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Wolfgang Schäuble e Angela Merkel

Paolo Pini e Roberto Romano, Il Manifesto, 16 luglio 2015

La suo­cera avrà capito le impli­ca­zioni dell’accordo rag­giunto al ver­tice euro­peo di dome­nica tra Gre­cia e Ger­ma­nia? Le suo­cere in verità sono molte, l’Italia, la Fran­cia, la Spa­gna, il Por­to­gallo e tutti i paesi in cui vi è chi ancora imma­gina uno spa­zio poli­tico ed eco­no­mico per risol­vere la crisi poli­tica ed eco­no­mica, crisi isti­tu­zio­nale e di strut­tura, crisi di stra­te­gia che attra­versa l’intero continente.

La Gre­cia non è solo un espe­ri­mento di poli­ti­che ordoliberiste.

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Non sempre concordo con Marco Revelli, ma mi sento di sottoscrivere quasi del tutto questa sua nota di commento ai risultati delle regionali (dal sito dell’Altra Europa con Tsipras). Aggiungo di mio, per rafforzare il concetto, che l’unificazione della sinistra sta diventando l’imperativo morale del nostro tempo. Troppe sono le questioni in ballo: la difesa del lavoro, dei diritti e della sicurezza dei lavoratori; la tutela ambientale; il reddito delle famiglie e conseguentemente quello di tutti coloro che forniscono prodotti e servizi alle persone; la salute pubblica; la scuola per tutti. E mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

L’unico aspetto sul quale il mio dissenso con Revelli è profondo è sul ruolo dei partiti. Forse non sono più i catalizzatori di voti del passato, forse non riescono a esprimere come un tempo la classe dirigente politica del paese, ma hanno ancora un ruolo – prezioso – per quanto riguarda la capacità organizzativa. Se i partiti sapranno ritornare in mezzo alla gente, sui territori e nel mondo del lavoro, ne sentiremo ancora parlare.

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La distinzione con la destra, la difesa dei beni comuni, il welfare e al Costituzione. Ecco la carta dei nuovi diritti “indivisibili e non sovversivi” secondo il giurista

La Repubblica, 23 luglio 2013

“Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande Silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo”.

Il nuovo papa della sinistra “altra”  –  quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete  –  ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
“È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica”.

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona ahomo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
“In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratoree alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo”.

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
“Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso “.

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
“Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?”.

No, molto chiaro.
“È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra”.

Lei cominciò nelle file radicali.
“No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore delMondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti”.

La “storiella da cane sciolto” ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
“Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale”.

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
“Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta”.

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
“Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo”.

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
“Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo “.

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
“È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento”.

Nessun risentimento?
“No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso”.

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
“Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire”.

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Riccardo Staglianò, La Repubblica, 17 luglio 2013

Da che parte, a chi guardare per ritrovare la strada della Sinistra, variamente smarrita un po’ in tutto il mondo? Ulrich Beck, il sociologo della “società del rischio”, è da tempo convinto che ogni risposta nazionale ai problemi globali sia destinata a fallire. Vale anche in questo caso. 

Più che una cassetta degli attrezzi per riparare i partiti progressisti offre un campionario di pratiche, una serie di istantanee da una realtà che sta cambiando più in fretta delle imbolsite élite politiche. Dalla Primavera araba a quella che ha battezzato la Generazione dei Nuovi Colombo, dall’uso strategico delle catastrofi alle “New York svizzere”, scorge embrioni di una nuova Sinistra post-ideologica, giovane, ambientalista, altamente connessa. Ultima speranza per rivitalizzare quella perdente dei padri.

Ulrich Beck

Ulrich Beck

Professore, cosa significa “sinistra” nell’estate del 2013?
“Dieci anni fa le avrei risposto che eravamo oltre destra e sinistra. Oggi non ne sono più così sicuro. Nel mondo sono successe così tante cose che credevamo inimmaginabili. Credo che ci sia bisogno di reimparare, reinventare la metafora della sinistra. Abbiamo anche bisogno di un nuovo linguaggio, una nuova fenomenologia di cosa sono oggi destra e sinistra”.

Quali valori ha in mente?
“Purtroppo è più facile definirli in negativo che in positivo. Ma proverò. Per cominciare, al posto della solidarietà di classe è subentrato un “individualismo morale”, ovvero un individualismo che, grazie al senso di connessione che ci danno le nuove tecnologie, si sente responsabile per gli altri, una volta percepiti come distanti. Un nuovo individualismo che presuppone una dimensione cosmopolita. 

Poi un’attenzione ai problemi globali, ma in un modo molto locale e personale, ben diverso dall’agenda degli stati-nazione. Un esempio lampante è quello dell’ambiente, in cima alle preoccupazioni dei giovani di ogni paese. E infine la reinvenzione dello stato sociale su una base transnazionale, nel nostro caso europea. Solo così si possono dare risposte all’insicurezza economica, equindi esistenziale, delle nuove generazioni. Nessuna sinistra può dirsi tale senza farsi carico di questi punti”.

