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Posts Tagged ‘elezioni europee’

Dall’influenza delle esperienze latinoamericane a Laclau e Gramsci, dall’indipendentismo alla rottura dei tabù novecenteschi, dall’idea di basso contro alto all’obiettivo di creare una nuova maggioranza sociale nel Paese. A parlare Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos, il partito ispanico che impaurisce le elite oligarchiche: “Es la hora del pueblo”

intervista a Íñigo Errejón di Samuele Mazzolini
MicroMega
, 6 marzo 2015

Íñigo Errejón

“Puntiamo al governo: vogliamo costruire una nuova maggioranza e per questo siamo disposti ad essere audaci, a volte persino polemici. Se battiamo la campagna della paura, vinciamo le elezioni e diamo inizio al cambiamento politico in Spagna e auspicabilmente nel resto dell’Europa”. Íñigo Errejón, 31 anni, è il segretario politico di Podemos, il partito ispanico erede del movimento degli Indignados. Dopo il leader Pablo Iglesias è tra i volti più conosciuti ed autorevoli, è stato il responsabile della campagna elettorale alle scorse Europee – dove a sorpresa hanno preso l’8 per cento – e consulente di Evo Morales in Bolivia: “Senza le esperienze latinoamericane non si può capire Podemos”.

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1984, tren’anni fa esatti. Anche in quei giorni si stava consumando il rito della campagna elettorale per le elezioni europee. Il 17 giugno gli italiani sarebbero andati alle urne.

IL 7 giugno, durante un comizio a Padova, il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer accusava un malore che lo avrebbe condotto a morte prematura quattro giorni dopo.

Uno dei leit motif del PCI, a partire fin dal 1977, fu la “questione morale”, ovvero la denuncia del sistema di corruzione della vita pubblica. Tema ancora oggi di stretta attualità.

Il 6 giugno 1984, Berlinguer era a Genova e rilasciò a Teresa Tacchella quella che quasi sicuramente è l’ultima intervista della sua vita, ripubblicata nei giorni scorso dal Fatto Quotidiano.

“In Europa serve un’Italia senza evasori, tangenti e P2”. L’ultima intervista di Enrico Berlinguer

Genova, 6 giugno 1984: Il segretario più amato del PCI parla alla vigilia delle elezioni europee. Dalla questione morale all’impegno civile. Sono passati trent’anni, ma nulla sembra cambiato.

di Teresa Tacchella, da Il FattoQuotidiano, 19 maggio 2014

Enrico BerlinguerGenova. 7 giugno 1984: mancano 10 giorni alle elezioni europee, stiamo ultimando il montaggio dell’intervista a Enrico Berlinguer realizzata poche ore prima, nel salottino di un albergo vicino alla stazione Brignole, in una pausa della sua impegnativa giornata elettorale in Liguria, a Genova e Riva Trigoso, ultima tappa prima del comizio di Padova dove il segretario del Pci viene colto da malore sul palco. E mentre arrivano le drammatiche notizie dalla città veneta, con un nodo alla gola, inseriamo la sigla del programma, le note di Beethoven in una celebre esecuzione, audio e video, diretta da Von Karajan. A rivedere quelle immagini un po’ sbiadite dal tempo, sul nastro indebolito nella qualità dal peso degli anni, tornano alla mente, quelli sì nitidi, i momenti dell’intervista, il linguaggio semplice e diretto e l’attualità dei contenuti: a distanza di 30 anni.

Enrico Berlinguer, all’apparenza fragile, l’eleganza sobria della giacca grigia pied de poule, sul pullover amaranto, camicia azzurra e cravatta con tonalità blu, ci riceve con un sorriso: una disponibilità e una gentilezza d’altri tempi. Anche quando gli accompagnatori e il servizio d’ordine danno segni di impazienza; quando il suo volto sudato e il suo sguardo stanco, sotto la luce dei riflettori, mostrano impietosamente i segni della fatica, lui non si sottrae e risponde a tutte le domande, comprese quelle raccolte in precedenza per strada, fra la gente. Era strutturata così la trasmissione Europa, come…, durata 18 minuti, realizzata assieme a Beatrice Ghersi e Luciano Degli Abbati, prodotta dalla cooperativa Filmvideocoop, un gruppo affiatato di operatori dell’informazione il cui presidente era Giordano Bruschi che ancora oggi ricorda i rapporti con Berlinguer che si perdono nel tempo: dal 1946, con le riunioni romane del “fronte della gioventù” che raccoglieva ragazze e ragazzi delle associazioni democratiche.

