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Posts Tagged ‘Enrico Berlinguer’

Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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30 giugno 1960. Gli scontri in piazza De Ferrari

L’annuncio di questa iniziativa voglio darlo oggi, anche se non tutti i dettagli sono stati definiti. Esattamente cinquantacinque anni fa, Genova insorgeva contro il fascismo. Lavoratori e studenti si coalizzavano e manifestavano contro la decisione di far tenere il congresso del Movimento Sociale nella città Medaglia d’Oro per la Resistenza e soprattutto contro la decisione di far partecipare al congresso Carlo Emanuele Basile, pesantemente compromesso con il regime di Mussolini.

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Alberto Soave candidato alle regionali 2015 in LiguriaOrmai è ufficiale: le firme sono state presentate, tutti gli atti burocratici e amministrativi espletati e, quindi, sono candidato alle elezioni regionali della Liguria.

Ma procediamo per passi.

Nei mesi scorsi mi sono occupato, per conto del mio partito (il Partito Comunista d’Italia), di partecipare alla costruzione del progetto della Rete a Sinistra, quello che da molti – anche fra gli avversari politici – è considerato il più avanzato progetto di riunificazione della sinistra italiana. Molte volte, in quella sede, ho espresso la necessità di dichiarare, in tutte le occasioni, quelli che sono valori imprescindibili per la sinistra oggi, ovvero:

  • l’antifascismo;
  • la difesa della Costituzione Italiana;
  • la questione morale, così come declinata all’inizio degli anni Ottanta da Enrico Berlinguer.

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Paolo Ciofi, controlacrisi.org, 7 marzo 2015
[Fonte: www.paolociofi.it, da cui è scaricabile il PDF]

Una suggestiva inquadratura dello sguardo di Enrico Berlinguer

1. Enrico Berlinguer è stato senza dubbio una delle personalità politiche più rilevanti nella seconda metà del Novecento. Soprattutto per aver posto nel cuore dell’Europa, non in termini di pura ricerca intellettuale bensì di lotta politica concreta che ha mobilitato milioni di donne e di uomini, il problema della costruzione di una civiltà più avanzata oltre le colonne d’Ercole dell’ordinamento del capitale, dichiarate invalicabili dalla dogmatica del pensiero dominante.

Un «nuovo socialismo» e dunque, come Berlinguer stesso più volte ha sottolineato, una nuova gerarchia di valori, che abbia al centro l’uomo e il lavoro umano, che esalti «le virtù più alte dell’uomo»: la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la giustizia. Forse il punto più alto toccato dalla politica europea nel secolo passato. E forse proprio perciò, in questo tempo buio di crisi del Vecchio Continente e della stessa idea di Europa, oggi maggiormente trascurato, nonostante le numerose e importanti iniziative che nel trentennale della morte hanno segnato in Italia un ritorno del suo pensiero e della sua alta visione della politica.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 4 marzo 2015

Venerdì a Roma un convegno su «Enrico Berlinguer e l’Europa»

Enrico Ber­lin­guer è morto nel 1984, ma molte delle sue idee-forza pos­sono essere utili ancora oggi. Anche per quel che con­cerne la poli­tica inter­na­zio­nale – vera e pro­pria pas­sione del comu­ni­sta sardo e pal­co­sce­nico cen­trale della sua atti­vità poli­tica – e in par­ti­co­lare lo sce­na­rio euro­peo, le pro­spet­tive della sini­stra oggi in Europa, dopo la vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia. È a par­tire da que­ste con­vin­zioni che Futura Uma­nità, l’associazione nata per stu­diare e dif­fon­dere «la sto­ria e la memo­ria del Pci», insieme alle fon­da­zioni e agli isti­tuti cul­tu­rali della Linke e di Syriza e al gruppo par­la­men­tare euro­peo Gue/Ngl, hanno pro­mosso un incon­tro inter­na­zio­nale in pro­gramma per venerdì pros­simo a Roma (Audi­to­rium di via Rieti 11, dalle ore 9.30). Sia per ricor­dare l’eurocomunismo di Ber­lin­guer, il suo dia­logo con le cor­renti di sini­stra delle social­de­mo­cra­zie euro­pee, il suo pro­fi­cuo incon­tro con Altiero Spi­nelli; sia per valu­tare il cam­mino fatto e da fare per «la costru­zione di una sini­stra nuova in Europa», come recita una ses­sione del convegno.

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Nella vita o nello sport, chiunque faccia parte di una categoria fortemente identitaria prima o poi sente parlare di diversità. E allora ecco che gli Alpini sono orgogliosi della loro “alpinità”, i rugbisti  non dimenticano mai di ricordare che “loro” sono rugbisti. Naturalmente, si tratta di qualcosa assai difficile da definire e spiegare. In fin dei conti certe situazioni bisogna viverle o averle vissute, e non è detto che poi si sia capaci di raccontarle.

