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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 22 febbraio 2012 (http://www.albasoggettopoliticonuovo.it/)

Il breve docu­mento che con­clude il primo passo della dif­fi­ci­lis­sima trat­ta­tiva tra la Ue e la Gre­cia è già oggetto, com’era pre­ve­di­bile, di una feroce bat­ta­glia media­tica. La chiave di let­tura di Varoufa­kis è quella dai toni più rea­li­stici e sin­ceri, all’insegna della tra­spa­renza che ha carat­te­rizzato l’operato della dele­ga­zione greca ai tavoli di Bru­xel­les e che da sola segna una rile­vante novità.

«Saremo coau­tori della nostra lista di riforme – ha dichia­rato il mini­stro delle finanze greco — non segui­remo più un copione datoci da agen­zie esterne». Que­sta in effetti è l’essenza del com­pro­messo rag­giunto venerdì.

Wolfgang Schauble e Yanis Varoufakis

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Grecia Europa

La sensazione che provo è strana e difficilmente definibile. Penso infatti che, se l’Europa continuerà con queste pratiche dirigistiche, scarsamente democratiche se non addirittura antidemocratiche, prima o poi sarà destinata a implodere e quello che era il sogno di un continente unito, pacifico e creatore di diritti e benessere rischierà di naufragare definitivamente. In estrema sintesi, il comportamento delle istituzioni europee di questi giorni sembra riconducibile al vecchio slogan: “Colpire uno per educarne molti“. I molti, in questo caso sono principalmente i cittadini dei paesi del Sud Europa.

Se, da un lato, è ovvio e auspicabile che ci debbano essere regole condivise è altrettanto ovvio e auspicabile che queste regole vadano applicate tenendo conto del quadro reale, dei mutamenti del contesto politico. L’Europa non è una federazione di Stati, in cui esistono vincoli solidaristici. Ma non è neanche una semplice associazione di Stati, visto che buona parte dei paesi che la compongono ha una moneta in comune. Questo hybridus che non ha riscontri né modelli nella storia, non può essere gestito in modo rigido e schematico, imponendo dictati (in questo senso etimologico leggo l’uso che Alfonso Gianni fa della parola “dittatura”) cui tutti si debbano adeguare.

Alle ultime elezioni il popolo greco è stato chiaro: ha scelto uomini e programmi per rimanere in Europa, ma rivedendo le modalità di adesione all’euro e proponendo una maggiore flessibilità nella gestione della politica economica. Le prime dichiarazioni di Tsipras e Varoufakis finora sono andate in questo senso, come da copione, ma si sono scontrate contro il muro di gomma della sordità dei decisori europei.

La faccio breve, perché è argomento sul quale potrei scrivere decine se non centinaia di pagine, e propongo solo un ultima riflessione: viviamo in un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno della massima compattezza. e dovrebbe fare di tutto per rafforzare il propri o Una guerra si sta combattendo in Ucraina, e si è scatenata a causa della mancanza di una comune visione europea. Si sta parlando di un intervento militare in Libia e, anche in questo caso, la situazione è degenerata a causa delle scelte nazionali di alcuni paesi europei. In entrambi i casi, chi ne sosterrà maggiormente i costi (non parlo solo di quelli economici, è ovvio) saranno i paesi periferici dell’Unione europea. I singoli paesi non riescono a condizionare la politica della Nato, che, a partire dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, ha cambiato pelle ed è divenuta sostanzialmente un’estensione della politica estera statunitense; l’Europa, se fosse unita, potrebbe farlo. La domanda a questo punto sorge spontanea: vuole farlo?

Di seguito l’articolo di Alfonso Gianni, con il quale mi trovo in totale sintonia.

Alfonso Gianni, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Dopo gli incon­tri della scorsa set­ti­mana fra Ue e governo greco, si era sparso un certo otti­mi­smo e ali­men­tata la spe­ranza di un «pro­fumo d’accordo». C’era anche stato chi aveva pen­sato che la riu­nione di ieri all’Eurogruppo sarebbe risul­tata già deci­siva per siglare un’intesa. Al con­tra­rio, pare pro­prio che quel pro­fumo sia rapi­da­mente sva­po­rato. D’altro canto la riu­nione era comin­ciata con le peg­giori pre­messe pre­an­nun­ciando una pesante e dram­ma­tica rot­tura della trattativa.

