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Posts Tagged ‘Egitto’

Nafeez Ahmed, Oneuro, 28 novembre 2015

«Sosteniamo gli sforzi della Turchia nel difendere la propria sicurezza nazionale e combattere il terrorismo. La Francia e la Turchia sono dalla stessa parte nell’ambito della coalizione internazionale contro il gruppo terroristico ISIS». Dichiarazione del ministro degli Esteri francese, luglio 2015.

Come l’11 settembre 2001, anche il massacro del 13 novembre 2015 verrà ricordato come un momento di svolta nella storia mondiale.

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Come ci ricorda Lucia Annunziata nel suo blog sull’Huffington Post, la decisione di Parigi di chiudere le frontiere è una “fragile confessione di impotenza”. Aggiungerei anche patetica e inutile.

Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto, perché gli attentati di Parigi (anzi, le azioni di guerra di Parigi) sono il frutto di azioni che sono state compiute nel recente passato in maniera fortemente irresponsabile, perché non si è voluto tenere conto delle possibili conseguenze. Quando ci si arroga il diritto di bombardare interi paesi si deve mettere in conto che, prima o poi, si scatenerà una reazione. E non sempre (quasi mai) questa reazione sarà gradita.

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keynesblog, 10 marzo 2015

Gli accordi sul debito di Londra (1953) dimostrano che i governi europei sanno come risolvere una crisi da debito coniugando giustizia e ripresa economica. Ecco quattro lezioni esemplari, utili nell’attuale crisi del debito greco.

Il 27 febbraio 1953 fu siglato a Londra un accordo che cancellava la metà del debito della Germania (all’epoca la Germania Ovest). 15 miliardi su un totale di 30 miliardi di Deutschmarks*.

Fra i paesi che accordarono la cancellazione c’erano gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, assieme a Grecia, Spagna e Pakistan (paesi che sono oggi fra i più importanti debitori). L’accordo copriva anche il debito di privati e società. Dopo il 1953, altri paesi firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco: l’Egitto, l’Argentina, il Congo Belga (oggi Repubblica Democratica del Congo), la Cambogia, il Cameroun, la Nuova Guinea, la Federazione di Rodesia e il Nyasaland (oggi Malawi, Zambia e Zimbabwe). (1)

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Giovanna Branca, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Mor Loushy

«Censored voices» di Mor Loushy raccoglie le testimonianze di soldati della Guerra dei sei giorni. Storie ben diverse da quelle raccontate dal governo israeliano

Nella nar­ra­tiva uffi­ciale, il 1967 è l’anno in cui Israele ha cele­brato la sua più grande vit­to­ria: con la guerra dei 6 giorni non ha solo respinto le truppe di Siria, Gior­da­nia ed Egitto inten­zio­nate ad anni­chi­lire la gio­vane nazione, ma ha tri­pli­cato le pro­prie dimen­sioni, annet­tendo anche la città vec­chia di Geru­sa­lemme; secondo molti, libe­ran­dola. Ma «chi ha libe­rato cosa? Io credo nella gente, non nei posti». A dire que­ste parole è lo scrit­tore Amos Oz, e non nella sua veste di noto espo­nente della sini­stra israe­liana, ma come sol­dato appena tor­nato dalla guerra dei 6 giorni. E con­ti­nua infatti così: «mi sen­tivo come uno stra­niero in terra stra­niera, per que­sto l’espressione ter­ri­tori libe­rati mi terrorizza».

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Alessandro Dal Lago ci ricorda come si è giunti (e chi sono i responsabili, perché hanno nome e cognome), scrive una frase che mi ha molto colpito e che sintetizza perfettamente i tempi che stiamo vivendo: l'”Europa che sa solo sbagliare“. È drammaticamente vero, in politica estera così come in politica economica. Ma perché questa Europa sa solo sbagliare? In parte per l’incapacità, tecnica e politica, dei leader che attualmente la governano e in parte perché, in un regime di concorrenza fra paesi, ciascun capo di Stato vuol dimostrare di essere il migliore, quello con la capacità di analizzare meglio degli altri la situazione internazionale, il più europeista, il migliore strategica.