Una cosa del genere accade anche per i comunisti, i quali, spesso e volentieri, parlano della “diversità comunista”, sottintendendo con questa locuzione un qualcosa che li distingue da tutti gli altri, sia dal punto di vista etico sia da quello comportamentale. Ma come si spiega? Probabilmente solo con degli esempi. E uno mi viene fornito dalla lettura del libro In auto con Berlinguer. Quindici anni con il segretario del Pci di Alberto Menichelli che di Berlinguer fu per lungo tempo autista e accompagnatore.

L’episodio non riguarda Berlinguer, ma Umberto Terracini (Genova 1895 – Roma 1983), uno dei fondatori e massimi dirigenti storici del Partito Comunista Italiano, imprigionato insieme a Gramsci e successivamente, dopo undici anni, confinato a Ponza e Santo Stefano, presidente dell’Assemblea Costituente. Insomma, non proprio uno qualunque.

Umberto Terracini

[…] Molto presto assunsi un altro ruolo. Subentrai, infatti, all’autista di Umberto Terracini, Mario Gramaccini, che era stato vittima di un incidente d’auto al ritorno da Genzano. Durante gli accertamenti riguardo la dinamica dello scontro nel quale aveva perso la vita una persona, gli ritirarono la patente, mettendolo in difficoltà al lavoro. Noi della vigilanza non eravamo dei veri autisti ma fummo comunque tenuti in considerazione nella valutazione del possibile sostituto. Alla fine venni scelto io, che accettai con un pizzico di incoscienza. A pensarci bene, al tempo, ma anche ora, a sentir nominare Terracini mi venivano i brividi, provavo un senso di soggezione di fronte a un uomo di quel calibro, che era stato relatore e firmatario della Costituzione, eroe della Resistenza e dell’antifascismo oltre che dirigente del Pci. Mi spettava, dunque, un compito molto importante che mi rendeva responsabile di fronte a Terracini e all’intero partito. Il primo impatto con lui fu positivo. Non era solo un gran politico ma anche un grande signore, distinto ed elegante, che sapeva mettere a proprio agio chi gli stava davanti. La nostra prima uscita fu a Firenze nel 1966. La città era stata colpita da un’alluvione e l’Italia intera si era mobilitata per salvare le opere d’arte. Partimmo da Roma e arrivammo in tarda mattinata, dove ad attenderci al casello autostradale c’era il segretario regionale della Toscana che lo mise al corrente della drammaticità della situazione. A causa delle pessime condizioni in cui verteva la città pernottammo a Fiesole, dove i compagni toscani ci avevano riservato una stanza. Il problema fu il letto: era matrimoniale. Io mi sentivo imbarazzatissimo e allo stesso tempo terrorizzato dall’idea di condividerlo con Terracini: temevo di disturbarlo durante la notte, e di non farlo riposare perché, devo ammetterlo, russo. Quella sera arrivammo tardi in albergo per via dei numerosi incontri in Prefettura e in altri luoghi, fu una giornata davvero pesante, eravamo stanchi e affaticati. Nonostante ciò non credevo di potermi addormentare, o almeno di poterlo fare così velocemente. Nel giro di qualche minuto invece, dopo aver indossato il pigiama ed essermi raggomitolato sull’orlo del letto, caddi in un sonno profondo. La mattina seguente, prima ancora di aprire gli occhi, sentii un profumo di caffè. Mi svegliai con un colpettino sulla spalla che mi fece sobbalzare, mi alzai di scatto e mi trovai davanti Terracini che mi disse: “Buongiorno Alberto ti ho portato il caffè”. Rimasi senza parole, avevo davanti un eroe dell’antifascismo che mi portava il caffè a letto. Quando raccontai questo episodio a mio padre per poco piangeva dall’emozione perché lo ammirava e stimava moltissimo […].

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Poche settimane fa, su invito dell’ARCI regionale ligure, ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a un lungo incontro con Luciana Castellina. Oltre due ore di gradevole e profonda riflessione sul futuro della sinistra in Italia, sul ruolo dei partiti, su quello che tutti dovremmo fare per migliorare la situazione politica del nostro paese. Insomma, un vero e proprio “appuntamento con la storia” della sinistra nel nostro paese.

Poche ore dopo, in una mail definivo Castellina una giovane donna di ottantacinque anni. Ecco, giovane. Sicuramente molto più giovane ed entusiasta lei di molti rampanti trenta-quarantenni (se pensate che mi riferisca a lui… avete indovinato) che applicano pedissequamente ricette di economisti morti dimenticando che ogni paese rappresenta una situazione a sé, perché ha un vissuto dietro le spalle che ne condiziona presente e futuro.

Per me, una grande lezione e una grande ventata di energia.

Luciana Castellina

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

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Il 24 gennaio 1979, in uno dei momenti più drammatici della nostra storia recente, a Genova Guido Rossa veniva assassinato da un commando delle Brigate rosse.