Il mini­stro della finanze tede­sco Wol­fgang Schau­ble ha bat­tuto con insi­stenza sui tasti dello scet­ti­ci­smo e della intran­si­genza, giun­gendo a qua­li­fi­care il governo greco come «un ese­cu­tivo irre­spon­sa­bile» per­ché rima­sto fermo sulle sue posi­zioni. Non c’è da stu­pirsi. Si tratta solo di una delle tante varianti dello spi­rito a-democratico che anima le éli­tes euro­pee, in par­ti­co­lare quelle tede­sche. Schau­ble aveva già dichia­rato che per lui le ele­zioni gre­che era come se non esi­stes­sero. E oggi riba­di­sce che è irre­spon­sa­bile il governo greco che vuole coe­ren­te­mente appli­care il man­dato elet­to­rale e non accet­tare i dik­tat della Troika.

Dun­que nulla di fatto. Anzi un arre­tra­mento. La Troika che pareva uscita dalla porta, rien­tra dalla fine­stra. Il docu­mento pre­sen­tato al governo greco riba­di­sce infatti che il pro­gramma della Troika resta e andrebbe esteso per sei mesi.

Il governo greco dovrebbe rinun­ciare a qua­lun­que tipo di azione uni­la­te­rale. In altre parole dovrebbe rinun­ciare a gover­nare, se non sotto det­ta­tura. Infatti il docu­mento espli­cita che sono neces­sa­rie intese con i part­ners euro­pei e inter­na­zio­nali per assu­mere ini­zia­tive in par­ti­co­lare sul tema della poli­tica fiscale, delle pri­va­tiz­za­zioni, del mer­cato del lavoro, del set­tore finan­zia­rio, delle pen­sioni. L’analogia con i temi citati dalla fami­ge­rata let­tera della Bce al governo Ber­lu­sconi dei primi di ago­sto del 2011 è molto forte, a dimo­stra­zione per­sino della scarsa fan­ta­sia della buro­cra­zia di Bruxelles.

Infine il docu­mento Ue pre­cisa che ogni age­vo­la­zione finan­zia­ria da parte della Bce e degli altri organi euro­pei avverrà solo a fronte del esten­sione di sei mesi del pro­gramma della Troika, che dovranno essere usati per la rica­pi­ta­liz­za­zione delle ban­che e saranno con­cesse sulla base di deci­sioni delle isti­tu­zioni euro­pee e dello stesso Eurogruppo.

Come si vede una pro­po­sta cape­stro che il governo greco ha giu­sta­mente respinto con grande riso­lu­tezza, giu­di­can­dola «assurda e inaccettabile».

Il ten­ta­tivo di media­zione avan­zato per conto della Fran­cia dal mini­stro delle Finanze Michel Sapin è andato, per ora, a sbat­tere con­tro il muro della intran­si­genza tedesca.

Tut­ta­via non è l’ultima riu­nione. Altre ce ne saranno. Si tratta di capire se l’irrigidimento tede­sco fa parte di una pura tat­tica o è una posi­zione ina­mo­vi­bile, legata magari anche ai recen­tis­simi insuc­cessi elet­to­rali della Mer­kel ad Amburgo, una scon­fitta sto­rica per la can­cel­liera. Ma molto può fare la mobi­li­ta­zione inter­na­zio­nale comin­ciata con le mani­fe­sta­zioni di san Valentino.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 febbraio 2015

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

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Di Alfonso Gianni, MicroMega online, 21 maggio 2014

L’idillio fra Renzi e i mercati finanziari internazionali è durato davvero poco. Non sappiamo ancora se è vera rottura, ma certamente, dopo la stima negativa della crescita del Pil nel primo trimestre dell’anno in corso, le passioni si sono raggelate. Non c’è da stupirsi. Nulla è stato fatto per invertire le cause profonde della crisi italiana, che si sommano a quelle della crisi economica internazionale ed europea.

L’inconsistenza delle promesse di Renzi è stata messa a nudo. Gli atti rilevanti dal punto di vista normativo in campo economico si riducono solo a due, anche se di notevole peso e significato: il Documento di economia e finanza (Def) e il decreto 34/2014 presentato dal ministro del lavoro Poletti. 

Guardando soprattutto al secondo, che cronologicamente è giunto prima, si ha una buona visione del cambio di passo che contraddistingue il governo Renzi da quelli postberlusconiani che l’hanno preceduto. E si comprende anche la ragione per cui quel provvedimento è stato bene accolto dalle cancellerie dei maggiori paesi europei visitati da Matteo Renzi.

