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Posts Tagged ‘David Cameron’

Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Dario Fabbri, Limesonline, 18 settembre 2015

Nelle ore immediatamente successive alla sorprendente elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista, le principali cancellerie del globo hanno cominciato ad interrogarsi sulle conseguenze che la sua peculiare estrazione culturale potrebbe avere sulla politica estera britannica.

Jeremy Corbyn

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Jeremy Corbyn

L’elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista britannico rappresenta incontestabilmente una svolta notevole. Infatti, oltre a essere un deputato storico e un attivista contro la guerra, Corbyn è, dichiaratamente, un uomo di sinistra, che si rifà al marxismo ed è, fra i leader laburisti della storia, almeno recente, quello più antisistema.

Vincendo con quasi il 60  per cento dei voti, Corbyn ha ottenuto una vittoria schiacciante, superando per proporzioni quella ottenuta da Tony Blair nel 1994. Ma soprattutto rappresenta il definitivo accantonamento della politica della “Terza Via” di Blair (il “New Labour”), come dimostra il risultato ottenuto da Liz Kendall (4,5%), battuta anche da Andy Burnham e Yvette Cooper (rispettivamente 19 e 17 per cento).

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Stefano Fassina, Il Manifesto, 10 aprile 2015

Stefano Fassina

Inutile alimentare l’illusione in una salvifica scissione del Pd. Serve un programma per una radicale ridefinizione del rapporto con l’Ue

È con­so­li­data l’analisi sul ripo­si­zio­na­mento cen­tri­sta del Pd e le rela­tive con­se­guenze sul nostro sce­na­rio poli­tico (tra gli altri, Franco Monaco su que­sto gior­nale, Michele Sal­vati sul Cor­riere della Sera): il pro­gramma attuato (dagli inter­venti sul lavoro al pac­chetto di revi­sioni costi­tu­zio­nali alla legge elet­to­rale) e il metodo di governo pra­ti­cato (dalla mar­gi­na­liz­za­zione del par­la­mento alla mor­ti­fi­ca­zione del dia­logo sociale) indi­cano la deriva centrista-plebiscitaria del par­tito nato come alter­na­tivo al cen­tro­de­stra. In sin­tesi, un «par­tito piglia­tutti», fat­tore di ini­bi­zione della demo­cra­zia dell’alternanza e, al con­tempo, poten­ziale gene­ra­tore di una sog­get­ti­vità poli­tica di sini­stra, pos­si­bile evo­lu­zione della «coa­li­zione sociale», con­dan­nata però, come sull’altro ver­sante la destra anti-euro, a rima­nere fuori dalle fun­zioni di governo e attratta dalla pro­te­sta e dal populismo.

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Alessandro Dal Lago ci ricorda come si è giunti (e chi sono i responsabili, perché hanno nome e cognome), scrive una frase che mi ha molto colpito e che sintetizza perfettamente i tempi che stiamo vivendo: l'”Europa che sa solo sbagliare“. È drammaticamente vero, in politica estera così come in politica economica. Ma perché questa Europa sa solo sbagliare? In parte per l’incapacità, tecnica e politica, dei leader che attualmente la governano e in parte perché, in un regime di concorrenza fra paesi, ciascun capo di Stato vuol dimostrare di essere il migliore, quello con la capacità di analizzare meglio degli altri la situazione internazionale, il più europeista, il migliore strategica.

Insomma, ognuno di lor signori desidera passare alla storia. E devo di re che, se continuano così, ci riusciranno. Ma non si tratterà di sicuro delle pagine per noi più belle. Comunque, grazie a Dal Lago per l’estrema chiarezza.

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.

Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 30 novembre 2014

Il premier Renzi spinge per una rapida approvazione del trattato di libero scambio tra Europa e Usa. Proprio mentre, in Francia e Germania, crescono le obiezioni

L’attuale governo appare ormai chiaramente come l’ennesima sciagura, peraltro certamente non casuale, capitata al nostro paese. Se c’era ancora bisogno di una conferma a questa triste constatazione, a parte le vicende del cosiddetto job act e quelle del patto di stabilità, essa è fornita ora con evidenza dalle ultime notizie relative alle trattative che si vanno affannosamente svolgendo in gran segreto tra Bruxelles e Washington intorno al TTIP. Sul tema sono comparsi a suo tempo su questo sito molti articoli di commento e quindi non ci soffermiamo in dettaglio sui contenuti del progetto, né sui suoi molti punti deboli. Nei fatti, l’avanzamento di tale schema, la cui iniziativa si deve al governo statunitense, si sta di recente scontrando, tra l’altro, con l’opposizione di una crescente parte dell’opinione pubblica del nostro continente e, almeno per alcuni aspetti del progetto, anche da parte di alcuni tra i più importanti governi europei. Peraltro, anche la posizione del senato e del congresso statunitensi non sembra del tutto sicura in merito.

Dai promotori dell’iniziativa viene espressa la speranza che le trattative si chiudano entro la fine del 2015, ma tale data appare ormai lungi dall’essere scontata. La precedente deadlineera peraltro a suo tempo stata fissata alla fine del 2014, ma gli intoppi manifestatisi sulla discussione dei singoli punti, poi le elezioni europee e la successiva fase di attesa dell’insediamento della nuova Commissione, insediamento avvenuto solo da poco, hanno fatto slittare i tempi. Intanto l’Italia sembra, in tali discussioni, svolgere sostanzialmente il ruolo del servo sciocco.

Già qualche mese fa Matteo Renzi, incontrando il presidente americano, non solo si era dichiarato d’accordo a scatola chiusa sullo stesso trattato, ma aveva anche sostenuto con energia che bisognava accelerare i tempi dell’approvazione. È opportuno però considerare che si erano poi avute delle prese di posizione piuttosto critiche sul tema, come ci informa anche il professor De Cecco (De Cecco, 2014); esse avevano mostrato tutte le difficoltà di arrivare al via libera al progetto, almeno per come esso si presentava all’inizio. Aveva cominciato a segnalare con chiarezza le sue obiezioni il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, socialdemocratico, dichiarando pubblicamente che mentre la parte del trattato che riguardava la liberalizzazione degli scambi poteva anche andare avanti, sia pure con qualche distinguo – anche la Merkel aveva sollevato qualche osservazione al riguardo -, quella invece relativa alla risoluzione delle dispute, che è poi in effetti la più controversa, non poteva essere accettata. Più di recente anche il governo francese, per bocca del suo ministro per il commercio estero, ha fatto conoscere la sua perplessità di fronte a tali clausole.

Si poteva a questo punto pensare che i rappresentanti italiani mostrassero ormai maggiori cautele o, perlomeno, minori entusiasmi verso la questione. Ma apprendiamo ora dal Financial Times, attraverso un articolo che ha ottenuto un certo rilievo sul quotidiano (Oliver, Donnan, 2014), che l’Italia ha di recente suonato il campanello d’allarme sull’insufficiente ritmo delle trattative e che essa è piuttosto contrariata dai ritardi. Il rappresentante italiano, Carlo Calenda, tra l’altro anche sottosegretario per lo sviluppo economico del nostro amato governo, ha dichiarato, come riporta l’organo della City di qualche giorno fa, tutta la sua impazienza al riguardo ed il timore che anche la data del dicembre 2015 si presenti come un traguardo difficile da rispettare. Calenda paventa in particolare che, se si va avanti con le trattative oltre la fine di tale anno, cosa che peraltro noi auspichiamo ardentemente, l’opposizione da parte dei partiti “anticapitalistici ed antiamericani”, nonché di molte organizzazioni non-governative, diventino anche più forti. I suoi timori si estendono anche all’eventualità che poi si entri in periodo elettorale, almeno negli Stati Uniti, e che le discussioni si trascinino così sino al 2017 ed anche oltre. Naturalmente Calenda appare d’accordo, per quanto riguarda lui e il suo governo, nel lasciare il trattato sostanzialmente come è, comprese le clausole sulla risoluzione delle dispute, anche se riconosce, bontà sua, che qualche concessione al centro- sinistra tedesco bisognerà forse farla.

