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Posts Tagged ‘Eurogruppo’

Ancora sulla crisi dell’Unione Europea, sulla scaramuccia fra il nostro presidente del Consiglio dei ministri e quello della Commissione europea.

Lo si voglia o no, al momento quello dell’Europa è il nodo centrale della politica, a tutti i livelli. I condizionamenti delle scelte di Bruxelles si fanno sentire anche a livello locale e la vera sfida è quella di capire se i Trattati che istituiscono l’Unione Europea siano riformabili e in quale misura o se la costruzione debba considerarsi irreversibile e destinata al fallimento.

Le riflessioni dell’articolo sotto riportato sono interessanti, seppure espresse in forma assolutamente schematica, almeno per chi parte dal presupposto che l’unificazione dell’Europa sia un fatto politico imprescindibile.

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Etienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf, Il Manifesto, 21 luglio 2015

Tsipras ha detto la verità dicendo che l’accordo con l’Unione Europea è pessimo. Per questo bisogna continuare a battersi

Gli «accordi» del 13 luglio a Bru­xel­les tra l’unione euro­pea e la Gre­cia segnano la fine di un’epoca? Sì, ma cer­ta­mente non nel senso indi­cato dal comu­ni­cato con­clu­sivo del «ver­tice». In effetti gli «accordi» sono fon­da­men­tal­mente inap­pli­ca­bili e tut­ta­via costi­tui­scono una for­za­tura altret­tanto vio­lenta, e ancor più con­flit­tuale, di quanto è già avve­nuto negli ultimi cin­que anni. Si è par­lato di dik­tat e que­sta dram­ma­tiz­za­zione è basata su fatti concreti.

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Mariana Mazzuccato, La Repubblica, 13 luglio 2015

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

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Yanis Varoufakis

di Yanis Varoufakis

Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori sovraccaricati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede nelle profondità della labirintica politica dell’Europa.

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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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Amici greci,

da sei mesi il governo greco combatte una battaglia in condizioni in condizioni di soffocamento economico senza precedenti, per implementare il mandato che ci avete dato il 25 gennaio.

Il mandato che stavamo negoziando coi nostri partner chiedeva di mettere fine all’austerità e permettere alla prosperità ed alla giustizia sociale di tornare nel nostro paese.

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Oggi, al termine dell’ennesima riunione sull’argomento, l’Eurogruppo ha annunciato che non accoglierà le richieste greche di estendere di alcune settimane l’attuale programma di salvataggio in scadenza il 30 giugno. L’indecisionista Europa ha finalmente partorito il topolino, lesinando anche sugli spiccioli. Ma non voglio concentrare la mia attenzione sulle scellerate scelte dell’Unione, preferisco tentare di analizzare il fatto nuovo, ovvero che finalmente siamo di fronte a uno statista vero, uno che mette al primo posto gli interessi del suo popolo a quelli di banche e poteri forti, fino ad avere il coraggio di indire un referendum per sottoporre al giudizio popolare sovrano la scelta da compiere.

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Jürgen Habermas, La Repubblica, 23 giugno 2015

Jürgen Habermas

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea getta una luce impietosa su un errore di fondo della costruzione europea: quello di aver costituito un’unione monetaria senza un’unione politica. Tutti i cittadini dovrebbero essere grati a Mario Draghi, che nell’estate 2012 scongiurò con un’unica frase le conseguenze disastrose dell’incombente collasso della valuta europea. Aveva tolto la patata bollente dalle mani dell’Eurogruppo annunciando la disponibilità all’acquisto di titoli di stato senza limiti quantitativi in caso di necessità: un salto in avanti cui l’aveva costretto l’inerzia dei capi di governo, paralizzati dallo shock e incapaci di agire nell’interesse comune dell’Europa, aggrappati com’erano ai loro interessi nazionali. I mercati finanziari reagirono positivamente a quell’unica frase, benché il capo della Bce avesse simulato una sovranità fiscale che non possedeva, dato che oggi come ieri, sono le banche centrali degli Stati membri a dover garantire i crediti in ultima istanza.