Di origine veneta, aveva iniziato a lavorare in fabbrica a 14 anni. Nel 1961 si trasferì a Genova come operaio dell’allora Italsider. L’anno successivo viene eletto delegato di fabbrica per la Fiom-Cgil. Alla sua attività sindacale univa anche una intensa attività come volontario del Soccorso alpino, partecipando a svariati salvataggi in quota.

Il 1978 fu uno degli anni più difficili della storia italiana recente: a partire dall’anno prima le forze della sinistra legate al Pci avevano subito forti contestazioni da parte del Movimento 77, mentre l’attività delle Brigate rosse e dei loro fiancheggiatori aveva avuto un’accelerazione, culminata nel rapimento e assassinio di Aldo Moro. Il Pci e la Cgil presero definitivamente le distanze dalla lotta politica extraparlamentare.

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Per la storia, venticinque anni sono un niente, ed è difficile fare una valutazione asettica, “scientifica”, di un periodo. Ma venticinque anni sono sufficientemente lunghi per consentire un prima valutazione in prospettiva.

Proprio nel 1989, pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino, ebbi la mia prima esperienza di rilievo con cittadini provenienti dall’altra parte della cosiddetta “cortina di ferro”. Accompagnai infatti un gruppo di sovietici a fare acquisti in un nostro ipermercato. Il loro comportamento mi diede immediatamente una sensazione strana. Dapprima rimasero fermi, come disorientati, poi si dispersero per le corsie alla ricerca di oggetti da loro introvabili. E non dico che cosa comprarono, paccottiglia della più invereconda. Ma sopratutto mi rimase impresso il loro sguardo, felice come quello di un bambino in un negozio di caramelle.

Ecco, proprio di caramelle si trattava, dei balocchi cantati da Edoardo Bennato in “Franz è il mio nome”. Nella loro visione del mondo capitalista avevano sbagliato i calcoli: nei loro paesi casa, sanità, istruzione, lavoro, sport, cultura erano garantiti dallo Stato a tutti i cittadini. Da noi invece c’era ampia scelta di videoregistratori, apparecchi elettronici vari, capi di abbigliamento coloratissimi. Nella loro equazione mentale tutto questo era in aggiunta a casa, sanità ecc.; nella realtà che di lì a qualche anno avrebbero toccato con mano, era in sostituzione.

Invito anche a leggere questa riflessione di Vladimiro Giacché.

Luciana Castellina, sbilanciamoci.info, 10 novembre 2014

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Il Muro di Berlino, com’era

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.

E però l’89 non fu solo gio­iosa rivo­lu­zione liber­ta­ria. Fu un pas­sag­gio assai più ambi­guo, gra­vido di con­se­guenze, non tutte mera­vi­gliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolo­ro­sa­mente nella memo­ria che evoca in me. Peral­tro quel 9 novem­bre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comu­nicò uffi­cial­mente alla trau­ma­tica riu­nione della dire­zione del par­tito di cui, dopo che il Pdup era con­fluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così impo­nen­doci – a tutti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato.

Non c’era biso­gno della caduta del muro per con­vin­cersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo pos­si­bile che vole­vamo, non solo per noi che ave­vamo dato vita al Mani­fe­sto, ovvia­mente, ma nem­meno più per la stra­grande mag­gio­ranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.

Ma non si trat­tava sol­tanto della sini­stra ita­liana, il muta­mento che segnò l’89 ha avuto por­tata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vit­to­ria a livello mon­diale di que­sta glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo, acce­le­rata dalla con­qui­sta al domi­nio asso­luto del mer­cato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riu­scito a fare il socia­li­smo gli era tut­ta­via rima­sto estraneo.

Ci fu, certo, libe­ra­zione da regimi diven­tati oppres­sivi, ma solo in pic­cola parte per­ché non aveva vinto un largo moto ani­mato da un posi­tivo dise­gno di cam­bia­mento: c’era stata, piut­to­sto, la bru­tale ricon­qui­sta da parte di un Occi­dente che pro­prio in que­gli anni, con Rea­gan, That­cher, Kohl, aveva avviato una dram­ma­tica svolta rea­zio­na­ria. Al dis­sol­versi del vec­chio sistema si fece strada, arro­gante e per­va­sivo, il capi­ta­li­smo più sel­vag­gio, sra­di­cando valori e aggre­ga­zioni nella società civile, lasciando sul ter­reno solo ripie­ga­mento indi­vi­duale, egoi­smi, cor­ru­zione, vio­lenza. Il corag­gioso ten­ta­tivo di Gor­ba­ciov non era riu­scito, il suo par­tito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rima­sero passive.

E così il paese anzi­ché demo­cra­tiz­zarsi divenne preda di un furto sto­rico colos­sale, ci fu un vero col­lasso che privò i cit­ta­dini dei van­taggi del brutto socia­li­smo che ave­vano vis­suto senza che potes­sero godere di quelli di cui il capi­ta­li­smo avrebbe dovuto essere por­ta­tore. (A pro­po­sito di demo­cra­zia: chissà per­ché nes­suno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liqui­dato Gor­ba­ciov, arrivò a bom­bar­dare il suo stesso Par­la­mento col­pe­vole di non appro­vare le sue proposte?).