Per le interviste ai cittadini, era stato scelto un quartiere popolare di Genova, San Fruttuoso in bassa Valbisagno, alle prese con una forte espansione urbanistica che ha visto le colline inondate da impressionanti colate di cemento. Chi ha più anni e ha sofferto la guerra guarda con speranza all’Europa, tra i più giovani c’è invece indecisione, sfiducia, scetticismo.

Una sfiducia che può tradursi in astensionismo, cosa risponde Enrico Berlinguer a questi cittadini?

È comprensibile, afferma, che ci siano dei fenomeni di sfiducia data la condizione del nostro Paese, il modo in cui è stato ed è governato. Tuttavia, pensiamo che non votare significhi lasciare il campo libero ai responsabili dei guasti di cui soffre l’Italia e dei problemi non risolti che sono all’origine della sfiducia dei cittadini. E quindi, noi pensiamo che si debba votare e che il voto possa esercitare un’influenza sulla vita del Paese, possa contribuire a dare più forza a coloro che lottano per cercare di cambiare lo stato delle cose”.

Ma al voto europeo viene attribuito un significato pieno di incertezza. Secondo lei qual è la posta in gioco?

Prima di tutto, la questione della “unità politica” dell’Europa. È proprio dalle file del gruppo comunista che è venuta la proposta più innovativa che sia stata fatta nel corso di questi cinque anni di vita del parlamento europeo eletto: la proposta di Altiero Spinelli che rappresenta una via d’uscita alla crisi che attraversa la Comunità Europea. Spinelli propone, infatti, di passare da un semplice “mercato comune” a una “unificazione politica dell’Europa” e di spostare l’asse del potere dai governi che hanno fatto soltanto praticamente dei compromessi fra di loro, al Parlamento Europeo eletto a suffragio universale dai popoli della Comunità Europea. Questa è la prima questione che direttamente concerne il futuro dell’Europa. Tuttavia, le elezioni cadono anche in un momento cruciale della vita politica italiana. Esse possono dare un’indicazione, manifestare una volontà dell’elettorato, nel senso di contribuire a porre fine all’attuale situazione che, contrariamente a quello che viene predicato dai partiti al governo, è di assoluta ingovernabilità. Possono finalmente aprire la strada a governi che guardino agli interessi generali e non siano caratterizzati dalla conflittualità continua fra i partiti al governo e fra le loro fazioni.

C’è un rapporto stretto fra il voto europeo e la situazione politica italiana?

Certo. Soprattutto nel senso che dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un Paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale e dalla iniquità sociale qual è quella che si è vista col decreto che taglia i salari, per portare invece nella Comunità Europea il volto di un Paese più pulito, più democratico, più giusto.

Dall’Europa dei popoli alla ‘questione morale’, ai venti di guerra che soffiano da più parti: l’attualità dell’intervista a Berlinguer di 30 anni fa tocca nodi ancora oggi irrisolti e delinea nuove preoccupazioni. Ieri c’era il problema dei missili in Sicilia, a Comiso, oggi le polemiche sugli F35, mentre la crisi Ucraina e i conflitti nel sud del Mediterraneo e nel vicino Oriente aprono scenari inquietanti.

Ma quale pace si può costruire?

La pace è la pace. E oggi significa evitare che l’umanità possa precipitare nella guerra atomica e nucleare che significherebbe la fine della civiltà umana. Anzi, come dice Alberto Moravia che si presenta come candidato indipendente nelle nostre liste, la fine della stessa specie umana. Per la pace oggi si lotta soprattutto opponendosi alla corsa al riarmo che è in pieno svolgimento fra le due massime potenze, cercando la soluzione politica dei conflitti che sono aperti in varie zone del mondo; cercando di far sì che l’Italia e l’Europa agiscano come fattori di distensione e di cooperazione sul piano mondiale.

Dalle domande dei cittadini emergono altri due argomenti al centro del dibattito politico: la disoccupazione giovanile e le pensioni.

