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Posts Tagged ‘austerity’

Dario Fabbri, Limesonline, 18 settembre 2015

Nelle ore immediatamente successive alla sorprendente elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista, le principali cancellerie del globo hanno cominciato ad interrogarsi sulle conseguenze che la sua peculiare estrazione culturale potrebbe avere sulla politica estera britannica.

Jeremy Corbyn

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Cominciamo con una defizione: default, insolvenza sovrana o nazionale è quella condizione per la quale uno Stato non è più in grado di restituire completamente il proprio debito pubblico ai creditori. Può essere accompagnato da una dichiarazione formale, ovvero lo Stato debitore manifesta l’intenzione di pagare in parte o non pagare i propri debiti (il taglio parziale viene gergalmente definito haircut) oppure consistere in un comportamento concludente, in cui lo Stato cessa de facto i pagamenti alle scadenze concordate.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 24 marzo 2015

Un fiume di tangenti è passato da aziende della Germania a ex ministri e parlamentari di Nea Dimokratia e Pasok e a pubblici amministratori

La cor­ru­zione — ovvero le busta­relle a poli­tici, diri­genti pub­blici e liberi pro­fes­sio­ni­sti — è con­si­de­rata una delle cause della crisi greca. Ed è vero che spesso un nuovo scan­dalo ter­re­moti il mondo poli­tico e impren­di­to­riale. Una festa di milioni di euro, tutto denaro sporco che è stato inta­scato da gente cor­rotta, aggra­vando il bilan­cio dello Stato elle­nico. Pochi finora gli incri­mi­nati, — l’immunità par­la­men­tare tut­tora in vigore è di per sé uno scan­dalo — ancora meno quelli che negli ultimi anni sono finiti in galera. Tra di loro l’ex mini­stro della difesa Akis Tso­cha­tzo­pou­los, brac­cio destro di Andreas Papan­dreou e l’ex sin­daco di Salo­nicco, Vas­si­lis Papa­geor­go­pou­los, ex mini­stro di Nea Dimo­kra­tia. Ambe­due le parti coin­volte, mul­ti­na­zio­nali euro­pee e poli­tici greci, cor­rut­tori e cor­rotti hanno agito in nome della difesa del Paese e di uno svi­luppo mai giunto. Arma­menti, auto­strade, ponti, aero­porti, metro, tele­co­mu­ni­ca­zioni, ospe­dali sono i «campi d’azione» dove le tan­genti sono all’ordine del giorno e i pro­ta­go­ni­sti sono, oltre ai poli­tici greci, di solito aziende mul­ti­na­zio­nali — quasi sem­pre — tede­sche. Sie­mens, Deu­tsche Tele­com, Krauss-Maffei Weg­mann (Kmw), Mer­ce­des, Bmw, ma anche Lidl, Prak­ti­ker, ecc. sono alcune delle 120 imprese di inte­resse tede­sco, pre­senti in terra elle­nica. A 7,9 miliardi di euro risa­li­vano le impor­ta­zioni dalla Ger­ma­nia nel 2008; a 4,7 miliardi sono calate nel 2012 a causa non sol­tanto della crisi del bilan­cio, ma anche di una pre­fe­renza ai pro­dotti di casa da parte dei con­su­ma­tori greci.

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Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 9 marzo 2015

Senza un cambiamento profondo, l’Europa non si riprenderà. È interessante analizzare i costi di un’uscita dall’euro, ma una moneta nazionale opererebbe in un contesto ben diverso dai tempi della lira. E senza Europa perderemo tutti.

Non credo esista una demarcazione netta nelle scienze sociali. Così l’economia si interseca con la storia, e queste si sovrappongono alla politica ed alla sociologia. Di per sé questo approccio ripudia il modello unico, la pretesa naturalità dell’economia. Se, per usare le parole di Piketty, “ci sono questioni che sono troppo importanti per essere lasciate agli economisti”, il tema dell’uscita dall’euro non fa eccezione. Le sofferenze sociali soprattutto dei Paesi più fragili dell’Europa, stanno producendo conseguenze sociali che ci fanno chiedere: quanto resiliente sarà la democrazia in Europa? L’euro ha lasciato i cittadini – soprattutto nei Paesi in crisi – senza voce in capitolo sul destino delle loro economie. Gli elettori hanno ripetutamente mandato a casa i politici al potere, scontenti della direzione dell’economia – ma alla fine il nuovo governo continua sullo stesso percorso dettato dalla Troika.

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 9 marzo 2015

L’austerity non è solo un modello viziato, un errore o una follia. È una distruzione creatrice finalizzata al passaggio da una democrazia post-bellica a un’oligarchia post-democratica

Il recente arti­colo di Joseph Sti­glitz (il manifesto,3 marzo) ha il merito di dise­gnare un qua­dro lim­pido della situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Unione euro­pea dopo otto anni di crisi, e dei peri­co­losi con­trac­colpi poli­tici (crisi demo­cra­tica e impe­tuosa cre­scita della destra radi­cale) che ne con­se­guono. Sti­glitz insi­ste sulle respon­sa­bi­lità delle lea­der­ship euro­pee (scrive di un «males­sere autoin­flitto») e punta il dito sulle «pes­sime deci­sioni di poli­tica eco­no­mica» (l’austerity) ispi­rate a teo­rie fal­li­men­tari. È una base di par­tenza per una seria discus­sione, e anche un utile con­tri­buto per la rico­stru­zione di una pra­tica cri­tica che ria­pra un qua­dro poli­tico sta­gnante, impri­gio­nato (non solo in Ita­lia, ma soprat­tutto qui da noi) in una cami­cia di forza che sta rapi­da­mente sof­fo­cando la demo­cra­zia. Con gravi respon­sa­bi­lità delle sini­stre socia­li­ste, che hanno coo­pe­rato alla costru­zione dell’architettura isti­tu­zio­nale e mone­ta­ria di que­sta Europa.