Come scrisse Eric Hob­sbawm nel ven­te­simo anni­ver­sa­rio del crollo «il socia­li­smo era fal­lito, ma il capi­ta­li­smo si avviava alla ban­ca­rotta».

Avrebbe potuto andare diver­sa­mente? La sto­ria, si sa, non si fa con i se, ma riflet­tere sul pas­sato si può e si deve ( e pur­troppo non lo si è fatto che in minima parte).

E allora è lecito dire che c’erano altri pos­si­bili sce­nari e che se la sto­ria ha preso un’altra strada non è per­ché il «destino è cinico e baro», ma per­ché a quell’appuntamento di Ber­lino si è giunti quando si era già con­su­mata una sto­rica scon­fitta della sini­stra a livello mon­diale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.

Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti , in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori.

In que­gli anni i rap­porti di forza sta­vano infatti posi­ti­va­mente cam­biando in tutti i con­ti­nenti ed era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da sini­stra dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare.

Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva per­se­guito con tena­cia, offrendo più volte lui stesso alla Ger­ma­nia la riu­ni­fi­ca­zione in cam­bio della neu­tra­liz­za­zione e denu­clea­riz­za­zione del paese.

Fu l’Occidente a rifiu­tare. Mancò all’appello, quando uni­la­te­ral­mente il pre­si­dente sovie­tico diede via libera all’abbattimento della cor­tina di ferro, il più grande par­tito comu­ni­sta d’occidente, quello ita­liano, fret­to­lo­sa­mente appro­dato all’atlantismo e impe­gnato ad accan­to­nare, quasi con irri­sione, il ten­ta­tivo di una “terza via” fon­data su uno scio­gli­mento dei due bloc­chi avan­zata da Ber­lin­guer alla vigi­lia della sua morte improvvisa.

E mancò la social­de­mo­cra­zia, che aveva in quell’ultimo decen­nio mar­gi­na­liz­zato gli uomini che pure si erano con lun­gi­mi­ranza bat­tuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Krei­ski. È così che l’89 ci ha con­se­gnato un’altra scon­fitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi final­mente un ruolo e una sog­get­ti­vità auto­nome, quella “Casa comune euro­pea” che Gor­ba­ciov aveva soste­nuto e indi­cato, e che trovò solo un sim­pa­tiz­zante – ma debo­lis­simo — in Jaques Delors, allora pre­si­dente della Com­mis­sione europea.

Nell’89 l’Unione Euro­pea avrebbe final­mente potuto coro­nare l’ambizione di libe­rarsi dalla sud­di­tanza ame­ri­cana che l’esistenza dell’altro blocco mili­tare aveva faci­li­tato, e invece si ritrasse quasi spa­ven­tata. Avvian­dosi negli anni suc­ces­sivi lungo la disa­strosa strada indi­cata dalla Nato: ricon­durre al vas­sal­lag­gio le ex demo­cra­zie popo­lari per poter esten­dere i pro­pri con­fini mili­tari fino a ridosso della Russia.

Non andò molto meglio nep­pure in Ger­ma­nia. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riu­ni­fi­ca­zione del paese che aveva vis­suto la dolo­ro­sis­sima ferita della divi­sione, ma anche qui, più che di un nuovo ini­zio, si trattò di una annes­sione con­dotta secondo le regole di un bru­tale vincitore.

A 25 anni di distanza la disu­gua­glianza fra cit­ta­dini tede­schi dell’ovest e dell’est è più pro­fonda di quella fra nord e sud d’Italia, per­ché la «Treu­hand» inca­ri­cata di pri­va­tiz­zare quanto era pub­blico nell’economia della Ddr pre­ferì azze­rare le imprese per lasciar il campo libero alla con­qui­sta di quelle della Rft. Cin­que anni fa nel com­me­mo­rare il crollo del muro il set­ti­ma­nale Spie­gel rese noti i risul­tati di un son­dag­gio: il 57% degli abi­tanti della ex Ger­ma­nia dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne ave­vano nostalgia.

Oggi pro­ba­bil­mente quella che viene chia­mata «Ostal­gie» è cre­sciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scom­parsa: tor­nava da un giro ad est in occa­sione della prima cam­pa­gna elet­to­rale del paese riu­ni­fi­cato ed era deso­lato per come la riu­ni­fi­ca­zione era stata con­dotta. La Spd non aveva del resto nasco­sto, sin dall’inizio, la sua con­tra­rietà a come era stato avviato il processo).

Per tutte que­ste ragioni non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello pra­ti­ca­bile. E via via è finita per pas­sare anche l’idea che tutto il secolo impe­gnato a costruirlo anche da noi era stata vana per­dita di tempo.

