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Posts Tagged ‘Benedetto Croce’

La prima pagina dei Quaderni del Carcere

Circa un anno e mezzo fa, all’inizio dell’avventura di questo blog, quando avevo annunciato la mia intenzione di trascrivere i Quaderni del Carcere non sapevo dove questa idea mi avrebbe portato, quanto tempo ci avrei messo, che tipo di risultato avrei ottenuto,

Innanzitutto il progetto, mano a mano che andavo avanti, si è arricchito di nuovi contenuti e nuove idee, che ho cercato di esporre in breve in questa pagina del sito. Un lavoro che mi occuperà ancora per svariati mesi, se non addirittura anni.

Ora che il primo passo, la trascrizione, è stato completato, mi permetto di fare alcune valutazioni. Le faccio in punta di tastiera, con notevole timore reverenziale, perché sto scrivendo di uno dei giganti del pensiero europeo dello scorso secolo. Ma non posso esimermi dal farlo, perché trovo riprovevole che – di Gramsci – se ne parli di più all’estero che in Itaila. Altri, che hanno dedicato la vita a studiarne l’opera hanno fatto notare come Gramsci si sia confrontato con i massimi intellettuali del suo tempo, abbia aperto vie di ricerca in materie quali la storia della letteratura, la critica, l’estetica. Abbia trattato di Dante, di Benedetto Croce, di Giovanni Gentile, di Karl Marx; di filosofia, storia, letteratura, sociologia.

Personalmente, due cose mi hanno stimolato: il metodo di lavoro e lo scopo di Gramsci.

Il metodo di lavoro è interessante e, grazie alla trascrizione, che oltre a leggere mi costringeva a rileggere, mi è apparso evidente. Gramsci prende appunti, costituiti di brevi note e poi li rielabora in più passaggi successivi, affinandoli e dettagliandoli. In lui, è costante la ricerca di nessi che possono essere storici o logici. Emergono chiaramente quelli che sono i passaggi chiave, a volte costituiti da date simbolo, altre da fatti particolarmente rilevanti, che hanno portato l’Italia e l’Europa degli anni Trenta a essere quella che era, così come la memoria prodigiosa dell’autore, testimonianza di precedenti studi molto approfonditi.

Dal punto di vista dello scopo, Gramsci ha ben presente l’obiettivo di trasformare la società in chiave anticapitalistica. Per farlo prevede un gigantesco piano di formazione culturale, politica, sociale del proletariato e contemporaneamente si interroga su quello che, all’epoca, era il modello di produzione vincente: la fabbrica fordista. È attentissimo, e in questo è anche modernissimo, alle forme di comunicazione, alla ricerca del linguaggio adatto per veicolare i diversi messaggi a seconda dei diversi pubblici. (Spesso mi ritrovavo a pensare a quali risultati sarebbe potuta giungere la produzione di Gramsci con i mezzi tecnici disponibili oggi, ma queste sono domande che mai avranno risposta e che, quindi, lasciano il tempo che trovano). E lo fa da politico, più che da filosofo, perché sempre pone l’attenzione agli aspetti concreti del suo pensiero.

Infine, ma tutte queste banali riflessioni sono strettamente personali e non supportate da letture e confronti con altri, mi ha stupito l’assenza di odio nelle parole di Gramsci. Per il nostro, il fascismo è un incidente di percorso, qualcosa che presto passerà, uno scherzo della storia e in quanto tale va trattato, indipendentemente dalla situazione di carcerato politico. Più importanti per lui, perché più motivate dal punto di vista profondamente culturale, sono altre questioni, ad esempio il conflitto ideologico in atto in Unione Sovietica e la necessità di spiegare a un pubblico vasto la filosofia della praxis.

quadernidelcarcere.wordpress.com

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Adriano Prosperi, Il Manifesto, 8 marzo 2015

Come si arrivò al giorno in cui il mondo intero guardò al pensoso monaco nero, protagonista di “Campo dei Fiori. La storia di un monumento maledetto” raccontata da Massimo Bucciantini per Einaudi

Giordano BrunoCi fu un tempo in Ita­lia in cui tutta la poli­tica e la cul­tura sem­brava fos­sero rias­su­mi­bili in un nome e nell’idea di un monu­mento: il nome era quello di Gior­dano Bruno e il monu­mento quello cele­bre di Campo dei Fiori. È di que­sta sto­ria che rac­conta Mas­simo Buc­cian­tini, già nar­ra­tore di cose gali­leiane, nel suo nuovo libro, Campo dei fiori Sto­ria di un monu­mento male­detto (Einaudi, pp. 391, euro 32,00).

