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Posts Tagged ‘deflazione’

Valeria Cirillo, Dario Guarascio, Marta Fana, sbilanciamoci.info, 14 dicembre 2015

Gli incentivi monetari forniti alle imprese non si sono concretizzati in nuova occupazione a tempo indeterminato, ma hanno piuttosto favorito la trasformazione di contratti temporanei in contratti ‘permanenti’

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Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Da giorni mi domando come voterei se mi trovassi a essere un cittadino greco. E, francamente, non ho ancora trovato una risposta. Da un lato mi auguro che Tsipras vinca le elezioni perché credo sia fondamentale che ci sia almeno un governo di sinistra fra i membri dell’Unione Europea; dall’altro talvolta mi unisco al coro di coloro che sono rimasti profondamente delusi dopo le grandi speranze che il referendum del 5 luglio aveva acceso.

Ma procediamo con – relativo – ordine.

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Da anni Paul Krugman – premio Nobel per l’economia nel 2008 – va dicendo che il debito pubblico è cosa assai diversa rispetto al debito di un privato, famiglia, individuo o azienda che sia.

Il governo e la banca centrale americani hanno reagito in chiave anticiclica alla crisi economica, mentre in Europa continuano a essere predicate e praticate misure procicliche, fino ai veri e propri aborti concettuali del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio in Costituzione. Il trentennio d’oro dell’economica europea (all’incirca dal 1945 al 1975) è stato determinato da una politica fiscale totalmente diversa da quella attuale. Quando l’economia mostrava segni di cedimento, lo Stato interveniva investendo in opere pubbliche o altro; quando l’economia era in crescita, lo Stato si faceva da parte per incamerare risorse da utilizzare in occasione della prossima fase congiunturale negativa.

Certo, anche l’approccio keynesiano presentava dei difetti, specialmente dal punto di vista dell’applicazione pratica. Ma invece di lavorare per correggere i difetti, si è preferito voltar pagina, applicando in maniera acritica i dettati dell’economia neoliberista i quali, lo dico da profano supportato da innumerevoli letture, più che tendere al bene comune e alla crescita economica, furono studiati appositamente per incrementare le disuguaglianze in termini di distribuzione dei redditi e con l’obiettivo dichiarato di ridurre, se non cancellare, il ruolo dello Stato dall’economia.

Non solo gli economisti keynesiani o post-keynesiani sostengono che le politiche di austerità siano deleterie. Anche molti neoliberisti si sono accorti dei disastri che sono in atto e suggeriscono di porvi rimedio, allentando il rigore economico che pervade l’Europa. Ma niente viene fatto, ad esempio, per modificare lo statuto della Banca centrale europeo, o per modificare le regole del Fondo monetario internazionale.

Resta solo l’antica domanda: cui prodest? Di sicuro non a chi vuole che l’Europa finalmente si unifichi e si dia una politica comune, in ambito economico e sociale, in politica estera, per la tutela dei diritti dei cittadini, i quali – è inevitabile – prima o poi si ribelleranno a questo stato di cose. Nel frattempo i costi sostenuti sono elevatissimi sul piano sociale.

PS: se volete capire il significato del titolo del post, vi conviene leggere l’articolo di Krugman fino in fondo.

Il grande equivoco del debito pubblico

Paul Krugman, Internazionale, n. 1089, 13 febbraio 2015
(trascrizione per il web: Fondazione Luigi Pintor)

Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. Il debito non rende l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi

Paul Krugman

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia 2008

Secondo molti economisti, compresa la presidente della Federal Reserve statunitense Janet Yellen, i guai dell’economia globale dal 2008 in poi sono dovuti soprattutto al deleveraging o riduzione della leva finanziaria (ovvero il tentativo simultaneo di ridurre il livello d’indebitamento in tutto il mondo). Perché la riduzione della leva finanziaria è un problema? Perché la spesa di Tizio è il reddito di Caio e la spesa di Caio è il reddito di Tizio: perciò, se tutti tagliano la spesa nello stesso momento, il reddito cala in tutto il mondo. Come ha detto Yellen nel 2009, “quelle che per i privati e le imprese sono giuste precauzioni – e anzi, sono essenziali per riportare l’economia alla normalità – purtroppo aggravano le difficoltà dell’economia in generale”. Quanti progressi abbiamo fatto nel riportare l’economia alla “normalità”? Nessuno.