Insomma, ognuno di lor signori desidera passare alla storia. E devo di re che, se continuano così, ci riusciranno. Ma non si tratterà di sicuro delle pagine per noi più belle. Comunque, grazie a Dal Lago per l’estrema chiarezza.

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.

Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

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Quando i signori che ci governano capiranno che la democrazia non è un prodotto che si può esportare, temo, sarà troppo tardi. Con la destituzione e l’uccisione di Gheddafi, agevolata dall’inopportuno intervento di Sarkozy – secondo me determinato esclusivamente da ragioni di politica interna francese – la Libia è piombata nel caos. Oggi si parla di intervenire nuovamente per riportare l’ordine; fra qualche anno saremo di nuovo qui a riparlarne e così via all’infinito.

A prescindere dal fatto che nella stragrande maggioranza dei casi (per non dire sempre) la questione dei diritti umani è usata strumentalmente per dare una veste politically correct a qualcosa che, da che mondo e mondo, si chiama guerra, è evidente, almeno per me, che concetti come la democrazia partecipativa (che non significa soltanto andare a votare), il rispetto, la tolleranza, devono svilupparsi nel corso di lunghi processi storici, Non sono un qualcosa che si può esportare dall’oggi al domani. Ammesso e non concesso che si tratti del migliore dei mondi possibile.

La situazione in Libia si fa sempre più difficile. Dalla radio di Sirte, ultima città libica a finire sotto le mani dei miliziani dell’Isis, il Califfo incita la popolazione alla guerra santa. E il ministro degli Esteri Gentiloni viene definito un crociato. Il rischio per l’Italia di avere un nemico a due passi da casa è forte. Per questo il governo studia un intervento armato sotto l’egida delle Nazioni Unite. “L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste. Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente” afferma il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in un’intervista al Messaggero.

“Ne discutiamo da mesi, ma ora l’intervento è diventato urgente. Mezzi, composizione e regole d’ingaggio li decideremo con gli alleati in base allo spirito e al mandato della missione Onu”, spiega. “In Libia, eliminato il tappo Gheddafi, le tensioni sottostanti sono esplose”, aggiunge, e ora “bisogna fare come nei Balcani, dove per scongiurare la bonifica etnica abbiamo invitato decine di migliaia di uomini e abbiamo contingenti dopo vent’anni per stabilizzare territorio”. Quanto al potenziale del Califfato, qualche mese erano stati stimati 25mila combattenti, ora secondo il ministro “potrebbero essere 30mila o anche più”, e sugli armamenti ricorda “i momenti d’ombra” sulla sorte della armi di Gheddafi. Quindi il ministro precisa che “ogni decisione e passaggio verrà fatto in Parlamento. Giovedì il ministro Gentiloni fornirà informazioni e valutazioni”.

ministro pinotti

Roberta Pinotti, ministro della Difesa

L’ex premier Romano Prodi critica la gestione della crisi libica dopo l’intervento del 2011. “Dopo la caduta di Gheddafi bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo” spiega Prodi al Fatto Quotidiano. Se la Libia “è caduta nell’anarchia e nel caos più assoluti è un errore nostro. Delle potenze occidentali”. “La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così”. E “L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi, Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra”. Ora occorre far “sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale”.

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Di Alberto Burgio, da Il Circolo de Il Manifesto di Bologna, 7 maggio 2014

Esi­stono legami sot­ter­ra­nei tra quanto di più sini­stro accade sotto i nostri occhi in que­ste ore sulla scena poli­tica mon­diale, dalla bru­tale stretta repres­siva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla pro­li­fe­ra­zione di ultra­na­zio­na­li­smi fasci­sti in tutta Europa?

Rispon­dere non è sem­plice, forse è azzar­dato. Una pro­spet­tiva che con­si­deri uni­ta­ria­mente feno­meni radi­cati in con­te­sti dif­fe­renti non è fal­si­fi­ca­bile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impres­sioni. Inol­tre, molto, se non tutto, dipende dalle dimen­sioni del qua­dro sto­rico di rife­ri­mento, defi­nite con qual­che rischio di arbi­tra­rietà. Resta il fatto. Minac­ciosi segnali di ten­sione inve­stono non sol­tanto quelli che nella guerra fredda erano bloc­chi con­trap­po­sti, ma anche (si pensi al dif­fon­dersi nell’eurozona di un sordo ran­core anti-tedesco) gli stessi stati euro­pei che hanno vis­suto que­sti sessant’anni in pace.

