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Posts Tagged ‘democrazia’

Marco Bascetta, Il Manifesto, 19 gennaio 2016

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

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Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Antonio Sciotto, Il Manifesto, 22 novembre 2015

Il segretario Fiom con le tute blu a Roma per il contratto e contro la legge di Stabilità. Tanti immigrati: «No alle guerre e al terrorismo». «Cgil, Cisl e Uil organizzino una grande mobilitazione sulle pensioni». L’anno prossimo il referendum per abrogare il Jobs Act. Sintonia con Susanna Camusso

«Noi non ci fermiamo e andremo avanti». Maurizio Landini conclude così il comizio più breve della sua storia di sindacalista, la pioggia è troppo forte e Piazza del Popolo rischia di svuotarsi. La frase è riferita a Matteo Renzi: parla del referendum contro il Jobs Act che la Fiom, insieme alla Cgil, prepara per il prossimo anno. Parla delle pensioni, con la proposta di una «grande mobilitazione che Cgil, Cisl e Uil devono organizzare dopo gli errori del passato». Ma c’è l’acqua che inzuppa vestiti e cappucci. La testa degli italiani — anche delle tute blu — è ferma a quelle immagini di Parigi, c’è la paura di un attacco terroristico e la voglia di reagire. C’è un 10% di manifestanti che a Roma non ci è venuto, nonostante gli oltre 230 pullman organizzati da tutta Italia, perché è difficile continuare a comportarsi come fino a dieci giorni fa.

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Riporto il testo integrale del discorso – nella traduzione di Anna Bissanti che ho ricevuto via mail senza, purtroppo, citazione della fonte – tenuto da François Hollande al Parlamento riunito a Versailles il 17 novembre 2015. Ciò che stupisce, e preoccupa, è l’uso ripetuto della parola “guerra”. In questo caso, almeno, si è utilizzato il termine corretto, senza ricorrere a insulsi giri di parole.

Molti siti web riportano questo discorso, ma questa versione mi sembra la più precisa e chiara. Su tutti i quotidiani online ci sono articoli di commento e cronaca che, da diversi punti di vista, ne analizzano i contenuti.

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Come ci ricorda Lucia Annunziata nel suo blog sull’Huffington Post, la decisione di Parigi di chiudere le frontiere è una “fragile confessione di impotenza”. Aggiungerei anche patetica e inutile.

Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto, perché gli attentati di Parigi (anzi, le azioni di guerra di Parigi) sono il frutto di azioni che sono state compiute nel recente passato in maniera fortemente irresponsabile, perché non si è voluto tenere conto delle possibili conseguenze. Quando ci si arroga il diritto di bombardare interi paesi si deve mettere in conto che, prima o poi, si scatenerà una reazione. E non sempre (quasi mai) questa reazione sarà gradita.

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Correva l’anno 1971 quando usciva il celebre libro di Roberto Vacca, Medioevo prossimo venturo, per l’appunto. Scopro oggi, nel fare qualche ricerca su Internet che, una trentina d’anni dopo ne è stato fatto un aggiornamento, che non ho letto, in cui vengono apportate le dovute correzioni e aggiornamenti. Ma non è di questo che voglio trattare.

William Hogarth, Il Banchetto (1754)

Volendo associare al concetto di Medio Evo un’immagine, la prima che mi viene in mente è quella di un banchetto. A tavola, insieme al nobile, siedono i suoi ospiti, mentre tutt’attorno uno stuolo di servitori, musici, saltimbanchi, buffoni, lavoranti vari si occupa di servirli, riverirli e intrattenerli fra una portata e l’altra, per avere poi la possibilità di dividersi gli avanzi e gli scarti della “crapula” (l’immagine qui sopra – “Il banchetto” di William Hogarth – rende bene l’idea, anche se si riferisce a un periodo storico diverso).

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Aldo Tortorella, Critica Marxista, n. 5/2013, 17 ottobre 2013

C’è stato un tempo in cui la parola “rivoluzione” faceva paura a coloro che venivano definiti i benpensanti. Ma non solo a loro. Nel linguaggio comune e in diversi dialetti (per esempio, il milanese) almeno fino alla metà del secolo passato – e anche oltre – “fare un quarantotto” voleva dire buttare tutto all’aria, creare un gran disordine, rovesciare le regole: e quel 48 entrato e rimasto nel lessico popolare per cent’anni era la rivoluzione del 1848, quella che aveva sconvolto gran parte d’Europa e per cui due trentenni d’ingegno, pieni di speranze, avevano scritto un opuscoletto, per incarico della Lega dei comunisti, senza immaginare che quel loro Manifesto per l’immediato avrebbe prodotto scarsi risultati ma sarebbe stato un successo editoriale secondo solo alla Bibbia.

