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Posts Tagged ‘Cina’

Roberto Sommella, Huffington Post, 5 gennaio 2016

Europa dei cerchi concentrici

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Non deve essere la Cina e la sua economia ombra in frenata a far paura a noi europei e ai mercati. Di incertezze provenienti dall’anno passato questo brevissimo scorcio di 2016 ne ha già ereditato un bel numero: se Pechino frena, i Brics non corrono, il Brasile e’ destinato a diventare un problema, la guerra all’Isis sta diventando globale all’interno stesso del mondo arabo.

Sono di fatto variabili incontrollabili. Ma Schengen no. Se salta il Trattato sulla libera circolazione delle persone, che è la base di tutto quanto è stato costruito nell’Unione Europea negli ultimi anni, anche e soprattutto a livello finanziario, salta direttamente l’euro. La convocazione di un vertice straordinario a Bruxelles, dopo la decisione della Danimarca e della Svezia di ripristinare di fatto i controlli alle frontiere, sembra in questo senso per ora poca cosa perché Bruxelles avrà vita assai difficile a convincere i paesi scandinavi a tornare sui loro passi, visto che persino la Finlandia, membro della moneta unica e storico alleato del rigore tedesco, sta considerando di uscire. Senza una vera presa di coscienza che questo sarà l’anno cruciale per la sopravvivenza del progetto comunitario ogni meeting sarà un inutile successione di dichiarazioni. Privare gli individui della libertà di movimento significherà trasformare l’euro, che abbiamo tutti in tasca, in un inutile monile di nickel buono per i musei.

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Marco Bertorello, Il Manifesto, 2 gennaio 2016

Christine Lagarde

A ridosso della fine dell’anno il capo del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha fatto il punto sull’economia globale, individuando problemi e prospettive della fase economica attuale. Un bilancio fatto di luci, ma anche di tante ombre. Considerata la fonte, vale la pena riflettere sui temi focalizzati e sull’evidente sfasatura tra l’enfasi della politica sulla crescita in corso (i vari Renzi, per intenderci) e i toni ben più problematici con cui i grandi player delle istituzioni sovranazionali affrontano la realtà.

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Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2016

Sono appena trascorsi otto anni dall’inizio della crisi mondiale, se si prende come data di riferimento quella della bancarotta della Lehman Brothers. Da allora la gran parte dei commenti degli “esperti” è rimasta nell’ambito di una spiegazione tradizionale, cioè ha esaminato la situazione – che si prolunga ormai da tempo – come effetto di un “normale” avvicendamento di cicli di caduta e di crescita. Cioè siamo effettivamente in caduta, dopo – state tranquilli – ci sarà la crescita.

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Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 15 novembre 2015

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali

È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

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Riporto prologo (in questo post) e introduzione (in un post successivo che uscirà nei prossimi giorni) del libro di David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Giangiacomo Felitrinelli Editore, Milano 2014. Una parte del libro, peraltro assai cospicua, è disponibile su Google Libri, che sarebbe poi dove l’ho trovata anch’io. La traduzione, perché credo sia opportuno ricominciare a citare anche i nomi dei traduttori delle opere, non fosse altro che per rendere un doveroso riconoscimento al loro lavoro, è di Virginio B. Sala.

Naturalmente, come succede sempre, concordo con alcuni passaggi dell’autore. Su altri, invece, dissento. Ma i diversi punti di vista vanno recepiti e considerati come utile contributo a un dibattito che, spero, si avvii il più in fretta possibile sui destini futuri della sinistra italiana. Un dibattito serio, non una parvenza di analisi come quella che quotidianamente ci viene proposta. Secondo me, occorre iniziare questo percorso da una rilettura in chiave contemporanea dei fondamentali, dei classici del pensiero e, su quelle basi, ricominciare a costruire una proposta nuova, ma appoggiata su solide fondamenta.

Prologo
La crisi del capitalismo, questa volta

Le crisi sono essenziali per la riproduzione del capitalismo. Nel corso delle crisi le sue instabilità vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo. Molto si abbatte e si distrugge per fare posto al nuovo. Paesaggi un tempo produttivi sono trasformati in deserti industriali, vecchi impianti industriali vengono demoliti o convertiti a nuovi usi, quartieri operai diventano quartieri signorili. Altrove piccole fattorie e cascine contadine vengono spazzate via dall’agricoltura industrializzata su grande scala o da nuove e lucenti fabbriche. Centri direzionali, centri di Ricerca e Sviluppo, magazzini all’ingrosso e di distribuzione si moltiplicano sul territorio in mezzo a quartieri residenziali periferici, collegati tra loro da autostrade a quadrifoglio. Le città principali si fanno concorrenza per l’altezza e l’eleganza dei loro grattacieli d’uffici e i loro edifici culturali iconici, enormi centri commerciali proliferano nelle città come nelle periferie, alcuni addirittura svolgendo anche la funzione di aeroporti attraverso i quali passano senza tregua orde di turisti e di uomini d’affari, in un mondo diventato cosmopolita per default. I golf club e le comunità chiuse, nati negli Stati Uniti, ora si possono vedere anche in Cina, in Cile e in India, a far da contrasto agli insediamenti abusivi e autocostruiti ufficialmente indicati con i nomi di slumfavelasbarrios pobres.

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Verrebbe quasi voglia di dire l’inelegantissimo “ma noi ve lo avevamo già detto”… La questione è che di Marx hanno discettato in molti, la maggior parte dei quali non lo ha mai letto. Eppure sarebbe bastato pochissimo sforzo, dato che previsioni quali la globalizzazione dell’economia erano contenute nelle pagine del Manifesto, opera breve e facilmente leggibile, a condizione di farlo con criterio scientifico, ovvero senza essere prevenuti. In fin dei conti si tratta della seconda opera più letta nella storia del mondo dopo la Bibbia.

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Gianni Ferrara, Critica Marxista, n. 4/2015, 11 settembre 2015

L’estraneità dell’Unione europea ai modelli di forme di Stato e di governo. La Ue si rivela essere una entità a-democratica e spoliticizzata. Incorporata nei Trattati, l’ideologia neoliberista riduce ogni istituzione comunitaria a proprio organo esecutivo. Un’altra Europa è possibile, fondata su eguaglianza e solidarietà: una nuova forma di Stato che solo un’Assemblea costituente europea può disegnare.

Definire l’Unione europea, intendendo per definizione la collocazione di un’entità in un genere, secondo un modello, esplicitandone la appartenenza a una forma immediatamente riconoscibile, è inutile. La Ue rifugge da qualunque tipologia tassonomica. Machiavelli la disconoscerebbe perché è fuori dalla classica e indefettibile configurazione-distinzione di “repubblica o principato”. Non è di formazione originaria, né deriva da una successione. Non dispone di un territorio, ma ha potere normativo sui territori. Non è colonia di uno Stato. Non è uno Stato. Non è una confederazione, non è una federazione. Non è una democrazia, non è una dittatura. Assembla caratteri di ciascuna delle forme istituzionali delle aggregazioni umane. Non ne invera nessuna. È un ordinamento sì, la cui effettività è però assicurata dagli Stati che la compongono.

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Da Voci dall’estero, 19 ottobre 2015

Sul The Guardian scopriamo che finalmente il sorpasso è certificato: il 50% della ricchezza globale è detenuta dall’1% della popolazione. La seconda buona notizia, per gli ultra-ricchi, è che il sorpasso è avvenuto con un anno di anticipo rispetto a quanto prevedeva Oxfam GB. Lo studio del Credit Suisse che ce lo rivela attesta anche l’aumento della disuguaglianza e il declino della classe media in tutto il globo. Insomma, tutto come da programma.

di Jill Treanor, 13 ottobre 2015

La disuguaglianza globale è in crescita, con la metà della ricchezza mondiale adesso nelle mani dell’1% della popolazione, secondo un nuovo rapporto.