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Joseph Stiglitz, Sbilanciamoci.info, 2 marzo 2015

Joseph Stiglitz

Joseph Stiglitz

Chi pensava che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere si è sbagliato. Ma i critici hanno ragione su una cosa: o ci sarà l’Europa politica – gli Stati uniti d’Europa – o non ci sarà l’euro. Un articolo del premio Nobel per l’economia, in collaborazione con Mauro Gallegati

Secondo i dati economici più recenti, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno mostrando segnali di ripresa, anche se è presto per dichiarare la fine dalla crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, il Pil pro capite è ancora inferiore al periodo precedente la crisi: un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi), un futuro quanto mai precario per le generazioni più giovani, mentre la stagnazione – in Grecia la depressione – avanza anno dopo anno.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 22 febbraio 2012 (http://www.albasoggettopoliticonuovo.it/)

Il breve docu­mento che con­clude il primo passo della dif­fi­ci­lis­sima trat­ta­tiva tra la Ue e la Gre­cia è già oggetto, com’era pre­ve­di­bile, di una feroce bat­ta­glia media­tica. La chiave di let­tura di Varoufa­kis è quella dai toni più rea­li­stici e sin­ceri, all’insegna della tra­spa­renza che ha carat­te­rizzato l’operato della dele­ga­zione greca ai tavoli di Bru­xel­les e che da sola segna una rile­vante novità.

«Saremo coau­tori della nostra lista di riforme – ha dichia­rato il mini­stro delle finanze greco — non segui­remo più un copione datoci da agen­zie esterne». Que­sta in effetti è l’essenza del com­pro­messo rag­giunto venerdì.

Wolfgang Schauble e Yanis Varoufakis

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Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato attuativi del Jobs Act (per la serie: “Dillo in italiano“) e quindi il mondo del lavoro italiano cambierà radicalmente. Si inizia a parlare di incostituzionalità di questa legge, di referendum abrogativo. Staremo a vedere. E staremo a vedere anche quali valutazioni farà il neo-presidente della Repubblica che, prima o poi, dovrà rompere il silenzio.

Dei temi di questo intervento, Landini ha parlato a Genova, concludendo la manifestazione dello sciopero generale il 12 dicembre scorso.

Soprattutto mi preme rilevare come, di nuovo, il sindacato faccia un appello alla classe politica, che sia interlocutrice delle istanze provenienti dal mondo del lavoro. Politica che, al momento rimane sorda. Dobbiamo fare in modo che la sinistra riprenda a dialogare con il sindacato e i lavoratori. C’è un immenso bisogno di ricucire questo rapporto ed è un lavoro che bisogna iniziare subito.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 17 febbraio 2015

Il premier Tsipras stretto tra l’Eurogruppo e l’opinione pubblica interna tenta un difficile compromesso. Il governo tedesco: «Greci irresponsabili». Corsa contro il tempo per reagire all’ultimatum della Ue.

È un dop­pio pres­sing quello con cui deve fare i conti Ale­xis Tsi­pras, alle prese sia con l’ultimatum dei part­ner euro­pei, che gli stanno impo­nendo l’estensione dell’attuale pro­gramma di risa­na­mento, sia con gli avver­sari interni a Syriza, che non sono d’accordo con un even­tuale com­pro­messo con il resto dell’Ue.

Il governo greco mira a una solu­zione van­tag­giosa per tutte le parti, ma a parte il movi­mento di soli­da­rietà che si è espresso nelle piazze del mondo, in seno dell’ Euro­gruppo il suo mini­stro delle Finanze è rima­sto solo con­tro i «18». Nono­stante alcuni, come l’Italia e la Fran­cia, sareb­bero pronti a dare una mano. Yanis Varou­fa­kis è rima­sto solo non per­ché sprov­vi­sto di una pro­po­sta ben arti­co­lata da pre­sen­tare ai suoi col­le­ghi, come hanno scritto alcuni opi­nion makers, bensì per il fatto che ha messo in evi­denza le poli­ti­che cata­stro­fi­che dell’austerity e il modo di fun­zio­nare delle isti­tu­zioni euro­pee (Com­mis­sione, Euro­gruppo, Bce) che fanno il gioco dei mer­cati e del paese eco­no­mi­ca­mente piú forte, la Ger­ma­nia, con­tro i prin­cipi fon­da­tivi dell’Unione europea.

Atene è rima­sta sola per­ché Ber­lino ha rischiato di essere messa con le spalle al muro. Il gioco delle parole — l’estensione del pro­gramma attuale, come vogliono Bru­xel­les e Ber­lino, o l’«emendamento» a cui punta Atene — in realtà rispec­chia uno scon­tro ideo­lo­gico. Ed è quello che ha fatto fal­lire la riu­nione dell’Eurogruppo.