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Leonardo Paggi, Il Manifesto, 23 ottobre 2015

L’eredità del teorico e dirigente politico comunista in un recente convegno. Populismo, crisi della democrazia, la comunicazione su Facebook. I temi dell’incontro. La polemica sull’uso di Gramsci a sostegno della necessaria disciplina imposta dai mercati alla politica

È un luogo comune sot­to­li­neare con stu­pore il con­tra­sto tra la caduta degli inte­ressi per l’opera di Anto­nio Gram­sci in Italia (anche se fa ecce­zione un vero boom di pub­bli­ca­zioni sulle vicende car­ce­ra­rie) e il fio­rire degli studi nel mondo. Si finge così di dimen­ti­care, con un po’ di fili­stei­smo, che c’è di mezzo la scon­fitta subita dallo schie­ra­mento poli­tico che nella sua opera si era rico­no­sciuto. Gram­sci potrà tor­nare ad essere parte della cul­tura ita­liana solo se riu­scirà ad essere nuo­va­mente intrec­ciato con una let­tura del presente.

Gramsci astratto

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Thomas Fazi, sbilanciamoci.info

In Europa la crisi è stata utilizzata dalle élite politico-finanziarie per sferrare il più violento attacco mai visto, dal dopoguerra ad oggi, nei confronti della democrazia, del mondo del lavoro e del welfare

All’indomani della crisi finanziaria del 2008, quando il sistema fu salvato per il rotto della cuffia solo grazie a massicci interventi di spesa in deficit da parte dei governi di tutti i paesi avanzati (dimostrando la validità dell’assioma keynesiano secondo cui l’unico strumento in grado di risollevare un’economia in recessione è la politica fiscale) furono in molti a sinistra – tra cui il sottoscritto – a credere che il neoliberismo avesse i giorni contati. Cos’era la crisi, in fondo, se non la conclamazione del suo fallimento? Come ha scritto Paul Heideman, «l’impressione al tempo era che l’era della mercatizzazione assoluta stesse volgendo alla fine, e che la crisi dei mercati avrebbe condotto inevitabilmente al ritorno di una qualche forma di nuovo keynesismo».

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Roberto Musacchio, L’Altra Europa con Tispras, 2 ottobre 2015

Alfiero Grandi nell’articolo “Crisi dell’Unione Europea e sinistra” pone giustamente l’esigenza che la sinistra avanzi una propria proposta di ripensamento complessivo della UE. Ne offre l’occasione, scrive, l’autorevolezza con cui Mario Draghi pone la questione che ci si doti di un vero ministro dell’economia dell’area euro. Ciò consentirebbe di profittare dello spazio di riflessione che si è aperto anche in settori conservatori e di provarsi a modificare il quadro, compreso quello dei trattati, facendo perno sostanzialmente sull’area euro per un cambiamento politico di fondo. Chiedo scusa a Grandi per la sommarietà e forse l’imprecisione con cui ho riassunto la sua proposta.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 30 luglio 2015

Le ferite d’Europa. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato

Da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d’Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.

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Il duro atto d’accusa del grande filosofo alla cancelliera e al ministro Schäuble: “In una notte sola si sono giocati tutto il capitale politico che la migliore Germania si era costruita nel corso degli ultimi cinquant’anni. La Merkel ha ridotto la Grecia a un protettorato. Non c’è più equilibrio tra politica e mercato. I tecnocrati hanno esautorato la democrazia”.

Philip Olterman, Repubblica, 18 luglio 2015

Jürgen Habermas

Jürgen Habermas, una delle personalità intellettuali più rappresentative che sia siano spese sul tema dell’integrazione europea, ha lanciato un veemente attacco alla cancelliera tedesca Angela Merkel, accusandola di essersi giocata, con la linea dura tenta nei confronti della Grecia, tutti gli sforzi compiuti dalle precedenti generazioni tedesche per ricostruire la reputazione della Germania nel dopoguerra. Parlando dell’accordo raggiunto lunedì scorso con Atene, il filosofo e sociologo afferma che la cancelliera ha in effetti compiuto un «atto di punizione» contro il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras.