Le classi medie sono state schiacciate a spese dei più ricchi, secondo le ricerche di Credit Suisse, che rivela anche che per la prima volta, ci sono più persone della classe media in Cina – 109 milioni – rispetto ai 92 milioni negli Stati Uniti.

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Filippo Ghira, Il ribelle, 14 ottobre 2015

In conseguenza dell’accordo di libero scambio del Pacifico (Tpp), firmato la scorsa settimana dai dodici ministri del Commercio dei Paesi interessati, dopo dieci anni di discussioni, è stato compiuto un ulteriore passo vero il libero mercato mondiale. Al Tpp dovrebbe seguire infatti in tempi brevi l’analogo accordo (Ttip) per l’area dell’Atlantico, attualmente in trattativa tra Nord America ed Unione europea.

Grazie all’accordo America-Asia le merci e i capitali potranno circolare liberamente senza dover essere soggette a dazi e regolamenti vari che verranno semplicemente cancellati. Alla entrata in vigore del Tpp manca soltanto la ratifica dei rispettivi governi e Parlamenti ma, nonostante i molti mugugni che si sono levati, sia per le sue implicazioni sia per la segretezza che ha caratterizzato le trattative e l’incontro decisivo ad Atlanta, non sembrano esistere ostacoli tali da impedirne un voto favorevole. Ad Obama peraltro il Senato aveva concesso i pieni poteri per agire come meglio avesse creduto.

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il TPP è più un affare di geopolitica che di commercio. L’obiettivo principale per gli Stati Uniti e il Giappone è di superare in dinamismo la Cina e di creare una zona economica che bilanci la forza economica di quest’ultimo paese nella regione. Inoltre, e parallelamente, quello di scrivere le regole dell’economia del XXI secolo

L’ipotesi del cosiddetto accordo di libero scambio dell’area Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP), che è stata approvata di recente ad Atlanta dai governi di dodici paesi americani ed asiatici, presenta delle prospettive incerte. Non si sa se i parlamenti nazionali approveranno l’accordo, si ignora se esso contribuirà in qualche modo allo sviluppo dei paesi firmatari, mentre si discute, infine, se esso riuscirà a frenare in qualche modo lo sviluppo economico cinese e la crescita della sua influenza politica, tentativo di freno che appare lo scopo principale dell’attivismo statunitense.I contenuti dell’accordo non sono ancora noti con precisione; si conoscono peraltro i suoi contorni di massima e possiamo dunque ricordarli brevemente, seguendo in particolare, ma non solo, le tracce di un articolo del New York Times (Granville, 2015).

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Riccardo Frola, Il Manifesto, 10 ottobre 2015

«Exit» del filosofo tedesco Tomasz Konicz per Stampa Alternativa. Cancellato il lavoro come fonte della ricchezza, la produzione di merci è costellata di soluzioni alle sue crisi che rinviano solo la sua fine

Appena richiuso Exit di Tomasz Konicz (Stampa alter­na­tiva, pp. 158, euro 14) , il let­tore ha la sen­sa­zione per­tur­bante di essersi risve­gliato in un mondo estra­neo e ostile. Il crollo della società del lavoro, gli obi­tori di El Sal­va­dor e Gua­te­mala, «in cui si ammuc­chiano a doz­zine» i cada­veri dei ragaz­zini uccisi dalle maras, il «Levia­tano ritor­nato allo stato sel­vag­gio» descritti da Konicz, ren­dono di colpo espli­cito ciò che nella quo­ti­dia­nità occi­den­tale sem­brava ancora nasco­sto fra le righe.

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Da giorni mi domando come voterei se mi trovassi a essere un cittadino greco. E, francamente, non ho ancora trovato una risposta. Da un lato mi auguro che Tsipras vinca le elezioni perché credo sia fondamentale che ci sia almeno un governo di sinistra fra i membri dell’Unione Europea; dall’altro talvolta mi unisco al coro di coloro che sono rimasti profondamente delusi dopo le grandi speranze che il referendum del 5 luglio aveva acceso.

Ma procediamo con – relativo – ordine.

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Alfonso Gianni, Il Manifesto, 18 luglio 2015

La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Geraldina Colotti, Il Manifesto, 29 maggio 2015

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

“Pepe” Mujica (Lapresse – Vincenzo Livieri, da Il Manifesto)

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

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Mi piace, devo proprio dire che mi piace il modo di ragionare di Varoufakis. Lo trovo allo stesso tempo creativo e con i piedi ben piantati per terra, due caratteristiche che, nell’attuale scenario politico economico europeo, possono risultare vincenti. Certo che ha da affrontare ossi duri come Wolfgang Schauble, il quale sembra tetragono a qualsiasi ragionamento alternativo al “credo” main stream.

Intanto un primo colpo è stato messo a segno con quello che, a tutti gli effetti, sembra un rinvio. Quattro mesi, a partire da domani, che dovranno essere sfruttati intensamente, per dare una svolta alla Grecia e la visione di un possibile cammino al resto dell’Europa.

Yanis Varoufakis

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Angelo d’Orsi, MicroMega, 18 novembre 2014

Il settimanale tedesco Die Welt in occasione dei 25 anni del Mauerfall(il cosiddetto “crollo del Muro”), ha realizzato un dossier sulla ricorrenza, dando la parola ad alcuni trentenni (compresi fra i 26 e i 35 anni), ossia individui che il 9 novembre del 1989 erano bambini, da uno a dieci anni. Il quadro che dipingono è di grande interesse, e nell’insieme si può definire problematico. Il pensiero critico, insomma, sopravvive, e non si lascia imbavagliare dallo spirito della celebrazione, quella beota di chi non ha perso l’occasione, in questi giorni, per inneggiare al liberalismus triumphans, magari tirando in ballo la situazione geopolitica attuale, con cenni al ritorno alla guerra fredda per colpa dell’aggressività dell’“Orso russo”.

Dibattiti tv, servizi sui giornali, interviste, hanno riproposto luoghi comuni, stucchevoli e spesso fuorvianti, anche se stavolta va rilevato un minimo di pudore in più rispetto al passato: forse effetto della crisi che si sta impietosamente prolungando, lasciando una scia sempre più scura di dolore, tra rassegnazione inerte e rivolta incipiente. Ma l’apologetica dell’Occidente domina, e prevale, di gran lunga, incurante di quel che le vicende internazionali ci hanno regalato come prodotto della fine del bipolarismo, e ingresso nell’era unipolare, con lo strapotere, militare, economico, finanziario, culturale, degli Stati Uniti d’America, il vero Big Brother della famiglia umana.

Insomma, stupisce che tutti, praticamente tutti, abbiano dato per scontato che, comunque, “si sta meglio” e che i prezzi che si sono pagati nella gestione dell’acquistata libertà a Est, e per la diffusione del sistema democratico nell’universo mondo, erano in qualche modo iscritti nel fatale andare della storia. La quale, con buona pace di Fukuyama, non si è affatto arrestata tra la City londinese e Wall Street, come del resto egli stesso a distanza di qualche anno, dalla sua boutade, fu costretto a riconoscere.