Le elites dominanti nella Ue, delle quali Renzi aspira con buone possibilità fare parte, si sono infatti accorte da tempo che la finzione della “austerità espansiva” era diventata uno slogan molto logoro e niente affatto convincente. Ci hanno pensato le varie statistiche ufficiali a seppellirlo. Sono cresciute disoccupazione, precarietà e diseguaglianze e contemporaneamente il debito pubblico. Per questo dal cilindro hanno estratto una nuova illusionistica parola d’ordine, quella della “precarietà espansiva”. Si tratterebbe di dare un colpo definitivo a ciò che resta dei diritti e dei vincoli – a seconda del punto di vista dal quale li si guarda – esistenti e resistenti sul mercato del lavoro e questo darebbe per incanto forza a quei borbottii di fondo che alcuni economisti compiacenti scambiano per segnali di un’imminente ripresa. Gli “spiriti animali” del capitalismo imprenditoriale tornerebbero ad animarsi e una nuova “distruzione creatrice” sarebbe alle porte. Questa sarebbe la riforma strutturale che più o meno direttamente ci chiede l’Europa e su cui indubbiamente il governo Renzi ha mostrato di porsi con spavalderia alla avanguardia.

Il decreto Poletti interviene sia sui contratti a termine sia su quelli di apprendistato. In entrambi i casi in modo devastante. Nella sostanza, nel primo caso viene fatta sparire ogni causale per l’assunzione a tempo determinato, malgrado quest’ultima fosse già alquanto generica. Si permette invece “l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe”, cinque per l’esattezza, norma che viene estesa anche ai contratti interinali. 

Ma i trentasei mesi qui previsti sono piuttosto il limite minimo anziché quello massimo, dal momento che tale limite è superabile per alcune categorie di lavoratori e per tutti qualora intervengano esplicite deroghe all’interno di “contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale”. La famosa contrattazione in peius. Ma non è finita. Il testo del decreto stabilisce che si possono assumere lavoratori con contratto a termine solo entro un tetto del 20% sul complesso dei lavoratori occupati in azienda. La norma in questo caso interviene peggiorando l’esito della contrattazione che già prevedeva un tetto ma in misura inferiore (in media il 10-15% dell’organico) e che peraltro non ha funzionato per la mancanza assoluta di trasparenza sui dati e quindi per l’assenza di controlli. Siamo fuori dalla stessa normativa europea. Da qui la giusta denuncia per inadempienza e violazione di quelle norme lanciata da diversi giuristi.

Il governo finge di non rendersi conto che in Italia da diversi anni la crescita del Pil è assai più bassa della media europea, mentre le ore lavorate per ogni singolo lavoratore sono altissime. Ad esempio in Germania sono 1400 all’anno, in Italia 1800. L’intensificazione dello sfruttamento di pochi e la disoccupazione e la precarizzazione di molti non fa ripartire l’economia. Il tasso di variazione del lavoro temporaneo in Italia, tra il 1990 e il 2012, è del 164%, contro una media europea del 34,5%. La stessa Irlanda, un altro dei paesi Piigs, ha avuto un tasso di crescita del 19.7%. Si può e si deve osservare che in Italia nel 1990 la presenza di lavoro temporaneo era inferiore che in altri paesi – anche se eravamo nel momento del boom dei contratti di formazione-lavoro – e quindi il tasso di variazione è più alto perché parte da livelli inferiori, ma ciò non toglie che ha fatto balzi da gigante, mentre la nostra economia ha continuato a deperire, non malgrado, ma anche grazie, seppure non esclusivamente, alla liberalizzazione e alla precarizzazione nel mercato del lavoro.

La stessa logica distruttiva di ogni garanzia pervade anche la parte del decreto dedicata all’apprendistato. In sostanza il contenuto specifico del rapporto di lavoro di apprendistato viene svuotato. Il datore di lavoro vede invece accresciute le sue convenienze, dal momento che può retribuire il lavoratore con solo il 65% dello stipendio dovuto e nello stesso tempo continua a scaricare quasi l’intero peso della contribuzione previdenziale ed assicurativa sulle spalle dello Stato. Anche questa nuova norma è del tutto al di fuori della normativa comunitaria, poiché non si presenta come finalizzata alla creazione netta di nuovi posti di lavoro, ma casomai allo scambio tra occupazione stabile e occupazione precaria.

Ma la linea di Renzi non si rifà al semplice neoliberismo, ma piuttosto andrebbe definita come social-liberista, ovvero più liberista del liberismo per quanto riguarda il mito della concorrenza e delle privatizzazioni, ma con una certa sensibilità sociale, per evitare ribellioni popolari. Così, mentre si calca la mano sulle controriforme strutturali, si cerca di recuperare consenso giocando la carta della redistribuzione. Ecco quindi comparire la mossa degli 80 euro in busta paga. Una “quattordicesima preelettorale” si è giustamente detto, dal momento che questa non è ancora – né si sa se mai lo sarà – una misura strutturale, ma pur sempre una cifra che nemmeno un rinnovo contrattuale è riuscito a dare da tempo immemorabile.