La Ger­ma­nia ha deciso di mostrare i denti alla Gre­cia non solo per­ché la sod­di­sfa­zione di una parte delle richie­ste elle­ni­che potrebbe «sti­mo­lare l’appetito» di altri paesi euro­pei inten­zio­nati a per­se­guire una poli­tica anti-austerity. Né per­ché si sono con­fron­tati due prin­cipi etici diversi: il primo basato su un razio­na­li­smo rigido secondo il quale «i debiti comun­que vanno pagati»; l’altro basato sulla soli­da­rietà, che rifiuta lo stran­go­la­mento eco­no­mico di chi si trova in con­di­zione di biso­gno. Ber­lino ha cer­cato di scre­di­tare la poli­tica del nuovo governo greco per­ché una solu­zione a favore di Tsi­pras potrebbe met­tere in dub­bio la ger­ma­niz­za­zione del vec­chio con­ti­nente e apri­rebbe uno spi­ra­glio a una rifon­da­zione su basi diverse dell’Ue e delle sue isti­tu­zioni. Un’Europa rin­no­vata, dove saranno i popoli a decidere.

Non dimen­ti­chiamo che Ale­xis Tsi­pras è il primo lea­der euro­peo di sini­stra — dopo il cipriota Dimi­tris Chri­sto­fias, lea­der di Akel — che pro­pone un modello diverso di Europa. Syriza, la sini­stra radi­cale greca, nell’arco di poche set­ti­mane è riu­scita da una parte a riu­ni­fi­care la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, resti­tuendo loro spe­ranza e un pezzo della dignità che il memo­ran­dum gli aveva strap­pato, e dall’altra a mobi­li­tare le piazze euro­pee «per un’altra Europa».

Non a caso, nel momento in cui il mini­stro delle Finanze greco espri­meva la sua dispo­ni­bi­lità a fir­mare il comu­ni­cato finale dell’Eurogruppo che gli ha pre­sen­tato in forma di bozza il com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici Pierre Mosco­vici — dove si parla di un piano inter­me­dio, non di una sem­plice esten­sione — è inter­ve­nuto il mini­stro delle finanze tede­sco per stop­pare il ten­ta­tivo di com­pro­messo fran­cese. «Il neo governo greco è irre­spon­sa­bile» ha sot­to­li­neato Wol­fgang Schau­ble poche ore prima della riu­nione dell’Eurogruppo. Che equi­vale a dire ai part­ner euro­pei: «Non date fidu­cia ai greci, cer­cano di fregarvi».

Ora tocca alla Bce, che ha il potere asso­luto sulla poli­tica mone­ta­ria dell’Ue e che sfugge a qual­siasi con­trollo poli­tico, sta­bi­lire oggi se biso­gna chiu­dere i rubi­netti del finan­zia­mento di emer­genza (Ela) che tiene in piedi le ban­che gre­che. A sen­tire i soliti media che non si stan­cano ogni giorno di ripro­porre gli sce­nari apo­ca­lit­tici del «Gre­xit», se entro venerdì non si rag­giun­gerà un accordo tra Euro­gruppo e governo elle­nico, la Bce non potrà che fer­mare il finan­zia­mento degli isti­tuti di cre­dito greci. Diverso, invece, sem­bra che sia per il momento il parere di Mario Draghi.

Ale­xis Tsi­pras sarebbe pronto a un com­pro­messo, ma senza ricatti: «Il memo­ran­dum ha pro­vo­cato una crisi uma­ni­ta­ria e l’ eco­no­mia si trova in una via senza uscita. Il suo annul­la­mento è l’ unica scelta det­tata non solo dal risul­tato elet­to­rale, ma dalla logica» ha affer­mato ieri il por­ta­voce del governo, rispon­dendo così anche a chi fa notare che entro venerdì il governo greco deve deci­dere se essere o meno abban­do­nato a se stesso. Otti­mi­sta su un accordo — «nei pros­simi due giorni, per­ché non vogliamo arri­vare a un punto morto» — si è detto anche il mini­stro Varoufakis.

E ieri sera fonti del goveno con­fer­ma­vano la noti­zia giunta da Bru­xel­les: Atene chie­derà l’estensione di 6 mesi non del memo­ran­dum, ma del «con­tratto di pre­stito» con i cre­di­tori inter­na­zio­nali; come a dire, rispet­tiamo il pro­gramma attuale, ma non ulte­riori misure restrit­tive della troika. La domanda però resta la stessa: come supe­rare le osses­sioni di Berlino?

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La Repubblica, 15 maggio 2013

Jean-Paul Fitoussi

«I problemi sollevati da Schaeuble sull’unione bancaria sono incomprensibili. L’unione nasce come associazione solidaristica fra istituti sotto la supervisione della Bce, proprio per dissociare i problemi di bilancio delle banche da quelli degli Stati. Se la Germania è preoccupata di dover pagare i debiti spagnoli o italiani, acceleri anziché rallentare l’unione». Jean-Paul Fitoussi, il guru di SciencesPo, vede con timore le mosse sullo scacchiere europeo. «È tutto connesso, dall’unione bancaria all’opzione austerity/rigore. Qualsiasi blocco su un fronte si traduce in difficoltà paralizzanti su un altro».

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Giovanna Faggionato, Lettera 43, 7 febbraio 2015

Salviamo la Grecia, salviamo l’Europa.

Oltre 300 economisti e studiosi tra le due sponde dell’Atlantico hanno sottoscritto un appello ai governi Ue [qui l’appello tradotto] per evitare il default di Atene e la lenta agonia dell’intero Vecchio continente.