Le sorti della gioventù sono in gran parte legate al futuro della Comunità Europea, perché se l’Europa continuerà a decadere, a perdere punti rispetto agli Stati Uniti e al Giappone, il numero dei disoccupati crescerà inevitabilmente. Oggi ci sono 13 milioni di disoccupati nei 10 paesi della Comunità Europea e l’Italia è forse il paese che ha la percentuale più alta. Quanto ai pensionati noi ci siamo sempre battuti e continueremo a batterci per i loro diritti e le loro rivendicazioni, contro la sordità dei governi. L’attuale governo non è stato ancora in grado di presentare un progetto di riforma e di riordino del sistema pensionistico.

A chi mette in dubbio la democraticità del Pci e parla di partito totalitario, Berlinguer risponde con chiarezza e determinazione.

“Se c’è una cosa che ha distinto il nostro partito dalla sua fondazione, dal 1921 ad oggi, è stato proprio il fatto che esso ha coerentemente, sempre, lottato a difesa della libertà e della democrazia: contro il fascismo, nella Resistenza e nella lotta di liberazione nazionale, per la fondazione della Repubblica democratica, per la difesa della Costituzione. Quindi, non vedo proprio come il Partito Comunista Italiano possa essere considerato un partito totalitario. Nel corso degli ultimi tempi poi, il partito comunista ha caratterizzato la sua azione politica proprio nella opposizione ai tentativi di far degenerare il nostro sistema politico verso forme autoritarie quali sono quelle praticate dal governo a presidenza socialista (di Craxi, ndr). Noi pensiamo che il partito comunista italiano nel corso della sua esistenza e negli ultimi tempi si sia proprio caratterizzato per questi tratti: di essere il garante della difesa della libertà dei cittadini e della libertà anche di chi la pensa diversamente dai comunisti ed è loro avversario”.

La nostra intervista è finita. Enrico Berliguer ci lascia con un sorriso e una stretta di mano.

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Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 9 dicembre 2013

A meno di sei mesi dalle ele­zioni euro­pee, torna l’incubo dell’ “idrau­lico polacco”, sotto le spo­glie del “lavo­ra­tore distac­cato low cost”, una forma di dum­ping sociale che rischia di favo­rire l’estrema destra e l’anti-europeismo nei paesi ric­chi, men­tre diventa “una forma di schia­vitù moderna” secondo i sin­da­cati per i paesi più poveri della Ue. Ieri a Bru­xel­les i mini­stri del lavoro dei 28 paesi Ue hanno tro­vato un com­pro­messo per modi­fi­care la diret­tiva che dal ’96 regola la situa­zione dei lavo­ra­tori distac­cati (che non vanno con­fusi con gli immi­grati), anche se la pre­si­denza lituana del Con­si­glio euro­peo ieri sera non ne aveva ancora pre­ci­sato i con­torni (sette paesi hanno votato con­tro). La diret­tiva era stata appro­vata in seguito all’entrata di Spa­gna e Por­to­gallo, ma prima dell’allargamento a est: nata cioè per evi­tare il dum­ping sociale dei due paesi con salari più bassi della media euro­pea, si è para­dos­sal­mente tra­sfor­mata in un’arma che ha favo­rito il lavoro low cost, con l’allargamento a est del 2004 e del 2007, e a causa della crisi eco­no­mica. Negli ultimi anni, il numero dei lavo­ra­tori distac­cati è esploso (uffi­cial­mente sono 1,5 milioni nella Ue, ma il loro numero è sot­to­va­lu­tato) e soprat­tutto gli abusi si sono mol­ti­pli­cati, al punto che la Ces (Con­fe­de­ra­zione euro­pea dei sin­da­cati) ha denun­ciato “un’Europa sociale a due velo­cità”. Ogni paese ha cer­cato di espor­tare la pro­pria disoc­cu­pa­zione, in una rin­corsa al low cost sala­riale. In nome della libertà di cir­co­la­zione delle per­sone, Gran Bre­ta­gna, Irlanda e un fronte dei paesi dell’est (che espor­tano lavo­ra­tori low cost) non vogliono modi­fi­che alla diret­tiva (ma la Polo­nia alla fine ha votato a favore del com­prom­sesso), men­tre Fran­cia, Ger­ma­nia, Ita­lia, Dani­marca chie­dono più regole, mag­giori con­trolli e la pos­si­bi­lità di ren­dere penal­mente respon­sa­bile chi affida atti­vità lavo­ra­tive a società che impor­tano forza lavoro. Nel 2005, con la “diret­tiva Bol­ke­stein”, che avrebbe per­messo di assu­mere a livelli sala­riali del paese d’origine, c’era stato un ten­ta­tivo di “alleg­ge­rire” la diret­tiva del ’96: la Bol­ken­stein non era pas­sata, ma nei fatti è una sua ver­sione sel­vag­gia che è all’opera oggi, attra­verso i nume­rosi abusi.