E a tali segnali si accom­pa­gna la ricom­parsa dei più cupi fan­ta­smi (nazio­na­li­smo e popu­li­smo, xeno­fo­bia e raz­zi­smo) della moder­nità «avan­zata». La sto­ria del Nove­cento sem­bra ripre­sen­tarsi in blocco sulla scena, come per un bru­sco ritorno del rimosso. E se è natu­ral­mente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scop­pio della prima guerra mon­diale, è vero anche che gli anni­ver­sari offrono spesso spunti istrut­tivi. Pro­viamo a vedere che cosa sug­ge­ri­sce que­sta non fau­sta ricorrenza.

Il Nove­cento è stato il secolo delle guerre mon­diali. Si suole dire per­sino che, tra il 1914 e il ’45, il mondo ha vis­suto una nuova guerra dei trent’anni. C’è del vero. L’imperialismo fu il deno­mi­na­tore comune dei due con­flitti: il primo fu uno scon­tro tra impe­ria­li­smi vec­chi e nuovi (o poten­ziali) a ridosso della prima crisi glo­bale del capi­ta­li­smo; l’imperialismo costi­tuì un fat­tore cru­ciale anche nella seconda guerra mon­diale, che la Ger­ma­nia nazi­sta sca­tenò nell’intento di dotarsi di un impero colo­niale sfon­dando prin­ci­pal­mente a est (e il colo­nia­li­smo fu un movente essen­ziale della stessa alleanza con l’Italia fasci­sta, mossa a sua volta dalla spinta all’espansione colo­niale in Africa).

D’altra parte que­sta ana­lo­gia tra­scura una dif­fe­renza essen­ziale. Nel corso della grande guerra, la prima rivo­lu­zione pro­le­ta­ria vin­cente della sto­ria tra­sforma la scena poli­tica mon­diale. Defi­ni­ti­va­mente.

Oggi non abbiamo memo­ria dell’ondata di panico che l’ottobre bol­sce­vico pro­ietta sull’occidente capi­ta­li­stico. Basti un dato, che rara­mente si ricorda: Gran Bre­ta­gna, Stati Uniti, Fran­cia e Ita­lia con­tri­bui­rono all’Armata bianca con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria inviando in Rus­sia oltre 600mila uomini, al fianco dei cosacchi.

Il mondo, entrato in guerra nel 1914, ne esce tra­sfi­gu­rato nel ’18. Non solo sul piano «geo­po­li­tico» ma anche all’interno dei sin­goli paesi, tea­tro, tra le due guerre, di con­flitti sociali che paiono met­tere all’ordine del giorno, in gran parte dell’Europa, la pro­spet­tiva della rivo­lu­zione ope­raia. In que­sto senso la seconda guerra mon­diale tiene a bat­te­simo il mondo con­tem­po­ra­neo, e per ciò essa è ancora un «pas­sato che non passa». Fu un con­flitto ben più com­plesso del pre­ce­dente: non sol­tanto uno scon­tro tra stati e imperi, ma anche, espli­ci­ta­mente, un urto armato tra classi sociali. La prima guerra totale della bor­ghe­sia con­tro il pro­le­ta­riato, del capi­ta­li­smo con­tro il comu­ni­smo. Il che spiega tanto l’iniziale indul­genza delle «demo­cra­zie occi­den­tali» nei con­fronti dei fasci­smi (a comin­ciare dalla guerra civile spa­gnola), quanto la reni­tenza ad allearsi con l’Urss con­tro Hitler; le bombe ato­mi­che ame­ri­cane sul Giap­pone; la man­cata discon­ti­nuità post­bel­lica nella costru­zione delle éli­tes poli­ti­che e degli appa­rati buro­cra­tici dei paesi sconfitti.