Naturalmente, basta che si inviti a riflettere ed ecco che scatta la ben nota sequela di accuse e polemichette: “Volete rialzare il Muro? Siete in ritardo…” – “I nostalgici del gulag” – “La storia vi ha condannato”, e via seguitando. Né mancano le cifre dei morti, quelli attribuiti al “comunismo”, cifre offerte non si sa in base a quali criteri messe a punto, né da quali contabili. Su Facebook uno storico (serio, e progressista) si spinge a dichiarare coloro che provano a fare distinguo sul 1989 di essere simili ai nostalgici del fascismo, alle celebrazioni del XXV Aprile. In un dibattito su rete Rai, il più a sinistra è Achille Occhetto, che non perde l’occasione per auto elogiarsi (“era la sola cosa da fare e io la feci, e portai il partito comunista nell’area della socialdemocrazia”), e gettar invece fango sui suoi ex compagni di partito. Che pena.

Possibile che si debba sempre cadere nelle tifoserie? Possibile che il senso critico, anima di qualunque ricerca intellettuale, debba esser messo così facilmente da parte? Possibile che non si riesca a ragionare, senza essere ingiuriato da chi non è d’accordo, e applaudito dagli altri, prescindendo, il più delle volte, gli uni e gli altri, dal merito dei tuoi argomenti?

Il biennio 1989-1991, indubbiamente, fu, in un certo senso, una “rivoluzione”, in quanto non solo produsse cambiamenti repentini di regimi politici, dunque sul piano istituzionale, ma portò al potere classi sociali nuove? Che è l’essenza della rivoluzione, come spiegava Antonio Gramsci a Benito Mussolini, nel 1925, in occasione del suo unico discorso parlamentare, quando più volte venne interrotto dal “duce”. Certamente, possiamo sostenere che in Russia e nei “paesi satelliti”, parte del sistema sovietico, dopo il 1989-91 abbiamo ritrovato sovente gli stessi personaggi della vecchia nomenclatura, semplicemente con un cambio di casacca politica. Ma altrettanto sicuramente, il sistema di garanzie sociali, di diritti sostanziali, di welfare, fu spazzato via. E fu cambiato il clima umano di quei paesi: pochi giorni fa ero in Polonia, e ho conversato con un ingegnere, che lucidamente ha ammesso i benefici del post-’89, ma altrettanto lucidamente ha elencato i danni, il primo dei quali per lui era proprio sul piano antropologico. Era emerso, diceva, parlando accoratamente, un individualismo prima sconosciuto; furono spezzati i legami sociali, cessarono tutte quelle attività collettive – dalle ferie al dopolavoro, dalle sezioni di partito agli eventi sportivi, dalle biblioteche al teatro – che facevano sentire le persone garantite da reti di protezione: oltre alle istituzioni, v’era “la gente”, a costituire la rete. Ora ciascuno finito il lavoro corre a casa, sbarra l’uscio e si fa gli affari suoi. Conservatorismo (nel caso polacco, tremendamente cattolico), ma anche edonismo sfrenato, ecco i due risvolti del post-’89, nel mondo post-sovietico. Le attese di vita, secondo dati apparsi su fonti occidentali, in molti di questi Paesi si sono ridotte. Le disuguaglianze economiche sono diventate macroscopiche. E per gli ultimi in fondo alla scala sociale, la vita è più dura che in passato, anche se hanno i supermercati traboccanti di merci, e possono espatriare liberamente.

Ma le conseguenze più gravi, a mio avviso, si riscontrano sul piano internazionale, nella terrificante definizione del “nuovo ordine mondiale”. Il dominio economico-militare degli Usa, senza alcun bilanciamento, e senza l’effettiva presenza calmieratrice del “Terzo”, ossia l’Onu (ridotto al rango di notaio della Superpotenza), ha generato nella classe dirigente di quella nazione una perversa volontà sopraffattoria. Il mondo è parso per un momento alla sua mercé: il bombardamento della sede dell’Ambasciata cinese a Belgrado, nel corso della più infame delle “nuove guerre”, nel 1999, fu la prova di quella volontà, ma fu probabilmente uno degli atti finali, perché, tra la fine di quel secolo e l’inizio del XXI, cominciò un riassetto internazionale, con fenomeni di resistenza diffusi, allo strapotere statunitense, e l’unipolarismo si trasformò progressivamente in multipolarismo. Oggi gli Usa non si potrebbero permettere di bombardare l’ambasciata cinese, in sintesi. E la Russia è ritornata al rango di grande potenza, piaccia o non piaccia, malgrado la corona di ferro che Nato e UE cercano di disporre intorno al suo territorio, che, benché ridotto dalla frammentazione dell’URSS post 1991, rimane il più esteso del mondo.

Nello stesso tempo, proprio la riscossa di altre nazioni, la crescita economica, e militare di alcune tra esse (i Brics: Brasile Russia, India, Cina, Sudafrica), ha eccitato l’eterna cupidigia degli USA, che nella situazione di crisi sistemica del capitalismo, cercano nuovi sbocchi commerciali, e hanno bisogno di far girare a pieno ritmo la propria macchina militare, smaltendo armi, e investendo, di conseguenza, in nuovi, sempre più sofisticati sistemi di distruzione e di morte.

L’esportazione della democrazia, la grottesca formula che ha giustificato tutte le guerre recenti, è la conseguenza evidente del “crollo del Muro”. Ossia, la dissoluzione del blocco sovietico, con “l’arrivo della democrazia” in quei paesi, ha avviato il gioco del domino, con il cosiddetto “contagio democratico”, che è consistito, in definitiva, in una serie di piccoli e grandi colpi di Stato, il cui fine era la eliminazione di leader (dittatori o capi eletti in libere elezioni) sgraditi a Washington, o in moti di piazza più o meno spontanei, che quando sfociavano in regimi politicamente accettabili all’Occidente venivano tollerati, ma quando producevano, magari, anche, con democraticissime elezioni, assetti politici non graditi (vedi l’Egitto), si provvedeva senza tanti complimenti a cassare con un tratto di penna, secondo il modello cileno.

Non di rado il pretesto è stato un ostentato sentimento di umanità verso popolazioni in difficoltà, nel vasto mondo: e furono le “guerre umanitarie”, le più ipocrite, realizzate con una sfacciata cancellazione delle convenzioni internazionali, una destrutturazione del “diritto dei popoli”, e un ritorno alla forme più estreme della umana ferocia. Il mondo pacificato sotto il segno del “Libero Mercato” ha palesato il suo volto orribile di una conflittualità permanente: Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina, per tacere di Israele che impunemente procede nella sua politica genocidaria verso i palestinesi.

Proprio il “muro della vergogna” costruito dagli israeliani all’interno dei Territori Occupati, una struttura rispetto alla quale il Muro di Berlino appare una specie di giocattolo, è la prova della grande menzogna: lo slogan “mai più muri” è risuonato anche in questi giorni di celebrazione del 9 novembre 1989: ma evidentemente vale soltanto per i muri costruiti dagli “altri”; noi i “nostri” muri ce li teniamo e li rafforziamo e li moltiplichiamo: alla frontiera tra Usa e Messico, nei possedimenti spagnoli in Marocco, persino a Padova, per isolare gli extracomunitari.

Ma il peggiore dei muri è quello che ormai separa e contrappone, irrimediabilmente, quei quattro quinti di umanità, che giacciono nella miseria, dal rimanente quinto che invece vive nell’agiatezza. E più noi, i cittadini del “Nord” del mondo, alziamo barriere protettive, più intorno a noi cresce la minaccia di chi nulla possiede. Se non ci apriremo all’accoglienza e alla solidarietà queste enormi maree umane ci sommergeranno, e allora non varrà dire: noi eravamo dalla vostra parte. Saremo tutti colpevoli, ai loro occhi, e la nostra indifferenza odierna giustificherà la loro vendetta.

