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Posts Tagged ‘Barbara Spinelli’

Accolgo l’invito del presidente dell’ARCI Liguria a rilanciare questo articolo (dal blog dell’Huffington Post) di Sara Prestianni dell’Ufficio Immigrazione dell’ARCI per dare il mio piccolo contributo alla diffusione della conoscenza di quanto accade nella “civilissima” Europa del Ventunesimo secolo.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Barbara Spinelli ed Étienne Balibar, La Repubblica, 29 giugno 2015

CARO direttore, chiediamo ai tre creditori della Grecia (Commissione, Banca centrale europea, Fondo Monetario internazionale) se sanno quello che fanno, quando applicano alla Grecia un’ennesima terapia dell’austerità e giudicano irricevibile ogni controproposta proveniente da Atene. Se sanno che la Grecia già dal 2009 è sottoposta a un accanimento terapeutico che ha ridotto i suoi salari del 37%, le pensioni in molti casi del 48%, il numero degli impiegati statali del 30%, la spesa per i consumi del 33%, il reddito complessivo del 27%, mentre la disoccupazione è salita al 27% e il debito pubblico al 180% del Pil.

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In Europa il vento è cambiato, ma qualcuno o non se n’è accorto o fa finta di niente e prosegue imperterrito per la sua strada. Un cammino fallimentare che rischia di mettere a repentaglio l’intera costruzione europea. Povertà, mancata redistribuzione dei redditi, austerità, sono in antitesi con il concetto di democrazia. L’Europa deve diventare equa e solidale, altrimenti è destinata a scomparire, poiché nessuna costruzione politica e sociale, alla lunga, può reggersi senza il consenso dei cittadini.

Barbara Spinelli, 10 febbraio 2015

La Bce non basta, serve la politica

In un’Unione malata, divisa, minacciata da povertà e diseguaglianze crescenti, le proposte avanzate dal governo greco dopo le elezioni del 25 gennaio andrebbero attentamente esaminate e discusse: tra i 28 Stati membri, tra i 19 governi dell’Eurozona e nella Commissione, nel Parlamento europeo, nella Banca centrale europea.

Le risposte fin qui date ad Atene sono non soltanto ingiuste e in alcuni casi pericolosamente antidemocratiche, ma del tutto controproducenti. La possibilità di cambiare radicalmente rotta, nell’amministrazione della crisi e nei programmi di austerità, viene esclusa a priori. La domanda stessa formulata dal governo Tsipras – non una cancellazione del debito ma un negoziato sulle modalità dei rimborsi e un aggancio di questi alla crescita – viene arbitrariamente travisata, demonizzata e rigettata. Vince l’autocompiacimento della fede, contro i fatti e l’evidenza dei fatti. La malattia, non curata, coscientemente la si vuol perpetuare.

Per questo c’è da allarmarsi, quando i governi (e in primis il governo tedesco) lasciano sola la Banca centrale europea, con le uniche risposte tecniche che le sono consentite, a sciogliere nodi che essendo eminentemente politici non le spettano. Sola, ad annunciare che non accetterà più i titoli di Stato ellenici, e a dare alla Grecia pochi giorni di tempo per rientrare nei ranghi e obbedire alle direttive impartite a suo tempo dalla troika (la Bce lascia tuttavia una porta aperta: la possibilità di erogare liquidità d’emergenza attraverso l’Ela). Vuol dire che la richiesta di studiare il piano ellenico di rientro dal debito non sarà neppure presa in considerazione. Che al governo greco è vietato fronteggiare l’emergenza umanitaria con aumenti del reddito minimo, con la restaurazione di servizi pubblici basilari nell’istruzione e nella sanità, con nuovi investimenti, con tasse patrimoniali.

Vuol dire che non si discuterà del Piano Marshall – ben più consistente del Piano Juncker – che il ministro del Tesoro Yanis Varoufakis ha proposto al governo Merkel, chiedendogli di divenire l’“egemone” di un’Europa da guarire e rifondare. Vuol dire che l’Europa così com’è non è considerata affetta da una crisi sistemica tale da mettere in questione non qualche Stato indebitato, ma l’intera architettura dell’unione monetaria. Significa infine chiudere gli occhi di fronte all’essenziale: il divario che va estendendosi fra la sovranità dei cittadini, iscritta nelle singole costituzioni, e quello che un’élite decide al loro posto. Il fastidio è palpabile e diffuso, verso il tribunale democratico che sono le elezioni. Personalmente non auspico il ritorno delle banche centrali nelle mani degli Stati, né la fine dell’indipendenza dell’istituto di emissione. Ritengo che tale indipendenza rappresenti non un ostacolo, ma una precondizione perché il pubblico interesse sia almeno parzialmente tutelato dall’intrusione imprevedibile e infida dei mercati, delle lobby, delle forze politiche di questo o quello Stato. La vera insidia non è racchiusa nell’indipendenza della Banca centrale, ma nella sua eccessiva solitudine. Un comune istituto di emissione senza Europa politica sarà per forza di cose accusato di ingerenza e prepotenza. La banca centrale è, e deve rimanere, un’istituzione con compiti limitati; non può colmare le lacune della politica. Tuttavia, deve essere più che mai consapevole delle speciali difficoltà e responsabilità che derivano dall’anomalia di una moneta senza Stato.