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Martin Schulz

Su Change.org è in corso una petizione per chiedere le dimissioni di Martin Schulz da presidente del Parlamento Europeo. Ho firmato per le seguenti ragioni:

  1. Schulz, prendendo pubblicamente posizione a favore del voto per il SI al referendum in Grecia, ha sostanzialmente rinunciato al suo ruolo di garante super partes dell’unica istituzione europea democraticamente eletta;
  2. Come tutti i socialdemocratici tedeschi, Schulz sta portando avanti una politica di salvaguardia degli interessi della Germania. Ciò sarebbe legittimo se non fosse il presidente del Parlamento europeo. Vedi articolo sottostante di Marco Bascetta;
  3. Schulz ha firmato il cosiddetto documento dei cinque presidenti, nel quale, fra l’altro, si propone una riduzione dei poteri del Parlamento europeo. Trovo alquanto improprio che a firmare un simile testo sia proprio il presidente dell’istituzione alla quale si vogliono ridurre i poteri, peraltro già insufficienti.

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La vittoria del NO al referendum greco non rappresenta certo la soluzione di tutti i problemi, ma apre alcuni possibili e interessanti scenari. Non ho certo la pretesa di saperli illustrare tutti e neppure quella di essere assolutamente imparziale (vivo, sono partigiano…). Voglio però cercare di cimentarmi con quelle che potrebbero essere le future scelte e le loro implicazioni.

Il voto greco è stato un voto per l’Europa, non contro l’Europa, nonostante il tentativo di farlo passare come un plebiscito fra euro e dracma. I greci hanno sostanzialmente ribadito a gran voce di voler rimanere nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, ma hanno contestato modi e forme di questa loro permanenza. Chi la pensasse in maniera diversa, evidentemente non ha capito nulla dello spirito referendario. Ma i greci hanno anche dichiarato, implicitamente, a quale modello di Europa vogliono appartenere: all’Europa dei popoli, non a quella delle banche e delle finanziarie.

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Il momento della demo­cra­zia e della respon­sa­bi­lità è arri­vato. È ora che le sirene dell’allarmismo e del disfat­ti­smo tac­ciano. Quando un popolo prende il futuro nelle pro­prie mani non ha niente da temere. Andiamo tutti alle urne con calma e fac­ciamo la nostra scelta, valu­tando gli argo­menti e non gli slogan.

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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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Intervista a Barbara Spinelli di Giampiero Calapà, Il Fatto Quotidiano, 1° luglio 2015

«Inammissibile e quanto meno irrituale l’ennesimo tentativo tedesco di interferire nella politica greca». Una volta c’erano i colonnelli, oggi l’austerità della Germania, la Grecia è sempre la vittima e Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra europea, figlia di Altiero, padre dell’Europa, accusa: «È in atto un tentativo di colpo di Stato post-moderno». Le ultime ore sono concitate. Juncker riapre, Tsipras avanza nuove richieste. Si riavviano le trattative, ma interviene la Merkel: «No al terzo salvataggio prima del referendum».

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Bandiera grecaNavigando in rete, e cercando informazioni sempre più approfondite sulla crisi greca, mi sono imbattuto in una serie di recenti articoli di Andrea Baranes, economista che da un po’ di tempo seguo e del quale ho letto un paio di libri (ad es. Finanza per indignados).

Una frase, scritta in fondo a uno di questi post, mi sembra particolarmente significativa. Eccola:

I tempi e le richieste della finanza non sono quelle della democrazia, ed è la democrazia a doversi piegare. 

E sì, piegarsi alle logiche del mercato significa rinunciare a fare scelte democratiche, Peccato però che entrambe abbiano pesanti ricadute sulla vita dei cittadini di un Paese. Letto in questi termini, il referendum greco di domenica prossima assume un ulteriore significato, quello di una possibile rivincita della democrazia, del potere del popolo, contro il potere della finanza e spiega perché tutti i banchieri, gli ex-banchieri e i loro sodali sono schierati a spada tratta per il SÌ.

Noi dobbiamo, quindi, con forza, sostenere a gran voce le ragioni del NO, consapevoli che non si tratta che di un inizio, di una battaglia che deve essere portata al livello superiore, quello internazionale. La vittoria dell’Οχι può essere la chiave di volta per dare all’Europa uno scossone in senso democratico, un cambio di registro del quale tutti potremo beneficiare.

Ecco infine i link agli articoli di Andrea Baranes che ho appena letto e che consiglio:

Grecia: la vergogna europea in tre immagini (e un numero)
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – prima parte: Cosa succede in Europa (e in Italia)?
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – seconda parte: Capital Market Unions
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – terza parte: Sistema bancario ombra, cartolarizzazioni e C. Questa volta è diverso
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – quarta parte: Dall’Europa all’Italia
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – quinta parte: Problemi e soluzioni
Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – sesta parte: Possibili alternative: finanza privata e finanza pubblica e Quale modello finanziario

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