Nel 1989, Norberto Bobbio, uno che mai fu comunista (né tentato di diventarlo, ma neppure mai intruppato fra gli anticomunisti: e ne ho scritto proprio su MicroMega), ancor prima degli eventi berlinesi di novembre, davanti ai fatti di piazza Tien an Men, a Pechino, nel giugno, aveva scritto: «… è da stolti rallegrarsi della sconfitta e fregandosi le mani dalla contentezza dire: “L’avevamo sempre detto!”. O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico (insisto sullo “storico”) abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?». E aggiungeva: «il pensare che la speranza della rivoluzione sia spenta, e sia finita soltanto perché l’utopia comunista è fallita, significa chiudersi gli occhi per non vedere».

Personalmente non so se il comunismo fosse soltanto una utopia, ma certo era e rimane una speranza, per gli “schiacciati dai grandi potentati economici” (ancora Bobbio), per i “dannati della terra” (per dirla con Frantz Fanon). E questa speranza non verrà meno sino a quando ve ne saranno.

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Renzi e Marchionne

Su Marchionne ha ragione Crozza, e fin qui, si sa, Crozza è un comico, la spara grossa, ci scappa la risata, magari ci si pensa su per qualche giorno e poi tutto finisce lì. Ma se, invece, Marchionne avesse ragione su Renzi, verso il quale continua a rivolgere parole di apprezzamento?Marchionne, però, è il capo di un’azienda che ha optato per politiche interne assolutamente autoritarie, riducendo di fatto i diritti sindacali, acquisiti da decenni, è il capo di un’azienda che non lancia un modello nuovo da anni (per quanto riguarda la parte italiana), che parla di investimenti faraonici dei quali, al momento, non si è visto un centesimo, che ha appena delocalizzato la propria sede operativa e che, da quest’anno verserà i propri tributi alla Corona britannica e non più allo Stato italiano. A quale titolo si permette quindi di giudicare? Non sarebbe forse il caso di avere un minimo di pudore, visti i massicci trasferimenti di cui Fiat, nel corso degli anni ha goduto da parte del nostro settore pubblico?

Dal canto suo, Renzi continua a magnificare il cosiddetto «modello tedesco» e, in politica economica sembra avere una linea approssimativa e confusa: da un lato attua piccole manovre redistributive, dall’altro vara provvedimenti a senso unico a favore delle imprese, non curandosi delle possibili ricadute in termini occupazionali (vedi abolizione dell’articolo 18, ma non solo).

A mio parere, questa impostazione è erronea, perché in Italia abbiamo un problema economico strutturale, che va quindi affrontato in maniera radicale, compiendo scelte anche dolorose, contro corrente. E non sta scritto da nessuna parte che debbano essere sempre e solo i lavoratori a pagarne il conto. Tornando al «modello tedesco in stile renziano», pare che si vogliano adottare solo alcuni provvedimenti (modalità di licenziamento, mini-jobs e midi-jobs), tralasciando gli aspetti più interessanti e “democratici”.

Un primo passo potrebbe essere quello di instaurare un diverso tipo di rapporto fra impresa e lavoratori, anche in vista di realizzare un vero e proprio sistema di economia della partecipazione. Ad esempio, sempre rimanendo in tema “modello tedesco”, si potrebbe trarre ispirazione dalla pratica della Mitbestimmung (in italiano codecisione). A questo proposito, riporto – dal libro “Manifesto per la democrazia economica” di Enrico Grazzini (Castelvecchi Editore, Roma 2014) – la parte relativa al confronto fra due politiche aziendali, diametralmente opposte, quella di Volkswagen e quella di FIat, manco a dirlo. Inutile dire che una funziona, l’altra un po’ meno: sta a voi scoprire quale e come leggendo di seguito.

Enrico Grazzini, Manifesto per la democrazia economica

FIAT E VOLKSWAGEN: DUE MODELLI ALTERNATIVI DI CORPORATE GOVERNANCE

È particolarmente significativo il confronto tra la Fiat italiana, che ha un modello di corporate governance e di relazioni sindacali di tipo anglosassone, e la Volkswagen, che è governata invece secondo i criteri della Mitbestimmung. Iniziamo illustrando il modello Fiat.

Nel 2011 in Italia, esattamente 60 anni dopo i referendum sindacali tedeschi del 1951 che promossero la «Montan Mitbestimmungsgesetz», Sergio Marchionne, il top manager italo-canadese che nel 2004 aveva salvato Fiat da un fallimento considerato certo e inevitabile, ha imposto un altro genere di referendum ai lavoratori italiani. I 5.431 dipendenti di Mirafiori sono stati chiamati a votare a un referendum che avrebbe deciso il futuro della Fiat – e forse anche dei rapporti sindacali – in Italia. Marchionne pose ai lavoratori un’alternativa (o un ricatto?) preciso: se avesse vinto il sì sarebbero state introdotte nuove condizioni sindacali e di lavoro (turni più lunghi, straordinari e sabati lavorativi con retribuzioni extra, modifica drastica delle rappresentanze sindacali, regolamentazione severa del diritto di sciopero) con la promessa (molto vaga e incerta) di nuovi investimenti da parte dell’azienda e della salvaguardia del posto di lavoro. I sindacati Cisl e Uil si schierarono per il sì. Se invece fosse prevalso il no, sostenuto solo dalla Fiom-Cgil, il numero uno della Fiat Marchionne annunciò che non ci sarebbe stato motivo di continuare a investire in Italia. In pratica minacciò di chiudere gran parte delle attività italiane procurando una disoccupazione di massa. «Aspettiamo di vedere cosa succederà», avvertì Marchionne. «Se il referendum non passerà ritorneremo a festeggiare negli Usa, a Detroit», dove Fiat aveva appena acquisito il controllo della Chrysler[^1]. Il sì vinse ma il 45% dei lavoratori rifiutò di barattare i suoi diritti con il posto di lavoro. Fiat comunque prevalse e successivamente estese il «modello Mirafiori» a tutte le sue fabbriche, abbandonò il contratto nazionale siglato con i sindacati e ritirò perfino l’adesione alla Confindustria, l’associazione italiana degli imprenditori. La Fiom, il sindacato maggioritario votato dai lavoratori, venne estromessa dalle fabbriche.

Marchionne aveva però quasi certamente già deciso che l’Italia non fosse più il centro della sua attività ma un’appendice abbastanza secondaria del suo impero semi-globale. Nel 2009 la multinazionale Fiat aveva infatti acquisito la Chrysler americana grazie all’aiuto statale di 4 miliardi di dollari da parte del Presidente George W. Bush e poi di altri 8,5 miliardi di dollari sborsati da Barack Obama. Marchionne non si fece scrupolo di minacciare il possibile abbandono dell’Italia: «Se volete che non facciamo l’investimento a Mirafiori ditelo e andiamo altrove», ha spiegato il top manager prima del referendum. «La scorsa settimana ero in Canada, a Brampton, per lanciare il Charger 300 della Chrysler. Là c’è un senso di riconoscimento per gli investimenti che abbiamo fatto e vogliono anche il terzo turno»[^2].

In effetti Marchionne ha molti buoni motivi per stabilire la sede del gruppo Fiat-Chrysler a Detroit: l’amministrazione Obama ha infatti deciso di attuare una precisa politica industriale per difendere l’occupazione e l’industria americana dell’auto, ed è stata quindi pronta a sostenere la Fiat-Chrysler con contributi di miliardi di dollari versati con il pretesto (legittimo) di finanziare lo sviluppo delle tecnologie verdi per la mobilità. Marchionne ha già anche deciso dove stabilire i nuovi insediamenti industriali: nei mercati che crescono di più, come il Brasile, la Cina e l’India, la Turchia, e in quelli dove la manodopera costa di meno e non ci sono forti vincoli ambientali, come la Serbia e la Polonia. In Italia Marchionne, senza che i lavoratori avessero nessuna voce e influenza sulle scelte aziendali, ha potuto quindi permettersi di indire referendum che, in sostanza, avanzavano un ricatto verso i lavoratori e i sindacati: o fate come dico o investo altrove. Poi però comunque, nonostante la vittoria ai suoi referendum, ha spostato gran parte degli investimenti fuori dall’Italia.