La lettera è stata pubblicata il 6 febbraio dal giornale di inchiesta franceseMediapart e dice che l’esecutivo ellenico «ha ragione a esigere un annullamento del debito» perché è «insostenibile e non sarà mai rimborsato qualsiasi cosa succeda».

Di conseguenza, non c’è in realtà alcuna perdita per gli Stati europei e per i loro contribuenti.

«SPIEGATE LA REALTÀ AI CITTADINI». «Chiediamo ai creditori di cogliere quest’occasione e di esporre chiaramente e onestamente questi fatti alle popolazioni», scrivono professori statunitensi e tedeschi, danesi e francesi, spagnoli e svizzeri.

«Una politica di minacce, di ultimatum, di ostinazione e di ricatti significherebbe agli occhi di tutti il fallimento morale politico ed economico del progetto europeo».

Tra i firmatari figura anche il direttore dell’istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Giovanni Dosi, già vice presidente della società degli economisti italiani e condirettore della task force sulla politica industriale della Columbia university dove ha collaborato a lungo con Joseph Stiglitz.

«L’ITALIA VINCE SE VINCE TSIPRAS». A Lettera43.it il professore di Economia politica e commendatore al merito della Repubblica spiega la sua scelta: «Finalmente c’è un Paese nell’Unione che dice che il Re è nudo, che le politiche di austerità sono fallite e che la Grecia non riuscirà mai a ripagare questo debito».

Il problema secondo l’economista non sono i mercati, è la politica. E una cosa per lui è chiara: «L’Italia vince se vince Tsipras».

Giovanni Dosi

DOMANDA. Perché l’Italia dovrebbe difendere la posizione della Grecia?
RISPOSTA. Perché non siamo in una situazione molto differente, anche se ovviamente siamo solvibili. L’Italia deve puntare su Tsipras e Varoufakis, per se stessa e per l’Europa.

D. Secondo i calcoli di Bloomberg l’Italia è esposta per 40 miliardi, ogni cittadino italiano perderebbe 623 euro.
R. I 600 euro sono assolutamente una sciocchezza. Il nostro contributo al prestito è virtuale. Se i greci non ripagano il prestito, noi scriveremo sul bilancio della Banca d’Italia una perdita. E punto a capo. C’è questa idea che i Paesi siano come una drogheria che se fa un debito deve pagarlo e se non lo paga deve pignorare la motocicletta. L’idea che ci sia un isomorfismo tra Stati e attori di mercato non è reale.

D. Ma Standard & Poor’s ha già tagliato il rating ellenico: non c’è un problema di credibilità sul mercato?
R. Il mercato non è unico, è fatto di tanti agenti economici che cercano di guadagnare in base alle loro aspettative su quello che la politica farà. E poi la Grecia attualmente ha un avanzo primario. Se non dovesse pagare gli interessi sul debito, non ha nemmeno bisogno di rivolgersi al mercato.

D. Però le banche elleniche rischierebbero la fuga di capitali e il crollo in Borsa…
R. Se la Bce autorizza la banca centrale greca a stampare euro, come può fare, la cosa non è drammatica per la Grecia. Anzi.

D. La Bce non sembra accondiscendente.
R. Draghi ha fatto quella mossa perché era obbligato da precedenti trattati a farla. Però l’ha fatto secondo me soprattutto per fare la voce grossa e dire ai tedeschi: «Vedi che stiamo facendo qualcosa».

D. E se il board della Bce non l’autorizza?
R. Se non l’autorizza allora diventa inevitabile la loro nazionalizzazione.

D. E cosa succederebbe?
R. Alla fine degli Anni 90 un governo svedese di centrodestra ha nazionalizzato le banche dopo una crisi immobiliare. E non se ne è quasi accorto nessuno. I contribuenti non hanno pagato nessun costo. Naturalmente c’è un costo per gli azionisti e i proprietari perchè si ritroverebbero con una bad bank. Il governo nazionalizzerebbe i depositi e lascerebbe il cerino in mano ai banchieri. La cosa devo dire non mi provoca commozione.

D. Quindi in sostanza la Bce c’entra poco, la partita è tutta nelle mani dei Paesi Ue?
R. Esatto. Il rischio grosso è se si costringe a ripagare le tranche del debito da qui a luglio. Allora si andrebbe verso il default.

D. Quali sono le alternative valide per lei?
R. Ci sono varie opzioni: una è la ristrutturazione, cioè una moratoria del debito e un allungamento degli interessi, l’altra è trasformare il debito attuale in perpetuo: un’idea eccellente. Entrambi sarebbero un buon accordo per tutta Europa.

DSignifica che non rimborsano il prestito, ma pagano gli interessi: con questa opzione l’Italia ci guadagnerebbe più di oggi?
R. L’Italia ci guadagna o ci perde se l’Europa fa politiche espansive o no. L’Italia ci guadagna se potesse anche lei trasformare il suo debito in debito perpetuo con interessi legati alla crescita. E anche la Spagna, il Portogallo e la Francia.

D. Il governo Renzi sembra tiepido però.
R. È troppo supino alla Germania e alla Commissione europea.

D. Voi dite che bisogna rispettare il voto della Grecia, ma non bisogna rispettare anche il voto tedesco, olandese o finlandese?
R. Guardi, il punto è che la struttura dell’Europa è profondamente non funzionale, l’unica possibilità di sopravvivenza di un’economia comune è avere un bilancio comune, un governo che spende che tassa. Si parla sempre di Fiscal Compact ed è una citazione del Fiscal Compact degli Stati Uniti di inizio 800.