Le autorità politiche e finanziarie hanno agito partendo da una lettura sbagliata del debito, e i loro tentativi di ridimensionare il problema in realtà lo hanno aggravato. Innanzitutto, i fatti: da un recente rapporto del McKinsey global institute intitolato “Debito e (non molto) deleveraging” emerge che il rapporto tra debito complessivo e pil non si è ridotto in nessun paese del mondo. Il debito privato è calato in alcuni paesi, specialmente negli Stati Uniti, ma è cresciuto in altri, e dove c’è stata una significativa riduzione dell’indebitamento delle aziende e dei cittadini il debito pubblico è cresciuto più di quanto è diminuito quello privato.

Qualcuno penserà che se non siamo riusciti a ridurre il rapporto tra debito e pil è perché non ci abbiamo provato: famiglie e governi non si sono impegnati abbastanza a stringere la cinghia, perciò ci vuole più austerità. La realtà, però, è che non abbiamo mai avuto tanta austerità. Come ha osservato il Fondo monetario internazionale, la spesa pubblica reale al netto degli interessi è scesa in tutti i paesi ricchi: ci sono stati pesanti tagli nei paesi indebitati dell’Europa meridionale, ma ci sono stati tagli anche in paesi come la Germania e gli Stati Uniti, che pure sono in grado di finanziarsi a tassi d’interesse vicini ai minimi storici.

Tutta questa austerità ha peggiorato le cose. Era prevedibile, perché l’invito a risparmiare si è fondato su un fraintendimento del ruolo del debito nell’economia. L’equivoco è evidente ogni volta che qualcuno si scaglia contro il deficit con slogan come “Smettiamo di rubare ai nostri figli”. Apparentemente suona bene: le famiglie che s’indebitano s’impoveriscono, perciò vale lo stesso per il debito pubblico, giusto? Niente affatto. Una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre l’economia deve dei soldi a se stessa. È vero che i paesi possono indebitarsi con altri paesi, ma dal 2008 l’indebitamento degli Stati Uniti con l’estero è diminuito, mentre l’Europa è in credito netto con il resto del mondo. Siccome sono soldi che dobbiamo a noi stessi, il debito non rende direttamente l’economia più povera, e rimborsarlo non ci rende più ricchi.

Il debito può rappresentare una minaccia alla stabilità finanziaria, ma la situazione non migliora se per ridurlo si spinge l’economia verso la deflazione e la depressione. Il che ci riporta agli eventi delle ultime settimane, perché c’è un collegamento diretto tra l’incapacità di ridurre l’indebitamento e la crisi politica che sta emergendo in Europa. I leader europei sono convinti che la crisi economica sia stata provocata da un eccesso di spesa da parte di paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. La strada giusta, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, è il ritorno alla sobrietà. L’Europa, ha detto, dev’essere parsimoniosa come la proverbiale casalinga sveva.

Questo ha provocato una catastrofe al rallentatore. I debitori europei dovevano sì stringere la cinghia, ma l’austerità che sono stati costretti ad adottare è stata incredibilmente brutale. Nel frattempo, la Germania e altre grandi economie – che dovevano spendere di più per compensare la contrazione nella periferia – hanno cercato a loro volta di spendere meno. Così si è creata una situazione in cui ridurre il rapporto tra debito e pil è diventato impossibile: la crescita reale ha rallentato bruscamente, l’inflazione è scesa quasi a zero e nei paesi più colpiti è arrivata addirittura la delazione. I poveri elettori hanno sopportato questo disastro per un tempo sorprendentemente lungo, credendo alla promessa che presto i loro sacrifici sarebbero stati ripagati. Ma dato che le difficoltà continuavano ad aumentare senza produrre risultati, la radicalizzazione è stata inevitabile.

Chiunque si sorprenda della vittoria della sinistra in Grecia o dell’avanzata delle forze anti-establishment in Spagna non è stato abbastanza attento. Nessuno sa cosa succederà ora, anche se i bookmaker considerano sempre più probabile l’uscita della Grecia dall’euro. Forse i danni si fermeranno qui, ma io non credo: l’uscita della Grecia minaccerebbe l’intero progetto della moneta unica. E se l’euro fallirà, sulla sua lapide bisognerà scrivere: “Morto per un’analogia sbagliata”.

