno vittima di un golpe fascista l’11 settembre 1973, che testimonia il comune afflato di liberazione che ha pervaso e pervade il continente sudamericano e come la liberazione e il destino di un popolo sia di ispirazione per tutti gli altri. Una lezione che noi europei dovremmo imparare, e in fretta.

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Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker

Mai avrei pensato di arrivare al punto di dover difendere il presidente della Commissione europea Juncker, democristiano dichiarato lussemburghese, dall’attacco di Matteo Renzi, democristiano non dichiarato italiano. Siamo alla frutta. L’Europa, che avrebbe altre cose a cui pensare, lievemente più importanti, sembra essere impegnata in beghe da condominio, con l’inquilino dei piani bassi che protesta nei confronti dell’amministratore. Il tutto, naturalmente, mentre stiamo assistendo allo sfascio evidente dell’economia con la totale incapacità di trovare ricette alternative e alla palese violazione dei più elementari diritti civili nei confronti dei profughi di guerre cui l’Europa ha partecipato attivamente.

Se non si porrà fine a questa situazione, il nostro continente si trasformerà in un posto da incubo. Pessimismo, il mio? Purtroppo no. Sano realismo.

E trovo inoltre inquietante l’espressione arrogante del nostro presidente del Consiglio dei ministri nella foto qui a sinistra (scusate, ma mi rifiuto di chiamarlo premier perché, fino a prova contraria, la Costituzione repubblicana è ancora in vigore).

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Bowie

Ricomincia la moria dei miei miti musicali.

Questa volta è toccato a David Bowie, artista che ho iniziato ad amare dopo aver assistito alla tappa di Milano del Sound + Vision Tour nel 1990. Un concerto memorabile anche per la scelta, nuova per Bowie, di uno stile sobrio ed elegante allo stesso tempo, in grande contrasto con il kitch che fino ad allora lo aveva caratterizzato.

All’epoca si raccontava un aneddoto che proprio non so dire se fosse vero. Si diceva, appunto, che Bowie, volendo cambiare modo di proporsi al pubblico, decise di ricominciare la sua carriera là dove tutto era iniziato e ricominciò a suonare sotto falso nome e con un travestimento atto a renderlo irriconoscibile nei pub inglesi. Voleva mettersi alla prova, dimostrare di essere bravo a prescindere dai meriti pregressi e dalla fama acquisita. Avrei voluto vedere la faccia dell’impresario teatrale che, pensando di avere fatto una nuova scoperta e volendola mettere sotto contratto, si trovò di fronte David Bowie!

Voglio ricordarlo con il video di uno dei concerti del tour sopra citato. È un po’ lungo ma, credetemi, ne vale veramente la pena.

Scaletta

  1. Space Oddity
  2. Changes
  3. TVC 15
  4. Rebel Rebel
  5. Be My Wife
  6. Ashes To Ashes
  7. Starman
  8. Fashion
  9. Life On Mars?
  10. Blue Jean
  11. Let’s Dance
  12. Stay
  13. Band Intro
  14. China Girl
  15. Sound And Vision
  16. Ziggy Stardust
  17. Station To Station
  18. Young Americans
  19. Suffragette City
  20. Fame
  21. “Heroes”
  22. Panic In Detroit
  23. Pretty Pink Rose
  24. Modern Love
  25. The Jean Genie
  26. Rock’n’Roll Suicide

Il porto di Buenos Aires intorno al 1900, con i carretti che trasportano gli emigranti sulla terraferma

Dopo Gli Emigranti di Edmondo De Amicis, è la volta di una poesia scritta pochi anni dopo (siamo nel 1908) da Dino Campana. L’argomento è lo stesso, ma lo stile è completamente differente.

