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Posts Tagged ‘diritti sociali’

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 31 dicembre 2015

«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna.

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Francesco Martone, Sbilanciamoci.info, 23 luglio 2015

Il Rapporto Lange, votato dall’Europarlamento, crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invocato dalle imprese per far valere i propri diritti rispetto a normative ritenute pregiudizievoli

Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

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Gianni Ferrara, Il Manifesto, 26 luglio 2015

Non appare per nulla frut­tuoso un dibat­tito sulla Gre­xit di Schau­ble o di quella di Varou­fa­kis. Sarebbe comun­que deviante o ridut­tivo del pro­blema reale dell’Europa reale. Nel mondo eco­no­mi­ca­mente glo­ba­liz­zato le entità sog­get­tive sta­tali o inter­sta­tali, se non hanno dimen­sione con­ti­nen­tale o almeno sub-continentale (Bra­sile, India, Rus­sia) risul­te­ranno sem­pre subal­terne o soffocate.

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Dall’influenza delle esperienze latinoamericane a Laclau e Gramsci, dall’indipendentismo alla rottura dei tabù novecenteschi, dall’idea di basso contro alto all’obiettivo di creare una nuova maggioranza sociale nel Paese. A parlare Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos, il partito ispanico che impaurisce le elite oligarchiche: “Es la hora del pueblo”

intervista a Íñigo Errejón di Samuele Mazzolini
MicroMega
, 6 marzo 2015

Íñigo Errejón

“Puntiamo al governo: vogliamo costruire una nuova maggioranza e per questo siamo disposti ad essere audaci, a volte persino polemici. Se battiamo la campagna della paura, vinciamo le elezioni e diamo inizio al cambiamento politico in Spagna e auspicabilmente nel resto dell’Europa”. Íñigo Errejón, 31 anni, è il segretario politico di Podemos, il partito ispanico erede del movimento degli Indignados. Dopo il leader Pablo Iglesias è tra i volti più conosciuti ed autorevoli, è stato il responsabile della campagna elettorale alle scorse Europee – dove a sorpresa hanno preso l’8 per cento – e consulente di Evo Morales in Bolivia: “Senza le esperienze latinoamericane non si può capire Podemos”.

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Questo durissimo articolo di Petrella e Musacchio mette in evidenza come non sia procrastinabile decisioni sulla democrazia, la rappresentatività, le priorità dell’Unione europea. Quali sono gli interessi che le istituzioni europee devono tutelare? Quali contrappesi devono essere messi allo strapotere economico?

Inoltre: l’Europa vuole essere promotrice di un percorso autonomo o vuole continuare a essere la succursale politica ed economica degli Usa?

Si tratta di problemi molto seri, perché la storia ci insegna che, nel nostro continente, quando la contrapposizione fra le nazioni si fa troppo stringente, il rischio della guerra è concreto e reale.

Riccardo Petrella e Roberto Musacchio, Il Manifesto, 5 febbraio 2015

BCE. Ecco come funziona il meccanismo monetario che obbedisce ai mercati

L’altolà di Dra­ghi al governo Tsi­pras mostra con duris­sima evi­denza lo stato di sospen­sione demo­cra­tica di que­sta “Europa reale”, e della Bce che ne costi­tui­sce un pila­stri. L’attacco di Dra­ghi e il pre­an­nun­cio di non garan­tire più per i bond greci mostra la volontà di stran­go­lare sul nascere il nuovo corso. Non si rico­no­sce il man­dato popo­lare rice­vuto da Tsi­pras, e non si capi­sce con quale auto­re­vo­lezza venga con­si­de­rato non atten­di­bile il piano pre­sen­tato dalla nuova com­pa­gine greca, da parte di chi ha par­te­ci­pato a misure, pre­vi­ste dal Memo­ran­dum, famose per aver fal­lito cla­mo­ro­sa­mente fal­lito gli obiet­tivi dichiarati.

La realtà è che le scelte sociali, eco­no­mi­che ed isti­tu­zio­nali, il non rico­no­sci­mento della Troika di Tsi­pras vanno in col­li­sione con la natura e i poteri dell’“Europa reale”, quelli finan­ziari, libe­ri­sti e della ege­mo­nia mer­ke­liana. Di que­sti poteri la Bce è un architrave.