Una moneta è legittimata se costituisce lo strumento di pagamento e di scambio di un territorio dotato di un governo, di un sovrano politico: in democrazia, un sovrano legittimato dalle urne. Se l’euro non è legittimato, è appunto perché continua a essere una moneta senza Stato. Contrapporre le riforme strutturali dell’eurozona al verdetto delle urne, affermare che le elezioni democratiche non hanno effetto alcuno sugli accordi di gestione della crisi che hanno prodotto disastri umanitari in uno Stato membro è una regressione gravissima. Questa regressione è in atto da molti anni: perdono peso le Costituzioni, i Parlamenti, gli appuntamenti elettorali. La crisi economica che traversiamo è sfociata in crisi delle democrazie. Cresce la propensione a ripetere errori del passato, precipitando un popolo nell’umiliazione: tende a ripeterli proprio Berlino, che sperimentò tale umiliazione dopo la Prima guerra mondiale. Continuare a ripetere che “l’euro è irreversibile” non ha più senso. È un sotterfugio performativo, che appartiene alla sfera del pensiero magico e non ha nulla a che vedere con la realtà e con la sua possibile evoluzione. Nessuna conquista politica o sociale è irreversibile. Non dobbiamo andare molto indietro nella storia per sapere che la nostra civiltà è, come tutte le altre, mortale.

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Ieri avevo pubblicato su questo blog un redazionale, tratto da Contropiano.org che riportava come, in occasione di un voto estremamente importante, la compagine italiana presso il Gue, composta da Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, avesse votato in maniera quanto meno “strana”. Lo stesso sito Contropiano.org, sempre ieri, ha poi rettificato la notizia, ammettendo di essere incappato in un errore. Ne riporto la smentita.

Resta però il fatto gravissimo di un Parlamento europeo che continua ostinatamente ad appoggiare il governo golpista e fascista di Poroshenko, facendo la voce grossa contro la Russia. E, soprattutto, resta il fatto che la popolazione del Donbass si trova, ormai da mesi, in stato di guerra, nel fragoroso silenzio di quasi tutti i media occidentali.

In una versione precedente dell’articolo avevamo erroneamente scritto che alcuni partiti del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea e Nordica avevano votato a favore della mozione o si erano astenuti, messi fuoristrada da quanto riportato dal sito www.votewatch.eu che pubblicava il testo della mozione associato però all’esito del voto su alcuni emendamenti al testo ufficiale, sui quali effettivamente il gruppo del GUE si è diviso. Ce ne scusiamo con i diretti interessati e con i lettori, e di seguito pubblichiamo la precisazione dell’Europarlamentare Barbara Spinelli:

Circola in rete la notizia secondo cui diversi deputati del GUE/NGL avrebbero votato, il 15 gennaio a Strasburgo, a favore della risoluzione di mozione comune sull’Ucraina (tra questi, Barbara Spinelli e alcuni deputati della Linke) o si sarebbero astenuti (Curzio Maltese e Syriza). La notizia è destituita d’ogni fondamento: il GUE/NGL ha votato compatto contro la risoluzione maggioritaria (RC-B8-0008/2015) radicalmente antirussa. 
Purtroppo l’approvazione di quella risoluzione non ha permesso al GUE di votare la propria mozione (B8-0027/2015) che difendeva una linea diametralmente opposta e che resta agli atti.
La tesi di chi accusa Spinelli e la Linke di appoggio alla mozione maggioritaria rimanda a una pagina del sito indipendente http://www.votewatch.eu. Quella pagina riporta dati corretti, registrando la divisione all’interno del GUE su dei singoli emendamenti alla risoluzione approvata, ma non sulla risoluzione stessa. 
Tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati bocciati dal Parlamento europeo. Le differenze all’interno di ciascun gruppo parlamentare sugli emendamenti non sono infrequenti, soprattutto quando si discutono argomenti particolarmente drammatici. Ben altra rilevanza avrebbe la divisione sul voto finale, che tuttavia non c’è stata. Ed è bene che non ci sia stata, alla luce dell’offensiva militare che il governo di Kiev ha lanciato in questi giorni nell’Est dell’Ucraina.

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Contropiano.org 19 gennaio 2015

Proprio alla vigilia dell’inizio della nuova feroce offensiva militare dei golpisti ucraini che sta portando morte e distruzione nelle città del Donbass, lo scorso 15 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato una mozione che di fatto concede sostegno e legittimazione politica alle decisioni finora prese unilateralmente da alcuni governi e dalle istituzioni dell’Unione Europea, in prima fila nel sostegno al golpe nazionalista del febbraio dello scorso anno.

E anche quando si è trattato di imporre sanzioni alla Russia che non solo hanno portato la tensione tra i due blocchi alle stelle, ma hanno provocato gravi conseguenze economiche non solo alla Federazione Russa, ma anche a numerosi settori produttivi europei le cui esportazioni a Mosca sono state bloccate o notevolmente ridotte.

Di fatto la mozione, articolata in 28 diversi punti, da una parte chiede di estendere le sanzioni contro la Russia anche nel settore energetico, nonché di limitare la capacità delle imprese russe di condurre transazioni finanziarie internazionali; dall’altra concede sostegno politico incondizionato – e militare – alle forze nazionaliste e fasciste al potere a Kiev e configurando la Federazione Russa come una sorta di “nemico strategico” per gli interessi europei.

