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Posts Tagged ‘Bettino Craxi’

Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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La distinzione con la destra, la difesa dei beni comuni, il welfare e al Costituzione. Ecco la carta dei nuovi diritti “indivisibili e non sovversivi” secondo il giurista

La Repubblica, 23 luglio 2013

“Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande Silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo”.

Il nuovo papa della sinistra “altra”  –  quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete  –  ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
“È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica”.

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona ahomo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
“In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratoree alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo”.

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
“Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso “.

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
“Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?”.

No, molto chiaro.
“È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra”.

Lei cominciò nelle file radicali.
“No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore delMondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti”.

La “storiella da cane sciolto” ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
“Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale”.

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
“Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta”.

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
“Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo”.

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
“Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo “.

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
“È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento”.

Nessun risentimento?
“No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso”.

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
“Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire”.

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.

Enrico Berlinguer

Questa frase fu pronunciata da Enrico Berlinguer oltre trent’anni fa. A posteriori è facile dire che aveva ragione e che aveva visto lontano e che l’attuale situazione della politica riflette lo sfascio di un sistema che – forse -, se si fossero presi adeguati provvedimenti per tempo, avrebbe potuto essere salvato.

Ma la visione di Berlinguer fu presa alla leggera e il problema si è incancrenito. La commistione fra politica e poteri forti, economici e non, è sotto gli occhi di tutti. E rende facile il ricorso ai populismi di diverso genere, dall’iniziale “Roma ladrona” della Lega (e abbiamo visto come è andata a finire) a quello attualissimo dei pentastellati con la caccia agli scontrini, passando per la “discesa in campo” dell'”unto dal Signore”.

Che si sia abusato di alcune prerogative e di privilegi, è vero; nessuno lo vuole e lo può nascondere. Ma è altrettanto vero come ben altro sia il problema reale. Ai tempi di Berlinguer si cominciavano a vedere i “ras” di quartiere circondati dal loro stuolo di adulatori e di questuanti, e la classe politica iniziava a trasformarsi: da uomini se non altro di pensiero o di azione politica, sindacale, sociale, si passava a vere e proprie macchine elettorali, a procacciatori di voti, non importa a quali condizioni. I partiti cessavano la loro funzione di organismi di selezione della classe dirigente per trasformarsi in dispensatori di favori. È ovvio che questo processo è stato lungo e non ha avuto per tutti la stessa tempistica: qualcuno vi si è adattato prima e meglio. Anni fa, avendo rincontrato per caso un vecchio compagno di scuola, decidemmo di andare a mangiare un boccone assieme. Vi erano appena state le elezioni per il rinnovo di tutte le componenti del Comune e lui, da ex democristiano, passò tutto il tempo della pausa al telefonino a dare istruzioni per gli spostamenti e gli incarichi dei consiglieri di circoscrizione (allora erano, se non ricordo male, tredici) in tutta la città. Tutto a memoria e tutto senza sbagliare un nome, un consiglio, un risultato in termini di voti presi. Per me una noia mortale, ma anche una lezione su come si fa politica in un modo molto diverso dal mio.

Tornando al discorso centrale, non fu a caso che proprio in quegli anni iniziarono i percorsi di “modernizzazione” della politica, con progetti di trasformazione in senso maggioritario della legge elettorale, con l’inizio dell’abbandono dei grandi quadri di riferimento ideale basati su valori universali e il passaggio a tematiche più spicciole quali la governace e la governability. Ora, lasciando stare il fatto che la modernizzazione di per sé non necessariamente ha valenza positiva, occorre domandarsi il perché di questa volontà quasi unanime di cambiamento e contemporaneamente perché proprio in quegli anni e tutte assieme iniziarono le campagne di limitazione e annullamento delle conquiste dei lavoratori. 

Per ora voglio lasciare questi interrogativi senza un tentativo di risposta da parte mia, in attesa dell’esito delle primarie del PD, partito che dovrebbe essere chiamato ad affrontare – pena ulteriore perdita di credibilità – al più presto la questione. Credo, inoltre, che una risposta implicita a questi quesiti possa essere trovata in un’altra frase “inascoltata” di Berlinguer, pronunciata diversi anni prima di Tangentopoli, durante l’ascesa di Craxi:

La cosa che mi preoccupa in Bettino Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al potere per il potere.

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