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Tommaso Nencioni e Stefano Poggi, Il Manifesto, 9 gennaio 2016

Nell’analisi dei ripetuti passi indietro compiuti dalla sinistra del nostro Paese, non si possono certo trascurare le responsabilità di gruppi dirigenti provenienti da una stagione non solo archiviata, ma annegata in un vasto mare di sconfitte l’una all’altra concatenate. In questo contesto viene da chiedersi che senso abbia anche solo ipotizzare la riproposizione idealizzata di un centro-sinistra in salsa ulivista, come se il quadrilatero delimitato da privatizzazioni, guerre umanitarie, destrutturazione del lavoro e infeudamento della sovranità democratica non rappresentasse un consuntivo sufficiente a dichiararne il fallimento. All’interno di quel recinto — sarebbe ormai l’ora di prenderne atto — non solo si è consumato il lento sacrificio della sinistra storica sull’altare della governabilità, ma il Paese intero ha iniziato a subire un’asfissia della quale ora paghiamo intero il conto, al di là dalla retorica del “governo dei migliori” che ha accompagnato per un ventennio quell’esperimento.

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Come si presenta una mappa d’archivio della biblioteca di New York digitalizzata

Grazie a Giorgia Furlan di Left (L’archivio della biblioteca di New York va online e si trasforma in una camera delle meraviglie 2.0) scopro qualcosa che per me ha un fascino incredibile, perché unisce l’antico con il moderno, la quantità con la qualità e scatena i miei più biechi istinti di pedante ricercatore (o forse collezionista di una nuova specie: quella dell’archivista digitale). e in più… somiglia a un videogame.

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La partenza degli emigranti italiani per l’America. Particolare di un dipinto di Angelo Tommasi del 1896 (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna)

Nel 1884, Edmondo De Amicis, scrittore e giornalista, decise di imbarcarsi su un piroscafo che trasportava in Argentina, oltre ai passeggeri che viaggiavano per affari o diletto, anche circa 1500 nostri connazionali emigranti. De Amicis voleva documentare, con un’approfondita inchiesta giornalistica, un fenomeno di dimensioni sempre più imponenti e che, a cavallo dei due secoli, avrebbe influito profondamente sulle sorti del nostro paese. Cinque anni più tardi, sulla scia (è proprio il caso di dirlo!) di questa esperienza, De Amicis pubblicò il romanzo Sull’Oceano.

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Cucchi

Roberto Sommella, Huffington Post, 5 gennaio 2016

Europa dei cerchi concentrici

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Non deve essere la Cina e la sua economia ombra in frenata a far paura a noi europei e ai mercati. Di incertezze provenienti dall’anno passato questo brevissimo scorcio di 2016 ne ha già ereditato un bel numero: se Pechino frena, i Brics non corrono, il Brasile e’ destinato a diventare un problema, la guerra all’Isis sta diventando globale all’interno stesso del mondo arabo.

Sono di fatto variabili incontrollabili. Ma Schengen no. Se salta il Trattato sulla libera circolazione delle persone, che è la base di tutto quanto è stato costruito nell’Unione Europea negli ultimi anni, anche e soprattutto a livello finanziario, salta direttamente l’euro. La convocazione di un vertice straordinario a Bruxelles, dopo la decisione della Danimarca e della Svezia di ripristinare di fatto i controlli alle frontiere, sembra in questo senso per ora poca cosa perché Bruxelles avrà vita assai difficile a convincere i paesi scandinavi a tornare sui loro passi, visto che persino la Finlandia, membro della moneta unica e storico alleato del rigore tedesco, sta considerando di uscire. Senza una vera presa di coscienza che questo sarà l’anno cruciale per la sopravvivenza del progetto comunitario ogni meeting sarà un inutile successione di dichiarazioni. Privare gli individui della libertà di movimento significherà trasformare l’euro, che abbiamo tutti in tasca, in un inutile monile di nickel buono per i musei.

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Khalid Chaouki, Huffington Post, 5 gennaio 2016

Dopo il filo spinato di Orban, la gendarmerie a Ventimiglia, i controlli rafforzati lungo il confine austriaco, arriva il blocco della libera circolazione lungo il Ponte di Oresund. Otto chilometri di strada sospesa tra Copenhagen e Malmoe, una delle città più multietniche della Svezia. Un ponte simbolo di unione tra Paesi fratelli, Danimarca e Svezia, che hanno deciso di sfidare la separazione dettata dal mar Baltico grazie ad un ingente finanziamento europeo pari a 4 miliardi di euro.

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