Solo per citare i punti più controversi, al punto 5 il documento condanna quella che viene definita la politica aggressiva ed imperialista della Russia, che costituisce una minaccia per l’unità e l’indipendenza dell’Ucraina e rappresenta una minaccia potenziale per l’Unione Europea; al punto 6 richiede la continuazione dell’odierno regime sanzionatorio dell’Unione Europea in particolare in occasione dell’imminente incontro del Consiglio del marzo 2015, dal momento che la Russia non rispetterebbe gli obblighi assunti; al punto 11 ricorda che “il 16 luglio il Consiglio dell’Unione Europea ha revocato l’embargo di armi nei confronti dell’Ucraina e che, conseguentemente, al momento non ci sono riserve, e nemmeno restrizioni legali, a che gli Stati Membri forniscano armi difensive all’Ucraina, la cui fornitura potrebbe essere basata su un accordo di affitti e prestiti”; al punto 13 afferma che l’UE debba esplorare tutti i modi per sostenere il governo ucraino a migliorare le sue capacità di difesa e di protezione dei suoi confini esterni, e che ciò sia possibile solo dalla trasformazione delle forze armate aderenti all’ex Patto di Varsavia verso un esercito che sia vicino ai membri dell’Unione Europea ed in particolare da inquadrare all’interno dei piani di addestramento e armamento già previsti e in atto.

Se era scontato il voto favorevole alla mozione da parte dei gruppi di centro destra liberali e conservatori e di quelli di centrosinistra socialdemocratici, molto grave – anche se non sorprendente – appare la spaccatura del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea e Nordica. In particolare la decisione dell’intero gruppo di Syriza di astenersi, oltre che la spaccatura del gruppo della Die Linke. Alcuni deputati della sinistra tedesca hanno addirittura votato a favore della ‘dichiarazione di guerra’ contro la Russia, così come ha fatto l’italiana Barbara Spinelli, mentre i suoi colleghi della Lista Tripras a Strasburgo hanno scelto di astenersi (Curzio Maltese) o di votare contro (Eleonora Forenza), dimostrando una volta ancora l’inconsistenza del progetto unitario della sinistra italiana e la subalternità culturale e politica di alcune delle sue componenti rispetto agli obiettivi e agli interessi del blocco imperialista europeo.

A differenziarsi da questo andazzo sono state altre forze politiche dichiaratamente comuniste aderenti al Gue mentre i due parlamentari greci del KKE, non hanno partecipato alla votazione. Nei giorni scorsi Ines Zuber, parlamentare comunista portoghese, aveva denunciato gli inaccettabili contenuti rispetto ai quali buona parte della sinistra europea in versione più o meno radicale ha deciso di non fare battaglia politica o addirittura di astenersi o votare a favore. Ritenendo evidentemente prioritario il proprio giudizio fortemente negativo sul governo russo rispetto alla denuncia della pesantissima opera di destabilizzazione da parte degli Usa e dell’Ue in Ucraina, che ha già provocato una sanguinosa guerra civile e l’inizio di una escalation economica e militare che un qualsiasi ‘incidente’ potrebbe trasformare in scontro aperto con la Russia.

Scriveva l’europarlamentare comunista portoghese alla vigilia del voto dell’assemblea di Strasburgo (l’intervento è stato tradotto interamente da http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/25003):

“E’ importante anche non dimenticare che USA e UE hanno cominciato a demonizzare il presidente ucraino deposto Yanukovich solamente quando si è rifiutato di firmare l’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’UE e “ha osato” chiedere aiuto finanziario alla Russia. E’ stato innanzitutto l’interesse di costoro a firmare accordi – come, del resto, hanno fatto dopo il colpo di Stato – a legare l’Ucraina ai meccanismi di dipendenza economica e politica nei confronti delle troike interne alla UE, che impongono tagli salariali, tagli dei diritti sociali, alienazione delle risorse naturali e dell’apparato produttivo nazionale, privatizzazione di importanti settori pubblici, e creazione di una zona di libero commercio in cui l’Ucraina viene a trovarsi in condizioni estremamente svantaggiose. Giorni fa Juncker ha annunciato un “aiuto” aggiuntivo di 1,8 milioni di euro a Kiev, che avrà come contropartita l’espropriazione delle sue ricchezze.

Ciò che oggi è stato avviato è il processo di fascistizzazione dello Stato dell’Ucraina. I partiti fascisti, ultra-nazionalisti e di estrema destra controllano milizie private che seminano terrore, repressione e violenza – anche attraverso assassini – tra tutti coloro che sfidano le autorità di Kiev, e controllano posizioni-chiave nei servizi di polizia e nei servizi segreti. Il Partito Comunista di Ucraina si trova sotto la minaccia di messa fuori legge (…). La popolazione del Donbass e i patrioti ucraini che resistono alla fascistizzazione dell’Ucraina – volgarmente descritti nei media dominanti come “terroristi filo-russi”, definizione condivisa da USA e UE – sono diventati il bersaglio di una guerra genocida.

Ciò che è in causa con la situazione ucraina è il consolidamento del progetto di accerchiamento della Russia che la NATO sta mettendo in pratica e soprattutto con la crescente dislocazione di mezzi ed effettivi militari della NATO nell’Europa dell’Est. Il dominio politico, economico e militare dell’Ucraina mira all’utilizzo di questo paese nella strategia della tensione e del confronto aperto con la Russia, il che comporta enormi potenziali pericoli per la sicurezza a livello mondiale”.

Solo una soluzione politica, faceva notare Ines Zuber, potrà mettere fine ad una crisi che al contrario potrebbe allargarsi; un accordo politico basato intanto sul riconoscimento delle Repubbliche Popolari come forze belligeranti oltre che delle rivendicazioni economiche e sociali delle popolazioni di quelle regioni che non hanno voluto obbedire all’imposizione di un regime contraddistinto da una visione russofobica e razzista dello stato e delle istituzioni ucraine.