D. Quindi?
R. La prima parte prevedeva regole ferree per il bilancio, ma ce n’era una seconda di cui non si parla mai che diceva che il governo centrale si prendeva carico dei debiti dei diversi Stati.

D. Difficile proporlo ora.
R. Naturalmente questo sarebbe l’ideale, certo farebbe sobbalzare sulla sedia la Merkel, ma allora ci sarebbero trasferimenti dalle regioni più ricche a quelle più povere, come avviene in Italia tra Nord e Sud.

D. Nel Sud Italia la politica degli aiuti non ha portato sviluppo, rimane il problema delle riforme.
R. Che bisogna fare le riforme non è in discussione, il problema è di quali riforme parliamo. Se vogliamo licenziare, tagliare il salario agli operai e rendere il mercato del lavoro flessibile perché così l’economia riparte, quella è un’emerita stronzata. Se le riforme vuol dire rendere l’amministrazione pubblica efficiente, combattere l’evasione fiscale, allora sì.

D. Non pensa che firmare un patto sulla lotta all’evasione e la corruzione non dà sicurezza sui risultati?
R. O mandiamo i poliziotti tedeschi a fare l’accertamento fiscale, ma non solo in Grecia, anche in Italia, o è necessario un ceto politico serio.

D. E la classe dirigente greca è una delle più corrotte d’Europa.
R. Infatti con Tsipras la classe dirigente è cambiata. Almeno speriamo. Sembra che Tsipras le voglia far pagare davvero le tasse, non per fare un favore ai tedeschi, ma perché è una cosa giusta e progressiva da fare per i greci.

D. Cosa rischia la Germania?
R. Rischia di far esplodere tutto il sistema euro e se esplode anche la Germania starà male con un super marco rivalutatissimo.

DPerché allora continuano su questa linea?
R. Me lo sono chiesto tante volte. Un po’ pesano gli interessi dell’establishement bancario, ma io credo che ci sia una componente di ottusa stupidità e di fanatismo. Non si dimentichi che i tedeschi lo hanno già fatto a se stessi di infliggersi una cura da cavallo, talmente forte che ha portato al potere Hitler.

D. Non sono gli unici però a insistere per il rigore.
R. Certo. Questo fanatismo è seguito anche da economisti italiani. E il paradosso è che si sono spostati molto più a destra dei loro colleghi americani con cui hanno studiato. Negli Stati Uniti hanno capito che l’austerity è un fallimento.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 4 dicembre 2014

L’economista Jean-Paul Fitoussi punta dritto al cuore dell’Europa a trazione tedesca: Jobs Act in Italia, l’austerity di Bruxelles, la stessa iniziativa del neopresidente della Commissione sono provvedimenti di scarsa efficacia o addirittura controproducenti

“L’Italia è il Paese che più ha da perdere in questa crisi economica, perché di fatto è quello sottoposto alla più forte pressione fiscale sulle persone che comprime i consumi, in cui le aziende hanno i maggiori vincoli in termini sia di flessibilità che di costi del lavoro, e anche lo Stato che soffre di più della carenza di produttività e di competitività. Per tutti questi motivi è il Paese che più disperatamente ha bisogno di una politica di investimenti, di aiuti e di solidarietà europea. Proprio quello che manca”. Mentre parliamo al telefono con Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, nel pomeriggio di mercoledì 3 dicembre, scorrono sui terminali i video degli ennesimi scontri di piazza causati dalla contestazione alla politica del governo e in particolare al Jobs Act che sta vivendo gli ultimi passaggi di approvazione parlamentare. Fitoussi conosce molto bene l’Italia, dove insegna economia internazionale alla Luiss, incarico che affianca da qualche anno alla sua “storica” cattedra in quel crogiuolo di pensiero economico liberal che è la parigina SciencesPo. Anche lui sta vedendo le immagini: “Intendiamoci bene, io sono contro la violenza comunque motivata. Però provvedimenti come questo Jobs Act, parliamoci con altrettanta chiarezza, sembrano fatti apposta per esasperare gli animi”.

Perché, professore, in fondo il Jobs act non va in direzione di quella flessibilità sul lavoro che lei stesso elencava fra le misure urgenti per il rilancio economico dell’Italia?
“Macché. Per come è congegnato, inevitabilmente, con il pretesto della flessibilità che pare voglia dire solamente libertà di licenziare e di pagare meno gli operai, non farà altro che rendere più tesi, meno stabili e soprattutto peggio pagati i rapporti di lavoro. Cambiano del tutto i rapporti di forza all’interno delle imprese, e non certo a favore dei lavoratori. Con un tasso di disoccupazione così alto, quindi con questa superofferta di lavoro, l’effetto depressivo sui salari è sicuro. Insomma, le proteste sono ampiamente spiegabili. Se questo significa fare le riforme strutturali, è meglio non farle. Purtroppo il tutto si inserisce in un aspetto particolarmente inquietante della crisi, e cioè che per i singoli cittadini italiani le esperienze negative sono molto peggiori di quelle dei cittadini degli altri Paesi”.

