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Posts Tagged ‘Enrico Letta’

Pierluigi Ciocca, Il Manifesto, 28 ottobre 2015

I problemi economici del nostro paese sono antichi e strutturali. Aggravati da un ciclo europeo segnato dalla politica tedesca avallata dalla Bce. Produttività, occupazione, investimenti, competitività: tutta l’attività economica nell’ultimo decennio è precipitata in un abisso. Purtroppo, le scelte del governo Renzi non invertono la rotta ma anzi seguono le stesse ricette di Monti e Letta

L’economia ita­liana pati­sce da diversi lustri due mali con­giunti: domanda glo­bale ane­mica, stallo della produttività.

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2015

Siccome, come diceva Karl Marx, le tragedie della storia tendono a ripetersi, ma in forma di farsa, la miglior descrizione del miserando squagliarsi della cosiddetta “opposizione interna” al Pd è “La rivolta dei santi maledetti” di Curzio Malaparte sulla rotta di Caporetto:

“Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori dell’eroismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli ‘imbottitori di crani’, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza, fuggivano i ‘roditori’ della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare e parlavano del Re come del ‘primo soldato d’Italia’, fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere farsi ammazzare per loro”.

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 26 marzo 2015

Robocoop. Sabato scorso il ministro del lavoro ha marciato con Libera contro le mafie e per il reddito minimo. Ieri lo ha bocciato: «Non ci sono risorse». Poi annuncia: «Nel 2015 boom dei contratti fissi (+79 mila)», anche se non conta quelli precari. E Renzi aziona la grancassa: «L’aumento dei contratti significa più diritti»

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro

Dopo avere pas­seg­giato a Bolo­gna nel cor­teo di Libera sabato scorso che chie­deva, tra l’altro, l’introduzione del «red­dito minimo» in Ita­lia, in un’intervista rila­sciata a «Fami­glia Cri­stiana» cin­que giorni dopo il mini­stro del Lavoro Poletti ha detto «No al red­dito minimo» per­ché ha un costo di molti miliardi, inso­ste­ni­bile per l’attuale bilan­cio pubblico».

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La vicenda dei due marò è emblematica: rappresenta infatti l’incapacità del governo italiano e dell’Unione Europea di attuare una qualsivoglia politica estera degna anche solo minimamente di questo nome. D’altra parte, dopo averla delegata per decenni a Nato e Stati Uniti d’America, certe raffinatezze tecniche si perdono. Non voglio ripetere qui l’elenco degli errori commessi, a tutti i livelli, dall’allora governo Berlusconi in primo luogo, ma, a seguire, da tutti quelli successivi, Monti, Letta e Renzi, con rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa. Per farlo basta andare su Google e digitare ad esempio il nome dei due militari: si trovano migliaia di pagine web che ne parlano, in tutte le sfumature del possibile, dagli innocentisti a spada tratta ai forcaioli impenitenti. Di me posso solo dire che non sono di quelli che espongono alle finestre il manifesto-richiesta di riportare subito a casa Girone e Latorre.

Per me la soluzione ideale, ormai non più praticabile, sarebbe stata quella di non consegnarli agli indiani, ma di processarli per direttissima in Italia e condannarli, se da condannare, o assolverli, se da assolvere. Ma forse in questo modo sarebbero emerse le reali responsabilità di chi ha ispirato un’azione politico-militare in modo alquanto rabberciato, senza che vi fosse chiarezza nella catena di comando, e quindi nelle reali responsabilità, né nelle regole d’ingaggio.

Mi limito quindi a riprendere questa vignetta di Mauro Bianchi, pubblicata sul Manifesto di oggi, perché la trovo intelligentemente caustica. Io la leggo in questo modo: non basta atteggiarsi da statista per essere uno statista. Così come non basta vestirsi da John Lennon per essere John Lennon…

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L’economia non è una scienza esatta, e lo sapevamo. Si basa su proiezioni e modelli matematici che sono fortemente influenzati dalla tipologia dei dati presi in esame. Un importante correttivo è quello di osservare la realtà e, in questo caso, la realtà ci dice che la situazione è ben differente da quanto scritto nei rapporti. E la realtà è quella fotografata dal “Terzo rapporto sull’impatto della crisi economica in Europa“, presentato ieri a Roma dalla Caritas, e dall’Istat in “Noi Italia. Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo“, edizione 2015.