Confronto fra i dati 2011 delle due imprese considerate. Il dato di crescita della Fiat in confronto al 2010 è particolarmente elevato, ma a ciò contribuiscono diversi fattori, fra cui l’acquisizione della Chrysler

È forse meno noto il fatto che anche negli Usa Marchionne ha attuato la linea dura verso la United Automobile Workers, Uaw, il sindacato dell’automobile che aveva salvato la Chrysler grazie ai miliardi di dollari investiti dal suo fondo pensione nel capitale dell’industria in crisi. Nel 2011 Marchionne si è opposto all’ingresso nel board della Chrysler di Bob King, il presidente della Uaw. King aveva però tutto il diritto di chiedere di sedere nel board. Infatti non solo il fondo pensione della Uaw, dopo il fallimento della vecchia Chrysler, era stato costretto a investire miliardi di dollari per salvare la società automobilistica dal fallimento diventandone, insieme allo Stato, l’azionista di riferimento, ma, anche dopo che la Fiat aveva rilevato dal governo la maggioranza delle azioni ed era diventata azionista di controllo, la Uaw di King era rimasta la principale azionista di minoranza. Marchionne rifiutò la richiesta di King con queste motivazioni: «Il migliore intervento possibile per i sindacati è aiutare a scegliere il leader più capace di condurre la società […]. Capisco Bob King. Comprendo quello che dice ma dobbiamo essere molto attenti a non sovrastimare il valore della codeterminazione. La codeterminazione crea due organismi decisionali. Il board e il management prendono le decisioni e i sindacati siedono nel consiglio di sorveglianza e scelgono tra l’altro l’amministratore delegato. Ma questa è proprio la decisione più importante e difficile che può prendere il consiglio di sorveglianza. Se si fa la scelta giusta, non ci saranno problemi con il sindacato»[^3].

In sostanza Marchionne ha detto che non c’è bisogno che il sindacato sieda nel consiglio di sorveglianza… basta lui, come Ceo, a «proteggere» il sindacato… La reale motivazione del rifiuto è però che Marchionne temeva che King cercasse di organizzare i lavoratori a livello internazionale, anche in Messico, Brasile, Polonia, Turchia, e in Italia. Marchionne ha dimostrato di temere fortemente questo approccio internazionalista. «Per le multinazionali diventa quasi impossibile trovare la giusta combinazione della rappresentanza dei lavoratori per rappresentare effettivamente la forza lavoro in tutte le società del gruppo»[^4].

Il caso della Fiat e di Marchionne è esemplare. Infatti nel modello anglosassone di capitalismo il management, come rappresentante (peraltro spesso infedele) degli azionisti, ha il monopolio assoluto della gestione aziendale: il lavoro diventa una variabile subordinata e il sindacato che rappresenta i lavoratori un fattore di disturbo possibilmente da eliminare. L’azienda, per gli anglosassoni, non ha aspetti sociali, non è fatta per essere «socialmente buona», ma per creare ricchezza (in borsa, innanzitutto). In questo senso le affermazioni di Marchionne sono esplicite. Secondo lui, la Fiat non può assumersi la responsabilità dei problemi sociali. «Il mio ruolo è più limitato», ha affermato con modestia. «Io faccio vetture e cerco di venderle. Il problema sociale deve essere risolto da altri. Noi come Fiat possiamo solo creare le condizioni per lo sviluppo»[^5].

L’azienda non può soddisfare contemporaneamente troppi obiettivi, come quello di essere un buon partner sociale a livello locale e nazionale, di appagare i lavoratori, di salvaguardare l’ambiente e di dare profitti agli azionisti. Come diceva Milton Friedman, il principe degli economisti liberisti, l’unico obiettivo di un’azienda deve essere quello di massimizzare il valore per gli azionisti. Tutti gli altri aspetti sociali costituiscono dei vincoli per l’impresa. Anche i top manager, grazie alle stock option, diventano grandi azionisti: per esempio, nel caso Fiat, le stock option di Marchionne valgono potenzialmente centinaia di milioni di dollari – il valore reale dipende ovviamente dall’andamento del titolo Fiat in borsa – e hanno la funzione di allineare il suo interesse con quello della famiglia Agnelli (l’azionista di controllo della Fiat). In questa prospettiva, le regole dello Stato, le norme ambientali e le attività sindacali possono essere al massimo subite ma sono considerate come vincoli che pesano sull’impresa.

Nel modello anglosassone di corporate governance, l’azienda per essere competitiva deve ignorare i problemi sociali e ambientali, considerati come «esternalità», ovvero come effetti collaterali di cui l’azienda non è responsabile. Il problema è che nell’epoca delle globalizzazioni non è più vero che se va bene la Fiat va bene anche l’Italia, o che se va bene la Ford va bene anche l’America, come si diceva una volta. Le multinazionali hanno ormai una vita propria e autonoma e possono macinare utili e andare benissimo anche se il Paese in cui hanno la sede principale va male: purtroppo invece è vero che se va male la Fiat va male anche l’Italia.

Un confronto, tratto dal sito Nocensura.com

La storia recente è abbastanza nota: di fronte alla caduta del mercato dell’auto in Italia e in Europa, Marchionne ha deciso di diminuire drasticamente gli investimenti su Fiat Auto e di puntare invece sulla Chrysler americana, sul Brasile e sui mercati in forte sviluppo. Il piano Fabbrica Italia annunciato prima del referendum, che prometteva addirittura 20 miliardi di investimenti nel nostro Paese, è stato abbandonato: alcune fabbriche sono state chiuse, le altre ridimensionate, e sono migliaia i dipendenti in cassa integrazione e sulla via del licenziamento. È ormai praticamente certo che la sede centrale del gruppo Fiat-Chrysler, ovvero il centro dell’attività produttiva e finanziaria, verrà spostato a Detroit insieme alle attività core di ricerca e sviluppo (anche se la prima edizione del libro è dell’aprile 2014, probabilmente questo brano è stato scritto alcuni mesi prima. Fiat Chrysler Automobiles NV ha trasferito la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna. Per maggiori informazioni Fiat diventa Fca e trasloca: sede legale in Olanda, quella fiscale in Gb, di Andrea Malan e Mario Cianflone, «Il Sole 24 Ore», 19 gennaio 2014, NdR.). L’Italia ha ormai perso un pezzo strategico della sua attività industriale.

Molto diverso è il caso della Volkswagen tedesca. Volkswagen nel suo consiglio di sorveglianza[^6] conta non solo i consiglieri dello Stato della Bassa Sassonia e degli azionisti privati ma anche metà dei membri eletti dai lavoratori. Così il gigante tedesco, pur essendo quotato in borsa come la Fiat, non può delocalizzare senza l’intesa con i lavoratori, e ha potuto superare le fasi critiche solo con il loro consenso. Il risultato è che Volkswagen domina il mercato mondiale dell’auto, apre fabbriche all’estero senza licenziare in Germania, e che i salari dei lavoratori tedeschi crescono. La società tedesca dell’auto – che una ventina di anni fa versava in condizioni di crisi analoghe a quelle della Fiat – nel 2011 ha macinato ricavi per 159 miliardi di euro, quasi tre volte Fiat-Chrysler, con profitti per 15,8 miliardi, più che raddoppiati rispetto al 2010.