Ma perché? Anche qui quale diabolica complessità si inserisce ad aggravare il peso sui cittadini italiani?
“C’è anche un fattore psicologico, connesso con il fatto che in Italia c’è una ampia consapevolezza delle variabili in gioco. E’ come se non ci fosse alcuna fiducia nel futuro, nel riscatto, nel ritorno alla crescita. In buona parte questo è perfettamente spiegabile con il ridottissimo potere d’acquisto degli italiani per i motivi strutturali che dicevo all’inizio. E’ un paradosso, perché in Italia la ricchezza non manca, mi riferisco a quella patrimoniale: la maggior parte degli italiani possiede la propria casa, per esempio. C’è più ricchezza accumulata e nascosta, come dire inespressa, che in Germania. Ma meno reddito. Sta di fatto che la sofferenza sociale in Italia non ha uguali in Europa, neanche in Grecia dove pure sotto le “cure” della Troika la sanità pubblica, tanto per fare un esempio, è crollata tanto da provocare un incremento del 45% della mortalità infantile rispetto all’inizio della crisi”.

Ecco, professore, siamo arrivati al punto centrale: l’Europa. Tutti dicono che c’è bisogno di investimenti infrastrutturali per rilanciare la domanda aggregata, quindi in ultima analisi per ripristinare gradualmente una crescita dell’occupazione e infine anche dei salari. Ora è arrivato il piano Juncker: servirà a qualcosa?
“Piano Juncker? Quale piano? Si parlava di 300 miliardi di euro, poi è uscito fuori che l’Unione Europea non ne metterà più di 20, traendoli per lo più in massima parte dai fondi strutturali che già esistevano, e fidandosi per arrivare alla somma promessa sue due variabili imponderabili: la “leva” che dovrebbe attrarre chissà come investimenti privati da affiancare ai soldi pubblici in una misura del tutto irrealistica, addirittura uno a quindici, e i contributi aggiuntivi che dovrebbe garantire la Banca Europea degli Investimenti. Solo che la Bei è molto renitente nel buttarsi nell’iniziativa perché teme che movimentando troppo denaro, insomma rivolgendosi al mercato oltre misura, perda la tripla A di cui gode sui propri titoli obbligazionari, quindi debba alzare i tassi e infine incontrare problemi di collocamento. No, guardi, questo piano è del tutto fumoso e totalmente insufficiente. Doveva rappresentare il cambio di rotta dell’Europa e invece non rappresenta un bel niente”.

Il cambio di rotta, dice, da una politica di austerity ad una espansionistica come tanti economisti e tanti Paesi, tranne la Germania, chiedono?
“Esattamente. Ormai è un dovere per l’Europa acconsentire a un volume di investimenti più ampio e aprire la strada all’alleggerimento fiscale. Sono misure ormai indifferibili. Bisogna rivedere i trattati a partire dal Fiscal compact, correggere i vincoli del 3% o simili che sono del tutto assurdi. L’austerity provoca solo l’aggravarsi della recessione. E’ tempo che i governi italiano, francese, spagnolo e tutti gli altri di buon senso, si ribellino con decisione all’imposizione tedesca del rigore. Che può andar bene in momenti buoni per l’economia, non quando si sta attraversando la crisi più grave da un secolo a questa parte. Altrimenti il disagio crescerà continuamente, e con esso le forze politiche antieuropee, finché l’intera costruzione continentale finirà col crollare”.

 

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MicroMega online, 31 ottobre 2014

Intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena

L’avevamo lasciato con quasi 34mila preferenze ottenute come candidato nel collegio Nord-Ovest per l’Altra Europa con Tsipras, poi la decisione di rispettare la parola data e di abdicare per tornare al suo quotidiano lavoro teatrale. “Non sono adatto per le poltrone, mi ritengo semplicemente un attivista militante”, Moni Ovadia è un uomo di sinistra. Un uomo – si autodefinisce – “eticamente radicale ma caratterialmente moderato” che non vuole arrendersi al Patto del Nazareno, al renzismo e alle larghe intese in Europa: “Auspico un autunno caldo e la rinascita di una sinistra, autentica, altro che Pd”.

Sabato scorso, due istantanee: da una parte la manifestazione della Cgil in difesa dell’art 18 e contro il Jobs Act, dall’altra la Leopolda col premier Renzi. Luciano Gallino ha scritto su Repubblica un editoriale dal titolo: “La differenza tra destra e sinistra”. Lei è d’accordo?
Se Renzi ammettesse di essere un uomo di destra, sarebbe un gesto di grande onestà intellettuale. Quando sento parlare di due sinistre, mi vien da sorridere: quale sarebbe la seconda? Il Pd? E allora io sono Papa. Il Pd non ha più nulla di sinistra. Massimo Cacciari, non un pericoloso bolscevico come me, recentemente ha spiegato come quel partito non sia mai veramente nato e che ora è nelle ferree mani di Matteo Renzi, i cui modelli sono la Thatcher e Blair. Li copia nella distruzione dello Stato Sociale e delle sue regole. Lo stesso utilizzo degli anglicismi è indicativo. Perché termini come Local Tax, Spending review e Jobs Act? Tra l’altro se analizziamo al dettaglio, i termini sono esplicati: Job in inglese non è lavoro bensì impiego in senso lato, e Act sottintende un gesto unilaterale, non un accordo tra due contraenti. Renzi ha scardinato qualsiasi ipotesi di patto sociale.

Però alle Europee prende il 40,8 per cento. Come mai?
E’ un bravissimo comunicatore, si vende bene. Incarna la retorica del nuovismo contro chi è ancora ancorato al Novecento, peccato lui voglia tornare all’Ottocento dove si poteva licenziare arbitrariamente. Forse è più vecchio lui di quella folla che sabato scorso ha invaso Roma in difesa dei propri diritti.

