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Posts Tagged ‘Benito Mussolini’

Interno della Risiera di San Sabba a Trieste

Nel mio precedente post ho cercato di delineare come certi fenomeni storici eclatanti abbiano una gestazione lenta ma costante.

Credo che questo concetto, oltre ad essere enunciato, vada approfondito. Per farlo, vorrei ricorrere a una ricostruzione cronologica dei fatti – certi e documentati – che si succedettero in Italia durante il fascismo per quanto riguarda le persecuzioni razziali. Questa stessa ricostruzione mi piacerebbe contribuisse a limitare le affermazioni revisioniste e negazioniste che sempre più spesso si sentono e che tendono a voler dare un’immagine dell’Italia e degli italiani vittime inconsapevoli di eventi a loro estranei. A proposito del mito “Italiani brava gente” avevo scritto qualcosa nell’articolo “Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani“, per cui non torno sull’argomento.

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Piero De Sanctis, Centro Gramsci di Educazione

Con il genio la natura resta in eterna unione:
ciò che l’uno promette, l’altra certamente mantiene.
Schiller

Sono trascorsi cento anni da quando Einstein presentò il 25 novembre 1915 all’Accademia prussiana delle Scienze Le equazioni di campo della gravitazione. Una Memoria che presentava la struttura completa della teoria della relatività generale e alla quale aveva lavorato già dal 1907.

L’intento era quello di costruire una teoria della gravitazione che approfondisse quella di Newton e fosse compatibile con la relatività ristretta del 1905. In effetti tra la teoria della relatività ristretta del 1905e quella generale del 1915, sorsero inizialmente contraddizioni poiché, mentre la prima assume come postulato base la velocità della luce costante, la seconda dice che un campo gravitazionale flette i raggi di luce rallentandoli. Furono necessari dieci anni di duro lavoro per superare queste contraddizioni, anni di ispirate e ingrate fatiche a proposito delle quali Einstein disse: « Alla luce della conoscenza ottenuta, il felice conseguimento sembra quasi una cosa del tutto naturale, e ogni studente intelligente può capirlo senza troppa fatica. Ma gli anni di ansiose ricerche nelle tenebre, con le loro intense aspirazioni, l’alternarsi della fiducia e della stanchezza, e l’emergere ultimo alla luce…soltanto coloro che hanno fatto essi stessi l’esperienza possono capirla.». Alcuni anni prima, infatti, Einstein si trovava prigioniero entro l’intricato labirinto delle equazioni gravitazionali di cui non aveva ancora trovato il filo conduttore giusto, e aveva lanciato il grido di aiuto all’amico matematico «Grossann, aiutami o io divento matto».

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La vettura di Mussolini. La freccia indica il punto dell’impatto della bomba scagliata da Lucetti

Molto poco sarebbe bastato per cambiare, forse, il corso della storia. L’11 settembre del 1926, infatti, Mussolini stava compiendo, a bordo di una Lancia Lambda coupé de ville, il consueto tragitto che lo portava da casa a Palazzo Chigi. Un anarchico carrarese, tale Gino Lucetti, che si era appostato nel piazzale di Porta Pia, lanciò contro l’auto del dittatore una bomba artigianale. La bomba, anziché centrare il finestrino, sfondandolo, andò a rimbalzare contro il bordo superiore metallico e rimbalzò in strada. Qualche secondo dopo esplose ferendo otto passanti. Mussolini rimase illeso.

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Rossana Rossanda, sbilanciamoci.info, 21 giugno 2015

Rossana Rossanda

Perdere in un anno due milioni di voti, come è successo al Pd, non è un incidente da poco. Si poteva pensare che il suo segretario, nonché premier, ne prendesse atto per correggere il tiro, mentre Renzi ha cercato soltanto di scrollarselo di dosso: “Non è una sconfitta mia, ma dell’opposizione”.

Non è neppure sfiorato dal sospetto che le minoranze non sono una disgrazia ma una condizione della democrazia; forse non ha mai saputo che della loro possibilità di muoversi in parlamento il garante è lui in quanto leader della maggioranza, convinto com’è che governare sia decidere da solo e per tutti. Due giorni dopo ha messo in atto le sue vendette rinviando una riforma della scuola e le attesissime centomila assunzioni di insegnanti che essa comportava dopo anni e anni di immobilità.

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Adriano Prosperi, Il Manifesto, 8 marzo 2015

Come si arrivò al giorno in cui il mondo intero guardò al pensoso monaco nero, protagonista di “Campo dei Fiori. La storia di un monumento maledetto” raccontata da Massimo Bucciantini per Einaudi

Giordano BrunoCi fu un tempo in Ita­lia in cui tutta la poli­tica e la cul­tura sem­brava fos­sero rias­su­mi­bili in un nome e nell’idea di un monu­mento: il nome era quello di Gior­dano Bruno e il monu­mento quello cele­bre di Campo dei Fiori. È di que­sta sto­ria che rac­conta Mas­simo Buc­cian­tini, già nar­ra­tore di cose gali­leiane, nel suo nuovo libro, Campo dei fiori Sto­ria di un monu­mento male­detto (Einaudi, pp. 391, euro 32,00).