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 24 giugno 2015

Qui nep­pure i fondi di caffè né la sfera di cri­stallo pos­sono aiu­tare. Nes­suno può dire come andrà a finire con la Gre­cia. Ma si può ragio­nare su quello che è successo.

Comin­ciando, ad esem­pio, dall’atteggiamento della Lagarde, pre­si­dente del Fmi.

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Thomas Fazi, Il Manifesto, 23 giugno 2015

Intervista a James K. Galbraith, consigliere del ministro Varoufakis

James K. Gal­braith, figlio del grande eco­no­mi­sta John Ken­neth Gal­braith, inse­gna eco­no­mia e altre disci­pline all’università Lyn­don John­son del Texas, la stessa in cui inse­gnava Varou­fa­kis prima di essere «chia­mato alle armi» da Ale­xis Tsi­pras. Da allora ha seguito il suo col­lega ed amico molto da vicino, accom­pa­gnan­dolo anche a varie riu­nioni dell’Eurogruppo. Gli abbiamo chie­sto di farci il punto sullo stato della trat­ta­tiva Grecia-Ue, nel momento in cui que­sta entra nella sua fase più dram­ma­tica da cin­que anni a que­sta parte.

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Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 21 giugno 2015

Divergenza sui 450 milioni dell’avanzo primario 2016. Difficile far saltare tutto per quella cifra

Indif­fe­rente alla nuova offen­siva con­tro il suo governo, venerdì sera Ale­xis Tsi­pras ha lan­ciato il suo mes­sag­gio durante la con­fe­renza eco­no­mica orga­niz­zata da Putin a San Pie­tro­grado: «Siamo in mezzo alla tem­pe­sta. Ma ci siamo abi­tuati, siamo un popolo di navi­ga­tori. Il popolo greco sa navi­gare in mari sco­no­sciuti e tro­vare nuovi porti sicuri».

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Luciana Castellina, sbilanciamoci.info, 13 marzo 2015

La partita in atto tra Atene e Bruxelles è durissima, ma fondamentale. Per la Grecia e per tutti noi che vorremmo un’altra Europa. Finalmente la grande questione di cosa voglia dire essere una comunità è stata posta sul tappeto. E non si potrà più nasconderla sotto

Yanis Varoufakis

“Gliela faremo pagare”. In questa frase che le cronache sull’ultima riunione dell’Eurogruppo ci rimandano c’è tutto il “caso greco”. Al di là di ogni questione di merito è evidente che a Bruxelles si sta giocando una partita politica di massima importanza e che ci riguarda: bisogna punire chi, per la prima volta in 58 anni di storia, ha osato sfidare i vertici dell’Unione europea e ha messo in discussione i criteri di conduzione di quella che dovrebbe essere una comunità. Questo è quel che conta: non deve più accadere, chi ci ha provato deve essere punito. Guai se si aprisse un varco alla politica. E cioè alla condivisione.

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Pedro Pessos Coelho, primo ministro portoghese

Quest’anno anche il Portogallo andrà alle urne. L’attuale governo, guidato da Pedro Passos Coelho, ha praticato pesantissime politiche di austerità. Ma, com’era prevedibile, a causa della crisi le forze di sinistra si sono rafforzate e potrebbero ottenere la maggioranza. Ecco quindi che, per l’attuale governo del Portogallo è conveniente (per il governo, non così per il popolo) fare in modo che alla Grecia non vengano concesse deroghe, in modo da spuntare alcune delle armi dell’opposizione politica.

Conservare il potere o dimostrare solidarietà, questo è il problema!

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Luigi Pandolfi, MicroMega, 26 febbraio 2015

A proposito della trattativa tra Atene e Bruxelles ci sono dei “non detti” che, obiettivamente, impediscono un discernimento consapevole della reale posta in gioco. Da più parti è stato sostenuto, a ragione, che la partita è tutta politica, che la stessa travalica i confini della Grecia e rimanda all’attuale modello di costruzione Europea. Tutto vero. Ci sono elementi, tuttavia, che potrebbero corroborare tale assunto? Si, vediamo quali.

Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras

In campagna elettorale Syriza aveva rivendicato il diritto della Grecia a chiedere una moratoria sul proprio debito. La tesi era questa: il paese non è più nelle condizioni di sopportare politiche di austerità per garantire la sostenibilità di un debito che per gran parte, ormai, è da considerarsi impagabile. Anziché pretendere ulteriori salassi a danno del popolo greco, le istituzioni Europee farebbero bene, pertanto, a prendere in considerazione l’ipotesi di un taglio del suo valore nominale, ovvero quella di una sua generosa ristrutturazione. Idea peregrina o soluzione plausibile?

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È dalla sua capacità di superare le crisi,
andando avanti invece di tornare indietro,
che l’Europa scriverà la sua storia.
Lorenzo Bini Smaghi,
“33 false verità sull’Europa”,
Il Mulino 2014

Fra circa un’ora si scriverà quello che potrebbe essere un passo decisivo per il processo di integrazione europea. Alle 15 è infatti prevista una riunione straordinaria dell’Eurogruppo per discutere della proposta di estensione per 6 mesi del programma di assistenza finanziaria che scadrà fra pochi giorni (esattamente il 28 febbraio). La cronaca ci dice che ieri il governo greco presieduto da Alexis Tsipras ne ha fatto richiesta a mezzo di una lettera inoltrata a Bruxelles, visto il fallimento della riunione di lunedì 16 febbraio.

Yanis Varoufakis

Commissione e Parlamento europeo hanno inizialmente accolto favorevolmente le richieste greche, e la situazione sembrava essere sul punto di sbloccarsi fin quando non è arrivato il deciso NO di Berlino. Martin Jaeger, portavoce del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, ha sentenziato: “la proposta greca sia finanziata dai greci stessi”, vale a dire che dalla Repubblica federale non arriveranno altro soldi. La presa di posizione della cancelleria tedesca ha sorpreso lo stesso presidente tedesco del Parlamento europeo, Martin Schulz, che invece aveva dichiarato come “la lettera mostra che la Grecia si è mossa parecchio” e “rinuncia a molte cose che fino all’altro ieri erano indicate come non trattabili”.

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Luciano Lago, controinformazione.info, 12 febbraio 2015

Ucraina, Lagarde (Fmi) annuncia: prestiti per 40 miliardi di euro in cambio di riforme (modello Grecia)

Il presidente ucraino Poroshenko con Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale

Se sei un “pupazzo” dell’Impero USA e consegni la sovranità del tuo paese ai potenti di Washington, ti arriveranno in abbondanza soldi, finanziamenti, armi e multinazionali in cerca di business e pronte a sfruttare le risorse del tuo paese. Se i ti metti invece in urto con questi poteri (come nel caso della Grecia), si chiudono i rubinetti finanziari e rischi il default.

Questa la lezione che si trae da due vicende parallele: quella dell’Ucraina da un lato, dove si è insediato (mediante un golpe) un governo “fantoccio” degli USA e quella della Grecia dove, grazie a libere elezioni, si è insediato un governo popolare ostile alle grandi banche ed ai diktat dalla UE.

Nel primo caso, grazie anche alla nomina di ministri con passaporto USA nel governo (vedi: L’Ucraina vara un governo con ministri stranieri) ed alla totale subordinazione di questo Stato alle direttive di Washington in funzione anti russa, tutto viene concesso, per salvare il paese dallo sfacelo economico dove lo ha trascinato la politica avventurista di una cricca di oligarchi filo americani.