Inoltre, i numeri non indicano quelli che sono i problemi strutturali veri, in particolar modo il fatto che in Italia abbiamo un comparto produttivo piuttosto obsoleto, nel quale l’innovazione è rimasta assente da anni. Un dato interessante è quello del rapporto fra crescita economica (in termini di Pil) e grado di sviluppo informatico della popolazione (misurato in base al numero di famiglie con accesso alla rete), che ci vede fra i fanalini di coda insieme a Portogallo e Spagna, fra i paesi dell’area euro (purtroppo nel vasto mondo di Internet non riesco a trovare il grafico e mi mancano i dati per ricostruirlo).

Un ultima considerazione su Pier Carlo Padoan che, come si nota dalle brevi note biografiche disponibili su Wikipedia, ha avuto un percorso intellettuale e professionale interessante, dai primi lavori pubblicati su Critica Marxista fino all’Ocse del quale è stato vice segretario generale e capo economista.

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia del governo Renzi

Riccardo Chiari, Il Manifesto, 19 febbraio 2015

Europa paranoicaMentre l’Ocse promuove le riforme strutturali del governo Renzi e assicura la crescita, l’Istat e la Caritas fotografano lo stato delle cose nella penisola e in tutto il vecchio continente. Numeri desolanti, fra disoccupazione, impoverimento generale e milioni di giovani neet. Ma Padoan insiste: “La direzione è quella giusta”.

L’Ocse stende un tap­peto rosso al governo Renzi ipo­tiz­zando un pil ita­liano in cre­scita, gra­zie natu­ral­mente alle “riforme strut­tu­rali”, dalle pen­sioni al jobs act. C’è da toc­care ferro, rileva subito la Cgil, dato che negli ultimi sette anni l’organizzazione che rag­gruppa i 34 paesi più abbienti del pia­neta ha sba­gliato siste­ma­ti­ca­mente le pre­vi­sioni. Men­tre lo stato delle cose è foto­gra­fato dall’Istat e dalla Cari­tas Europa. E non è un bel leg­gere, visto che i numeri del rap­porto “Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo” par­lano soprat­tutto di disoc­cu­pa­zione, ridu­zione della capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, e di un gene­rale impo­ve­ri­mento. Con­cetto riba­dito su scala con­ti­nen­tale dalla Cari­tas, pronta a segna­lare che nella Ue a 28 c’è un rischio di povertà o di esclu­sione sociale del 24,5%. Un euro­peo su quat­tro, 122,6 milioni di per­sone. Men­tre nei sette paesi più “deboli” (Ita­lia, Por­to­gallo, Spa­gna, Gre­cia, Irlanda, Roma­nia e Cipro) si sale addi­rit­tura al 31%.

Di fronte al dato ita­liano del 28,4%, il vice­di­ret­tore di Cari­tas Ita­liana, Paolo Bec­ce­gato, osserva: “Anche l’Italia è diven­tata più povera e meno giu­sta, per le poli­ti­che di auste­rità che in tutta Europa non solo non hanno risolto i pro­blemi, ma hanno lasciato sul ter­reno morti e feriti, con i poveri che hanno pagato il prezzo più alto. Ed è cre­sciuto mol­tis­simo il tasso di insta­bi­lità sociale”. Per forza: l’Istat rileva dalle nostre parti oltre 10 milioni di per­sone in con­di­zioni di povertà rela­tiva (il 16,6% della popo­la­zione), con una spesa per con­sumi infe­riore alla soglia di rife­ri­mento. Men­tre la povertà asso­luta, che non con­sente stan­dard di vita accet­ta­bili, coin­volge il 7,9% delle fami­glie. Quasi 6 milioni di italiani.

Poveri, pove­ris­simi, e senza lavoro: nel 2013 hanno lavo­rato meno di sei per­sone su dieci in età com­presa tra i 20 e i 64 anni, con un tasso di occu­pa­zione sceso sotto quota 60% (59,8%). Sola­mente Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna hanno pre­sen­tato per­cen­tuali infe­riori, in un indi­ca­tore che l’Ue con­si­dera stra­te­gico. Con il chi­me­rico l’obiettivo del 75% per il 2020. Otti­mi­stico al pari delle stime dell’Ocse, che nel suo “Eco­no­mic sur­vey” sull’Italia assi­cura: “Se il governo ita­liano riu­scirà ad attuare il suo pro­gramma di riforme ambi­zioso e di ampio respiro, potrebbe deter­mi­narsi un incre­mento del pil pari al 6% entro i pros­simi dieci anni”.