Una posizione equilibrata che ha portato i comunisti portoghesi a votare contro la risoluzione – nessuna difesa a oltranza di Mosca, nessuna apologia dello scontro, anzi – e che poteva tranquillamente vedere la convergenza di tutte le forze della sinistra europea senza che dovessero necessariamente rinunciare al proprio giudizio critico nei confronti della Russia. Perché in gioco c’è evidentemente la pace e la capacità da parte delle forze di sinistra e popolari di indicare una via alternativa a quella guerrafondaia intrapresa – al proprio interno e all’esterno dei propri confini – dal blocco europeo, e non certo uno sterile referendum sulla natura di questo o quel regime politico nei paesi dove la competizione tra gli interessi delle grandi potenze provoca conflitti sempre più disastrosi.

Il testo integrale della mozione

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Quello che segue è il testo del “manifesto” lanciato da un ampio schieramento di forze della società civile per la promozione di un’iniziativa dei cittadini europei per l’occupazione e lo sviluppo. L’ICE è un istituto di democrazia partecipativa previsto dall’art. 11 del Trattato di Lisbona che consente a un milione di cittadini, di almeno 7 paesi UE di presentare alla Commissione europea una proposta di legge di iniziativa popolare europea, La raccolta di firme verrà lanciata il 24 marzo in varie capitali europee.

Sono trascorsi sei anni, ma la grave crisi che l’Europa sta attraversando non è superata. L’euro, pilastro del mercato unico, non è ancora al sicuro. Il rischio di una rinazionalizzazione delle politiche economiche, disastrosa per l’economia e per il welfare di ciascuno dei Paesi dell’Unione, nessuno escluso, è un rischio grave e reale.

Il rigore di bilancio su cui hanno puntato i governi, pur necessario per affrontare la crisi del debito, anche per l’eccessiva compressione dei tempi di attuazione ha avuto l’effetto di aggravare la spirale depressiva, compromettendo lo stesso obiettivo del risanamento. Occorre pensare in termini nuovi. Accanto al completamento del mercato unico, specie nel comparto fondamentale dei servizi, si deve ormai con urgenza porre mano ad un Piano straordinario che faccia ripartire lo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile, fondato sulla realizzazione di infrastrutture europee, sulle nuove tecnologie, sulle nuove fonti di energia, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, sulla ricerca di punta, sull’istruzione avanzata e sulla formazione professionale.

Un tale Piano deve innanzitutto promuovere l’occupazione con un volume di risorse destinate ad investimenti in beni pubblici europei tale da generare alcuni milioni di posti di lavoro, in particolare in quei Paesi nei quali l’emergenza sociale della disoccupazione di massa ha raggiunto livelli allarmanti, tali da mettere a rischio le stesse democrazie.

Queste risorse finanziarie aggiuntive

si possono ottenere mobilitando risorse proprie dell’Unione (quali ad esempio una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una tassa sulle emissioni di carbonio), capitali privati (con Project bonds europei) e risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti.

La cooperazione intergovernativa si è rivelata del tutto insufficiente. Il Parlamento europeo si sta muovendo, anche in vista delle elezioni del 2014. Ma per dare una spinta decisiva a un processo troppo lento occorre che si levi finalmente una voce dai cittadini europei.
Di qui l’importanza della proposta, avanzata da un ampio  schieramento di forze, dai movimenti federalisti ed europeisti, dai sindacati e da numerose associazioni della società civile di una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), sulla base del Trattato di Lisbona (art. 11) per un Piano europeo straordinario per lo  sviluppo sostenibile e per l’occupazione. Questa proposta merita di essere sostenuta con forza.

L’integrazione europea è stato il grande contributo di civiltà che l’Europa ha offerto al mondo, dopo che per sua responsabilità per due volte esso si era lacerato con due sanguinose guerre mondali. Il processo di unione ha assicurato all’Europa la pace per oltre 60 anni e il raggiungimento di un benessere senza precedenti nella storia. Ha costituito un modello per l’intero pianeta.
Ora tutto questo è a rischio. I cittadini imputano la responsabilità della crisi all’Europa che è percepita come un ostacolo, come una fonte di disuguaglianza tra i cittadini e tra gli Stati, non più come una speranza per il nostro futuro. Il ritorno del nazionalismo può essere contrastato solo se i cittadini pretenderanno che l’Europa dimostri di saper rispondere ai loro bisogni.

E’ dunque venuto il tempo di aprire le vie ad una presenza attiva dei cittadini europei nel mondo di oggi e di domani.

Primi firmatari: Michel Aglietta, Michel Albert, Ulrich Beck, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Olivier Giscard d’Estaing, Sylvie Goulard, Pascal Lamy, Yves Mény, Claus Offe, John Palmer, Romano Prodi, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Tzvetan Todorov

13 marzo 2014

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Riporto come spunto di riflessione questo passaggio dal libro di Andrea Baranes “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” – FALSO, Laterza, Roma-Bari 2014 (pagg. 72-74), che mi sembra molto esplicativo di come la pensi il mondo della finanza internazionale.

Per me quello che segue è una ragione di più per difendere la nostra Costituzione dagli attacchi del neoliberismo, che vuole svuotare gli Stati, in particolare quelli della periferia dell’Unione Europea, di tutele quali il diritto al lavoro, a una giusta remunerazione, alla dignità della persona. La mentalità espressa da JP Morgan è il “nemico da abbattere”, tutto quello contro cui dovremo impostare la nostra battaglia, anche culturale.