Di recente si è occupato molto dei movimenti di protesta globali: è lì che bisogna cercare le tracce della nuova sinistra?
“Di certo si può dire che molte persone sono sempre più deluse dalla politica degli stati-nazione, quella che si preoccupa delle élite economiche. Ed è da questa delusione che sta nascendo una reinvenzione dei valori di sinistra. Dalla Primavera araba a Istanbul e a Rio, e ora di nuovo al Cairo, la vera posta in gioco è ripensare la natura stessa dello Stato. Un paragone è impossibile, tuttavia vedo caratteristiche comuni. Intanto, ognuna di queste ribellioni non sarebbe stata possibile senza i social media. E poi sembra più importante il dissenso in sé e l’esperienza di essere coinvolti nella protesta rispetto a richiestespecifiche. Infine ritorna il tema della disfunzionalità della politica e delle sue élite “.

Lei sta parlando di movimenti che potremmo definire in senso lato di sinistra. I partiti però non sono un’altra cosa?
“Certo. È nella natura della protesta che la gente voglia soprattutto il cambiamento. Ma le cose da cambiare sono così tante che serviranno decenni. Nel frattempo sia i partiti di destra che di sinistra si trasformeranno o scompariranno. In sempre più paesi le proteste potranno divampare e poi spegnersi. Il peggior populismo e la destra più estrema potranno prosperare. E la socialdemocrazia potrà passare un lungo periodo in ritirata”.
Non esattamente un scenario tranquillizzante.

Ma torniamo a movimenti e partiti…
“Una delle differenze principali è che i partiti sono creature dello stato-nazione.
Mentre la “generazione globale”, quella dei social media, si trova in una situazione simile a quella di Colombo, quando il suo viaggio gli fece incontrare un continente nuovo e imprevisto. Questi Nuovi Colombo stanno esplorando un mondo nuovo, per il quale ancora non esistono né nomi né mappe. È una nuova era di scoperta. E le proteste potrebbero continuare fino a quando la politica stessa non sarà rifondata”.

Nell’attesa però i temi classici della “vecchia” sinistra, tipo diseguaglianza economica e lavoro, sono più attuali che mai. Interessano anche ai movimenti della nuova sinistra?
“Certo. Ma hanno scarsissima fiducia nel fatto che i partiti possano prendersi cura deiloro problemi esistenziali e rappresentare i loro legittimi interessi. Lo si vede bene in Brasile, un paese trasformato in meglio dal partito al potere, dove la disoccupazione è scesa ai minimi storici. Dal quale, ciononostante, si sta alzando un forte grido di dolore dal basso contro uno stato distante e un’élite corrotta”.

Il catalogo dei leader progressisti recenti a grandi speranze ha fatto seguire anche delusioni: Blair, Zapatero, per certi versi Obama, ora Hollande. Perché è tanto difficile mantenere promesse di sinistra?
“Tutte queste persone hanno usato mantra simili: più mercato, più tecnologia, più crescita, più flessibilità. Parole d’ordine che non forniscono alcuna rassicurazione nei tempi in cui viviamo. Piuttosto il contrario. Hanno usato mezzi e risposte della politica degli stati-nazione, spesso in una versione neoliberale. Perciò hanno deluso”.

E invece i giovani, la sua Generazione dei Nuovi Colombo, quali parole chiave hanno a cuore?
“Un sondaggio svolto dal centro di ricerca che dirigo mostra che i giovani sono incerti su quasi tutto. Tranne che sulla questione ambientale, che ha per loro un’alta priorità. E qui si realizza un nuovo paradosso della società del rischio che i vecchi partiti sembrano non afferrare, e che chiamerò “catastrofismo illuminante”. 
Ovvero, drammatizzare il cambiamento climatico e la crisi ambientale non ha altro scopo che evitare la catastrofe. Chi mette in guardia contro di essa lo fa solo per essere smentito. Quest’uso profilattico delle catastrofi future ha creato un nuovo tipo di movimento di protesta, auto-mobilitante, che va oltre le frontiere”.

Vede un partito o un leader al quale la sinistra europea dovrebbe guardare perispirarsi e tornare a vincere?
“Più che a livello nazionale o globale si possono trovare modelli vincenti al livello di comunità, più precisamente delle città globalizzate. Ero a Basilea di recente e lì è in atto un dibattito eccitante sulle “piccole New York” svizzere. Specialmente Zurigo si è trasformata negli ultimi vent’anni in un posto che detta le tendenze metropolitane. La sua caratteristica è essere un collage di diversi milieu globalizzati.

Come a New York queste comunità si sono reinventate in diverse parti della città, con un viavai continuo di nuove facce, storie, tendenze, tipo il giardinaggio urbano o le biciclette a scatto fisso. Sorprendentemente questo ambiente cosmopolita di minoranze ha conquistato una chiara maggioranza nella politica cittadina. Succede lo stesso a Basilea, Berna ma anche a Monaco e Berlino e forse in altre città nel mondo. Qui i problemi sono spesso identificati come globali.

Gli abitanti hanno un orientamento cosmopolita. Usano mezzi di comunicazione globali e sono altamente connessi. Da non sottovalutare è che queste piccole New York svizzere hanno un gran successo anche in termini di occupazione. A confronto con realtà del genere le politiche tradizionali sembrano davvero molto passate di moda”.

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