Il segre­ta­rio gene­rale dell’Ocse, Angel Gur­ria, arriva a dire: “L”Italia è tor­nata”. Spel­lan­dosi le mani di fronte alle “riforme” di Monti, Letta e Renzi: “Ini­zia­tive neces­sa­rie per rilan­ciare la pro­dut­ti­vità — le defi­ni­sce — e rimet­tere l’economia sulla strada di una cre­scita dura­tura”. A seguire le stime: il pil dell’Italia dovrebbe cre­scere quest’anno dello 0,4%, e nel 2016 dell’1,3%. Con un tasso di disoc­cu­pa­zione — in calo minimo — al 12,3% quest’anno e all’11,8% il pros­simo. E un rap­porto debito/pil fon­da­men­tal­mente sta­bile, al 132,8% in que­sto 2015 e 133,5% nel 2016.

Anche se il com­pito è arduo, Pier Carlo Padoan sprizza ancor più otti­mi­smo. Tanto da dimen­ti­carsi dei numeri: “L’Ocse ci dice che la dire­zione è giu­sta e i risul­tati si vedranno – dichiara il super­mi­ni­stro eco­no­mico — saranno posi­tivi in ter­mini di cre­scita, occu­pa­zione, sta­bi­liz­za­zione della finanza pub­blica e abbat­ti­mento del debito”. Intanto però l’Istat cer­ti­fica: “Il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in disa­gio eco­no­mico, sono 14,6 milioni di indi­vi­dui. E circa la metà, il 12,4%, si trova in grave dif­fi­coltà”. Così come lo sono i due milioni e mezzo di ita­liani tra 15 e 29 anni che non stu­diano e non lavo­rano, i cosid­detti Neet. Dati 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under 30, più di uno su quat­tro. Nell’Ue fa peg­gio solo la Gre­cia (28,9%). Ma tutto que­sto Padoan non lo sa. O meglio finge di non saperlo, al pari dei numeri sulla sanità pub­blica, con l’Italia agli ultimi posti Ue per spesa e posti letto. “Usiamo sem­pre due para­me­tri per capire cosa con­cre­ta­mente sta suc­ce­dendo – tira le somme Susanna Camusso — il livello della disoc­cu­pa­zione, e nes­suno ne pre­vede una signi­fi­ca­tiva ridu­zione, e la capa­cità di acqui­sto delle fami­glie, ed è evi­dente a tutti che c’è un impoverimento”.

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Leggo su Panorama del 26 febbraio 2014 – strano, dato che non lo sfoglio quasi mai. Evidentemente era un segno del destino – e faccio mio l’incipit di questo articolo di Claudio Cerasa (“Il mondo secondo Matteo”):

Per capire la natura del peccato originale che si porta con sé il governo guidato da Matteo Renzi in fondo potremmo cavarcela mettendo insieme alcuni puntini: fare la rivoluzione governando con le idee di Walter Veltroni, i voti di Mario Monti, i seggi di Angelino Alfano, dopo aver fatto fare a Enrico Letta la fine di Romano Prodi e arrivando a Palazzo Chigi con le stesse tecniche di Massimo D’Alema e la stessa fragile maggioranza di Letta, per portare l’Italia dalla Seconda alla Terza repubblica con i metodi della Prima.

Bene, sono soddisfatto, posso chiudere Panorama e constatare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che se va avanti così morirò democristiano.

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Riporto l’editoriale di Repubblica di oggi, domenica 22 dicembre 2013. Per una volta sono d’accordo con Eugenio Scalfari, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo.

Eugenio Scalfari

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall’indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest’anno e specie dall’inizio dell’autunno sono esplosi con un’intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L’avrà, piena e assoluta.

L’uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l’obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L’uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l’ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali “à la page” se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L’epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L’ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” dello scorso martedì 17 con il titolo “Puntare tutto su una persona“. Ne cito il passo dominante:

Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l’opposto: diviene ancora più forte la richiesta d’una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete… La leadership in questione però – ecco il punto – dev’essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un’anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l’ascesa di Matteo Renzi c’è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto“.

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent’anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su “Roma Fascista”, il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d’una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d’ogni risma e pronti a evocare e obbedire all’uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l’errore che hai compiuto evocando l’uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l’uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse – ed è sempre avvenuto – le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né “clientes” o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all’ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c’erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c’era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d’un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della “business community”, sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso alle Fosse Ardeatine?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l’opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l’ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c’è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l’Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l’Europa non conta niente e che – soprattutto – l’Italia non conta niente.

Sbagliano.

L’Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all’Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile “handicap” che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l’Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l’Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l’intera economia europea insieme con noi.

L’Italia non è la Grecia né il Portogallo né l’Irlanda né l’Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d’ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora – bisogna dirlo – chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti – che vuol dire la gente consapevole – gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull’unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all’evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c’erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po’ troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l’economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent’anni a questa parte? Il “made in Italy” ha fatto, ma è una piccola parte dell’imprenditoria italiana che comunque merita d’esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all’economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c’è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l’ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.

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