La Chiesa e i cat­to­lici ita­liani fecero di Gior­dano Bruno un «male­detto», come si sa; ma non è il loro punto di vista a inte­res­sare Buc­cian­tini, che invece ha dedi­cato ricer­che accu­rate al mondo dei caffè e delle aule uni­ver­si­ta­rie dove i gio­vani figli della bor­ghe­sia ita­liana si ubria­ca­rono di reto­rica del mar­ti­rio e del libero pen­siero. Furono loro a con­ce­pire il pro­getto del monu­mento. Distratta e sbia­dita, la «nuova Ita­lia» libe­rale rimase sullo sfondo, alle prese con l’ostilità di masse popo­lari, sem­pre fedeli alla reli­gione e al papa.

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2015

Gino Paoli

È più pericoloso un governo che non fa nulla contro l’evasione fiscale, anzi fa molto pro, o un privato cittadino famoso accusato di evadere il fisco? Il secondo, a dar retta ai giornali. La lista Falciani, le accuse di Giuliano Soria, l’indagine di Gino Paoli, le polemiche a Sanremo per la presenza di Ferro e Nannini sospettati di evasione, occupano le prime pagine. E intendiamoci, è giusto e normale che sia così, vista la notorietà dei personaggi: Grillo, che difende l’amico Gino, deve farsene una ragione, anche se Paoli, come tutti gli accusati, ha il sacrosanto diritto alla presunzione di non colpevolezza (che non lo esime dalle dimissioni da un ente “sensibile” come la Siae).

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Giacomo Matteotti

Il 10 giugno 1924 veniva rapito e ucciso Giacomo Matteotti, trentanovenne deputato socialista.

Pochi giorni prima, in un vibrante intervento alla Camera dei Deputati, Matteotti, segretario del Partito socialista unitario, aveva denunciato i brogli elettorali commessi dai fascisti. Probabilmente era ben conscio del rischio che stava correndo, ma non si fermò, andò avanti, proclamando la verità. Il discorso di Matteotti del 30 maggio 1924 è rintracciabile sul sito della Camera dei Deputati, in copia anastatica dei resoconti stenografici. Ne esistono anche diverse trascrizioni più comodamente leggibili, Ad esempio questa su Wikisource.

Il discorso di Matteotti, mettendo in luce possibili alterazioni del risultato elettorale, solleva interrogativi in seno agli organi di informazione e nel contempo desta preoccupazioni nel governo di Mussolini. Il duce, temendo sollevazioni popolari, dà quindi ordine a uno dei suoi sicari, Amerigo Dumini, di rapire e uccidere il deputato socialista.

Passati due giorni dalla scomparsa, la famiglia e i compagni di partito, rappresentati dal deputato Modigliani, chiedono notizie alle autorità, ma il questore Bertini fornisce spiegazioni vaghe e rifiuta l’apertura di un’indagine. La vicenda è narrata nel famoso film del 1973, Il delitto Matteotti, di Florestano Vancini, Fra gli interpreti Umberto Orsini, Franco Nero, Renzo Montagnani e Vittorio De Sica, del quale qui potete trovare la trama, che ripercorre fedelmente la vicenda storica.

Quello che mi interessa non è ricordare per l’ennesima volta la trama di uno dei delitti politici più importanti e noti della storia italiana, bensì notare come, a volte, anche nel nostro Paese vi siano state persone disposte a lottare, da sole contro tutto e tutti, per affermare un ideale universale.

Novant’anni dopo, voglio ricordare Giacomo Matteotti con una sua frase, sulla quale sarebbe opportuno riflettere nel tentativo faticoso di ridare un senso alla parola socialismo nel nostro ventunesimo secolo.

Il socialismo non sta per noi in un aumento di pane o in più alto salario. Il socialismo parte dalla realtà dolorosa del lavoratore che giace nella abiezione e nella servitù materiale e morale, e intende e opera a sollevarlo e a condurlo a miglioramenti economici e intellettuali, a libertà sociale e a libertà spirituale, sempre più alte. Vuole cioè formare e realizzare in lui l’uomo che vive, fratello e non lupo, con gli Uomini, in una umanità migliore, per solidarietà e per giustizia.

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Luciano Canfora, La Stampa, 31 maggio 2014

Le metamorfosi delle oligarchie

Dall’antica Atene all’economia globalizzata: come si esercita il predominio senza il peso di assumere direttamente la gestione del potere.