Un colpo duris­simo inferto alla coscienza e alla memo­ria col­let­tiva, alla sog­get­ti­vità di donne e uomini che per que­sto ave­vano lot­tato. E nes­suno sforzo per riflet­tere cri­ti­ca­mente su cosa era acca­duto per trarre forza in vista di un più ade­guato nuovo pro­getto. Non è un caso che anche i poste­riori ten­ta­tivi di dar vita a nuovi par­titi di sini­stra abbiano pro­dotto for­ma­zioni tanto impa­stic­ciate: per­ché inca­paci di fare dav­vero i conti con la sto­ria. E per­ciò qual­che rista­gno ideo­lo­gico o la resa a un pen­siero unico che indica il capi­ta­li­smo come solo oriz­zonte della storia.

Nel dire que­ste parole amare rischio come sem­pre di fare la nonna noiosa che con­ti­nua a rimu­gi­nare sul pas­sato senza guar­dare al pre­sente. So bene che ci sono oggi nuovi movi­menti ani­mati da gene­ra­zioni nate ben dopo la famosa sto­ria del Muro che si pro­pon­gono a loro modo di inven­tarsi un mondo diverso.

Ma non mi ras­se­gno a subire senza rea­gire il disin­te­resse che avverto in tanti di loro per il nostro pas­sato, non per­ché vor­rei ci assol­ves­sero dai nostri errori, ma per­ché non sono con­vinta si possa andar lon­tano se non si ha rispetto sto­rico per quanto di eroico e corag­gioso, e non solo di tra­gico, c’è stato nei grandi ten­ta­tivi, pur scon­fitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà — quella uffi­cial­mente cele­brata in que­sto ven­ti­cin­quen­nale del Muro — così meschina da appa­rire arre­trata per­sino rispetto alla rivo­lu­zione fran­cese dove almeno era stato aggiunto ugua­glianza e fra­ter­nità, ormai con­si­de­rati obiet­tivi pue­rili e con­tro­pro­du­centi: il mer­cato, infatti, non li può sopportare.

Non ho molta cre­di­bi­lità nel pro­porre la crea­zione di par­titi, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straor­di­na­rio suc­cesso. E tut­ta­via ora ne vor­rei dav­vero fare uno: il par­tito dei nonni. Non per­ché inse­gnino ai gio­vani cosa devono fare, per carità, ma per­ché vor­rei che almeno due gene­ra­zioni uscis­sero dal muti­smo in cui hanno finito per rin­chiu­dersi, inti­mi­diti da rot­ta­ma­tori di destra e di sinistra.

Vor­rei che ripren­des­sero la parola, riac­qui­stas­sero sog­get­ti­vità: per dire che sulla sto­ria di prima del crollo del muro vale la pena di riflet­tere, per­ché si tratta di una sto­ria piena di ombre, ma anche di espe­rienze straor­di­na­rie (a comin­ciare dalla rivo­lu­zione d’ottobre di cui giu­sta­mente Ber­lin­guer disse che aveva perso la sua spinta pro­pul­siva, non che era meglio non farla). But­tare tutto nel cestino signi­fica ince­ne­rire ogni vel­leità di cam­bia­mento, di futuro.

Per finire: da quando è caduto il muro di Ber­lino ne sono stati eretti altri mille, mate­riali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disu­gua­glianza glo­bale e i muri euro­pei «a mare» nel Medi­ter­ra­neo e di terra a Melilla, con­tro i migranti). Non pro­prio una festa.

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Riporto queste poche righe scritte da Sandro Pertini a un anno dalla scomparsa di Enrico Berlinguer. Sono tratte dal volume commemorativo Enrico Berlinguer, pubblicato nel 1985 dalle Edizioni l’Unità SpA, collezione Documenti. Erano altri tempi e l’Unità era ancora l’organo del Partito Comunista Italiano.

Non riesco a parlare di Enrico Berlinguer senza che il mio pensiero vada subito a suo padre Mario, socialista, del quale fui compagno ed amico carissimo e che condivise con me tante battaglie democratiche e tanti rischi.

Enrico l’ho conosciuto ancora ragazzo, taciturno e riflessivo fin da allora, l’ho sempre considerato una persona di famiglia e m’è difficile mettere da parte i legami di amicizia per dare un giudizio distaccato su di lui.

Certo è però questo: che se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera.

Desidero solo ricordare tre aspetti della sua personalità, che mi hanno sempre colpito: l’incessante, tormentato impegno di ricerca nello sforzo di aprire vie nuove al suo partito e ad una società come la nostra, pluralistica, democratica, in rapida evoluzione e trasformazione; il grande rigore morale; il significato altissimo che egli attribuiva al tessuto di solidarietà, che, al di là delle collocazioni parlamentari, delle divisioni e anche degli scontri, tiene insieme tutte le forze politiche democratiche italiane. Questo legame, a suo giudizio, costituiva oltre che il dato caratteristico di una grande civiltà democratica, uno scudo della nostra democrazia, contro ogni crisi ed ogni aggressione. E questo è anche il mio convincimento.