La linea italiana appare così nella sostanza simile a quella manifestata anche di recente da David Cameron, peraltro in odore di uscita dall’UE. Noi non siamo certo sorpresi da questa brillante presa di posizione del nostro rappresentante. Ci saremmo semmai meravigliati se, al contrario, il nostro governo avesse manifestato anche la più pallida briciola di autonomia rispetto agli Stati Uniti, evento peraltro da sempre molto improbabile. Le tradizioni vanno difese a tutti i costi.

Fortunatamente, le probabilità di un accordo sul trattato così come era configurato nel progetto originale, nonostante l’entusiasmo mostrato al riguardo da Renzi e da Calenda, appaiono ad oggi relativamente ridotte.

Testi citati nell’articolo
– De Cecco M., Un trattato transatlantico su misura dell’America, La Repubblica Affari & Finanza, 24 novembre 2014
– Oliver C., Donnan S., Europe-US trade talks delay upset Italy, www.ft.com, 23 novembre 2014

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George Monbiot, Internazionale, 13 novembre 2014

L’anno scorso ero scoraggiato: un’ombra minacciosa si allungava sulle libertà che i nostri antenati hanno difeso a costo della vita. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i parlamenti rischiavano di non poter più legiferare per il bene dei loro cittadini a causa di un trattato che avrebbe permesso alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. E io cercavo di trovare il modo per impedire una cosa del genere.

Fino a quel momento, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti lo conosceva solo chi che partecipava ai negoziati. E io sospettavo che nessun altro ne avrebbe mai sentito parlare. Perfino il nome sembrava fatto apposta per non suscitare interesse. Avevo scritto un articolo al riguardo per un solo motivo: poter dire ai miei figli che avevo cercato di fare qualcosa.

Con mio grande stupore, quell’articolo è diventato virale. In seguito alla reazione dell’opinione pubblica e al coinvolgimento di importanti attivisti, la Commissione europea e il governo britannico hanno dovuto dare una risposta. La petizione Stop Ttip ha raccolto più di 800mila firme; la petizione 38 Degrees ne ha raccolte 910mila. A ottobre ci sono state 450 azioni di protesta in 24 stati dell’Unione europea. La Commissione europea è stata costretta ad affrontare gli aspetti più controversi del trattato attraverso una consultazione pubblica che ha ricevuto 150mila risposte. Mai dire che le persone non possono affrontare questioni complesse.

La battaglia non è ancora vinta. Le aziende e i governi, guidati dal Regno Unito, si stanno mobilitando per placare le proteste. Ma la loro posizione si fa ogni mese più debole. All’epoca, il ministro britannico responsabile della questione era Kenneth Clarke. Il ministro rispose ai miei articoli ripetendo che “non c’era niente di più insensato” che rendere pubblica la posizione dell’Europa nei negoziati, come io avevo proposto. A ottobre, però, la Commissione è stata obbligata a fare proprio questo. La lotta contro il Ttip potrebbe diventare una vittoria storica dei cittadini contro lo strapotere delle aziende.

Il problema centrale si chiama “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato consentirebbe alle aziende di fare causa ai governi citandoli davanti a un collegio arbitrale di avvocati esperti di diritto societario, un collegio dove le altre parti non avrebbero alcuna rappresentanza e che non sarebbe soggetto a un riesame dell’autorità giudiziaria.

Già oggi, grazie all’inserimento dell’Isds in trattati commerciali di portata minore, le grandi aziende sono impegnate in una girandola di vertenze che hanno come unico obiettivo quello di spazzare via qualsiasi legge che possa interferire con i loro profitti. La Philip Morris sta facendo causa ai governi di Uruguay e Australia, colpevoli di voler convincere la gente a non fumare.