Non è riduttivo definire Renzi solo come un gran comunicatore? Non rappresenta altro?
Vince perché altrove c’è il nulla. Grillo ha perso il treno. Poteva rappresentare un’interessante proposta ma ha sposato veementemente la retorica dell’urlo. Pur avendo ottimi parlamentari, questo va riconosciuto al M5S, hanno fallito, non sono riusciti ad incidere e la novità dopo mesi annoia. Anche la destra è allo sfascio, Berlusconi è un uomo patetico. La sinistra, quella vera, avrebbe un vastissimo popolo e potrebbe arrivare anche al 20 per cento.

Ma…
E’ più presa a litigare e dal proprio narcisismo ombelicale che a fare politica. Ora è in attesa che l’ex sinistra del Pd le getti un osso. Così tra paura, opportunismo e crisi le persone optano per questo giovanotto tronfio, con uno stile dinamico e sbarazzino, il quale dice di voler cambiare e modernizzare il Paese. Conosco gente, autenticamente di sinistra, che per mancanza di alternative alle Europee l’ha votato.

Dopo l’esperienza elettorale, l’Altra Europa con Tsipras, che era riuscita miracolosamente ad eleggere tre europarlamentari, è stata animata da polemiche e divisioni interne. In un editoriale uscito su Il Manifesto Revelli ha rilanciato l’idea di un nuovo soggetto della sinistra e dei democratici: “Cambiare l’Italia per cambiare l’Europa”. E’ quella la sinistra “autentica”?
C’è un disperato bisogno di un’aggregazione del popolo di sinistra, lo dovrebbero auspicare anche le persone sinceramente democratiche. In tutta Europa esiste, tranne che in Italia. In Germania abbiamo la Linke, in Francia un fronte variegato intorno al 10, in Grecia l’esperienza trionfante di Syriza, in Spagna l’innovazione di Podemos. E da noi? Abbiamo bisogno di una vera sinistra capace di tutelare il mondo del lavoro, l’ambiente e arrestare razzismo e deriva ultra liberista. Senza, chi osteggerà il trattato europeo del TTIP? Chi si batterà per i beni comuni e contro le privatizzazioni? Non abbiamo l’ambizione di diventare il partito della nazione, ma una forza forte e dialogante con gli altri.

Intanto mercoledì a Roma è stata caricata a freddo una manifestazione degli operai contro la chiusura dell’acciaieria Ast di Terni. E’ lecito chiedere le dimissioni del ministro Alfano?
Ovvio, dovrebbe abbandonare il ministero. Decine di operai vengono licenziati e con la disperazione nel cuore, con vite perse senza più un occupazione, e magari con figli senza futuro, si riversano nella Capitale per una manifestazione non violenta e che succede? Vengono caricati e manganellati. Ma siamo matti? In un’epoca di dramma sociale e aumento delle diseguaglianze, invece di parlare di solidarietà umana e primaria, si cancellano diritti e dignità dei lavoratori. Dubito che gli agenti l’abbiamo fatto di loro sponta, sarà giunto un comando dall’alto. Come succedeva in Gran Bretagna ai tempi della Thatcher, lì torniamo. I minatori inglesi sanno cosa hanno passato in termini di repressione per aver osato rivendicare salari dignitosi e tutele. Il caso Picierno è emblematico, una dirigente di un partito, teoricamente progressista, che si rivela una forza conservatrice. Renzi elogia in maniera retorica il dialogo, in realtà va avanti per colpi di autoritarismo a scapito della dialettica democratica tra le parti. Passami una battuta: il Papa sembra al momento l’unico leader di sinistra.

E Landini?
Ha un potenziale enorme, un leader già pronto. Quando lo sento parlare in televisione, vedo l’autenticità di un uomo che la sua vita se l’è sudata. La schiettezza di un uomo senza doppi fini, che non vuole fregarti. E’ autenticamente indignato. Le sue sono parole pronunciate col cuore perché da anni vicino alla povera gente e ai deboli. La nostra Italia migliore. Altro che manganellate.

Cambiamo discorso. Lei da sempre è molto sensibile al tema del razzismo. Se la Lega ha sposato dalle scorse Europee il pensiero di Marine Le Pen, non trova che anche il M5S si stia ponendo sulla stessa scia? Di ieri la notizia che il movimento ha votato in commissione contro il bonus bebé per i figli dei migranti “regolari”. Che succede?
Era ovvio che scoppiasse la guerra tra poveri, il potere ha sempre governato col principio del “divide et impera”. E in Europa l’espansione delle destre nazionaliste e razziste è la conseguenza delle politiche di austerity delle larghe intese. Due facce della stessa medaglia. Il M5S è nato da una contraddizione, l’andare oltre gli schieramenti, l’essere né di destra né di sinistra. Alla fine i nodi vengono al pettine. Se prende la deriva xenofobica dando voce alla pancia del Paese, coi suoi istinti più beceri, tenderà a diventare un partito di destra. E perderà molti elettori a sinistra, i quali non accetteranno alcune prese di posizione sul tema dei migranti. I quali non sono desiderati perché poveri, non in quanto stranieri perché poi gli sceicchi coi petrodollari li accettiamo volentieri…

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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Il sociologo tedesco lancia l’allarme: “In Francia il trionfo delle Le Pen può portare alla fine della Ue”. Dall’ondata dei populisti euroscettici alla leadership della Merkel. Ecco come cambiano gli equilibri nel Vecchio continente: “Sono necessarie nuove risposte, a cominciare dalla sicurezza sociale”. 

