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Posts Tagged ‘Altiero Spinelli’

Paolo Ciofi, 3 marzo 2016

Altiero Spinelli, confinato a Ponza nel giorno del suo trentunesimo compleanno

Le scoperte di Scalfari – è cosa nota – hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece – sono parole sue – il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.

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La vittoria del NO al referendum greco non rappresenta certo la soluzione di tutti i problemi, ma apre alcuni possibili e interessanti scenari. Non ho certo la pretesa di saperli illustrare tutti e neppure quella di essere assolutamente imparziale (vivo, sono partigiano…). Voglio però cercare di cimentarmi con quelle che potrebbero essere le future scelte e le loro implicazioni.

Il voto greco è stato un voto per l’Europa, non contro l’Europa, nonostante il tentativo di farlo passare come un plebiscito fra euro e dracma. I greci hanno sostanzialmente ribadito a gran voce di voler rimanere nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, ma hanno contestato modi e forme di questa loro permanenza. Chi la pensasse in maniera diversa, evidentemente non ha capito nulla dello spirito referendario. Ma i greci hanno anche dichiarato, implicitamente, a quale modello di Europa vogliono appartenere: all’Europa dei popoli, non a quella delle banche e delle finanziarie.

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Nei giorni scorsi ho cercato di dare il massimo rilievo possibile, nel mio piccolo blog, al dibattito in corso sul referendum greco. Un dibattito che ha avuto una distorsione mediatica senza precedenti, in tutti i paesi europei, volta a sponsorizzare le ragioni del “SI” a discapito di quelle del “NO” e rendere, in questo modo invisa la posizione del governo Tsipras (che, occorre ricordarlo sempre, è stato eletto meno di sei mesi fa con una maggioranza schiacciante). Ci sono state notevoli ingerenze, diciamo così irrituali, da parte di importanti esponenti politici di altri paesi, che vanno ben oltre a semplici dichiarazioni d’auspicio per la vittoria del “SI”. Una distorsione della comunicazione, a onor del vero, in entrambi i sensi (Il Sole 24 Ore, Ma qual è il vero tallone d’Achille dell’euro?), tipica di questi tempi di spettacolarizzazione della politica, che porta spettatori e attori a doversi schierare. E quale soluzione migliore di un referendum per incentrare l’attenzione sul problema? Tsipras sta forzando il suo popolo alla sintesi plebiscitaria e può uscirne da trionfatore assoluto o con una sconfitta limitata (non dimentichiamo che Varoufakis è un grande esperto di teoria dei giochi e sicuramente avrà espresso il suo parere). In questo mi permetto di dissentire dall’articolo apparso sulla rivista Il Mulino (versione online), La retorica della sovranità popolare, che a mio avviso sottovaluta questo aspetto.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Lettera inviata in adesione all’appello “Io rinuncio al mio credito greco“, pubblicata quasi integralmente sul Manifesto del 25 giugno a pagina 3.

Gentili signori,

da tempo sto assistendo con vivissima preoccupazione agli sviluppi dei rapporti fra l’Unione Europea e la Grecia.
Da convinto assertore delle idee di Altiero Spinelli ho quindi deciso di levare la mia voce di cittadino europeo per contestare le scelte di Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Questi tre organismi stanno promuovendo soluzioni inefficaci: lo dimostrano i risultati finora ottenuti e non c’è bisogno di scomodare dottrine economiche né ideologie per verificarlo. Ovunque siano state applicate le misure proposte dalla cosiddetta “troika” sono aumentate disoccupazione, disagio sociale e si riscontra una preoccupante crescita, anche in termini elettorali, di forze politiche xenofobe e antieuropee.
Alexis Tispras e Yanis Varoufakis stanno combattendo una battaglia di idee e per la democrazia, cercando di dimostrare che l’integrazione europea può e deve essere fatta attraverso la ricerca del consenso dei popoli d’Europa. E’ una battaglia per la democrazia, prima di tutto, e la stanno conducendo in nome e per conto del loro popolo, che li ha liberamente eletti.
Lasciare sola la Grecia significa abbandonare il progetto di un’Europa dei popoli, che fu non solo di Spinelli, ma anche di De Gasperi, Monnet, Spaak, Shumann, Adenauer. E significa anche mettere a rischio di implosione l’intera costruzione europea, perché un progetto politico che non si basi sul consenso è, prima o poi, destinato a fallire, per quanto esso sia grandioso.
Vi prego, quindi, di tentare ogni possibile soluzione politica perché si inverta l’attuale tendenza, sfruttando l’autorevolezza che deriva dall’essere uno dei paesi fondatori della Comunità europea. Ne va del destino comune di tutti noi, cittadini europei.
Con l’augurio di buon lavoro
Alberto Soave

