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Posts Tagged ‘Banca europea degli investimenti’

Jacopo Rosatelli, Il Manifesto, 14 marzo 2015

Il ministro delle finanze greco da Cernobbio propone un’alternativa al Quantitative easing di Draghi. La stampa tedesca lo attacca: è isolato, prossimo alle dimissioni. Da Atene la smentita

Il con­te­sto è di quelli che con­tano: il Forum Ambro­setti di Cer­nob­bio, sul Lago di Como. E il pro­ta­go­ni­sta, l’uomo del momento: il mini­stro greco delle finanze Yanis Varou­fa­kis, nemico pub­blico numero uno per il governo tede­sco e gran parte dell’establishment politico-economico euro­peo. Anche que­sta volta il vul­ca­nico eco­no­mi­sta mar­xi­sta ha con­qui­stato la scena, lan­ciando di fronte alla sele­zio­nata pla­tea di Villa d’Este una pro­po­sta desti­nata a fare discu­tere: un «piano Mer­kel» di inve­sti­menti pub­blici per favo­rire dav­vero la cre­scita e farla finita con l’austerità.

Yanis Varoufais, ministri delle Finanze Grecia

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 1 dicembre 2014

Districarsi in una materia come quella della gestione europea della crisi è diventato sempre più difficile. E ancora più difficile è diventato l’esercizio di raccontarla. Mi spiego. Con l’insediamento della nuova Commissione non è cambiato assolutamente nulla nell’approccio dei vertici europei al tema dell’austerità. Nessuno dei nuovi commissari ha finora proferito parola sulla necessità di rivedere i rigidi protocolli del vigente patto di bilancio, men che meno di valutare l’ipotesi – ad oggi la più seria – di una ristrutturazione del debito. Di parole in libertà su crescita, investimenti e occupazione invece tante, un vero profluvio. Sembra di essere immersi in uno scenario orwelliano, dove una forma molto sofisticata di neolingua ammanta sistematicamente, scientificamente, di significati impropri scelte (e non scelte) che vanno in una direzione opposta a quella ufficialmente dichiarata.

Da Draghi a Juncker, fino alle comparse che popolano la scena politica nazionale nei paesi membri, è un continuo esternare sull’insostenibilità del “rigore fine a se stesso”, sulla necessità di “rimettere in moto l’economia”, di “creare nuovi posti di lavoro”, mentre, in concreto, si rimane arroccati, e subalterni, nella difesa ad oltranza dell’attuale governance comunitaria, che proprio nel rigore e nella sorveglianza occhiuta dei bilanci pubblici trova la sua fondamentale ed inderogabile essenza.

In questi giorni a tenere banco nel dibattito politico europeo è il cosiddetto “Piano Juncker”, il progetto presentato dal presidente della Commissione per rilanciare l’economia e l’occupazione in ambito Ue. Di fronte alla gravità della crisi che ci attanaglia ed ai numeri da brivido sulla disoccupazione (20 milioni solo nell’Eurozona, il doppio rispetto a cinque anni fa), questa operazione, più che inadeguata, è un vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei cittadini europei.

Forse l’ex premier lussemburghese si sarà fatto consigliare da un pool di alchimisti, gli unici che avrebbero potuto convincerlo che 21 miliardi di euro si possano trasformare d’incanto in 315, e che gli stessi siano sufficienti per risalire la china, per fronteggiare stagnazione e disoccupazione. E non è finita qui. Anche della provenienza dei 21 miliardi c’è da dire, e da ridire: 16 miliardi dovrebbero essere messi a disposizione dall’Unione e la restante parte dalla Bei. Dei primi, 8 miliardi sarebbero stornati da altri capitoli del bilancio europeo, di fatto sottraendoli a progetti già finanziati in passato, mentre gli altri otto dovrebbero essere tirati fuori non si sa come e da dove.

L’esperimento: i 21 miliardi affluirebbero in un “Fondo europeo per gli investimenti strategici” (Feis), che fungerebbe da garanzia per chiedere ai mercati altri 63 miliardi, ai quali si aggiungerebbero cofinanziamenti privati e pubblici fino al raggiungimento dei fatidici 315 miliardi. Fuffa, insomma. E di soldi freschi, cash, nemmeno l’ombra. Con l’aggravante che gli stati membri dovrebbero partecipavi anche con risorse proprie. Applausi, però. Renzi: “È una vittoria anche italiana. Qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di parlare di crescita e investimenti“. Monti: “È una svolta culturale tardiva ma grandissima. Finalmente l’Europa guarda al futuro“. Cauta ovviamente la Merkel, nel più classico gioco delle parti: “D’accordo in linea di principio“.

Ma di che parlano? Nella loro disinvoltura assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, che tra un ballo e l’altro, andavano inesorabilmente incontro alla tragedia. 315 miliardi, ammesso che fossero immediatamente disponibili, non servirebbero a smuovere granché nelle condizioni in cui siamo, figuriamoci se parliamo di risorse del tutto aleatorie, tutte da verificare. Ma poi, lo stesso obiettivo di un milione di posti di lavoro in più (1,3 milioni per la precisione) che significato può avere in un mare di disoccupati che in Ue-28 ha toccato ormai quota 25 milioni? Davvero si può pensare che dalla crisi se ne esca con annunci, ovvero con le stesse politiche che finora ne hanno segnato drammaticamente la gestione?