Recentemente il giornalista economico Vittorio Malagutti si è recato a Wolsfburg, Germania del Nord, per fornire un’analisi aggiornata sul campo della situazione della Volkswagen, confrontata con quella della Fiat.

Dall’immensa fabbrica di Wolfsburg escono 800mila auto all’anno, circa 100mila in più di quanto produce in totale la Fiat nei suoi cinque impianti italiani […] negli anni scorsi il gruppo tedesco è riuscito a delocalizzare la produzione, dal Messico alla Cina via Slovacchia, senza tagliare un posto di lavoro in Germania […]. La paga base di un operaio si aggira, al netto di tasse e contributi, sui 2.700 euro, ma con qualche ora di straordinario è facile arrivare a quota 3mila. In altre parole, a Wolfsburg il lavoro alla catena di montaggio è pagato all’incirca il doppio rispetto a Mirafiori o nelle altre fabbriche Fiat. […] tutto si muove esattamente nella direzione opposta a quella indicata da Sergio Marchionne alla Fiat [,,,] qui il sindacato è forte, fortissimo. La IG Metall, a cui è iscritto il 95% circa degli operai di Wolfsburg, partecipa a ogni singola decisione aziendale […]. C’è il consiglio di fabbrica: 65 delegati in rappresentanza di tutti i reparti. E poi, al vertice del gruppo, il sindacato nomina la metà dei 20 membri del consiglio di sorveglianza, l’organo di controllo sulla gestione […]. Una garanzia su tutte: fino al 2014 l’organico degli stabilimenti tedeschi non potrà diminuire. In cambio, ormai da otto anni tutti i nuovi assunti lavorano 35 ore settimanali invece delle 33 degli operai con maggiore anzianità […]. I dipendenti dei sei stabilimenti tedeschi di Volkswagen si sono appena visti riconoscere un bonus di 7500 euro, calcolato sulla base dello straordinario aumento dei profitti del gruppo […]. Il gruppo tedesco naviga nell’oro e può permettersi di finanziare agevolmente investimenti per oltre il 5% del fatturato. In altre parole il denaro guadagnato non viene accumulato in cassaforte sotto forma di liquidità, come fa Marchionne ormai da anni […]. Regolazione minuziosa di ogni aspetto della vita aziendale contro deregulation; condivisione, invece di verticismo autoritario: questa, in breve, è la ricetta della cogestione, la Mitbestimmung che ha fatto grande l’industria tedesca e continua, pur tra mille difficoltà, a produrre profitti e benessere[^7].

È chiaro che la democrazia industriale permette ai lavoratori tedeschi di difendere meglio l’occupazione, il reddito e il potere sindacale; e consente anche di sviluppare produzioni ecologicamente sostenibili (la Germania ha rinunciato al nucleare anche se il gigante Siemens è tra i leader mondiali del settore).

In Italia purtroppo anche quella parte del mondo politico, sindacale e intellettuale che spesso mostra di ammirare e di volere emulare il «modello tedesco» – per esempio per quanto riguarda le norme sui licenziamenti – mostra di ignorare la Mitbestimmung e non ha neppure in agenda le questioni strategiche della democrazia industriale. Eppure la Mitbestimmung è il vero fattore decisivo (anche se volutamente sottaciuto) che ha reso la Germania leader nel mondo.

Tuttavia è chiaro anche che il merito del successo Volkswagen e dell’industria tedesca non è solo della codeterminazione: le politiche industriali condotte dai governi tedeschi si sono dimostrate molto efficaci, e anzi indispensabili in tempi di crisi. Il governo tedesco ha puntato sull’auto come settore trainante dell’industria germanica nel mondo. E ha vinto la sua scommessa. Anche Obama ha salvato l’industria dell’auto ormai a picco in America; mentre l’Italia, che si affida esclusivamente al mercato e non ha politiche industriali, si deindustrializza e si impoverisce.

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NOTE

[^1]: V. Roberto Barone, Fiat è salita al 25% di Chrysler, «Quattroruote», 11 gennaio 2011.
[^2]: V. Gilda Ferrari, La minaccia in vista del referendum. Marchionne: se passa il no ce ne andiamo in Canada, «Il Secolo XIX», 11 gennaio 2011.
[^3]: Don’t Hold Your Breath For Uaw Board Seats, Thetruthaboutcars.com, 4 agosto 2011.
[^4]: Ibidem,
[^5]: V. Gilda Ferrari, La minaccia in vista del referendum. Marchionne: se passa il no ce ne andiamo in Canada, «Il Secolo XIX», 11 gennaio 2011.
[^6]: Il consiglio di sorveglianza è inserito nel quadro del cosiddetto “sistema dualistico”, ovvero un sistema di controllo delle società per azioni caratterizzato dalla presenza di due distinti organi collegiali (il consiglio di sorveglianza e il consiglio di gestione) che si contrappone al cosiddetto “sistema monistico”, basato su un solo organo collegiale, il consiglio di amministrazione. V. voce su Wikipedia.
[^7]: Vittorio Malagutti, Viaggio nel cuore della Volkswagen, la fabbrica di auto che vende auto, «Il Fatto Quotidiano», 18 marzo 2012.

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Marcello De Cecco, Sbilanciamo l’Europa, 10 ottobre 2014, N. 37, “MittelEuropa”

Non ci sono luci nell’orizzonte europeo. Recessione, rallentamento economico mondiale, conflitto ucraino e tensioni con Mosca affondano l’economia e rendono instabile la politica. L’«Europa tedesca» ha piegato la Francia, ma non può far funzionare l’Unione

Nelle scorse settimane c’è stato un diluvio di dati negativi sull’andamento dell’economia mondiale e, in particolare, su quella europea. I dati relativi alla zona euro sono i peggiori di tutti, ma sembra che ci siamo ormai abituati.

Il resto del mondo non se la passa meglio dei cittadini della zona euro. La Germania, il paese di maggior successo nell’area dell’euro, non può così sperare in un ragionevole tasso di crescita esportando quelle merci che non può e non vuole vendere sul mercato interno. Solo pochi mesi fa le prospettive di crescita per i paesi di maggior successo nella zona euro, in particolare per la Germania, apparivano significativamente migliori. Ed è altrettanto recente l’immagine di un euro forte nei confronti del dollaro. L’euro, tuttavia, oggi appare molto diverso: si è fortemente indebolito nei confronti del dollaro e la ragione principale di questo mutamento di prospettiva è la situazione di guerra aperta nell’est dell’Ucraina, esplosa con il pesante coinvolgimento, dietro le linee, di Russia e Unione Europea.

Una fragile tregua è stata raggiunta nelle scorse settimane, ma non è chiaro quanto sarà solida e per quanto potrà durare. Ovviamente, anche la politica monetaria europea e americana ha avuto un ruolo, ma la Federal Reserve, dal canto suo, non sembra ancora veramente decisa ad avviare una seria politica restrittiva.

Per questa ragione, penso che un’analisi dello stato dell’Unione Europea sul piano economico debba necessariamente considerare le variabili di politica internazionale come fattori esplicativi fondamentali. I fenomeni politici e militari incidono in modo particolare sulle aspettative future degli operatori economici. Quando si verifica un evento come l’attuale guerra civile in Ucraina, tendono a ridursi sia gli investimenti che i consumi nei paesi europei e, in particolare, in Germania, pesantemente coinvolta nelle vicende ucraine dai tempi degli zar e, nuovamente, da quando il paese è diventato indipendente dalla Russia. Inoltre, la Germania è oggi il cuore di una nuova versione della MittelEuropa, un’area che si è profondamente integrata con l’economia tedesca, tanto che oggi può essere considerata come un’unica area di produzione ed esportazione.