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Paolo Ciofi, controlacrisi.org, 7 marzo 2015
[Fonte: www.paolociofi.it, da cui è scaricabile il PDF]

Una suggestiva inquadratura dello sguardo di Enrico Berlinguer

1. Enrico Berlinguer è stato senza dubbio una delle personalità politiche più rilevanti nella seconda metà del Novecento. Soprattutto per aver posto nel cuore dell’Europa, non in termini di pura ricerca intellettuale bensì di lotta politica concreta che ha mobilitato milioni di donne e di uomini, il problema della costruzione di una civiltà più avanzata oltre le colonne d’Ercole dell’ordinamento del capitale, dichiarate invalicabili dalla dogmatica del pensiero dominante.

Un «nuovo socialismo» e dunque, come Berlinguer stesso più volte ha sottolineato, una nuova gerarchia di valori, che abbia al centro l’uomo e il lavoro umano, che esalti «le virtù più alte dell’uomo»: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la giustizia. Forse il punto più alto toccato dalla politica europea nel secolo passato. E forse proprio perciò, in questo tempo buio di crisi del Vecchio Continente e della stessa idea di Europa, oggi maggiormente trascurato, nonostante le numerose e importanti iniziative che nel trentennale della morte hanno segnato in Italia un ritorno del suo pensiero e della sua alta visione della politica.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Venerdì a Roma un convegno su «Enrico Berlinguer e l’Europa»

Enrico Ber­lin­guer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza pos­sono essere utili ancora oggi. Anche per quel che con­cerne la poli­tica inter­na­zio­nale – vera e pro­pria pas­sione del comu­ni­sta sardo e pal­co­sce­nico cen­trale della sua atti­vità poli­tica – e in par­ti­co­lare lo sce­na­rio euro­peo, le pro­spet­tive della sini­stra oggi in Europa, dopo la vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia. È a par­tire da que­ste con­vin­zioni che Futura Uma­nità, l’associazione nata per stu­diare e dif­fon­dere «la sto­ria e la memo­ria del Pci», insieme alle fon­da­zioni e agli isti­tuti cul­tu­rali della Linke e di Syriza e al gruppo par­la­men­tare euro­peo Gue/Ngl, hanno pro­mosso un incon­tro inter­na­zio­nale in pro­gramma per venerdì pros­simo a Roma (Audi­to­rium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricor­dare l’eurocomunismo di Ber­lin­guer, il suo dia­logo con le cor­renti di sini­stra delle social­de­mo­cra­zie euro­pee, il suo pro­fi­cuo incon­tro con Altiero Spi­nelli; sia per valu­tare il cam­mino fatto e da fare per «la costru­zione di una sini­stra nuova in Europa», come recita una ses­sione del convegno.

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Dal numero 9 del settimanale “Sinistra Lavoro” (17 febbraio 2015) trascrivo il testo dell’intervento dal palco di Luciana Castellina, che credo non abbia bisogno di presentazione.

Mentre lo trascrivevo pensavo, fra me e me: sono passati solo quattro giorni, ma mi sembra trascorso tanto di quel tempo da sabato scorso. Sono infatti successe tante di quelle cose nel mondo che il tempo si è come dilatato.