A giugno 2013 il settore europeo di ricerca della JP Morgan pubblica uno studio sulle cause delle difficoltà attuali e su cosa andrebbe fatto: «Nei primi giorni della crisi si pensava che i problemi nazionali fossero in gran parte economici: troppi debiti sovrani, bancari e delle famiglie, disallineamento dei tassi di cambio, rigidità strutturali. Ma nel corso del tempo è diventato chiaro che ci sono anche problemi di natura politica. Nei paesi del Sud, le Costituzioni e le forme politiche applicate in seguito alla caduta del fascismo hanno una serie di caratteristiche che sembrano essere inadatte a una maggiore integrazione nella regione». Ovviamente il settore finanziario non ha alcuna responsabilità nella situazione attuale. I problemi sembravano legati esclusivamente all’economia interna dei singoli paesi, finché non si è rivelata la verità: citando un altro passaggio del rapporto, «le Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra avevano guadagnato dopo la sconfitta del fascismo».

Se questa è l’analisi, il programma da portare avanti segue naturalmente: «i sistemi politici della periferia mostrano tipicamente diverse delle seguenti caratteristiche: una classe dirigente debole, Stati centrali deboli rispetto a singole regioni, tutela costituzionale dei diritti del lavoro, sistemi di costruzione del consenso che favoriscono meccanismi clientelari, e il diritto di protestare in caso di cambiamenti politici sgraditi dello status quo. Le carenze di questa eredità politica sono state rese evidenti dalla crisi [Leigh Philips, Jp Morgan to eurozone periphery: “Get rid of your pinko, anti-fascist constitutions”, «EU.Observer», 7 giugno 2013]»..È davvero una vergogna che delle vetuste Costituzioni antifasciste ci abbiano trascinato nella crisi, creando tante preoccupazioni alle povere banche d’affari. Se è da sfacciati nel XXI secolo avere ancora una Costituzione che tutela i diritti del lavoro, rasenta l’incredibile pensare che un cittadino possa addirittura protestare se lo ritiene giusto.

La storia la scrivono i vincitori. E la finanza sta vincendo. Come ricorda Barbara Spinelli, «ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontata come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili. Senza pudore, JP Morgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti».

Parliamo della stessa JP Morgan che patteggia una multa da 13 miliardi di dollari per lo scandalo dei mutui durante la crisi, una da 920 milioni per operazioni in derivati di un suo trader, sotto inchiesta con l’accusa di corruzione in Cina per ottenere contratti con le aziende di Stato. E l’elenco potrebbe continuare. «La JP Morgan, la più grande banca americana per asset, potrebbe conquistare un altro primato, questa volta indesiderato: l’istituto più indagato e sanzionato degli Stati Uniti [Marco Valsania, JP Morgan, le inchieste costano 7 miliardi in più, «Il Sole 24 Ore», 20 agosto 2013]». Il solo Dipartimento della Giustizia avrebbe in corso sei diverse indagini sulla banca. Secondo la scala di valori del colosso americano, il violare la legge sembrerebbe ben più accettabile della tutela dei diritti costituzionali.

Smantellamento delle regole esistenti, attacchi ai poteri statali, violazione sistematica delle leggi e dipendenza dai salvataggi pubblici quando le cose vanno male. È in atto uno scontro tra finanza e democrazia. Ma, a dispetto dei disastri combinati negli ultimi anni, è la finanza ad attaccare e le regole democratiche a essere minacciate.

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Dal profilo Facebook della lista “L’Altra Europa con Tsipras”:

Alexis Tsipras

Atene, 2 /6/2014

Cara Barbara,

vorrei che Tu comunicassi a tutte le compagne e a tutti i compagni dell’Altra Europa la mia commozione profonda per l’impegno profuso nella lotta, e la mia grande gioia per il vostro successo nell’aver superato il limite del 4%, nonostante la vostra esclusione dai media e l’aggressione subita da parte del regime poltico del vostro paese.

E’ un risultato ottenuto grazie a una scelta responsabile, che nello stesso tempo dà speranza.

Il popolo italiano, e in particolare il popolo della Sinistra, ci offre l’opportunità di proseguire. Ci mette però anche alla prova. Ci indica che se questa volta non ripeteremo gli stessi errori, e se andremo avanti tutti uniti, potremo arricchire le nostre potenzialità. Se lo deluderemo di nuovo, non ci sarà possibilità di tornare indietro.

E’ per questo che penso che il prossimo periodo sarà decisivo, e che voglio richiamare la Tua attenzione.

Tutto ciò che con fatica abbiamo costruito, dobbiamo custodirlo con tutte le nostre forze. Dobbiamo dargli la possibilità di essere messo alla prova, di conquistare la fiducia del popolo italiano, e in particolare dei lavoratori e dei giovani, delusi dalla politica. Dobbiamo dar loro l’opportunità di aprire le proprie ali.

Questo significa, mia cara Barbara, che il Tuo ruolo e la Tua presenza sono più importanti e decisivi in questo momento che non nel periodo della nascita della Lista.

Capisco che ciò che Ti chiedo forse vada oltre i Tuoi progetti personali, e tuttavia sono costretto a chiedertelo, considerando il tuo ruolo fortemente garante per la continuazione del progetto.

Questo peraltro è stato riconosciuto dagli stessi elettori di sinistra, che Ti hanno onorata con il loro voto e la loro fiducia, eleggendoTi in due distretti.

Nel prossimo periodo, nel Parlamento europeo ci aspetta una battaglia difficile e dura contro l’austerity, il neoliberalismo, il neonazismo, il razzismo e la xenofobia.