Pro­prio que­sta com­ples­sità – l’intreccio orga­nico tra fat­tore mili­tare e con­flitto sociale – è la cifra del secondo dopo­guerra. Che si svolge all’insegna dello scon­tro tra il «mondo libero» (l’economia-mondo capi­ta­li­stica) e il varie­gato blocco socia­li­sta, inter­fe­rendo pesan­te­mente nel pro­cesso di de-colonizzazione. Più che la nuova guerra dei Trent’anni (1915-45), è dun­que il ses­san­ten­nio 1939-89 la fase costi­tuente del nostro mondo. Sorto all’insegna del con­ti­nuum tra con­flitti mili­tari e sociali. O, se si pre­fe­ri­sce, sulla base dell’aperto rico­no­sci­mento della natura bel­lica – di guerra civile, direbbe Marx – della lotta di classe.

Poi cos’è suc­cesso? È cam­biato tutto? Lo si è voluto pen­sare. Nelle uto­pie «demo­cra­ti­che» che pren­dono piede a ridosso della caduta del Muro di Ber­lino (e che in Ita­lia accom­pa­gnano la liqui­da­zione del Pci) l’89-91 doveva segnare l’avvio di un’«era glo­bale di pace e di demo­cra­zia». Que­sta spe­ranza sot­tende anche l’immagine hob­sba­w­miana del «secolo breve», ma la sto­ria degli ultimi 25 anni la con­futa, e impone di leg­gere anche il nostro pre­sente in un qua­dro di lungo periodo. Non per­ché oggi il mondo sia uguale a prima. La Rus­sia post-sovietica non ha più, nem­meno di nome, un con­no­tato rivo­lu­zio­na­rio. La Cina intrat­tiene stretti rap­porti col mondo capi­ta­li­stico, di cui per diversi aspetti (com­mer­cio e finanza) è parte sem­pre più rile­vante. Il «blocco socia­li­sta» non esi­ste più, assor­bito dalla Ue o imme­dia­ta­mente sus­sunto, attra­verso la Nato, nell’orbita ame­ri­cana. Eppure il con­fine (poli­tico, eco­no­mico, per­sino sim­bo­lico) tra est e ovest resta cru­ciale. È ancora la linea lungo la quale corre più alta la ten­sione inter­na­zio­nale.

Per­ché le cose stiano in que­sti ter­mini, nono­stante la crisi del pro­getto rivo­lu­zio­na­rio nei paesi del «socia­li­smo reale», non è certo un mistero. Implosa l’Urss, l’Occidente tenta un salto di qua­lità nelle pra­ti­che del domi­nio. Teso a supe­rare la crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo che ancora imper­versa (è di pochi giorni fa la noti­zia del pil Usa a cre­scita zero nel tri­me­stre), il neo­li­be­ri­smo a cen­tra­lità ame­ri­cana uni­fica i mer­cati finan­ziari con­tro le Costi­tu­zioni; rilan­cia la spesa mili­tare; esa­spera lo sfrut­ta­mento del lavoro vivo; sman­tella i sistemi pub­blici di wel­fare, frutto della com­pe­ti­zione col sistema socia­li­sta. Di qui l’esplosione delle spe­re­qua­zioni. Di qui la deriva auto­ri­ta­ria, post-costituzionale. Di qui anche l’architettura tecno-oligarchica della Ue, fun­zio­nale all’instaurarsi di gerar­chie con­ti­nen­tali coin­ci­denti con quelle vagheg­giate, nella prima metà del Nove­cento, dai teo­rici della Mit­te­leu­ropa e dagli archi­tetti del Nuovo ordine europeo.