Un’altra riflessione, molto più importante, è invece questa: trentuno anni fa – anche in questo caso il 14 febbraio, ma del 1984 – Altiero Spinelli pronunciava al Parlamento europeo un celebre discorso illustrando il Progetto di trattato che istituisce l’Unione europea. Questa ricorrenza di data potrebbe essere di buon auspicio: allora si ponevano le basi per l’unificazione politica dell’Europa; oggi, dopo poco più di una generazione, si stanno forse ponendo le basi per un profondo rinnovamento, per un cambio di marcia dell’Unione europea, visto l’esaurimento della spinta propulsiva di quella prima fase?

Luciana Castellina

Intervento dal palco di Luciana Castellina alla manifestazione nazionale del 14 febbraio

Non so se sono i greci che debbono ringraziarci per questa manifestazione grande, bella, unitaria che abbiamo promosso in tutta fretta perché a Bruxelles capissero bene che quanto lì si decide in questi giorni non riguarda solo Atene, ma tutti noi, tutti gli europei che vogliono un’Unione in grado di garantire più uguaglianza più democrazia più pace.

Un’Europa che almeno la smetta di ritenersi faro della civiltà quando è incapace di accogliere chi fugge da terre devastate dalla pesante eredità coloniale e dalle nostre più recenti, dissennate spedizioni militari. Proprio per questo sarebbe forse meglio dire che non sono i greci a dover ringraziare noi, ma noi che ringraziamo loro per quello che stanno facendo anche per noi, Noi che ringraziamo Aleksis e Yannis – (li chiamiamo ormai per nome perché non sono più solo compagni ma sono diventati amici).

Siamo noi che li ringraziamo perché lì a Bruxelles stanno combattendo anche per noi. Sono lì ed hanno avuto accesso a quelle stanze perché hanno avuto la forza ed il coraggio di sfidare Golia e la capacità di ricevere dal popolo greco la legittimazione a farlo. Sono lì a farsi ascoltare anche a nome nostro. (Direi che se la cavano piuttosto bene. La prova, lo sappiamo, è durissima, ma già dopo questi pochi/primi giorni sembrano procedere con fermezza, con la sicurezza di rodati statisti). Ne siamo orgogliosi e soddisfatti. (Avete visto le immagini in tv, sono loro a dominare la scena, e tutti si affrettano ad avvicinarsi a loro per stringergli la mano).

Perché hanno capito che i nostri amici hanno aperto un nuovo capitolo della storia dell’Unione europea: perché hanno avuto la determinazione – che fino ad oggi era mancata a tutti – di dire che così non va, che occorre cambiare proprio se si vuole salvare il progetto d’Europa. Non sono andati a Bruxelles a scusarsi per il loro debito e a mendicare aiuto, ma per dire alla troika che deve chiedere scusa.

Scusa per i danni che ha prodotto con le sue politiche. Scusa per essersi irresponsabilmente fidata di un governo corrotto e incapace. La catastrofe è oggi sotto gli occhi di tutti, Di anno in anno, dal 2008, le medicine di Bruxelles anziché alleviare i mali e avviare un nuovo corso hanno peggiorato la situazione della Grecia. Qualsiasi manager che avesse prodotto in quattro anni un crollo del Pil pari al 25% e ritenesse questo il metodo migliore per accumulare le risorse per ripagare un debito, verrebbe licenziato. Con tanto parlare di efficienza, il criterio potrebbe esser applicato anche ai funzionari di Bruxelles! Se hanno rovinato così la Grecia vanno messi in condizione di non nuocere più. È necessario farglielo capire.

Noi siamo qui per far sentire anche la nostra voce. Buon lavoro Alexis, buon lavoro Yannis.

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Poche settimane fa, su invito dell’ARCI regionale ligure, ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a un lungo incontro con Luciana Castellina. Oltre due ore di gradevole e profonda riflessione sul futuro della sinistra in Italia, sul ruolo dei partiti, su quello che tutti dovremmo fare per migliorare la situazione politica del nostro paese. Insomma, un vero e proprio “appuntamento con la storia” della sinistra nel nostro paese.