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Domenico Moro, Contropiano.org, 14 ottobre 2014

I dati ufficiali, rilasciati dall’Istat e riguardanti l’inflazione di settembre, confermano la tendenza alla deflazione in Italia. Tali dati sono importanti per valutare la natura della crisi in atto e delle politiche delle istituzioni europee.

L’Istat usa due indici per calcolare l’inflazione, il NIC, riferito ai consumi dell’intera comunità nazionale e il FOI, riferito ai consumi di operai e impiegati. Il NIC registra a settembre 2014 un calo dei prezzi del -0,2% rispetto a settembre 2013 e del -0,4% rispetto ad agosto 2014. Risultati pressoché identici sono registrati con il FOI, che diminuisce del -0,1% rispetto all’anno precedente e del -0,4% rispetto al mese precedente. Tali risultati rientrano in una tendenza di fondo caratterizzata dal calo progressivo dell’inflazione, che parte dal +0,9% (NIC) di settembre 2013 e arriva alla deflazione attuale. La deflazione, ad ogni modo, non si limita all’Italia: nell’Eurozona si è registrato un calo del -1,4% dei prezzi alla produzione industriale ad Agosto 2014 sullo stesso mese dell’anno precedente.

Quali sono le ragioni del calo dell’inflazione e del presentarsi della deflazione? Secondo l’Istat la deflazione dipende in gran parte dai beni energetici, i cui prezzi calano del -4,5% tra settembre 2014 e settembre 2013. Comunque, ad essere in calo sono i beni in generale (-0,6%), soprattutto, oltre a quelli energetici, i beni durevoli, i tabacchi, e gli alimentari non lavorati, mentre i servizi crescono (+0,6%). Quindi, la ragione della deflazione è, almeno in parte, dipendente dal calo dei prodotti energetici, ben rappresentato dal crollo del prezzo del petrolio greggio, che da 147 dollari per barile del 2008 è passato, per il Brent, a 88,11 dollari, rischiando di scendere sotto i 70 dollari. Ma perché il prezzo del greggio è calato? In parte, ciò è dipeso dall’apprezzamento del dollaro, la valuta con cui vengono commercializzati a livello mondiale il petrolio e le altre principali materie prime. In parte, è dipeso da una combinazione di aumento dell’offerta e di calo della domanda. L’offerta è aumentata perché i produttori, avendo fatto enormi investimenti negli ultimi anni e potendo sfruttare giacimenti meno economici, grazie agli alti prezzi raggiunti dal greggio, hanno incrementato la produzione. La domanda, invece, è calata per vari fattori, come il miglioramento delle tecniche di risparmio energetico e il fatto che gli Usa, i maggiori consumatori mondiali, hanno diminuito le loro importazioni, grazie allo sfruttamento di giacimenti shale interni.

Ma la ragione principale del calo dei prezzi del petrolio è più strutturale, essendo imputabile alla fase che sta vivendo l’economia mondiale, cioè al fatto che la produzione industriale ha subito un crollo e, malgrado l’ottimismo sulle presunte riprese, non è ancora ritornata ai livelli precedenti al 2008. Del resto, il calo dei prezzi non si registra solo nel petrolio, ma anche nel carbone, nei minerali di ferro e nei cerali, i cui prezzi, in calo per il quarto anno consecutivo, sono ritornati ai livelli del 2009, cioè al periodo più nero della recessione. Inoltre, come abbiamo visto dai dati Istat, la deflazione non colpisce solo i prodotti energetici, ma anche i prodotti dell’industria manifatturiera, segno di una difficoltà più generale, evidentemente collegata al crollo dei consumi, a sua volta connesso con il calo dei salari e dell’occupazione. Anche l’andamento altalenante e l’apprezzamento recente del dollaro è strettamente collegato alla crisi. Infatti, i governi Usa – sia di Bush sia di Obama – hanno affrontato la crisi e l’avrebbero risolta (il condizionale è d’obbligo), immettendo una enorme liquidità nel sistema economico, attraverso contributi alle imprese e acquisti di titoli del Tesoro da parte della Fed. L’aumento della liquidità ha svalutato il dollaro che, però, quando il governo Obama e la Fed hanno deciso di chiudere i rubinetti della liquidità, si è rapidamente rivalutato. Il risultato è che l’economia mondiale è sottoposta a shock continui, che dimostrano non solo che l’economia mondiale non si è ancora ripresa, ma che la “ripresa” è stata in gran parte artificiale e determina effetti indesiderati devastanti.