Sarebbe del tutto sbagliato però limitare la critica al provvedimento renziano – al fatto che esso lascia scoperti i precari, i disoccupati che non ricevono indennità, gli anziani, gli incapienti. Tutte cose indubbiamente vere. Ma c’è dell’altro. Da dove vengono le risorse per garantire questi 80 euro in busta paga? Ed è qui che l’“anima sociale” del social-liberismo renziano torna ad essere più evanescente che reale. 

Già a un primo esame del Documento di economia e finanza (Def) la propaganda renziana risulta assai vacillante. Il costo dell’operazione degli 80 euro è per ora stimato in 6,6 miliardi. Se calcolati lungo un intero anno si tratta di 10 miliardi. Le coperture sono previste solo per la parte dell’anno che manca. Si conta di ricavare dalla spending review del commissario Cottarelli 4,5 miliardi, in base a tagli presentati come definitivi; un altro miliardo dovrebbe giungere dall’incremento dell’aliquota al 26% sulle plusvalenze che le banche realizzeranno a seguito della rivalutazione delle loro quote gentilmente concessa in Bankitalia dal precedente governo Letta; il resto è legato ai maggiori introiti dell’Iva generati dal pagamento di circa 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione. 

Il punto dolente in questo questo quadro è ovviamente rappresentato dalla spending review. Come verrà fatta? Come e da dove verranno estratti i 4,5 miliardi previsti? Qui spesso Renzi è intervenuto per tacitare le imprudenti dichiarazioni di Cottarelli sul taglio di ben 85mila posti di lavoro nella Pubblica amministrazione nel giro di tre anni. “Decido io!” ha ripetuto Renzi, ma simile esternazione di decisionismo, pur coerente con il profilo del personaggio, non ha tranquillizzato proprio nessuno, neppure i troppo placidi sindacati. In ogni caso, per l’immediato, saranno il pubblico impiego e la sanità ad offrire il maggiore contributo. Il Servizio sanitario nazionale verrà taglieggiato per cifre che oscillano fra uno o due miliardi. Il pubblico impiego, oltre alla misura del tetto dei manager (che riproduce in modo più generoso quella già decisa dal secondo governo Prodi, con eccezione delle società quotate in Borsa, e che venne elusa dai governi successivi), subirà tagli negli stipendi per almeno un altro miliardo. Va ricordato che in questo settore i contratti non vengono rinnovati dal 2010 e che il numero dei dipendenti, come dice il Def, è già in sensibile diminuzione negli ultimi anni; altri 800 milioni deriveranno da tagli lineari di acquisti in tutte le amministrazioni; infine 600 milioni di risparmi dovrebbero giungere dalla Difesa, ma più in termini di riduzione di nuovi arruolamenti che non di acquisti di sistemi d’arma. 

Conviene ora guardare anche alla questione Irap, punto nodale della strategia renziana volta ad accontentare tutti, padroni e operai, in modo da fare sparire nei fatti ogni discriminante fra destra e sinistra. Il Presidente del Consiglio conferma un taglio del 10% dell’Irap, probabilmente finanziata con l’aumento dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, esclusi i titoli di Stato. Ma qui i conti davvero non tornano: la previsione governativa del costo del taglio della tassa si aggira sui 2,4 miliardi, ma la Ragioneria stima che il gettito della prevista copertura non supererà 1,4 miliardi. Un miliardo che balla dunque e che si aggiunge ad altri che muovono la stampa più informata a prevedere una nuova manovra correttiva del governo nei prossimi mesi attorno ai 4-5 miliardi.

Certo, il governo rilancia alla grande la politica delle privatizzazioni, quindi della vendita delle partecipazioni del Tesoro nelle società che contano, come Fincantieri o Eni, con la conseguenza prevedibile che ciò che si incassa oggi, lo si perde moltiplicato per molte volte poi, in termini di diversi milioni di euro all’anno di mancati o minori dividendi. La classica operazione a perdere della vendita dei gioielli di famiglia. Intanto nel Def viene scritto che queste frutteranno 12 miliardi di euro l’anno dal 2014 al 2018, previsione del tutto opinabile poiché non si fonda su alcuna base neppure probabilistica dotata di un minimo di attendibilità.