[Si tratta di una parte della lezione che Luciano Canfora ha tenuto il 1° giugno a Trento in occasione del Festival dell’Economia, il cui tema è «Classi dirigenti, crescita e bene comune». Luciano Canfora ha recentemente pubblicato con Gustavo Zagrebelsky il dialogo «La maschera democratica dell’oligarchia]

Jules Isaac

Jules Isaac (1877-1963) – colui che, da vecchio, convinse Giovanni XXIII ad abbandonare le formule anti-ebraiche della liturgia cattolica – quando era un ex professore, braccato dalla Gestapo durante l’occupazione tedesca della Francia, scrisse un piccolo libro di «storia parziale», come egli stesso lo intitolò: Gli oligarchi. Esso fu pubblicato subito dopo la Liberazione, essendo falliti tutti i tentativi di pubblicazione clandestina nel 1942/1943. In una pagina molto efficace di questo libro appassionante, Isaac distingue preliminarmente, trattando dell’Atene del V secolo, tra «oligarchi» e «ceto aristocratico». «Gli oligarchi – scrive – non erano in maggioranza degli aristocratici. Questi, al contrario, pur conservatori, per lo più moderati, pur allarmati per ogni innovazione che a loro sembrava avventura, pur ammiratori di Sparta e della sua immodificabile oligarchia, restavano pur sempre bravi Ateniesi, gente onesta, nemici della violenza». Gli oligarchi invece erano una piccola minoranza all’interno di questo ceto: essi non si rassegnavano ad accettare il meccanismo democratico, «rifiutavano la douceur de vivre e non facevano che odiare senza remissione il sistema: un piccolo numero di irriducibili, nemici giurati del popolo». E soprattutto sempre pronti, con le antenne ben deste, a spiare il momento in cui colpire e prendere il potere. Ed effettivamente lo presero il potere, a due riprese, approfittando del disastro militare del loro paese, nell’ultimo decennio del V secolo a.C. Ben presto lo persero, ma, dopo, la democrazia ateniese non fu più la stessa.

L’importanza di queste pagine di Jules Isaac, il quale parlando di Atene intendeva riferirsi al crollo della Francia nel 1940 e alla nascita del regime di Vichy – sta nella indicazione dei due piani, tra loro diversi, su cui si muovono gli avversari della democrazia, dei quali quello più temibile è quello che non appare allo scoperto se non quando le condizioni favorevoli (per lo più le crisi o le sconfitte) lo consentono. È in quel momento che si scopre che, sotto traccia, vi erano forze organizzate, pronte ad assumere il comando perché addestratesi costantemente a tal fine e perché personalmente molto capaci e per giunta sorrette da transfughi della democrazia non desiderosi di altro che di affossarla.

Banjamin Constant

Questo quadro, sostanzialmente veritiero, rappresenta una realtà arcaica e di modeste proporzioni, quella appunto della città antica, nella quale il conflitto è elementare e immediato e il nascondimento, in vista della presa del potere, può assumere soltanto la forma della congiura. La realtà moderna, invece, quella dei grandi stati nazionali e ancor più quella delle agglomerazioni che si propongono come superamento degli stati nazionali, consente alle oligarchie – ai «padroni del vapore» per dirla con Ernesto Rossi – una possibilità di predominio effettivo senza più il fastidioso peso o la necessità di assumere direttamente la gestione del potere. Tale gestione viene demandata al personale politico, a sua volta gratificato di privilegi di tipo oligarchico (ma più volgari e transeunti). Il fenomeno era già intuito da Marx nel Manifesto (1848!) quando parla dei governi come «comitato d’affari della borghesia», e ben trent’anni prima di lui, da Benjamin Constant al termine della celebre conferenza sulla Libertà degli antichi comparata con quella dei moderni, discorso nel quale – non è chiaro se in estasi o attonito – il celebre alfiere del liberalismo osserva che «la ricchezza si nasconde e fugge (…) il potere minaccia, ma la ricchezza ricompensa [cioè: ti compra]; alla fine sarà la ricchezza ad avere la meglio».

La storia del predominio del potere economico sulla società nel suo insieme, esplicato attraverso il personale di governo, è molto lunga e tutt’altro che lineare. Non va dimenticato che sono di volta in volta utili diverse tipologie di personale politico: dal grande trasformista del gioco parlamentare (alla Giolitti) al formidabile demagogo convinto in cuor suo di giocare una sua partita (Mussolini o atri omologhi leaders «populisti»). La fulminante diagnosi di Benjamin Disraeli (1804-1881) – abile e realpolitico ministro di sua maestà la regina Vittoria – descriveva con forte anticipo la realtà nostra: «Il mondo – scriveva lo statista inglese – è governato da tutt’altri personaggi rispetto a quelli che si immaginano coloro i quali non spingono lo sguardo dietro al proscenio». Oggi, nell’Occidente euro-atlantico, questi personaggi, come li chiamava Disraeli, non hanno più bisogno di farsi legittimare dal suffragio degli elettori. Hanno sotto di sé una serie di cerchie concentriche di oligarchie subalterne – tecniche, burocratiche, politiche – fino alla più bassa, quella del personale incaricato, in un modo o nell’altro, di «vincere le elezioni».

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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