La Chiesa e i cat­to­lici ita­liani fecero di Gior­dano Bruno un «male­detto», come si sa; ma non è il loro punto di vista a inte­res­sare Buc­cian­tini, che invece ha dedi­cato ricer­che accu­rate al mondo dei caffè e delle aule uni­ver­si­ta­rie dove i gio­vani figli della bor­ghe­sia ita­liana si ubria­ca­rono di reto­rica del mar­ti­rio e del libero pen­siero. Furono loro a con­ce­pire il pro­getto del monu­mento. Distratta e sbia­dita, la «nuova Ita­lia» libe­rale rimase sullo sfondo, alle prese con l’ostilità di masse popo­lari, sem­pre fedeli alla reli­gione e al papa.

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Da un po’ di tempo sto cercando di approcciare il pensiero di Slavoj Žižek. Da mesi sul mio comodino riposa una copia de La visione di parallasse, che mi dicono essere opera assai importante, oltreché recente, del filosofo sloveno.

Non riesco a leggerlo e sicuramente è colpa mia. In parte perché è da un bel po’ di tempo che non leggo libri di filosofia, ma forse soprattutto perché da qualche parte ho sentito dire che va letto con un approccio particolare, che io non sono ancora riuscito a centrare, evidentemente.

Poco male, prima o poi ce la farò. Nel frattempo proseguo la mia ricerca. Non vorrei mai, infatti, trovarmi a un convegno su argomenti politici o culturali e non riuscire a citare Žižek o, peggio ancora, citarlo erroneamente!

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Di Angelo D’Orsi, Micromega, 27 giugno 2014

In un volume di recente pubblicazione – “Scritti su Marx”, a cura di Cesare Pianciola e Franco Sbarberi, edito da Donzelli – una selezione di scritti inediti di Norberto Bobbio su Marx. Pagine che confermano l’estraneità di Bobbio all’universo marxiano e la sua sostanziale incomprensione del gigante tedesco. Ma nulla aggiungono ai testi già noti.

Norberto Bobbio

La ricerca dell’inedito è pratica diffusa e piacevole per lo studioso, quasi sempre utile, non sempre indispensabile (vale sempre l’adagio “Nulla più inedito dell’edito”). Quando poi dalla ricerca (con risultato positivo, s’intende) si passa alla decisione di trasformare l’inedito in pubblicazione, allora la cosa si complica. E, soprattutto, non è detto che per il lettore si tratti di un vantaggio. Davanti all’operazione condotta con affetto e reverenza da Cesare Pianciola e Franco Sbarberi, studiosi di “ambiente bobbiano”, mi sia consentito esprimere qualche perplessità.

Frugando nell’immenso Archivio Bobbio (depositato presso il Centro Studi Piero Gobetti, di Torino), essi hanno trascelto frammenti, note, appunti, testi semicompiuti per conferenze, e li hanno affidati alle stampe, con una Introduzione che prova a contestualizzare sia nello sterminato corpus della produzione del Maestro, sia nelle diverse stagioni nelle quali egli si avvicinò a Marx. La perplessità si può esplicitare nella domanda banale ma ineludibile: serve? E a chi eventualmente può servire? Non certo al lettore comune, anche colto, interessato a Marx e alla storia del marxismo; in queste pagine difficilmente ricaverebbe elementi a loro volta utili a soddisfare dubbi analitici, saziare la volontà di sapere e capire di più relativamente all’autore del Capitale, ossia al suo pensiero, e a quello di una folla di discendenti più o meno fedeli. E persino lo studioso professionale di marxismi non troverebbe in queste pagine di che soddisfarsi: spesso provvisorie, sovente didascaliche, tracce di saggi, che, nella loro forma compiuta, più agevolmente, si possono reperire e leggere nella raccolta curata da Carlo Violi Né con Marx, né contro Marx (Editori Riuniti, 1997).