Poche ore dopo, in una mail definivo Castellina una giovane donna di ottantacinque anni. Ecco, giovane. Sicuramente molto più giovane ed entusiasta lei di molti rampanti trenta-quarantenni (se pensate che mi riferisca a lui… avete indovinato) che applicano pedissequamente ricette di economisti morti dimenticando che ogni paese rappresenta una situazione a sé, perché ha un vissuto dietro le spalle che ne condiziona presente e futuro.

Per me, una grande lezione e una grande ventata di energia.

Luciana Castellina

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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Esattamente trent’anni fa, era il 14 febbraio 1984, Altiero Spinelli prendeva la parola per presentare all’assemblea le conclusioni del lavoro della commissione incaricata di elaborare le riforme istituzionali, da lui presieduta. Nel discorso che riporto, Spinelli presenta il progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea (v. scheda del Parlamento Europeo). Di sicuro possiamo oggi dire che l’Europa attuale assomiglia ben poco a quella per la quale Spinelli lottò tutta la vita. Ma – se lo vorremo – possiamo ancora cambiare la situazione

Discorso pronunciato al Parlamento europeo nella seduta plenaria del 14 febbraio 1984

Altiero Spinelli al Parlamento Europeo

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la commissione per gli affari istituzionali ha portato a termine il mandato che quest’Assemblea gli aveva conferito. Oggi ho l’onore di chiedervi, in suo nome, di approvare la risoluzione che contiene il progetto di trattato che istituisce l’Unione.

Prima di cominciare la mia esposizione, mi si permetta di richiamare l’attenzione sul fatto che nella motivazione è stata tolta una linea. Essa ricordava il primo testo che sollevava il problema della riforma istituzionale e che è la proposta di risoluzione Van Aerssen del mese di settembre 1979. La linea soppressa verrà ristabilita.

Mi sia permesso fare un’osservazione preliminare concernente gli emendamenti, sui quali siete chiamati a pronunciarvi. Una prima categoria di emendamenti è costituita da modifiche stilistiche, che la commissione per gli affari istituzionali non ha avuto il tempo di incorporare nel testo e delle quali essa chiede l’adozione. Una seconda categoria è quella degli emendamenti che sottopongono di nuovo all’Assemblea soluzioni di ricambio che la commissione aveva già esaminato e rifiutato. La commissione non può che chiedere di respingerli, perché modificano testi che sono il frutto di compromessi talvolta complessi e delicati, che non è opportuno voler sconvolgere. Dal momento che dovremmo essere tutti consapevoli che questo progetto nasce dalla convergenza necessaria tra le idee di famiglie politiche differenti, chiederò piuttosto spesso agli autori degli emendamenti di volerli ritirare.

Un’ultima categoria concerne emendamenti che contengono alcune idee o sfumature nuove. La commissione propone che vengano adottati, o che venga adottato un emendamento di compromesso da lei stesso accettato, tutte le volte che gli emendamenti non modificano il significato globale degli articoli. Tra questi emendamenti, ce ne sono che riguardano l’articolo 82 del trattato e i paragrafi 2 e 3 della risoluzione, il cui accoglimento o il cui rifiuto ha conseguenze su tutto il significato politico del progetto. Ne parlerò fra poco.

Vengo così al tema centrale del nostro dibattito, che, essendo il quarto che l’Assemblea dedica a questo argomento, si concentrerà probabilmente sull’essenziale, che vorrei formulare in questo modo: qui, oggi, il Parlamento europeo deve spiegare con chiarezza e con fermezza le ragioni politiche della nostra iniziativa. Esso deve spiegarle a se stesso, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai partiti, alle forza sociali e soprattutto ai cittadini, nelle mani dei quali, fra quattro mesi, rimetteremo il mandato che avevamo sollecitato cinque anni fa. Con la mia introduzione al dibattito, intendo contribuire alla chiarezza e alla fermezza di questa spiegazione.