Con questi sentimenti ho seguito a Padova la sua agonia e ho pianto la sua morte. Sentivo che perdevo un fraterno amico ed un compagno di lotta sicura. E la sua perdita la sento oggi in modo amaro e acuto

Sandro Pertini

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Antonello Venditti non è fra i miei cantautori preferiti, anche se devo ammettere che qualche bella canzone l’ha scritta.

Questa è dedicata a Enrico Berlinguer e, a trent’anni esatti dal malore che lo portò alla morte, voglio ricordarlo così.

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1984, tren’anni fa esatti. Anche in quei giorni si stava consumando il rito della campagna elettorale per le elezioni europee. Il 17 giugno gli italiani sarebbero andati alle urne.

IL 7 giugno, durante un comizio a Padova, il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer accusava un malore che lo avrebbe condotto a morte prematura quattro giorni dopo.

Uno dei leit motif del PCI, a partire fin dal 1977, fu la “questione morale”, ovvero la denuncia del sistema di corruzione della vita pubblica. Tema ancora oggi di stretta attualità.

Il 6 giugno 1984, Berlinguer era a Genova e rilasciò a Teresa Tacchella quella che quasi sicuramente è l’ultima intervista della sua vita, ripubblicata nei giorni scorso dal Fatto Quotidiano.

“In Europa serve un’Italia senza evasori, tangenti e P2”. L’ultima intervista di Enrico Berlinguer

Genova, 6 giugno 1984: Il segretario più amato del PCI parla alla vigilia delle elezioni europee. Dalla questione morale all’impegno civile. Sono passati trent’anni, ma nulla sembra cambiato.

di Teresa Tacchella, da Il FattoQuotidiano, 19 maggio 2014

Enrico BerlinguerGenova. 7 giugno 1984: mancano 10 giorni alle elezioni europee, stiamo ultimando il montaggio dell’intervista a Enrico Berlinguer realizzata poche ore prima, nel salottino di un albergo vicino alla stazione Brignole, in una pausa della sua impegnativa giornata elettorale in Liguria, a Genova e Riva Trigoso, ultima tappa prima del comizio di Padova dove il segretario del Pci viene colto da malore sul palco. E mentre arrivano le drammatiche notizie dalla città veneta, con un nodo alla gola, inseriamo la sigla del programma, le note di Beethoven in una celebre esecuzione, audio e video, diretta da Von Karajan. A rivedere quelle immagini un po’ sbiadite dal tempo, sul nastro indebolito nella qualità dal peso degli anni, tornano alla mente, quelli sì nitidi, i momenti dell’intervista, il linguaggio semplice e diretto e l’attualità dei contenuti: a distanza di 30 anni.

Enrico Berlinguer, all’apparenza fragile, l’eleganza sobria della giacca grigia pied de poule, sul pullover amaranto, camicia azzurra e cravatta con tonalità blu, ci riceve con un sorriso: una disponibilità e una gentilezza d’altri tempi. Anche quando gli accompagnatori e il servizio d’ordine danno segni di impazienza; quando il suo volto sudato e il suo sguardo stanco, sotto la luce dei riflettori, mostrano impietosamente i segni della fatica, lui non si sottrae e risponde a tutte le domande, comprese quelle raccolte in precedenza per strada, fra la gente. Era strutturata così la trasmissione Europa, come…, durata 18 minuti, realizzata assieme a Beatrice Ghersi e Luciano Degli Abbati, prodotta dalla cooperativa Filmvideocoop, un gruppo affiatato di operatori dell’informazione il cui presidente era Giordano Bruschi che ancora oggi ricorda i rapporti con Berlinguer che si perdono nel tempo: dal 1946, con le riunioni romane del “fronte della gioventù” che raccoglieva ragazze e ragazzi delle associazioni democratiche.

Per le interviste ai cittadini, era stato scelto un quartiere popolare di Genova, San Fruttuoso in bassa Valbisagno, alle prese con una forte espansione urbanistica che ha visto le colline inondate da impressionanti colate di cemento. Chi ha più anni e ha sofferto la guerra guarda con speranza all’Europa, tra i più giovani c’è invece indecisione, sfiducia, scetticismo.

Una sfiducia che può tradursi in astensionismo, cosa risponde Enrico Berlinguer a questi cittadini?

È comprensibile, afferma, che ci siano dei fenomeni di sfiducia data la condizione del nostro Paese, il modo in cui è stato ed è governato. Tuttavia, pensiamo che non votare significhi lasciare il campo libero ai responsabili dei guasti di cui soffre l’Italia e dei problemi non risolti che sono all’origine della sfiducia dei cittadini. E quindi, noi pensiamo che si debba votare e che il voto possa esercitare un’influenza sulla vita del Paese, possa contribuire a dare più forza a coloro che lottano per cercare di cambiare lo stato delle cose”.

Ma al voto europeo viene attribuito un significato pieno di incertezza. Secondo lei qual è la posta in gioco?