Ecco, è sufficiente un confronto tra questi due libretti per rendersi conto che se vogliamo conoscere il Marx di Bobbio ha decisamente più senso leggere o rileggere i testi compiuti, affidati dall’autore all’editore, piuttosto che avventurarsi nel groviglio di questi scritti che non credo Bobbio avesse ipotizzato di pubblicare (e non so se apprezzerebbe che lo si sia fatto).

Ciò malgrado, una sua utilità il libro ce l’ha, e non concerne Marx, bensì Bobbio stesso, o meglio per la ristretta comunità degli studiosi di Bobbio: si tratta per così dire del backstage dell’officina bobbiana, nel reparto marxologico. E se ne ricavano conferme e qualche novità, non particolarmente lusinghiera per Bobbio che, con la sua affilatissima lama forgiata nella filosofia analitica – forse nessuno della sua generazione in Italia lo ha superato, in questo – non riesce, a mio avviso, a penetrare la dura pelle dell’orso Marx. Non tanto, direi, per incapacità soggettiva, ma per un retroterra oggettivo, dal quale Bobbio non volle, in fondo, né seppe allontanarsi. Che, sostanzialmente, è quello crociano. In una conferenza padovana del 1946, Bobbio, allora militante del Partito d’Azione, afferma, in polemica con Marx e il marxismo (e, politicamente, coi comunisti): «La meta fondamentale dell’uomo non è la società senza classi: il problema dell’uomo è il problema della libertà» (e sottolinea la parola libertà). Ma ancora più chiaro ed esplicito il richiamo a Croce (allora ancora in vita) nella frase seguente: «Tutta la storia umana è storia di libertà». (p. 12).

È evidente che, quella doppia negazione (“né Marx, né contro”; che peraltro era già stata usata da Bobbio in un articolo sul suo rapporto con i comunisti: Né con loro, né contro di loro) è piuttosto ingannevole. Bobbio ha un rapporto diciamo di tipo dialettico, ma tendenzialmente conflittuale con Marx, ovvero sembra inserirsi, sia pure a distanza di decenni, in quella generale “resa dei conti” che una larga parte della cultura europea fece a partire dalla morte di Marx: l’interesse di Croce e di Gentile per il pensatore rivoluzionario di Treviri si colloca in questa temperie, dalla quale non a caso è lambito, sia pur ex post, anche Bobbio. Eppure c’è nella vasta e complessa teoria marxiana più di un elemento che sfida Bobbio, e lo induce a replicare, puntualizzare, respingere in toto, e più raramente, accogliere, sia pure solo molto parzialmente.

In uno dei frammenti – testo di una conferenza del 1951 – spiega: «Appartengo ad una generazione che si è formata negli studi conoscendo Marx di riflesso, attraverso la critica che ne aveva fatta il Croce»: una confessione preziosa, ma che, con onestà Bobbio stesso, integra, precisando che a differenza di quel che Croce pensava – preciso, dopo la giovanile infatuazione, sulla scia di Antonio Labriola –, egli si era accorto che «Marx non era rimasto in soffitta ma sulla strada maestra che si percorre ogni giorno». Si trattava di una presenza ingombrante con la quale, insomma, un intellettuale serio non poteva non fare i conti. Nell’anno del centenario della morte, Bobbio scrive di ritenere necessario che «le sinistre europee debbano liberarsi di Marx», ma è costretto, suo malgrado (e lo precisa con grande onestà, o se si preferisce con assoluto realismo) ad ammettere che «Marx è ancora – piaccia o non piaccia – vivo» (p. 121).

Si coglie, va precisato, da ogni riga sia di questo libro, sia da quello già richiamato che raccoglie i testi “compiuti” di Bobbio, che Marx per lui e per altri della sua generazione, fu non «oggetto di passione, guida per l’azione o oggetto di abominio», ma, innanzi tutto, «oggetto di studi, di ricerca, di riflessione, di critica» (p. 29). Analogamente, in una bella, lunga lettera del 1978, ad Aurelio Macchioro (che si era dedicato a una disamina critica del pensiero di Bobbio, sardonicamente stroncando, in particolare, il Bobbio lettore di Marx) Bobbio, piccato, afferma di respingere tanto la marx-fobia quanto la marx-mania: ma ancora una volta mostra una profonda estraneità all’universo marxiano.