Roberto Brunelli, La Repubblica, 27 maggio 2014

Vivere o morire, questa è oggi la scelta europea. È un bivio fatale, dice Ulrich Beck il giorno dopo lo tsunami populista uscito dalle urne del Vecchio Continente: da una parte la fine del “dogma dell’austerity”, dall’altra la stessa sopravvivenza della Ue. Per il sociologo tedesco si apre una partita difficilissima, che però ha un nome solo: quello dell’Europa dei cittadini e della crescita, quello di un’Europa a cui dare finalmente un volto. Che non potrà più essere quello di Angela Merkel.

Professor Beck, siamo di fronte a risultati molto diversi tra loro. I socialisti vincono in Germania e in Italia, ma subiscono una débacle in Francia, i populisti trionfano in Francia e Gran Bretagna, ma si fermano altrove. Che bilancio si sente di fare?
“Se la prospettiva è quella del futuro del continente, allora bisogna dire che il risultato più pesante è quello della Francia, con il trionfo di Marine Le Pen. È di tali proporzioni da non poter essere considerato solo un avvertimento. Non deve essere sottovalutato, perché può venire meno l’appoggio di Parigi al processo europeo. La conseguenza può essere la fine della Ue, se non altro perché senza la Francia non è possibile uscire dalla crisi. Per quel che riguarda la Gran Bretagna c’è invece da notare che nessuno dei partiti tradizionali si espresso con nettezza a favore dell’Europa. Se ne deduce che non è consigliabile rubare le parole d’ordine agli euroscettici. L’elettore preferisce l’originale”.

Ma quello dei populisti non è un blocco omogeneo. Sono improbabili alleanze tra i vari Ukip, Front National, grillini e Jobbik. Il che rende i populisti meno forti a Strasburgo rispetto al risultato delle urne…
“Sì, non ci potrà essere un gruppo parlamentare unico, né sono probabili altre forme di coordinamento. Ed è un fatto importante, che dà modo di difendersi da quella che io chiamo la “critica paradossale” dei populisti. Però ripeto: il risultato dimostra anche che l’Europa in quanto tale non viene compresa dalla gran parte dei cittadini”.

In Germania gli euroscettici dell’Afd si sono fermati al 7%. Si può dire che in qualche modo Angela Merkel assorbe in sé il populismo tedesco?
“In effetti, alla radice i risultati tedeschi sono incoraggianti. I grandi partiti favorevoli all’Europa hanno consolidato la loro maggioranza, i numeri dell’Afd tutto sommato non sono tali da destare preoccupazione. È vero, questo ha anche a che vedere con quell’attitudine della cancelliera che io ho chiamato il “merkievellismo”, ossia la capacità di difendere da una parte gli interessi na- zionali e dall’altra di assumere in sé le paure dei cittadini, dando l’impressione di prenderle sul serio. Ma ora la vera partita che si apre è quella del futuro presidente della Commissione: che si tratti di Juncker o di Schulz, è fondamentale che sia rispettata la decisione degli elettori. Abbiamo la possibilità di dare, in qualche modo, un volto all’Europa. Sarebbe fatale se venissero messi in campo altri candidati, espressione di negoziati sotterranei. La spinta democratica che comunque viene da questo voto verrebbe distrutta, creando nuove delusioni tra gli elettori. Al centro di questa partita c’è proprio la cancelliera. Quando vedremo che l’Europa può avere un volto nuovo, vedremo che non sarà quello della Merkel.

È stato anche un voto contro l’austerity…
“Non a caso la Merkel ha già “relativizzato” la sua agenda di tagli. Lo fa con molta astuzia, legando gli apparenti successi del rigore ad un allentamento delle catene, come si è visto anche nel recente viaggio in Grecia. Poi ambedue i candidati presidenti hanno detto chiaramente che se eletti la loro priorità sarà il lavoro. Schulz ha messo in campo un’ampia gamma di iniziative, mentre quelle Juncker rimangono proposte convenzionali, ma sia l’uno che l’altro partono dal presupposto che il problema non sia più l’euro, ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la politica sociale. È un tema che prima non c’era”.

Mica mi vorrà dire che è diventato ottimista?
“Ma no, le categorie di ottimismo e pessimismo si sono solo spostate e mischiate. Quello che è certo è che si è spezzato il dogma dell’austerity. Ci saranno nuovi investimenti a favore dei paesi più colpiti dalla crisi, in una specie di cocktail che mette insieme tagli e investimenti. È fondamentale sapere quale risposte dare anche a chi oggi si mette fuori dal progetto europeo”.

Molti commentano oggi che l’Europa è spaccata in due.
“Certo, e non da ieri, per esempio tra i paesi dell’Ue che stanno dentro l’eurozona e quelli che non ci stanno, perché tutte le decisioni importanti vengono prese esclusivamente dai primi. L’altra spaccatura riguarda le diseguaglianze, tra gli europei di serie A e quelli di serie B che non fanno i loro “compiti a casa”. Quello di cui c’è bisogno oggi è una prospettiva di sicurezza sociale, non solo su base nazionale ma su base comunitaria. Trasformare finalmente l’Europa delle élites nell’Europa dei cittadini: è questa l’unica via”.

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