Prima di tutto, la questione della “unità politica” dell’Europa. È proprio dalle file del gruppo comunista che è venuta la proposta più innovativa che sia stata fatta nel corso di questi cinque anni di vita del parlamento europeo eletto: la proposta di Altiero Spinelli che rappresenta una via d’uscita alla crisi che attraversa la Comunità Europea. Spinelli propone, infatti, di passare da un semplice “mercato comune” a una “unificazione politica dell’Europa” e di spostare l’asse del potere dai governi che hanno fatto soltanto praticamente dei compromessi fra di loro, al Parlamento Europeo eletto a suffragio universale dai popoli della Comunità Europea. Questa è la prima questione che direttamente concerne il futuro dell’Europa. Tuttavia, le elezioni cadono anche in un momento cruciale della vita politica italiana. Esse possono dare un’indicazione, manifestare una volontà dell’elettorato, nel senso di contribuire a porre fine all’attuale situazione che, contrariamente a quello che viene predicato dai partiti al governo, è di assoluta ingovernabilità. Possono finalmente aprire la strada a governi che guardino agli interessi generali e non siano caratterizzati dalla conflittualità continua fra i partiti al governo e fra le loro fazioni.

C’è un rapporto stretto fra il voto europeo e la situazione politica italiana?

Certo. Soprattutto nel senso che dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un Paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale e dalla iniquità sociale qual è quella che si è vista col decreto che taglia i salari, per portare invece nella Comunità Europea il volto di un Paese più pulito, più democratico, più giusto.

Dall’Europa dei popoli alla ‘questione morale’, ai venti di guerra che soffiano da più parti: l’attualità dell’intervista a Berlinguer di 30 anni fa tocca nodi ancora oggi irrisolti e delinea nuove preoccupazioni. Ieri c’era il problema dei missili in Sicilia, a Comiso, oggi le polemiche sugli F35, mentre la crisi Ucraina e i conflitti nel sud del Mediterraneo e nel vicino Oriente aprono scenari inquietanti.

Ma quale pace si può costruire?

La pace è la pace. E oggi significa evitare che l’umanità possa precipitare nella guerra atomica e nucleare che significherebbe la fine della civiltà umana. Anzi, come dice Alberto Moravia che si presenta come candidato indipendente nelle nostre liste, la fine della stessa specie umana. Per la pace oggi si lotta soprattutto opponendosi alla corsa al riarmo che è in pieno svolgimento fra le due massime potenze, cercando la soluzione politica dei conflitti che sono aperti in varie zone del mondo; cercando di far sì che l’Italia e l’Europa agiscano come fattori di distensione e di cooperazione sul piano mondiale.

Dalle domande dei cittadini emergono altri due argomenti al centro del dibattito politico: la disoccupazione giovanile e le pensioni.

Le sorti della gioventù sono in gran parte legate al futuro della Comunità Europea, perché se l’Europa continuerà a decadere, a perdere punti rispetto agli Stati Uniti e al Giappone, il numero dei disoccupati crescerà inevitabilmente. Oggi ci sono 13 milioni di disoccupati nei 10 paesi della Comunità Europea e l’Italia è forse il paese che ha la percentuale più alta. Quanto ai pensionati noi ci siamo sempre battuti e continueremo a batterci per i loro diritti e le loro rivendicazioni, contro la sordità dei governi. L’attuale governo non è stato ancora in grado di presentare un progetto di riforma e di riordino del sistema pensionistico.

A chi mette in dubbio la democraticità del Pci e parla di partito totalitario, Berlinguer risponde con chiarezza e determinazione.

“Se c’è una cosa che ha distinto il nostro partito dalla sua fondazione, dal 1921 ad oggi, è stato proprio il fatto che esso ha coerentemente, sempre, lottato a difesa della libertà e della democrazia: contro il fascismo, nella Resistenza e nella lotta di liberazione nazionale, per la fondazione della Repubblica democratica, per la difesa della Costituzione. Quindi, non vedo proprio come il Partito Comunista Italiano possa essere considerato un partito totalitario. Nel corso degli ultimi tempi poi, il partito comunista ha caratterizzato la sua azione politica proprio nella opposizione ai tentativi di far degenerare il nostro sistema politico verso forme autoritarie quali sono quelle praticate dal governo a presidenza socialista (di Craxi, ndr). Noi pensiamo che il partito comunista italiano nel corso della sua esistenza e negli ultimi tempi si sia proprio caratterizzato per questi tratti: di essere il garante della difesa della libertà dei cittadini e della libertà anche di chi la pensa diversamente dai comunisti ed è loro avversario”.

La nostra intervista è finita. Enrico Berliguer ci lascia con un sorriso e una stretta di mano.

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Chi, a parte i troppo giovani, non ricorda il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ai mondiali di calcio vinti dall’Italia nel 1982? E il servizio della Rai sul viaggio di ritorno con la mitica partita a carte fra Pertini e Zoff da un lato e Bearzot e Causio dall’altra?

Vinsero Bearzot e Causio.