La Germania, naturalmente, è un gigante dell’export. È il principale produttore di automobili e beni d’investimento per il resto d’Europa, ma anche per altri grandi importatori come la Cina e gli Stati Uniti. Vista la caduta del Prodotto Interno Lordo (Pil) europeo causata dalla carenza di domanda interna, gli esportatori tedeschi si sono finora affidati alla domanda proveniente da Cina, Usa, Brasile e Russia.

Nessuno di questi paesi, tuttavia, sembra che potrà avere un boom di investimenti nel prossimo futuro. In Cina le prospettive di crescita sono state ridotte e il boom dell’economia brasiliana è al termine. L’economia americana continua a brillare se la si confronta con quella europea, ma a breve potrebbe essere colpita dall’inizio della fine di una fase quasi decennale di politica monetaria fortemente espansiva, anche se possiamo aspettarci che Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, aspetterà almeno l’esito delle elezioni americane di medio termine prima di prendere qualunque iniziativa sul fronte della politica monetaria. Il boom della Borsa americana non dev’essere fermato prima della competizione elettorale: ogni cittadino americano, attraverso il suo fondo pensione, ha un interesse perché questo non avvenga.

Se le elezioni americane dovessero andar male per i Democratici, com’è probabile, l’amministrazione Obama reagirà con una vigorosa politica espansiva nei due anni a venire, in modo di arrivare alle elezioni presidenziali con un’economia forte e una Borsa ancora più forte.

Tuttavia, se le relazioni tra Russia e occidente dovessero improvvisamente peggiorare in modo significativo, isolare la Borsa di New York dalle conseguenze negative della crisi internazionale potrebbe diventare molto difficile. Dovremo vedere la reazione della Federal Reserve di fronte a un crollo dell’indice Dow Jones del trenta per cento, un’ipotesi piuttosto realistica, visto che si è verificata non meno di sei volte negli ultimi decenni. La mia personale ipotesi, estrapolando i comportamenti passati, è che, così come dopo l’11 settembre 2001 e, in particolar modo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, la Federal Reserve darà inizio a una nuova fase di denaro a bassissimo costo e la porterà avanti fino a che la fase acuta della crisi politica internazionale non sarà terminata. Tuttavia, anche con previsioni così accomodanti per la politica monetaria americana, è probabile che la recessione in Europa continui.

Se una previsione di questo tipo è ragionevole, una politica economica realistica per l’Europa dovrebbe prevedere la prosecuzione di una politica monetaria espansiva accompagnata da uno stimolo fiscale innovativo. Draghi continua a ripetere che non consentirà alla Bce di cambiare l’attuale politica espansiva, ma sottolinea che i governi, specialmente nei paesi in surplus, devono introdurre misure fiscali per stimolare consumi interni e importazioni.

Nessun effetto positivo di carattere macroeconomico sembra essere finora emerso dell’introduzione, il 4 novembre prossimo, dell’Unione Bancaria europea. Le banche quest’anno sono state assorbite dalla necessità di preparare i loro bilanci per la revisione patrimoniale che l’European Banking Authority sta realizzando sui 120 più grandi istituti del vecchio continente. I risultati di tale revisione saranno resi noti in occasione del trasferimento dei poteri di vigilanza bancaria alla Banca Centrale Europea, una vera innovazione nella politica bancaria e monetaria. La consapevolezza di avere una debole capitalizzazione ha spinto molte grandi banche a rafforzarsi, collocando nuove quote azionarie sul mercato ma, soprattutto, rientrando dalle proprie posizioni creditorie con ovvie conseguenze depressive. Inoltre, le banche, specie nei paesi più fragili, hanno preferito prestare ai propri governi piuttosto che a imprese esposte al rischio, malgrado la possibilità di dover accettare un forte “hair cut” nel valore del credito nel caso di una nuova crisi.

All’interno dell’Europa, le autorità francesi si sono costantemente collocate al fianco di quelle tedesche in tutte le decisioni, o non-decisioni, prese a livello europeo, con l’obiettivo di convincere i mercati internazionali che il loro paese avrebbe sicuramente avuto il sostegno della Germania nel caso si fosse presentata la necessità.

L’effetto di lungo periodo di questo tipo di alleanza è stata la costante pressione tedesca per rallentare l’azione della Bce e della Commissione Europea durante la crisi, risultando nel sensibile apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Tale apprezzamento ha avuto effetti molto negativi sull’economia francese, che è assai meno competitiva di quella tedesca.

In sintesi, lo stato economico dell’Unione Europea è deplorevole, in particolare se paragonato a quello di altri paesi come Stati Uniti o Cina. È da alcuni anni che la situazione è questa, e tale rimarrà nel prossimo futuro. Non sembrano esserci molte possibilità di vedere il surplus commerciale tedesco nei confronti del resto del mondo ridursi dai livelli patologici su cui si è attestato negli anni recenti. Il surplus tedesco nei confronti del resto d’Europa è scomparso, ma solo per il crollo della domanda nei paesi deboli, che si è tradotto in una caduta delle importazioni.

Nonostante le continue esortazioni di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale e ora anche di Jörg Asmussen, importante membro del Partito Socialdemocratico tedesco, la leadership cristiano democratica tedesca è irremovibile nel ribadire, in particolare attraverso la voce di Wolfgang Schauble – che ha il pieno sostegno della Cancelliera – i precetti dell'”economia sociale di mercato”. Si tratta delle regole imposte a tutti i membri dell’eurozona per ottenere da questi l’austerità che è stata e continua ad essere considerata necessaria perché questi paesi possano rimanere all’interno dell’area euro contando esclusivamente sulle proprie forze, senza ricorrere all’aiuto dei paesi più forti. Non ci sono possibilità, dunque, di vedere prossime emissioni di Eurobond.

L’«economia sociale di mercato» significa governare attraverso regole anziché con politiche discrezionali. Due anni fa tutti i paesi membri dell’area euro hanno accettato di introdurre nelle rispettive Costituzioni il pareggio di bilancio inizialmente introdotto dal parlamento tedesco, e perfino meccanismi che prevedono l’adozione automatica di misure deflattive da attivarsi non appena vengano superati i limiti prefissati relativamente al deficit ed al debito pubblico. Schauble ha recentemente annunciato che il bilancio pubblico tedesco raggiungerà il pareggio prima del previsto, nel corso di questo stesso anno fiscale. Altri stati membri non sembrano intenzionati a seguire la Germania su questa strada, malgrado abbiano approvato il Fiscal Compact, ma tutti i paesi in deficit sono stati obbligati ad adottare misure di austerità il cui impatto su spesa pubblica, domanda interna e occupazione non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. L’austerità in questo senso coincide con una visione del mondo che è il contrario di ciò che ispira la moderna politica economica e la macroeconomia.

L’austerità, che è un applicazione pratica dell'”economia sociale di mercato”, vede nei surplus commerciali esterni il risultato naturale del processo competitivo. Il surplus di un’economia molto competitiva è dunque visto come una situazione che non richiede alcun intervento correttivo da parte del paese in surplus. I deficit esteri, al contrario, sono interpretati come manifestazioni patologiche di scarsa competitività che dipendono dal mancato allineamento di salari e rendite con quelli dei paesi in surplus. I paesi in deficit sono dunque chiamati a realizzare politiche deflazionistiche e riforme strutturali capaci di riportare in linea salari e rendite.