Per l’Ucraina, oltre agli ingenti prestiti messi a disposizione dal FMI, ci saranno altri finanziamenti “multilaterali e bilaterali” per il paese entrato nell’orbita degli USA e della UE, la cui economia potrà nel complesso godere di un sostegno pari a 40 miliardi di dollari in quattro anni. Lo ha annunciato con orgoglio l’amministratore delegato del Fmi, Christine Lagarde, comunicando i termini dell’ intesa di massima con Kiev per un pacchetto da 17,5 mld di dollari dal Fondo, senza garanzie ma impegnando il governo di Kiev in riforme economiche “ambiziose”. (Le riforme “ambiziose” già attuate altrove: tagli alla sanità, licenziamenti, tagli alle pensioni, alla scuola, distruzione del welfare eccc.., in pratica il modello Grecia). Al FMI si affiancheranno altri organismi finanziari quali la Banca per la Ricostruzione e lo Sviluppo, oltre alla stessa BCE (quella che ha negato i finanziamenti alla Grecia), ha riferito la La Garde. In totale si tratta di “un pacchetto di finanziamenti” in quattro anni per 40 miliardi di dollari, ha precisato.

Discorso totalmente diverso per la Grecia che, nelle sue richieste per dilazione dei debiti e rinegoziazione delle condizioni di appartenenza alla UE, si è vista opporre un netto rifiuto sia dalla BCE che dall’Eurogruppo presso cui si stava conducendo il negoziato.

Il governo ucraino condurrà il negoziato con i vari finanziatori mettendo sul tavolo tutte quelle che sono le potenziali risorse del paese: miniere, vasti terreni agricoli, zone di prospezione petrolifera da dare in concessione alle multinazionali americane, servizi pubblici da dare in appalto, sanità pubblica ed ospedali da privatizzare, riforme del lavoro (tipo Jobs Act) per omologare il paese, ecc..

In conformità a questo piano, Hunter Biden, il figlio più giovane di Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti d’America, è entrato nel Consiglio di amministrazione della più importante compagnia di gas dell’Ucraina, la Burisma Holdings. Vedi: il figlio di Biden entra nella principale azienda di gas del paese .

Questo il prezzo ottenuto dal paese per essersi consegnato “spontaneamente” alla tutela degli USA sottraendosi ai precedenti accordi che intercorrevano con la Russia e gli altri paesi euroasiatici.

Questa vicenda può facilmente indicare quanto siano intimamente connesse le vicende politiche con le leve finanziarie di cui dispongono i poteri dominanti che dettano le regole a livello mondiale.

Se qualcuno ancora ingenuamente riteneva che finanza e scelte di politica internazionale fossero due settori separati, oggi si deve totalmente ricredere.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 17 febbraio 2015

Il premier Tsipras stretto tra l’Eurogruppo e l’opinione pubblica interna tenta un difficile compromesso. Il governo tedesco: «Greci irresponsabili». Corsa contro il tempo per reagire all’ultimatum della Ue.

È un dop­pio pres­sing quello con cui deve fare i conti Ale­xis Tsi­pras, alle prese sia con l’ultimatum dei part­ner euro­pei, che gli stanno impo­nendo l’estensione dell’attuale pro­gramma di risa­na­mento, sia con gli avver­sari interni a Syriza, che non sono d’accordo con un even­tuale com­pro­messo con il resto dell’Ue.

Il governo greco mira a una solu­zione van­tag­giosa per tutte le parti, ma a parte il movi­mento di soli­da­rietà che si è espresso nelle piazze del mondo, in seno dell’ Euro­gruppo il suo mini­stro delle Finanze è rima­sto solo con­tro i «18». Nono­stante alcuni, come l’Italia e la Fran­cia, sareb­bero pronti a dare una mano. Yanis Varou­fa­kis è rima­sto solo non per­ché sprov­vi­sto di una pro­po­sta ben arti­co­lata da pre­sen­tare ai suoi col­le­ghi, come hanno scritto alcuni opi­nion makers, bensì per il fatto che ha messo in evi­denza le poli­ti­che cata­stro­fi­che dell’austerity e il modo di fun­zio­nare delle isti­tu­zioni euro­pee (Com­mis­sione, Euro­gruppo, Bce) che fanno il gioco dei mer­cati e del paese eco­no­mi­ca­mente piú forte, la Ger­ma­nia, con­tro i prin­cipi fon­da­tivi dell’Unione europea.