Porteremo avanti tutti insieme questa lotta per la ricostruzione dell’Europa, coerenti con il nostro programma e con gli impegni che abbiamo preso con i cittadini che ci hanno onorato affidandoci il proprio voto.

Allo stesso tempo, è importante che in Italia questo progetto di unità e di speranza vada avanti, accogliendo la gente nuova che è entrata nelle nostre file, e lasciandoci alle spalle le logiche di divisione del passato, che ci hanno portato sull’orlo del precipizio.

Per potercela fare considero necessario, almeno fino al momento in cui vi sia la certezza che le cose seguano la strada giusta, che Tu non insista nella Tua decisione iniziale di dimmetterTi dal posto di europarlamentare dell’Altra Europa.

Di certo la decisione finale sarà una Tua scelta personale. Vorrei però che Tu considerassi sia il fatto che la Tua presenza nel Parlamento europeo è molto importante, particolarmente nel periodo iniziale, sia l’ansia di tutti noi di mantenere l’unità e la continuazione del nostro magnifico lavoro nel Tuo paese.

Ti assicuro che, in ogni caso, sia io personalmente, sia i nostri compagni in Italia e in Grecia, rispetteremo la Tua decisione, sapendo che sarai sempre in prima linea nella nostra lotta comune nel ricostruire dal basso le nostre vite, i nostri paesi e il nostro continente.

Saluti dal Tuo compagno

Alexis Tsipras

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Il simplicissimus

2005_04La sinistra doveva ricominciare dalla lista Tsipras, come ancora si va dicendo, visto che per 8 mila voti manderà tre rappresentanti a Bruxelles. Ma si scopre, personalmente senza alcuna sorpresa, che è solo il prolungamento di una vecchia storia ormai fuori dalla storia. Una storia di piccole elite politiche e intellettuali che navigano in un bicchier d’acqua. La conferma viene dall’ennesimo ripensamento della Spinelli che adesso sta meditando di non rinunciare affatto allo scranno di Strasburgo. Prima si è presentata come garante della lista per poi invece auto inserirsi come candidato nobile del progetto in due circoscrizioni pur essendo assai nota la sua militanza filo bancaria impalliditasi solo nella seconda metà del 2012 (e perciò scomunicata da Scalfari). Qualche giorno dopo, visto che tutto ciò avrebbe potuto portare a qualche problema, ha detto che la sua era solo una candidatura di bandiera e che avrebbe rinunciato alla poltrona se eletta. Adesso sostiene che molti…

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Laura Eduati, Huffington Post, 2 giugno 2014

I maligni scrivono che è stata folgorata sulla via di Strasburgo. Ma il sentimento prevalente è l’amara sorpresa: Barbara Spinelli, promotrice della lista Tsipras e candidata capolista nell’Italia centrale e meridionale, starebbe cambiando idea e non lascerà il seggio come aveva promesso , Dunque molto probabilmente diventerà europarlamentare nell’edificio che porta il nome del padre Altiero. La possibilità che questo avvenga è ormai data per molto concreta.

Pare che dietro la decisione ci siano forti pressioni dello stesso Alexis Tsipras, il leader greco della vincente Syriza che vorrebbe portare in Europa un nome di peso come quello dell’editorialista di Repubblica e proporla come vicepresidente del Parlamento. Spinelli dovrebbe sciogliere le riserve entro poche ore, soprattutto per fermare l’enorme confusione che si è scatenata in queste ore all’interno della lista Tsipras, dove le posizioni non sono per niente univoche.

Guido Viale, tra i promotori della lista insieme con Flores D’Arcais e la stessa Spinelli, pensa che l’idea di mandarla a rappresentare la sinistra italiana a Bruxelles non sia affatto malvagia. Non la pensano così una folta schiera di persone coinvolte e meno coinvolte nel progetto. Maso Notarianni, giornalista e membro del comitato elettorale, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a Spinelli, nella quale spiega che l’eventuale scelta di mantenere la poltrona europea danneggerebbe l’immagine della lista Tsipras:

Erano anni che non si vedevano così tante facce credibili, coerenti con la propria storia e con la propria vita, mettersi in gioco per un progetto di cambiamento. Questo è stato visto e apprezzato dai pochi che sono riusciti a vederci.
Ma vedo che, non appena ha cominciato a girare la tua idea di ripensarci, sono partiti centinaia di commenti spiacevoli, che ci accomunano al resto dei “politici”, che dicono (qualcuno con soddisfazione, altri con disperazione) che siamo uguali agli altri.
Ecco, io ti chiedo con il cuore in mano se te la senti di prenderti una responsabilità così grande: quella di farci perdere in credibilità e in coerenza.
Non so se tu te ne rendi conto, non vorrei – davvero – che questa scelta poi ti venga fatta pagare troppo duramente.

Marco Furfaro

I simpatizzanti della lista Tsipras sfogano sui social network la loro delusione, anche se non mancano coloro che hanno addirittura promosso una petizione per chiedere a Spinelli di rappresentarli in Europa. Tra questi alcuni candidati della lista Tsipras come l’attore Ivano Marescotti, l’urbanista Edoardo Salzano, la scrittrice animalista Daniela Padoan e il No Tav Pierluigi Richetto. Per loro la presenza di Spinelli al Parlamento europeo costituirebbe la garanzia che la lista Tsipras non venga eccessivamente orientata nelle scelte da Sinistra ecologia e libertà – il primo dei non eletti in Italia centrale è Marco Furfaro di Sel -, partito che ha espresso l’idea per ora minoritaria di avvicinarsi al Pd e dunque al Partito socialista europeo. I promotori della lista Tsipras invece preferiscono entrare nel gruppo della Sinistra unita.