Questo può sembrare nuovo, ma gli studiosi di storia economica sanno che questo è sempre stato l’atteggiamento delle nazioni in surplus. A Bretton Woods, furono gli Stati Uniti a impedire che si introducesse nel testo dell’accordo un meccanismo di riequilibrio che pesasse allo stesso modo sui paesi in surplus e in deficit. Gli sforzi di Keynes furono vani. Gli Stati Uniti non accettarono l’idea che l’economia mondiale non sarebbe stata caratterizzata da una tendenza naturale all’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso accordi internazionali su politiche di rilancio da parte dei paesi in surplus.

Gli Stati Uniti – a loro merito – dopo aver constatato gli effetti deflazionistici dell’accordo di Bretton Woods sull’Europa, lanciarono nel 1948 il Piano Marshall, spinti anche dal nascente scontro bipolare a livello internazionale. Si trattò di un gigantesco programma di aiuti economici per evitare ai paesi europei in deficit gli effetti negativi della deflazione sull’occupazione e sugli equilibri politici. La Germania e gli altri paesi europei in surplus stanno riproponendo oggi gli argomenti che gli Stati Uniti usarono contro Keynes all’epoca di Bretton Woods. Le autorità tedesche non hanno alcuna simpatia per l’approccio keynesiano adottato da Mario Draghi, dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti, i quali provano a convincere la Germania a rilanciare la domanda interna e ridurre i surplus esterni. Tuttavia, il 2 di marzo 2012, sottoscrivendo il Fiscal Compact, tutti i paesi dell’area euro hanno accettato la visione del mondo della Germania. La domanda da porsi è perché i paesi in deficit abbiano deciso di accettare volontariamente la visione del mondo tedesca introducendola nelle loro agende di politica economica e perfino nelle loro costituzioni.

La mia risposta è articolata: nulla ispira l’imitazione quanto il successo. L’economia tedesca è stata un’economia di successo se si guarda al suo tasso di crescita, al suo tasso di disoccupazione, all’equilibrio dei conti pubblici e alla drastica riduzione del debito pubblico.

La Germania attrae lavoratori qualificati da tutta Europa pagando loro alti salari mentre in altri paesi è difficile trovare lavoro perfino per un giovane ingegnere. La disoccupazione giovanile è molto bassa mentre nell’Europa del sud ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili. E i tedeschi hanno pagato la riforma del loro mercato del lavoro con il proprio sangue, attraverso la creazione di non meno di 7 milioni di lavoratori pagati meno di 400 euro al mese.

Tuttavia, ciò che ha spinto i paesi europei a sottoscrivere il Fiscal Compact è stato il rischio, grave e imminente, di una dissoluzione dell’euro per l’effetto combinato della massiccia speculazione internazionale e del rifiuto da parte dell’opinione pubblica, dei politici e della Corte Costituzionale tedesca. Sarebbe stato possibile a Mario Draghi pronunciare il 26 luglio 2012 il suo ormai celebre «difenderò l’euro a qualunque costo», che sconfisse la speculazione internazionale contro l’euro e placò i timori di una dissoluzione dell’Unione Monetaria, se pochi mesi prima non fosse stato siglato il Fiscal Compact?

Dunque, oltre all’ammirazione per il modello tedesco di crescita economica, c’era nei paesi in deficit la consapevolezza che il Fiscal Compact sarebbe stato il prezzo da pagare per rendere le loro intenzioni sul piano delle politiche deflazionistiche credibili agli occhi della Germania. E, ovviamente, quanto venne deciso durante la famosa “passeggiata di Deauville” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 fu alla radice delle perturbazioni sui mercati e di tutto quanto seguì.

Di nuovo, possiamo vedere come il governo francese sia andato a rimorchio, accettando qualsiasi cosa pur di mostrare la propria relazione speciale con la Germania e costruendo, in questo modo, le basi per ottenere la tripla A per i propri titoli di Stato. Non esiste in Francia la tradizione di legare le decisioni del governo agli interessi dell’alta finanza come accade, ad esempio, nel Regno Unito con la City di Londra. In molte occasioni, tuttavia, abbiamo avuto la netta impressione che l’azione del governo francese in ambito europeo fosse spinta dalla necessità per le grandi banche francesi di mantenere un buon rating sul debito pubblico nazionale, da usare come base per le loro operazioni internazionali.

Qualcuno sostenne che questo stato di cose sarebbe cambiato una volta arrivato un socialista all’Eliseo. Gli stessi intravedono l’alba di una relazione speciale tra Francia ed Italia, capace di produrre una posizione politica nuova, opposta a quella tedesca. Quest’interpretazione, tuttavia, non è fondata. Ignora la nuova storia d’amore tra la Germania e la Spagna conservatrice. Dimentica anche che Matteo Renzi era un protetto della Cancelliera Merkel molto prima di essere nominato Presidente del consiglio e che il premier italiano ribadisce costantemente che la Germania rappresenta il suo modello di politica economica. Fino a quando l’opinione pubblica tedesca non inizierà a vedere gli effetti negativi della deflazione sul proprio benessere resterà ostile perfino a critiche moderate, come quella di Jörg Asmussen alle dure politiche di Schauble. Dopo che il recente deprezzamento dell’euro ha dato nuovo vigore alle esportazioni tedesche, le speranze di un cambiamento nella politica economica della Germania restano esclusivamente legate all’eventualità che l’acuirsi della crisi in Ucraina peggiori le previsioni per l’economia tedesca, in particolare per quel che riguarda investimenti e consumi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli industriali tedeschi potrebbero rappresentare un segnale in questa direzione.

Si tratta, in ogni caso, di uno scenario da «ultima spiaggia». Vogliamo davvero che sia uno scenario di guerra indiretta tra Russia e Unione Europea nell’est dell’Ucraina quello che ammorbidisce la politica economica tedesca? Ricordiamoci che, se una situazione del genere avvenisse davvero, la reazione della Germania potrebbe essere opposta, con una crescita dei consensi al nuovo partito anti-euro Alternative fur Deutschland, e un atteggiamento ancora più rigido sul rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Mi spiace di non vedere per l’Europa un orizzonte molto luminoso. E non credo che le sanzioni renderanno Putin più ragionevole. La sua popolarità in Russia aumenta di pari passo con il nazionalismo delle sue posizioni. Può essere preso per fame, facendo salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari in Russia, moltissimi dei quali sono importati dall’Europa e sono stati bloccati per ritorsione da Putin? Tradizionalmente, questo non è mai accaduto. Ma la Russia non era mai stata così dipendente dall’estero per beni essenziali come il cibo. Solo un enorme raccolto di grano ha consentito di allontanare il rischio di una crisi alimentare, ma il calo dei prezzi del petrolio ha lavorato nella direzione opposta riducendo gli introiti russi legati all’esportazione di materie prime.

L’AUTORE

Marcello de Cecco è uno dei maggiori esperti di italiani di politica monetaria e finanza. È professore emerito di Storia della moneta e della finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente alla Luiss di Roma. Il suo ultimo libro sulla politica economica italiana e internazionale è «Ma che cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013)», Donzelli, Roma, 2013. Questo testo riprende la sua relazione su «Lo stato dell’Unione europea» che ha aperto il convegno di EuroMemorandum tenuto a Roma il 25 settembre 2014 (www.euromemo.eu).

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Il Cominform nacque nel 1947, in piena guerra fredda, come Ufficio di informazione dei partiti comunisti, con lo scopo di coordinarne l’attività contro il campo imperialista e antidemocratico. Vi aderirono i partiti comunisti di URSS, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Italia, Polonia, Romania e di Jugoslavia (fino al 1948, quando venne condannato il «deviazionismo» jugoslavo, la cosiddetta «eresia titoista»). In seguito vi aderirono i partiti comunisti di Albania e Olanda.

Il Cominform venne soppresso nel 1956, nel clima della destalinizzazione voluta da Kruscëv.

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