Atene è rima­sta sola per­ché Ber­lino ha rischiato di essere messa con le spalle al muro. Il gioco delle parole — l’estensione del pro­gramma attuale, come vogliono Bru­xel­les e Ber­lino, o l’«emendamento» a cui punta Atene — in realtà rispec­chia uno scon­tro ideo­lo­gico. Ed è quello che ha fatto fal­lire la riu­nione dell’Eurogruppo.

La Ger­ma­nia ha deciso di mostrare i denti alla Gre­cia non solo per­ché la sod­di­sfa­zione di una parte delle richie­ste elle­ni­che potrebbe «sti­mo­lare l’appetito» di altri paesi euro­pei inten­zio­nati a per­se­guire una poli­tica anti-austerity. Né per­ché si sono con­fron­tati due prin­cipi etici diversi: il primo basato su un razio­na­li­smo rigido secondo il quale «i debiti comun­que vanno pagati»; l’altro basato sulla soli­da­rietà, che rifiuta lo stran­go­la­mento eco­no­mico di chi si trova in con­di­zione di biso­gno. Ber­lino ha cer­cato di scre­di­tare la poli­tica del nuovo governo greco per­ché una solu­zione a favore di Tsi­pras potrebbe met­tere in dub­bio la ger­ma­niz­za­zione del vec­chio con­ti­nente e apri­rebbe uno spi­ra­glio a una rifon­da­zione su basi diverse dell’Ue e delle sue isti­tu­zioni. Un’Europa rin­no­vata, dove saranno i popoli a decidere.

Non dimen­ti­chiamo che Ale­xis Tsi­pras è il primo lea­der euro­peo di sini­stra — dopo il cipriota Dimi­tris Chri­sto­fias, lea­der di Akel — che pro­pone un modello diverso di Europa. Syriza, la sini­stra radi­cale greca, nell’arco di poche set­ti­mane è riu­scita da una parte a riu­ni­fi­care la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, resti­tuendo loro spe­ranza e un pezzo della dignità che il memo­ran­dum gli aveva strap­pato, e dall’altra a mobi­li­tare le piazze euro­pee «per un’altra Europa».

Non a caso, nel momento in cui il mini­stro delle Finanze greco espri­meva la sua dispo­ni­bi­lità a fir­mare il comu­ni­cato finale dell’Eurogruppo che gli ha pre­sen­tato in forma di bozza il com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici Pierre Mosco­vici — dove si parla di un piano inter­me­dio, non di una sem­plice esten­sione — è inter­ve­nuto il mini­stro delle finanze tede­sco per stop­pare il ten­ta­tivo di com­pro­messo fran­cese. «Il neo governo greco è irre­spon­sa­bile» ha sot­to­li­neato Wol­fgang Schau­ble poche ore prima della riu­nione dell’Eurogruppo. Che equi­vale a dire ai part­ner euro­pei: «Non date fidu­cia ai greci, cer­cano di fregarvi».

Ora tocca alla Bce, che ha il potere asso­luto sulla poli­tica mone­ta­ria dell’Ue e che sfugge a qual­siasi con­trollo poli­tico, sta­bi­lire oggi se biso­gna chiu­dere i rubi­netti del finan­zia­mento di emer­genza (Ela) che tiene in piedi le ban­che gre­che. A sen­tire i soliti media che non si stan­cano ogni giorno di ripro­porre gli sce­nari apo­ca­lit­tici del «Gre­xit», se entro venerdì non si rag­giun­gerà un accordo tra Euro­gruppo e governo elle­nico, la Bce non potrà che fer­mare il finan­zia­mento degli isti­tuti di cre­dito greci. Diverso, invece, sem­bra che sia per il momento il parere di Mario Draghi.