La deflazione è un indicatore della gravità della crisi. Quando l’inflazione cala per un periodo di tempo lungo e arriva a trasformarsi in deflazione significa che la crisi è tutt’altro che congiunturale. La deflazione, però, non è solo un effetto della crisi, bensì retroagisce su di essa con conseguenze pesanti. Infatti, la deflazione è un problema per il capitale, perché erode, attraverso il calo dei prezzi, i livelli di profitto in proporzione agli investimenti (saggio di profitto). Di conseguenza, le imprese sono ancora più stimolate a ridurre o a tagliare i nuovi investimenti, a assumere solo se possono licenziare liberamente (in base dell’andamento della congiuntura a breve) e a mantenere alto il saggio di profitto attraverso la riduzione della parte del valore prodotto che va ai lavoratori, cioè riducendo il salario e il welfare. Questa è la logica che sta dietro il Job act. Allo stesso tempo, i capitali tendono a fuggire nelle attività speculative e nei settori che consentono di praticare prezzi alti, perché risultato di attività condotte in regime di monopolio. E questa è la logica che sta dietro le privatizzazioni. A trarre profitto di queste misure e dalla svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro saranno le imprese grandi e esportatrici, quasi sempre multinazionali, che possono anche giocare sulle variazioni dei cambi valutari internazionali.

Lo scenario che si presenta non lascia intravvedere una evoluzione positiva della crisi. L’eccesso di accumulazione di capitale, sotto forma di mezzi di produzione, che è alla base della crisi del 2008, appare tutt’altro che risolto e non cessa di manifestare le sue conseguenze negative. L’ultimo esempio potrebbe verificarsi nell’industria estrattiva e petrolifera, visto che gli investimenti effettuati potrebbero risultare sempre più in “eccesso”, se i prezzi continueranno a declinare, rendendo sempre più difficile ripagarli e ottenere il profitto atteso. Mettendo per ora da parte, in questa sede, le conseguenze potenzialmente catastrofiche del calo dei prezzi del petrolio e del gas per molti Paesi extra europei che vivono del loro export e l’accentuazione della competizione, che si sta già scatenando (anche militarmente), per compensare profitti in calo con quote di mercato più ampie, ritorniamo all’Italia e all’Europa.

Gli ultimi dati sulla deflazione dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’inadeguatezza della struttura della Bce e dei meccanismi di integrazione europea portati avanti da Commissione Europea e Consiglio europeo. Oggi il problema non è costituito dall’inflazione ma dalla recessione. Così, mettere al primo e pressoché unico posto tra gli obiettivi della Bce il controllo dell’inflazione risulta avere sempre meno senso. E ha ancor meno senso praticare politiche di austerity e di pareggio di bilancio, che sono corresponsabili del crollo dei consumi di massa interni e della deflazione. Le modalità con cui la Bce sta apprestandosi ad immettere liquidità nell’economia europea andranno a favore delle grandi banche, con risultati simili a quelli già visti in precedenza quanto a capacità delle banche di trasferire liquidità a famiglie e piccole imprese.

Anche parlare di nuovi investimenti europei, se questi sono misti privati-pubblici e se quelli pubblici sono condizionati alla compartecipazione dei privati, rappresenta un non senso. In un periodo di sovrapproduzione e di eccesso di accumulazione di capitale come si può pensare che i privati siano disposti a dare un contributo sensibile agli investimenti? È necessario l’intervento statale, ma non certo nella forma del sussidio alle imprese private. L’unica logica razionale è la sostituzione dell’investimento pubblico a quello privato, anche attraverso la statalizzazione, specie di attività bancarie. Quindi, l’unica proposta politica seria consiste nell’allargamento del perimetro della partecipazione statale, in modo da permettere il rilancio di settori industriali strategici e di ammodernare e ampliare le infrastrutture. Per fare questo, però, è chiaro che bisogna mettere in discussione la direzione neoliberista delle politiche pubbliche degli ultimi trenta anni, il che, nello specifico dell’Italia e dell’Europa, vuol dire essere determinati a mettere in discussione radicalmente il processo di unificazione economico e valutario europeo.

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