La diret­tiva del ’96 mirava a rego­la­men­tare la situa­zione dei lavo­ra­tori tem­po­ra­nea­mente distac­cati, che devono otte­nere delle con­di­zioni di lavoro eguali a quelle del paese dove sono inviati (in ter­mini di sala­rio minimo quando esi­ste, di pro­te­zione con­tro gli infor­tuni ecc.), men­tre i con­tri­buti con­ti­nuano ad essere pagati nel paese d’origine. Ma gli abusi si sono mol­ti­pli­cati: cit­ta­dini assunti da una società stra­niera per essere pagati meno, finte buste-paga per stra­nieri che rice­vono il sala­rio minimo solo sulla carta, men­tre sono obbli­gati a pagare vitto e allog­gio a prezzi esor­bi­tanti, lavoro nel fine set­ti­mana e straor­di­nari mai pagati, frodi invi­si­bili rea­liz­zate attra­verso la catena dei subap­palti, ecc. In Ger­ma­nia, per esem­pio, dove finora non c’è un sala­rio minimo, dei lavo­ra­toti dell’est sono assunti a salari strac­ciati nei macelli, cosa che ha finito per distrug­gere la con­cor­renza fran­cese (di qui una delle ragioni delle pro­te­ste dei “ber­retti rossi” della Bre­ta­gna). Il primo mini­stro belga, Elio Di Rupo, di recente ha denun­ciato il caso di “un impren­di­tore, che è stato preso per­ché faceva lavo­rare 60 por­to­ghesi per un sala­rio di 2,06 l’ora, una cosa asso­lu­ta­mente inac­cet­ta­bile”. I set­tori dove il lavoro low cost è più pre­sente sono l’edilizia, l’agricoltura e la ristorazione.

Finora, la Corte di giu­sti­zia euro­pea ha sem­pre favo­rito la “libera cir­co­la­zione”, nella ver­sione della “libera pre­sta­zione di ser­vizi”: nel 2007, dei mari­nai fin­lan­desi, che con­te­sta­vano l’immatricolazione dei ferry in Esto­nia, ave­vano perso la causa; i sin­da­cati sve­desi erano stati con­dan­nati per aver cer­cato di bloc­care l’attività in Sve­zia di una ditta let­tone di lavori pub­blici, che assu­meva a con­di­zioni lavo­ra­tive bal­ti­che; il Lus­sem­burgo, addi­rit­tura, è stato con­dan­nato nel 2008, per essere stato troppo gene­roso nella tra­spo­si­zione della diret­tiva del ’96, per­met­tendo di pagare ai lavo­ra­tori stra­nieri distac­cati sti­pendi oltre il sala­rio minimo. In Fran­cia, c’è stata una denun­cia nel 2011, da parte di lavo­ra­tori polac­chi del can­tiere di costru­zione del reat­tore nucleare di Fla­man­ville, che ave­vano un con­tratto scritto in inglese, assunti in subap­palto da una società irlan­dese scelta dal gigante Bouy­gues, pagati via Cipro.

José Manuel Bar­roso aveva pro­messo di affron­tare il pro­blema durante il suo secondo man­dato. La Com­mis­sione ha chie­sto pero’ alla Fran­cia, che è il paese più deter­mi­nato sulla que­stione, di essere “ragio­ne­vole” e di accet­tare un com­pro­messo. Per il com­mis­sa­rio al lavoro, Laszlo Andor, “uno dei pro­blemi della Fran­cia è il livello dei con­tri­buti, che è il più alto d’Europa”.

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