La nostra iniziativa istituzionale e il piano Genscher-Colombo sono nati quasi contemporaneamente un po’ più di due anni fa e hanno molte cose in comune. Le due iniziative partono dalla stessa percezione della contraddizione esistente tra il bisogno crescente di unità europea e il pericolo evidente che essa corre non solo di non avanzare, ma anche di indietreggiare. Tali iniziative vedono la ragione fondamentale di questa crisi in una definizione troppo ristretta degli scopi da raggiungere e in un metodo di lavoro poco efficace. Esse sono, conseguentemente, basate tutte e due su una riforma istituzionale. Esse hanno in comune anche l’acuta consapevolezza dell’impossibilità di pervenire ad un risultato senza un compromesso tra i partecipanti alla ricerca della soluzione.

I metodi seguiti nelle due ricerche sono stati, invece, molto differenti. I negoziatori del piano Genscher-Colombo, ministri e diplomatici, derivavano la loro legittimità dalla loro qualità di rappresentanti di Stati in quanto tali. Benché consapevoli di affrontare problemi di dimensione e di significato europei, essi erano tenuti tutti, per vocazione istituzionale, a vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva nazionale. Nella nostra iniziativa, noi derivavamo la nostra legittimità dalla nostra qualità di rappresentanti eletti dei cittadini della Comunità, di responsabili più autentici della democrazia europea nascente. Venuti dalla vita politica e sociale dei nostri paesi, siamo tutti consapevoli della necessità di farci carico dei problemi propri dei nostri rispettivi paesi. Ma la nostra vocazione istituzionale è vedere prioritariamente le cose nella loro prospettiva europea. Conosciamo ormai i risultati di questi due modi di procedere differenti. Nel corso della negoziazione del piano Genscher-Colombo, la prospettiva nazionale ha preso irresistibilmente il sopravvento. La europea si è progressivamente fatta da parte e la dichiarazione finale propone, praticamente, che venga rafforzata l’azione intergovernativa a scapito dell’azione soprannazionale. Nell’elaborazione dl progetto che voteremo questa sera, la prospettiva europea non solo non si è mai attenuata, ma è diventata più chiara, più sicura di sé, via via che il lavoro progrediva.

Il nostro progetto fa della Commissione un vero esecutivo politico, mantiene un ruolo legislativo e di bilancio per il Consiglio dell’Unione, ma lo definisce e lo limita, dà al Parlamento un vero potere legislativo e di bilancio, che esso divide con il Consiglio dell’Unione. Il nostro progetto riconosce l’esistenza di una sfera di problemi che saranno trattati dal Consiglio europeo con il metodo della cooperazione. Ma, da un lato, esso vieta al metodo intergovernativo di invadere il campo dell’azione comune e, da un altro lato, apre una porta che rende possibile il passaggio dalla cooperazione all’azione comune. In un certo senso è stato provvidenziale che tra Stoccarda, dove è stato votato il piano Genscher-Colombo, e Strasburgo, dove si vota oggi il progetto di trattato, si situi il Consiglio di Atene. Per il piano Genscher-Colombo, Atene è stata un vero e proprio “hic Rhodus, hic salta!”, e non ha saputo saltare. Esso aveva proposto di rafforzare il metodo intergovernativo, e Atene ha dimostrato l’impossibilità logica, oltre che politica, di concepire e di realizzare secondo questo metodo politiche di ampio respiri, che hanno bisogno di prolungarsi nel tempo, di fondarsi su larghi consensi, di spezzare certe rigidità nazionali. Ma il disastro di Atene ha mostrato anche, inaspettatamente, quel che i Consigli precedenti, sebbene sempre più paralitici, erano riusciti a velare pudicamente.

Per la prima volta, il Consiglio di Atene ha mostrato la possibilità della fine dell’unione realizzata nella Comunità e del ritorno ai sacrosanti egoismi nazionali. Tutti hanno avuto paura delle conseguenze di una scissione del genere e si sono messi alla ricerca dei mezzi per impedire l’affondamento della barca europea.