Nel 1969 aveva precisato che i suoi «incontri con Marx» erano avvenuti «in momenti cruciali» della sua vita: l’«antifascismo militante» a Padova nel 1942 (un’autoqualificazione su cui vi sarebbe da eccepire; era l’epoca in cui come Bobbio stesso ammise trent’anni dopo, faceva «il fascista coi fascisti, e l’antifascista con gli antifascisti»); la ricostruzione; il Sessantotto. E si spinge a definire la visione della storia di Marx «semplicistica e superficiale», azzardando, persino, che essa è stata «smentita dalla storia». Come se non bastasse, conclude, con una certezza apodittica che un po’ stupisce in un intellettuale che ha fatto del dubbio la sua divisa: «Non è avvenuto nulla di quel che Marx ha previsto» (p 84). Un errore clamoroso, come chiunque può facilmente constatare, e come oggi si può dire che l’intera platea degli studiosi di scienze sociali è costretta a riconoscere: esagerando un po’, potremmo rovesciare l’affermazione assiomatica di Bobbio, sostenendo che Marx aveva previsto tutto… Bisogna tuttavia riconoscere che nel già menzionato scritto del 1983 l’ultima riga recita: «Ho poi l’impressione che la parola definitiva spetti agli economisti» (p. 121). Certo, lo dice a malincuore, in una sorta di segreta speranza che anche la scienza economica collabori alla demolizione di Marx, che dunque può tranquillamente essere studiato, distinguendo giudiziosamente e classicamente “ciò che è vivo” da “ciò che è morto”; un po’ come con Gramsci, insomma. E trattandosi per l’uno come per l’altro di “classici” il loro “uso politico” è da evitarsi, come, in realtà, sembra di capire sia da evitare anche un troppo frequente richiamo a loro, o una qualsivoglia pretesa di attribuire ad essi, al marxismo, nel suo complesso, una centralità nella storia del pensiero, che egli nega recisamente. Ad esempio, nell’intervento tenuto alla presentazione del I volume della celebre Storia del marxismo diretta da Eric Hobsbawm (e altri eminenti studiosi) per Einaudi nel 1978, Bobbio si addentra in un insistito gioco di interrogativi retorici che sembrano esprimere fastidio, più che volontà di accostarsi sine ira et studio (come Bobbio stesso non solo in questo libro, ma in numerosissime occasioni ribadisce precisando la propria etica di ricercatore).

In definitiva, scorrendo queste pagine, più ancora che quelle strutturate raccolte nel volume del 1997, se ne ricava l’impressione non soltanto di una sottovalutazione, ma di una sostanziale incomprensione del gigante tedesco, benché Bobbio non sia esente dal fascino che da quell’opera poderosa promana, come dimostra l’eccellente edizione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 da Bobbio (inopinatamente verrebbe da dire) curati nel 1949 per Einaudi, e poi ripubblicati, opportunamente, in edizione riveduta nel fatidico 1968, quando il “giovane Marx” furoreggiava tra gli studenti. Proprio in riferimento a quell’opera, in un intervento del medesimo anno, luccicano alcune perle di acume: per esempio nel folgorante parallelo tra Marx e Kierkegaard, giustamente individuati come «le due principali vie attraverso cui si esaurisce lo spirito romantico» (p. 43).

Eppure, quell’acume assai meglio, soprattutto non suo malgrado, per così dire, ma consapevolmente e per libera scelta, Bobbio ha saputo riservare ai tanti, numerosi “suoi” autori: Marx non fu tra essi. E raccogliere questi lacerti, che nulla aggiungono agli scritti già noti, davvero non sembra essere stato un buon servizio né a Bobbio, né al pubblico, tranne, ripeto, alla ristrettissima platea dei “bobbiani”. I quali però potevano e possono lavorare sui manoscritti dell’Archivio Bobbio, salvando qualche albero.

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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