Altri invece sono preoccupati dalla recente apertura a Beppe Grillo formulata dalla stessa promotrice.

Eleonora Forenza

In fondo Spinelli, insieme a Moni Ovadia, aveva ripetuto a ogni occasione che la loro era soltanto una forte sponsorizzazione e che all’indomani delle elezioni avrebbero lasciato spazio ai secondi in lista, in questo caso i giovani Marco Furfaro (Sel) e Eleonora Forenza (Prc), candidati rispettivamente nell’Italia centrale e meridionale. Se la figlia dell’europeista di Ventotene dovesse accontentare Alexis Tsipras e garantire la sua presenza all’europarlamento, dovrebbe anche decidere se sacrificare Furfaro o Forenza e non è un dettaglio secondario.

E domani Vendola sarà a Bruxelles per incontrare non soltanto Tsipras ma anche Martin Schulz, candidato alla Commissione europea per il Pse.

Sulla questione di Barbara Spinelli si sono espressi anche due giornalisti e simpatizzanti di peso come Alessandro Gilioli e Paolo Hutter, entrambi molto negativi sull’ipotesi che la giornalista e saggista possa cambiare idea e tenere il seggio. Scrive Hutter:

Dietro a chi sta spingendo la Spinelli in questa più che problematica direzione ci sono il sentimento e la volontà di sbaraccare sia Sel che Rifondazione per dare rapidamente vita al nuovo soggetto politico derivante dal relativo successo della lista Tsipras. In particolare c’è la irritazione perché in Sel si è riaperto il dibattito sul rapporto col Pd. (Ma era inevitabile, col Pd al 40% e una minoranza di Sel che era contraria alla lista Tsipras..) C’è già chi si spinge a dire che non solo la posizione della “destra”Sel ma anche la posizione di Vendola (“ll nostro orizzonte è l’alleanza con il Pd a condizione che si ricostruisca un profilo di cambiamento. Renzi ha vinto e la sua vittoria non cambia la qualità di questo governo…”) sarebbero incompatibili col progetto de l’Altra Europa. In realtà tra tutti gli elettori dell’Altra Europa c’è una convivenza intrecciata di sentimenti, non una divisione netta, tra chi vagheggia un ritorno dell’alleanza tra Pd e sinistra radicale, e chi sogna una Syriza italiana,o un 5 stelle “politicamente corretto”.

Interviene poi Paola Bacchiddu, la responsabile della comunicazione della lista Tsipras che racconta di essere stata allontanata dall’incarico per volere di Spinelli dopo aver pubblicato su Facebook l’ormai celeberrimo bikini:

Per ora tacciono gli altri due promotori della lista Tsipras, Marco Revelli e Luciano Gallino. Tra poche ore, complice anche la pressione che Spinelli dice di ricevere da molti elettori, il nodo dovrebbe sciogliersi e i malpancisti dovrebbero avere una risposta ai loro laceranti dubbi.

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Lelio De Michelis, Alfabeta 2, 20 aprile 2014

Un po’ di filosofia e di psicanalisi; spunti dalla riflessione di Hannah Arendt sul totalitarismo, ma applicandola al capitalismo; e Michel Foucault. Sono alcuni degli strumenti utili per capire la crisi di questa Europa.

Dal 2008 gli europei vivono un incubo che coniuga ideologia (il neoliberismo), autoritarismo (lo stato d’eccezione, i governi di larghe intese, il non poter votare e decidere), volontà di potenza (il capitalismo totalitario), moralismo religioso (protestante), inquisizione (cattolica), nichilismo (ancora il capitalismo), pulsioni libidiche e aggressive (l’austerità e il pareggio di bilancio). Secondo una colossale menzogna (sempre l’ideologia neoliberista), che ha prodotto (come ogni ideologia) altrettanto colossali meccanismi di falsificazione della verità e della stessa razionalità economica (l’austerità come via virtuosa per la crescita, mentre è una politica pro-ciclica che peggiora la crisi, non correggendone le cause). Il tutto emarginando ogni tentativo di fare parresia. Di dire il vero contro la menzogna.

L’Europa (gli europei): in questo incubo l’hanno portata le sue classi dirigenti (sic!) e le oligarchie economico-finanziarie. Non per un incidente della storia, ma perché la loro azione era ieri ed è ancora oggi finalizzata ad una trasformazione politica in senso antidemocratico e totalitario del potere; ed economica in senso definitivamente neoliberista. Suda, soffre, si impoverisce ma l’Europa subisce in silenzio questa ideologia neoliberista e questo collegato sadismo economico del capitalismo.

Capitalismo che prima ha mescolato abilmente il piacere al consumare (secondo il principio sadiano per cui il vizio è superiore alla virtù, e bastava indebitarsi) – producendo il discorso capitalista secondo Lacan; e poi la colpa al debito. Conseguentemente, tutti coloro che non appartengono all’oligarchia del capitale (e i super-ricchi sempre più ricchi) sono stati obbligati a soggiacere ad un gioco sado-masochistico, tra dominio-sottomissione da un lato e autopunizione dall’altro. Perché si compisse e fosse accettata e condivisa (perché questo doveva accadere) la liquefazione della società voluta con determinazione e consenso crescente (da destra e da sinistra) dal neoliberismo in questi ultimi maledetti trent’anni.