Il nostro progetto di trattato non sarebbe potuto apparire sulla scena politica in un momento più appropriato, visto che è la sola risposta politicamente e intellettualmente valida al fallimento di Atene. La nostra risposta è, come tutte le cose vere e autentiche, al tempo stesso semplice e difficile da digerirsi. Può essere riassunta in pochissime parole: gli affari di interesse comune possono essere gestiti validamente solo da un potere veramente comune. Chi cerca seriamente di uscire dal vicolo cieco di Atene deve aderire al nostro progetto, ma quanti tabù bisogna superare per vedere le cose evidenti!

Una volta approvato, il nostro progetto non dovrà andare al Consiglio, che lo trasmetterebbe ai rappresentanti diplomatici, i quali lo sezionerebbero e lo seppellirebbero. Noi lo faremo pervenire ai governi e ai parlamentari nazionali, chiedendo loro di avviare le procedure di ratifica.

La commissione per gli affari istituzionali vi propone di seguire questa via sostanzialmente per due ragioni, complementari tra loro. Da un lato, questo Parlamento eletto deve avere la consapevolezza chiara, precisa e fiera di essere la sola istanza europea in cui sono legittimamente rappresentati i cittadini d’Europa in quanto tali, secondo raggruppamenti politici che sono gli stessi di quelli che esistono nell’ambito nazionale. E’, conseguentemente, la sola istanza europea capace di elaborare un progetto costituzionale senza perdere di vista la prospettiva europea e con la partecipazione delle forze politiche di tutti i paesi membri. D’altra parte, i governi e i parlamenti nazionali sono evidentemente consapevoli della necessità di fare avanzare la costruzione europea, e dunque dire sì o no a un progetto europeo. Ma, se si mettono intorno ad un tavolo come ministri nazionali o delegazioni parlamentari nazionali per redigere un testo, essi possono solo provocare i riflessi nazionale di ogni ministro o di ogni delegazione parlamentare e riaprire automaticamente la discussione sulle rivendicazioni nazionali necessariamente divergenti. Il metodo della trattativa diplomatica farebbe rapidamente riprendere il sopravvento all’interesse nazionale e il progetto del Parlamento europeo verrebbe rapidamente ridotto a un documento di lavoro, per essere poi messo da parte.

Certo, non si può escludere che l’accoglimento del nostro progetto cozzi contro ostacoli del genere, che convenga al Parlamento riprenderlo, rimetterlo, per così dire, in cantiere, rimodellarlo. Ma aspettiamo di vedere, prima di decidere di farlo. Guardiamoci bene dal far discendere fin d’ora il nostro progetto, dal livello di progetto formale della sola Assemblea politica abilitata a proporre un testo istituzionale europeo, al livello di un documento di lavoro umilmente presentato da un’Assemblea poco sicura del suo diritto di redigerlo.

Mi sono soffermato su questo aspetto della nostra iniziativa, contenuto nei paragrafi 2 e 3 della risoluzione e nell’emendamento di compromesso che la nostra commissione raccomanda di approvare, perché l’emendamento Haagerup-Nord chiede esattamente quello di cui ho cercato di dimostrare l’incoerenza. Se questo emendamento dovesse essere approvato, dichiareremmo noi stessi che siamo incapaci di presentare un progetto valido. Probabilmente alcuni di noi, ed io in ogni caso, proveremmo una certa vergogna a mettere ancora i piedi in un parlamento capace di un simile atto di automutilazione e di autoderisione. Decideremo dunque, lo spero, di rivolgerci ai governi e ai parlamenti degli Stati membri per chiedere loro di assumere e di approvare il progetto.

La vera battaglia per l’Unione comincerà in quel momento, e il ruolo del Parlamento europeo continuerà a essere essenziale, visto che dovrà guidare e animare un’azione dura ed esigente, che potrà riuscire solo se sapremo essere tenaci.