Ale­xis Tsi­pras sarebbe pronto a un com­pro­messo, ma senza ricatti: «Il memo­ran­dum ha pro­vo­cato una crisi uma­ni­ta­ria e l’ eco­no­mia si trova in una via senza uscita. Il suo annul­la­mento è l’ unica scelta det­tata non solo dal risul­tato elet­to­rale, ma dalla logica» ha affer­mato ieri il por­ta­voce del governo, rispon­dendo così anche a chi fa notare che entro venerdì il governo greco deve deci­dere se essere o meno abban­do­nato a se stesso. Otti­mi­sta su un accordo — «nei pros­simi due giorni, per­ché non vogliamo arri­vare a un punto morto» — si è detto anche il mini­stro Varoufakis.

E ieri sera fonti del goveno con­fer­ma­vano la noti­zia giunta da Bru­xel­les: Atene chie­derà l’estensione di 6 mesi non del memo­ran­dum, ma del «con­tratto di pre­stito» con i cre­di­tori inter­na­zio­nali; come a dire, rispet­tiamo il pro­gramma attuale, ma non ulte­riori misure restrit­tive della troika. La domanda però resta la stessa: come supe­rare le osses­sioni di Berlino?

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Grecia Europa

La sensazione che provo è strana e difficilmente definibile. Penso infatti che, se l’Europa continuerà con queste pratiche dirigistiche, scarsamente democratiche se non addirittura antidemocratiche, prima o poi sarà destinata a implodere e quello che era il sogno di un continente unito, pacifico e creatore di diritti e benessere rischierà di naufragare definitivamente. In estrema sintesi, il comportamento delle istituzioni europee di questi giorni sembra riconducibile al vecchio slogan: “Colpire uno per educarne molti“. I molti, in questo caso sono principalmente i cittadini dei paesi del Sud Europa.

Se, da un lato, è ovvio e auspicabile che ci debbano essere regole condivise è altrettanto ovvio e auspicabile che queste regole vadano applicate tenendo conto del quadro reale, dei mutamenti del contesto politico. L’Europa non è una federazione di Stati, in cui esistono vincoli solidaristici. Ma non è neanche una semplice associazione di Stati, visto che buona parte dei paesi che la compongono ha una moneta in comune. Questo hybridus che non ha riscontri né modelli nella storia, non può essere gestito in modo rigido e schematico, imponendo dictati (in questo senso etimologico leggo l’uso che Alfonso Gianni fa della parola “dittatura”) cui tutti si debbano adeguare.

Alle ultime elezioni il popolo greco è stato chiaro: ha scelto uomini e programmi per rimanere in Europa, ma rivedendo le modalità di adesione all’euro e proponendo una maggiore flessibilità nella gestione della politica economica. Le prime dichiarazioni di Tsipras e Varoufakis finora sono andate in questo senso, come da copione, ma si sono scontrate contro il muro di gomma della sordità dei decisori europei.

La faccio breve, perché è argomento sul quale potrei scrivere decine se non centinaia di pagine, e propongo solo un ultima riflessione: viviamo in un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno della massima compattezza. e dovrebbe fare di tutto per rafforzare il propri o Una guerra si sta combattendo in Ucraina, e si è scatenata a causa della mancanza di una comune visione europea. Si sta parlando di un intervento militare in Libia e, anche in questo caso, la situazione è degenerata a causa delle scelte nazionali di alcuni paesi europei. In entrambi i casi, chi ne sosterrà maggiormente i costi (non parlo solo di quelli economici, è ovvio) saranno i paesi periferici dell’Unione europea. I singoli paesi non riescono a condizionare la politica della Nato, che, a partire dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, ha cambiato pelle ed è divenuta sostanzialmente un’estensione della politica estera statunitense; l’Europa, se fosse unita, potrebbe farlo. La domanda a questo punto sorge spontanea: vuole farlo?

Di seguito l’articolo di Alfonso Gianni, con il quale mi trovo in totale sintonia.