Ciascuno dovendo accettare anche le pratiche sadiche dei mercati e della finanza (i delitti gratuiti, progettati a tavolino dagli egoismi del capitale che ovviamente escludono ogni interesse collettivo) – e i governi lasciando fare o facendosi promotori essi stessi della perversione – così come le donne del marchese de Sade dovevano subire il piacere dei loro padroni. Un’Europa dove appunto il piacere (sadismo – azione attiva) di chi produce sofferenza (banche, borse, agenzie di rating, governi, troike), si è combinata con la perversione opposta (masochismo – reazione passiva) degli europei che devono provare piacere (infatti non reagiscono) alle sofferenze inflitte loro dal neoliberismo.

Un incubo, il neoliberismo. Eppure questo incubo è ancora saldamente al potere. Perché il neoliberismo (meglio: il capitalismo) è un’ideologia (la più nichilistica ma l’unica che è riuscita a diventare globale, internazionalista). Perché il neoliberismo aveva promesso la libertà dell’individuo e ha invece prodotto (inevitabilmente, date le premesse che negavano ab initio la promessa), l’assoggettamento di tutti al mercato, la mobilitazione di tutti al lavoro via rete, l’indebitamento come legame proprietario tra debitore e creditore. Dalla soggettivazione promessa all’assoggettamento realizzato.

Per capire cosa sia una ideologia vale la definizione di Hannah Arendt: è «la logica di un’idea». Ma integrandola così: è la logica di un’idea chiusa in se stessa. Perché se è vero che l’idea è ciò che fa guardare avanti, l’ideologia, pur promettendo il futuro chiude nella propria autoreferenzialità che uccide il futuro. La sua materia è la storia, scrive Hannah Arendt. E le ideologie sono «ismi che possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento, facendoli derivare da una singola premessa». Per l’Europa la premessa è appunto il neoliberismo. E sono le Tavole dei numeri (il rapporto pil/debito-deficit pubblico, il pareggio di bilancio), diventate le Tavole della Legge.

E ancora: l’ideologia diviene indipendente da ogni esperienza, che non può comunicare nulla di nuovo al potere ideologico, per il quale sbagliata non è l’ideologia – l’austerità europea, i tagli alla spesa pubblica, l’impoverimento e la disoccupazione di massa, la precarizzazione di lavoro e di vita – ma la realtà che con vuole corrispondere, come invece dovrebbe, alla verità ideologica. L’ideologia nega la realtà, insediando sulla realtà «una realtà più vera», che sarebbe nascosta dietro alle cose percepibili; una realtà più vera che si avverte (ma solo pochi eletti la possono avvertire: oggi i tecnici), disponendo di una sorta di «sesto senso».

Che «è fornito appunto dall’ideologia, da quel particolare indottrinamento che viene impartito negli istituti appositamente creati per l’educazione di ‘soldati politici’. (…) Una volta giunto al potere, il movimento procede a mutare la realtà secondo i suoi postulati ideologici». Scuole e università hanno così indottrinato generazioni di studenti al capitalismo e al neoliberismo; i mass media hanno amplificato e validato l’ideologia; mentre Fmi e Bce, ma soprattutto borse e agenzie di rating hanno modificato l’immaginario collettivo: alla fine, ecco prodotta l’educazione dei soldati economici (di tutti e di ciascuno). Perché obiettivo del capitalismo – e del suo estremismo neoliberista – non era tanto quello di produrre beni o denaro, ma soggetti-solo-economici e relazioni-solo-di-mercato.

Ideologia. E totalitarismo. Oggi appunto quello del capitalismo (e della rete) globale. Che mira cioè (Foucault parlerebbe di biopolitica e di governamentalità) alla «trasformazione della natura umana che, così com’è, si oppone invece al processo totalitario» (Arendt). Natura che doveva diventare capitalistica, per cui «al di sopra dell’insensatezza della società totalitaria è insediato, come su un trono, il ridicolo supersenso della sua superstizione ideologica». Ovvero (andando oltre Foucault), il potere pastorale del mercato e della rete e i suoi meccanismi di sapere e di potere e di connessione/legame che hanno ormai trasformato ogni individuo in lavoratore o imprenditore o merce, la cultura in bene culturale o in evento, la società in capitale sociale, gli stati in impresa, gli individui in capitale umano, la propaganda in pubblicità, Dio nella mano invisibile – con contorno di controllo capillare per il governo eteronomo (la governamentalità) della vita di tutti e di ciascuno.

Meccanismi di produzione di una verità (i foucaultiani meccanismi di veridizione) non vera ma utile (perché fatta credere come vera) al potere. Reiterata inducendo in ciascuno reazioni pavloviane (Arendt) ai segnali (Foucault) che il potere diffonde perché sia obbedito da ciascuno anche senza minacciare e senza obbligare. Il totalitarismo capitalistico non si è negato neppure il potere/diritto di usare il terrore politico (impedendo ai greci un referendum sulle misure di austerità); e di attuare laboratori dove sperimentare la sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo (come in Grecia dove, a causa della malnutrizione e della riduzione dei redditi le morti bianche dei lattanti sono aumentate del 43% tra il 2008 e il 2010 e quello dei nati morti del 20%; dove il 30% dei greci deve ricorrere agli ospedali di strada, mentre i suicidi sono saliti del 45% (Barbara Spinelli, citando la rivista Lancet).

Urge allora che il demos si riprenda il potere. Che esca dall’incubo in cui si è lasciato ingabbiare dalla biopolitica/tanatopolitica neoliberale. Cercando, fuori dall’ideologia, un’idea virtuosa di Europa.

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