I nostri gruppi politici saranno inviatati ad esercitare tutta la loro influenza sui loro partiti e, conseguentemente, sui gruppi politici omologhi nei parlamenti nazionali. Noi difenderemo e faremo conoscere il nostro progetto nella prossima campagna elettorale. Chiediamo, fin d’ora, che il futuro Parlamento prenda tutte le iniziative necessarie per superare gli ostacoli e ottenere le ratifiche. Richiamo la vostra attenzione anche sull’articolo 82 e sull’emendamento di compromesso che lo precisa e che la commissione per gli affari istituzionali vi chiede di approvare. Vi si dice che, per l’entrata in vigore del trattato tra i paesi che l’avranno ratificato, non è necessaria l’unanimità degli Stati membri attuali. Spetterà agli Stati che avranno ratificato il trattato fissare la data e la procedura dell’entrata in vigore di questo testo e negoziare nuovi rapporti con gli Stati che non avranno aderito. Richiamo la vostra attenzione sul fatto che questo quorum implica che gli Stati aderenti siano per lo meno sei, e sette in un’Europa a dodici, e quindi gli Stati più piccoli avranno la loro parola da dire in modo determinante.

Se lasciassimo sussistere un dubbio sulla possibilità di cominciare, anche se non si è al completo, metteremmo il successo dell’operazione non nelle mani dei più decisi, ma in quelle dei più esitanti, anzi dei possibili avversari, destinando così tutta l’impresa a un fallimento quasi certo.

Tra i paesi che esitano, penso – e non sono solo a pensarlo -, con un’attenzione, una tensione e un’angoscia particolari, alla Francia, a causa dell’importanza probabilmente decisiva che il suo comportamento avrà per tutti gli altri paesi della Comunità. Le esitazioni di molti nostri colleghi francesi in quest’Assemblea sono un segno evidente di esitazioni profonde tra i dirigenti del paese.

Ancora una volta, è quasi provvidenziale che la Francia eserciti la presidenza del Consilio in questo primo semestre del 1984, che comincia con la votazione di oggi sul progetto di trattato dell’Unione, si concluderà con le elezioni europee, e nel corso del quale nessuno può certo pretendere che vengano riparati tutti i danni accumulati ad Atene, e ben prima di Atene, ma si ha il diritto di aspettarsi che venga individuata ed indicata la strada da seguire per ripararli.

Il governo francese è dunque impegnato, in questi sei mesi, a meditare, con intensità ed immaginazione più grandi che negli anni scorsi, sulla crisi europea e sui mezzi per venire fuori. E’ opportuno, mi sembra, consigliargli di non aspettarsi granché dagli incontri bilaterali che persegue con tanta alacrità.

Certo, è possibile, anzi probabile, che, nel corso di questi incontri, vengano trovati un certo numero di compromessi a breve scadenza, ma si può essere sicuri che si tratterebbe di cattivi compromessi, perché rinvierebbero la crisi istituzionale di uno o due anni, il che la farà scoppiare in modo ancora più pericoloso.

Utili per gli accordi specifici limitati, le trattative intergovernative possono sfociare solo in cattivi compromessi, non appena si tratti di costruire una politica di ampio respiro e duratura.

A tutti i Francesi, ma soprattutto al Presidente della Repubblica che ha recentemente auspicato un ritorno allo spirito del Congresso dell’Aia e ha parlato della necessità di giungere a un’unità politica, il nostro Parlamento deve dire, con il voto di questa sera, che dalla presidenza francese del Consiglio ci aspettiamo che non si limiti a venirci a parlare ritualmente, alla fine del suo semestre, delle quisquilie che il consiglio avrà realizzato, ma che essa scopre che il nostro progetto è la risposta, la sola risposta seria, alla sfida esistenziale di fronte alla quale l’Europa, e la Francia con essa, si trovano, e ci aspettiamo che il governo francese – dico bene: il governo francese, non il Consiglio europeo – faccia proprio il progetto ed annunci che è pronto ad avviare la procedura di ratifica, non appena il minimo di paesi previsto nel trattato per la sua entrata in vigore avranno assunto lo stesso impegno.

In tal modo, il semestre di presidenza francese passerebbe alla storia.

Per finire, chiedo a quest’Assemblea, a nome della commissione per gli affari istituzionali, di votare in massa la risoluzione che la commissione ha presentato e gli emendamenti che raccomanda.

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