Da tempo soste­niamo lo scan­dalo di un Par­la­mento euro­peo senza alcun potere d’influenza sulla Bce, un organo pre­teso tec­nico (25 per­sone, non elette), a cui i Trat­tati dell’Unione hanno affi­dato la piena respon­sa­bi­lità della poli­tica mone­ta­ria dell’Europa. Il fatto è che i nostri diri­genti hanno ade­rito al prin­ci­pio che la poli­tica mone­ta­ria e finan­zia­ria non debba essere più una fun­zione sovrana dei poteri pub­blici sta­tuali (nazio­nali ed euro­pei), ma il com­pito di sog­getti pri­vati poli­ti­ca­mente indi­pen­denti dalle isti­tu­zioni pubbliche.

La Bce è il sog­getto chiave del Sistema euro­peo di ban­che cen­trali (Sebc) di cui fanno parte, oltre la Bce, le Ban­che cen­trali nazio­nali degli Stati che hanno adot­tato l’euro e for­mano l’Eurosistema. Suo com­pito prin­ci­pale è di attuare la poli­tica mone­ta­ria dell’Unione il cui l’obiettivo, fis­sato dai Trat­tati, è il man­te­ni­mento della sta­bi­lità dei prezzi, diven­tato l’imperativo mone­ta­rio dei paesi occidentali.

Il pro­blema nasce dal fatto che l’articolo 130 del Trat­tato sul Fun­zio­na­mento dell’Unione euro­pea (Tfue) sta­bi­li­sce il prin­ci­pio della totale indi­pen­denza poli­tica della Bce. Coe­ren­te­mente, il Trat­tato dispone l’obbligo per i governi degli Stati mem­bri e le isti­tu­zioni ed organi dell’Ue di aste­nersi da qual­siasi forma di inge­renza sulle atti­vità della Bce. Aver sti­pu­lato for­mal­mente l’indipendenza poli­tica alla Bce come prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del Tfue ha creato una situa­zione giu­ri­dica, isti­tu­zio­nale e poli­tica, anomala.

L’anomalia si esprime anzi­tutto rispetto alle ban­che cen­trali: la Bce è l’unica banca cen­trale al mondo ad essere poli­ti­ca­mente indi­pen­dente da ogni altra auto­rità. Le altre ban­che, com­presa la Fede­ral Reserve Bank (Usa) sono auto­nome. L’anomalia è però soprat­tutto rile­vante nell’assetto attuale dell’integrazione euro­pea. L’adozione dell’euro anche in assenza di uno Stato sovrano euro­peo, è avve­nuta in maniera con­tra­ria alle tesi costi­tu­zio­nali poli­ti­che che da sem­pre rico­no­scono che una moneta implica un governo, un potere sovrano, uno Stato.

Le ragioni per le quali i poteri forti euro­pei hanno creato una moneta senza Stato sono mol­te­plici. A nostro avviso, la più pre­gnante è di ordine ideo­lo­gico poli­tico: è l’idea che occorra stac­care l’economia dalla poli­tica ed affi­dare i com­piti di gestione dell’economia, in par­ti­co­lare della poli­tica mone­ta­ria, ad organi tec­nici “indi­pen­denti” dai governi pub­blici, capaci di dare fidu­cia ai mer­cati finanziari.

Il com­pito della Bce non è di dare fidu­cia ai par­la­menti nazio­nali ed al par­la­mento euro­peo e di sal­va­guar­dare i diritti umani e sociali dei cit­ta­dini stessi. I suoi clienti, come si dice nel gergo domi­nante, sono i mer­cati finan­ziari, le ban­che e gli agenti finan­ziari spe­cu­la­tivi. La Bce è attual­mente il solo potere poli­tico sovra­na­zio­nale europeo.