Ma non si tratta sol­tanto del soft power del «libero mer­cato». Ancora prima della fine uffi­ciale dell’Urss la guerra guer­reg­giata torna al cen­tro della scena inter­na­zio­nale, a seguito della rin­no­vata spinta impe­ria­li­stica dell’occidente (degli Stati Uniti anche con­tro una parte dell’Europa) in Medio Oriente (Iraq) e in Asia cen­trale (Afgha­ni­stan), sino alle porte dell’ex-Urss (Geor­gia e paesi bal­tici) e della vec­chia Europa (le guerre nei Bal­cani degli anni Novanta). È così che il mondo oggi offre un pano­rama per tanti aspetti simile a quello che l’ha visto nascere. Con una miscela esplo­siva tra ele­menti del qua­dro 1914-38 (nazio­na­li­smi, irre­den­ti­smi e popu­li­smi, soprat­tutto nell’Europa fla­gel­lata dalla nuova grande depres­sione) ed ele­menti del qua­dro 1939-89 (con­flitto est-ovest, tra «occi­dente» capi­ta­li­stico e «oriente» post-rivoluzionario). Per dirla con un para­dosso, e con buona pace dei nuo­vi­smi ricor­renti, assi­stiamo alla lunga durata del secolo breve. Sulla base della regres­sione auto­ri­ta­ria degli Stati «demo­cra­tici» e della rin­no­vata cen­tra­lità del tema impe­riale e coloniale.

Se que­sto è vero, non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare la gra­vità degli acca­di­menti ai quali assi­stiamo in que­ste set­ti­mane. L’esplosione di revan­sci­smi raz­zi­sti e neo­fa­sci­sti in tutta Europa – dall’Ungheria alla Fran­cia pas­sando per Gre­cia, Fin­lan­dia e Olanda, Sve­zia, Austria e Polo­nia, per i paesi bal­tici e l’Italia – rivela il volto arcaico del capi­ta­li­smo sfi­dato dalla crisi orga­nica. La repres­sione delle pri­ma­vere arabe, la bal­ca­niz­za­zione della Libia e la restau­ra­zione del potere mili­tare in Egitto par­lano di nuovo impulso impe­ria­li­stico alla rico­lo­niz­za­zione del Medio Oriente. Il dramma dell’Ucraina rias­sume in sé e sem­bra ripro­porre tutti i motivi della tra­ge­dia nove­cen­te­sca, dallo scon­tro tra nazio­na­li­smi etnici all’urto tra bloc­chi «geo­po­li­tici», ali­men­tato in larga misura pro­prio dalla poli­tica di allar­ga­mento della Nato a est. Non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare, e non è nem­meno ragio­ne­vole scin­dere pro­cessi che, pur diversi, si col­le­gano tra loro nel con­te­sto poli­tico mondiale.

Due ultime con­si­de­ra­zioni, infine, ci riguar­dano da vicino. Fati­chiamo a vedere tutto que­sto per­ché abbiamo sacri­fi­cato gli stru­menti dell’analisi storico-materialistica a una futile – e scia­gu­rata – «moder­niz­za­zione» ideo­lo­gica. A mag­gior ragione, non sap­piamo che fare con­tro que­sta nuova corsa verso il precipizio.

Ripie­gati sulle nostre cure quo­ti­diane, siamo privi di antenne, oltre che di una dire­zione poli­tica degna di que­sto nome. Non per que­sto ripe­te­remo quanto ebbe a dire – «ormai solo un dio ci può sal­vare» – un filo­sofo com­pro­messo con il cuore di tene­bra del secolo scorso. Ma vedere una luce alla quale fare affi­da­mento sarà dif­fi­cile fin­ché, in Ita­lia e in Europa, non rina­scerà una seria forza di oppo­si­zione al capi­ta­li­smo. Capace final­mente di pre­pa­rare una tran­si­zione sto­rica già da tempo matura.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto il 2 maggio 2014 e dalla Fondazione Luigi Pintor

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Il Cominform nacque nel 1947, in piena guerra fredda, come Ufficio di informazione dei partiti comunisti, con lo scopo di coordinarne l’attività contro il campo imperialista e antidemocratico. Vi aderirono i partiti comunisti di URSS, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Italia, Polonia, Romania e di Jugoslavia (fino al 1948, quando venne condannato il «deviazionismo» jugoslavo, la cosiddetta «eresia titoista»). In seguito vi aderirono i partiti comunisti di Albania e Olanda.

Il Cominform venne soppresso nel 1956, nel clima della destalinizzazione voluta da Kruscëv.

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