Del resto, per tornare sulla questione degli 80 euro, non bisogna dimenticare gli effetti prodotti dalle nuove forme di tassazione introdotte dal passato governo Letta. Queste probabilmente si mangeranno nei prossimi otto mesi oltre il 40 per cento del bonus degli 80 euro previsti dal governo Renzi. Se con una mano il contribuente beneficerà dell’aumento mensile con l’altra dovrà tirare fuori 35 euro in più al mese rispetto allo scorso anno, tra l’introduzione della Tasi e le addizionali Irpef regionali.

Circola uno studio della Uil – malgrado l’entusiasmo filogovernativo del suo segretario generale – che prende in esame il lavoratore medio dipendente, quello insomma che beneficerà del bonus, che guadagna 18 mila euro lordi l’anno e ha una casa di proprietà in una zona semiperiferica. Una condizione modesta e alquanto diffusa, che gli consente di entrare in pieno nel target del governo e di beneficiare del bonus, che con ogni probabilità verrà esposto alle voracità dei Comuni, molti dei quali stanno mettendo in atto aumenti della Tasi e addizionali e delle Regioni che sono costrette a ricorrere al rincaro delle aliquote. Calcolando la spesa sull’intero anno si scopre che il lavoratore dipendente medio si troverà in tasca 640 euro in più ai quali però dovrà sottrarre 278 euro (Tasi più addizionali comunali Irpef) per un totale di 362 euro. Ciò significa la riduzione al 56% dei benefici. Il guadagno in busta paga, dunque, in realtà si dimezzerebbe.

Insomma effetti espansivi non se ne vedono dalla manovra del governo. Anzi. Non c’è da stupirsi, poiché la buona teoria economica ci insegna che le riduzioni della pressione fiscale finanziate da tagli di pari importo della spesa pubblica hanno di norma effetti recessivi. Del resto vi è uno studio del Fmi risalente al luglio 2012 che dice, facendo riferimento esplicito al caso italiano, che un taglio ipotetico della spesa pubblica per 10 miliardi di euro determinerebbe una contrazione del Pil di ben 15 miliardi, mentre una riduzione della pressione fiscale di 10 miliardi non porterebbe ad un aumento del Pil superiore ai 2 miliardi. In altre parole gli effetti espansivi dell’aumento della spesa pubblica, ovviamente fatta con criteri mirati ed innovativi, sono comunque sensibilmente superiori dal punto di vista degli stimoli all’economia di quanto non lo siano le riduzioni della pressione fiscale, che non si traduce mai interamente in nuovi consumi, e viceversa. 

Quindi il governo avrebbe dovuto finanziare la misura degli 80 euro in deficit, se avesse voluto compiere una vera manovra anticiclica e dare un autentico sollievo sociale ai redditi più bassi. Ma così non può avvenire per mancanza di cultura economica e per i vincoli imposti dalla Ue e pedissequamente accettati.

Ma tutto ciò non significa ancora che lo stellone di Renzi ne esca del tutto sfocato. Il suo consenso permane se perdura l’insipienza e la debolezza della sinistra d’opposizione. Quella che oggi si raccoglie attorno alla lista L’altra Europa con Tsipra potrebbe diventare finalmente un punto di ricostruzione di una sinistra degna di questo nome nel nostro paese, oltre che portare il suo contributo in Europa. La condizione è che comprenda fino in fondo che la partita non si gioca solo sul terreno della redistribuzione per via fiscale della ricchezza prodotta – sul quale il governo Renzi comanda il gioco e distribuisce le carte – quanto su quello dei rapporti fra capitale e lavoro, ovvero di quanto va al profitto e quanto al salario. 

E’ evidente che un simile compito non può essere assunto solo da una forza politica, anche se fosse consistente, estesa e ramificata. Ci vuole un sindacato che riacquisti autorità e potere sulla questione salariale, su quelle della prestazione lavorativa, sulle normative in termini di assunzioni e di mercato del lavoro. L’investimento di speranza fatto sulla Fiom è esattamente questo. Infatti il ruolo politico del sindacato – di cui si è tanto parlato negli anni settanta e che è stato tanta parte del “caso italiano” – privato di questa forza contrattuale si rovescia nel suo contrario. Da elemento di contestazione delle politiche economiche dominanti a elemento subordinato nel governo allargato dell’economia. Paradossalmente il decisionismo renziano che scavalca da destra ogni pratica concertativa, potrebbe essere l’occasione affinché il sindacato ricostruisca le sue ragioni d’essere, la sua mission, e rilanci una propria capacità di conflittualità, sul terreno europeo e non solo nazionale.

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