L’azienda petrolifera Occidental ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador che aveva revocato la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la compagnia aveva infranto la legge. La svedese Vattenfall è in causa contro il governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha presentato una causa da 300 milioni di dollari contro il governo di El Salvador per non aver dato le concessioni di sfruttamento di una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.

In base al Ttip, si potrebbe usare lo stesso meccanismo per impedire alle amministrazioni locali del Regno Unito di annullare la privatizzazione delle ferrovie e della sanità pubblica, o per impedire di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente dall’avidità delle aziende. Gli avvocati all’interno di questi collegi arbitrali si sentono in obbligo solo nei confronti delle aziende che devono giudicare, e che in altri momenti sono i loro datori di lavoro.

Come ha commentato uno di questi legali, “quando penso all’arbitrato, mi stupisco sempre che degli stati sovrani abbiano potuto accettarlo. Tre privati cittadini ricevono il potere di vagliare, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali e tutte le leggi e i regolamenti approvati dal parlamento”.

Questo accordo è talmente vergognoso che si è schierato contro perfino l’Economist (che di solito è il paladino delle aziende e dei trattati commerciali) definendo la risoluzione delle controversie tra investitore e stato “un modo per consentire alle multinazionali di arricchirsi a spese della gente”.

Quando David Cameron e i mezzi d’informazione legati al mondo imprenditoriale hanno lanciato la loro campagna contro la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, hanno sostenuto che l’ex premier del Lussemburgo fosse una minaccia per la sovranità britannica.

Ecco un perfetto esempio di capovolgimento della realtà. Juncker, fiutando la direzione che stava prendendo il dibattito pubblico, aveva promesso nel suo programma: “Non sacrificherò gli standard di protezione della sicurezza, della salute, della società e delle informazioni in Europa sull’altare del libero scambio. E non accetterò che la giurisdizione dei tribunali negli stati dell’Unione europea sia limitata da regimi speciali per le controversie con gli investitori”. La colpa di Juncker, dunque, era di aver promesso di non svendere ad avvocati esperti di diritto societario la sovranità di un paese, come volevano Cameron e i baroni dei mezzi d’informazione.

Adesso Juncker è sotto pressione. A ottobre i rappresentanti di 14 governi gli hanno scritto in privato e senza consultare i rispettivi parlamenti, per chiedere l’inclusione della Isds (la lettera è stata resa pubblica qualche giorno fa). E chi sta guidando questa campagna? Il governo britannico. Tanta doppiezza è difficile da comprendere. Mentre si proclama talmente preoccupato della nostra sovranità da essere pronto a lasciare l’Unione europea, il governo britannico insiste segretamente affinché la Commissione europea massacri la nostra sovranità a favore dei profitti delle aziende. Cameron è a capo di una congiura delle polveri contro la democrazia.

Né lui né i suoi ministri sono stati in grado di rispondere a una domanda tremendamente banale: cos’hanno che non va i tribunali? Se le aziende vogliono citare in giudizio i governi, hanno già il diritto di rivolgersi a un tribunale, come chiunque altro. Di sicuro, con gli enormi mezzi di cui dispongono, non sono svantaggiati di fronte alla legge. Perché dovrebbero avere il permesso di usare un sistema legale separato, al quale noi non abbiamo accesso? Che fine ha fatto il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge?

Se i nostri tribunali sono idonei a privare i cittadini della loro libertà, perché non dovrebbero essere altrettanto idonei a privare le aziende di profitti futuri? Non dovremo più prestare ascolto ai difensori del Ttip finché non avranno risposto a questa domanda.

Non potranno sfuggirle ancora a lungo. A differenza di quanto accaduto con altri trattati, il Ttip finalmente è di pubblico dominio e questo indebolisce gli argomenti in suo favore. Ci attende una dura lotta dal risultato incerto, ma ho la sensazione che alla fine vinceremo.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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