Alfonso Gianni, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Dopo gli incon­tri della scorsa set­ti­mana fra Ue e governo greco, si era sparso un certo otti­mi­smo e ali­men­tata la spe­ranza di un «pro­fumo d’accordo». C’era anche stato chi aveva pen­sato che la riu­nione di ieri all’Eurogruppo sarebbe risul­tata già deci­siva per siglare un’intesa. Al con­tra­rio, pare pro­prio che quel pro­fumo sia rapi­da­mente sva­po­rato. D’altro canto la riu­nione era comin­ciata con le peg­giori pre­messe pre­an­nun­ciando una pesante e dram­ma­tica rot­tura della trattativa.

Il mini­stro della finanze tede­sco Wol­fgang Schau­ble ha bat­tuto con insi­stenza sui tasti dello scet­ti­ci­smo e della intran­si­genza, giun­gendo a qua­li­fi­care il governo greco come «un ese­cu­tivo irre­spon­sa­bile» per­ché rima­sto fermo sulle sue posi­zioni. Non c’è da stu­pirsi. Si tratta solo di una delle tante varianti dello spi­rito a-democratico che anima le éli­tes euro­pee, in par­ti­co­lare quelle tede­sche. Schau­ble aveva già dichia­rato che per lui le ele­zioni gre­che era come se non esi­stes­sero. E oggi riba­di­sce che è irre­spon­sa­bile il governo greco che vuole coe­ren­te­mente appli­care il man­dato elet­to­rale e non accet­tare i dik­tat della Troika.

Dun­que nulla di fatto. Anzi un arre­tra­mento. La Troika che pareva uscita dalla porta, rien­tra dalla fine­stra. Il docu­mento pre­sen­tato al governo greco riba­di­sce infatti che il pro­gramma della Troika resta e andrebbe esteso per sei mesi.

Il governo greco dovrebbe rinun­ciare a qua­lun­que tipo di azione uni­la­te­rale. In altre parole dovrebbe rinun­ciare a gover­nare, se non sotto det­ta­tura. Infatti il docu­mento espli­cita che sono neces­sa­rie intese con i part­ners euro­pei e inter­na­zio­nali per assu­mere ini­zia­tive in par­ti­co­lare sul tema della poli­tica fiscale, delle pri­va­tiz­za­zioni, del mer­cato del lavoro, del set­tore finan­zia­rio, delle pen­sioni. L’analogia con i temi citati dalla fami­ge­rata let­tera della Bce al governo Ber­lu­sconi dei primi di ago­sto del 2011 è molto forte, a dimo­stra­zione per­sino della scarsa fan­ta­sia della buro­cra­zia di Bruxelles.

Infine il docu­mento Ue pre­cisa che ogni age­vo­la­zione finan­zia­ria da parte della Bce e degli altri organi euro­pei avverrà solo a fronte del esten­sione di sei mesi del pro­gramma della Troika, che dovranno essere usati per la rica­pi­ta­liz­za­zione delle ban­che e saranno con­cesse sulla base di deci­sioni delle isti­tu­zioni euro­pee e dello stesso Eurogruppo.

Come si vede una pro­po­sta cape­stro che il governo greco ha giu­sta­mente respinto con grande riso­lu­tezza, giu­di­can­dola «assurda e inaccettabile».

Il ten­ta­tivo di media­zione avan­zato per conto della Fran­cia dal mini­stro delle Finanze Michel Sapin è andato, per ora, a sbat­tere con­tro il muro della intran­si­genza tedesca.

Tut­ta­via non è l’ultima riu­nione. Altre ce ne saranno. Si tratta di capire se l’irrigidimento tede­sco fa parte di una pura tat­tica o è una posi­zione ina­mo­vi­bile, legata magari anche ai recen­tis­simi insuc­cessi elet­to­rali della Mer­kel ad Amburgo, una scon­fitta sto­rica per la can­cel­liera. Ma molto può fare la mobi­li­ta­zione inter­na­zio­nale comin­ciata con le mani­fe­sta­zioni di san Valentino.

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