Razionalmente, tutto questo appare incomprensibile. Facciamoci aiutare da George Orwell: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza… l’austerità è espansiva, la recessione è crescita… “. E il fine? Oltre quello di smantellare quel resta del “modello sociale europeo”, riorganizzando la nostra società in funzione degli interessi dell’impresa e del capitale finanziario, non ne vedo altri. Diversamente sarebbe follia allo stato puro.

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Andrea Baranes, sbilanciamoci.info, 5 dicembre 2014

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus, o mangiare a più non posso nei migliori ristoranti per pochi spiccioli? Da oggi non è più un problema, basta fare come ha fatto la Commissione europea a Bruxelles

Vorreste viaggiare gratis, o quasi, su treni, aerei, autobus? Vorreste sedervi nei migliori ristoranti e mangiare a più non posso per pochi spiccioli? Vorreste mettere il pieno di benzina con una sola monetina? Bene, da oggi non è più un problema! Tutto quello che dovrete fare è comportarvi come la Commissione europea.

Nei giorni scorsi il suo presidente Juncker ha presentato al Parlamento europeo “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. Niente popò di meno. 315 miliardi, forse 330, per rilanciare l’economia europea, creare occupazione, uscire finalmente dalla spirale di austerità e recessione nella quale ci troviamo da troppo tempo. A dirla tutta, i miliardi realmente messi sul piatto sono 21, che a una persona poco attenta potrebbero sembrare un po’ meno di 315. Ma è solo se non si ragiona come i nostri astuti burocrati a Bruxelles, secondo i quali gli investimenti pubblici avrebbero poi un moltiplicatore di 15 a 1: per ogni euro messo dal pubblico, i privati dovrebbero lanciarsi in investimenti stratosferici. È solo un dettaglio che non si sia mai visto un investimento pubblico di 1 riuscire a mobilitare investimenti privati per 15. Così come è un dettaglio che in una fase di crisi e sfiducia, già un moltiplicatore di 2 a 1 sembrerebbe ottimistico, e 15 a 1 suona come una barzelletta di cattivo gusto.

Ma non è ancora tutto nel fantastico gioco delle tre carte che ci stanno propinando. Non saranno 315 o 330, ma almeno i 21 belli freschi li metterà la Commissione, no? Ecco, intanto 5 li mette la Banca Europea per gli Investimenti, e arriviamo quindi a 16. Di questi, però, la metà sono fondi che erano già stanziati su altri programmi (Horizon 2020, fondi per le nuove tecnologie e la ricerca), e verranno quindi distolti da tali utilizzi. Va bene, ma almeno gli ultimi 8 saranno buoni? Non del tutto, o meglio al momento parliamo unicamente di “promesse di pagamento”, quindi ancora non ci sono ma c’è l’impegno a metterli. Anche se sembra che almeno un paio di miliardi si siano trovati da rimanenze dei bilanci precedenti e fondi vari.

Eccolo: “il più grande piano di investimenti che l’UE abbia mai creato”. La Cina impallidisce! Il piano Marshall erano noccioline! Finalmente fuori da crisi e austerità, risolto il dramma di milioni di disoccupati. Due miliardi di euro per tutta l’Europa, nella speranza che il privato faccia il resto, non solo investendo somme mirabolanti, ma facendolo anche nella direzione giusta. Per rilanciare l’economia europea sui binari dell’efficienza energetica, della ricerca, del welfare, della creazione di posti di lavoro, chiaramente servirebbe un forte indirizzo pubblico. Nel momento in cui il pubblico mette 1 e il privato 15, è facile immaginare che sia poi il pubblico a determinare quali investimenti fare e con quali ricadute sociali e ambientali prima ancora che economiche.

Ma questi sono dettagli, iniziamo anche noi a ragionare come la Commissione. Dovete comprare un biglietto da 1,5€ per prendere l’autobus e andare a lavorare? Di vostro mettete 10 centesimi, poi grazie al famigerato moltiplicatore 15 il privato metterà il resto. Attenzione, però, non è che i 10 centesimi dovete metterli tutti: 2 li metterà la vostra banca. Sugli 8 rimanenti, 4 li stornate dalla bolletta della luce (fondi già impegnati, ma non c’è problema a spostarli altrove). Gli ultimi 4 promettete prima o poi di metterli. Di questi 4, vi trovate in tasca una monetina da 1 centesimo. Ecco, questo centesimo avanzato per sbaglio in una tasca è il vostro “straordinario piano di investimenti” per pagare il biglietto dell’autobus.

Capiamo che ci possa essere qualche scettico che pensa che un controllore, alla richiesta di mostrare il biglietto da 1,5€ non sarebbe contento di vedersi dare una moneta da un centesimo. Non dovete preoccuparvi, basta ricordargli che da oggi si fa così. E’ l’Europa che ce lo chiede.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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