L’indipendenza della Bce signi­fica prin­ci­pal­mente tre cose. Anzi­tutto, una misti­fi­ca­zione, deli­be­rata, per coprire legal­mente il fatto che essa non lo è ma che è sot­to­messa all’influenza degli inte­ressi dei poteri pub­blici (Stati) più forti dell’Ue sul piano mone­ta­rio e finan­zia­rio. Essa lo è nei con­fronti degli Stati più deboli come la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gallo .…ma non della Ger­ma­nia e del mondo finan­zia­rio rap­pre­sen­tato dal Lus­sem­burgo. In secondo luogo, una realtà effet­tiva nei con­fronti del Par­la­mento euro­peo e delle altre isti­tu­zioni dell’Ue. Il dia­logo eco­no­mico tra la Bce ed il Pe (per far cre­dere alla legit­ti­mità demo­cra­tica della Bce) e tra que­sta ed il Con­si­glio dei Mini­stri e la Com­mis­sione euro­pea (a dimo­stra­zione della respon­sa­bi­lità della prima nei con­fronti delle altre due) è un puro arram­pi­carsi sugli specchi.

Infine, la libertà dai poteri poli­tici pub­blici accor­data alla Bce è una tri­ste farsa politica.

Lo stru­mento chiave del potere della Bce è l’intervento sul tasso di sconto (il costo del capi­tale) sulla moneta. Da anni que­sta fun­zione non appar­tiene più alle ban­che cen­trali (lo Stato) ma alle ban­che stesse (sog­getti pri­vati nella stra­grande mag­gio­ranza). La Bce, per suo pro­prio dire, si limita ad inter­ve­nire in rea­zione al tasso di sconto fis­sato dalle banche/mercati finan­ziari, abbas­san­dolo in caso di freddezza/stagnazione dell’economia o aumen­tan­dolo in caso di riscal­da­mento o ecci­ta­zione ele­vata dei mer­cati. Indi­pen­denza for­male, quindi , rispetto ai poteri poli­tici pub­blici ma dipen­denza chiara nei con­fronti dei mer­cati finanziari.

Cam­biare que­sto stato non è facile. Biso­gna ripor­tare la poli­tica mone­ta­ria euro­pea nel campo della demo­cra­zia effet­tiva, dando un governo poli­tico all’euro. Biso­gna abo­lire la dis­so­cia­zione tra poli­tica ed eco­no­mia ed eli­mi­nare il pri­mato dell’economia sulla poli­tica, per un pro­cesso costi­tuente europeo.

Il par­la­mento euro­peo è l’istituzione più legit­tima per farlo, se lo vuole. E’ neces­sa­rio scar­di­nare il potere spe­cu­la­tivo e cri­mi­nale dei mer­cati finan­ziari, met­tendo fuori legge i para­disi fiscali, rego­la­men­tando i mer­cati dei deri­vati, le tran­sa­zioni finan­zia­rie ad alta fre­quenza e la finanza mobile, ripub­bli­ciz­zare le casse di rispar­mio ed il cre­dito alle col­let­ti­vità locali. E dichia­rare ille­gale le forme di com­pe­ti­ti­vità fiscale tra gli Stati.Terzo oltre che met­tere la finanza e la moneta in Europa al ser­vi­zio della giu­sti­zia e della soli­da­rietà umana e sociale e della giu­sti­zia ambien­tale. Tsi­pras ha aperto uno scon­tro duris­simo e cia­scuno di noi deve fare la sua parte.

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La distinzione con la destra, la difesa dei beni comuni, il welfare e al Costituzione. Ecco la carta dei nuovi diritti “indivisibili e non sovversivi” secondo il giurista

La Repubblica, 23 luglio 2013

“Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande Silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo”.

Il nuovo papa della sinistra “altra”  –  quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete  –  ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
“È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica”.

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona ahomo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
“In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratoree alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo”.

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
“Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso “.

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
“Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?”.

No, molto chiaro.
“È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra”.

Lei cominciò nelle file radicali.
“No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore delMondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti”.

La “storiella da cane sciolto” ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
“Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale”.

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
“Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta”.

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
“Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo”.

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
“Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo “.

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
“È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento”.

Nessun risentimento?
“No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso”.

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
“Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire”.

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