Pertini era infatti un grande appassionato del gioco dello scopone, che giocava nella versione con quattro carte scoperte ed eventuale scopa finale. Ma che tipo di giocatore era? La domanda – che entra sicuramente nel novero di quelle escatologiche – vale una ricerca bibliografica e su Internet.

(altro…)

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Enrico Berlinguer

Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità invece, deve avere come scopo — ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio — quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova. Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

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Berlinguer con la scorta dei lavoratoriQuando Berlinguer scendeva per le strade, a fargli scorta erano i lavoratori festanti. Qualcun altro, di cui non faccio né il nome, se proprio deve scendere in strada per fare il bagno di folla (almeno in parte foraggiata con la paghetta), indossa il giubbotto antiproiettile e si fa circondare da una quarantina di guardaspalle, anche adesso che – secondo la Corte di Cassazione – avrebbe diritto al trattamento riservato ai criminali comuni.

Poi ci domandiamo il perché del distacco dalla politica. Se hai paura del popolo, prima o poi il popolo avrà paura di te (pillola di saggezza natalizia notturna).

PS: Quando gli storici dovranno decidere i nomi degli statisti del dopoguerra in Italia, il nome di Berlinguer ci sarà di sicuro, quello di Berlusconi …

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La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.

Enrico Berlinguer

Questa frase fu pronunciata da Enrico Berlinguer oltre trent’anni fa. A posteriori è facile dire che aveva ragione e che aveva visto lontano e che l’attuale situazione della politica riflette lo sfascio di un sistema che – forse -, se si fossero presi adeguati provvedimenti per tempo, avrebbe potuto essere salvato.

Ma la visione di Berlinguer fu presa alla leggera e il problema si è incancrenito. La commistione fra politica e poteri forti, economici e non, è sotto gli occhi di tutti. E rende facile il ricorso ai populismi di diverso genere, dall’iniziale “Roma ladrona” della Lega (e abbiamo visto come è andata a finire) a quello attualissimo dei pentastellati con la caccia agli scontrini, passando per la “discesa in campo” dell'”unto dal Signore”.

Che si sia abusato di alcune prerogative e di privilegi, è vero; nessuno lo vuole e lo può nascondere. Ma è altrettanto vero come ben altro sia il problema reale. Ai tempi di Berlinguer si cominciavano a vedere i “ras” di quartiere circondati dal loro stuolo di adulatori e di questuanti, e la classe politica iniziava a trasformarsi: da uomini se non altro di pensiero o di azione politica, sindacale, sociale, si passava a vere e proprie macchine elettorali, a procacciatori di voti, non importa a quali condizioni. I partiti cessavano la loro funzione di organismi di selezione della classe dirigente per trasformarsi in dispensatori di favori. È ovvio che questo processo è stato lungo e non ha avuto per tutti la stessa tempistica: qualcuno vi si è adattato prima e meglio. Anni fa, avendo rincontrato per caso un vecchio compagno di scuola, decidemmo di andare a mangiare un boccone assieme. Vi erano appena state le elezioni per il rinnovo di tutte le componenti del Comune e lui, da ex democristiano, passò tutto il tempo della pausa al telefonino a dare istruzioni per gli spostamenti e gli incarichi dei consiglieri di circoscrizione (allora erano, se non ricordo male, tredici) in tutta la città. Tutto a memoria e tutto senza sbagliare un nome, un consiglio, un risultato in termini di voti presi. Per me una noia mortale, ma anche una lezione su come si fa politica in un modo molto diverso dal mio.

Tornando al discorso centrale, non fu a caso che proprio in quegli anni iniziarono i percorsi di “modernizzazione” della politica, con progetti di trasformazione in senso maggioritario della legge elettorale, con l’inizio dell’abbandono dei grandi quadri di riferimento ideale basati su valori universali e il passaggio a tematiche più spicciole quali la governace e la governability. Ora, lasciando stare il fatto che la modernizzazione di per sé non necessariamente ha valenza positiva, occorre domandarsi il perché di questa volontà quasi unanime di cambiamento e contemporaneamente perché proprio in quegli anni e tutte assieme iniziarono le campagne di limitazione e annullamento delle conquiste dei lavoratori. 

Per ora voglio lasciare questi interrogativi senza un tentativo di risposta da parte mia, in attesa dell’esito delle primarie del PD, partito che dovrebbe essere chiamato ad affrontare – pena ulteriore perdita di credibilità – al più presto la questione. Credo, inoltre, che una risposta implicita a questi quesiti possa essere trovata in un’altra frase “inascoltata” di Berlinguer, pronunciata diversi anni prima di Tangentopoli, durante l’ascesa di Craxi:

La cosa che mi preoccupa in Bettino Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al potere per il potere.

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Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono.

Enrico Berlinguer

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Credo che i nostri governanti, ogni volta che si appellano alla frase “paravento”: «È l’Europa che ce lo chiede», dovrebbero ricordare una frase di Enrico Berlinguer:

Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino.

Finché non lo faranno, dovremo solidarizzare con l’operatore cimiteriale raffigurato nella vignetta “cult” di Vauro.

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